CUFFIETTE E VIABENE – seconda puntata

Torniamo con le nostre playlist, e anche questa volta c’è del buon materiale per far passare quel 4 X 10 in cui solitamente si aprono delle porte spazio temporali.

A fare compagnia a Coach Grazielli, che squarcia un velo sul suo misterioso passato di punk, c’è Luca Mich: DJ, basket player sia nelle palestre che nei campi di cemento di mezza Italia e uno dei maggiori conoscitori della musica Rap, Black e Hip Hop che conosciamo, spesso penna per webzine e siti di settore. Chi meglio di lui poteva introdurci al mondo dell’Hip Hop? Buon ascolto.

E comunque, quei 10 minuti d’inferno, non diventeranno mai più brevi. 
#coachknows #coachwantsyoutosuffer

Luca Mich –  HIP HOP

Una volta si chiamavano mixtape e richiedevano ore di lavoro, ora bastano un paio di click su spotify e la compila è bella che fatta.
La differenza però la fanno ancora la successione dei pezzi, la qualità degli stessi e il criterio con cui vengono messi uno dopo l’altro. 
La pretesa di avere una compila ragionata sull’hiphop old school (diciamo più anni 90 – inizio 2000 che è poi il periodo più interessante per il movimento hiphop e con esso la sua musica) è sempre alta, tuttavia abbiamo cercato di ragionarla su ritmiche perfette per tenere il ritmo in corsa, il battito, il pace che è tanta caro al rap così come alla corsa chiaramente.

Si parte sulla costa ovest con i Pharcyde ed il loro classico Runnin’ appunto, prodotto dall’immortale producer di Detroit J Dilla che ricomparirà in altri brani. Via quindi con i Blackstreet ed il loro unico pezzo degno di nota (No Diggity ovvio), non a caso produce Dr. Dre, e sempre a Los Angeles siamo. Doon’it di Common e You can’t ride but you can run, esortano poi a correre senza pensarci troppo su, just do it dicono Common e i Dilated Peoples tra Chicago e Los Angeles ancora. Tocca quindi ai due parolieri per eccellenza della storia del rap, Busta Rhymes prima e Pharahoahe Monch dopo (fuori dal rap lui sarebbe pure balbuziente, prova che il ritmo può fare la differenza in più campi), alzare il ritmo e di conseguenza i BPM.


Pharahoahe Monch

E prima del rientro del rapper-attore Common con la sua The Light, pezzo tra i più significativi della storia dell’hiphop di matrice soul/jazz (produce sempre J Dilla) ci pensano gli Outkast, il duo di Atlanta, con la loro folle B.O.B. (che sta per Bombe su Bagdad) ad accellerare alla follia i battiti.
Still Dre, Da Joint e Rap Superstar sono dei grandi classici che non hanno grande bisogno di introduzione e comparirebbero nelle playlist rap all time di chiunque, mentre  He Got Game, pezzo che racconta la corsa al successo del protagonista dell’omonimo film di Spike Lee nel film di basket più significativo ogni epoca, e E=MC2, sono due classici alternativi, per cultori.

Outkast

Da Full Clip a California Love vanno poi in scena delle mine dell’hiphop old school che raccontano la storia di Tupac il maestro figlio delle black panther, la poetica newyorkese dei Gangstarr, la new york più stradaiola di Biggie Small e di Methodman & Redman: pezzi che usciti bene o male tutti tra il 94 ed il 98, hanno ridefinito suono ed estetica black per sempre.
Portano un po’ di funk quindi i Geto Boys, Lauryn Hill e soprattutto i Jurassic 5, gruppo della Bay Area degno erede del funkettonissimmo George Clinton e what if per eccellenza del mondo G-Funk alla Snoop Dogg.

WuTang Clan

Tra The Heist del duo Dilla + Madlib e Cream del WuTag Clan troviamo poi un excursus tra i beat più storti ed allo stesso tempo marci della sponda est, con un interludio di Eminem e Dr Dre con il loro Forgot About Dre, pezzo che nel ’98 fece conoscere al mondo main stream il talento del rapper bianco di Detroit prima del lancio del suo primo album ufficiale Shady LP. 
Nas con World is Yours e Biggie con Juicy ci ricordano poi tra chi fosse la vera battaglia per il miglior flow di new-york nei primi anni 90, prima della scomparsa di Notorious.

Rakim

Il pezzo di Rakim Guess who’s back è li però a testimoniare come anche l’autore del seminale The 18th letter, nonostante non abbia mai raggiunto la notorietà del grande pubblico, potesse dire la sua con i migliori in fatto di flow ed interpretazione. Da Bed Stuy Brooklyn arriva poi il più matto, talentuoso e sfortunato dei rapper della Mela, Ol’Dirty Bastard che con Shimmy Shimmy Ya (pezzo purtroppo alla mercé dei peggiori dj del pianeta che ne hanno fatto un pezzo pop dance) ha fatto ballare generazione di clubbers. CREAM e Wu Tang Clan ain’t nothing to fuck with portano poi il crack nelle strade e la dopamina alle stelle.

Mobb Dep

Mentre i Mobb Deep suonano uno dei pezzi classici delle jam hiphop di tutto il globo, Shook Ones, pezzo che ha avuto una seconda vita anche dopo il 2003 grazie alla comparsata come base portante delle battles di freestyles nel film 8Mile. E proprio Eminem, attore in quel film, è autore di uno dei pezzi da allenamento per eccellenza: ‘Till I Collapse, fino alla fine, fino a che tutto cade. Chiude il pezzo più underground di tutti, prodotto dal producer per eccellenza di Brooklyn, EL-P, A b-boy Alpha del duo Cannibal OX, tra le meteore più importanti della storia della musica black, tra i pezzi più seminali, sincopati e asincroni della storia del rap. Ce n’è per tutti i gusti, basta iniziare a correre. Keep running, keep it real.

Coach Grazielli – OLD SCHOOL HARDCORE

Con il ritorno degli anni ’80 imposto dal fashion biz, sembra che allora tutto fosse magnifico, scintillante e creativo. Beh, siccome io ci ho fatto l’adolescenza negli anni ’80, vi posso dire che non era assolutamente così: dopo la decade dei grandi sogni e ideali, e quella in cui gli ideali si erano scontrati con violenza contro un muro, gli anni ’80 hanno sdoganato tutto quanto di più becero, individualista, edonistico ci fosse.

La cultura mainstream faceva assolutamente schifo, e se anche solo avevi una linea di pensiero minimamente non conforme, eri un disadattato. Pur non avendo mai avuto un animo ribelle, non me n’è mai fregato niente della musica di plastica che proponeva Discoring o le orribili prime radio commerciali. Quando finalmente, tramite lo skate, ho scoperto che c’era gente più o meno come me che faceva musica veloce, aggressiva, con dei testi sensati, ci sono rimasto attaccato.

Sono stati anni fantastici, in Italia la scena hardcore era una comunità unita, ci si conosceva praticamente tutti: si girava per i pochi concerti, ci si scriveva via lettera, compravamo i dischi spedendo i soldi in busta e si viveva per la “scena”. Senza troppi problemi.

Un tipico fine settimana early nineties… GB a Bologna.

Prendevamo in giro i metallari e i fricchettoni, non sopportavamo i discotecari, la musica pop italiana era vista come uno dei grandi mali della nazione e tendenzialmente venivamo emarginati anche perché la gente non sapeva/capiva cosa volevamo, ma siccome in fondo eravamo tutti bravi ragazzi, non davamo neanche troppo fastidio.

Nell’arco di trent’anni, ho imparato ad apprezzare tanti altri generi musicali: il metal continua a farmi schifo e i metallari (sorry guys) continuano a vincere il premio delle persone peggio vestite al mondo, ma tutto quello che è ’60-’70 mi si è finalmente rivelato (continuo ad odiare i fricchettoni). La musica elettronica è diventata una costante della mia colonna musicale, ho solo imparato ad andare a “cercare” quella giusta. Ho smesso di combattere contro la musica jamaicana e a forza di ascoltarla continuamente alle feste (Genova è sempre stata un fulcro della scena ska/rocksteady/reggae) me la sono anche fatta piacere. Ho persino scovato delle cose geniali nel pop italiano. Il jazz, quello lo ascoltavo già di nascosto negli anni giovanili.

Ma alla fine, se salite sulla mia macchina (che non ho più) troverete sempre gli stessi CD di 30 anni fa: quella è stata la mia colonna sonora crescendo, e a grandi linee è la stessa di adesso. Qui trovate una breve selezione essenziale di cosa gira giorno dopo giorno nelle mie orecchie.

P.S. Quei maledetti pantaloni a vita alta che stavano male a tutti negli anni ’80… continuano a stare male a tutti nel 2018. Volete davvero tornare a vestirvi così?

Il viaggio inizia con i più grandi di sempre. Da Washington DC, sono i Bad Brains con l’inno Banned in DC: tutto quello che avete mai chiesto ad una canzone hardcore, e la playlist potrebbe fermarsi qui.
Altra band che ha influenzato generazioni di hardcorers, ancora Washington DC, sono i Minor Threat di Ian MacKaye. Controcorrente, sempre, come la pecora nera della copertina di Out of Step da cui viene Betray.
I Void avevano invece una visione già molto più oscura, intimista: li metto perché è un pezzo micidiale e anche perché piace pure a Paco.
Dei tanti gruppi di Washington, io ho sempre avuto un debole per i Dag Nasty, qui nella versione migliore con Dave Smalley (che ritroveremo anche più sotto) alla voce. Melodia senza togliere nulla alla potenza e immediatezza di un pezzo unico ed un album fantastico.

Bad Brains

Nel frattempo in California c’era la scena punk che sfoggiava gruppi storici: i Black Flag meriterebbero una playlist a parte, ma qui sono al meglio con Rollins alla voce e l’attacco di Rise Above che apre su due minuti di pura tortura. Più melodici ma graffianti gli Adolescents, altra band leggendaria.

Se ascoltavi HC nel periodo 88-92, sai che il fulcro della rinascita del movimento HC è stato uno solo: New York. CBGB’s, Ritz, Bowery… a noi dall’altra parte dell’oceano non restava che sognare le gesta dei vari John Joseph, Ray Cappo o Civ. Apro con l’inno assoluto alla malvagità, Malfunction dei Cro-Mags è una delle canzoni più cattive e disperate che abbia mai girato sul mio piatto.

Cro Mags

Ma è con gli Youth of Today che il malessere giovanile trova uno sbocco positivo e la volontà di costruire un nuovo mondo: Disengage è uno dei pezzi più tardi e mostra già la direzione che poi prenderanno alcuni membri che si avvicineranno al movimento Hare Krsna (no joke), ma musicalmente è favolosa. I Judge erano forse il contraltare di quello che erano gli Youth of Today: molta più pesantezza, molta più rabbia. Dal punto di vista prettamente musicale il loro 7″ ed il seguente LP restano, a mio parere personale, ineguagliati, un perfetto mix di hardcore classico e tempi più lenti con influenza (solo influenza) metal. Ma se dovessi dire un singolo disco che rappresenta al meglio cos’è l’HC per me, dovrei scegliere Start Today dei Gorilla Biscuits, e se dovessi limitarmi ad una singola canzone, beh, allora è Start Today. Penso di poter nominare qualche centinaio di persone a cui basta una nota accennata della intro di tromba per creare un pit infernale. Assoluta.

Gorilla Biscuits

Nella costa Ovest le cose si muovevano comunque. Gli Uniform Choice sfornavano un LP che era un concentrato perfetto di velocità, melodia e testi militanti, con i No For An Answer a raccogliere la loro eredità e mettendoci dentro la voce inconfondibile di Dan O’Mahoney. Ma per noi giovani straight edge, il vero culto erano i Chain of Strenght: quel tempo di batteria lo riconosceresti ovunque e comunque. Per non dire di quanto eri cool a sfoggiare la t-shirt con il logo e le due barre. Inimitabile. Ma il sottoscritto ha sempre avuto un debole assoluto per gli Insted ed il loro Bonds of Friendship, album fantastico, veloce, melodico, graffiante e con dei testi meravigliosi.

Insted

Non sarebbe una vera carrellata di hardcore vecchia scuola, senza qualche buon vecchio gruppo di Boston: io parto con i DYS solo perché gli SSD non sono su Spotify, ma entrambi meriterebbero una canzone. E poi i Jerry’s Kids perché I don’t belong è un inno generazionale.
Controversi ed ironici, gli Slapshot del buon Choke trovano assolutamente spazio, il loro primo LP sono sette canzoni una più bella dell’altra, ma se parliamo di vera ironia, concludo con Alcohol dei Gang Green, tanto per ricordare che l’HC, un po’come la corsa, non è una cosa così seria: “you’ve got the beer, we’ve got the time, you’ve got the coke, gimmie a line!”

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