Ultra-che?

Banana non è un ultrarunner. Non è un ultrarunner e non è tantissime altre cose, ma piuttosto di parlare di chi è vorrei dirvi cosa fa.
Banana è uno che si spara ore di treno per una promessa fatta mesi prima e restata nell’etere. È quel genere (anche se poche persone non credo arrivino a fare un genere) di persone che non ha mai corso una gara di trail o su strada e quando gli chiedi di farti da pacer alla tua prima ultra dice subito di si. Che poi non lo sai nemmeno te che cosa deve fare un pacer ma ti sembra una cosa fica condividere questa esperienza con qualcuno.
Ti aspetta e si spara la pain cave con te, out & back. Non è umano, va avanti a sorrisi e birrette. Corre in silenzio, ma quando inizi a vedere annebbiato lui canta.
Arrivati all’ultimo ristoro dove dovrebbe lasciarti per il loop lui non ha bisogno che tu gli chieda di seguirti per l’ultimo girone dell’inferno, si è già tolto la maglietta ed è avanti a tirarti.
Ti tira tutti i chilometri e prima dell’arrivo rallenta e resta nell’ombra.
E poi beve, salta e balla per tutta la notte.
Questo è Banana. Questo è quello che fa, e questo è quello che ha fatto per arrivare qui.

La prima volta che mio padre mi ha messo gli sci ai piedi avevo circa 4 anni. Non ricordo molto di quei tempi. Mi dicono che non volevo essere lasciato al nido (credo più per paura di morire di fame), e che mi buttavo giù a cannone su qualsiasi tipo di pista. Sono passati trentaquattro anni, e non è cambiato nulla.

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Nel tempo intercorso tra tutti questi anni ho sempre fatto sport, anche di tipo diverso. Così, perchè fare sport è una cosa buona per un bambino in fase di crescita. Ma allo stesso tempo il tarlo di fumetti, giochi di ruolo, e videogiochi, si insinuava e si faceva strada lento ed inesorabile. Poi un giorno ha vinto lui su Frank, il mio amico immaginario con cui costruivo/distruggevo/ricostruivo cose con i mattoncini Lego, da solo nella mia piccola camera che dava su una chiostrina dove raramente (per non dire mai) arrivava la luce diretta del sole.

Quel tarlo però mi permetteva di continuare a viaggiare con il pensiero, di immaginare, di sognare. Fino al punto in cui preferivo più immaginare che fare. Ma cominciare a fare il mio (ancora attuale) lavoro, che ti impone di stare seduto davanti allo schermo di un computer per 8+ ore, non mi aiutò.

Un giorno, non ricordo bene come, mi resi conto che quel tipo di vita/non-vita mi aveva reso sedentario. E pesante. Molto pesante. Il giorno successivo andai a comprare un paio di scarpe da corsa al primo negozio di articoli sportivi che trovai vicino casa. Quel giorno corsi cinque minuti. Fu traumatico. Il giorno dopo corsi un paio di minuti in più.

Qualche settimana dopo correvo una media di dodici km per cinque volte a settimana. Quel primo paio di scarpe mi ha sorretto per più di mille km.

Non sapevo nulla di corsa. Di gare. Di quanto dovresti correre con un paio di scarpe prima che ti facciano più male che bene. E non mi interessava. Era una cosa mia, che facevo solo ed esclusivamente per me. Senza un fine. Senza un perchè.

Più tardi scoprii che, anzichè fare il criceto nel parchetto vicino casa, potevo correre per boschi, in montagna, in tanti altri posti. Per me la montagna era andare con mio padre in settimana bianca, e gettarmi su qualsiasi tipo di pista. Poi ho capito che in montagna si potevano fare tante altre cose. Cominciai ad arrampicare, ed il primo corso che seguii fu quello di alpinismo su roccia.

Come per tutte le cose, per poter ampliare il range di possibilità mi resi conto che dovevo allenarmi. E allora vai in palestra, tira tacche, mettiti sugli strapiombi. Ma la corsa era sempre lì. Non riuscivo più a vedere me stesso senza quel paio di scarpe che mi facevano macinare kilometri, senza un fine. Senza un perchè.

Quel gesto, mettere un piede davanti all’altro, mi ha supportato sempre. Mi ha fatto vedere posti stupendi. Mi ha fatto provare tante emozioni diverse. Mi ha fatto esorcizzare tanti mostri. Mi ha tenuto la mano mentre passavo i periodi più brutti della mia vita. Quelle scarpe erano sempre lì. Non volevano nulla da me. Non dovevo avere un motivo per indossarle.

Qualche anno dopo Eva mi chiede se voglio supportarla in questa sua sfida con se stessa: correre cinquanta km. Cinquanta? Effettivamente tanto tempo prima avevo pensato di provare a correre una maratona per rendermi conto di cosa si trattasse. E non lo avevo fatto. Ma cinquanta km? Come si fa? Cosa ci vuole per riuscire a farlo?

Lusingato, accettai la proposta più che volentieri. Ci accordammo sul fatto che avrei corso una ventina di km nel mezzo di questa fantomatica “gara”, se me la fossi sentita. Credo di poterlo fare, o almeno ci provo. A malapena ho corso 15 km di seguito negli anni precedenti, magari a 20 riesco ad arrivarci.

Prendo un paio di treni che mi portano, dopo un adeguato ritardo, in una città a me estranea. Eva e Simone mi prendono alla stazione e mi portano in mezzo al nulla, dopo una serie non ben definita di curve. C’è un ragazzo che mi viene incontro, mi abbraccia, come se ci conoscessimo da una vita, e mi dice che è super contento che io sia lì. Ci mettiamo davanti a un fuoco con qualche birra in mano ed ho la sensazione di ritrovarmi in mezzo ad un gruppo di amici di vecchia data. Domani tutte queste persone, che vivono parecchio lontano tra di loro, correranno insieme cinquanta km, là in mezzo al nulla. Senza un perchè.

Mi unisco ad Eva dopo che lei ha già corso 10 km. Inizio a correre accanto a lei. Le ore passano. I km passano. Ogni tot ci sono delle specie di ristori autogestiti. In ognuno di questi, persone a me sconosciute mi trattano come se fossi uno di loro. Le ore passano. I km passano. Eva riesce nel suo intento. Corre cinquanta km. Io ne corro quaranta. Quaranta km sono meno di una maratona. Una maratona non è un’ultra.

Se mai qualcuno mi chiederà se corro le ultra* dirò di no. Non è ciò che faccio. Non mi faccio definire da nulla. Nè certamente dal numero di km che riesco a fare mettendo un piede davanti all’altro. Ma da quel giorno mi sono sentito parte di un gruppo trasversale di persone che mi hanno preso per mano e mi hanno fatto sentire parte di qualcosa. Sono stati loro a farmi sentire parte di qualcosa. Senza un perchè. Forse sono loro la definizione di ultrarunning. Forse ciò che rende l’ultrarunning quello che è sono le persone.

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