Fall apart (an’ tear it down)

Sono passate più o meno 24 ore dal mio arrivo a Chamonix dopo i 101 chilometri della CCC e mentre mi riposo in furgone mi sembra un buon momento per buttar giù qualche pensiero su queste ultime ore, anche se probabilmente da tutto il casino che ho in testa uscirà fuori un pezzo di “emozionante cinismo” (nuovo genere letterario appena inventato dalla sottoscritta).

I turn the motor on. I leave, I’m moving.

Visto che li ho menzionati, ci terrei a dire che a detta del mio orologio e di LiveRun (the bitch app, che dopo essere stata refreshata senza sosta negli ultimi giorni verrà presto cestinata) i chilometri della CCC sono 99 e qualcosa e non 101 e quindi bisogna smettere di menarsela con quella storia del “quell’ultimo chilometro lo senti tutto”.

Un’altra cosa che tengo a dire è che è la prima volta che corro su questa distanza e che partecipo ad un evento del genere e che quindi le mie considerazioni sono frutto di uno sguardo, se si può dire, sorpreso.

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I stop people faces, right in front of my eyes

Ci sono parecchie cose che mi hanno sorpresa nelle 24 ore passate a correre, o meglio, cercare di muovermi il più veloce possibile. Per esempio mi ha sorpresa che i volontari – che stanno lì a farsi il culo per mille ore – sono più presi a bene dei partecipanti alla corsa. Direte “beh ma loro non si devono sparare 100 k e 6000 di dislivello”. E qui voglio chiedere agli altri partecipanti: “siete stati qui per vivere una bella – benchè dura, ma si sapeva – esperienza, o vi hanno costretto ad iscrivervi?”. Fatto sta che sono veramente poche le persone che ho incontrato e che stavano correndo che mi hanno sorriso e me le ricordo benissimo, proprio perché sono, sorprendentemente, poche. La prima è stata una ragazza che è uscita con me da Arnouvaz con la quale ho discusso dei poteri benefici e diuretici del cocomero e con cui ho trovato un posticino per fare la pipì prima della salita di Col Ferret, dove sarebbe stato impossibile farla. Lei è stata l’unica ragazza che ho visto abbassarsi i pantaloncini e fare pipì con nonchalance mentre i ragazzi non si fanno nessun problema e praticamente ti pisciano davanti alla faccia. Ok, te la stai facendo sotto, ma falli sti due metri in più per toglierti dal sentiero, no?

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andiamo a far deprimere qualche ragazzo a Col Ferret ph. flash-sport

Un’altra cosa che mi ha sorpresa è che la gente in discesa non corre e che soprattutto non ti fa passare manco morta. Ne parlavo ieri con il Coach, che questa cosa succede proprio nel – se si può dire – “range medio” delle persone che stanno facendo la gara più che altro per finirla.

Note per il futuro: allenarsi di più per scoprire se quelli forti sono più simpatici e più presi bene.

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freccia a sinistra e passare ph. flash-sport

Sulla salita di Gran Col Ferret, invece, mi ha stupito che la gente – e ripeto la gente normale che non va forte – se andasse un po’ più lenta verrebbe soggiogata dalla gravità e andrebbe in retromarcia. Non che io sia forte eh, ma ho visto degli ingorghi (e anche delle auto ferme in corsia d’emergenza) che manco ad agosto sull’A4. Comunque, mi sono sorpresa di recuperare tanto in salita e soprattutto di divertirmi un casino. Sarà che sono abituata a sentieri un po’ più tecnici e pendenti ma sbacchettare ad un ritmo costante è stato uno spasso. E diciamocelo, anche ciccare un centinaio di ragazzi che si prendevano male, è stato piuttosto divertente.

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Do I feel really good? Yeah, maybe… Would I really feel bad? Not sure of… But it could be

La prima persona con cui ho condiviso un po’ di strada, invece, è stato un ragazzo che ha preso la mia scia in salita ed ha approfittato della mia cattiveria del momento. Dico approfittato perché, devo dire, mi sono sentita un po’ sfruttata perché dopo che carinamente mi sono girata e gli ho detto “ehi, we’r making a great job together” appena non ha avuto più bisogno di me mi ha superata senza proferire una parola.

Scollinato ho un po’ rallentato per mangiare e un ragazzo, mandato direttamente dal Karma per riequilibrare quanto appena accaduto, mentre mi ha passata mi ha dato una pacca e mi ha detto “you are doing good” o qualcosa del genere. Seconda e ultima persona simpatica della giornata.

A La Fouly sono arrivata un po’ svuotata e in deficit di calorie, e ripartire è stata dura. Qui ho imparato una lezione importantissima su di me ed ho capito che ci metto un po’ a ripartire e che devo essere semplicemente paziente e darmi un po’ di tempo. Comunque, visto che stavo un po’ giù e ancora non sapevo questa cosa, mi sono improvvisamente ricordata di aver portato l’Ipod, così ho caricato con la “roba pesante” ed ho fatto partire la selezione che avevo preparato e denominato “Playlist Salvavita”. Qui, sono rimasta sorpresa, forse stupefatta, dalla mia reazione e dai poteri dopanti della musica in gara. Mi sembra mancassero una decina di chilometri a Champex e mi sono detta “sono solo 10 chilometri, corrili come se fossero SOLO questi 10 chilometri e fossi uscita per allenarti. Quante volte hai corso 10 chilometri?”. Non so, ma me lo deve dire chi ha più esperienza di me, se questo dividere la gara in blocchi sia una buona cosa o è meglio tenersi e vedere la gara in una prospettiva complessiva. Fatto sta che in discesa verso Praz de Fort, complici le cuffiette e il sentiero fichissimo, ho corso forte e mi sono divertita un casino. Sembrava che ogni canzone fosse perfetta per quel momento e mi sono ritrovata a canticchiare, dimenarmi e ad essere odiata da tutti i presi male che superavo. Ripeto: ma perché la gente non corre in discesa? Non gli fanno male le gambe a frenarsi?

Ma soprattutto, e questo lo dico a tutti quelli che ho visto andare lenti con le cuffiette: che caspita di musica vi ascoltate?

Arrivata a Champex, il primo ristoro dove è ammessa l’assistenza, non mi sono nemmeno seduta, un po’ perché avevo paura di rimetterci tanto a sbloccare le gambe dopo, un po’ perché veramente non c’era posto.

Nota per chi fa assistenza: lasciate posto a sedere per chi corre che con vostro marito ci cenate tutte le dannate sere.

Dopo aver finito la mia cena liquida a base di cocomero e brodo (non insieme, ve lo assicuro, ma quasi) frontale in testa e via per la terz’ultima salita. Ci metto sempre un po’ a ripartire ma la forestale in leggera discesa prima di attaccare a salire mi aiuta e riprendo ad andare ad un ritmo decente. Anche qui, la playlist mi regala delle perle e salgo chiusa in me stessa passando un po’ di ingorghi. La cosa più difficile è che dopo che hai superato un gruppetto generalmente ti succede che per qualsivoglia motivo devi fermarti un attimo e che – metti che stai pisciando – subito vedi delle frontali dietro di te e ti tocca ripartire con i pantaloni ancora abbassati per non dover rincontrare le persone che hai appena passato. Altrimenti, affari tuoi perché non ti faranno ripassare mai più.

In discesa verso Trient ho la frontale un po’ scarica e vado piano perché non ci vedo bene. In più inizio ad avere sonno, forse proprio perché la poca luce mi fa abbassare le palpebre. Ma a Trient mi aspetta Bani, così cerco di tirarmi su e di arrivare al ristoro. Purtroppo, e qui, devo fare un appunto all’organizzazione che è stata in tutti gli altri aspetti impeccabile, il bus che doveva portare (come da programma) Bani da Vallorcine a Trient non è mai passato. Così, dopo averlo sentito al telefono ed aver scoperto che avrei dovuto aspettare per vederlo, mi sono veramente buttata giù. In più dentro non c’era posto e girava della musica terribile. In compenso riesco a cambiare le batterie alla frontale, butto giù un gel Espresso Love, mi chiudo nell’antivento e cerco di pensare solo ad andare avanti ed arrivare a Vallorcine. Soprattutto perché, poraccio, sono ore che sta lì ad aspettare il bus. Le gambe, anche se dure, girano ancora.

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cena liquida

È sorprendente quanto sia bello vedere una persona a cui vuoi bene è che è li per te. Bani mi aiuta a rimettermi in sesto e mi da un calcetto verso la prossima – ultima – salita.

Quando arrivo all’attacco e vedo le frontali sul Col des Montets ho un mancamento. Tra l’altro, se pensavo fino a quel momento che le salite erano tutte facili e poco pendenti ho tempo di ricredermi. La notte sta per volgere al termine e mentre salgo non riesco più a distinguere le frontali dalle stelle che sono in cielo. Spero solo di non dover arrivare fin lassù. Anche se piano continuo a salire costante, senza mai fermarmi. L’unico pensiero è continuare ad andare. Arrivo a Tete au Vents alle prime luci dell’alba, e auguro a tutti di avere l’occasione – magari non in gara perché vuol dire che non state andando forte – di vedere il massiccio del Bianco in quel momento e con quelle luci lì. Purtroppo non ero nelle condizioni mentali per godermelo e nemmeno il sapere di aver finito con le salite mi ha rincuorata. L’ultima salita mi ha imballato le gambe e il traverso pietroso che porta a La Flegere è stato un supplizio, tanto che arrivo all’ultimo ristoro e faccio fatica a ricacciare dentro le lacrime. Sono disidratata e non ho più voglia di nutrirmi, e a dir la verità, non mi importa neanche così tanto di arrivare.

Però, cerco di ricordarmi che a Eva di qualche ora fa, anche se non me l’aveva detto, importava di arrivare in fondo. E in più ci sono tutte quelle persone che mi hanno seguita in queste lunghissime ore e sarebbe veramente un peccato deluderle.

Non ho solo idea di come fare a correre questi ultimi 8 chilometri in discesa. Le gambe sembra non vogliano collaborare.

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I open my eyes. I see the road.

Mi asciugo la faccia, mi do una sistemata e inizio a scendere corricchiando e aiutandomi con i bastoncini. C’è qualcosa che non va al mio tendine d’achille e so che sto facendo un torto al mio corpo ma penso che l’unica soluzione è provare a correre e quando finalmente il sentiero si allarga metto via i bastoni e mi dico che – dopo solo 23 ore – è arrivata di nuovo l’ora di correre. Non smetterà mai di stupirmi quanto, nonostante siamo da buttare, riusciamo a correre – anche in maniera decente direi – gli ultimi chilometri di una gara.  Passo da La Floria e so che manca veramente poco, perché quell’ultimo tratto l’ho già corso l’anno precedente. Arrivo a Chamonix e vedo prima Ombra, poi Bani, Maria Carla, Davide e Mati e mi rendo conto che è andata. Ombra mi trascina all’arrivo correndo come un pazzo. È bello correre da soli per tante ore, ma, e questo non mi sorprende affatto, sedersi e cazzeggiare con gli amici è una ficata.

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il cane più fotografato di Chamonix

Un po’ mi vergogno quando mi dicono “brava che sei stata” perché credo che correre 100 chilometri in 24 ore non sia niente che non possano fare molte persone. È il bello e il brutto dell’ultrarunning: tutti (o quasi) se lo vogliono possono correre lunghe distanze.

Il problema vero è che poi quando corri per 24 ore poi ti servono tre pagine per raccontare l’esperienza, e qualcuno, è anche costretto a leggerle.

Scusate. La prossima volta cercherò di metterci meno, in tutti i sensi.

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catch us if you can
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we fuckin drive ph. flash-sport

 

4 pensieri riguardo “Fall apart (an’ tear it down)

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