Un tempo lo facevamo tutti

Testo di Elena Adorni

 

Capitolo 3: Destination Santa

 

Alla fine di settembre compio trent’anni. Da anni mi ero promessa di giocarmi il rito di passaggio all’età adulta correndo 50km in montagna. Quelle cose che dici ad alta voce, quasi per ridere, ma rimangono dentro di te e poi bisogna farci i conti.

Quando ho conosciuto Eva me ne sono ricordata. Era dicembre a Santa Caterina e faceva freddo. Si scivolava sul vialetto e il giardino era coperto di neve e Ombra giocava con le palle di ghiaccio invece che con i bastoncini. Destreggiandoci tra un’uscita con le pelli e l’altra, Eva è riuscita a convincermi che la corsa non è solo uno sport da white daddy inglese di classe media, ma che l’ultrarunning può avere la sua buona dose di quella che io chiamo ‘ancestralità’. Poi è arrivata la primavera, e poi è arrivato il Covid. Con un fisico mezzo a pezzi dopo un inverno in Canada vivendo in un camper, sciando prevalentemente in pista per migliorare il livello e lavorando come lavapiatti, di colpo mi sono trovata da un giorno all’altro in Italia, nel paesino in cui sono cresciuta, il luogo da cui ho cercato in tutti i modi di scappare per più di dieci anni. Qualcuno mi aveva detto che la vita è una spirale, non proprio una linea retta.

Non sono mai stata una persona paziente, ma ho pensato che quello sarebbe stato il momento di cominciare ad allenarsi. Ho iniziato a correre segretamente lungo il fiume, nel boschetto dietro casa dei miei genitori. In piena emergenza Covid, il piano di allenamento pensato dal DU coach Tommaso dava struttura a giornate molto incerte. Con tutti i piani di vita e lavoro messi in standby, il mio compagno dall’altra parte del mondo ed una pandemia mondiale in corso, il calendario di training peaks è diventato la mia ancora di salvezza al tempo presente. Non importava se quel giorno avessero proclamato lo stato di emergenza in Cile e che il paese stesse collassando, che George Floyd fosse stato ucciso dalla polizia  o che i morti in USA e Brasile avesse superato i centomila.

Sono qui, ora, e in questo momento devo mettere le scarpette e uscire a correre.

La mia percezione del tempo è cambiata da prima della pandemia. I mesi sono diventati più lunghi e i giorni più veloci. Ho dovuto imparare a fermarmi, a non pensare al futuro. E la corsa, in questo, è la più grande maestra. In un rollercoaster di emozioni e cambiamenti, è arrivata dall’alto come un deus ex machina nei momenti tragici della mia esistenza per dirmi all’orecchio: rimani qui, andando avanti. Ho corso per trenta minuti, un’ora, due ore, poi tre, poi cinque. Ho corso da sola la maggior parte del tempo, quasi sempre con la musica sparata nelle orecchie. Ho corso lungo il fiume della mia infanzia, pieno di serpenti neri e deturpato dall’uomo e dalle centrali idroelettriche.

Ogni tanto ho corso anche con altre persone. Nicolò e Gabriele mi hanno aiutato a fare i primi lunghi. Abbiamo raccolto piume di poiana e celebrato un funerale ad un capriolo sbranato da un lupo. Con Eva abbiamo guadato un torrente in piena arrampicandoci su un tronco scivoloso e instabile. La corrente era così forte che dovevi urlare. Quando siamo arrivate dall’altra parte, ci tremavano le gambe per l’adrenalina. La montagna ci ha reso un po’ sorelle e quella baita di legno con i fiori e le bandierine, in due settimane è diventata un po’ anche casa mia.

Arrivo a Santa Caterina Valfurva il pomeriggio prima della gara. Eleonora, che è venuta con me, ci aiuta a preparare i premi gara che sono dei taglieri di legno fatti a mano da Luigi, l’uomo più grande del mondo che viene sempre all’agriturismo a bere vino rosso e taneda a qualsiasi ora. Quando le prime persone arrivano, inizio a collegare volti a nomi letti online ed email scambiate nelle nicchie virtuali del nuovo outdoor italiano. Dopo una corsetta di trenta minuti in cui quasi mi si stacca un polmone durante un allungo per la disabitudine alla quota, mangiamo una pasta al pesto, faccio il fuoco e decido di andare a dormire molto presto. Per poco non mi perdo Banana che distribuisce in un rituale silenzioso i bellissimi pettorali di stoffa. Prima di addormentarmi, la mia amica Eleonora, che non corre, mi dice che non capiva cosa volesse dire ‘distribuire i pettorali’ e pensava che ci saremmo messi tutti in cerchio a fare dei push ups in giardino alle undici di sera.

Mi sveglio alle sei. I cinque temerari che corrono la corsa di 80km sono partiti già da un’ora. Medito, faccio stretching come in una mattina qualsiasi. Faccio colazione guardando il cielo e l’alba, che arriva dorata sui camper bianchi nel prato. Sarà una bella giornata, farà caldo. Non capisco dove vadano a finire le due ore dedicate a prepararmi, sono già quasi le 8 e faccio lo zainetto di fretta, mettendo dentro tutto a caso ma non troppo. Mi agito un po’ e non trovo il mio Garmin dell’anteguerra. Non sono riuscita ad andare al bagno a comando, dannazione, spero di non farmela addosso lungo la strada. Alla partenza, Banana ci invita a non guardarci i piedi, ma a guardare su in alto e intorno a noi, perché il percorso sarà davvero bellissimo.

Partiamo con il campanaccio. La folla composta da una trentina di persone si divide in tre gruppi. Gli spavaldi davanti. Poi altri due mucchi di corpi che corrono, chi con zaini grandi, chi con zaini piccoli, chi con niente. Rimango da sola, in coda, prendendo il mio spazio e cercando fin da subito di non seguire nessuno e tenere il mio ritmo. La salita inizia praticamente subito e corriamo tra baite e boschetti. Mi ritrovo dietro Maria Carla e Davide che chiacchierano tranquilli. Al primo bivio tutti sono incerti. Ho imparato a memoria le parole chiave da seguire come un mantra, ma le ho anche scritte per sicurezza su un foglietto che tengo nella tasca dei pantaloncini e che presto sarà ridotto a poltiglia bianca. Forse il gruppo degli spavaldi ha sbagliato strada iniziando a salire. ‘Confinale, Cavallaro, Pradaccio, Zebrù’, recito nella mia mente. Prendo il sentiero che sono convinta sia giusto e perdo il gruppo, voglio rimanere dietro tutti e non seguire nessuno. Il Garmin dell’anteguerra, sballato dalla quota, perde la connessione per 2km circa finché non me ne accorgo e lo riconnetto, ma ormai la distanza percorsa non è più corretta. Poco male, lo guardo solo per ricordarmi di mangiare e fuck the rest. Allo scoccare di ogni ora butto giù un gel e un pezzetto di barretta religiosamente. Altrettanto religiosamente, cerco di tenere le borracce piene e di idratarmi tanto. Ad un altro bivio mi ritrovo con tre tizi che mi scambiano per una local. Hanno un gps ma non sanno usarlo. Si presentano, ma mi dimentico i loro nomi. Uno dei tre mi chiede se sono una di quelle forti che corre a livello nazionale e se sono sola. Triste come alcuni maschietti si sentano di esprimere giudizi sulle abilità femminili anche durante una gara che è più una corsa tra amici che una competizione. Decido di lasciare il femminismo a casa e fare finta di non sentire. Non lascio mai commenti del genere impuniti, ma devo davvero risparmiare le energie mentali oltre che quelle fisiche per arrivare in fondo a questa cosa. Non posso nemmeno superarli perché consumerei troppo gas. La butto sul ridere. Gli dico che sono i tre moschettieri. Corrono insieme, pisciano insieme e hanno tutti e tre gli stessi calzini.

Inizio a vedere le indicazioni per Passo Zebrù e cresce la mia preoccupazione per la salita della muerte. Faccio andare avanti Atos, Portos e Aramis che vanno belli spediti con i loro bastoncini-spada. Fa caldo per essere a duemila metri. Il sole batte, io non ho neanche un cappellino, ma sopravviverò. Mi ricordo del mio PJ sandwich e lo mangio al km 18. Game on. Mentre mastico il pane molliccio mi sento una specie di rettile per il modo in cui muovo la bocca. Di tutta quella salita ho ancora ricordi un po’ confusi. So solo che era tanta. E’ strano come anche in gara cambi il senso del tempo, che passa velocissimo nel presente ma poi si dilata nella memoria. Vado piano, e penso alle parole di Banana. Alzo la testa dai piedi e guardo intorno, chiedendo un aiutino alla pachamama. Le montagne grigie e bianche mi abbracciano. Dopo guadi di ruscelli e tante rocce per quello che penso siano due ore di salita, vedo la neve. Si cammina sulla neve, non si corre perché si scivola ma chi è passato prima di noi ha fatto degli scalini quindi è piuttosto facile. Mi animo, se c’è la neve siamo quasi arrivati. Prendo un gel appena prima dell’ultimo tratto di salita. Mi fa venire un conato di vomito vuoto. Sento il campanaccio di Eva e la voce di Eleonora che grida forzaaaaaa. Arrivo su, mangio un pezzo di barretta. Eva mi dice: stai bene? Io: si. E inizio a volare giù fino al rifugio Pizzini, cercando di andare più veloce che posso senza schiantarmi e senza che i miei quads si straccino.

Tengo un bel ritmo per un po’, corro nei prati viola e freschi, con l’erba che mi tocca le caviglie. Cerco di distendere le dita dentro le scarpe e di sentire il terreno sotto la pianta del piede. Quello è stato il pezzo di percorso più memorabile, e non solo perché fosse il più corribile. Mentre mi fermo a prendere acqua ad un torrente incontro un tizio che si chiama Enrico, sembra tranquillo, gentile ma soprattutto silenzioso quindi decido di correre con lui per un po’. Andiamo avanti spediti, passiamo il ghiacciaio dei Forni maestoso ballonzolando sui ponti tibetani. Siamo più o meno a 30km e sento le forze un po’ mancare. Enrico prende il lead, mangio un pezzo extra di barretta. Lo seguo, non lo perdo mai di vista, accelero. Ci sono ancora salitine stronze che arrivano all’improvviso e che non piacciono ai miei quads. Ma continuo. Uno, due, uno due. Corriamo e scivoliamo su rocce rosse e bellissime che sembra quasi di essere su un altro pianeta. Poi intorno al km 32 il sentiero diventa corribile e single track. Ci sono tanti, tantissimi turisti. Si insinua nella mia testa il pensiero da outdoor supremacist del tipo ‘che palle perché non stanno a casa, buttano pure i fazzoletti a terra ma lo scaccio subito via. La montagna è inclusiva e non esclusiva e se queste famiglie vanno a vedere un ghiacciaio invece di andare al centro commerciale, è una cosa bella. Ma cerco di risparmiare anche in questo caso le energie mentali. Mi fermo a fare pipì e arriva Paco, che dice che si era perso. Corre un minuto con noi e poi accelera velocissimo e lo vedo sparire. Ma come fa, mi chiedo. Al km 38-39 mentre riempivo l’acqua sento una voce che urla ‘stiamo venendo a prendervi’, era Paco. Metto il turbo. Nel boschetto che mi da tregua dal sole a picco penso ad Hector e a quanto sarebbe bello vedere il suo viso tra qualche chilometro. Mando giù l’acqua salata accumulata negli occhi. Non è il momento per la malinconia. Continuo ad inciampare ma è come se ci fosse una forza magnetica che mi tiene su e non mi fa cadere. Vado più veloce che posso e inizio a vedere segni famigliari nel paesaggio, la casa a pallini, il ponticello delle ripetute, accelero ancora di più. Perdo Enrico, mi chiedo se è così gentile da farmi andare avanti e non accelerare. Ma non importa. Adesso c’è solo l’arrivo.

Non gareggiavo da anni e non avevo mai corso una maratona, ma mi ricordavo che gli arrivi fossero fatti di applausi, campane e high fives. Invece non c’è quasi nessuno. Due, tre facce sconosciute sedute a un tavolo che probabilmente erano arrivate la sera prima quando ero già a dormire. Pensavo fossero già tutti arrivati e si stessero lavando al campeggio. Sento Banana che mi vede e urla ‘attenzione’. Il percorso della maratona era di circa 42 km, sapevo già che avrei dovuto farne altri nove da sola per arrivare a 50. Mi piacciono i numeri tondi, che ci posso fare? Eva, che avrebbe dovuto correrli con me, non c’è. E’ dovuta rimanere su al passo per problemi tecnici. Non mi arrabbio, mi basta l’abbraccio di Banana per buttare giù l’ultimo gel e ripartire verso la strada forestale. E’ strano continuare a gareggiare contro te stesso quando tutti hanno finito, non c’è la stessa spinta, ma lo faccio, mentre le gambe mi chiedono di smettere ma non stanno nemmeno messe così male alla fine. Mi dimentico quasi perché lo sto facendo. Cosa ci faccio lì da sola correndo pianissimo su quella stradina sterrata in salita? Potrei farne altri 20, forse. Il Garmin si scarica. Forse la prossima volta. Arrivo alla baita per la seconda volta, stavolta ci sono più persone. Il cuore mi batte forte, ce l’ho fatta. Paco dice: come ci si sente ad aver corso 50k? Mi sdraio a terra a quattro di spade. Pensavo peggio. Sento il sollievo. Sento tranquillità e pace. Eva dopo un po’ arriva e urla scusaaaaa e mi abbraccia.

Con la prima birra scopro aneddoti vari. Qualcuno dell’ultra si è perso, Eva lo va a prendere. Povera, ha una faccia così stanca e bruciata dal sole che sembra abbia corso anche lei. Penso di essere fortunata ad avere amici come lei e Banana. Vedere quanto qualcuno si sappia sbattere per gli altri gratis è un grande indicatore di qualità umana. Scopro che Filippo dopo essere arrivato primo al passo Zebrù è scoppiato ed elemosinava Eva per un gel e aveva chiesto a turisti al rifugio di farsi riportare giù in macchina poi Paco l’ha preso e l’ha costretto a correre fino in fondo. Giulio ha perso la chiave del furgone e non sa come tornare a casa. Arriva Andrea, il vincitore dell’80km, fresco come se ne avesse corsi dieci. I tre moschettieri sono anche loro arrivati stremati al passo e si sono fermati al rifugio per mangiare qualcosa. Mi salutano e mi fanno i complimenti, dicono che mi hanno vista dal rifugio correre via. Paco ha continuato a sbagliare strada. Davide era con Maria Carla ed era così tranquillo che si è fermato a fare le foto ai turisti. Vengo dalla scuola inglese dove chi corre bene una gara non è necessariamente il più veloce, ma chi si sa orientare meglio. Come ho imparato da questa nuova e incerta normalità di vita pandemica, non ho superato nessuno e ho lasciato che le cose si aggiustassero da sole e facessero il loro corso. Sono arrivata terza e ho portato a casa uno dei taglieri di Luigi per essere stata la prima donna.

Seduta su quel prato mi ritrovo a condividere una giornata speciale con volti nuovi, che come me amano questa strana attività di correre su lunghe distanze mentre la maggior parte dell’umanità si è dimenticata come si fa. Quando l’uomo non era quello che è oggi, lo facevamo tutti. Dovevamo farlo per mangiare e per sopravvivere.

Mi sono ricordata di quando Hector era tornato da un mese di spedizione in Denali. Per tutta la settimana dopo il rientro, si era comportato in modo strano, come se gli servisse gradualmente tempo per riabituarsi alla normalità con quello che aveva intorno, persone e ambiente, dopo essere stato per giorni e giorni in uno stato brado di sopravvivenza, fatica, su un ghiacciaio a meno quaranta. Lo rispettavo, ma non riuscivo a capirlo fino in fondo, perché non l’avevo mai provato sulla pelle.

Ora, forse, so cosa significa.

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