Transamericana – il film di Rickey Gates

Se penso alla cinematografia del settore outdoor il processo che c’è stato è più o meno questo (sono ovviamente solo esperienze e opinioni personali).


Ai tempi delle superiori riuscivo, tramite riviste, fanzine e tante ricerche su qualche rudimentale motore di ricerca, a trovare dei documentari sugli sport di nicchia di allora. Perlopiù tamarrate tipo freestyle motocross e snowboard/surf. Erano sport talmente di nicchia che a volte erano vere e proprie scoperte (sul serio ti puoi lanciare giù in MTB dai canyons, cadere e non morire?)
Ci voleva una settimana per scaricarne il 50% a casa dell’unico amico con un adsl e ci trovavamo a vedere questi filmati in loop, imparando la colonna sonora a memoria e osservando le riprese perlopiù artigianali in modo ossessivo.
Il tutto aveva un atteggiamento molto punk, che alla fine ha portato alla nascita di sport come lo snowboard e appunto il freestyle/freeride in mountainbike o su una moto.
Si parla di Travis Pastrana quattordicenne che faceva trick adesso considerati per bambini che però sembravano futurisici, o dei fratelli Kratter che scendevano una ringhiera con la tavola e facevano vita di party: “training kills pilots” si diceva in quei tempi.
I primi documentari sull’arrampicata che ricordo sono King Lines e Reel Rock. Qualche video su Sharma che lancia su un buco urlando e poi vola, cose che replicavi nel muro di mattoni sotto casa.
Della corsa non c’era traccia, uno sport così noioso non aveva alcun fascino per un adolescente di allora, e nessun mercato in generale. Le gopro non esistevano e le riprese in POV non erano concepibili.

Arrivato YouTube in breve ha iniziato a crescere e la società è cambiata drasticamente.
Il livello qualitativo si è abbassato per via dell’amatorialità delle riprese, ha raso al suolo (o costretto a reinventare) la professione di videomaker professionista, perché chiunque poteva farsi un video. Da lì in poi chiunque avrebbe rischiato l’osso del collo per una ripresa, lo facevamo anche io e i miei amici, anche se avevamo forse solo una macchina fotografica usa e getta e facevamo colletta per stampare le foto dal fotografo.

Anni dopo, internet è diventata la quotidianità e la nostra vita, come sappiamo, e la cinematografia di conseguenza è cambiata. Si è iniziato non solo a leggere di UTMB, ma anche a vedere qualche trailer di lancio. Di quei tempi ricordo i brevi video di Seb Chaigneau, una sorta di tutorial, e quelli di Kilian, voluti da Salomon che grazie al catalano è diventata ciò che è.
Erano video semplici, a metà tra gli advertising delle aziende e piccoli spezzoni di loro consigli o report di gara. Il livello si è ovviamente alzato ancora, di sicuro grazie alle aziende che hanno iniziato a finanziare questi media fino ad arrivare a dei veri e propri video o documentari sulla corsa.

Già, una volta ho avuto dei capelli


La curiosità di sana scoperta dei primi video nasceva dai luoghi in cui correvano e poi, grazie al successo dei reality e dell’annullamento della privacy tramite internet, la curiosità si è spostata verso aspetti più intimi,  quello che adesso definiremmo “lo storytelling”, ovvero la storia che c’è dietro le riprese, ma anche e soprattutto la vita dei corridori, cosa mangiano, come si allenano e  dove vivono.
Un processo di crescita ed esposizione ai media che ha avuto aspetti positivi e negativi.
Se prima vedendo un video di tricks sponsorizzato da RedBull potevi eccitarti come un bambino poi il tutto (almeno per me) è diventato assolutamente piatto.
La curiosità che prima avevo di sapere che materiali venivano usati ha lasciato posto a marchette infinite, loghi martellanti delle aziende finanziatrici e video senza storia e sempre più piatti, perché buttati nello stesso scatolone. Vedere un atleta che si stappa un energy drink e esegue il suo trick mi emoziona come fare il bucato.

Ho iniziato a partecipare come spettatore a film festival e rassegne cinematografiche sull’outdoor e anche lì ho avvertito un appiattimento generale e delle aspettative spesso disilluse.
Tolto qualche sporadico caso di film che ancora mi piacciono, come quelli di Joel Wolpert, il resto ha preso un’accezione così smaccatamente commerciale e dettata dai voleri delle aziende che il più delle volte vuole mostrare l’azienda prima della personalità dell’atleta, plasmarne i valori e ciò che dice, agendo come una censura religiosa dove serve e trasmettendo il solo e unico messaggio “siamo perfetti e bravi, tu compra”.
Cosa che è oramai diventata un modus operandi alla luce del sole anche nell’editoria di settore: se da una parte democratizza i mezzi (chiunque crea contenuti), dall’altra appiattisce tutto verso il basso. Vi giuro che su una rivista poco tempo fa ho letto queste righe sul report di viaggio di due ragazzi in Asia mandati dall’azienda che ha una sede produttiva:

“La soglia di povertà è altissima e tutti vivono di una vita semplice. All’occhio dell’occidentale potrebbe sembrare, oltre che molto difficile, anche assai noiosa la quotidianità, spesso non c’è la concezione del cosa fai nel tuo tempo libero? Si resta tutti uniti, si va al bazar, si passano le ore a pregare in moschea o in famiglia.
[…]
Certo, anche in fabbrica c’è un ritmo sostenuto, ma c’è l’allegria di un ambiente sereno dove, oltre a imparare un mestiere, si insegna l’educazione e il rispetto per se stessi e gli altri”.


Ok, questa cosa è apparsa su una rivista di settore nel 2020, non in un manifesto di propaganda novecentesca a sostegno del colonialismo, non mi dilungo oltre, ma credo che due domande dovremo iniziare a farcele.
Per inciso, non ho nulla contro i video aziendali, quelli di Nike spesso sono autentici capolavori, solo che mi piacerebbe ci fosse una distinzione chiara e marcata tra un video commerciale e uno che non lo è, come nell’editoria e in ciò che stiamo leggendo.

Torniamo a noi.
Film Festival, poco tempo fa ho assistito alla proiezione e ho pensato che molti dei film o corti li avrei dimenticati nel tempo di uscire dalla sala proprio perché privi di contenuti interessanti, sociologici, psicologici e di reale contenuto.
Certo, spettacolari riprese dal drone, gopro avanzate e stabilizzate, posti magnifici e grandi riprese. Ma tutto qua, niente di più. In alcuni non esisteva nemmeno una narrazione, era solo la ripresa del gesto atletico da una telecamera.

Se mi chiedete cosa ho visto non saprei di preciso:
– un video di sciatori in fresca che si danno il 5 dopo aver saltato qualche pietra
– un tot di trama idealtipica alla The North Face (che impresa difficile/nessuno ci è mai riuscito/ ho avuto dei drammi familiari in passato/ vinco l’ostacolo/ riesco nell’impresa/ che bello lo sport come scuola di vita)
– un tot di POV montati assieme alla menopeggio
– qualche video di posti favolosi ripresi dal drone dove se guardi bene l’attore si muove al rallentatore o in modo più legnoso di un giocatore di football che segue la traccia dello schema che hanno deciso debba giocare.

Per questo motivo l’ultimo film di Rickey Gates, supportato da Salomon, mi ha stupito positivamente. Non ci sono chissà che riprese, la storia mi è apparsa onesta, affascinante e interessante.
C’è un progetto dietro personale, non c’è la solita caccia al record (dichiara subito i suoi intenti e cita il detentore) e c’è un ragionamento socioculturale di fondo, magari anche un po’ forzato, ma comunque presente lungo tutta la durata del film.

Insomma, io ne consiglierei la visione, perché credo possa piacere sia a un addetto ai lavori che a uno vergine del nostro sport.

Ok, c’è questo lieto fine un po’ palloso, ci sono un po’ di stereotipi qua e là e la colonna sonora non è ricercatissima, ma in generale a me è piaciuto molto, soprattutto se gustato con calma e senza la smania con cui di solito attacchiamo i video in modo bulimico su YouTube.

Non è il film perfetto, non è così tanto di nicchia negli argomenti e nella storicità, ma almeno non è la solita caricatura di un video commerciale tirato per molti minuti, ho passato una buona oretta di vita e non la rimpiango. Credo ne valga la pena vederlo.

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