UTMB 2022: uno sguardo ai materiali.

Ritorna a scrivere su queste pagine Andrea Vagliengo, il nostro “geek” dei materiali: una breve analisi di cosa si è visto di nuovo a Chamonix, e quali sono i trend generali, con uno sguardo anche a quello che vedremo il prossimo anno sul mercato.

La “Semana Grande” del trail running mondiale si è chiusa, eppure tutti quanti siamo già qui a pensare a come tornare a Chamonix l’anno prossimo. Con quale veste? Ci metteremo (finalmente) un pettorale, oppure saremo sui sentieri a dare manforte ad atleti e amici lungo il percorso? Comunque la si voglia mettere, una certezza si è radicata saldamente in tutti noi appassionati di corsa e di montagna: nell’ultima settimana di agosto, “Chamonix is the place to be!”, il luogo in cui tutto succede e in cui il tempo corre più veloce delle lancette dell’orologio. Basta leggere i resoconti dei nostri Coach o andare a guardarsi il debrief su YouTube per percepire il lavoro di un anno intero condensato in pochi giorni ad intensità fotonica.

La kermesse di Chamonix è una delle poche occasioni in cui si può vedere tutto il mondo del trail running che conta radunato contemporaneamente in un unico luogo: ci sono gli atleti più forti del mondo, le promesse, gli underdog che stupiranno tutti con una prestazione monstre tirata fuori dal cilindro. Ci sono le migliaia di atleti e appassionati che hanno combattuto per anni con punti e lotterie, e finalmente ce l’hanno fatta ad essere alla partenza. E poi ci sono i brand, le aziende, che approfittano a mani basse di questo palcoscenico internazionale per dare bella mostra di sé e far sentire la loro voce. Sono passate alcune ere geologiche da allora, ma UTMB è stato il trampolino di lancio di prodotti come i primi zaini “vest” o delle prime Sense di Salomon, entrambi comparsi addosso a Kilian sottoforma di prototipi e divenute, di lì a poco, l’oggetto del desiderio degli appassionati di tutto il mondo. Come si è evoluta, oggi, quella scena? Cosa resta di quell’immenso showcase a distanza di qualche settimana dai grandi festeggiamenti di Place de l’Amitié? Vediamolo insieme, provando a fare un’analisi dei materiali che hanno caratterizzato questa edizione dell’UTMB.

Andreas Reiterer in salita verso il Col Ferret

Non solo top di gamma
Partiamo facendo una premessa, che parte dal fronte delle scarpe ma si applica anche ad altri materiali: è una tendenza che ormai è in corso da diverso tempo, ma quest’anno più che mai è apparso evidente come persino nelle primissime posizioni e sui podi delle gare più prestigiose si trovino modelli che non hanno nulla a che vedere coi top di gamma di ispirazione puramente “race”. Troviamo daily trainers come le Trabuco o le Fuji Lite di Asics, modelli da allenamento come le Ultra Glide di Salomon o le Terrex Speed Flow di Adidas: calzature acquistabili facilmente anche negli store della grande distribuzione, scarpe che indossiamo tutti i giorni per allenarci e che tecnicamente magari non hanno nulla di eccezionale ma che funzionano bene e condividono un unico grande comun denominatore: il comfort. Sempre meno ossessione verso la leggerezza assoluta, verso il peso piuma, e più attenzione verso la comodità, vero ingrediente chiave nel campo delle ultradistanze. Questo elemento salta all’occhio, innanzitutto, dando uno sguardo in particolare alle zone alte delle classifiche. Tanta più varietà rispetto a qualche anno fa, più modelli e tutti di tipo molto diverso: c’è il prototipo evolutivo ultra-racing accanto a scarpe di fascia media, ed è una novità che ci piace e nella quale ci riconosciamo.

La grande novità
Quest’anno non si può parlare di UTMB senza citare l’ennesima impresa di Kilian Jornet. Gli anni passano, la vita cambia ma i risultati no, anzi migliorano addirittura: dopo la scoppola presa a Sierre Zinal, i maligni già vedevano il Re in declino nonostante una Hard Rock ai limiti del sublime. E invece Kiki ha pensato bene di gestire il suo UTMB come solo lui sa fare, rimanendo sempre nel gruppo di testa e piazzando la zampata finale appena uscito da Vallorcine. Non è bastato un enorme Blanchard, arrivato in pieno recupero a pochi minuti di distanza dal catalano, a sconfiggerlo: record del percorso e prima volta sotto le 20h, con buona pace di Pau Capell e del suo tentativo di sub-20h, purtroppo fallito.
Stavolta, però, Kilian non indossava abbigliamento Salomon: NNormal, il brand fondato quest’anno in collaborazione con Camper, saliva per la prima volta alla ribalta di Chamonix esibendo gli esemplari di materiale tecnico che verrà presentato a brevissimo al grande pubblico e che era già stato utilizzato da Kilian nelle precedenti gare di quest’anno. Tutta l’attenzione è stata, naturalmente, per la nuovissima scarpa Kjerag, presentata ufficialmente proprio alla kermesse francese: 200 grammi di peso con suola Vibram Litebase e un’intersuola con un’altezza massima di 18 mm e 6 mm di differenziale. Una scarpa ottenuta con un processo di produzione ecosostenibile con l’idea di durare più a lungo possibile (una caratteristica ben nota agli amanti di Camper, l’azienda spagnola scelta da Kilian come partner tecnico per la realizzazione della collezione di calzature NNormal). A giudicare dalle prime impressioni e dal look generale della scarpa, potremmo trovarci di fronte ad un modello di grande successo per il prossimo anno: staremo a vedere, inutile dire che siamo curiosissimi di metterci le mani sopra e provarla sui sentieri.

Marianne Hogan, una delle sorprese di quest’anno

Strapotere massimalista
Avete presente quando guardiamo il top field di una maratona di altissimo livello e gli atleti indossano più o meno tutti le stesse scarpe? Con tre, quattro modelli (e due brand!) copriamo la quasi totalità degli atleti. Se questo non sembra essere il caso per i top runners in partenza a Chamonix, basta dare un’occhiata ai piedi dei midpackers e della stragrande maggioranza degli atleti amatori per vedere come i modelli massimalisti siano diventati un riferimento assoluto nelle gare sulle lunghissime distanze. Parliamo ovviamente di Hoka, che negli ultimi anni ha saputo combinare con sapienza una promozione intelligente a livello di atleti e marketing con una serie di prodotti di qualità sempre crescente. Oggi immaginare una scarpa da trail running che sia al contempo iper-ammortizzata e anche leggera non solo è possibile, ma sembra essere addirittura essere diventata la normalità. E questo lo dobbiamo innanzitutto a Hoka, che con la filosofia del “cushioned and light” ha influenzato positivamente tutto il mercato. Tra tutti, notiamo in particolare come le Speedgoat e le Mafate Speed siano i modelli più utilizzati, e a buon diritto: tanta ammortizzazione, calzate precise e suole Vibram ultraperformanti. Chiedere a Ludo Pommeret per avere una conferma, che taglia il traguardo di Chamonix con ai piedi le sue Speedgoat 5, vincendo la TDS a 47 anni e arrivando ancora abbastanza fresco da festeggiare come un diciottenne. Idolo assoluto.

(Almost) Natural running
Sono passati gli anni d’oro della corrente minimalista, che voleva i top runner con ai piedi scarpette drop-zero e praticamente prive di ammortizzazione, ma per fortuna non tutto è andato perduto della corrente “natural running” che ha caratterizzato i primi 2010s. Drop limitati, se non addirittura nulli, abbinati a geometrie di calzata ampie che fanno lavorare bene il piede e le sue dita, il tutto combinato con intersuole generose e confortevoli: Altra e Topo oggi sono ben presenti sul mercato con una serie di modelli molto interessanti che abbiamo visto ai piedi di parecchi runner in partenza da Chamonix. La “corsa naturale” ha forse smarrito un po’ la sua anima più purista, ma in compenso sembra aver trovato una sua nicchia di mercato.

Merillas e Martinez Perez, doppietta SCARPA all’OCC

E gli altri?
The North Face e Adidas si portano a casa una vagonata di premi. Se guardiamo le scarpe indossate dagli atleti di punta nelle posizioni di classifica che contano, appare evidente come l’investimento di questi due brand sul fronte degli elite si sia rivelato ancora una volta vincente: tanti prototipi, dalle geometrie generose e che richiamano in qualche modo i modelli stradali più veloci, spesso con carbon plate associato. A livello di adozione da parte degli amatori, siamo ancora lontani dai grandi numeri di Hoka e Salomon, ma chissà che non si stiano ponendo i presupposti per l’inizio di una nuova tendenza anche sul fronte degli amatori.
E Salomon? Dopo anni di strapotere assoluto sul fronte delle classifiche, oggi il colosso francese deve condividere il podio con altri brand, ma è sempre lì nelle posizioni che contano. Se sul fronte delle scarpe c’è in effetti più varietà rispetto a qualche anno fa, quando andiamo a vedere gli zaini non ce n’è per nessuno: i modelli vest sono diventati lo standard de facto, al punto che il successo di questo tipo di zaini è stato tale da far sì che anche tutti gli altri marchi del settore si mettessero a produrli. Sul fronte delle calzature, abbiamo visto meno enfasi sui modelli super cool della linea S/Lab e abbiamo invece notato con piacere che modelli come le Ultra Glide (dichiaratamente prodotte pensando al grande pubblico) abbiano conquistato posizioni di prestigio sui podi di TDS (3° uomo) e UTMB (2° donna).
Infine, menzione speciale a SCARPA che si porta a casa, con la sua Ribelle Run, le prime due posizioni della OCC: niente male, per la casa di Asolo! Sarà perché abbiamo l’occhio sensibile per quell’azzurro inconfondibile, ma non abbiamo potuto fare a meno di notare sempre più Spin Infinity ai piedi degli atleti. Il modello da lunghissima distanza di SCARPA ha convinto da subito e si sta affermando come riferimento sui percorsi alpini più impegnativi.

E gli accessori?
Due note conclusive rispetto a due accessori che ci ha fatto piacere individuare in numero crescente sui sentieri dell’UTMB.Il primo sono i bastoncini, che almeno sulle distanze più lunghe, sono oramai utilizzati dal 99,9% degli atleti. Tra i marchi più visti Leki e Black Diamond: i primi li conosciamo e apprezziamo da anni, soprattutto per il sistema di impugnatura “nordic” con guantino integrato che è, a mani basse, il più comodo che ci sia sul mercato. Non stupisce vedere gli inconfondibili bastoncini a sonda della casa austriaca in mano e nelle faretre dei migliori runner del mondo: persino Jim si è messo ad usarli! I secondi sono sempre quelli che vedi più spesso in mano a giapponesi ed americani, e restano una garanzia assoluta di qualità e praticità.
Nel campo smartwatch, è invece impressionante la marcia di Coros che solo da qualche anno si è affacciata sul mondo del trail, prima con l’Apex e l’Apex Pro e poi con il Vertix 2: due sportwatch che hanno convinto da subito per la loro qualità costruttiva e per le funzionalità offerte in termini di software e di integrazione con piattaforme di allenamento come TrainingPeaks. Noi di Destination Unknown li conosciamo bene, usandoli da tempo, e ci ha fatto piacere constatare come si siano diffusi nel mondo degli amatori ma anche dei top runners: quando Kilian ha schiacciato il pulsante di stop e il suo Apex Pro segnava 19:49:30, per noi è l’esaltazione è stata doppia, e Coros era al polso anche del secondo classificato Mathieu Blanchard! In arrivo a fine anno dovrebbe esserci un modello nuovo ispirato proprio da Kilian, siamo curiosi di vedere quali funzionalità integrerà il nuovo modello.

Blanchard ed il suo Coros Apex Pro

Top 5 cose che fai quando non corri (e rosichi)

A volte è un infortunio, oppure ci si mettono il lavoro, la famiglia, le mille cose che si frappongono fra noi e la nostra routine di corsa quotidiana. A volte finiamo semplicemente la benzina e ci ritroviamo in completo burnout, senza le risorse che servono per continuare a tenere il piede sull’acceleratore. Però è capitato a tutti noi, prima o dopo, di ritrovarci ai box, più o meno forzatamente, mentre tutti gli altri invece continuavano ad andare avanti imperterriti, accumulando chilometri e dislivelli come se non ci fosse un domani. Sappiamo tutti di cosa sto parlando, giusto? Cosa succede a quel punto? Ecco la mia personale Top Five delle cose che si fanno quando tutti gli altri corrono e tu no (e rosichi).

  1. Internet

    Il runner appiedato finisce ben presto vittima della grande macchina dei social network. Tutto quel flow di immagini, tweet e hashtag che normalmente ci fanno una piacevole compagnia mentre sorseggiamo un recovery drink la domenica mattina, appena tornati dal nostro lungo, ecco che diventa il nostro metadone dolciastro. Da un momento all’altro ci troviamo senza la nostra droga preferita, ed eccoci a navigare come anime disperate nell’immensità del web alla ricerca di un sollievo che non troveremo mai. La mia debolezza principale sono i video. C’è chi si ammazza di podcast, di racconti e riflessioni profonde, io invece mi metto su Youtube e inanello una serie infinita di report di gara, video promo e retrospettive altisonanti sulle corse più belle del mondo. Il tutto si conclude di solito mettendo su per l’ennesima volta “Unbreakable”, seguito da un più attuale “This is your day”. Sul solito finale degli M83 giuro che, cascasse il mondo, tornerò ad allenarmi presto.

    Quando non ne posso più di video, mi consolo con i miei migliori amici di sempre: i libri. Se possibile, fanno ancora più male, perché lasciano vagare in maniera indiscriminata la mia mente assetata di endorfine. Mi ritrovo a leggere di Ueli Steck e delle sue salite in velocità, mi immergo in qualche testo pseudo filosofico sulla corsa o, da bravo nerd, finisco per rileggermi per l’ennesima volta qualche libro sull’allenamento. Più è tecnico e dettagliato, meglio è. Mi trovo a raschiare il fondo con i libri sull’alimentazione, tanto illuminanti e ricchi di spunti quando ti alleni, quanto terribilmente deprimenti quando sei piantato per terra come un tombino. La faccenda si esaurisce rileggendo in maniera ossessivo-compulsiva la mia collezione (quasi) completa di URMA. Quello è il colpo di grazia che mi fa passare allo step successivo.

  2. Gear freak

    Alla quarta volta che riorganizzi tutto l’abbigliamento sportivo nei cassetti, cominci a farti qualche domanda. C’è forse qualcosa di strano nel passare in garage dopo essere andato a buttare la spazzatura e finire col provarti per l’ennesima volta tutte le tue scarpe da corsa? A te sembra perfettamente normale: già che non corri, ottimizzi e cominci a pensare a quale scarpa userai nelle mille gare che sogni fare (e che ovviamente non farai, o almeno non tutte). Durante le riunioni più noiose in ufficio, metti giù un piano mentale minuziosamente dettagliato per le drop bag e i materiali da mettere direttamente nello zaino. I colleghi pensano che tu abbia quell’aria compiaciuta perché hai appena avuto una grande idea, invece hai solo trovato la combinazione ideale per far stare guscio, sovrapantalone e intimo caldo nello zainetto da 5 litri che volevi tanto usare. Priorities, right?

  3. Negazione

    Quando realizzo che non è leggendo di corsa o ammazzandomi di video sull’argomento che uscirò dal tunnel, mi torna in mente il Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) di Pulp Fiction: “Mi chiamo Jerda, e non è con le chiacchiere che uscirai da questa merda”.


    Lo visualizzo proprio mentre me lo dice guardandomi negli occhi, e questo mi preoccupa leggermente. Realizzo che per venirne fuori serve qualcos’altro e che devo cominciare a cercarlo seriamente. Prima che mi trovi Zed.

  4. Faccio cose, vedo gente

    “Non posso correre, ne approfitterò per vedere un po’ di gente e fare quelle cose che non riesco a fare quando mi alleno di brutto”. Bravo, bel tentativo. Peccato che nella maggior parte dei casi le suddette persone si siano ampiamente organizzate, durante la tua assenza. Piazzi un concerto, ti diverti anche. Però finisce tutto in un “Meh.”. Ti fai un paio di serate barbine come ai vecchi tempi, rivedi gli amici e ti racconti tutto quello che in mesi di training forsennato ti eri innocentemente dimenticato di condividere. Solo che realizzi di non avere chissà che da raccontare, e alla terza volta in cui ti ritrovi a parlare all’amico fonico di quella gara che ti piacerebbe un casino fare e di cui lui ignora persino l’esistenza, intuisci di non essere andato molto lontano.


    Ti guardi le scarpe, sono da trail, e sono pure infangate. Sei uscito a bere con le scarpe degli allenamenti importanti e non ci hai neanche fatto caso. Offri un ultimo giro e te ne vai a casa. A volte capita addirittura che tu riprenda la chitarra in mano, tiri giù qualcuno dei pezzi che ti ricordi ancora. È la più dolce delle consolazioni, e pensi che un giorno o l’altro ricomincerai a suonare seriamente.

  5. Consapevolezza

    Alla fine, arriva la consapevolezza. Non appena ne hai la possibilità, ti allacci le scarpe e vai a correre, con una discreta paura di realizzare quanto fai schifo. I primi chilometri sono tremendi, ti chiedi come farai mai a tornare ad essere anche solo l’ombra di quel te stesso che sei mesi fa si è presentato sulla start line della gara dell’anno, in forma smagliante e col sorriso sulla faccia. Mentre cerchi disperatamente di ritrovare un passo decente, ti ritrovi invaso di tutti i pensieri negativi che hai così diligentemente tentato di tenere a bada. Pensi agli amici che stanno gareggiando e che si divertono, che stanno bene, che postano foto di posti fighissimi mentre tu ti trascini cercando di completare una recovery in maniera anche solo vagamente decorosa.
    Mentre sei completamente in balìa di te stesso, però, ad un certo punto capita qualcosa. Il passo prende il giro giusto, le gambe cominciano a girare meglio, non soffri più e cominci persino a godertela. Ti dimentichi del passo, della forma, di tutte le menate che ti hanno annebbiato il cervello negli ultimi tempi. Respiri, corri, trovi il tuo flow. Tutto il resto sparisce. Finisci il tuo allenamento, e realizzi che hai in mente solo un pensiero: quando sarà il prossimo? La priorità numero uno diventa solo questa: trovare il sistema di tornare a sentirti così, qualunque cosa tu debba fare.

 

Ha un suo senso, ritrovarsi a raschiare il fondo del nostro personale barile. È uno schifo, là sotto. È buio e c’è una gran puzza di chiuso. Non ti ci ritrovi per niente, se non fosse per quel barlume di familiarità che ti ricorda che da lì ci sei passato tante altre volte per poi essertene tirato fuori, in qualche modo. Ci vuole carattere per uscire da laggiù, ma l’ultrarunning non è forse questo? Un’insensata e meravigliosa dimostrazione di carattere?

Allora ti ritrovi a sfogliare un calendario, a scegliere la casella in cui andare a scrivere il nome della tua prossima gara. Ricominci da lì. Ed è quello, il momento più importante di tutti. Cerchi un pezzo su Spotify, salti e sbraiti come un quindicenne, con una rabbia che ritrovi con una facilità che ti rincuora. Tutto ricomincia da lì, da quella casella sul calendario con su scritto “Lavaredo”. Ricomincia il tuo viaggio, e già ti sembra di respirare di nuovo.

Si fa presto a dire “bastoncini”!

Basta presentarsi sulla linea di partenza di una qualunque gara di trail su media o lunga distanza e fare un rapido conto: più o meno il 70% dei presenti utilizza dei bastoncini, e in alcune gare probabilmente ci avviciniamo al 90%. Ma cos’è questa sorta di mania da “trekking poles” che sembra aver contagiato l’intero mondo del trail? Proviamo a capirlo insieme.

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Le basi
Camminare in montagna è faticoso, lo sappiamo bene. Figuriamoci correrci. I bastoncini, quando usati correttamente, possono alleviare questa fatica in maniera sostanziale. Il succo del discorso è tutto qui. C’è anche chi si è azzardato a buttare giù dei numeri, asserendo che l’utilizzo dei bastoncini riesce ad alleviare l’affaticamento delle gambe fino al 20%, tuttavia non esistono studi conclusivi a riguardo. Al di là dei numeri, è fuori  discussione che camminare in salita con i bastoncini permetta di sfruttare in maniera proficua tutta quella muscolatura di braccia e spalle che, diversamente, sarebbe solo un peso che ci porteremmo inevitabilmente appresso: tanto vale provarle a dargli un senso e sfruttarlo a nostro vantaggio, no?

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Paco e Carmo si godono due appoggi extra dove l’aria è sottile

Bastoncini sì, ma quali?
Da un punto di vista storico, i bastoncini arrivano innanzitutto dal mondo dello sci nordico e del trekking. I primi bastoncini in alluminio, mutuati dagli specialisti delle nevi, erano leggeri e resistenti ma poco trasportabili e si sono poi evoluti nei modelli telescopici a due o tre sezioni. Un semplice meccanismo di chiusura ad avvitamento permetteva di allungare e accorciare rapidamente il bastoncino, rendendolo adatto alla salita, alla discesa e al trasporto sullo zaino da trekking (o al suo interno). Bingo.
E per il trail? Si poteva fare di meglio e rendere il processo rapido e a prova di bomba (cosa che con la chiusura tradizionale non è sempre scontata… freddo, polvere, acqua, sporco non aiutano certo e sono condizioni comuni in gara o nelle nostre uscite).
Per noi, la vera rivoluzione l’hanno fatta i modelli “a sonda” in carbonio. Con una struttura che ricorda le sonde da ricerca dispersi in valanga ed una serie di sezioni cave che in uso vengono messe in tensione da un cordino di dyneema interno, questi bastoncini hanno segnato il vero cambio di passo per gli appassionati di trail running di tutto il mondo.

Progetto senza titolo
Bastoncini a sonda a misura fissa: da sx Masters Tre Cime Fix, Black Diamond Distance Carbon Z, Leki Micro RCM

Perché? Sono leggerissimi, con un volume d’ingombro minimo una volta smontati, non richiedono manutenzione e non hanno i problemi d’inceppamento tipici dei modelli telescopici. Soprattutto, sono pratici da tenere in mano una volta ripiegati e sono facili da fissare esternamente allo zaino, come vedremo tra poco. Non a caso, praticamente tutti gli atleti elite che usano i bastoncini optano per questa tipologia.

Bastoncini Sonda Regolabili
Bastoncini a sonda regolabili: da sx Masters Tre Cime Carbon, Black Diamond Distance Carbon FLZ, Leki Micro Vario Black

Ci sono poi i modelli a lunghezza fissa, molto diffusi in ambito Vertical K o Sky. Sono in assoluto i più leggeri e funzionali, salvo essere poi un po’ più scomodi da trasportare, non essendo pieghevoli.

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Masters Sassolungo, un capolavoro di leggerezza e robustezza.

Discorso a parte lo fanno le impugnature: in sughero o in tessuto sintetico, corpose o minimali, con lacciolo classico o guantino a sgancio rapido in stile “nordic walking”. Quasi sempre la scelta è dettata dai vostri gusti e dal tipo di utilizzo che fate dei bastoncini.

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I Leki Micro Trail Pro con la caratteristica impugnatura facilmente staccabile.

Chi scrive, per esempio, li usa esclusivamente in salita e predilige i modelli con impugnatura nordic perché sono particolarmente pratici da sganciare nei tratti pianeggianti e in discesa.

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L’autore dell’articolo “on the run”

L’enorme differenza nella scelta dei bastoncini la fa lo zaino che utilizzeremo, perché sarà quello a determinare se e come potremo riporli quando non ci serviranno. La condotta in questo caso è fondamentale: in gara diventiamo tutti pigri, lo siamo addirittura con l’alimentazione (quel gel che dovrei tanto prendere è laggiù, lontano, nella tasca… come farò mai a raggiungerlo?) figuriamoci con i bastoncini. C’è chi li trasporta tutto il tempo in mano, direttamente montati, senza accusare il colpo. Tuttavia, vi posso assicurare che non c’è niente di meglio di avere le mani libere durante la discesa che segue una lunga salita. Oggi, quasi tutti le aziende hanno adeguato l’offerta dei loro zaini ed è sempre più facile trovare soluzioni ingegnose per il trasporto dei bastoncini

Qualche esempio? Abbiamo Ultimate Direction, che nella sua quarta versione della sua Signature Series ha messo a segno un colpo eccellente con un sistema di trasporto semplice, pratico e intuitivo, che funziona bene soprattutto con i modelli a sonda compatti e leggeri.

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Salomon ha introdotto da poco una faretra modulare disegnata appositamente per la linea S/Lab Sense Ultra Set, molto pratica nell’utilizzo sul campo e intelligente perché rimuovibile all’occorrenza. C’è poi il sistema storico di trasporto bastoncini della casa di Annecy, presente sui modelli ADV Skin, estremamente versatile (è uno dei pochi che funziona bene anche con i modelli telescopici) ma un po’ più laborioso da utilizzare.

Infine, abbiamo lo Skin Pro 10 Set che combina addirittura tre modalità di trasporto: internamente allo zaino, esternamente in modo trasversale oppure sfruttando il cordino elastico incrociato presente sul fondo. Ingegnoso e molto efficace.

Per gli amanti degli zaini più strutturati, di concezione un po’ più classica, Raidlight propone dei modelli molto validi sui quali fissare i bastoncini è semplicissimo. Su tutta la linea Ultra Legend troviamo sia il fissaggio classico posteriore, sia un sistema frontale di nuova concezione ad aggancio rapido:

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Non solo zaini.
È passato un po’ di tempo da quando si vide Luis Alberto Hernando vincere gare in tutto il mondo con i suoi fedeli bastoncini fissati in vita tramite una cintura elastica. Da allora, l’offerta di fasce ventrali elasticizzate che permettono di trasportare i bastoncini (prevalentemente i modelli a sonda) è aumentata esponenzialmente. Si tratta di cinture realizzate in materiale elastico, che arrivano fino ai 5 litri di capienza, con cui sostituire lo zaino per trasportare il materiale indispensabile per le vostre uscite. I modelli presenti sul mercato sono parecchi e tutti molto interessanti. Si passa da Archmax a Compressport, da Salomon a Naked passando per Nathan e Ultimate Direction. Il trasporto dei bastoncini in vita offre notevoli vantaggi, lasciando libero il tronco e le spalle. Se vi piace la corsa shirtless e minimale, e non avete bisogno di trasportare troppo materiale, tenetele presente.

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A sx la fascia Compressport in versione UTMB, a dx l’originale Archmax

Sì, ma il gesto?
I puristi della corsa s’indignano, di fronte a D’Haene che stravince l’UTMB correndo con i bastoncini e mettendosi dietro persino Re Kilian. “Non si corre con i bastoncini!”, “Ma non è neanche capace ad usarli!”. Il puro gesto della corsa viene indubbiamente compromesso dall’utilizzo di quei due pali rigidi che non si sa mai bene come abbinare al passo spedito di un runner efficiente, tuttavia la prova sul campo non lascia adito a dubbi: i bastoncini aiutano tutti, persino i top! E se oltreoceano i detrattori della corsa con zainetto e bastoncini rimangono la maggioranza, in gare particolarmente “montagnard” e con molto dislivello come Hard Rock 100 si cominciano ad intravedere persino in mano ai nomi che contano. Insomma, tocca farsene una ragione: se persino il Coach ha fatto  l’UTMB con un paio di vetusti Camp Xenon 4 in mano, va davvero a finire che i bastoncini servono ad andare più veloce!

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COACH SAYS

Bastoncini? Discorso complicato.

Che possano rappresentare un aiuto valido nelle ultra “montane”, è fuori discussione, ma è davvero tutto così semplice? No, e andiamo a vedere perché.

Qual’è materialmente il vantaggio di utilizzare i bastoncini?

Innanzitutto, scarichiamo dalle articolazioni delle gambe un po’di peso, ma il discorso vale anche per i muscoli del CORE, in quanto la stabilità data dai quattro punti di appoggio ci permette di dover chiudere meno per restare bilanciati
Salviamo la schiena restando più dritti, e nel fare questo aiutiamo anche la respirazione aprendo bene la zona del diaframma e soprattutto ventrale.
E, cosa da non sottovalutare, ci aiutano spesso a trovare continuità e ritmo sulle salite più continue evitando continui fuori giri.

Vediamo invece i punti negativi.

Oltre ad un certo ingombro (anche se, come visto, al giorno d’oggi è un problema superato dalle nuove soluzioni di trasporto), c’è la tendenza ad “addormentare” un po’i runner, che spesso cedono alla camminata anche quando potrebbero comunque sfruttare una corsa poco dispendiosa. E qui arriviamo al nocciolo della questione.
Vero, i bastoncini aiutano, ma non dimentichiamo che l’utilizzo degli arti superiori alza anche i battiti e di conseguenza il dispendio energetico che potrebbe in certe situazioni portarci fuori soglia.

Quindi quando vale la pena usare i bastoncini e quando no?

Innanzitutto, bisogna avere un minimo di padronanza della tecnica, altrimenti davvero si “spende” molto per guadagnare poco e spesso intralciarsi da soli. Ergo, no “domani li prendo senza averli mai usati perché ce li hanno tutti”. Poi valutiamo il percorso: dislivello importante, salite lunghe e continue, chilometraggio pesante, via coi bastoncini. Gare corribili, salite nervose o tanti saliscendi, valutare bene, anche con chilometraggi ultra. A proposito: si usano in discesa? Io sostengo di no, perché ok che aiutano le articolazioni, ma si rischia spesso la caduta e le continue frenate significano per i nostri quadricipiti un aumento delle contrazioni eccentrico/concentriche ed un sacco di scorie. Quindi, a meno di non essere su terreno davvero tecnico e con le ginocchia scoppiate, io eviterei.

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Il Tenente Mirel si gode le Piccole Dolomiti

Ok, vi ho convinto che servono. Ma che altezza? Due scuole di pensiero, a seconda dell’utilizzo. Chi fa VK o Sky preferisce un bastone alto, in pieno stile sci nordico, perché spesso lo utilizza in progressione a due appoggi, tirandosi su con le braccia. Per chi fa ultra, non è consigliato sempre per il discorso del dispendio energetico: in uno sforzo intenso, si cerca la velocità dall’utilizzo del bastone, in una ultra si cerca di economizzare. Gli americani dicono il classico 90° al gomito con il bastone dritto, ma in fondo che ne sanno loro delle Alpi? Quindi io consiglio, nel dubbio, di aggiungere un cinque centimetri, si va meno a cercare l’appoggio e si usa un po’di più in spinta.

Ed ora finiamo con il come. Fondamentalmente ci sono tre tecniche di progressione coi bastoncini.

PASSO ALTERNATO

E’quello comunemente utilizzato, ottimo per la progressione su salite poco tecniche e non troppo ripide, in cui l’appoggio del bastoncino e della gamba sono alternati: gamba destra avanti, braccio sinistro avanti, gamba sinistra avanza, avanza il braccio destro. E’ un gesto abbastanza semplice una volta capito il meccanismo, efficace nel dare ritmo, poco dispendioso, e ci permette di guadagnare distanza con la falcata se siamo al passo.

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MC in progressione al Temple of Miles

PASSO SPINTA

E’ l’appoggio combinato e parallelo dei due bastoni in avanti (chi ha finezza di tecnica ne appoggia, come nello sci nordico, uno un pelo prima e più avanti dell’altro), che ci permette di fare forza e “tirarci” su. Si usa sulle salite molto ripide o a risalti, o dove comunque non si riesce a sviluppare un passo alternato efficace. Se in questo modo possiamo aiutarci di più con la parte alta del corpo, ricordiamoci che se usiamo troppo le braccia andiamo spesso a lavorare con la zona lombare in maniera innaturale, inficiando i possibili benefici.

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Il Coach si trascina verso il Buco del Viso

CORSA CON I BASTONCINI

Si vede talvolta correre con i bastoncini nei tratti di falsopiano. Qui serve un po’più di agilità e coordinazione per eseguire un passo che ricorda da vicino il vetusto passo svedese o finlandese. Scomparso dalle piste se non nei ricordi di qualche purista o negli incubi degli Aspiranti Maestri, ha trovato applicazione nella corsa. Si usa più che altro in brevi tratti di falsopiano o nei rilanci tra un tratto di salita e l’altro per alleggerire un po’i carichi e far lavorare i muscoli delle gambe diversamente. E’molto efficace, ma decisamente dispendioso.

Foto Sylvain passo svedese
Sylvain Court in perfetto stile di corsa