Un tempo lo facevamo tutti

Testo di Elena Adorni

 

Capitolo 3: Destination Santa

 

Alla fine di settembre compio trent’anni. Da anni mi ero promessa di giocarmi il rito di passaggio all’età adulta correndo 50km in montagna. Quelle cose che dici ad alta voce, quasi per ridere, ma rimangono dentro di te e poi bisogna farci i conti.

Quando ho conosciuto Eva me ne sono ricordata. Era dicembre a Santa Caterina e faceva freddo. Si scivolava sul vialetto e il giardino era coperto di neve e Ombra giocava con le palle di ghiaccio invece che con i bastoncini. Destreggiandoci tra un’uscita con le pelli e l’altra, Eva è riuscita a convincermi che la corsa non è solo uno sport da white daddy inglese di classe media, ma che l’ultrarunning può avere la sua buona dose di quella che io chiamo ‘ancestralità’. Poi è arrivata la primavera, e poi è arrivato il Covid. Con un fisico mezzo a pezzi dopo un inverno in Canada vivendo in un camper, sciando prevalentemente in pista per migliorare il livello e lavorando come lavapiatti, di colpo mi sono trovata da un giorno all’altro in Italia, nel paesino in cui sono cresciuta, il luogo da cui ho cercato in tutti i modi di scappare per più di dieci anni. Qualcuno mi aveva detto che la vita è una spirale, non proprio una linea retta.

Non sono mai stata una persona paziente, ma ho pensato che quello sarebbe stato il momento di cominciare ad allenarsi. Ho iniziato a correre segretamente lungo il fiume, nel boschetto dietro casa dei miei genitori. In piena emergenza Covid, il piano di allenamento pensato dal DU coach Tommaso dava struttura a giornate molto incerte. Con tutti i piani di vita e lavoro messi in standby, il mio compagno dall’altra parte del mondo ed una pandemia mondiale in corso, il calendario di training peaks è diventato la mia ancora di salvezza al tempo presente. Non importava se quel giorno avessero proclamato lo stato di emergenza in Cile e che il paese stesse collassando, che George Floyd fosse stato ucciso dalla polizia  o che i morti in USA e Brasile avesse superato i centomila.

Sono qui, ora, e in questo momento devo mettere le scarpette e uscire a correre.

La mia percezione del tempo è cambiata da prima della pandemia. I mesi sono diventati più lunghi e i giorni più veloci. Ho dovuto imparare a fermarmi, a non pensare al futuro. E la corsa, in questo, è la più grande maestra. In un rollercoaster di emozioni e cambiamenti, è arrivata dall’alto come un deus ex machina nei momenti tragici della mia esistenza per dirmi all’orecchio: rimani qui, andando avanti. Ho corso per trenta minuti, un’ora, due ore, poi tre, poi cinque. Ho corso da sola la maggior parte del tempo, quasi sempre con la musica sparata nelle orecchie. Ho corso lungo il fiume della mia infanzia, pieno di serpenti neri e deturpato dall’uomo e dalle centrali idroelettriche.

Ogni tanto ho corso anche con altre persone. Nicolò e Gabriele mi hanno aiutato a fare i primi lunghi. Abbiamo raccolto piume di poiana e celebrato un funerale ad un capriolo sbranato da un lupo. Con Eva abbiamo guadato un torrente in piena arrampicandoci su un tronco scivoloso e instabile. La corrente era così forte che dovevi urlare. Quando siamo arrivate dall’altra parte, ci tremavano le gambe per l’adrenalina. La montagna ci ha reso un po’ sorelle e quella baita di legno con i fiori e le bandierine, in due settimane è diventata un po’ anche casa mia.

Arrivo a Santa Caterina Valfurva il pomeriggio prima della gara. Eleonora, che è venuta con me, ci aiuta a preparare i premi gara che sono dei taglieri di legno fatti a mano da Luigi, l’uomo più grande del mondo che viene sempre all’agriturismo a bere vino rosso e taneda a qualsiasi ora. Quando le prime persone arrivano, inizio a collegare volti a nomi letti online ed email scambiate nelle nicchie virtuali del nuovo outdoor italiano. Dopo una corsetta di trenta minuti in cui quasi mi si stacca un polmone durante un allungo per la disabitudine alla quota, mangiamo una pasta al pesto, faccio il fuoco e decido di andare a dormire molto presto. Per poco non mi perdo Banana che distribuisce in un rituale silenzioso i bellissimi pettorali di stoffa. Prima di addormentarmi, la mia amica Eleonora, che non corre, mi dice che non capiva cosa volesse dire ‘distribuire i pettorali’ e pensava che ci saremmo messi tutti in cerchio a fare dei push ups in giardino alle undici di sera.

Mi sveglio alle sei. I cinque temerari che corrono la corsa di 80km sono partiti già da un’ora. Medito, faccio stretching come in una mattina qualsiasi. Faccio colazione guardando il cielo e l’alba, che arriva dorata sui camper bianchi nel prato. Sarà una bella giornata, farà caldo. Non capisco dove vadano a finire le due ore dedicate a prepararmi, sono già quasi le 8 e faccio lo zainetto di fretta, mettendo dentro tutto a caso ma non troppo. Mi agito un po’ e non trovo il mio Garmin dell’anteguerra. Non sono riuscita ad andare al bagno a comando, dannazione, spero di non farmela addosso lungo la strada. Alla partenza, Banana ci invita a non guardarci i piedi, ma a guardare su in alto e intorno a noi, perché il percorso sarà davvero bellissimo.

Partiamo con il campanaccio. La folla composta da una trentina di persone si divide in tre gruppi. Gli spavaldi davanti. Poi altri due mucchi di corpi che corrono, chi con zaini grandi, chi con zaini piccoli, chi con niente. Rimango da sola, in coda, prendendo il mio spazio e cercando fin da subito di non seguire nessuno e tenere il mio ritmo. La salita inizia praticamente subito e corriamo tra baite e boschetti. Mi ritrovo dietro Maria Carla e Davide che chiacchierano tranquilli. Al primo bivio tutti sono incerti. Ho imparato a memoria le parole chiave da seguire come un mantra, ma le ho anche scritte per sicurezza su un foglietto che tengo nella tasca dei pantaloncini e che presto sarà ridotto a poltiglia bianca. Forse il gruppo degli spavaldi ha sbagliato strada iniziando a salire. ‘Confinale, Cavallaro, Pradaccio, Zebrù’, recito nella mia mente. Prendo il sentiero che sono convinta sia giusto e perdo il gruppo, voglio rimanere dietro tutti e non seguire nessuno. Il Garmin dell’anteguerra, sballato dalla quota, perde la connessione per 2km circa finché non me ne accorgo e lo riconnetto, ma ormai la distanza percorsa non è più corretta. Poco male, lo guardo solo per ricordarmi di mangiare e fuck the rest. Allo scoccare di ogni ora butto giù un gel e un pezzetto di barretta religiosamente. Altrettanto religiosamente, cerco di tenere le borracce piene e di idratarmi tanto. Ad un altro bivio mi ritrovo con tre tizi che mi scambiano per una local. Hanno un gps ma non sanno usarlo. Si presentano, ma mi dimentico i loro nomi. Uno dei tre mi chiede se sono una di quelle forti che corre a livello nazionale e se sono sola. Triste come alcuni maschietti si sentano di esprimere giudizi sulle abilità femminili anche durante una gara che è più una corsa tra amici che una competizione. Decido di lasciare il femminismo a casa e fare finta di non sentire. Non lascio mai commenti del genere impuniti, ma devo davvero risparmiare le energie mentali oltre che quelle fisiche per arrivare in fondo a questa cosa. Non posso nemmeno superarli perché consumerei troppo gas. La butto sul ridere. Gli dico che sono i tre moschettieri. Corrono insieme, pisciano insieme e hanno tutti e tre gli stessi calzini.

Inizio a vedere le indicazioni per Passo Zebrù e cresce la mia preoccupazione per la salita della muerte. Faccio andare avanti Atos, Portos e Aramis che vanno belli spediti con i loro bastoncini-spada. Fa caldo per essere a duemila metri. Il sole batte, io non ho neanche un cappellino, ma sopravviverò. Mi ricordo del mio PJ sandwich e lo mangio al km 18. Game on. Mentre mastico il pane molliccio mi sento una specie di rettile per il modo in cui muovo la bocca. Di tutta quella salita ho ancora ricordi un po’ confusi. So solo che era tanta. E’ strano come anche in gara cambi il senso del tempo, che passa velocissimo nel presente ma poi si dilata nella memoria. Vado piano, e penso alle parole di Banana. Alzo la testa dai piedi e guardo intorno, chiedendo un aiutino alla pachamama. Le montagne grigie e bianche mi abbracciano. Dopo guadi di ruscelli e tante rocce per quello che penso siano due ore di salita, vedo la neve. Si cammina sulla neve, non si corre perché si scivola ma chi è passato prima di noi ha fatto degli scalini quindi è piuttosto facile. Mi animo, se c’è la neve siamo quasi arrivati. Prendo un gel appena prima dell’ultimo tratto di salita. Mi fa venire un conato di vomito vuoto. Sento il campanaccio di Eva e la voce di Eleonora che grida forzaaaaaa. Arrivo su, mangio un pezzo di barretta. Eva mi dice: stai bene? Io: si. E inizio a volare giù fino al rifugio Pizzini, cercando di andare più veloce che posso senza schiantarmi e senza che i miei quads si straccino.

Tengo un bel ritmo per un po’, corro nei prati viola e freschi, con l’erba che mi tocca le caviglie. Cerco di distendere le dita dentro le scarpe e di sentire il terreno sotto la pianta del piede. Quello è stato il pezzo di percorso più memorabile, e non solo perché fosse il più corribile. Mentre mi fermo a prendere acqua ad un torrente incontro un tizio che si chiama Enrico, sembra tranquillo, gentile ma soprattutto silenzioso quindi decido di correre con lui per un po’. Andiamo avanti spediti, passiamo il ghiacciaio dei Forni maestoso ballonzolando sui ponti tibetani. Siamo più o meno a 30km e sento le forze un po’ mancare. Enrico prende il lead, mangio un pezzo extra di barretta. Lo seguo, non lo perdo mai di vista, accelero. Ci sono ancora salitine stronze che arrivano all’improvviso e che non piacciono ai miei quads. Ma continuo. Uno, due, uno due. Corriamo e scivoliamo su rocce rosse e bellissime che sembra quasi di essere su un altro pianeta. Poi intorno al km 32 il sentiero diventa corribile e single track. Ci sono tanti, tantissimi turisti. Si insinua nella mia testa il pensiero da outdoor supremacist del tipo ‘che palle perché non stanno a casa, buttano pure i fazzoletti a terra ma lo scaccio subito via. La montagna è inclusiva e non esclusiva e se queste famiglie vanno a vedere un ghiacciaio invece di andare al centro commerciale, è una cosa bella. Ma cerco di risparmiare anche in questo caso le energie mentali. Mi fermo a fare pipì e arriva Paco, che dice che si era perso. Corre un minuto con noi e poi accelera velocissimo e lo vedo sparire. Ma come fa, mi chiedo. Al km 38-39 mentre riempivo l’acqua sento una voce che urla ‘stiamo venendo a prendervi’, era Paco. Metto il turbo. Nel boschetto che mi da tregua dal sole a picco penso ad Hector e a quanto sarebbe bello vedere il suo viso tra qualche chilometro. Mando giù l’acqua salata accumulata negli occhi. Non è il momento per la malinconia. Continuo ad inciampare ma è come se ci fosse una forza magnetica che mi tiene su e non mi fa cadere. Vado più veloce che posso e inizio a vedere segni famigliari nel paesaggio, la casa a pallini, il ponticello delle ripetute, accelero ancora di più. Perdo Enrico, mi chiedo se è così gentile da farmi andare avanti e non accelerare. Ma non importa. Adesso c’è solo l’arrivo.

Non gareggiavo da anni e non avevo mai corso una maratona, ma mi ricordavo che gli arrivi fossero fatti di applausi, campane e high fives. Invece non c’è quasi nessuno. Due, tre facce sconosciute sedute a un tavolo che probabilmente erano arrivate la sera prima quando ero già a dormire. Pensavo fossero già tutti arrivati e si stessero lavando al campeggio. Sento Banana che mi vede e urla ‘attenzione’. Il percorso della maratona era di circa 42 km, sapevo già che avrei dovuto farne altri nove da sola per arrivare a 50. Mi piacciono i numeri tondi, che ci posso fare? Eva, che avrebbe dovuto correrli con me, non c’è. E’ dovuta rimanere su al passo per problemi tecnici. Non mi arrabbio, mi basta l’abbraccio di Banana per buttare giù l’ultimo gel e ripartire verso la strada forestale. E’ strano continuare a gareggiare contro te stesso quando tutti hanno finito, non c’è la stessa spinta, ma lo faccio, mentre le gambe mi chiedono di smettere ma non stanno nemmeno messe così male alla fine. Mi dimentico quasi perché lo sto facendo. Cosa ci faccio lì da sola correndo pianissimo su quella stradina sterrata in salita? Potrei farne altri 20, forse. Il Garmin si scarica. Forse la prossima volta. Arrivo alla baita per la seconda volta, stavolta ci sono più persone. Il cuore mi batte forte, ce l’ho fatta. Paco dice: come ci si sente ad aver corso 50k? Mi sdraio a terra a quattro di spade. Pensavo peggio. Sento il sollievo. Sento tranquillità e pace. Eva dopo un po’ arriva e urla scusaaaaa e mi abbraccia.

Con la prima birra scopro aneddoti vari. Qualcuno dell’ultra si è perso, Eva lo va a prendere. Povera, ha una faccia così stanca e bruciata dal sole che sembra abbia corso anche lei. Penso di essere fortunata ad avere amici come lei e Banana. Vedere quanto qualcuno si sappia sbattere per gli altri gratis è un grande indicatore di qualità umana. Scopro che Filippo dopo essere arrivato primo al passo Zebrù è scoppiato ed elemosinava Eva per un gel e aveva chiesto a turisti al rifugio di farsi riportare giù in macchina poi Paco l’ha preso e l’ha costretto a correre fino in fondo. Giulio ha perso la chiave del furgone e non sa come tornare a casa. Arriva Andrea, il vincitore dell’80km, fresco come se ne avesse corsi dieci. I tre moschettieri sono anche loro arrivati stremati al passo e si sono fermati al rifugio per mangiare qualcosa. Mi salutano e mi fanno i complimenti, dicono che mi hanno vista dal rifugio correre via. Paco ha continuato a sbagliare strada. Davide era con Maria Carla ed era così tranquillo che si è fermato a fare le foto ai turisti. Vengo dalla scuola inglese dove chi corre bene una gara non è necessariamente il più veloce, ma chi si sa orientare meglio. Come ho imparato da questa nuova e incerta normalità di vita pandemica, non ho superato nessuno e ho lasciato che le cose si aggiustassero da sole e facessero il loro corso. Sono arrivata terza e ho portato a casa uno dei taglieri di Luigi per essere stata la prima donna.

Seduta su quel prato mi ritrovo a condividere una giornata speciale con volti nuovi, che come me amano questa strana attività di correre su lunghe distanze mentre la maggior parte dell’umanità si è dimenticata come si fa. Quando l’uomo non era quello che è oggi, lo facevamo tutti. Dovevamo farlo per mangiare e per sopravvivere.

Mi sono ricordata di quando Hector era tornato da un mese di spedizione in Denali. Per tutta la settimana dopo il rientro, si era comportato in modo strano, come se gli servisse gradualmente tempo per riabituarsi alla normalità con quello che aveva intorno, persone e ambiente, dopo essere stato per giorni e giorni in uno stato brado di sopravvivenza, fatica, su un ghiacciaio a meno quaranta. Lo rispettavo, ma non riuscivo a capirlo fino in fondo, perché non l’avevo mai provato sulla pelle.

Ora, forse, so cosa significa.

Fell running: gambe, testa e cuore.

Testo e foto di Elena Adorni

Capitolo 2

Il fell running non è una disciplina per deboli di spirito. Orientamento a parte, non sono richieste particolari capacità tecniche. Come dicono alcuni esperti del settore, servono solo gambe, testa e cuore. Io aggiungerei anche un grande amore per le pozzanghere e per il fango che ti si incrosta alle gambe per giorni. E anche per la salita, soprattutto sotto la pioggia e la grandine. L’assenza di un vero e proprio sentiero marcato, insieme ad un terreno roccioso unico al mondo, fanno sì che chi corra debba fare affidamento solo sulle proprie abilità e resistenze in autonomia, ancora di più rispetto ad una classica corsa su trail o strada. Una gara di fell può diventare un’avventura in montagna degna di essere chiamata tale.

Non ho una grandissima esperienza personale in fatto di gare. La mia prima (ed ultima) gara di fell running è stata appena più lunga di 15 miglia sulle colline fuori Manchester, nel cuore della campagna inglese. Il percorso partiva da un paesino in salita di nome Heptonstall. Mi avevano detto che a dare inizio alla gara con un colpo di pistola sarebbe stato il prete del paese. Una mezza maratona in mezzo a fiumi, sassi e pecore sarebbe stata rigenerante. Avevo delle scarpe da trail, non sarebbe servito molto altro. L’iscrizione alla gara era di 10£ ed essendo stanca di correre sul cemento tutti i giorni, volevo andare a vedere più da vicino che cosa fosse, questo fell running.
Sono partita con la mia amica Hannah, e siamo arrivate a registrarci alla partenza totalmente impreparate. Sapevamo che dovevamo portare uno zainetto con bussola, un paio di vestiti asciutti di emergenza e i guanti. In fila per prendere il numero, gli organizzatori ci hanno sgridate per non aver stampato la mappa del percorso a casa ed essendosi insospettiti, ci hanno chiesto se avessimo navigation skills (capacità di orientarsi solo con bussola e mappa). Assolutamente si, abbiamo detto. Hannah ha rinunciato a metà gara perché si è persa, mentre io in qualche modo sono arrivata fino alla fine, sempre seguendo gruppetti di persone, senza avere idea di dove sarei andata senza di loro. A fine gara sono entrata nella chiesa dove distribuivano la zuppa, e appena ho varcato la soglia tutti si sono girati verso di me. Mi sono guardata le gambe, che erano completamente insanguinate dal ginocchio in giù. Cadendo sul terreno roccioso in discesa mentre andavo abbastanza veloce, mi ero fatta due tagli piuttosto profondi su entrambe le ginocchia, ma ero così fuori di testa per la fatica e per la gioia di aver scoperto quel mondo, che non mi ero accorta del dolore, o del sangue, mi ero semplicemente rialzata e avevo proseguito senza manco guardarmi le gambe.
Dopo quella gara ho deciso che avrei corso su strada il meno possibile. Correre sul piano senza l’imprevedibilità degli elementi era diventato estremamente noioso. Il destino vuole che mi avessero offerto un lavoro a tempo indeterminato in campagna. Così ho iniziato ad allenarmi nei paesaggio nebbiosi e rocciosi delle colline inglesi e non mi sono più guardata indietro. Non ho mai sentito un grande senso di appartenenza a quei luoghi, non è mai scattata in testa quella cosa che ti fa dire: ah, correrei su queste piccole montagne per tutta la vita. Non ero nel mio elemento. Che ne sapevo allora. Erano i posti più selvaggi in cui fossi stata.

Ma che cos’è precisamente il fell running e cosa distingue la disciplina inglese dal classico trail? Inizierei con una breve premessa. L’Inghilterra è divisa storicamente e culturalmente tra Nord e Sud. Il Sud dell’isola (da Nottingham in giù) ha un accento molto più ‘neutrale’, le persone sono generalmente più ricche e il paesaggio è prevalentemente piatto. Il Nord, avvicinandosi alla Scozia, è più montagnoso, l’accento è quasi incomprensibile se non l’hai sentito prima, e c’è molto slang linguistico formatosi storicamente con la classe operaia. ‘Fell’, nello slang del Nord, significa collina.


Lo sport nasce come una prova di forza tra pastori durante le fiere agricole intorno alla fine dell’800 nel Lake District, una regione del Nord Est oggi Parco Nazionale. Eseguendo anche gare di lotta e altre prove fisiche strettamente riservate agli uomini, mentre le donne guardavano con gli ombrellini, i pastori sceglievano una collina su cui gareggiare in salita. Chi arrivava primo si guadagnava la fama locale e il prestigio di essere l’uomo più forte del villaggio. Le donne hanno iniziato a gareggiare per la prima volta nel 1979, nove anni dopo l’istituzione ufficiale dello sport attraverso la Fell Runners Association. Oggi il numero di donne che partecipano allo sport aumenta ogni anno e sta superando quello degli uomini.

Ciò che distingue la disciplina anglosassone dal classico trail running è la mancanza di un vero e proprio sentiero, con varie eccezioni. Le gare sono divise in categorie di distanza ed elevazione, ma tutte richiedono una minima abilità di orientamento e l’obbligo di portare con sé mappa, bussola, vestiti di ricambio e cibo. Ai tempi in cui vivevo oltremanica, i miei amici arrampicatori che si credevano molto cool con le loro corde e ferri, avevano sempre qualcosa da dire quando preparavo il mio piccolo zaino da 10lt per andare ad allenarmi fuori. Lo chiamavano ‘lo zainetto della nonna’, granny’s bag, perché effettivamente c’era dentro quello che ti porteresti dietro per una scampagnata della domenica. Quando più in là ho iniziato anch’io a fare arrampicata e scialpinismo e sono diventata cool, mi è mancata (ed è mancata molto anche al mio portafogli) moltissimo la leggerezza minimalista di muoversi in montagna con attrezzatura minima. Lo zainetto della nonna, comunque, ti può salvare la vita se preparato bene. Anche nei rari casi in cui i percorsi sono tracciati, il maltempo imprevedibile può causare scarsa visibilità e situazioni di pericolo. Mi è successo in allenamento di uscire di casa con il sole e di ritrovarmi in cima ad una collina in una tempesta di neve, incapace di proseguire e rischiando seriamente l’ipotermia. Paradossalmente credo di essere stata più a rischio durante alcuni allenamenti lunghi in solitaria nei fells inglesi piuttosto che a fare scialpinismo in British Columbia a -25. Se fossi stata da sola me la sarei vista brutta, la poca visibilità e in questo caso la neve possono causare un rallentamento del ritmo facendo diminuire drasticamente la temperatura corporea. Da quel giorno ho deciso di iscrivermi ad un corso di orientamento, che a mio parere andrebbe fatto a prescindere. Se ti piace la montagna e ci vai spesso, anche solo su sentieri, dovresti sapere che la natura è imprevedibile e avere nozioni di orientamento e primo soccorso non solo può farti sentire più sicuro e ‘empowered’ (parola che non ha traduzione italiana), ma può anche aiutare gli altri che sono con con te e salvare delle vite a persone che non conosci.

L’altra caratteristica del fell running, è che è rimasto uno sport totalmente fuori dai circuiti della corsa ‘commerciale’ e questo lo rende unico. Nonostante ci sia un’associazione nazionale e nonostante siano passati più di cent’anni dalla sua nascita, le gare sono rimaste accessibili a tutti e sono tutt’ora organizzate dalle comunità rurali. Nonostante questo, al traguardo non manca mai un esercito di volontari che ti riempie di cibo fatto in casa, zuppa e pane e dolci. In Inghilterra si corre molto spesso su proprietà dei contadini, che è aperta al pubblico e si può attraversare legalmente rispettando un codice etico e pratico. I campi sono delimitati dalle tradizionali ‘fences’ (recinti) fatti di sassi, che sono segnati sulle mappe e molto spesso possono servirti come punto di riferimento quando non hai idea di dove sei finito. Azzardo a dire che dovrebbe essere così ovunque, che una gara dovrebbe promuovere il territorio e chi lo abita nel quotidiano, che siano umani o animali. Mi viene in mente il mio Appennino Tosco-Emiliano, semi disabitato e con sentieri meravigliosi dalle montagne fino al mare. Se fosse l’Inghilterra ed ogni paesino sfigato organizzasse tre eventi l’anno, si potrebbe gareggiare ogni fine settimana, e magari chi viene da fuori potrebbe fermarsi a comprare cibo prodotto in modo sostenibile da riportare in città aiutando l’economia locale, l’agricoltura rigenerativa e il proprio corpo.

Se vivessi ancora in Europa, in cima alla mia bucket list ci sarebbe sicuramente il Bob Graham Round. 66 miglia (circa 106km) e 27000 ft di dislivello toccando 42 ‘vette’ nel Lake District da compiere in un minimo di 24 ore con un testimone per ogni vetta raggiunta. C’è questo video molto bello di Salomon TV che vi fa entrare nell’atmosfera e riassume in modo efficace lo spirito della disciplina.

Anche se non è una gara vera e propria ma piuttosto un loop più simile ad un fkt, credo che per storia e tradizione sia un circuito che incorpora l’essenza di quello che il fell running è, e anche quello che non è. Il record di un singolo giro è per ora di Kilian (12h 52m), ma il record di ‘round’ doppio è della mia preferita, Nicky Spinks, che ha completato il giro doppio in 45h30min. C’è un film che ne parla, ‘Run Forever’, prodotto da Innov-8. Sarà perché forse alla sua età mi immagino un po’ come lei, sarà che anche se ha sponsor la corsa rimane il suo hobby e il resto del tempo lo dedica alla fattoria, sarà che è un mostro nell’orientamento e sorride sempre (anche quando prova a finire la Barkley marathon, fallendo), sarà che ha iniziato a correre forte dopo essere sopravvissuta ad un tumore al seno, ma Nicky Spinks è davvero diventata una leggenda femminile dello sport anglosassone.

 

Insomma, oltre il canale della Manica succedono un sacco di cose interessanti. L’ostacolo più grande sarà capire l’accento, ma gli inglesi del Nord sono così gentili ed amichevoli, che vi daranno sicuramente una mano.

Road to…the unknown

Parte prima

L’idea sarebbe stata quella di raccontare la strada verso la mia prima 100 miglia, ma ora come ora credo non ci sia nemmeno una persona che abbia la certezza di poter correre la gara (o le gare) che aveva programmato. Mai come adesso prendiamo un giorno alla volta, un’uscita (quando possibile) alla volta e procediamo brancolanti nel buio verso una destinazione sconosciuta.
Mai come adesso conta la strada, più che l’arrivo.

Proprio oggi quando sono tornata a casa dopo un’uscita di un’ora in cui ho fatto ripetute avanti e indietro sulla strada di casa, ho visto quel pallino rosso sul francobollo dell’applicazione Mail e, pensando che fosse la solita scocciatura di lavoro , – o peggio, una pubblicità – l’ho aperta senza troppa attenzione. La mail era in tedesco e mi è bastato il titolo per capire il contenuto del messaggio: GGUT 2020 canceled.
Non c’è stato bisogno nemmeno di trovare il modo di tradurre il testo, il senso era facile da intuire: non si corre.
Avevo scelto di correre a fine luglio il Gross Glockner Ultra Trail come gara di preparazione alla gara A e perché era una delle poche che potessi fare che fosse qualificante per la Western States.
Per adesso la gara A, la 100 miglia, non è ancora stata cancellata, ma vista la situazione non posso sperarci troppo. Si, la gara è in autunno, ma dall’altra parte dell’oceano la stanno gestendo proprio male e devo impormi di non sperarci troppo.

A settembre dell’anno scorso ero tappata in furgone insieme a Alessandro, Edoardo e Ombra, mentre fuori pioveva talmente forte che avevamo difficoltà a sentire la voce l’uno dell’altro, e chiacchierando di fronte al microfono di Buckled, Alessandro mi ha chiesto se avessi intenzione di correre nella prossima stagione la mia prima 100 miglia. Era una domanda legittima: in un paio d’estati sono passata da 0 chilometri a 50, poi a 100. Il prossimo passo doveva essere una 100 miglia. Non faceva una piega come ragionamento. Ho fatto fatica a credere alla mia stessa voce quando ho risposto di no, che l’anno a venire sarebbe stato un anno per tornare sui miei passi e cercare di migliorare sulle distanze che conoscevo invece di dare da mangiare al mio desiderio di andare sempre un po’ più avanti, di andare sempre verso l’ignoto. L’ho detto ad alta voce, davanti a un microfono, quasi per obbligarmi, per cercare di essere coerente. Nei confronti degli altri e di me stessa.
Non che non avessi voglia di correre una 100 miglia. Anzi. Ma ho pensato che essere paziente sarebbe stata non solo una forma di rispetto verso il mio corpo, ma anche di rispetto della distanza. Non mi andava di avere un atteggiamento spocchioso e arrogante; non nei confronti della Distanza.

Poi però – e c’è un però altrimenti non sarei qui in questo momento – è successo qualcosa che non avevo previsto. Non sono sicura si trattasse proprio di fortuna; forse tutto il contrario.
Il 7 dicembre alla lottery che si svolgeva al Tempio, dopo aver già vinto una quantità vergognosa di premi, il mio ultimo numero è stato estratto con il Grande Premio: il pettorale per UTLT. 100 miglia, in California. Nel camminare verso Davide che mi allungava il foglio di carta con stampato il logo della gara e una sua foto in cui la correva, ho sentito salire un imbarazzante calore per tutto il mio corpo fino a farmi arrossire prima, a ridere dal nervosismo poi. Dopo qualche minuto ho preso Davide da parte e gli ho detto “che faccio? vado?” Lui ha sorriso, assentendo. “Mi stai mandando al macello vero?” “Si, ma ti ci faccio arrivare preparata, al macello.”
Chi sono io per non assecondare le leggi beffarde del destino? Chi sono io per non dare retta al Coach? Tanto con la scusa che ho vinto il pettorale non si offende nessuno se mi rimangio quello che ho detto. E la distanza la rispetto correndola.

La gara è a fine settembre, avrei tutto il tempo di prepararla anche se mi cominciassi ad allenare solo in primavera. D’inverno si scia: non c’è 100 miglia che tenga il confronto con il desiderio di passare sei mesi a tracciare curve nella neve profonda. L’anno scorso ho iniziato a correre a maggio; la mattina facevo una gita di sci-alpinismo e il pomeriggio una corsetta leggera tra fango e neve marcia.

Quest’anno i primi di marzo hanno aperto la strada dei Forni ed abbiamo inaugurato la stagione di sci-alpinsimo, pensando di poter sciare fino quasi a giugno, come l’anno scorso. La domenica della nostra prima vetta su ghiacciaio è iniziato lo stato d’emergenza e ci hanno poi vietato – tra le tante cose – di andare sulle montagne. Per qualche giorno abbiamo lasciato gli sci a portata di mano, speranzosi. Dopo una settimana li abbiamo portati da basso, e abbiamo tirato fuori dalle scatole le scarpe da corsa.

Mi piace correre, ma come tutte le cose che amo ho un atteggiamento bulimico verso di esse e quando inizio ci immergo dentro fino ad affogare. Dopo qualche mese, per respirare, devo tirare fuori la testa dall’acqua. Questo è il motivo per cui scio sei mesi e ne corro altrettanti sei. É più sano per me. Quando arrampicavo ci stavo troppo tempo con la testa sott’acqua.

Ho iniziato a correre a marzo non per voglia, ma per necessità. Perché non potevo fare altro. Ho tirato fuori dalla scatola le scarpe di Icebug – pensate proprio per la corsa su neve – che ero curiosa di provare ed ho iniziato a correre davanti casa. Un po’ su asfalto, un po’ sulla pista da sci di fondo ormai deserta per correre sul morbido e provare le scarpe.
Le prime due settimane ho corso tre volte a settimana, 5 chilometri a uscita. Tornavo a casa stufa, che non ne potevo già più di fare avanti e indietro a pochi metri di casa.

Sapevo che se avessi continuato a correre così, per scazzo, mi sarei arresa dopo poco. Così ho cercato di immaginare ‘the big picture’ ed ho cominciato, insieme a Davide, a dare un senso alle mie uscite.
La primavera è strana qui in quota: un giorno nevica e fa un freddo cane, quello dopo corri in pantaloncini corti con l’aria così secca che ti brucia i peli dentro le narici. Forse è anche grazie a quest’imprevedibilità che non mi sono ancora stufata.

La strada davanti casa è in falso piano, così quando corro da un lato sento il vento in faccia e corro più forte; quando giro di colpo su me stessa l’aria si ferma e il passo si accorcia. La prima volta che mi sono accorta della differenza di un verso rispetto l’altro ho iniziato a correre gli intervalli girandomi di corsa sul posto per poterli correre in discesa e recuperare in salita. Davide se ne deve essere accorto e per le prossime settimane mi ha inserito un allenamento in cui devo fare gli intervalli obbligatoriamente in salita e recuperare in discesa. Si chiama Buckled, l’allenamento. Di buon auspicio? Oggi quando sono rientrata dell’allenamento ho trovato la mail di annullamento della 100 k che avevo in programma.

Prendo una giornata dopo l’altra, con la mente rivolta al futuro ma verso un obiettivo che si muove e muta, che come provi ad agguantare ti sfugge dal pugno stretto e ti lascia la mano rossa e vuota.
Non mi dispero se verrà annullata all’ultimo la 100 miglia. É arrivata senza che la chiedessi e può andarsene senza che la trattenga. Continuerò ad uscire fuori fino a quando non potrò allontanarmi da casa e correre sui sentieri dove si sarà sciolta la neve più ostinata. Non mi importa se non conosco la destinazione. Intanto, mi godo la strada, con la speranza che domani potrò cambiare il nome di questi racconti.

Chorlton Runners: correre nel Nord dell’Inghilterra

Il blog di DU si arricchisce con una nuova penna femminile, e quando avrete finito di leggere questo racconto ne capirete il motivo. Difficile scrivere una presentazione di Elena senza riempire 4 pagine, ma proverò ad essere breve. Elena è una giovane donna dell’appennino parmense, che dopo aver finito di studiare e aver lavorato in Inghilterra come antropologa visiva decide di  partire per un viaggio in solitaria di nove mesi in Patagonia per dare una svolta radicale alla sua vita lavorativa e personale. Elena vuole vivere a contatto con la natura e vuole dedicare la sua vita alla fotografia documentaria. Da quel momento è successo di tutto: ha iniziato ad arrampicare, si è innamorata, ha vissuto due lunghi inverni in camper in British Columbia, ha sciato le più belle pareti dell’Alaska, ha lavorato in una fattoria, e un giorno, con un saccone da 70litri, ha bussato alla porta de Labbaita ed è entrata inevitabilmente nella mia vita. Una sera mentre spalmavamo l’hummus sul pane dopo una sciata, Elena mi ha confessato di voler correre la sua prima ultra prima di compiere 30 anni, a fine settembre di quest’anno. E invece di consigliarle di inizare ad allenarsi le ho detto: “beh sai, secondo me dovresti proprio scrivere qualcosa per un blog che conosco”. Eva

Testo di Elena Adorni

Capitolo 1

Ogni articolo sulla corsa inizia sempre con ‘non so bene come tutto questo sia iniziato…’. Io invece mi ricordo fin troppo bene. Era il 2015, nel pieno di quello che chiamo ‘la mia vita passata’. Vivevo in città, nel Nord dell’Inghilterra, a Manchester. Era uno di quei momenti in cui dovevo usare la mia testa così tanto che iniziava a farmi male. Così ho iniziato a correre.

C’è qualcosa di speciale che accompagna i parchi inglesi. Ogni parco ha la sua personalità, tutti sono curati, il prato è sempre tagliato alla perfezione. Correndo, con il passare dei mesi ho imparato a conoscerli tutti. Spesso per gli allenamenti più lunghi facevo dei percorsi da parco a parco, alcune miglia in uno, poi correvo all’altro e così via. Alexandra Park era quello più multi culturale, con i campetti da cricket e le famiglie pakistane che facevano i pic-nic. Platt Fields era il parco con le piste da skateboard, dove si riunivano i miei amici a bere le birre, perciò cercavo di evitarlo. A Chorlton Water Park invece, c’era un lago con un sentiero intorno di esattamente un miglio, perfetto per allenare la velocità. La specialità di Longford Park, il parco più vicino a casa mia, era che aveva una pista da corsa e che ogni sabato mattina potevi correre in quello stesso parco 3km in una gara non competitiva. Ti davano un tempo e una scusa per non bere troppo il venerdì sera. In quelle corse comunitarie alle 9AM ho scoperto poi che nel mio quartiere c’era un club di corsa. Si chiama Chorlton Runners e chi si iscrive con una piccola quota può iniziare a gareggiare alle gare nazionali con una canotta nera e gialla.

Il problema di correre a Manchester è che non ci sono colline. L’unico terreno con un po’ di dislivello si trova a Chorlton Water Park, dentro uno sterrato in un bosco usato principalmente per mountain bikes. Questo solo d’estate o di primavera, durante l’inverno invece ci si allena in uno spartitraffico con l’erba in salita in mezzo ad una strada a corsie doppie. Il parco in inverno non è illuminato e fa buio troppo presto, quindi bisogna spostarsi in un posto con i lampioni. L’allenamento del mercoledì sera si svolge proprio lì, bisogna correre per 8-10 laps di 800m su e giù dalle colline, che fosse il parco o lo spartitraffico. A supervisionare c’è la coach Val Brennan, una signora sulla cinquantina bassa e tarchiata. Pensavo fosse tutta una barzelletta. Ma ho iniziato ad andare ogni settimana. Ho scoperto che Val, quando era giovane, era una delle donne più veloci dell’Inghilterra nella maratona, e che non poteva più correre per problemi alle ginocchia e si era messa ad allenare per passione. Una sera di inizio autunno, dopo un estenuante allenamento nello spartitraffico, mi ha chiesto di correre per il club la stagione del Cross Country, una gara al mese, cinque gare in totale, ‘not a big deal’, mi ha detto, ‘it’s just for fun!’. Le ho dato retta, e le ho detto di sì.

Ho iniziato ad allenarmi con il club cinque giorni a settimana. Ho corso per la prima volta in pista. Ci allenavano per spingere la velocità, a me piaceva andare e sudare più che potevo, come una gazzella respirando allo stesso ritmo di chi mi correva a fianco. Era pieno inverno e correvo in pantaloncini corti. Fuori dalla pista di atletica ci si allenava con le torce in testa, perché in inverno fa buio alle tre del pomeriggio. Gli allenamenti mi davano un senso di routine. Mi ero appena laureata e stavo cercando lavoro. Non sapevo ancora chi ero, avevo una paura tremenda di diventare adulta e la corsa mi ha aiutato ad essere fedele a me stessa. Mi ha dato disciplina, mi ha dato una direzione, allora non sapevo verso che cosa, ma l’ho seguita. Qualcuno mi aveva chiesto allora, che cosa faresti senza la corsa? Non avevo una risposta.

Mi sono comprata un’orologio Garmin per gli allenamenti, l’ho comprato usato da Val. E’ quello che uso ancora oggi. E’ enorme sul mio polso piccolo e ossuto e sembra davvero obsoleto rispetto alla tecnologia di oggi, ma ci sono affezionata e funziona ancora. Ho iniziato a studiare percorsi per allenarmi da sola, mi sentivo un’esploratrice dei parchi della città. Non sapevo che già allora stavo dando voce alla parte più selvaggia di me, chiusa tra le vie e le case fatte di mattoncini rossi tipiche dell’Inghilterra del Nord, in una vita troppo stretta. Mi facevo largo, cercavo di allargare gli orizzonti dentro di me guidata dal ritmo dei miei piedi. Tornavo a casa e la mia migliore amica mi prendeva in giro vedendomi rientrare dalla porta in pantaloncini e spegnendo il Garmin. ‘Aah, now she has that watch…’ ha detto una volta ad un’amica mentre rientravo. Altre volte tornavo dagli allenamenti e vedevo i miei amici bere fuori dai pub nelle vie del quartiere, pedalavo il più veloce possibile con la mia bicicletta rossa perché non mi riconoscessero. Mi sentivo una sfigata. Oggi vorrei dire alla Elena di allora: ‘che si fottano! E’ meglio uscire ad allenarsi che bere seduti ad un pub! Sei una figa!’. Ma allora non sapevo chi ero nel mondo e mi nascondevo nelle mie esplorazioni solitarie.

Al club ero la più giovane, ho iniziato a perdere peso e a diventare più veloce ogni settimana. Con il passare del tempo era come se le gambe mi mettessero in contatto con il mio vero io, e non ne potevo più fare a meno. C’era un particolare luogo che mi faceva sentire quasi in un universo parallelo, un ponte che univa due parti del parco passando come un arco sopra l’autostrada. Ogni volta che correvo lì sopra, lo facevo più veloce che potevo. Mi piaceva che si vedesse il cielo e nient’altro, se si guardava sempre avanti.

Avevo accettato di gareggiare per varie ragioni. Prima di tutto perché avrei potuto correre in parchi della città che non conoscevo, perché erano poco sicuri da raggiungere a piedi o di corsa, nelle periferie. Mi piaceva l’idea di gareggiare in squadra, che il tuo tempo individuale si andasse a sommare a quello degli altri per avere una posizione in classifica come team. Ma soprattutto, mi piaceva l’idea che il tuo tempo in pista o negli allenamenti non importasse, perché erano le varianti naturali a cambiarlo: pioggia, neve, grandine grossa come palle da tennis, pozze di fango che ti fanno sprofondare fino alla vita, colline, boschi e vegetazioni che ti tagliano le gambe. Ogni gara è un percorso di 10km circa, ma l’intensità e le variazioni del terreno rendevano ogni gara diversa ed unica.

Le gare erano sempre di sabato. Dopo la prima, in cui sono arrivata circa a metà classifica, avevo deciso che mi sarei impegnata al massimo durante tutto l’inverno per arrivare tra le prime donne e far vincere il mio club. L’ultima gara della stagione era in un parco che si chiamava Boggart Hole. Già dal nome si dovrebbero capire molte cose, in inglese britannico il ‘boggart’ è uno spiritello maligno e il buco (hole) la sua tana. Notoriamente era la gara più difficile della stagione, per il tipo di percorso, e la pioggia aveva scrosciato interminabile fino al giorno della gara, tramutando la terra in un oceano marrone. I ricordi sono ormai lontani oggi, sono passati cinque anni e i pensieri a caldo sono da qualche parte nei miei diari, molti chilometri da dove sono adesso. Mi ricordo però di aver corso per la prima volta senza orologio, fregandomene del tempo e di sapere quanti chilometri rimanevano, volevo essere libera e ascoltare solo il mio corpo. Con il tempo ho poi gareggiato molte altre volte senza orologio, ed è diventato il mio punto forte, la mia caratteristica, di cui mi vanto un po’ ancora adesso. Mi ricordo di essere andata in una specie di stato di trans psico fisico, come se niente mi potesse fermare, neanche il dolore o l’umidità gelida sulla pelle nuda. Le grida dei miei compagni di squadra dietro i nastri e negli angoli più duri del percorso erano come evanescenti. Mi ricordo toccare gli alberi attraversando la piccola foresta, senza smettere di correre, pensando che mi avrebbero dato l’energia e la forza per continuare. Mi ricordo superare tutti in salita, e finire prima, con uno sprint e le gambe completamente nere e ricoperte di fango. A fine gara qualcuno mi aveva urlato: ‘What did you eat for breakfast?!’.

Dopo quella gara sono cambiate molte cose nella mia vita. Sono andata ai campionati Nazionali, ho iniziato a perdere sempre più peso fino ad andare in amenorrea. Ho iniziato a sentirmi male i giorni in cui non mi allenavo e allenarsi era diventato come fare i compiti. I miei amici si preoccupavano per me, il mio club non mi faceva più pagare i costi della gare per volermi far gareggiare a tutti i costi. Mi compravano scarpe con i loro sponsor. Ho piano piano perso la gioia di correre, quella gioia che mi faceva esplorare i parchi all’inizio. Poi mi sono trasferita fuori città, nelle campagne, e ho scoperto che i parchi potevano essere infiniti e senza confini.

Ma questa è un’altra storia.

Dopo quasi un anno da che avevo iniziato a correre, un pomeriggio di primavera avevo deciso di partecipare ad una gara di 5km in pista. Non avevo mai gareggiato in pista e pensavo poteva essere un buon modo per testare il mio livello di velocità al momento, ed era proprio a Longford Park, dov’era iniziato tutto, dietro casa. Sono arrivata penultima, ma non mi importava niente. Stavo gareggiando con persone che correvano in pista tutti i week end, con un livello atletico altissimo, più giovani di me, le classiche figure snelle ed eleganti che sembrano nate per fare quello. Ho invitato la mia migliore amica a vedere, la stessa che mi prendeva in giro per l’orologio mesi prima. Era lì che sedeva sugli spalti e urlava il mio nome. Dopo la gara mi ha detto: ‘Vedi, non sarai la più veloce, però quando ti vedo correre, è come se potessi andare avanti per sempre’.

Fall apart (an’ tear it down)

Sono passate più o meno 24 ore dal mio arrivo a Chamonix dopo i 101 chilometri della CCC e mentre mi riposo in furgone mi sembra un buon momento per buttar giù qualche pensiero su queste ultime ore, anche se probabilmente da tutto il casino che ho in testa uscirà fuori un pezzo di “emozionante cinismo” (nuovo genere letterario appena inventato dalla sottoscritta).

I turn the motor on. I leave, I’m moving.

Visto che li ho menzionati, ci terrei a dire che a detta del mio orologio e di LiveRun (the bitch app, che dopo essere stata refreshata senza sosta negli ultimi giorni verrà presto cestinata) i chilometri della CCC sono 99 e qualcosa e non 101 e quindi bisogna smettere di menarsela con quella storia del “quell’ultimo chilometro lo senti tutto”.

Un’altra cosa che tengo a dire è che è la prima volta che corro su questa distanza e che partecipo ad un evento del genere e che quindi le mie considerazioni sono frutto di uno sguardo, se si può dire, sorpreso.

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I stop people faces, right in front of my eyes

Ci sono parecchie cose che mi hanno sorpresa nelle 24 ore passate a correre, o meglio, cercare di muovermi il più veloce possibile. Per esempio mi ha sorpresa che i volontari – che stanno lì a farsi il culo per mille ore – sono più presi a bene dei partecipanti alla corsa. Direte “beh ma loro non si devono sparare 100 k e 6000 di dislivello”. E qui voglio chiedere agli altri partecipanti: “siete stati qui per vivere una bella – benchè dura, ma si sapeva – esperienza, o vi hanno costretto ad iscrivervi?”. Fatto sta che sono veramente poche le persone che ho incontrato e che stavano correndo che mi hanno sorriso e me le ricordo benissimo, proprio perché sono, sorprendentemente, poche. La prima è stata una ragazza che è uscita con me da Arnouvaz con la quale ho discusso dei poteri benefici e diuretici del cocomero e con cui ho trovato un posticino per fare la pipì prima della salita di Col Ferret, dove sarebbe stato impossibile farla. Lei è stata l’unica ragazza che ho visto abbassarsi i pantaloncini e fare pipì con nonchalance mentre i ragazzi non si fanno nessun problema e praticamente ti pisciano davanti alla faccia. Ok, te la stai facendo sotto, ma falli sti due metri in più per toglierti dal sentiero, no?

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andiamo a far deprimere qualche ragazzo a Col Ferret ph. flash-sport

Un’altra cosa che mi ha sorpresa è che la gente in discesa non corre e che soprattutto non ti fa passare manco morta. Ne parlavo ieri con il Coach, che questa cosa succede proprio nel – se si può dire – “range medio” delle persone che stanno facendo la gara più che altro per finirla.

Note per il futuro: allenarsi di più per scoprire se quelli forti sono più simpatici e più presi bene.

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freccia a sinistra e passare ph. flash-sport

Sulla salita di Gran Col Ferret, invece, mi ha stupito che la gente – e ripeto la gente normale che non va forte – se andasse un po’ più lenta verrebbe soggiogata dalla gravità e andrebbe in retromarcia. Non che io sia forte eh, ma ho visto degli ingorghi (e anche delle auto ferme in corsia d’emergenza) che manco ad agosto sull’A4. Comunque, mi sono sorpresa di recuperare tanto in salita e soprattutto di divertirmi un casino. Sarà che sono abituata a sentieri un po’ più tecnici e pendenti ma sbacchettare ad un ritmo costante è stato uno spasso. E diciamocelo, anche ciccare un centinaio di ragazzi che si prendevano male, è stato piuttosto divertente.

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Do I feel really good? Yeah, maybe… Would I really feel bad? Not sure of… But it could be

La prima persona con cui ho condiviso un po’ di strada, invece, è stato un ragazzo che ha preso la mia scia in salita ed ha approfittato della mia cattiveria del momento. Dico approfittato perché, devo dire, mi sono sentita un po’ sfruttata perché dopo che carinamente mi sono girata e gli ho detto “ehi, we’r making a great job together” appena non ha avuto più bisogno di me mi ha superata senza proferire una parola.

Scollinato ho un po’ rallentato per mangiare e un ragazzo, mandato direttamente dal Karma per riequilibrare quanto appena accaduto, mentre mi ha passata mi ha dato una pacca e mi ha detto “you are doing good” o qualcosa del genere. Seconda e ultima persona simpatica della giornata.

A La Fouly sono arrivata un po’ svuotata e in deficit di calorie, e ripartire è stata dura. Qui ho imparato una lezione importantissima su di me ed ho capito che ci metto un po’ a ripartire e che devo essere semplicemente paziente e darmi un po’ di tempo. Comunque, visto che stavo un po’ giù e ancora non sapevo questa cosa, mi sono improvvisamente ricordata di aver portato l’Ipod, così ho caricato con la “roba pesante” ed ho fatto partire la selezione che avevo preparato e denominato “Playlist Salvavita”. Qui, sono rimasta sorpresa, forse stupefatta, dalla mia reazione e dai poteri dopanti della musica in gara. Mi sembra mancassero una decina di chilometri a Champex e mi sono detta “sono solo 10 chilometri, corrili come se fossero SOLO questi 10 chilometri e fossi uscita per allenarti. Quante volte hai corso 10 chilometri?”. Non so, ma me lo deve dire chi ha più esperienza di me, se questo dividere la gara in blocchi sia una buona cosa o è meglio tenersi e vedere la gara in una prospettiva complessiva. Fatto sta che in discesa verso Praz de Fort, complici le cuffiette e il sentiero fichissimo, ho corso forte e mi sono divertita un casino. Sembrava che ogni canzone fosse perfetta per quel momento e mi sono ritrovata a canticchiare, dimenarmi e ad essere odiata da tutti i presi male che superavo. Ripeto: ma perché la gente non corre in discesa? Non gli fanno male le gambe a frenarsi?

Ma soprattutto, e questo lo dico a tutti quelli che ho visto andare lenti con le cuffiette: che caspita di musica vi ascoltate?

Arrivata a Champex, il primo ristoro dove è ammessa l’assistenza, non mi sono nemmeno seduta, un po’ perché avevo paura di rimetterci tanto a sbloccare le gambe dopo, un po’ perché veramente non c’era posto.

Nota per chi fa assistenza: lasciate posto a sedere per chi corre che con vostro marito ci cenate tutte le dannate sere.

Dopo aver finito la mia cena liquida a base di cocomero e brodo (non insieme, ve lo assicuro, ma quasi) frontale in testa e via per la terz’ultima salita. Ci metto sempre un po’ a ripartire ma la forestale in leggera discesa prima di attaccare a salire mi aiuta e riprendo ad andare ad un ritmo decente. Anche qui, la playlist mi regala delle perle e salgo chiusa in me stessa passando un po’ di ingorghi. La cosa più difficile è che dopo che hai superato un gruppetto generalmente ti succede che per qualsivoglia motivo devi fermarti un attimo e che – metti che stai pisciando – subito vedi delle frontali dietro di te e ti tocca ripartire con i pantaloni ancora abbassati per non dover rincontrare le persone che hai appena passato. Altrimenti, affari tuoi perché non ti faranno ripassare mai più.

In discesa verso Trient ho la frontale un po’ scarica e vado piano perché non ci vedo bene. In più inizio ad avere sonno, forse proprio perché la poca luce mi fa abbassare le palpebre. Ma a Trient mi aspetta Bani, così cerco di tirarmi su e di arrivare al ristoro. Purtroppo, e qui, devo fare un appunto all’organizzazione che è stata in tutti gli altri aspetti impeccabile, il bus che doveva portare (come da programma) Bani da Vallorcine a Trient non è mai passato. Così, dopo averlo sentito al telefono ed aver scoperto che avrei dovuto aspettare per vederlo, mi sono veramente buttata giù. In più dentro non c’era posto e girava della musica terribile. In compenso riesco a cambiare le batterie alla frontale, butto giù un gel Espresso Love, mi chiudo nell’antivento e cerco di pensare solo ad andare avanti ed arrivare a Vallorcine. Soprattutto perché, poraccio, sono ore che sta lì ad aspettare il bus. Le gambe, anche se dure, girano ancora.

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cena liquida

È sorprendente quanto sia bello vedere una persona a cui vuoi bene è che è li per te. Bani mi aiuta a rimettermi in sesto e mi da un calcetto verso la prossima – ultima – salita.

Quando arrivo all’attacco e vedo le frontali sul Col des Montets ho un mancamento. Tra l’altro, se pensavo fino a quel momento che le salite erano tutte facili e poco pendenti ho tempo di ricredermi. La notte sta per volgere al termine e mentre salgo non riesco più a distinguere le frontali dalle stelle che sono in cielo. Spero solo di non dover arrivare fin lassù. Anche se piano continuo a salire costante, senza mai fermarmi. L’unico pensiero è continuare ad andare. Arrivo a Tete au Vents alle prime luci dell’alba, e auguro a tutti di avere l’occasione – magari non in gara perché vuol dire che non state andando forte – di vedere il massiccio del Bianco in quel momento e con quelle luci lì. Purtroppo non ero nelle condizioni mentali per godermelo e nemmeno il sapere di aver finito con le salite mi ha rincuorata. L’ultima salita mi ha imballato le gambe e il traverso pietroso che porta a La Flegere è stato un supplizio, tanto che arrivo all’ultimo ristoro e faccio fatica a ricacciare dentro le lacrime. Sono disidratata e non ho più voglia di nutrirmi, e a dir la verità, non mi importa neanche così tanto di arrivare.

Però, cerco di ricordarmi che a Eva di qualche ora fa, anche se non me l’aveva detto, importava di arrivare in fondo. E in più ci sono tutte quelle persone che mi hanno seguita in queste lunghissime ore e sarebbe veramente un peccato deluderle.

Non ho solo idea di come fare a correre questi ultimi 8 chilometri in discesa. Le gambe sembra non vogliano collaborare.

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I open my eyes. I see the road.

Mi asciugo la faccia, mi do una sistemata e inizio a scendere corricchiando e aiutandomi con i bastoncini. C’è qualcosa che non va al mio tendine d’achille e so che sto facendo un torto al mio corpo ma penso che l’unica soluzione è provare a correre e quando finalmente il sentiero si allarga metto via i bastoni e mi dico che – dopo solo 23 ore – è arrivata di nuovo l’ora di correre. Non smetterà mai di stupirmi quanto, nonostante siamo da buttare, riusciamo a correre – anche in maniera decente direi – gli ultimi chilometri di una gara.  Passo da La Floria e so che manca veramente poco, perché quell’ultimo tratto l’ho già corso l’anno precedente. Arrivo a Chamonix e vedo prima Ombra, poi Bani, Maria Carla, Davide e Mati e mi rendo conto che è andata. Ombra mi trascina all’arrivo correndo come un pazzo. È bello correre da soli per tante ore, ma, e questo non mi sorprende affatto, sedersi e cazzeggiare con gli amici è una ficata.

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il cane più fotografato di Chamonix

Un po’ mi vergogno quando mi dicono “brava che sei stata” perché credo che correre 100 chilometri in 24 ore non sia niente che non possano fare molte persone. È il bello e il brutto dell’ultrarunning: tutti (o quasi) se lo vogliono possono correre lunghe distanze.

Il problema vero è che poi quando corri per 24 ore poi ti servono tre pagine per raccontare l’esperienza, e qualcuno, è anche costretto a leggerle.

Scusate. La prossima volta cercherò di metterci meno, in tutti i sensi.

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catch us if you can
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we fuckin drive ph. flash-sport

 

Il Bianco – punto

Finalmente, eccoci arrivati alla gara madre che non per niente da il nome al circuito, l’UTMB (Ultra Trail du Mont Blanc), nome che viene nientepopodimeno che dalla montagna regina delle Alpi, italiane e non.

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L’UTMB è la 100 miglia più iconica d’Europa, sia perché corre intorno al Bianco, sia per tutto il clamore che le si è creato intorno, con migliaia di partecipanti provenienti da tutto il mondo. Chi finisce il Bianco non si porta a casa una fibbia (non avete ancora ascoltato lo speciale UTMB pubblicato da Buckled? male – QUI il link alla puntata) ma una cento (e più) miglia dura, in puro stile alpino.

Il Bianco è l’unica gara che parte da Chamonix alle 18.00 di venerdì, così che i runner dovranno presto sfoderare le frontali per poter ammirare l’Aiguille de Bionnassay. All’alba molti corridori passano il col de la Seigne per entrare in Italia nella Val Veny, nella quale dominano i ghiacciai del Monte Bianco. Si prosegue poi verso Val Ferret, sovrastata dal Dente del Gigante e dalle Grandes Jorasses, prima di scollinare in Svizzera dove si affrontano le infime salite di Bovine e Les Tseppes. Si passa poi sotto l’Aiguille Verte e i Drus per poi tornare al centro di Chamonix. Sembra facile a metterla così eh? Ma parliamo di 170 chilometri con 10.000 metri di dislivello, da correre in massimo 46 ore e 30.  Il cutoff fa capire quanto la gara sia dura.

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Runner europei, abituati a correre su questo genere di terreno, da anni la fanno franca e vincono questa gara, non lasciando spazio agli atleti d’oltreoceano. Vediamo se quest’anno si spezza la magia.

UTMB – dettagli tecnici

Distanza 170 km

Dislivello 10.000 mt +

Cutoff 46 h 30

Partenza Chamonix 30/08/2019 18:00

Punti ITRA 6

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La parola agli atleti DU

Fabio De Boni

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Torno a correre UTMB dopo l’esperienza del 2017, pieno di entusiasmo e con un po’ di esperienza in più! Due anni c’era fa l’incoscienza del principiante e un allenamento “fai da te”. Quest’anno conosco già il percorso e vengo da un lavoro mirato. L’obiettivo è divertirsi innanzitutto e godermi i paesaggi che percorreremo. Due anni fa fu un’edizione segnata dal maltempo e non ho gioito dei panorami come speravo, son tornato a Cham soprattutto per questo motivo. Poi c’è anche l’aspetto agonistico, che per me vuol dire migliorare il mio crono del 2017, ma so che non sarà facile perché le variabili in gioco sono tante. La gestione delle forze, della alimentazione e delle energie mentali sarà fondamentale per centrare l’obiettivo! A differenza di due anni fa, quest’anno avrò una crew al seguito, che mi assisterà lungo tutto il percorso e che non voglio deludere!

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

I punti secondo me cruciali saranno Courma, dove si deve arrivare sereni e senza forzare, e poi Champex- Lac, alla fine della lunga discesa dal Col Ferret. Lì bisogna arrivare bene sia di fisico che di testa. Presa coscienza che il più e fatto gli ultimi 40 km , con due assistenze consentite, non saranno facili ma nemmeno proibitivi.

Copia di THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Stavolta ci siamo divisi i compiti e saranno le DU ladies a prendersi cura delle preview maschili…

Eva:

Chiedermi chi secondo me vincerà l’UTMB è come chiedere a un bambino su quale puntare: “su quello lì perché è più bello”. Ma se mi impegno a fare i compiti forse qualche nome sensato riesco a cavarlo fuori. Vediamo. Quanto sarebbe fico che vincesse un americano? L’anno scorso Zach era partito bene ma nel suo stile o la va o la spacca, ha spaccato. Mi piacerebbe che si rompesse quest’incantesimo e che Zach o Tollefson vincessero. Se dovessi puntare in maniera più oculata direi quest’ultimo, ma se dovessi usare la pancia punterei sul cavallo pazzo. Chi potrebbe impedire l’avverarsi del mio sogno? Senza dubbio Pau Capell, il collezionatore Xavier Thévenard e gli inglesi Tom Owens e Andrew Symonds.

Mari:

Che responsabilità questa… mettere giù i pronostici per per la regina delle gare che partirà da Chamonix: l’ Ultra Trail del Monte Bianco, scritto per intero fa ancora più paura. I coaches se ne lavano le mani e lasciano a noi l’ingrato compito. Alla fine la domanda è sempre quella: quando un uomo americano tirerà su quel nastro? Se un americano deve essere a mio parere il più papabile è Tollefson, alla fine tutte le volte che si è presentato a Chamonix è salito sul podio. Anche se penso che il plurivincitore Thevenard non molli l’osso facilmente! Capell ha già terminato bene tutte le gare del circuito UTMB, e quest’anno pare essere in gran forma, podio a Mozart 100 km e primo posto anche su Patagonia Run 100 Mile, quindi potrebbe fare bene. Ci metterei anche Zach Miller ma finora quest’anno non ci ha dato grandi soddisfazioni. Mi piacerebbe vedere battagliare lì davanti anche un italiano e spererei fosse Macchi, torna dopo 4 anni in cui è cresciuto molto. Comunque vada, mi risulta che uno solo dei partenti abbia fatto l’Everesting. Di corsa. Noi tifiamo per lui…

THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Lasciamo ai due coach il compito di delucidarci sul gentil sesso. Resta valida l’opzione di poterli deridere a giochi fatti, eh.

Coach Paco:

Mi gioco un’outsider, o comunque un volto nuovo: Katie Schide, perché mi piacerebbe proprio succedesse qualcosa di completamente inaspettato. Una ragazza del 1992 che vince e sbaraglia la concorrenza, sembrerebbe impossibile in una gara europea e dove le donne sono solitamente runner di esperienza. Eppure il motore Katie lo ha, secondo lo scorso anno a CCC, nonché fresca vincitrice della Marathon Du Mont Blanc. Certo, qui i km sono molti di più, ma se invece di una gara timida la Schide giocasse il jolly e facesse una gara alla Zach Miller, sempre in testa? Sarebbe di sicuro molto divertente. Poi Courtney Dauwalter, che anche se sulla carta è la più forte, non me la sento di metterla al primo posto. Se la gara fosse composta da due loop del percorso non avrei avuto dubbi. Per quanto per gli americani questa gara è tecnica, rimane comunque corribile, e seppure Courtney sia forte sul corribile, vedi a Western States, non ha così tanta velocità di fondo come altre concorrenti. Chiudo con Luzia Buhler. Ok questo è un voto di simpatia, lo ammetto. Luzia è una delle ragazze più simpatiche e con l’attitudine più bella in circolazione e mi piacerebbe molto vederla avanti. Credo che sia poco probabile perché ha iniziato a gareggiare presto, ha già corso Western e non avrà tantissima lucidità nella gambe. Ma ricordiamolo, ha vinto Wasatch 100, che è una gara molto tosta, e quest’anno ha strappato un biglietto per WS. Inoltre in Italia piacerebbe a tutti vederla sul podio e UTMB rimane una gara imprevedibile, specie se invece che il caldo arriva il tempaccio e le condizioni alpine…forza Luzia!

Coach Davide

Sapete cosa vi dico? Che la rivince Rory Bosio, e sarebbero tre. Non so perché, ma su questa distanza, su questi sentieri, io ci credo. Passerà a Champex  Miao Yao che però resisterà in seconda posizione nonostante una rimonta terrificante di Luzia Buhler. Si era capito che a noi sta simpatica Luzia?

CCC – Corri Cento e sei Contento

Niente, ogni volta che leggo CCC nella mia testa compare una P e mi viene in mente il gruppo di Ferretti, ma tralasciando questo fatto, andiamo a vedere in cosa consiste questa corsa, ovviamente, utilizzanto quante più C possibili.

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Dopo la sorella cattiva dell’UTMB ecco arrivare la sorella minore, che con i suoi 101 chilometri passa per tre nazioni ricalcando in parte il Giro del Monte Bianco.

La CCC (Courmayeur – Champex – Chamonix) parte da Courmayeur e si alza subito in quota con un ‘incredibile vista sul Bianco e sulle Jorasses. Si entra poi in Svizzera con il passaggio a Grand Col Ferret e si prosegue verso la Fouly, Champex e Trient. Qui ci si fa il segno della croce e si spera di arrivare a Chamonix prima che sorga il sole. I corridori “normali”, sono i meno acclamati di tutto il circuito perchè arrivano a Chamonix quando tutto il paese dorme.

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Se si predilige l’esperienza all’arrivo è, tutto considerato, una gara bellissima, tecnica il giusto ma più scorrevole della TDS.

CCC – dettagli tecnici

Distanza 101 km

Dislivello 6100 mt +

Cutoff 26 h 30

Partenza Courmayeur 30/08/2019 09:00

Punti ITRA 5

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La parola agli atleti DU

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Adam

Cosa ti aspetti dalla gara? 

Sono ancora indeciso su quanto spingere (Adam ha fatto ad inizio mese una 100 miglia – Nota del Coach). Sarà la mia seconda vera gara in montagna, quindi sono ancora un principiante. Dipenderà molto dal meteo. Mentalmente mi aspetto le montagne russe, e voglio che sia così. E’per questo che corro le ultra: so che arriveranno le crisi e voglio vedere quanto in basso posso arrivare e poi quanto in alto. Di solito correre mi da grosse dosi di endorfina e voglio vedere a che punto smetterà di darmi queste sensazioni. Il terreno montagnoso sarà il vero test perché non corro quasi mai in montagna e la discesa sarà dura. Alla Maxi Race lo scorso anno mi sentivo distrutto prima della salita più dura e ho dovuto fermarmi cinque minuti in cima per far passare qualche svarione. Correvo con un amico ma pensavo che quella fosse la fine della mia gara: una volta finita la salita stavo bene. Quindi ho questo tipo di paura, dubbio, che voglio superare.

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

Rispetto molto la gara, come detto. Ma 100km non sono 100 miglia. Secondo me dopo 70km si vedrà come starò, se sarò riuscito a gestire nutrizione e fisico. Trient, sarà il punto chiave: dopo ci saranno solo due salite e casa.

Per me sarà un test nel cercare di allungare un pelino le mie solite distanze, sognando qualche 100 miglia isolana o americana su terreno non amichevole.

Alessandro Marmorato

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Visto com’è andata la mia preparazione (durata solo 5/6 settimane causa infortunio) mi auguro solo di finirla, se fossi al 100% mi darei magari degli obiettivi a livello di tempo ecc, ma in questo caso finire è l’unico obiettivo.
Non vedo l’ora di essere alla partenza venerdì mattina ed ascoltare i Vangelis, ho già la pelle d’oca. Spero anche di poter beccare Coach, Mari, Adelina ed i torinesi ai ristori, sarebbe una gran carica.
Paesaggi? Penso tra i più belli, peccato non poterli filmare/fotografare durante la gara, se Angelo dovesse beccarmi…

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

Onestamente conoscono pochissimo il percorso, mi guarderò qualche video su YouTube hahahaha. Sarà sicuramente molto tecnico e con tanto dislivello ma a tratti corribile, ma non ti so dire un punto cruciale, spero solo di star bene per tutto il viaggio.

 

Davide “Vertebra” Bellio

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Direi che a livello emozionale vorrei ripetere in tutto e per tutto la Lut, che è stata la giornata perfetta.Come prestazione mi sa che il il jolly me lo sono già giocato lì, quindi spero entro le 20 ore. Il mio motto, comunque vada, rimarrà “vado piano, ma mi diverto”!

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

l punti cruciali in gara secondo me saranno due : la lunga discesa verso La Fouly e la seconda salita dopo Champex. Lì si vedrà che tipo di giornata sarà…

THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Abbiamo chiesto ai nostri valorosi allenatori di tirare fuori i nomi giusti di chi starà davanti. Post UTMB, sarete liberi di deriderli.

Coach Paco

Dico Eva Toschi: abbiamo tutti voglia di avere un pretesto per fare festa. A seguire mi piace Kelly Wolf: ragazza molto forte, solitamente predilige una condotta di gara autoritaria. Se parte avanti è difficile che crolli, una delle grandi favorite. Dietro, MacDonald Alisa, canadese trentanovenne ha trovato la sua distanza su questo chilometraggio. Lo scorso anno ha vinto Black Canyon 100. Quest’anno si è vista poco, ma sulla carta è sempre un osso duro.

Uomini, continuiamo con gli americani e mettiamo Mario Mendoza.
Proviamo a immaginare un caldo apocalittico, cosa che ogni tanto succede in quella settimana: Mario Mendoza potrebbe partire nel picco di caldo e sparire alla vista degli altri concorrenti. Poi Stefano Rinaldi
perché è un ragazzo con delle ottime gambe, ma soprattutto è così fuori di testa che sarebbe veramente fantastico vederlo davanti a mordere il collo al primo. Vincere no, troppo mainstream. Completo con Luis Alberto Hernando che, lo ammetto, non mi fa morire il suo modo di correre, essendo piuttosto prevedibile e sempre molto oculato. Ma indubbiamente è uno dei più forti sul campo, e non è molto difficile vederlo davanti.

Coach Davide:

Eh, dai, tanto lo sanno anche i muri che stravedo per Stephanie Howe, e allora voglio lei sul gradino alto. E’in Europa da mesi, sta correndo come una matta, che sia la volta che anche sulle Alpi fa il colpo? Tra le altre statunitensi qualcosa di grosso esce: Kelly Wolf, Keely Henninger che è anche già esperta del percorso, Brittany Patterson… Tutte candidate plausibili. Ma a sorpresa io metto la britannica Holly Page, che mi sembra in stato di grazia.

Tra gli uomini, scontato: tifo per Stefano Rinaldi e basta, chiudiamo le previsioni. Tra lui e Marco De Gasperi, un po’di Italia a fare bagarre ci sarà. Occhio a Michel Lanne però e anche a Luis Alberto Hernando. A me, al contrario di Paco, piace da morire. Ed ha l’account Instagram più divertente del mondo trail e/o running in generale. Lo attenderò sul dritto finale al grido di “Tortilla de patatas para todos!”

TDS – Technique, Difficile, Superbe

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Se negli anni passati la TDS era considerata una gara super-tecnica, bella e dura adesso che al percorso sono stati aggiunti 23 chilometri e 1800 m di dislivello che dire? Beh a questo punto la potevate far diventare una 100 miglia!

Scherzi a parte, la TDS (sur les Traces des Ducs de Savoie) è senza dubbio la gara più tecnica del circuito e adesso dalla categoria dura passa a durissima con un terreno tutto da scoprire nella regione del Beaufortain. Con partenza sempre da Courmayeur (quest’anno alle 4) e arrivo a Chamonix il percorso dell’undicesima edizione sarà più lungo ma più adattabile in caso di condizioni climatiche difficli. Per quanto riguarda i “paesaggi”, chi corre la TDS si becca il Pas d’Outray con tanto di vista sulle iconiche Pierra Menta e Grand Mont, ed ovviamente il Bianco.

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La TDS sarà una gara veramente da seguire visti i cambiamenti e i tempi tutti da ristabilire. Ma su quest’argomento lasciamo la parola all’esperto.

TDS – dettagli tecnici

Distanza 145 km

Dislivello 9100 mt +

Cutoff 42 h

Partenza Courmayeur 28/08/2019 04:00

Punti ITRA 6

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La parola agli atleti DU

Luca Ambrosini

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Mi aspetto panorami assurdi, già avendo fatto la CCC so cosa mi aspetta da quel punto di vista. Delle gare del circuito UTMB sarà sicuramente la più tosta, cruda, tecnica: già quando era 120 km dicevano che era la sorellina cattiva, ora chissà di quanto l’hanno incattivita. Se hanno previsto che il vincitore ci impiegherà 19 ore, io mi sono messo l’anima in pace e non guardo a tempo, ritmo: cerco di godermi il viaggio. Sarà la sfida più grossa che abbia mai affrontato, ero arrivato ai 120 km e 22 ore della SUSR del 2016, che nel 2017 ho replicato e le ore erano scese a 20:06.

Posso solo dire che a me queste “cancarate” lunghe mi ispirano tanto, ritmi non esagerati ma su terreno supertecnico, fisicamente forse nessuno è pronto per affrontare questo tipo di gare, secondo me è la testa che ti manda avanti: quando vedi che per 10 km impieghi 3 ore, allora viene fuori chi ha testa. Sarà anche la prima gara dove avrò un assistenza speciale, la mia dolce metà mi seguirà per tutto il viaggio, sono molto felice per questo, poi so già che ci sarà anche tutta la DU family, non vedo l’ora di prendermi parole dal coach quando vede che in salita cammino…

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

I punti cruciali della gara daranno sicuramente Bourg Saint-Maurice -km 51- e Beaufort –km 91-: si scende in valle e poi bisogna “svalicare” praticamente 2 montagne, con un D+ filato mostruoso. Qualche difficoltà si incontrerà anche a Les Contamines, la stanchezza sarà tanta, e ci aspetta ancora una bella salita.

Da non sottovalutare le parti tecniche della gara, la concentrazione deve essere sempre massima. Poi diciamocelo chiaro, un viaggio cosi lungo ha talmente tante variabili che a noi non resta che prendere tutto così come viene.

Per me sarà un test nel cercare di allungare un pelino le mie solite distanze, sognando qualche 100 miglia isolana o americana su terreno non amichevole.

Alessio Albanese

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Settimana UTMB? Per me tutto è nato con questa “manifestazione”: mi sono avvicinato a passi di bimbo, per approdarci l’anno scorso, 2018, come responsabile UGLOW ITALIA e vivere i più bei giorni dal punto di vista sportivo grazie alla vittoria della nostra atleta Francesca Canepa.

Quest’anno, problemini permettendo, parteciperò alla TDS … 145km x 9100 …
Penso e ripenso molto a chi te lo fa fare? Te l’ha consigliato il medico? Nessuno ti paga, anzi…

Il mio Coach, pazzo a decidere di seguirmi, dice che la posso portare a casa tranquillamente. In effetti mi ha portato lui a questo livello personale, quindi ascoltiamolo. Pensiamo e soprattutto godiamoci ogni singolo centimetro, panorama, sensazione nelle nostre gare perché in quei momenti siamo soli con noi stessi con i nostri pensieri. Ma ci sono persone che ci amano, che ci vogliono bene, che ci seguono, che aspettano al traguardo o sono a casa a seguire con il LIVE.

GODETEVI IL MOMENTO: io personalmente affronterò il mio mostro. E lo voglio battere lo stronzo sta volta.

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

Sono veramente tanti 145km. Ne ho già corsi 120 nel 2018 ma sono i 9100 metri che mi mettono paura: è una gara nervosa, non molla mai, su su su e giù giù giù. Non c’è un pezzo in particolare che mi preoccupa: sono tutti i 145 km, ogni singolo km…

 

THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Abbiamo chiesto ai nostri valorosi allenatori di tirare fuori i nomi giusti di chi starà davanti. Post UTMB, sarete liberi di deriderli.

Coach Paco:

Ma quanto forte va la Pretto? Tanto. E non è fantascienza vederla sul podio, anche sul gradino più alto. Quindi voto Francesca Pretto. La gara è molto dura e adatta alle sue caratteristiche. Inoltre, val la pena ricordarlo, ha vinto per due volte di fila URMA 50k Invitational. Poi Audrey Tanguy, campionessa in carica, fortissima. La ragazza del Team Hoka è una che sbaglia poche gare, e parte da favorita. E terza metto Meredith Edwards anche se sembra che dopo essersi messa con Jason Schlarb si sia un po’ rammollita. E’ comunque un cavallo di razza. Patisce il freddo e se qualcosa va un po’ fuori dalle sue previsioni fa fatica a tenere assieme i pezzi, ma è comunque una che può fare bene.

Uomini: Ludo Pommeret. Ha una biomeccanica di corsa da dimenticare, soprattutto quando lo vedi correre dal vivo, eppure è il più forte in griglia partenti. Vincerà? Probabile. Un’altra vecchia conoscenza del giro di gare dell’UTMB, Tofol Castanyer, è uno veloce, ma anche bravo sul tecnico e con condizioni difficili. Può stare sul podio comodamente. Chiudo con Ryan Sandes, che ogni volta che ho pronosticato che sarebbe andato male ha fatto bene, una volta ha pure vinto Western States. Quindi a sto giro lo metto sul podio e vediamo che succede.

Coach Davide:

Kathrin Gotz sembra il nome da giocarsi, anche più della Tanguy in virtù della stagione allucinante che sta avendo. Ho solo paura che abbia caricato un po’troppo in questi mesi, non è sempre facile ed immediato smaltire certi carichi, specialmente in gara. E sono curioso di vedere come Hillary Allen se la caverà con la distanza. Perché per il resto ha tutto per fare davvero gara: velocità di base, brava in salita come in discesa, amante del terreno tecnico. Si è ripresa alla grande dalla terrificante caduta di Tromso e secondo me vuole lasciare la zampata, anche se dopo Cortina non ha brillato. Mi odieranno entrambe, ma sul podio io ci vedo bene due ragazze italiane: Francesca Pretto è in forma strepitosa, non ha paura di niente e ha Tommaso Bassa a farle assistenza (se Riccardo Tortini è il pacer che tutti vorremmo, Tommaso Bassa è la crew che tutti vorremmo… specie con gli occhiali di Robocop) e Sonia Glarey, che qui a Chamonix il podio l’ha già conosciuto. Ed era il gradino più alto. Il mio cuore batte per loro, inutile nasconderlo.

Vuoi vedere che vince davvero Pommeret? Secondo me si, sarebbe un segnale di speranza per tutti noi ultraquarantenni. Quindi si tifa Ludo. Poi vado esotico con Yanqiao Yun e completo con Aurelien Dunand-Pallaz, che si meriterebbe una gara strepitosa in patria. Ma c’è una cricca di spagnoli assatanati (ed esperti) che non starà a vedere.

 

OCC – in (trail) medio stat virtus

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L’avevamo promesso (o minacciato) ed eccoci qui, pronti ad entrare gradualmente nella UTMB madness. Ma alle 100 miglia – soprattutto quella del Bianco – non ci si arriva partendo da zero ma godendosi tutto il sapore che hanno i chilometraggi che vengono prima.

Per questo, non ci resta che partire dalla OCC (Orsières – Champex – Chamonix), la gara di media distanza (sono considerate Trail Ultra Medium le gare tra i 42 e i 69 km) che quest’anno vede la sua quinta edizione.

La gara, che esplora il Vallese, parte da Orsières, (sud-ovest del Canton Vallese, nella valle Val d’Entremont) passa sotto il versante orientale del Monte Bianco per arrivare prima a Champex-Lac e poi proseguire sul percorso di UTMB e CCC fino al centro di Chamonix.

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Passiamo ai numeri che, per quanto sarebbe bello pensare al trail solo come uno splendido viaggio sui sentieri, vanno tenuti da conto.

OCC – dettagli tecnici

Distanza 55 km

Dislivello 3500 mt +

Cutoff 14 h 30

Partenza Orsières centro 29/08/2019 08:15

Punti ITRA 3

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La parola agli atleti DU

Matilde Giovannoni

3c84cab3-ba5c-49fd-9da2-f642eb13fe22Cosa ti aspetti dalla gara? 

Spero e sono sicura di trovare paesaggi super, di guardarmi intorno tanto e conoscere nuove persone. Spero di non trovarmi in una gara di invasati-imbruttiti stile milanese
Punto a godermela e a finire in un tempo decente…. che non so quale sia….

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

Punto cruciale critico credo arrivare a Trient e La Flegere. Anche se personalmente mi spaventano quasi più le fasi di corsa in piano che la salita (so che me ne pentirò quel giorno). Quindi forse cruciale il primo pezzo per non rimanere troppo indietro…

THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Abbiamo chiesto ai nostri valorosi allenatori di tirare fuori i nomi giusti di chi starà davanti. Post UTMB, sarete liberi di deriderli.

Coach Paco:

Tra le donne, al primo posto ci piazzo la vincitrice di Speedgoat 50k in carica, Anna Mae Flynn. Seconda metto Ruth Croft che è una che va forte e ha scelto di stabilizzarsi su distanze più corte e gare tirate, parte da favorita, e a buona ragione. Terza metto Dominika Stelmach, una polacca che parte di sicuro da outsider. Si è vista poco e tutto il resto, ma vedrete che potrebbe fare bene. Podio azzardato, ma vediamo come va.

Tra gli uomini invece spazio a Pat Reagan, uno che sa correre, forte, più forte di tutti forse. Il suo problema è la salita, ma OCC non è tutto sommato una gara incorribile. Col caldo e con qualche errore davanti, potrebbe saltare fuori in discesa correndo comodamente sotto ai 4 al km. Poi Chris Mocko se non salta per aria provando a seguire qualcuno che ha più gambe di lui. Voglio proprio vedere cosa combina. E poi Francesco Trenti: occhi puntati sul trentino, che è uno che si allena tanto. Fermato a Cortina da una slogatura, ma l’ho visto coi miei occhi più tirato che mai. Forza Franz!

Coach Davide:

Ruth Croft parte con tutti i favori, e a ragione. A Chamonix non ha mai sgarrato, qualsiasi distanza abbia fatto. L’unica che quest’anno potrebbe impensierirla, secondo me, è Sheila Aviles, nel circuito sky sta mettendo in riga tutti e non è cosa da poco contando il livello. Mi piace l’idea che Anna Mae Flynn porti un po’ di stelle e strisce sul podio…

Uomini: difficile su una distanza così. Dico Nico Martin perché mi piace l’idea di un francese sul podio. Ma Ruy Ueda è nella stessa identica posizione della Aviles: grandissima annata nel circuito sky, e a Chamonix lui ha già fatto gran bene. Sarà entusiasmante. E terzo mettiamo Thibo Baronian, andiamo sul local: se lo meriterebbe.

Destination Santa Trail Fest

Quanto sarebbe fico se quest’estate, tra una gara e un’altra, ci fosse un festival in mezzo alle montagne dove tirare un attimo il fiato e correre con gli amici?

E non sarebbe anche meglio se oltre alla corsa si praticassero altre attività che fanno bene a corpo e spirito?

E se ci fossero persone che ti spiegano cose interessanti su argomenti più o meno vicini al trail running?

Beh, l’uso del condizionale è totalmente fuori luogo perchè tutto questo ci sarà!

Solo per 3 giorni di luglio la destinazione da sconosciuta diventerà nota: a Santa Caterina Valfurva ci sarà il primo (forse, ma suonava bene) trail festival autogestito delle Alpi.

Il 19, 20 e 21 luglio quindi, si correrà tra amici sui sentieri del Parco per poi rilassarsi, sgranchirsi, per esempio, con un po’ di Yoga, seguire qualche seminario e poi bere mangiare e chiaccherare sotto le stelle.

Programma


I dettagli del programma verranno svelati un po’ alla volta sulla pagina FB dell’evento. In linea generale però:
Venerdi all’ora di pranzo si arriva, noi cercheremo di capire cosa volete fare durante i giorni seguenti, ci si rilassa sul prato, se vuole si esce per una corsetta, e si inizia con seminari e attività. La sera sarà “The Outdoor Manifesto” oriented, tra birrette e chiacchere.
Sabato mattina si esce a correre su sentieri di diverse lunghezze e difficoltà. Si può decidere infatti se correre poco, un po’ o un bel po’. Si rientra alla base e ci si rilassa e si continua con seminari e attività. La sera si cena e si festeggia sotto il cielo stellato.
Domenica mattina si continua a correre e una volta rientrati, ci si rilassa e tutti sono liberi di tornare verso le proprie case.

Location


L’evento si svolge fuori Santa Caterina Valfurva, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio.
Il centro dell’evento sarà una baitina in legno e i pratoni che la circondano. Qui si dorme, qui partono i sentieri per correre, qui si svolgerrano tutte le attività.
Si può dormire in tenda, furgone, agriturismo (per chi volesse prenotare può chiamare “La Casetta della Zia Edda”). Sempre l’agriturismo mette a disposizione i prati davanti per campeggiare, lasciando aperti i bagni dell’agriturismo, a un prezzo decisamente contenuto.
Chi non avesse tenda o furgo, chi non volesse portarsi dietro la tenda perchè viene in bici dal Gavia, chi non volesse prendere una stanza in agriturismo, ce lo dica che in qualche modo un posto per dormire lo troviamo.


Iscrizioni


DS è un festival auto-organizzato e autogestito: non avrà nessun costo d’iscrizione.
Tuttavia, per rientrare con i costi della cena e per dare qualcosina a chi organizza i seminari, chiederemo un contributo per partecipare alla cena e ai workshop.
Nessuno è però obbligato a cacciare un euro: si può venire e correre e non pagare nulla.
Le iscrizioni si effettuano tramite il form qui sotto. Se dopo esservi iscritti decidete di non venire per qualsivoglia motivo per favore comunicatecelo. Ci serve per capire quanti siamo e come dobbiamo regolarci per mangiare e per tutto il resto.
Mi raccomando: compilate il form!

Modulo di iscrizione: https://forms.gle/ggBB6rpd4xMkjWVH8

L’evento è privato perchè come abbiamo detto è totalmente autogestito e vorremmo tenere un profilo basso.
Potete però invitare chi volete.

Se avete necessità o bisogno di chiarezza,
se volete organizzare un attività o se vi piacerebbe che sia organizzata una determinata attività, sentitevi liberi di contattarci:

mail destinationsanta@gmail.com
cell +393391703887

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