BOA Fit System: una nuova prospettiva per le scarpe da trail.

Se correte da qualche anno, non potete fare a meno di accorgervi che il mondo della scarpa tecnica ha conosciuto diverse fasi, periodi, novità, e che fondamentalmente una scarpa di oggi è radicalmente diversa da una di quindici anni fa.

Le prime scarpe da trail, diciamocelo, erano una sorta di scarponcino da montagna alleggerito. La riscoperta minimalista ha contribuito sicuramente ad alleggerire le scarpe, a far perdere un po’di quella rigidità torsionale che rendeva alcune scarpe dei ferri da stiro, ha ridotto sensibilmente i drop delle scarpe e dato una nuova prospettiva. Le suole stesse sono cambiate grazie alla ricerca delle aziende e soprattutto di fornitori come Vibram: ora altri marchi legati alla gomma come Michelin o Continental si cimentano nel settore. Le cosiddette massimaliste hanno portato EVA in quantità copiosa senza sacrificare la leggerezza e l’ultima frontiera sembra sia quella delle intersuole in PEBAX o carbonio. Una sola cosa è cambiata poco o niente: il sistema con cui allacciamo le nostre scarpe. Ed è qui che cerca di inserirsi BOA, portando innovazione in uno spazio forse poco considerato, ma essenziale.

Il fondatore di BOA Fit System Gary Hammerslag

BOA nasce dallo snowboard, perché il fondatore Gary Hammerslag era stufo di dover sempre allacciare e slacciare gli scarponi con le mani gelate e soprattutto senza poter modulare in maniera corretta la pressione sul piede. Gary veniva già dal mondo dell’engineering, aveva appena venduto la sua azienda in campo medicale e contava solo di godersi per un po’la vita facendo snowboard sulle Rockies. Invece si è ritrovato a far partire un’azienda che oggi opera in tutto il mondo con uffici in USA, Giappone, Hong Kong, Cina, Corea ed Europa. Come mi hanno spiegato Lisa Bleierer, marketing coordinator, e Michael Kabicher, account manager (e trailer di altissima qualità visto che è stato anche campione austriaco), l’azienda vuole essere vicina ai mercati dove opera, per creare la migliore partnership possibile con le aziende che danno loro fiducia, e soprattutto interpretare al meglio le necessità dell’utente finale.

Dopo avermi portato in giro per i sentieri del Mondsee, dopo essersi fatto trovare sulla cima Coppi della Mozart 100 munito di campanaccio, e dopo innumerevoli caffè ad ISPO, ho deciso di interrogare un po’ Michi sulle particolarità di BOA e come funziona nello specifico delle scarpe da trail.

Dammi tre ragioni per scegliere BOA sulle nostre prossime scarpe.

Velocità, semplicità, precisione, se vogliamo riassumere in una frase. Perché puoi sempre avere il fit più preciso possibile quando sei sulla starting line ed aggiustarlo in un secondo prima di una lunga discesa. E non doversi mai preoccupare di avere le scarpe slacciate.

BOA Performance Fit Lab

Avete trovato resistenza nel mercato del trail? A volte sembra che sia molto tradizionalista e non così aperto come altri come il triathlon.

Si, a volte dobbiamo superare una certa resistenza e far mettere le scarpe ed il sistema nei piedi del consumatore per fargli capire i pregi. Ma quando lo provano, la risposta è immediata. Nei nostri settori classici come snowboard (in cui operiamo da quasi vent’anni), ciclismo o workwear, dove anche il fattore sicurezza è essenziale, la nostra presenza è un dato di fatto. Nel trail running siamo in crescita.

Quali sono stati gli sviluppi più importanti del BOA Fit System negli ultimi anni?

Negli anni ci siamo evoluti da un sistema di chiusura, in un sistema di performance fit, ed oggi possiamo connetter il piede alla scarpa in maniera molto più funzionale ed efficiente di qualsiasi laccio o altro sistema. Per quanto riguarda l’hardware (cavi, guide e rocchetto) siamo alla sesta edizione della piattaforma L, quella dedicata alle scarpe da corsa, il focus si sposta più su come possiamo connetterci in maniera ancora più funzionale con la tomaia. Nella base del Colorado abbiamo istituito un vero e proprio Performance Fit Lab dove queste configurazioni vengono testate e valutate dal punto di vista biomeccanico, tanto che i primi risultati sono in revisione ed in attesa di essere pubblicati su alcune riviste scientifiche.

Si testano i componenti a Mondsee…
…e si studiano nuove soluzioni.

Il sistema funziona meglio con alcuni tipi di scarpa?

Ottimo punto. L’idea da cui partiamo è che il tradizionale sistema con linguetta sia oggi datato, mentre una costruzione sock-fit o knitted combinata con overlap in materiali tecnici permetta al sistema BOA di lavorare al meglio. A parte questo, cerchiamo di lavorare con configurazioni diverse per il tipo di utilizzo: dal VK delle La Sportiva VK alle distanze corte come le Saucony Switchback fino a scarpe per terreni molto tecnici come le Adidas Agravic o per ultra come le NB Hierro. Ma quello che accomuna queste scarpe è questa concezione nuova a wraps e panels e l’utilizzo di rocchetti differenti a seconda dello scopo.

Quando sono stato da BOA, mi hai portato a fare qualche giro niente male… la zona del Mondsee è fantastica. Per chi passasse in zona: qual’è il terreno migliore per provare le scarpe BOA?

Abbiamo qualche giro notevole vicino agli uffici: lo Schafberg loop o la traversata del Drachenwald sono entrambi notevoli, c’è davvero di tutto, dalle creste tecniche a salite dure e bosco scorrevole. E’anche la zona di Mozart 100… felice di mostrarvi qualche sentiero se passate di qui.

Mondsee, dicevamo…

In questi mesi abbiamo messo alla prova BOA system su scarpe e tipologia di utilizzo varie. Sentiamo cosa dice lo staff DU.

ICEBUG New Run

Se in genere l’arrivo della primavera significa potersi allenare fino alle ultime luci del giorno con temperature miti, a quota 1750 vuol dire che si può iniziare a correre, ma sulla neve. Quest’anno la pista da fondo ha chiuso prima del previsto, diventando così un posto perfetto per iniziare gli allenamenti della stagione. Ma per correre sulla neve ci vuole la scarpa adatta. Ho provato le ICEBUG New Run, con chiusura in BOA Fit System, testandole per diversi mesi fino al completo scioglimento della neve. Le scarpe sono leggere e confortevoli, e i piedi anche dopo svariati chilometri nella neve bagnata primaverile restano asciutti, grazie alla membrana GORE-TEX di cui sono dotate. Non avevo mai provato la chiusura BOA in una scarpa da running, ma devo dire che ne sono rimasta decisamente entusiasta. In primo luogo trovo sia una modalità di chiusura agevole e veloce (le persone pigre come me apprezzano decisamente il poter infilare la scarpa e chiuderla in qualche secondo), e inoltre permette una regolazione precisa della scarpa sul piede. Durante la corsa la scarpa non si allenta nè si slaccia, permettendo così di dover pensare esclusivamente a fare fatica, senza doversi preoccupare di controllarsi mai i piedi. Sarei curiosa di provare questo sistema su altre scarpe da corsa. (Eva Toschi)

ADIDAS Terrex Agravic e Terrex Two

Sono due scarpe dal concetto molto differente: la Two ha volumi abbondanti ed intersuola ammortizzata, mentre la Agravic è tirata in tutto. Ma anche nella tomaia, e nel sistema di chiusura si nota la differenza. Io ho trovato comodissima la linguetta spessa della Two: non disturba la precisione del sistema BOA e da sollievo quando si tengono le scarpe per molte ore. Solitamente dopo cinque/dieci minuti quando la tensione del cavo si è uniformata do una regolata alla chiusura al volo alzando il piede senza neanche dovermi chinare e poi non la tocco più a meno di avere delle discese lunghe e tecniche dove mi piace sempre chiudere un po’di più per sentire la scarpa reattiva. Le Agravic invece sono molto più immediate e reattive ed anche il modo con cui lavora il sistema BOA è diverso. Gli spazi sono compatti e grazie all’overlap di TPU è facile trovare subito il punto giusto di compressione e tenerlo per tutta l’uscita. Nonostante questa sicurezza data dalla chiusura stabile, il piede rimane molto libero. Anche nei lunghi, con fango e polvere, il sistema ha sempre funzionato alla perfezione. Poi diciamocelo anche l’occhio vuole la sua parte, quando sono “chic e clean” le scarpe col boa! (Maria Carla Ferrero)

LA SPORTIVA VK

Qui siamo in una scarpa estrema in tutto, nella leggerezza, nei volumi, nella calzata. Non mi sarei aspettata su una scarpa così morbida comodità e precisione, invece anche qui il sistema BOA funziona bene, con il cavetto morbido che non si sente quasi sul dorso del piede ma permette di avere la scarpa ben stabile addosso senza perderla sul posteriore. L’unico problema con questa fuoriserie sono io che non so render loro giustizia come meritano. (Maria Carla Ferrero)

Riuscirà BOA Fit System ad affermarsi nel mondo trail? Se anche un tradizionalista come me ne è rimasto colpito, segno che dietro alla tecnologia c’è qualcosa di funzionale. Sicuramente lo sviluppo di scarpe “dedicate” permetterà di sfruttare ancora meglio le caratteristiche del sistema: la palla passa quindi ai disegnatori…

BOOKWORM aka le librerie dello Staff DU: FINDING ULTRA di Rich Roll

Personaggio ancora poco conosciuto in Europa, Rich Roll è negli States una vera e propria personalità. Il suo podcast è seguitissimo ed ha intervistato nel tempo ospiti diversissimi: atleti della corsa come Rickey Gates, Amelia Boone, Gwen Jorgensen o Kilian Jornet, atleti di sport vari come Lindsay Vonn, ma anche attori come Edward Norton o personalità varie (come John Joseph dei Cro-Mags, scusate la lacrimuccia).

Il libro FINDING ULTRA è un po’la narrazione del suo percorso e della sua trasformazione, da nuotatore ai tempi dell’università (in NCAA Division 1 e nientemeno che a Stanford) fino ad una discesa nel mondo dell’alcool da cui Rich riuscirà ad uscire grazie ad un processo di rinascita spirituale e fisica che lo porterà al termine di ULTRAMAN ed altre prove di Triathlon o corsa estreme come Badwater. Centrale nella narrazione, il cambiamento avvenuto grazie al passaggio ad una dieta plant based e come sia stato anche un viaggio introspettivo alla ricerca di un significato diverso nella quotidianità.

Ben scritto e tutto sommato scorrevole, specie nella parte iniziale, diventa forse un po’didascalico nella narrazione delle sue imprese, ma è sempre molto equilibrato. La parte sull’alimentazione è ben scritta senza diventare “pesante” o incline al proselitismo, così come quella più spirituale sulla purificazione: è una narrazione asciutta ed il libro è ben tradotto, cosa non facile quando si ha a che fare con ambienti così specifici. Molto interessante l’appendice piena di risorse e i dati scientifici sono contestualizzati e correttamente annotati.

Insomma, nonostante una mia certa reticenza verso i libri motivazionali di redenzione, l’ho letto volentieri e ho trovato spunti interessanti. Certo, un po’difficile da contestualizzare certe situazioni sociali nella nostra realtà, ma come detto, è piacevole e permette di capire meglio il personaggio.

Coach D

Roll Rich, Finding Ultra, 2020, Piano B edizioni, € 16,00

Rich Roll Website
Piano B edizioni

Non c’entra niente, ma il Coach ci teneva a farvi sapere che anche lui ha calcato il sacro suolo di Stanford. I feel you, Rich.

Virtual Racing, di necessità virtù?

Se vivi sul mio stesso pianeta, il 2020 non sarà l’anno perfetto per gareggiare, strappare un più o meno agognato premio finisher o anche solo appuntarsi un pettorale addosso. Non è stato finora nemmeno il miglior anno per qualche PB sulla distanza preferita, o magari sì, (se ce l’hai fatta vuol dire che ti sei arrangiato, that is the way), perchè di eventi comunitari quest’anno ce ne ricorderemo gran pochi.

A questo punto qualcuno potrebbe tranquillamente alzarsi in piedi, puntare il dito ed esclamare che delle gare ‘vere’ non gli manca nulla, che le persone rimangono, lo sport è resistito e l’importante è correre. Potremmo anche affermare che gli eventi sono rimasti solo che non sono veramente ‘lì’: sono stati sostituiti dalla proliferazione estesa di ritrovi virtuali. Tutto ciò è vero, ma se a molti di noi il mondo racing davvero non manca, altri invece hanno cercato ostinatamente diversi escamotage per sopperire alla mancanza di medaglie da appendere e classifiche in cui specchiarsi, divertirsi, confrontarsi.

Going virtual, going mad.

E così in un mondo momentaneamente bloccato nelle relazioni in carne e ossa, il virtual diventa l’unico mezzo di interazione e l’ambito sportivo non si è tirato indietro: dopo qualche timido tentativo da parte di grosse aziende con sponsorizzazioni a charity runs e allenamenti condivisi su piattaforme social, arrivano i pezzi da novanta a fare le proposte più coinvolgenti: gli organizzatori delle gare, probabilmente i più interessati dall’annullamento o dalle posticipazioni della gran parte degli eventi di corsa.

Molte organizzazioni hanno seguito l’inflazionatissimo standard di ‘corri qualche km il giorno della gara e fai presenza sui social mostrandolo’ in maniera da creare un senso di comunità e non far finire l’annullata competizione nel dimenticatoio. Molti invece han cercato format differenti e accattivanti, premi (ed esche) diversi, e hanno raggiunto successo su differenti livelli. Ha raccolto grandi consensi Lazarus Lake, organizzatore della Barkley Marathon, con la sua nuova Great Virtual Race Across Tenessee, 1000 km da completare durante l’estate (ma che ha già diversi finishers), due weekend fa il Passatore ha organizzato il suo evento per commemorare la gara annullata con un challenge a staffetta, in coppia o in solitaria, mentre la settimana scorsa si è svolta la Centurion One Community run, che ha raccolto più di 3600 partenti su diverse distanze.

E con appuntamenti come questi, tutti gli Zen runners del ‘corro per me stesso’, che avevano (ri)scoperto la libertà del trovare i propri spazi, i propri tempi e il gusto di allenarsi senza una vera meta (o una Destinazione Sconosciuta, ndr) han deciso di mettere da parte il saio del monaco e di intraprendere nuove sfide. Diciamolo: quando qualcuno ci ha ricordato la nostra natura del macinatore della domenica, del ‘sacchettaro’ e del competitor, facendo scintillare qualche medaglia, una classifica virtuale e persino i pettorali ben confezionati col nostro nome sopra, non abbiamo saputo resistere alla virtual frenzy : ci siamo buttati direttamente sul tasto ‘Iscriviti qui’.

Run from your coach.

Le comodità di queste gare le abbiamo trovatae subito: si arriva comodi, parcheggiamo senza problemi, non c’è fila per il bagno chimico alla partenza nè la ‘griglia’ che ci bolla nei nostri tempi. E poi la gente, quanta gente senza occupare spazio! Le classifiche, gli aggiornamenti social, le chat che vibrano di interesse per i risultati degli altri, le storie che diventeranno culto alla prossima birra assieme, e senza neanche vedersi di striscio.

Gareggiare in questa maniera assume una dimensione aggregante se possibile maggiore: lo stesso evento virtual raccoglie assieme atleti su distanze multiple e possibilmente anche persone di diversa estrazione, dal fondista a caccia di una facile 10km all ultra maniac che metterà in qualche giorno diverse decine di km sotto la cintura (qualcuno ha detto fibbia?). 

Il ritorno dell’ empowerment della propria inventiva?

Forse a causa delle contingenze da lockdown, gli ultimi tempi ci han visto inventare le più disparate forme di performance: completare maratone nel giardino di casa, andare di corsa al lavoro facendoci capire quanto sprechiamo in quei 15 minuti di auto, contare quanti giri del quartiere riusciamo a fare per arrivare alle iconiche distanze del nostro sport. Impariamo addirittura che correre in qualche Loop non è così da dementi: abbiamo fatto di necessità virtù. Tutte le ore passate a correre attorno a casa (quelle che non ci hanno infortunato, almeno) ci hanno tenuto ‘affamati’, e pronti a sfogare le energie represse.

Eppure nel guardare la nostra community ripartire un po’ di amaro rimane: seguendo la scena online si ha l’impressione che ci sia un grande bisogno di mostrare i muscoli, e di arraffare il premio, mostrando il risultato e i numeri. Non che non esistesse già prima, più fluida grazie all’interazione social del post gara, ma ora che manca una classifica ufficiale e immediata fruibile da tutti, i contenuti auto celebrativi semplicemente pullulano.

Gli organizzatori forse non hanno aiutato, giocando un po’ sul ‘the blinger, the better’ per i premi: più scintilla e meglio è, distogliendoci un po’ da noi stessi e dal processo con cui costruiamo i nostri risultati, focalizzandoci solamente sull’obiettivo .

Una cosa che sicuramente ci rimarrà dentro è la felicità di ripartire, per chi si era fermato, e l’entusiasmo di cercare ancora quella sensazione meravigliosa che solo l’attraversare una finish line sa dare.

Ci ha ridato un po’ di struttura e a tanti l’entusiasmo per ripartire dopo una pausa forzata in un mare di nulla: questo virtual racing forse in qualche maniera s’ha da fare

Provocato, mi tocca dire la mia.

Ho un’età, anagrafica e sportiva, per cui il mondo del virtual, mi riesce ostico. Ma spero sempre di non essere così ottuso da finire a fare il grumpy coach.

Quindi, in tempo di quarantena ho addirittura fatto il mio buon account ZWIFT, e si, mi sono messo a correre virtualmente, ad inseguire livelli per sbloccare la scarpa rosa o l’occhiale televisorato, e soprattutto, ho aspettato il weekend per poter fare una 5/10 km virtuale quando manco morto sarei andato in tempi non sospetti a fare la gara FIDAL del paese qui a fianco.

Perché? Non lo so, forse per noia o per non correre sempre e solo aspettando di vedere passare i chilometri sul treadmill, però mi è piaciuto. Mi ha costretto ad uscire dalla mia comfort zone e mi ha anche migliorato come runner. Ho trovato un manipolo di personaggi che mi si ripresentavano sulla start line ed ho imparato che c’era quello che partiva alla Jimbro e quello che veniva fuori facendo l’ultimo km a 3:20, ho sfruttato la scia virtuale di qualcuno dei miei che mi trainava a ritmi per me poco consoni (effetto Roberto da Varese) e sono esploso gioiosamente quando ho chiesto davvero troppo. Tutto bello, fondamentalmente perché poco impegnativo.

Ora vedo virtual sfide crescere e spuntare, iscrizioni, classifiche, premi, riconoscimenti, e mi chiedo se ne farò qualcuna. Probabilmente si, per far compagnia a qualcuno o tanto per muovermi un po’. Ma la verità? Non mi entusiasmano e faccio fatica a farmi prendere.

Perché alla fine mi piace la ritualità di mettersi un numero, partire su una linea, prenderle e poi sedermi a terra dopo la linea d’arrivo. Dire una stupidaggine a quello con cui corro o anche solo sorridere quando incrocio un volontario o un passante. La competizione come momento in cui confrontarsi con te stesso e con l’ambiente creato dalle persone ed i luoghi. Non è teatralità, ma ogni attività acquista valore, per me, se inserita in un contesto.

Quindi, come dico sempre ai miei atleti, guardo con curiosità a tempi, prestazioni, chilometraggi, follie e tutto quello che sta uscendo dal web e dai social. Mi piacciono e alcune mi esaltano.

Ma ricordatevi che è solo virtualità. La poesia vera, quella che ci emoziona, che ci ha fatto innamorare della corsa, beh, quella si fa guardando negli occhi compagni ed avversari. Ad armi pari e condizioni uguali per tutti.

Tornerà presto il momento in cui ci ritroveremo dietro una linea di partenza vera: nel frattempo, teniamoci la versione virtuale, divertiamoci, stiamo sul pezzo e facciamo passare questo periodo: in the land of hope, there is never any winter. E comunque correre ci è sempre piaciuto anche senza classifiche o conta dei like, no?

Regeneration & Recovery part two: OOFOS Recovery Footwear

Ed eccoci di nuovo a parlare della triade nascosta: riposo, recupero, rigenerazione, il mantra che ogni allenatore vi ripete fino alla nausea.

In questa seconda puntata, affrontiamo un argomento delicato: il post corsa dei nostri piedi , uno strumento che un po’troppo spesso dimentichiamo di trattare con il dovuto rispetto. Quindi, cosa si infila nei piedi lo staff DU quando smette di correre?

E’presto detto: flip-flops e sandali OOFOS.

OOFOS è un marchio americano che nasce con l’idea di creare una calzatura da indossare post workout studiata appositamente per il recupero.

La struttura della ciabatta è stata creata per fornire supporto all’arco senza diventare invasiva, accomodando il piede senza costrizioni e sostenendo nei punti giusti. Ma la parte migliore delle calzature OOFOS è sicuramente per noi il materiale: quella che viene chiamata OOFOAM permette alla calzatura di piegarsi in maniera naturale con il piede ed ha una morbidezza confortevole senza far sprofondare il piede.

Il materiale OOFOAM assorbe gli impatti fino al 37% in più di un tradizionale materiale in EVA: se nella corsa cerchiamo sempre una scarpa che ci “restituisca” il più possibile la potenza che cerchiamo di trasferire a terra, quando è ora di riposare, dobbiamo cercare il contrario. Una ricerca di laboratorio del 2018 ha evidenziato come l’accoppiata OOFOAM + struttura del plantare permette di ridurre lo stress sulle articolazioni fino al 20% in più di una normale ciabatta.

OOFOS può essere anche un buon aiuto per chi soffre di fascite plantare: la sua struttura e la capacità di assorbire urti aiuta a rilassare la fascia nei momenti in cui l’infiammazione è acuta, dando sollievo.

Ah, il materiale con cui sono fatte le OOFOS mantiene le sue caratteristiche per tutta la vita. Oltretutto, avendo una struttura a cellula chiusa, può essere tranquillamente usato in doccia o in acqua senza assorbire acqua. Si possono lavare quante volte volete e galleggiano anche.

Ma sentiamo cosa ne pensa Coach Davide…

Anche se Mari non ha mai gradito questa mia debolezza, sono sempre stato un grande appassionato di ciabatte ed infradito post gara (più le ciabatte in realtà, ma apprezzo entrambe le declinazioni).

All’inizio usavo le classiche infradito da 1 euro, rigorosamente nere (tranne un paio carioca acquistato in Svezia in una svendita). Poi ho provato quelle di plastica di Boulder con un coccodrillo (dai, le Crocs), ma mi facevano sudare il piede e non le ho mai trovate realmente confortevoli. E diciamocelo, nessuno sta bene con un paio di Crocs ai piedi. Anzi. Allora sono passato ad un famoso marchio tedesco, ma nonostante mi sia sforzato di farmelo piacere, esteticamente mi ricordavano le suore e la sensazione sul mio piede era pessima: se ero stanco dalla corsa, con quelle i piedi prendevano la botta finale. So che tanti le usano e si trovano bene, ma io volevo comfort, non rigore teutonico. Insomma, mi sono convinto a provare un paio di ciabatte pensate appositamente per il recupero.

Viste, calzate ed immediatamente venduto all’idea: la sensazione al piede, la comodità, il sollievo dopo i lunghi… con l’importante aggiunta che le OOFOS (contariamente ad altre recovery slides provate) non fanno sudare il piede. E una volta indossate non sono niente male, anche Mari ha dovuto ammetterlo.

Insomma, aldilà della ricerca scientifica o di cosa consigliamo, dove mettere i piedi è sempre molto soggettivo. A noi OOFOS sono piaciute a sensazione, al primo contatto: dopo una giornata stressante di Camp, dopo un workout duro in pista con i piedi massacrati, dopo un lungo di ore, ci piace averle dietro e poter iniziare da subito a recuperare per poter ripartire il giorno dopo “acannone” (Angelo Maroccia docet).

Trovate le ciabatte OOFOS qui, ma se passate dalla DU House o ai nostri Camps, ne abbiamo sempre qualche paio per farvi provare il feeling…

 

Fell running: gambe, testa e cuore.

Testo e foto di Elena Adorni

Capitolo 2

Il fell running non è una disciplina per deboli di spirito. Orientamento a parte, non sono richieste particolari capacità tecniche. Come dicono alcuni esperti del settore, servono solo gambe, testa e cuore. Io aggiungerei anche un grande amore per le pozzanghere e per il fango che ti si incrosta alle gambe per giorni. E anche per la salita, soprattutto sotto la pioggia e la grandine. L’assenza di un vero e proprio sentiero marcato, insieme ad un terreno roccioso unico al mondo, fanno sì che chi corra debba fare affidamento solo sulle proprie abilità e resistenze in autonomia, ancora di più rispetto ad una classica corsa su trail o strada. Una gara di fell può diventare un’avventura in montagna degna di essere chiamata tale.

Non ho una grandissima esperienza personale in fatto di gare. La mia prima (ed ultima) gara di fell running è stata appena più lunga di 15 miglia sulle colline fuori Manchester, nel cuore della campagna inglese. Il percorso partiva da un paesino in salita di nome Heptonstall. Mi avevano detto che a dare inizio alla gara con un colpo di pistola sarebbe stato il prete del paese. Una mezza maratona in mezzo a fiumi, sassi e pecore sarebbe stata rigenerante. Avevo delle scarpe da trail, non sarebbe servito molto altro. L’iscrizione alla gara era di 10£ ed essendo stanca di correre sul cemento tutti i giorni, volevo andare a vedere più da vicino che cosa fosse, questo fell running.
Sono partita con la mia amica Hannah, e siamo arrivate a registrarci alla partenza totalmente impreparate. Sapevamo che dovevamo portare uno zainetto con bussola, un paio di vestiti asciutti di emergenza e i guanti. In fila per prendere il numero, gli organizzatori ci hanno sgridate per non aver stampato la mappa del percorso a casa ed essendosi insospettiti, ci hanno chiesto se avessimo navigation skills (capacità di orientarsi solo con bussola e mappa). Assolutamente si, abbiamo detto. Hannah ha rinunciato a metà gara perché si è persa, mentre io in qualche modo sono arrivata fino alla fine, sempre seguendo gruppetti di persone, senza avere idea di dove sarei andata senza di loro. A fine gara sono entrata nella chiesa dove distribuivano la zuppa, e appena ho varcato la soglia tutti si sono girati verso di me. Mi sono guardata le gambe, che erano completamente insanguinate dal ginocchio in giù. Cadendo sul terreno roccioso in discesa mentre andavo abbastanza veloce, mi ero fatta due tagli piuttosto profondi su entrambe le ginocchia, ma ero così fuori di testa per la fatica e per la gioia di aver scoperto quel mondo, che non mi ero accorta del dolore, o del sangue, mi ero semplicemente rialzata e avevo proseguito senza manco guardarmi le gambe.
Dopo quella gara ho deciso che avrei corso su strada il meno possibile. Correre sul piano senza l’imprevedibilità degli elementi era diventato estremamente noioso. Il destino vuole che mi avessero offerto un lavoro a tempo indeterminato in campagna. Così ho iniziato ad allenarmi nei paesaggio nebbiosi e rocciosi delle colline inglesi e non mi sono più guardata indietro. Non ho mai sentito un grande senso di appartenenza a quei luoghi, non è mai scattata in testa quella cosa che ti fa dire: ah, correrei su queste piccole montagne per tutta la vita. Non ero nel mio elemento. Che ne sapevo allora. Erano i posti più selvaggi in cui fossi stata.

Ma che cos’è precisamente il fell running e cosa distingue la disciplina inglese dal classico trail? Inizierei con una breve premessa. L’Inghilterra è divisa storicamente e culturalmente tra Nord e Sud. Il Sud dell’isola (da Nottingham in giù) ha un accento molto più ‘neutrale’, le persone sono generalmente più ricche e il paesaggio è prevalentemente piatto. Il Nord, avvicinandosi alla Scozia, è più montagnoso, l’accento è quasi incomprensibile se non l’hai sentito prima, e c’è molto slang linguistico formatosi storicamente con la classe operaia. ‘Fell’, nello slang del Nord, significa collina.


Lo sport nasce come una prova di forza tra pastori durante le fiere agricole intorno alla fine dell’800 nel Lake District, una regione del Nord Est oggi Parco Nazionale. Eseguendo anche gare di lotta e altre prove fisiche strettamente riservate agli uomini, mentre le donne guardavano con gli ombrellini, i pastori sceglievano una collina su cui gareggiare in salita. Chi arrivava primo si guadagnava la fama locale e il prestigio di essere l’uomo più forte del villaggio. Le donne hanno iniziato a gareggiare per la prima volta nel 1979, nove anni dopo l’istituzione ufficiale dello sport attraverso la Fell Runners Association. Oggi il numero di donne che partecipano allo sport aumenta ogni anno e sta superando quello degli uomini.

Ciò che distingue la disciplina anglosassone dal classico trail running è la mancanza di un vero e proprio sentiero, con varie eccezioni. Le gare sono divise in categorie di distanza ed elevazione, ma tutte richiedono una minima abilità di orientamento e l’obbligo di portare con sé mappa, bussola, vestiti di ricambio e cibo. Ai tempi in cui vivevo oltremanica, i miei amici arrampicatori che si credevano molto cool con le loro corde e ferri, avevano sempre qualcosa da dire quando preparavo il mio piccolo zaino da 10lt per andare ad allenarmi fuori. Lo chiamavano ‘lo zainetto della nonna’, granny’s bag, perché effettivamente c’era dentro quello che ti porteresti dietro per una scampagnata della domenica. Quando più in là ho iniziato anch’io a fare arrampicata e scialpinismo e sono diventata cool, mi è mancata (ed è mancata molto anche al mio portafogli) moltissimo la leggerezza minimalista di muoversi in montagna con attrezzatura minima. Lo zainetto della nonna, comunque, ti può salvare la vita se preparato bene. Anche nei rari casi in cui i percorsi sono tracciati, il maltempo imprevedibile può causare scarsa visibilità e situazioni di pericolo. Mi è successo in allenamento di uscire di casa con il sole e di ritrovarmi in cima ad una collina in una tempesta di neve, incapace di proseguire e rischiando seriamente l’ipotermia. Paradossalmente credo di essere stata più a rischio durante alcuni allenamenti lunghi in solitaria nei fells inglesi piuttosto che a fare scialpinismo in British Columbia a -25. Se fossi stata da sola me la sarei vista brutta, la poca visibilità e in questo caso la neve possono causare un rallentamento del ritmo facendo diminuire drasticamente la temperatura corporea. Da quel giorno ho deciso di iscrivermi ad un corso di orientamento, che a mio parere andrebbe fatto a prescindere. Se ti piace la montagna e ci vai spesso, anche solo su sentieri, dovresti sapere che la natura è imprevedibile e avere nozioni di orientamento e primo soccorso non solo può farti sentire più sicuro e ‘empowered’ (parola che non ha traduzione italiana), ma può anche aiutare gli altri che sono con con te e salvare delle vite a persone che non conosci.

L’altra caratteristica del fell running, è che è rimasto uno sport totalmente fuori dai circuiti della corsa ‘commerciale’ e questo lo rende unico. Nonostante ci sia un’associazione nazionale e nonostante siano passati più di cent’anni dalla sua nascita, le gare sono rimaste accessibili a tutti e sono tutt’ora organizzate dalle comunità rurali. Nonostante questo, al traguardo non manca mai un esercito di volontari che ti riempie di cibo fatto in casa, zuppa e pane e dolci. In Inghilterra si corre molto spesso su proprietà dei contadini, che è aperta al pubblico e si può attraversare legalmente rispettando un codice etico e pratico. I campi sono delimitati dalle tradizionali ‘fences’ (recinti) fatti di sassi, che sono segnati sulle mappe e molto spesso possono servirti come punto di riferimento quando non hai idea di dove sei finito. Azzardo a dire che dovrebbe essere così ovunque, che una gara dovrebbe promuovere il territorio e chi lo abita nel quotidiano, che siano umani o animali. Mi viene in mente il mio Appennino Tosco-Emiliano, semi disabitato e con sentieri meravigliosi dalle montagne fino al mare. Se fosse l’Inghilterra ed ogni paesino sfigato organizzasse tre eventi l’anno, si potrebbe gareggiare ogni fine settimana, e magari chi viene da fuori potrebbe fermarsi a comprare cibo prodotto in modo sostenibile da riportare in città aiutando l’economia locale, l’agricoltura rigenerativa e il proprio corpo.

Se vivessi ancora in Europa, in cima alla mia bucket list ci sarebbe sicuramente il Bob Graham Round. 66 miglia (circa 106km) e 27000 ft di dislivello toccando 42 ‘vette’ nel Lake District da compiere in un minimo di 24 ore con un testimone per ogni vetta raggiunta. C’è questo video molto bello di Salomon TV che vi fa entrare nell’atmosfera e riassume in modo efficace lo spirito della disciplina.

Anche se non è una gara vera e propria ma piuttosto un loop più simile ad un fkt, credo che per storia e tradizione sia un circuito che incorpora l’essenza di quello che il fell running è, e anche quello che non è. Il record di un singolo giro è per ora di Kilian (12h 52m), ma il record di ‘round’ doppio è della mia preferita, Nicky Spinks, che ha completato il giro doppio in 45h30min. C’è un film che ne parla, ‘Run Forever’, prodotto da Innov-8. Sarà perché forse alla sua età mi immagino un po’ come lei, sarà che anche se ha sponsor la corsa rimane il suo hobby e il resto del tempo lo dedica alla fattoria, sarà che è un mostro nell’orientamento e sorride sempre (anche quando prova a finire la Barkley marathon, fallendo), sarà che ha iniziato a correre forte dopo essere sopravvissuta ad un tumore al seno, ma Nicky Spinks è davvero diventata una leggenda femminile dello sport anglosassone.

 

Insomma, oltre il canale della Manica succedono un sacco di cose interessanti. L’ostacolo più grande sarà capire l’accento, ma gli inglesi del Nord sono così gentili ed amichevoli, che vi daranno sicuramente una mano.

Road to…the unknown

Parte prima

L’idea sarebbe stata quella di raccontare la strada verso la mia prima 100 miglia, ma ora come ora credo non ci sia nemmeno una persona che abbia la certezza di poter correre la gara (o le gare) che aveva programmato. Mai come adesso prendiamo un giorno alla volta, un’uscita (quando possibile) alla volta e procediamo brancolanti nel buio verso una destinazione sconosciuta.
Mai come adesso conta la strada, più che l’arrivo.

Proprio oggi quando sono tornata a casa dopo un’uscita di un’ora in cui ho fatto ripetute avanti e indietro sulla strada di casa, ho visto quel pallino rosso sul francobollo dell’applicazione Mail e, pensando che fosse la solita scocciatura di lavoro , – o peggio, una pubblicità – l’ho aperta senza troppa attenzione. La mail era in tedesco e mi è bastato il titolo per capire il contenuto del messaggio: GGUT 2020 canceled.
Non c’è stato bisogno nemmeno di trovare il modo di tradurre il testo, il senso era facile da intuire: non si corre.
Avevo scelto di correre a fine luglio il Gross Glockner Ultra Trail come gara di preparazione alla gara A e perché era una delle poche che potessi fare che fosse qualificante per la Western States.
Per adesso la gara A, la 100 miglia, non è ancora stata cancellata, ma vista la situazione non posso sperarci troppo. Si, la gara è in autunno, ma dall’altra parte dell’oceano la stanno gestendo proprio male e devo impormi di non sperarci troppo.

A settembre dell’anno scorso ero tappata in furgone insieme a Alessandro, Edoardo e Ombra, mentre fuori pioveva talmente forte che avevamo difficoltà a sentire la voce l’uno dell’altro, e chiacchierando di fronte al microfono di Buckled, Alessandro mi ha chiesto se avessi intenzione di correre nella prossima stagione la mia prima 100 miglia. Era una domanda legittima: in un paio d’estati sono passata da 0 chilometri a 50, poi a 100. Il prossimo passo doveva essere una 100 miglia. Non faceva una piega come ragionamento. Ho fatto fatica a credere alla mia stessa voce quando ho risposto di no, che l’anno a venire sarebbe stato un anno per tornare sui miei passi e cercare di migliorare sulle distanze che conoscevo invece di dare da mangiare al mio desiderio di andare sempre un po’ più avanti, di andare sempre verso l’ignoto. L’ho detto ad alta voce, davanti a un microfono, quasi per obbligarmi, per cercare di essere coerente. Nei confronti degli altri e di me stessa.
Non che non avessi voglia di correre una 100 miglia. Anzi. Ma ho pensato che essere paziente sarebbe stata non solo una forma di rispetto verso il mio corpo, ma anche di rispetto della distanza. Non mi andava di avere un atteggiamento spocchioso e arrogante; non nei confronti della Distanza.

Poi però – e c’è un però altrimenti non sarei qui in questo momento – è successo qualcosa che non avevo previsto. Non sono sicura si trattasse proprio di fortuna; forse tutto il contrario.
Il 7 dicembre alla lottery che si svolgeva al Tempio, dopo aver già vinto una quantità vergognosa di premi, il mio ultimo numero è stato estratto con il Grande Premio: il pettorale per UTLT. 100 miglia, in California. Nel camminare verso Davide che mi allungava il foglio di carta con stampato il logo della gara e una sua foto in cui la correva, ho sentito salire un imbarazzante calore per tutto il mio corpo fino a farmi arrossire prima, a ridere dal nervosismo poi. Dopo qualche minuto ho preso Davide da parte e gli ho detto “che faccio? vado?” Lui ha sorriso, assentendo. “Mi stai mandando al macello vero?” “Si, ma ti ci faccio arrivare preparata, al macello.”
Chi sono io per non assecondare le leggi beffarde del destino? Chi sono io per non dare retta al Coach? Tanto con la scusa che ho vinto il pettorale non si offende nessuno se mi rimangio quello che ho detto. E la distanza la rispetto correndola.

La gara è a fine settembre, avrei tutto il tempo di prepararla anche se mi cominciassi ad allenare solo in primavera. D’inverno si scia: non c’è 100 miglia che tenga il confronto con il desiderio di passare sei mesi a tracciare curve nella neve profonda. L’anno scorso ho iniziato a correre a maggio; la mattina facevo una gita di sci-alpinismo e il pomeriggio una corsetta leggera tra fango e neve marcia.

Quest’anno i primi di marzo hanno aperto la strada dei Forni ed abbiamo inaugurato la stagione di sci-alpinsimo, pensando di poter sciare fino quasi a giugno, come l’anno scorso. La domenica della nostra prima vetta su ghiacciaio è iniziato lo stato d’emergenza e ci hanno poi vietato – tra le tante cose – di andare sulle montagne. Per qualche giorno abbiamo lasciato gli sci a portata di mano, speranzosi. Dopo una settimana li abbiamo portati da basso, e abbiamo tirato fuori dalle scatole le scarpe da corsa.

Mi piace correre, ma come tutte le cose che amo ho un atteggiamento bulimico verso di esse e quando inizio ci immergo dentro fino ad affogare. Dopo qualche mese, per respirare, devo tirare fuori la testa dall’acqua. Questo è il motivo per cui scio sei mesi e ne corro altrettanti sei. É più sano per me. Quando arrampicavo ci stavo troppo tempo con la testa sott’acqua.

Ho iniziato a correre a marzo non per voglia, ma per necessità. Perché non potevo fare altro. Ho tirato fuori dalla scatola le scarpe di Icebug – pensate proprio per la corsa su neve – che ero curiosa di provare ed ho iniziato a correre davanti casa. Un po’ su asfalto, un po’ sulla pista da sci di fondo ormai deserta per correre sul morbido e provare le scarpe.
Le prime due settimane ho corso tre volte a settimana, 5 chilometri a uscita. Tornavo a casa stufa, che non ne potevo già più di fare avanti e indietro a pochi metri di casa.

Sapevo che se avessi continuato a correre così, per scazzo, mi sarei arresa dopo poco. Così ho cercato di immaginare ‘the big picture’ ed ho cominciato, insieme a Davide, a dare un senso alle mie uscite.
La primavera è strana qui in quota: un giorno nevica e fa un freddo cane, quello dopo corri in pantaloncini corti con l’aria così secca che ti brucia i peli dentro le narici. Forse è anche grazie a quest’imprevedibilità che non mi sono ancora stufata.

La strada davanti casa è in falso piano, così quando corro da un lato sento il vento in faccia e corro più forte; quando giro di colpo su me stessa l’aria si ferma e il passo si accorcia. La prima volta che mi sono accorta della differenza di un verso rispetto l’altro ho iniziato a correre gli intervalli girandomi di corsa sul posto per poterli correre in discesa e recuperare in salita. Davide se ne deve essere accorto e per le prossime settimane mi ha inserito un allenamento in cui devo fare gli intervalli obbligatoriamente in salita e recuperare in discesa. Si chiama Buckled, l’allenamento. Di buon auspicio? Oggi quando sono rientrata dell’allenamento ho trovato la mail di annullamento della 100 k che avevo in programma.

Prendo una giornata dopo l’altra, con la mente rivolta al futuro ma verso un obiettivo che si muove e muta, che come provi ad agguantare ti sfugge dal pugno stretto e ti lascia la mano rossa e vuota.
Non mi dispero se verrà annullata all’ultimo la 100 miglia. É arrivata senza che la chiedessi e può andarsene senza che la trattenga. Continuerò ad uscire fuori fino a quando non potrò allontanarmi da casa e correre sui sentieri dove si sarà sciolta la neve più ostinata. Non mi importa se non conosco la destinazione. Intanto, mi godo la strada, con la speranza che domani potrò cambiare il nome di questi racconti.

Ti alleni da atleta, ti vesti da atleta, ma ti nutri come un “tapascione”. Capitolo 1.

Capitolo 1: La settimana pre gara.

Molto spesso mi capita di sentire persone che, per raggiungere il loro obiettivo sportivo, si dedicano (giustamente) ad una preparazione che può durare diversi mesi con grande dedizione ad ogni singolo allenamento a prescindere dalle condizioni meteorologiche, da eventuali orari proibitivi o semplicemente dalla stanchezza.

Ma poi altrettanto spesso queste stesse persone non riescono a dedicare nemmeno la settimana prima della gara ad un piano nutrizionale mirato ed efficace per il loro scopo perché a sentirli “…mi me son za allenà tanto ciò…”; un po’ come se il team Ferrari prima di un gran premio si dimenticasse di preparare il carburante con la convinzione che la macchina vada comunque fortissimo!

Credo che tutti, almeno una volta, si siano imbattuti nel famoso “scarico-carico” di carboidrati, ma purtroppo spesso questo metodo decisamente efficace è circondato da concetti balordi tipo il piatto di pasta da 300g o per alcuni, con la scusa del carico, ingurgitano l’antologia dei primi piatti “unto e mangiato” della Parodi.

Quindi vediamo qualche informazione sulle tempistiche e sulle metodologie per fare un po’ di chiarezza in merito.

Premessa

  • Il metodo di carico e scarico è utile e serve solo per sport che abbiano una durata superiore ai 90min altrimenti un’alimentazione regolare con tutti i macro nutrienti va benissimo.
  • Non è consigliato a coloro che hanno problemi di glicemia alta o soggetti in sovrappeso.
  • Non vanno fatti allenamenti intensi durante lo scarico-carico. (si suppone che la preparazione sia finita ad una settimana dalla gara)
  • I piatti che vi preparate DEVONO essere, ovviamente, magri e leggeri

Tempistica consigliata (esempio gara al sabato)

Lunedì-martedì scarico (in genere, per facilitarlo, si consiglia una corsetta lenta da 30-40min)

Mercoledì-venerdì carico

Quantità

Sullo scarico non ho mai trovato linee guida per gli sport di endurance, mentre per il carico si parla di 10-12g per Kg corporeo al giorno. Numeri da interpretare, ma in generale, per i comuni mortali/casi umani, consiglio un approccio più classico costruito “sui piatti”.

Lo scarico è da intendersi come una RIDUZIONE, non una NEGAZIONE di carboidrati, per cui non si cerca la chetosi metabolica (pessima per gli sport di endurance), ma si vuole semplicemente indurre uno stimolo al corpo infatti grazie a questo sistema si induce il corpo ad un maggior stoccaggio di glicogeno.

La colazione, dove risulta più difficile evitare i carboidrati, può essere normale; si consigliano invece a pranzo e cena secondi piatti con verdure e spuntini con frutta secca (noci, mandorle, pistacchi). 

Per carico invece non si intende “liberi tutti e via bene” con piatti a prova di Obelix, ma bisogna attenersi a porzioni “normali” e leggere di primi piatti sia a pranzo che a cena (opterei per pasta e riso, non per la teglia di pasticcio!!). Frutta e verdura meglio limitarli il più possibile nei giorni antecedenti alla gara perché le fibre nell’intestino potrebbero dare gonfiore e/o fastidio.

Attenzione, non sto dicendo che per 3gg dovete mangiare pasta in bianco o riso lesso, ci sono tante valide e sfiziose ricette leggere, siate curiosi!

I cibi/bevande da evitare nella settimana (spesso la parte più dolorosa)

Può sembrare banale ma, per fare un percorso fatto bene, bisognerebbe affrontare un percorso più lungo rispetto alla settimana pre-gara, ma il giorno in cui il 90% degli amanti degli sport di endurance riusciranno a fare i bravi almeno la settimana prima dell’evento io potrei commuovermi, per cui di seguito la lista proibita dei “7 deadly sins” pre gara:

  • Fritto in generale (a scanso di equivoci anche le verdure pastellate rientrano qui)
  • Affettati (ad esclusione di fesa di tacchino e bresaola)
  • Formaggi (ad esclusione, ma con moderazione di formaggio grana e della ricotta)
  • Caffè
  • Bevande gasate (parlo delle bevande brutalmente zuccherate)
  • Alcol (di ogni specie, forma e colore)
  • Cioccolato (un pezzetto di fondente non uccide nessuno, ma crema di nocciola & Co decisamente proibiti)

Per concludere, un lato spesso trascurato è l’idratazione, che merita un capitolo dedicato, ma che vi suggerisco di curare bene con almeno (minimo proprio) 1.5L di acqua per le donne e 2L per gli uomini al giorno.

E’ ammirevole il percorso pieno di sacrifici che certe persone fanno per raggiungere un maledetto gonfiabile o un traguardo in generale, quindi fatelo questo piccolo sforzo in più sul piano nutrizionale perché fermarsi tra i cespugli per pit stop poco piacevoli (i famigerati TCA) non è atleticamente bello e fare lo squat dopo tanti km non è nemmeno facile…

The march of the damned

Proprio così: il primo tapis roulant fu ideato e realizzato in Inghilterra nel 1818 da Sir William Cubitt, ed immediatamente introdotto in più di 100 carceri inglesi e poi americane con lo scopo di punire i carcerati e nel contempo produrre energia a propulsione umana.

Non era altro che una grande ruota fatta a scalini che i detenuti erano obbligati a risalire come una scala infinita. Il loro passo faceva girare la ruota in modo da creare l’energia per pompare acqua o muovere una macina per schiacciare il grano. E’ per questo motivo che nel termine inglese treadmill troviamo infatti, la parola mill, mulino.

Chi lo avrebbe mai detto che due secoli più tardi uno strumento nato per punire i prigionieri sarebbe invece diventato per molti di noi la scorciatoia verso la libertà. Una valvola di sfogo, nella “prigionia domestica” di isolamento non volontario che stiamo vivendo.

Chi mi conosce sa bene, che non programmo delle uscite ne tanto meno degli allenamenti: i lunghi, le ripetute, la soglia, i progressivi… per me è un mondo estraneo. Esco quando mi va a fare qualche km vicino casa, soprattutto nei fine settimana, ma nella quotidianità sono più le volte che trovo una scusa per non uscire. Mi piace correre per vedere dei bei posti, anche gli stessi vicino casa, ma che mutano con le stagioni, o per poter esplorare e vivere luoghi nuovi quando sono in viaggio per lavoro o in vacanza. Non ho un piano di allenamento ne tanto meno di gare. Ogni tanto ne faccio qualcuna per il semplice motivo di poter vivere l’emozione di un posto a me caro o perché attratta dalla storicità di una competizione.

Quando a Marzo la situazione che tutti conosciamo è precipitata mi sono ritrovata a dover rivedere in un attimo la mia visione.

Lavoro come freelance quindi mi capita già spesso di lavorare da casa, su questo punto ero organizzata. Mi manca un po’ il confronto, personale con i clienti che semplifica a volte il lavoro, ma su quello ci viene in aiuto la tecnologia.

Della quotidianità, sarà una banalità, ma mi manca il caffè sulla piazza del paese la mattina, quel confronto umano che non si può sostituire. Entri nel bar e scivoli automaticamente nella discussione in corso. Ti confronti spesso con persone molto diverse da te, vuoi per l’età, gli interessi, lo stile di vita, ma proprio per questo motivo i loro discorsi ti fanno ragionare e vedere le cose da un altro punto di vista, in qualche modo ti fanno riflettere, ti arricchiscono.

A volte invece esci e sai anche solo quanto paga il frantoio le olive questa stagione. Che poi a dirla tutta, per me che ho solo sempre saputo quanto pagava l’uva la cantina sociale, è interessante anche quello.

Davo per scontato delle cose che scontate non lo sono affatto. La libertà in tutte le sue sfaccettature, ero così abituata ad averla che non la apprezzavo tanto quanto meritava.

Da noi un ordinanza del Sindaco ha proibito da subito l’accesso a strade pedonali e tutti sentieri se non per l’accesso alla propria abitazione.

Mentalmente devastante, rimani spiazzato. Poi ci ragioni, scavi dentro te stesso e cerchi di tirar fuori il meglio che si può. Ti crei una tua routine quotidiana con i mezzi che hai, ma alla fine è inutile, quel bisogno di fare, di sfogare quel qualcosa che non so nemmeno io cos’è ma che mi fa stare bene con me stessa, era proprio quel gesto della corsa, quel metter un piede davanti all’altro e staccare la testa.

Sapevo quale sarebbe stata la soluzione, avevo un solo dubbio che mi tormentava: ma dove lo metto? Il dubbio è stato subito risolto dal mio partner in crime, perché esistono i tapis roulant ultraslim.

Ordinato, arrivato, scartato. Emozionati come fosse la mattina di Natale.

Costare, costa. Non macina grano ma consuma energia elettrica. Il panorama è bello ma è sempre lo stesso.

Eppure io fisso il limone davanti a me, corro sudata in mezzo alla corrente per avere il vento tra i capelli, ma sorrido!

Treadmill (o ironicamente dreadmill, il mulino del terrore): raramente ci sono mezze misure, o lo si ama o lo si odia (anche se il COVID 19 ha decisamente rivisto la posizione di tanti.

Io sono sempre stato nella prima categoria: non mi ha mai dato fastidio usarlo quando disponibile, e nel tempo ho imparato ad apprezzare la possibilità di lavorare in maniera controllata e sperimentare con soluzioni differenti sia sul pacing che sulla pendenza. L’unica cosa che personalmente non riesco a digerire molto è la lunghezza: per me una session di treadmill ben fatta va dall’ora all’ora e mezza. Oltre perdo concentrazione, e credo di essere andato raramente oltre alle due ore.

Love at first sight

Il primo, evidente, benefit del treadmill è quello di essere completamente indipendente dalle condizioni esterne, che siano meteo, temporali o legislative. Sul treadmill mi è più facile ricreare sempre le stesse condizioni, cosa che per alcuni allenamenti (pensiamo ai test FTP o di VO2Max) è essenziale nel monitorare la condizione.

Il treadmill offre una superficie ammortizzata e reattiva, cosa che tendenzialmente ci aiuta ad affaticare meno i muscoli: in queste settimane, con i nostri atleti che stanno lavorando indoor, noto una capacità di recupero maggiore e la possibilità di inserire più intensità. Questo significa condizionamento maggiore a parità di volume, o stesso risultato con meno volume a seconda della fase che stiamo affrontando o come vogliamo pianificare il periodo. Il treadmill elimina molte di quelle che definiamo spesso junk miles, i chilometri spazzatura.

Altro grande vantaggio del treadmill, è poter modulare in maniera precisa la pendenza: ci apre la possibilità di lavori progressivi basati non sul ritmo ma sul gradiente, di forza muscolare sul lungo, o di capacità se ripetuta. Ma anche poter fare grossi blocchi a simulare salite continue come quelle delle ultra classiche di montagna, gestendo al meglio la continuità di sforzo ed i recuperi: dove si può ricreare una salita costante di 10/12 km al 10%? Magari con recuperi in piano ogni 3 km da 800 metri?

Se avete un treadmill che simula la discesa, o se siete abbastanza smaliziati da riuscire ad alzarlo con una traversina, potrete anche allenare le lunghe discese corribili, la classica situazione che demolisce le gambe in un’ultra con l’accentuarsi dell’impatto muscolare: una gara come Western States, o anche solo LUT, dove spesso dopo lunghe discese ci sono tratti molto corribili, la si gioca spesso più in discesa che in salita.

Qualcuno dice che il treadmill è anche divertente (cit. Roberto da Varese e/o Franz da Treviso). Non nelle loro dosi, forse. Però l’avvento di ZWIFT ha reso tutto un po’ più glamour, almeno. E con i running sensor non c’è bisogno di calibrare a mano il treadmill per avere dati precisi, e ce li ritroveremo immediatamente su Training Peaks, STRAVA o dove vogliamo caricarli: dietro consiglio di Marco ed Alessandra di HRV4Training ci siamo orientati verso RUNN perché misura perfettamente anche la pendenza ed ha un costo accettabile, ma il semplice pod di ZWIFT, quelli di STRYD o RUNSCRIBE, funzionano tutti più o meno bene. Anche le scarpe di UNDER ARMOUR con Bluetooth incorporato, sono una soluzione valida. Il vostro GPS invece no, perché l’accellerometro ha un miliardo di motivi per segnare dati fantasiosi, meglio tenerlo solo per la traccia HR.

Qualche consiglio pratico: come avrete sentito dire da tanti, tenere un 1-2% di inclinazione aiuta nel gesto, e ricrea anche la stessa resistenza che outdoor avremmo nel vento da noi generato, ad essere proprio precisi. Per lo stesso motivo, la mancanza di aria generata dal nostro spostamento, suderete copiosamente e creerete una sorta di bolla d’aria umida e calda intorno a voi: ottimo usare un ventilatore, ma anche bere spesso. Ancora più importante, i vostri battiti saranno sicuramente più alti ed il fenomeno del cardiac drift nettamente più accentuato: come sempre vi diciamo, attenzione ad usare il battito come marcatore di zone predeterminate di sforzo! In ultimo: tenete d’occhio la cadenza, il treadmill vi porta ad aumentarla, troncando spesso la fase di spinta che su un terreno in movimento è difficile da eseguire bene. Se da un lato non è male provare ad aumentare le cadenze, non lo è a discapito dell’economia di corsa: approfittiamo del treadmill per controllare sempre la nostra tecnica e trovare efficacia, non solo numerini su un display.

Have fun… e trattate bene il vostro compagno di allenamenti, ha anche lui dei sentimenti, fatelo girare spesso…

Rigofollie: ragazzi problematici e FKT.

Credo che Francesco sarebbe la gioia e disperazione di ogni Coach. Tanto talentuoso e capace di saper scavare a fondo, quanto indisciplinato ed anarchico. Ma è una persona intelligente, in primis, e poi esprime una gioia con la corsa che gli si perdonerebbe (quasi) tutto. Continuo a credere di riuscire un giorno a convertirlo ad un approccio quantomeno “non schizofrenico“, ma quando ho pensato ad una persona che nella dimensione FKT può davvero esprimere il proprio estro, lui è il primo che mi è venuto in mente. La nostra personale battaglia continua, comunque. Coach D.

Il meraviglioso mondo degli FKT (Fastest Known Time) è già stato introdotto nel blog da Paco e discusso ampiamente nell’ultima puntata di “True Commitment”. Per gli smemorati: prendi un percorso, che sia già stato fatto o che possibilmente qualcun altro in futuro sarà interessato a ripetere, corrilo e cerca di essere il più veloce possibile.

Ci sono delle varianti e qualche accorgimento ma sostanzialmente è molto semplice: dei chilometri, un orologio che parte con te e si ferma solo alla fine, il proprio fiato. Per gli amanti dei dettagli (o del farsi problemi laddove non ce ne sono) c’è un sito che dice tutto quello che c’è da sapere su questo tipo di sfide. Personalmente non lo conoscevo e non ho neanche molta voglia di andare a guardarlo quindi da questo punto in poi si prosegue con la mia personale visione e opinione dei FKT.

A me i FKT sono sempre piaciuti, anche prima che sapessi si chiamassero così. Da “segmenti” di pochi km a viaggi con migliaia di metri di dislivello. Si esce un po’ dal mondo delle gare. Si parte da un percorso che si ha già in testa per qualche strano motivo o attrazione, lo si pianifica a proprio gusto con più variabili e poi via, di cavoli propri. Ho sempre sentito i FKT molto più miei delle gare, sono sempre stato meglio che durante le gare, mi hanno dato più soddisfazione di molte gare (ma c’è da dire che io nelle gare mi ritiro).

Personalmente riconosco tre modi diversi di fare un FKT:

  • Avventura: un viaggio da solo, autogestito il più possibile, con infinite variabili e imprevisti che non si può prevedere. Alla scoperta di sentieri un po’ nuovi, un giro disegnato con un po’ di fantasia e creatività su una mappa in posti che si cercava una scusa per andarci da un po’.
  • A bomba: una sfida fisica, sentieri che si conosce quasi a memoria, sasso per sasso. Tutto pianificato fino all’ultimo dettaglio, fino all’ultima lepre per metterci meno possibile su sentieri che si sente casa propria.
  • Assistenza: accompagnare un amico/a nella sua sfida personale, probabilmente a bomba ed essere partecipe dell’altrui obbiettivo per scroccare un po’ di felicità da cosa bella.

Prima dell’emergenza Corona-Virus, per questo 2020 avevo pianificato di farne uno per tipo. Adesso che sono saltate le gare… beh in realtà non cambia quasi niente. Ma per oggi scriverò solo del primo, quello più viaggio, anche perché degli altri due Coach Grazielli è venuto a sapere leggendo ora queste righe.

Il mio primo FKT si chiama “Dolomiti di Brenta Trek”, un anello alto delle Dolomiti di Brenta, 89 km e 8200 d+ da guida ufficiale (www.dolomitibrentatrek.it). Tutto corribile. Tentativi noti, nessuno. Tempo stimato per persone allenate: 6 giorni. Ore necessarie da tabella CAI senza soste: 43. Quota: tra i 1500 m e i 2500 m. Bei numeri

Mi è venuto in mente 2 anni fa mentre mi trovavo là in mezzo. Mi piace perché questi posti li ho un po’ nel cuore eppure non li conosco ancora così tanto, perché è un anello, perché è tecnico. Semplice

Scelto il misfatto rimane quindi da rispondere alle domande pratiche: Come? Dove? Quando? Perché?

Come?

Bisogna essere allenati, certo, la parola qua dovrebbe averla il Coach ma mi ha lasciato carta bianca e quindi scrivo il cazzo che mi pare. Non credo di dovermi allenare in modo tanto diverso per questi 89 km se non, Covid permettendo, di abituarmi di nuovo a passare tante ore in montagna. Le difficoltà del percorso saranno le lunghe e ripide salite e discese e la tecnicità di certi tratti, ma , ehi, me lo sono scelto io quindi queste cose sono esattamente quelle in cui in cui mi trovo più a mio agio e su cui quindi passo più chilometri il resto del tempo.

Considerando che l’idea è di farla in avventura, quindi zainetto e via e ci ristora solo in rifugi, torrenti o piante di mirtilli, una parte fondamentale ce l’ha con cosa partire. Da esperienza so che in uno zaino da 5 L riesco a fare stare tutto ciò che mi serve:

  • Cibo
  • 1 L acqua
  • Goretex
  • Telo termico
  • Fischietto
  • Berretto
  • Maglia termica
  • Guanti
  • 2 X Buff
  • Telefono
  • Cartina “Dolomiti di Brenta”
  • Bastoncini
  • Orologio GPS
  • Occhiali da sole
  • Mini kit medico
  • Soldi

Materiale aggiuntivo: ramponi in caso di neve/ghiaccio quota, kit da ferrata e casco che devo ancora capire come sono i punti più critici. Ovviamente in questi casi lo zaino diventa più voluminoso.

Per il cibo, ci si adegua ai rifugi quindi conoscendomi sarà un tripudio di Coca Cola, Radler, panini con lo speck e strudel. Probabilmente con me porterò qualche gel, delle Kinder Brioss e dello sgombro sott’olio per le emergenze. Fortunatamente riesco a bere molto poco, ho lo stomaco ricoperto di ghisa e quindi la parte di alimentazione e idratazione è quella che mi preoccupa meno di tutte.

Alla fine, il segreto è ricordarsi di essere comunque impreparati e quindi doversi aspettare di tutto e di più. Qualcosa andrà storto per forza ma così è ancora più divertente.

Dove?

Le Dolomiti di Brenta, ovvio. Si, ma da dove? La bellezza di fare un giro così ad anello è che si può partire da dove si vuole (basta ritornarci) e nel senso che si desidera. Questo forse non va bene secondo le regole ufficiali del FKT ma come cantava Achille Lauro vestito da ciclista: me ne frego. Da cartina ci sono moltissime vie di accesso al Dolomiti di Brenta Trek. Per gusto personale, anzi per amore, partirei da Malè, Val di Sole, salirei al Rifugio Peller, punto più settentrionale del sentiero, e partirei in senso antiorario verso la Val Rendena, giro intorno Cima Tosa, avvistamento di Andalo e Molveno, dritto verso la Val di Non e poi tana libera tutti.

Quando?

Visto quota e situazione pandemica, il periodo migliore sarebbe agosto-settembre, in modo che neve ce ne sia poca e i rifugi magari abbiano ripreso a lavorare (più per loro che per necessità mia). Se mi aspettano 89 km con 8200 d+ potrei stimare per eccesso un tempo necessario intorno alle 16 ore. Quindi la cosa migliore sarebbe partire per le 4 di mattina e cerca di arrivare entro il tramonto con il mix di motivazione cronometrica e solare. Possibilmente un giorno della settimana in cui dopo non debba lavorare. Poi, magari non si può uscire, magari salta tutto, ma le montagne restano e questo sogno nel cassetto pure.

Perché?

Perché mi va. Perché quelle montagne mi piacciono tanto e lassù da solo in distanziamento sociale so che mi vengono le farfalle allo stomaco (non crediate che a farla come FKT non ci sia il tempo per ammirare tutto quello che ci si circonda, al massimo il rischio è cadere ogni due metri!). Perché ho scoperto che a fare un FKT così, in avventura per tutto il tempo necessario a completarlo mi sento bene, mi sento veramente a mio agio con tutto. Libero. E non ho mai pensato “quanto manca?”, come in gara, piuttosto mi sono detto “vorrei che mancasse di più!”. Questo genere di cazzate per quando appaiano sadiche ai più mi hanno sempre fatto tornare a casa con il doppio di energia e per quanto controsenso possa esserci la settimana dopo corro anche più forte. Quindi, perché no?