David Laney, il baffo che uccide.

Ho incontrato David a Barcellona: è sempre stato un atleta che mi ha incuriosito per l’approccio molto low-key e per l’aria tranquilla. Dai tempi in cui faceva il commesso per Hal Koerner all’anno in cui ha infilato M10 alla Western States e terzo posto all’UTMB (e dodicesimo ai Mondiali!), ha dimostrato di eccellere in tutte le situazioni. E’ un runner completo, e lo dimostra il fatto che si è anche preso la qualificazione ai Trials Olimpici in maratona, ed era un dirtbagger prima ancora che diventasse figo esserlo (guardate il suo account Instagram @davidlaney12 ). Ha poco dell’hipster e molto del ragazzo della porta accanto. Ed è dedicated, come si dice oltreoceano.

Assieme all’amico Ryan Ghelfi ha fondato Trails&Tarmac ed ha iniziato ad allenare atleti di tutti i livelli, riscuotendo subito un ottimo successo. Cosa che non mi meraviglia dopo averlo conosciuto: è una persona di un umiltà e simpatia uniche, ed è un vero amante del nostro sport in tutte le sfaccettature. Qui trovate qualche passaggio della chiaccherata che ci siamo fatti.

Penso che sia un momento fantastico per allenare nel mondo dell’ultrarunning, è tutto molto nuovo, c’è un bel mix di idee, teorie e situazioni diverse, e noto che c’è anche molta comunicazione tra coach. Qual’è il tuo background, da dove arrivi dal punto di vista del coaching?

Fondamentalmente sono stato un appassionato studente dello sport da quando ero un ragazzino, ho iniziato prestissimo. Quando ho letto Jack Daniels’Running Formula…

(Risate) E’ il libro con cui abbiamo tutti cominciato!

(Risate) E’ vero, ed è anche quello a cui tutti torniamo. Ci sono le fondamenta del running. Quello che è interessante è che abbiamo corso per anni trail per il piacere di stare fuori, senza fare troppo caso al lato scientifico della corsa. Jack Daniels’ Running Formula è come una bibbia della fisiologia umana applicata alla corsa, c’è una marea di roba lì, e adesso la gente sta capendo come trasferirla anche al trail running. Per questo è emozionante allenare ora: c’è un sacco di nozioni da trasformare ed applicare e vedi la gente che sperimenta, migliora e si guarda indietro e pensa “Ma come diavolo ho fatto in un anno a migliorare così?”

Sentivo un intervista con Mike Smith di NAU, ed anche lui diceva che quando ha un dubbio, la prima cosa che fa è aprire Jack Daniels’ Running Formula…

(Risate) Abbiamo appena svelato a tutti il nostro segreto! Sono le fondamenta, che tu sia un miler od un ultramaratoneta.

Il tuo background di runner collegiate di pista e cross-country ha una grossa influenza sul coach che sei ora?

Sicuramente, impossibile negarlo, un grande impatto.

Qual’è la cosa più importante che ti ha lasciato e che hai portato nel tuo modo di allenare?

La maggior parte degli atleti che alleniamo in Trails & Tarmac sono nei primi due o tre anni di corsa, e quindi applicando i fondamentali dell’allenamento di cui parlavamo qui sopra, mostrano subito risultati incredibili. La classica periodizzazione, la polarizzazione degli allenamenti, come sviluppare le differenti velocità… tutte cose che mi sono state inculcate al college.

E nel rapporto personale con gli atleti? Qual’è la caratteristica essenziale?

Beh, sicuramente la flessibilità. Il 95% dei miei atleti non sono professionisti. Sono principianti o competitivi a livello personale o amatoriale, hanno un lavoro ed una famiglia che hanno sempre la priorità. Essere flessibili significa adattare schemi e tabelle a seconda degli eventi, essere capaci di ottenere il meglio dalle risorse limitate che si hanno.

Fai strenght training? Lo inserisci per gli atleti che segui?

Dipende molto dagli atleti e dalle priorità che abbiamo: se il tempo a disposizione è limitato, tendo sempre a favorire il chilometraggio e la possibilità di fare base aerobica. Qualcosina per prevenire gli infortuni, ma la priorità è sempre la base aerobica, per me.

Parlando un po’ di te, cosa hai fatto quest’anno di diverso per la Western States che non avevi fatto prima?

Tutto (risate).

No, dai!

Onestamente si, tutto. Gli altri anni avevo fatto fondamentalmente sei mesi senza un giorno off prima di arrivare a Squaw Valley. Ora mi prendo almeno un giorno off ogni tre settimane, se capita che sono stanco, anche più spesso. Sto facendo molte più uscite lunghe: gli altri anni arrivavo con 6-8 lunghi, quest’anno conto di avere 10-12 uscite da 50 km con 2.000 metri di dislivello.

Le fai a ritmo gara?

Mmmmh si, direi ritmo gara o molto vicino, bassa intensità.

Farai heat training?

Si, sicuro.

Sauna o semplicemente adattamento a correre al caldo?

Sto provando a fare una o due volte la settimana delle uscite a bassissima intensità in una heat chamber, conto di aumentare progressivamente la durata e staccare durante il tapering

Beh, qui in Destination Unknown sappiamo per chi tifare l’ultima settimana di giugno…

(risate) Grazie mille, metterò la maglietta alla premiazione!

Deal! Grazie David.

Grazie a voi.

Destination Santa Trail Fest

Quanto sarebbe fico se quest’estate, tra una gara e un’altra, ci fosse un festival in mezzo alle montagne dove tirare un attimo il fiato e correre con gli amici?

E non sarebbe anche meglio se oltre alla corsa si praticassero altre attività che fanno bene a corpo e spirito?

E se ci fossero persone che ti spiegano cose interessanti su argomenti più o meno vicini al trail running?

Beh, l’uso del condizionale è totalmente fuori luogo perchè tutto questo ci sarà!

Solo per 3 giorni di luglio la destinazione da sconosciuta diventerà nota: a Santa Caterina Valfurva ci sarà il primo (forse, ma suonava bene) trail festival autogestito delle Alpi.

Il 19, 20 e 21 luglio quindi, si correrà tra amici sui sentieri del Parco per poi rilassarsi, sgranchirsi, per esempio, con un po’ di Yoga, seguire qualche seminario e poi bere mangiare e chiaccherare sotto le stelle.

Programma


I dettagli del programma verranno svelati un po’ alla volta sulla pagina FB dell’evento. In linea generale però:
Venerdi all’ora di pranzo si arriva, noi cercheremo di capire cosa volete fare durante i giorni seguenti, ci si rilassa sul prato, se vuole si esce per una corsetta, e si inizia con seminari e attività. La sera sarà “The Outdoor Manifesto” oriented, tra birrette e chiacchere.
Sabato mattina si esce a correre su sentieri di diverse lunghezze e difficoltà. Si può decidere infatti se correre poco, un po’ o un bel po’. Si rientra alla base e ci si rilassa e si continua con seminari e attività. La sera si cena e si festeggia sotto il cielo stellato.
Domenica mattina si continua a correre e una volta rientrati, ci si rilassa e tutti sono liberi di tornare verso le proprie case.

Location


L’evento si svolge fuori Santa Caterina Valfurva, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio.
Il centro dell’evento sarà una baitina in legno e i pratoni che la circondano. Qui si dorme, qui partono i sentieri per correre, qui si svolgerrano tutte le attività.
Si può dormire in tenda, furgone, agriturismo (per chi volesse prenotare può chiamare “La Casetta della Zia Edda”). Sempre l’agriturismo mette a disposizione i prati davanti per campeggiare, lasciando aperti i bagni dell’agriturismo, a un prezzo decisamente contenuto.
Chi non avesse tenda o furgo, chi non volesse portarsi dietro la tenda perchè viene in bici dal Gavia, chi non volesse prendere una stanza in agriturismo, ce lo dica che in qualche modo un posto per dormire lo troviamo.


Iscrizioni


DS è un festival auto-organizzato e autogestito: non avrà nessun costo d’iscrizione.
Tuttavia, per rientrare con i costi della cena e per dare qualcosina a chi organizza i seminari, chiederemo un contributo per partecipare alla cena e ai workshop.
Nessuno è però obbligato a cacciare un euro: si può venire e correre e non pagare nulla.
Le iscrizioni si effettuano tramite il form qui sotto. Se dopo esservi iscritti decidete di non venire per qualsivoglia motivo per favore comunicatecelo. Ci serve per capire quanti siamo e come dobbiamo regolarci per mangiare e per tutto il resto.
Mi raccomando: compilate il form!

Modulo di iscrizione: https://forms.gle/ggBB6rpd4xMkjWVH8

L’evento è privato perchè come abbiamo detto è totalmente autogestito e vorremmo tenere un profilo basso.
Potete però invitare chi volete.

Se avete necessità o bisogno di chiarezza,
se volete organizzare un attività o se vi piacerebbe che sia organizzata una determinata attività, sentitevi liberi di contattarci:

mail destinationsanta@gmail.com
cell +393391703887

destinationsanta-header-logo

 

 

The Clean Outdoor Manifesto

Photo by Pietro Toffanelli

Cos’è THE CLEAN OUTDOOR MANIFESTO?

Beh, è quello che è scaturito dalla mente di Luca e Zeo per provare a smuovere un po’le acque stagnanti del mondo dell’outdoor. Un modo come un altro per superare la fase della presa di coscienza e iniziare a rimboccarsi le maniche per l’ambiente in cui viviamo, operiamo e ci divertiamo. Hanno provato a contattare un po’di persone provenienti da ambiti diversi, ma con il comune denominatore di vivere l’outdoor 365/12. Dal confronto è nato il Manifesto, e da questo la voglia di provare ad aggregare altre persone. Per una nuova visione dell’outdoor e delle discipline ad esso legate.

Abbiamo avuto il piacere ed il privilegio di essere tra i firmatari del Manifesto e questi sono i motivi per cui lo abbiamo fatto, e perché altri dovrebbero farlo.

Maria Carla Ferrero

Photo by Luca Albrisi

Perché ho firmato da subito il Manifesto? Perché sempre più mi rendo conto che azioni per me scontate, per altre persone non lo sono.

Forse perché ho avuto la fortuna di essere cresciuta con certi principi: La verdura era quella di stagione perché c’era l’orto, le uova erano quella della nonna, il latte andavi a prenderlo dalla vicina, il riscaldamento era con la stufa perché avevamo la legna e così via. Ma non per una questione etica, era normale così. Sia chiaro, non sono cresciuta con Heidi, come pensavano poi i compagni di classe quando ho iniziato a studiare a Torino. E sono cosciente che è sempre più difficile vivere in questo modo, però sono cose che ho radicate dentro e che mi fanno credere in certi ideali.

La stessa cosa per la montagna, con semplicità mi hanno insegnato ad amarla e conoscerla ma con il rispetto più assoluto. Quella frase anche un po’ scontata, che ci veniva ripetuta ogni volta: “alla montagna si dà del LEI!” era per veicolarci da subito l’idea, che le condizioni dovevano essere quelle giuste, sennò inutile accanirsi, non era da fare e basta. Ma soprattutto che in fondo siamo sempre noi gli ospiti. E sempre più mi rendo conto di quanto queste semplici parole siano attuali, e racchiudano così tante cose…

Perché dovrebbero firmarlo tanti altri? Perché voglio un confronto, voglio capire quale esperienza di vita li ha spinti a credere in certe cose. E per riuscire a costruire qualcosa di concreto. Qualcosa che superi un po’ l’auto compiacimento di credersi green solo perché facciamo azioni che dovrebbero essere la quotidianità, non lo straordinario.

“Ci si salva se si va avanti e si agisce insieme e non solo uno per uno” Enrico Berlinguer

Eva Toschi

Photo by Luca Albrisi

Ho firmato il Manifesto perché Luca mi aveva promesso una birra in cambio. Visto che ha funzionato adesso Luca ha cominciato a farsi sponsorizzare da un produttore di birre artigianali e sembra che stiamo ricevendo numerose sottoscrizioni non a caso.

A parte gli scherzi, mi sono fatta coinvolgere in quest’iniziativa perché penso sia un modo efficace per rendere le belle idee belle azioni. A volte delle belle idee non hanno modo di uscire allo scoperto perché da soli non si può far molto, ma con una comunità con cui si condividano gli scopi si può davvero iniziare a far qualcosa. Vivo l’outdoor in tutti i campi della mia vita, sia per professione che per passione, e grazie ad entrambi mi sono accorta che la Natura, per colpa di noi umani, sta rischiando tanto. Come professionista mi sono resa conto che all’aumentare del mio lavoro aumenta anche il rischio di mercificazione dell’outdoor. Come appassionata mi sono resa invece conto che le attività di “piacere” in natura hanno un forte impatto che bisogna cercare di minimizzare a tutti i costi. Non voglio pensare che l’unico modo che la Natura ha di rimanere tutelata sia che l’uomo non ci si rechi più o che solo alcuni possano recarvisi. Noi siamo natura ed abbiamo bisogno di viverla per vivere.  Dobbiamo solo trovare il modo di farlo in punta di piedi e a gran voce.

Ho firmato perché da qualche parte bisogna pure iniziare e credo che le persone debbano firmare il Manifesto perché è giusto metterci nome, faccia e speriamo mani, per qualcosa che si ritiene non solo giusto, ma necessario.

Francesco Paco Gentilucci

Photo by Luca Albrisi

La stima che provo nei confronti di Luca, anche se non è stata la ragione principale, ha agito come benzina su un fuoco acceso. La vera ragione è che ritengo che sfortunatamente i mass media e la mediocrità in generale hanno appiattito i messaggi ambientali e quindi sentire al tg che “i ghiacciai si sciolgono” nella nostra testa non sorbe alcun risultato. Nel posto dove lavoravo le colleghe tenevano il condizionatore a 26 gradi quando fuori era di molto sotto zero. Non serve un genio per capire che questa cosa non è sostenibile, oltre al fatto che regolarmente tornavo a casa con la maglietta sudata, nonostante lavorassi in tshirt. O il fatto che usiamo mezzi a motore anche quando non sarebbe assolutamente necessario, nelle piccole percorrenze, o per arrivare in cima alle montagne. 
Credo che l’unico modo per ribaltare i problemi culturali non risieda in nessuna politica, in nessun controllo dalle forze dell’ordine o dalle sanzioni amministrative, ma solo da un cambiamento culturale nel cervello delle persone. Per me The Clean Outdoor Manifesto significa prima di tutto avvicinare  delle persone per produrre un cambiamento tangibile nella realtà. Per creare un network di vero attivismo ambientale e per confrontarsi su temi importanti con la voglia di fare senza perdere tempo a chiedersi se l’effetto serra è veramente dannoso, tra quanti anni moriremo tutti per l’inquinamento e il surriscaldamento. 
Insomma, anche solo per ritrovarsi e pulire dei posti dalla spazzatura, a prescindere da chi l’abbia prodotta.

Davide Grazielli

Photo by Luca Albrisi

Ho firmato il Manifesto perché nella vita ho fatto tanti errori, ma ho sempre preso una posizione. Ed in questo momento la posizione da prendere, per me, è quella di ripensare il modo in cui interagiamo con l’ambiente in cui ci muoviamo. Il fatto che la proposta venisse da persone che stimo come esseri umani ancora prima che come professionisti del settore, ha reso tutto naturale. Come se fosse qualcosa che capitava nel momento giusto: chi dovrebbe avere a cuore la questione se non noi che viviamo l’outdoor come professionisti e come consumatori?

E’solo un passo, ma è un passo fermo.

Cosa serve per renderla una marcia inarrestabile? Che tanta gente lo legga, commenti, critichi, e se lo ritiene giusto, che lo sottoscriva. Perché si cresce, ci si confronta e si trasformano le parole in azioni solo insieme.

THE CLEAN OUTDOOR MANIFESTO è consultabile, scaricabile e pronto ad essere firmato qui:

https://www.theoutdoormanifesto.org/

Take a stand!

Nike Pegasus – the legend is back!

Siamo stati a Barcellona per la presentazione di Nike delle nuove Pegasus Trail, e così abbiamo colto l’occasione per mettere a confronto le due declinazioni, trail e strada. E per rendere la cosa più divertente, coach Grazielli ci ha abbinato due workout con cui farsi del male.

Iniziamo con la versione stradale, arrivata alla trentaseiesima versione. Già, correva l’anno 1983, e Nike cercava una scarpa versatile che fosse adatta a tutti i runners. Ne uscì qualcosa che nel tempo è stata calzata da tutti: se Joan Benoit Samuelson le portò a Los Angeles sul gradino più alto della prima maratona olimpica femminile, Eliud Kipchoge le usa regolarmente in allenamento, ed è tuttora la scarpa da corsa più venduta dal marchio di Portland. Il mio ricordo delle Pegasus risale a parecchi anni fa, e me la ricordavo come una scarpa buona per tutto si, ma un po’ingombrante e non propriamente veloce. Beh, avrei fatto meglio a riprovarla nel tempo, perché le ultime declinazioni della scarpa sono decisamente più filanti.

Arrivando alle nostre Air Zoom Pegasus 36, la calzata è comoda, ed anche grazie al mesh molto aperto, la scarpa dà subito una sensazione di leggerezza. Linguetta e collaretta sono state aggiustate e ridotte in volume, aumentando la precisione. La regolazione con il sistema Flywire è ottima e l’allacciatura corta favorisce una bella azione di corsa. E’una scarpa “bassa” nella parte del tallone come struttura, ma mantiene il drop 10 mm “storico”. Onestamente, una volta calzata, sembra molto meno alta che sulla carta, forse anche grazie al foam Cushlon della midsole. Sulla stregua di quanto fatto sui modelli di punta con l’inserimento del Pebax sulla suola intera, la Air Zoom Unit è su tutta la lunghezza della suola, e si sente la sua presenza in termini di ammortizzazione e rilancio, con il bonus di avere anche una discreta rigidità alla torsione.

The Temple of Tarmac

Su strada, si fa apprezzare a ritmi allegri dove la struttura affusolata permette appoggi rapidi e precisi, ma perdonando anche qualcosa alla forma grazie all’ottima ammortizzazione. E’ una scarpa che va bene su tutte le distanze classiche della strada, dai 10 km alla maratona ed oltre: fedele all’idea originaria, la sua qualità principale è proprio la versatilità. David Laney, presente al lancio come atleta, ha strappato a tutti una risata ricordando i tempi in cui con la Pegasus ci giocava anche a basket, per dire.

IL WORKOUT

Versatilità, fa venire in mente le basi. E allora alla Pegasus abbiniamo un workout classico del lavoro in soglia, ma con un twist creativo. Perfetto per le fasi finali di preparazione di una mezza, o come test per capire in che zona lavorare sulle gare lunghe, in DU coaching lo abbiamo ribattezzato Alberto’s In&Out, non tanto per l’Alberto Salazar di Oregon Project, ma per un altro Alberto che nelle fredde sere d’inverno di Schio martella ciclabili come se non esistesse un domani.

Il lavoro? Semplice, tre chilometri di riscaldamento tranquillo, qualche allungo e poi si attacca con un miglio attivo intorno o appena sopra alla soglia aerobica inframezzato da un miglio che non deve essere di vero recupero, ma va tenuto bello allegro. Ad esempio, se state a 3:40 nella parte attiva, il recupero dovrebbe essere sui 4:15/4:20, in float, come suol dire. Quante ripetute? Dalle tre alle sei è già una bella mole di lavoro, contando davvero che il recupero non è reale. Insegna a smaltire il lattato a ritmi alti e ci tiene sul pezzo per almeno mezz’ora: cosa volete di più? Chiudere con almeno 2km di defaticante molto tranquillo, mi raccomando.

Passiamo alla versione trail, e notiamo subito che è stato fatto uno sforzo per mantenere la stessa impostazione e linea. Anche per la Air Zoom Pegasus 36 Trail il drop è 10 mm, la forma affusolata, e resta la collaretta bassa nella parte posteriore per tenere libero il tallone d’Achille.


Dove la scarpa è stata modificata è nel mesh, che ovviamente è decisamente più resistente anche se è stata comunque esaltata la traspirabilità e la capacità di drenare, nella parte suola ed intersuola. Qui il cuscinetto Air Zoom è stato spezzato in due per favorire l’appoggio su terreni sconnessi, e la suola, pur mantenendo la stessa mescola, ha una struttura ovviamente diversa. I tasselli sono più bassi che nelle altre scarpe trail di Nike (Terra Kiger e Wildhorse, entrambe quest’anno alla quinta versione) ed offrono maggiore superficie di contatto per una corsa più confortevole.

Nei piedi resta comodissima come quella da strada, con anche qualche imbottitura aggiuntiva sul collo piede e degli overlap di protezione sul puntale ed altre parti più soggette ad abrasione. Provata in condizioni abbastanza toste, la suola tiene molto bene, una sorpresa vera rispetto al passato: sia in discesa, anche su pietre, che in salita su terra pesante e fango, il grip c’è, la precisione anche. Quando poi la mettete alla frusta su sentieri scorrevoli o stradoni sterrati, mette in luce le sue caratteristiche migliori. Si fa comunque apprezzare anche su strada, rendendola una bella scarpa da door-to-trail.

IL WORKOUT

Anche qui, ci piace combinare con un lavoretto dedicato alla soglia, ma la Pegasus richiama al Pacific North West e le sue foreste, sensazioni di libertà e ritmi alti. Così facciamo una cosa semplice e non troppo strutturata come un Fartlek 4-1 con quattro minuti a buon ritmo ed uno di recupero easy, da fare rigorosamente in progressione graduale ed arrivando all’80-85% della velocità max. Meglio su terreno mosso ma senza salite secche. Ottimo pre gara per testare le gambe se si resta sui 15/20 minuti, ma benissimo anche ad inizio stagione quando non c’è ancora molta base ma si vuole stare “in zona” se lo portiamo a 30/40 minuti! Ovviamente solito riscaldamento prima e defaticante dopo da 15/20 minuti.

Questione di flow, anche se siamo nel parco dietro casa e l’Oregon è a nove fusi orari di distanza: garantite sensazioni inebrianti.

Fabio De Boni e l’Everesting del Summano

L’idea è semplice e sognare una cosa del genere è facile da comprendere; realizzarla un altro paio di maniche. Le regole sono semplici: coprire il dislivello positivo dell’Everest (8848 metri) correndo sullo stesso sentiero durante un lasso di tempo continuo (illimitato), ma senza quindi fermarsi mai a dormire.

Ora, quale può essere il più bel modo di fare questa cosa se non correndo sulla “montagna di casa”, quella in cui ti sei allenato mille volte?
Il che per Fabio è il Monte Summano, la montagna di 1296 metri che si erge dalla pianura vicentina e che domina la Valdastico e il gruppo montuoso del Pasubio.

Il sentiero che porta alla cima accumula quasi mille metri di dislivello, quindi Fabio lo ha salito. Nove volte di fila. Un totale di 114 km di sviluppo, 24 ore e 42 minuti di corsa e la bellezza di 9456 metri di dislivello complessivo.

Ok ammettiamolo è una cosa da fuori di testa. Ma Destination Unknown non solo accetta queste cose, le supporta.


Diciamo che fare questi chilometri e dislivello in una gara è fattibile e tutto sommato “normale”, ma trovare le motivazioni per farli da solo è parecchio differente.
Quindi abbiamo pensato di fargli qualche domanda.

Complimenti Fabio, icona di Destination Unknown Coaching, il primo a fare un Everesting di corsa in Italia!

Se qualcuno dieci anni fa ti avesse detto che avresti corso per 9 volte di fila il Monte Summano, andando a coprire un dislivello positivo superiore a quello dell’Everest ci avresti creduto?
Certo che no! Nel 2009 erano già 3 anni che avevo smesso di fare sport (giocavo a calcio) e avrei dovuto aspettarne altri 6 per ritornare a correre! Avevo problemi di varici a entrambe le gambe. Mi sottoposi a 2 interventi chirurgici per risolvere il problema. 10 anni fa ero in formissima a fare feste esagerate!

Che sensazioni ed emozioni hai provato al mattino prima di partire per la prima salita? Avevi paura di fallire? Eri calmo? Eri emozionato?
Quando mi accingo ad una prova di endurance ho sempre molti dubbi. Ho il timore che qualcosa possa andar storto, di non essere all’altezza, di non farcela, per cui ero un po’ teso. Poi però, con la prima salita, ho sentito che le sensazioni fisiche e mentali erano molto positive e che la sfida si poteva vincere.

Spiega a una persona come si può trovare lo stimolo per un’impresa solitaria e senza pubblico come questa e spremersi fino in fondo in qualcosa che non è una gara come l’UTMB o un’altra corsa blasonata e famosa.
Lo stimolo principale è la sfida con se stessi! Non volevo dimostrare niente a nessuno. Sono già stato finisher all’UTMB nel 2017 e ho corso qualche altra ultra sopra i 100 km. Ma in questo caso il dislivello era racchiuso in poco più di 114 km e quindi più intenso di qualsiasi altra prova fisica a cui mi ero sottoposto. Non c’erano limiti di tempo, ma volevo farlo al meglio delle mie capacità. Volevo sfidarmi, tutto qua! Non c’era pubblico, ma c’erano diversi compagni di squadra ed altri amici che mi hanno  accompagnato e supportato per tutto il giorno (una ventina in tutto). Grazie anche a loro il tempo è volato e la stanchezza offuscata.

Come ti sei regolato con l’alimentazione?
Ho ingurgitato 8 panini con bresaola/fesa/prosciutto, 1 pizza, 9 gel e un po’ di cioccolato fondente, molta acqua, coca, caffè e qualche birretta…analcolica!

Quanto tempo ci è voluto per recuperare da questo sforzo?

Stranamente nei giorni successivi stavo benone, solo i quadricipiti erano un po’ doloranti. Passati però 7/8 giorni il mio corpo ha accusato il colpo, con le gambe molto pesanti e svariati dolorini muscolari. Nel giro di 3 giorni però era tutto passato.

L’aspetto più duro sono stati i km o il dislivello?

Ho accusato di più il dislivello a livello di quadricipiti, non tanto per salire, ma bensì per scendere. All’ultima discesa devo dire che il dolore era “interessante”.

Come ti è venuta l’idea per questa sfida?
Sono venuto a conoscenza dell’everesting navigando nel web, seguendo le imprese di Omar Di Felice, un ultraciclista, il quale annunciava il suo tentativo, poi riuscito. Da lì ho appreso che c’era anche chi nel mondo lo faceva di corsa e un tarlo si è insinuato…e siccome volevo fare un bel “lungo” ho coniugato le due cose.

C’è qualcuno in particolare che ti ha ispirato nel realizzare quest’idea?
Nessuno in particolare mi ha ispirato, solo la voglia di mettermi alla prova e uno spirito di ricerca (su me stesso) e di avventura. Però se devo fare un nome dico Toni, un bel giovanotto di 71 anni che nel 2014 mi ha iniziato al trail running e che fra pochi giorni correrà Il Passatore per la terza volta!

Quale pensi che sia la cosa più affascinante e inspiegabile che porterai con te dopo questa esperienza? Credi che ricorderai questa giornata per molto?
Credo proprio che non scorderò il giorno del mio Everesting. Non lo scorderò perché è stata per me una bellissima giornata non solo di sport, ma soprattutto di amicizia! I miei compagni SKYRUNNERS LE VIGNE VICENZA e altri amici mi hanno fatto una bellissima compagnia per tutto il giorno, dalla prima all’ultima salita, sostenendomi e coccolandomi affinché vincessi la sfida. Per questo li ringrazio di cuore! La fatica se condivisa diventa più leggera, i chilometri sembrano più corti, le ore passano in fretta.

Coach says

Fabio è una di quelle persone che fanno sembrare normale e gestibile qualsiasi cosa.

Quando ha lasciato cadere lì l’idea dell’Everesting, lo ha fatto come ogni tanto inseriamo una gara nel planning, o cambiamo i giorni di un workout. Poi con calma ci ho ragionato e nell’arco di due ore sono passato da considerarla una follia, a volerla fare anche io in contemporanea, a rendermi conto che io non ce l’avrei fatta. Ma ero molto molto curioso di vedere come avrebbe risposto fisicamente e mentalmente ad una prova così particolare.

Venivamo da un anno in cui avevamo privilegiato tanto la ricerca della velocità, ma per tanti motivi sapevo che su quel tipo di salita, Fabio non ha nessun problema anche senza allenamento specifico. Specie sul Summano, che per i locali è montagna sacra. Ed ero sicuro che avrebbe avuto un sacco di gente a fargli compagnia. Ma restava un tipo di prova molto particolare.

E’andata a finire che si è fatto i primi sette giri praticamente con lo stesso ritmo senza cali vistosi tipici delle lunghe distanze, è calato un pochino col buio (fisiologico) e con qualche problemino di stomaco che ha reso l’ultimo giro un po’più “lungo”. Piuttosto è stato stupefacente vedere la risposta nel dopo: nessun problema articolare, affaticamento muscolare limitato, dal punto di vista energetico non era neanche in riserva (non ha neanche usato i bastoncini!). Ed il lavoro svolto è stato subito assimilato fisiologicamente come un un carico a cui è stata data una risposta positiva, di compensazione.

Qualcosa mi dice che Fabio non rimarrà solo a lungo nella lista degli Everesting italiani…

I 5 film che ti faranno alzare il sedere dal divano

È arrivata ufficialmente la primavera, e anche se da me si pensa ancora più a sciare che a correre, in tanti avrete sicuramente cominciato ad annusare l’aria di terra scaldata dal sole.

Per riprendere a correre, ma soprattutto cominciare a concentrarsi sugli allenamenti in vista delle prossime gare ci vuole volontà, determinazione, ma soprattutto: motivazione.

L’anno scorso, quando mi sono resa conto che di li a pochi mesi avrei dovuto correre la mia prima ultra, piuttosto che iniziare ad allenarmi, ho cominciato a esplorare il web alla ricerca dei documentari più fomentanti (perdonatemi il termine, ma rende l’idea) sull’ultrarunning. Che poi ero proprio curiosa di capire che cosa fosse quest’ultrarunnig.

Così, ho scovato i documentari che ogni runner dovrebbe avere sulla sua memoria esterna e che vanno rispolverati ad ogni pre-ultra che si rispetti.

Insomma, è finita che la primavera scorsa ho impararto i nomi di tutti gli ultra-runner più fichi della scena, ho imparato tutti i nomi delle aid station di Western States 100, e mi sono fomentata per bene, talmente bene che ho corso fino ad ottobre.

Ecco a voi la lista dei più bei (per me) lungometraggi sull’ultrarunning:

1 OUTSIDE VOICES

Il film che mi rivedrei mille volte di seguito. Parla di Jenn Shelton e del suo modo di vivere la corsa e la natura. La sua voce grida forte e il film regala emozioni pure in bianco e nero. Jenn è diventato presto il mio idolo, immaginate voi il perchè.
Dirtbagging, Bear 100, sbronze post-gara, musica country e un finale inaspettato in una lingua a noi ben conosciuta. Soldi ben spesi davvero. Da vedere prima di un’avventura di fast-packing o durante un estate di dirtbag running, ovviamente in furgone.

Regia di Joel Wolpert

2 THIS IS YOUR DAY

Quando senti una parolaccia uscire dalla bocca di Rob Krar, già sai che sarà un film spettacolare. Questo documentario parla di Rob Krar, Caroline Boller, Karl Hoagland e della loro WS 100. Inizialmente mi aveva turbato il rapporto tra Krar e Lady Krar ma alla V volta che l’ho visto ho cominciato a comprenderlo e apprezzarlo, stesso discorso per Rob. Epico, senza dubbio il film da vedere prima di una gara, meglio se prima della Western States. Non mi prendete per una cattivona, ma a volte le scene su Karl Hoagland le skippo: del resto è stata la giornata di Krar,  non la sua.

Regia di Myles Smythe

3 UNBREAKABLE

Un classicone i cui capisaldi sono l’abbigliamento terribile di Kilian e il suo crollo dovuto al pantaloncino bianco attillato, Jenn Shelton che corre in mutande e la canzone degli M83 all’arrivo di Geoff Roes. Ho avuto bisogno di tempo anche per apprezzare lui e il suo codino, ma ne è valsa la pena. Continuano a lasciarmi perplesse le scene in cui gli americani si cucinano paste asciutte con verdure che non darei nemmeno al cane.

Regia di JB Benn

4 IN THE HIGH COUNTRY

Parla di Tony Krupicka e della sua vita a ravanare per i monti. Come il film su Jenn è un documentario che più che parlare di corsa mostra cosa c’è dietro a questi miti in calzoncini. Stessa regia, ma livello a mio parere, imparagonabile.

Regia di Joel Wolpert

5 THE BARKLEY MARATHONS

La corsa che uccide i suoi figli. La Barkley è una gara fuori di testa ideata da un pazzo visionario. Non basta essere un ultrarunner per correrla, bisogna senza dubbio avere voglia di soffrire tanto. Ma tanto. Tra i vari documentari sulla Barkley quello fatto meglio è disponibile su Netflix.

Regia di Annita Ilkis e Timothy James Kane

Aprite i torrent, loggatevi su vimeo: questi sono dei capisaldi che vedrete e ri-vedrete mille volte. Sono decisamente i film che vi faranno alzare il sedere dal divano ed iniziare a correre.

CipensaGerbino – l’uomo da 10.000 metri di tape.

Se sei uno sportivo a Genova, facile che Giovanni ti abbia “messo le mani addosso”.

Da anni tratta calciatori, rugbisti, runner, trailers, pallavolisti, cestisti, boxeur, allenatori, dirigenti e tendenzialmente qualsiasi persona gli capiti sotto le mani bisognosa di essere rimessa in piedi e/o dritta.

Mentre lavorava sulla schiena di Maria Carla, incuriosito, gli ho chiesto perché si fosse appassionato agli sportivi, curioso di scoprire qualcosa di più sul grande Gerbi.

DU crew in visita


“Hai presente quello che entra in campo con la borsa, tira fuori due cose e miracolosamente fa risorgere un giocatore? Io volevo fare quello.
E ci sono anche riuscito, arrivando a farlo nella massima serie di pallavolo”

Mentre risistema la Ste Valle Scrivia prima dell’OCC

Nel frattempo, la pratica in un grosso studio e poi, ad un certo punto, la decisione di aprire il proprio e poter finalmente creare un polo di eccellenza dedicato alla riabilitazione sportiva e non. E’stereotipo dire che dietro un uomo/donna che prende una decisione importante c’è un altro uomo/donna che sa supportarlo? Forse. Ma Giovanni conferma (io anche, sotto l’occhio severo di Mari che nel frattempo sta soffrendo sul lettino) “Mia moglie Elisabetta aspettava, non sapeva neanche se sarebbe rientrata dalla maternità perché dove lavorava c’erano problemi, ed io pensavo di aprire lo studio: roba da pazzi. Ma ci siamo buttati, ed eccoci qui”.

Com’era quella del figlio del calzolaio? Gerbi paziente: disastro totale, chiedete ai ragazzi dello studio…

Gli chiedo se non è difficile gestire una vita familiare normale con gli orari che fa (Giovanni lo trovi in studio dalle 5:30, e certe sere alle 20:00 è ancora lì): “Si, non è facile essere presenti in famiglia ed è un grande sacrificio. E oltretutto io e mia moglie abbiamo lo stesso carattere impulsivo ed istintivo. E’ un bene, perché ci diciamo sempre tutto e risolviamo in fretta, ma chiedi ai ragazzi dello studio le grida quando ci chiudiamo nello spogliatoio…”

Già i ragazzi: Fabio, Carlo, Giada, Bianca, Elisa… un team unito nel tentativo di assecondare l’estro carioca di Gerbinho (ed arginarlo quando diventa straripante).

Gerbinho e Fabio aka Zanfo

“Loro non sono i miei collaboratori. Sono lo Studio Gerbino, stop. Mi fido di loro perché li conosco, so come lavorano e vivono l’idea del team come la vivo io.”

La conversazione scivola sulle similarità nei nostri lavori, e per tanti versi nel nostro approccio… ci chiediamo perché difficilmente sappiamo dire di no e spesso facciamo i salti mortali per riuscire ad accontentare tutti.
“Sai Davide, i miei clienti sono la mia vera ricchezza. E’ tramite loro che imparo, vengo stimolato ad andare più a fondo, a capire cose nuove, ad affrontare nuove sfide. E so che per quanto possa sembrare sciocco, in certi momenti sono importante per loro, posso aiutarli a risolvere un problema e raggiungere un obbiettivo per cui hanno faticato e sacrificato tempo e soldi.”

The legendary Percix

“Ma non fatichi a “staccarti” dalla storia personale dei tuoi atleti? Non ti “porti” un po’il lavoro a casa?” chiedo sempre dubbioso se farsi trascinare emotivamente nel rapporto con gli atleti non sia a volte deleterio.
“Non fatico perché non lo faccio. Sono fatto così. Ho la fortuna di lavorare con atleti e non persone che hanno dei veri problemi. Siamo privilegiati. E allora posso permettermi di vivere il rapporto con loro fino in fondo, soffrire se non riesco a trovare la soluzione, quando li vedo tornare troppo spesso, ma anche gioire quando mi arriva il messaggio o la telefonata che la gara è andata o che sono tornati in campo”.

Un’altra vittima innocente del Coach e di Gerbino, Michal.

“Prima mi hai chiesto se c’è uno sportivo che vorrei trattare: la risposta giusta è tutti. Nel senso che la soddisfazione c’è quando un atleta di alto livello torna alle gare, certo. Ma c’è ancora di più quando aiuto una persona normale a raggiungere qualcosa che per loro è molto più di un tempo o una medaglia. E’magari un’opportunità per prendere coscienza delle proprie possibilità, dei propri mezzi.”

Classico Gerbino-pensiero, una perla regalata tra uno sblocco di caviglia e l’ennesimo origami di kinesitape.

Fedeli al motto coniato lo scorso anno #DUrompe #gerbinoaggiusta, la criminale collaborazione prosegue. E allora ritroveremo Giovanni su queste pagine con qualche consiglio su come non diventare suoi clienti (tanto lo sa che non li seguiamo) o esserlo il meno possibile, e ricordiamo a tutti che la crew di Destination Unknown è ufficialmente convenzionata con lo studio Gerbino: andate, fatevi riconoscere e non fate i frignoni come il Coach che per una volta che si è fatto trattare, si sono sentite le urla fino a De Ferrari. L’intera DU crew ringrazia per averlo visto finalmente soffrire.

Facile fare il duro finché si tratta di prescrivere allenamenti…

Ultra-che?

Banana non è un ultrarunner. Non è un ultrarunner e non è tantissime altre cose, ma piuttosto di parlare di chi è vorrei dirvi cosa fa.
Banana è uno che si spara ore di treno per una promessa fatta mesi prima e restata nell’etere. È quel genere (anche se poche persone non credo arrivino a fare un genere) di persone che non ha mai corso una gara di trail o su strada e quando gli chiedi di farti da pacer alla tua prima ultra dice subito di si. Che poi non lo sai nemmeno te che cosa deve fare un pacer ma ti sembra una cosa fica condividere questa esperienza con qualcuno.
Ti aspetta e si spara la pain cave con te, out & back. Non è umano, va avanti a sorrisi e birrette. Corre in silenzio, ma quando inizi a vedere annebbiato lui canta.
Arrivati all’ultimo ristoro dove dovrebbe lasciarti per il loop lui non ha bisogno che tu gli chieda di seguirti per l’ultimo girone dell’inferno, si è già tolto la maglietta ed è avanti a tirarti.
Ti tira tutti i chilometri e prima dell’arrivo rallenta e resta nell’ombra.
E poi beve, salta e balla per tutta la notte.
Questo è Banana. Questo è quello che fa, e questo è quello che ha fatto per arrivare qui.

La prima volta che mio padre mi ha messo gli sci ai piedi avevo circa 4 anni. Non ricordo molto di quei tempi. Mi dicono che non volevo essere lasciato al nido (credo più per paura di morire di fame), e che mi buttavo giù a cannone su qualsiasi tipo di pista. Sono passati trentaquattro anni, e non è cambiato nulla.

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Nel tempo intercorso tra tutti questi anni ho sempre fatto sport, anche di tipo diverso. Così, perchè fare sport è una cosa buona per un bambino in fase di crescita. Ma allo stesso tempo il tarlo di fumetti, giochi di ruolo, e videogiochi, si insinuava e si faceva strada lento ed inesorabile. Poi un giorno ha vinto lui su Frank, il mio amico immaginario con cui costruivo/distruggevo/ricostruivo cose con i mattoncini Lego, da solo nella mia piccola camera che dava su una chiostrina dove raramente (per non dire mai) arrivava la luce diretta del sole.

Quel tarlo però mi permetteva di continuare a viaggiare con il pensiero, di immaginare, di sognare. Fino al punto in cui preferivo più immaginare che fare. Ma cominciare a fare il mio (ancora attuale) lavoro, che ti impone di stare seduto davanti allo schermo di un computer per 8+ ore, non mi aiutò.

Un giorno, non ricordo bene come, mi resi conto che quel tipo di vita/non-vita mi aveva reso sedentario. E pesante. Molto pesante. Il giorno successivo andai a comprare un paio di scarpe da corsa al primo negozio di articoli sportivi che trovai vicino casa. Quel giorno corsi cinque minuti. Fu traumatico. Il giorno dopo corsi un paio di minuti in più.

Qualche settimana dopo correvo una media di dodici km per cinque volte a settimana. Quel primo paio di scarpe mi ha sorretto per più di mille km.

Non sapevo nulla di corsa. Di gare. Di quanto dovresti correre con un paio di scarpe prima che ti facciano più male che bene. E non mi interessava. Era una cosa mia, che facevo solo ed esclusivamente per me. Senza un fine. Senza un perchè.

Più tardi scoprii che, anzichè fare il criceto nel parchetto vicino casa, potevo correre per boschi, in montagna, in tanti altri posti. Per me la montagna era andare con mio padre in settimana bianca, e gettarmi su qualsiasi tipo di pista. Poi ho capito che in montagna si potevano fare tante altre cose. Cominciai ad arrampicare, ed il primo corso che seguii fu quello di alpinismo su roccia.

Come per tutte le cose, per poter ampliare il range di possibilità mi resi conto che dovevo allenarmi. E allora vai in palestra, tira tacche, mettiti sugli strapiombi. Ma la corsa era sempre lì. Non riuscivo più a vedere me stesso senza quel paio di scarpe che mi facevano macinare kilometri, senza un fine. Senza un perchè.

Quel gesto, mettere un piede davanti all’altro, mi ha supportato sempre. Mi ha fatto vedere posti stupendi. Mi ha fatto provare tante emozioni diverse. Mi ha fatto esorcizzare tanti mostri. Mi ha tenuto la mano mentre passavo i periodi più brutti della mia vita. Quelle scarpe erano sempre lì. Non volevano nulla da me. Non dovevo avere un motivo per indossarle.

Qualche anno dopo Eva mi chiede se voglio supportarla in questa sua sfida con se stessa: correre cinquanta km. Cinquanta? Effettivamente tanto tempo prima avevo pensato di provare a correre una maratona per rendermi conto di cosa si trattasse. E non lo avevo fatto. Ma cinquanta km? Come si fa? Cosa ci vuole per riuscire a farlo?

Lusingato, accettai la proposta più che volentieri. Ci accordammo sul fatto che avrei corso una ventina di km nel mezzo di questa fantomatica “gara”, se me la fossi sentita. Credo di poterlo fare, o almeno ci provo. A malapena ho corso 15 km di seguito negli anni precedenti, magari a 20 riesco ad arrivarci.

Prendo un paio di treni che mi portano, dopo un adeguato ritardo, in una città a me estranea. Eva e Simone mi prendono alla stazione e mi portano in mezzo al nulla, dopo una serie non ben definita di curve. C’è un ragazzo che mi viene incontro, mi abbraccia, come se ci conoscessimo da una vita, e mi dice che è super contento che io sia lì. Ci mettiamo davanti a un fuoco con qualche birra in mano ed ho la sensazione di ritrovarmi in mezzo ad un gruppo di amici di vecchia data. Domani tutte queste persone, che vivono parecchio lontano tra di loro, correranno insieme cinquanta km, là in mezzo al nulla. Senza un perchè.

Mi unisco ad Eva dopo che lei ha già corso 10 km. Inizio a correre accanto a lei. Le ore passano. I km passano. Ogni tot ci sono delle specie di ristori autogestiti. In ognuno di questi, persone a me sconosciute mi trattano come se fossi uno di loro. Le ore passano. I km passano. Eva riesce nel suo intento. Corre cinquanta km. Io ne corro quaranta. Quaranta km sono meno di una maratona. Una maratona non è un’ultra.

Se mai qualcuno mi chiederà se corro le ultra* dirò di no. Non è ciò che faccio. Non mi faccio definire da nulla. Nè certamente dal numero di km che riesco a fare mettendo un piede davanti all’altro. Ma da quel giorno mi sono sentito parte di un gruppo trasversale di persone che mi hanno preso per mano e mi hanno fatto sentire parte di qualcosa. Sono stati loro a farmi sentire parte di qualcosa. Senza un perchè. Forse sono loro la definizione di ultrarunning. Forse ciò che rende l’ultrarunning quello che è sono le persone.

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Che tipo di 100 miglia sei?

Per qualche ragione che non ho mai capito, e forse mai capirò, l’Ultra Trail del Monte Bianco si chiama Ultra Trail del Monte Bianco e non “100 miglia del Monte Bianco”.
I chilometri sono più o meno 167, il che corrisponde a 100 miglia. E le 100 miglia nascono ben prima degli Ultra Trail. Ma si sa, noi europei su alcune cose siamo un po’ campanilisti; probabile che se chiedi a un francese dove è nato questo sport ti risponda “qui in Francia” innervosito, come se aveste voluto mettere in dubbio una verità oggettivamente dimostrabile e inconfutabile.

Detto ciò, semmai vorrai competere su una gara da 100 miglia (o 160 chilometri se ti piace di più chiamarla così) la probabilità di scelta è molto ampia, ci sono diverse tipologie che qui provo ad elencare in modo del tutto generale. Teniamo inoltre sempre conto che ognuna di queste tipologie di gara può essere applicata a corse montane con molto dislivello o poco mosse, fino a quelle completamente piatte nel deserto:

vecchietto cattivo in Arizona

Point to Point
partono in un punto e arrivano in un altro.  È il caso di Bear 100 Endurance Race ad esempio, dove parti nello stato dello Utah e arrivi in Idaho, seguendo un percorso in cui non si passa mai dallo stesso punto. È il caso ovviamente anche di Western States Endurance Run 100 che collega il resort sciistico di Squaw Valley con il paesotto di Auburn dopo essere passati dai temibili, caldissimi Canyon.

Come si po’ facilmente intuire, il bello di queste gare è che non sai mai cosa ti aspetta, rimani sempre sveglio, vedi molti posti diversi e vivi una gara sempre “di passaggio”.
Tuttavia ci sono anche degli aspetti che vanno considerati: per queste gare bisogna un po’ organizzarsi. Se hai una crew che ti segue passo passo e persone fidate puoi farti aiutare a trovare cosa ti serve al momento giusto (cibo/abbigliamento caldo/calzini puliti/scarpe di ricambio/ frontali e così via) nelle zone in cui le crew sono ammesse per l’assistenza. Se invece sei da solo devi organizzarti bene con le drop bag, da lasciare disseminate sul percorso. Le gare americane di solito prevedono molte drop da poter sfruttare, ma può capitare anche di dover aspettare 40 km tra un ristoro e l’altro.  

gita del CAI? no! materiale obbligatorio nelle gare europee

One single loop
facciamo una categoria a parte, ma in realtà sono le gare di sopra ma con la differenza che finisci nello stesso punto. Tipo il Monte Bianco appunto, o Hardrock 100. L’aspetto forse più affascinante di queste gare è che, come nel caso di Hardrock, la gara si corre un anno in un verso e l’anno dopo nell’altro.   

Jeff Browing pronto a stampare un bacio in bocca al caprone di Hardrock 100

Out and Back
corri in una direzione e a un certo punto ti giri e torni indietro per la stessa strada. Questa tipologia di gara, che in Europa non esiste è invece molto diffusa negli States.
Leadville sia 50 miglia che 100 lo sono, oppure la dura Bighorn 100 come anche Bryce 100; ce ne sono moltissime.
Lo so già che stai pensando “eh ma che palle rifare la stessa strada, non lo farei manco morto”, ma aspetta un attimo e ragiona.
Punto primo, non sei Rob Krar. Quindi, è assolutamente probabile che correrai i tuoi primi 80 km (metà gara) di giorno – sempre se sei abbastanza veloce – e il resto della gara al buio.
Quindi, cosa ti cambia se fai di notte la stessa strada che hai fatto di giorno? Assolutamente nulla.  La tua dimensione fisica sarà la luce della frontale al buio. Potresti avere di fianco le Tre Cime di Lavaredo, la Torre Eiffel o dei campi di grano e non te ne renderesti conto.  Sei al buio e ti guardi i piedi, o al massimo a 50 metri avanti a te.

pochi sbattimenti a Leadville 100

Inoltre, questa tipologia di gare è molto interessante perché ti permette di rivedere amici e altri corridori ritrovando sul percorso di ritorno gli altri concorrenti e i volontari delle aid station. Se nel corso della notte sei triturato, incrociare qualcuno e ricevere qualche parola di sollievo potrebbe essere una bella sensazione. Inoltre, da un punto di vista meramente organizzativo, è una tipologia di gara molto comoda: ti organizzi le tue drop bag e ritrovi ciò che ti serve dopo qualche ora.
Le gare di out and back possono avere il punto di ritorno nell’esatta metà, o essere strutturate in continui out and back, come ad esempio Ouray 100.

canotta in cotone, borraccia in mano e in giro per un giorno intero di corsa a Javelina 100

Loop
le famigerate gare a circuito. Anche qui, in Europa siamo sempre comodamente seduti nel comfort dei luoghi comuni e colmi di egocentrismo siamo pronti a ripetere senza pensare che le gare a circuito sono da malati, da sfigati, da stupidi, non affascinanti. Certo che queste gare sono idiote, lo sono nella misura stessa in cui ogni 100 miglia al mondo è una cosa idiota!
 
Esistono gare a loop più o meno lunghi, dove si ripete il percorso più volte. I Loop possono essere sempre nella stessa direzione o “a lavatrice” come l’ultima 100 miglia che ho corso, Javelina 100 mile.
In questo caso ogni circa 25 miglia (una maratona) si ripassava sotto l’arrivo e si ripartiva in senso inverso. So che suona come una cosa ridicola, ma nella verità una gara a loop washing machine è come immergersi in una grande festa. Due giri li fai di giorno e continui a vedere gente, a darti cinque e a chiacchierare, poi altri due li fai la notte, con i volontari delle aid station che ti aspettano per fare casino (e sempre più ubriachi).  Vedi le luci da lontano e dentro di te sai che fra poco incontrerai una aid station.
E poi, dopo che passi per 8 volte dallo stesso ristoro conosci tutti, ti chiamano per nome e i volontari ti incitano a ripartire. Ti permette di correre 160 km con una borraccia in mano e basta, e non avere uno zainetto da boyscout sulle spalle. Magari sarà un’esperienza meno catartica delle point to point, con meno solitudine e pensieri filosofici. Ma non è che bisogna sempre per forza autoflagellarsi nella vita. E poi è divertentissimo. Provare per credere.


In Italia probabilmente verrebbero caricati dai poliziotti in antisommossa
( scene di ordinaria follia durante Javelina 100 )

CUFFIETTE E VIABENE – seconda puntata

Torniamo con le nostre playlist, e anche questa volta c’è del buon materiale per far passare quel 4 X 10 in cui solitamente si aprono delle porte spazio temporali.

A fare compagnia a Coach Grazielli, che squarcia un velo sul suo misterioso passato di punk, c’è Luca Mich: DJ, basket player sia nelle palestre che nei campi di cemento di mezza Italia e uno dei maggiori conoscitori della musica Rap, Black e Hip Hop che conosciamo, spesso penna per webzine e siti di settore. Chi meglio di lui poteva introdurci al mondo dell’Hip Hop? Buon ascolto.

E comunque, quei 10 minuti d’inferno, non diventeranno mai più brevi. 
#coachknows #coachwantsyoutosuffer

Luca Mich –  HIP HOP

Una volta si chiamavano mixtape e richiedevano ore di lavoro, ora bastano un paio di click su spotify e la compila è bella che fatta.
La differenza però la fanno ancora la successione dei pezzi, la qualità degli stessi e il criterio con cui vengono messi uno dopo l’altro. 
La pretesa di avere una compila ragionata sull’hiphop old school (diciamo più anni 90 – inizio 2000 che è poi il periodo più interessante per il movimento hiphop e con esso la sua musica) è sempre alta, tuttavia abbiamo cercato di ragionarla su ritmiche perfette per tenere il ritmo in corsa, il battito, il pace che è tanta caro al rap così come alla corsa chiaramente.

Si parte sulla costa ovest con i Pharcyde ed il loro classico Runnin’ appunto, prodotto dall’immortale producer di Detroit J Dilla che ricomparirà in altri brani. Via quindi con i Blackstreet ed il loro unico pezzo degno di nota (No Diggity ovvio), non a caso produce Dr. Dre, e sempre a Los Angeles siamo. Doon’it di Common e You can’t ride but you can run, esortano poi a correre senza pensarci troppo su, just do it dicono Common e i Dilated Peoples tra Chicago e Los Angeles ancora. Tocca quindi ai due parolieri per eccellenza della storia del rap, Busta Rhymes prima e Pharahoahe Monch dopo (fuori dal rap lui sarebbe pure balbuziente, prova che il ritmo può fare la differenza in più campi), alzare il ritmo e di conseguenza i BPM.


Pharahoahe Monch

E prima del rientro del rapper-attore Common con la sua The Light, pezzo tra i più significativi della storia dell’hiphop di matrice soul/jazz (produce sempre J Dilla) ci pensano gli Outkast, il duo di Atlanta, con la loro folle B.O.B. (che sta per Bombe su Bagdad) ad accellerare alla follia i battiti.
Still Dre, Da Joint e Rap Superstar sono dei grandi classici che non hanno grande bisogno di introduzione e comparirebbero nelle playlist rap all time di chiunque, mentre  He Got Game, pezzo che racconta la corsa al successo del protagonista dell’omonimo film di Spike Lee nel film di basket più significativo ogni epoca, e E=MC2, sono due classici alternativi, per cultori.

Outkast

Da Full Clip a California Love vanno poi in scena delle mine dell’hiphop old school che raccontano la storia di Tupac il maestro figlio delle black panther, la poetica newyorkese dei Gangstarr, la new york più stradaiola di Biggie Small e di Methodman & Redman: pezzi che usciti bene o male tutti tra il 94 ed il 98, hanno ridefinito suono ed estetica black per sempre.
Portano un po’ di funk quindi i Geto Boys, Lauryn Hill e soprattutto i Jurassic 5, gruppo della Bay Area degno erede del funkettonissimmo George Clinton e what if per eccellenza del mondo G-Funk alla Snoop Dogg.

WuTang Clan

Tra The Heist del duo Dilla + Madlib e Cream del WuTag Clan troviamo poi un excursus tra i beat più storti ed allo stesso tempo marci della sponda est, con un interludio di Eminem e Dr Dre con il loro Forgot About Dre, pezzo che nel ’98 fece conoscere al mondo main stream il talento del rapper bianco di Detroit prima del lancio del suo primo album ufficiale Shady LP. 
Nas con World is Yours e Biggie con Juicy ci ricordano poi tra chi fosse la vera battaglia per il miglior flow di new-york nei primi anni 90, prima della scomparsa di Notorious.

Rakim

Il pezzo di Rakim Guess who’s back è li però a testimoniare come anche l’autore del seminale The 18th letter, nonostante non abbia mai raggiunto la notorietà del grande pubblico, potesse dire la sua con i migliori in fatto di flow ed interpretazione. Da Bed Stuy Brooklyn arriva poi il più matto, talentuoso e sfortunato dei rapper della Mela, Ol’Dirty Bastard che con Shimmy Shimmy Ya (pezzo purtroppo alla mercé dei peggiori dj del pianeta che ne hanno fatto un pezzo pop dance) ha fatto ballare generazione di clubbers. CREAM e Wu Tang Clan ain’t nothing to fuck with portano poi il crack nelle strade e la dopamina alle stelle.

Mobb Dep

Mentre i Mobb Deep suonano uno dei pezzi classici delle jam hiphop di tutto il globo, Shook Ones, pezzo che ha avuto una seconda vita anche dopo il 2003 grazie alla comparsata come base portante delle battles di freestyles nel film 8Mile. E proprio Eminem, attore in quel film, è autore di uno dei pezzi da allenamento per eccellenza: ‘Till I Collapse, fino alla fine, fino a che tutto cade. Chiude il pezzo più underground di tutti, prodotto dal producer per eccellenza di Brooklyn, EL-P, A b-boy Alpha del duo Cannibal OX, tra le meteore più importanti della storia della musica black, tra i pezzi più seminali, sincopati e asincroni della storia del rap. Ce n’è per tutti i gusti, basta iniziare a correre. Keep running, keep it real.

Coach Grazielli – OLD SCHOOL HARDCORE

Con il ritorno degli anni ’80 imposto dal fashion biz, sembra che allora tutto fosse magnifico, scintillante e creativo. Beh, siccome io ci ho fatto l’adolescenza negli anni ’80, vi posso dire che non era assolutamente così: dopo la decade dei grandi sogni e ideali, e quella in cui gli ideali si erano scontrati con violenza contro un muro, gli anni ’80 hanno sdoganato tutto quanto di più becero, individualista, edonistico ci fosse.

La cultura mainstream faceva assolutamente schifo, e se anche solo avevi una linea di pensiero minimamente non conforme, eri un disadattato. Pur non avendo mai avuto un animo ribelle, non me n’è mai fregato niente della musica di plastica che proponeva Discoring o le orribili prime radio commerciali. Quando finalmente, tramite lo skate, ho scoperto che c’era gente più o meno come me che faceva musica veloce, aggressiva, con dei testi sensati, ci sono rimasto attaccato.

Sono stati anni fantastici, in Italia la scena hardcore era una comunità unita, ci si conosceva praticamente tutti: si girava per i pochi concerti, ci si scriveva via lettera, compravamo i dischi spedendo i soldi in busta e si viveva per la “scena”. Senza troppi problemi.

Un tipico fine settimana early nineties… GB a Bologna.

Prendevamo in giro i metallari e i fricchettoni, non sopportavamo i discotecari, la musica pop italiana era vista come uno dei grandi mali della nazione e tendenzialmente venivamo emarginati anche perché la gente non sapeva/capiva cosa volevamo, ma siccome in fondo eravamo tutti bravi ragazzi, non davamo neanche troppo fastidio.

Nell’arco di trent’anni, ho imparato ad apprezzare tanti altri generi musicali: il metal continua a farmi schifo e i metallari (sorry guys) continuano a vincere il premio delle persone peggio vestite al mondo, ma tutto quello che è ’60-’70 mi si è finalmente rivelato (continuo ad odiare i fricchettoni). La musica elettronica è diventata una costante della mia colonna musicale, ho solo imparato ad andare a “cercare” quella giusta. Ho smesso di combattere contro la musica jamaicana e a forza di ascoltarla continuamente alle feste (Genova è sempre stata un fulcro della scena ska/rocksteady/reggae) me la sono anche fatta piacere. Ho persino scovato delle cose geniali nel pop italiano. Il jazz, quello lo ascoltavo già di nascosto negli anni giovanili.

Ma alla fine, se salite sulla mia macchina (che non ho più) troverete sempre gli stessi CD di 30 anni fa: quella è stata la mia colonna sonora crescendo, e a grandi linee è la stessa di adesso. Qui trovate una breve selezione essenziale di cosa gira giorno dopo giorno nelle mie orecchie.

P.S. Quei maledetti pantaloni a vita alta che stavano male a tutti negli anni ’80… continuano a stare male a tutti nel 2018. Volete davvero tornare a vestirvi così?

Il viaggio inizia con i più grandi di sempre. Da Washington DC, sono i Bad Brains con l’inno Banned in DC: tutto quello che avete mai chiesto ad una canzone hardcore, e la playlist potrebbe fermarsi qui.
Altra band che ha influenzato generazioni di hardcorers, ancora Washington DC, sono i Minor Threat di Ian MacKaye. Controcorrente, sempre, come la pecora nera della copertina di Out of Step da cui viene Betray.
I Void avevano invece una visione già molto più oscura, intimista: li metto perché è un pezzo micidiale e anche perché piace pure a Paco.
Dei tanti gruppi di Washington, io ho sempre avuto un debole per i Dag Nasty, qui nella versione migliore con Dave Smalley (che ritroveremo anche più sotto) alla voce. Melodia senza togliere nulla alla potenza e immediatezza di un pezzo unico ed un album fantastico.

Bad Brains

Nel frattempo in California c’era la scena punk che sfoggiava gruppi storici: i Black Flag meriterebbero una playlist a parte, ma qui sono al meglio con Rollins alla voce e l’attacco di Rise Above che apre su due minuti di pura tortura. Più melodici ma graffianti gli Adolescents, altra band leggendaria.

Se ascoltavi HC nel periodo 88-92, sai che il fulcro della rinascita del movimento HC è stato uno solo: New York. CBGB’s, Ritz, Bowery… a noi dall’altra parte dell’oceano non restava che sognare le gesta dei vari John Joseph, Ray Cappo o Civ. Apro con l’inno assoluto alla malvagità, Malfunction dei Cro-Mags è una delle canzoni più cattive e disperate che abbia mai girato sul mio piatto.

Cro Mags

Ma è con gli Youth of Today che il malessere giovanile trova uno sbocco positivo e la volontà di costruire un nuovo mondo: Disengage è uno dei pezzi più tardi e mostra già la direzione che poi prenderanno alcuni membri che si avvicineranno al movimento Hare Krsna (no joke), ma musicalmente è favolosa. I Judge erano forse il contraltare di quello che erano gli Youth of Today: molta più pesantezza, molta più rabbia. Dal punto di vista prettamente musicale il loro 7″ ed il seguente LP restano, a mio parere personale, ineguagliati, un perfetto mix di hardcore classico e tempi più lenti con influenza (solo influenza) metal. Ma se dovessi dire un singolo disco che rappresenta al meglio cos’è l’HC per me, dovrei scegliere Start Today dei Gorilla Biscuits, e se dovessi limitarmi ad una singola canzone, beh, allora è Start Today. Penso di poter nominare qualche centinaio di persone a cui basta una nota accennata della intro di tromba per creare un pit infernale. Assoluta.

Gorilla Biscuits

Nella costa Ovest le cose si muovevano comunque. Gli Uniform Choice sfornavano un LP che era un concentrato perfetto di velocità, melodia e testi militanti, con i No For An Answer a raccogliere la loro eredità e mettendoci dentro la voce inconfondibile di Dan O’Mahoney. Ma per noi giovani straight edge, il vero culto erano i Chain of Strenght: quel tempo di batteria lo riconosceresti ovunque e comunque. Per non dire di quanto eri cool a sfoggiare la t-shirt con il logo e le due barre. Inimitabile. Ma il sottoscritto ha sempre avuto un debole assoluto per gli Insted ed il loro Bonds of Friendship, album fantastico, veloce, melodico, graffiante e con dei testi meravigliosi.

Insted

Non sarebbe una vera carrellata di hardcore vecchia scuola, senza qualche buon vecchio gruppo di Boston: io parto con i DYS solo perché gli SSD non sono su Spotify, ma entrambi meriterebbero una canzone. E poi i Jerry’s Kids perché I don’t belong è un inno generazionale.
Controversi ed ironici, gli Slapshot del buon Choke trovano assolutamente spazio, il loro primo LP sono sette canzoni una più bella dell’altra, ma se parliamo di vera ironia, concludo con Alcohol dei Gang Green, tanto per ricordare che l’HC, un po’come la corsa, non è una cosa così seria: “you’ve got the beer, we’ve got the time, you’ve got the coke, gimmie a line!”