Something I learned today: la settimana UTMB vista dal Coach.

Attesa da mesi di tabelle e grafici, preceduta da due settimane di sano panico, vissuta con l’intensità di un concerto hardcore: la settimana UTMB regala a noi allenatori ansie, gioie, dolori e stress. Tanto che il lunedì siamo sempre completamente svuotati di fronte allo schermo a chiederci se reggeremo un altro anno di Chamonix.

Eppure, ogni anno, ad un certo punto della stagione la questione si ripresenta: e allora bisogna ricominciare a mettere su il planning annuale a qualcuno, bisogna trovare una gara alternativa a qualcun’altro e la testa va già a prenotare dove stare l’ultima settimana di Agosto. Anno, dopo anno, dopo anno. Perché alla fine l’opportunità di vedere i propri atleti in gara, di condividere qualche momento sul percorso o all’arrivo, di stare un po’insieme, è troppo bella per essere lasciata: non capita spesso nel mondo ultra che l’allenatore possa vivere l’esperienza gara con il proprio atleta, e quindi quando si può, va colta al volo.

Cosa ci portiamo a casa da questo UTMB 2021? Lo abbiamo chiesto ai nostri allenatori: a ciascuno la sua visione, come al solito. Per proteggere gli innocenti sono stati evitati alcuni nomi… ma voi sapete chi siete, l’ira del Coach non vi risparmierà.

Chamonix non è solo stress e ansia eh…

Tommaso Tommy Bassa

Da ogni evento mi piace conservare qualcosa che arricchisca la cassetta degli attrezzi per le prossime occasioni e dopo una gara complessa e ricca di problematiche come una 100 Miglia, trarre degli insegnamenti viene sempre molto facile, figuriamoci quando il setting è quello di UTMB.
Un anno extra di attesa per la start line post pandemia, grandi aspettative e l’hype che questa grande kermesse promette alimentano tanti pensieri deleteri che anche negli atleti più tranquilli conducono a grandi agitazioni e aspettative: sarò all’altezza? mi comporterò bene? mi seguiranno? abbasserò il tempo del mio vicino di casa?

  • L’iper-preparazione che consegue a questo stato di agitazione è il primo pericolo che eventi popolari come UTMB si trascinano dietro, trasformando ogni partente in una potenziale bomba.  Presentarsi su quella start line con l’umiltà di conoscere i propri limiti e la convinzione di saper tirar fuori il meglio dalle proprie possibilità nel rispetto di un percorso difficile, rimane il miglior consiglio che continuerò a dare agli atleti che vogliono presentarsi a Chamonix l’ultimo weekend di Agosto. 

Quest’anno, sulla carta, poteva ospitare un’edizione più benevola di altre viste le condizioni meteo favorevoli: cielo terso, temperature diurne gradevoli al limite del vero caldo, terreno arso da settimane con scarse perturbazioni, e invece già alla base vita di Courmayeur i ritiri e gli atleti in estrema difficoltà erano più che abbondanti:

  • Non sempre avere con sè il semplice materiale obbligatorio è sufficiente: diventa importante continuare a raccomandare di affidarsi a prodotti caldi e adatti alla situazione (specie quando consigliano il Kit Freddo), avere con sè una giacca robusta extra e vestire un intimo più pesante che magari si può sostituire a Courmayeur con uno più leggero per la giornata davanti.
    Una prima nottata fredda, ventosa e inaspettatamente difficile ha tagliato il fiato a molti e costretto ai ripari i runners colti impreparati: ipotermia, difficoltà a mangiare e bere a causa di blocchi intestinali, difficoltà ad orientarsi nella nebbia: forse la fama di UTMB come gara dal percorso scorrevole e ‘facile’ ha spinto tanti a sottovalutare certe sezioni nella parte più delicata di ogni trail: la notte, specie in luoghi distanti dalle grandi basi vita come lo stretch in quota tra il Col de la Seigne e il Lac Combal, km 55-65.

Non voglio fermarmi solo a scelte di materiali, la strategie di gara chiaramente fa il suo sporco lavoro, perchè non conta solo come mi vesto nel momento del bisogno ma anche come mi comporto in certe situazioni:

  • Una condotta di gara al limite o un ritmo appena fuori dalle proprie possibilità non modulato sulla base dei fattori ambientali avversi (o favorevoli, in alcuni casi) può facilmente condurre fuori rotta e trasformare grandi sensazioni in miseri risultati nell’arco di qualche ora. Bisogna affrontare la prima metà di gara con calma e non lasciarsi andare: UTMB non è temuta per il suo gradiente tecnico, ma per la difficoltà di pacing e gestione che impone a tutti i partenti: sfinirsi di ritmi poco plausibili nei primi 50 km, inseguire i gruppetti sbagliati, fa sì che a metà gara avremo un serbatoio già drenato e dovremo fare affidamento alla riserva, rendendo il tutto fisicamente più difficoltoso. E quando il fisico va in crisi, c’è da avere una mente lucida per rimettersi in carreggiata e salvare la giornata, altrimenti si arriva al momento in cui ci si obbliga a prendere delle decisioni. E non sempre le cose vanno per il verso giusto arrivati a quel punto…

Il che mi conduce all’ultimo punto, il problem solving che ci viene richiesto quando tutto inizia a smontarsi e arriva il momento di fare i conti con le difficoltà o gli errori commessi.

  • Rimane fondamentale prendere decisioni senza fretta: talvolta sedersi, ragionare sulla situazione, considerare pros e cons può fare la differenza tra il gestire una crisi e rovinarsi un’esperienza. Nessuno vi corre dietro, rimanere fermi alla aid station per una decina, anche ventina di minuti e darsi il tempo di ricomporsi per proseguire non porta nessuna vergogna: dimostra solo di avere la freddezza di calcolare come muoversi di fronte al momento di crisi. Fare una telefonata, avere qualcuno che dia una raddrizzata all’umore, sono una estrema ratio che ogni tanto può salvarci da un ritiro motivato da questioni futili: mangiarsi le mani a posteriori per aver preso una decisione sbagliata è un ricordo che rimane indelebile, di quei 10 minuti passati seduti al ristoro per decidere il da farsi non si ricorda nessuno. 

Francesco Paco Gentilucci

Per quanto mi riguarda, avendo pochissimi atleti impegnati in gara, mi focalizzo su un aspetto dell’allenamento che ho avuto con Filippo, che secondo me ha ripagato molto.
La scelta del piano sul lungo periodo, che va poi nella direzione di scegliere gli appuntamenti che più ci faranno trovare pronti all’evento “A” è molto importante. Filippo preparava UTMB e abbiamo scelto di fare un Translagorai Classic (che è un fkt collettivo e non una vera gara) invece che appunto una gara “ufficiale”.
Dopo l’inverno passato a lavorare sui ritmi veloci, culminato con una gara breve ma veramente dura, abbiamo iniziato a lavorare sull’endurance. Come ultimo punto prima della gara abbiamo appunto inserito Translagorai Classic, ma con coscienza, e questo credo che abbia di molto ripagato. Oltre ad aver potuto sperimentare la notte, tutto il materiale per UTMB e i problemi che ne conseguono per chi è abituato a correre di solito leggero (dal mal di schiena/addominali da zainetto, ai ritocchi sul materiale) il fatto di essere su un percorso “vero di montagna” e non in una gara con dei ristori organizzati credo che abbia dato a Filippo la capacità di problem-solving di cui parla Tommaso.

Se è vero che a livello di allenamento i km e il dislivello di una gara sono equiparabili, trovarsi in un sentiero che ti obbliga a spendere energie mentali dove non puoi distrarti, invece che correre semplicemente “verso il prossimo ristoro” è un’esperienza molto diversa.

Credo che questo aspetto abbia dato da una parte la tranquillità a Filippo di non sprecare mai energie mentali durante UTMB, ma di essere sicuro del lavoro fatto e delle dinamiche di gare in montagna, della distanza e dei problemi che sorgono (notte fredda/ crisi mentali) e di averlo messo nella condizione di correre in modo rilassato nel pieno delle sue possibilità.



Per la cronaca: ha fatto un garone.

Andrea Guglielmetti

La mia prima volta, il mio primo UTMB, è stato quello del 2017: mai prima di allora ero stato a Cham a vedere la corsa dal vivo. 24h one shot che mi hanno contagiato, e da lì non ne ho potuto più fare a meno! Con buona probabilità aver assistito a quella che ritengo sia stata “la gara” di sempre ha condizionato il mio modo di vivere la Settimana Santa del Trail e la trepidante attesa di Vangelis e dello show degli elite attorno al Bianco.

Nonostante la presenza continua negli anni di amici che si sono cimentati sulle varie distanze, ho sempre badato di più a godermi la competizione della gara regina, ma il 2021 mi ha regalato qualcosa di diverso. È stato il primo anno in cui ho partecipato da coach: è vero non avevo nessun atleta con il pettorale, ma il mio modo di vivere il weekend è stato completamente diverso. In maniera involontaria la mia attenzione si è focalizzata su tutta una serie di aspetti e di dettagli che prima avevo sempre trascurato e che mi hanno subito colpito, ma più di tutto sono stato in grado di vedere da spettatore esterno il rapporto che si crea tra atleta e coach, qualcosa che avevo già vissuto e che vivo tutt’ora ma dalla parte opposta della barricata. Dopo mesi di tabelle, workout, ragionamenti, confessioni e benedizioni, un viaggio durato settimane o mesi, in cui la gara è il concretizzarsi di tutto questo impegno, si crea un certo tipo di empatia, vengono abbattute barriere e si raggiunge una intimità strana e un livello di fiducia raro. Pochi istanti, sguardi e qualche parola di conforto: il coach, attore non protagonista, nel suo ruolo di guida spirituale, accoglie l’atleta in quei pochi momenti in cui ritorna alla realtà prima di rituffarsi al proprio interno in un mood in cui è solo con se stesso. Il piano gara è già stato ampiamente snocciolato nei mesi precedenti, e chi corre è preparato, ma si sa che questo sport riserva imprevisti e difficoltà che invece non sono prevedibili. Lucidità, tempestività e preparazione sono i requisiti richiesti al coach che deve sapere ascoltare e consigliare il proprio adepto, per ricaricarlo di quelle energie mentali e di quelle certezze che la fatica e la stanchezza fanno venire meno, che sono la linfa e che lo fanno ripartire più carico di prima. Quasi come se fossero gli unici due a capirsi in quel momento, gli unici due a poter parlare una lingua incomprensibile a tutti gli altri.

E quanta soddisfazione quando si taglia il traguardo, quanta soddisfazione nel vedere qualcuno realizzare il proprio sogno, quanta soddisfazione nel sentirsi dire grazie. Perché questo vale più di ogni cosa. Anche se però non sempre le cose vanno bene e non sempre si raggiunge l’obiettivo: senza che per forza si consideri tutto un fallimento, analizzare capire e spiegare, confrontarsi, serve a dar valore a quello che si è fatto e perché no, a riportare l’umore ad un livello accettabile, anche sospinti da nuovi e ritrovati stimoli verso la prossima volta.

Questo mi sono portato a casa, questo ho visto fare ai miei “colleghi”: e mi sono immaginato nei loro panni e per qualche momento li ho anche invidiati. Non tutto si impara sui libri, molto si impara sul campo, tanto deve essere vissuto!

Il conto alla rovescia è già partito: ci vediamo il prossimo anno Cham!

Maria Carla Ferrero

ADATTARSI penso sia il concetto che ha guidato qualsiasi gara che ho corso, o a cui ho fatto assistenza. Ancor più a Chamonix, dove gli atleti sulla TDS hanno dovuto fare i conti con un dramma vero: la morte di un ragazzo sul loro stesso percorso. Tutti gli altri “problemi” dal mal di stomaco, le vesciche, i quadricipiti andati, ai crampi si risolvono e lo sappiamo bene tutti, anche se in certi momenti li vediamo come questioni insormontabili ed irrisolvibili.

Detto questo, vi do la mia visione, avendo avuto l’opportunità di osservarvi, e sedermi con voi dopo la finish line.

Parto dal fatto che per quanto se ne dica, trovarsi sulla linea di partenza di una delle gare del circuito UTMB è un privilegio, una cosa che si aspetta a volte per anni. Quindi bisogna farsi trovare preparati. Col cuore pieno di emozione la voglia di spaccare tutto ma la consapevolezza che in tutte quelle ore di gara, le variabili sono infinite e qualche problema da affrontare si presenterà sempre.

Penso che la gara perfetta non esista. Invece esiste essere in grado di gestire ed affrontare ciò che ci si presenta davanti. Non ci sono allo stesso modo soluzioni perfette, ci sono soluzioni che in quel momento sono ideali e che possono portarci alla gara migliore.

Il punto sta proprio nell’imparare ad affrontare i problemi e farlo subito, in modo che non si accumulino fino al punto da sovrastarci e levarci lucidità di pensiero.

E l’altro punto essenziale, è imparare a farlo da soli, perché in quel momento in gara ci siamo noi: nessun altro può sapere meglio di noi stessi cosa stiamo provando, nella gioia e nel dolore. Non riuscirai mai a spiegare quanto stai male o perché ti scendevano le lacrime dall’emozione un attimo dopo, neanche al Coach più empatico, al tuo migliore amico o a tuo marito/moglie.

Ultimamente è sempre più difficile stare da soli con se stessi, viviamo nell’era in cui bisogna sempre condividere tutto. Ma perché? Forse speriamo che il problema ce lo risolva un altro? Difficilmente è così: la persona dall’altra può darci un incitamento, un incoraggiamento, un consiglio prezioso o un aiuto pratico, certo. Ma in una gara di lunghissima durata, dobbiamo sempre fare affidamento su di noi. A mio parere il processo di un’ultra è proprio quello di metterci a contatto con le nostre debolezze e portarci a scoprire invece i nostri punti di forza.

Dobbiamo rimanere concentrati su noi stessi, tenere la mente impegnata e gestire i pensieri, ad esempio prima di entrare nei ristori iniziamo a ragionare su cosa dobbiamo fare, cambiare la maglia, se è sudata, piuttosto che mettersi in “assetto” strato pesante e frontale in testa se stiamo per affrontare la notte, caricare le borracce ecc. Non ci servirà solo a tenere la testa in movimento ma anche a perdere meno tempo alla aid station, specie se non abbiamo assistenza.

In gara credo sia utile restare concentrati su qualcosa di reale, pratico, immediato: guardiamoci da fuori e “sezioniamoci” partendo dalla testa ed arrivando ai piedi, controlliamo che tutto sia a posto, la nostra postura, il nostro passo, le necessità basiche del mangiare e bere. Creare quella continuità, quel flusso che ci porterà ad avanzare sempre inesorabilmente, macinando i chilometri che ci separano dall’arrivo. Tutti lo abbiamo provato in qualche momento correndo: il trucco è cercare di amplificare questi momenti, e spesso per farlo serve isolarsi.

Sono gare che vanno attese, costruite, pianificate, ma che vanno vissute realmente passo dopo passo, adattandosi alle condizioni ed accettando che possano mutare. Abbiamo così tante ore davanti che spesso la soluzione al problema è dietro l’angolo, ma raramente abbiamo la pazienza di aspettare e adattarci.

Detto questo, se poi decidi di partire con un paio di scarpe che hai messo solo in giro per Chamonix il giorno prima e alla prima discesa ti rendi conto che sono corte e ti tocca fare metà gara con le dita tirate indietro… un po’te lo meriti Enrico, però alla fine ti è uscita lo stesso una gran gara.

Davide Grazielli

Ci sono tante cose che mi riporto a casa da Chamonix dal punto di vista tecnico. Ma purtroppo ce n’è anche una che mi porto dietro dal punto di vista umano. Aver vissuto la notte di martedì sul campo alla TDS, in pensiero per chi si trovava in una situazione del tutto inattesa, ha lasciato il segno. In quelle ore spesso io e Mari abbiamo pensato “E se fosse stato uno dei nostri?”. E poi “Se fosse stato uno di noi due e l’altro avesse ricevuto la chiamata dall’Organizzazione?”. Domande inutili, chiaro. Ma a volte un po’di riflessione ci fa capire meglio che niente è scontato.

Passando a cose più futili.

A mio modo di vedere, la prima cosa che conta per fare una bella gara a Chamonix è una: la voglia. O meglio ancora la fame. Quel desiderio di mettersi sui sentieri e chiudere un processo iniziato 2/4/6/9 mesi prima senza farsi influenzare da aspettative, pressione, paure e imprevisti. Bisogna arrivare al giorno X sapendo che non vuoi altro che passare un tot di ore sui sentieri e che quel momento è tuo, che te lo meriti e che va vissuto a pieno. Poi, potrà capitare di tutto, e tanti di questi eventi saranno completamente fuori dal tuo controllo. Ma per fare bene, bisogna essere felici di essere lì. Rispettare la gara e la distanza, il percorso e la difficoltà. Ma essere entusiasti di esserci. Sembra scontato, ma tanti di noi non sono atleti professionisti o elite e spesso si trovano a tenere in equilibrio vita privata, professionale e sociale con la passionaccia per la corsa: le 24 ore che passerete in giro, sono un momento vostro, quindi levate il resto di torno e dedicatevi a voi stessi. Se non siete nella situazione per farlo, è meglio non partire: due dei mie hanno dovuto rinunciare alla loro gara a 24 ore dalla partenza. E sono stati bravi a farlo perché avrebbero corso senza quella tranquillità che serve a godersi una gara così importante.

La seconda, è uno dei miei pilastri: la continuità. Chi ha chiuso bene la gara, è chi è riuscito nei mesi a creare una routine, a far diventare la corsa parte integrante della giornata, quando si ha l’uscita. Chi è riuscito ad automatizzare il gesto di prendere ed uscire a correre come se fosse parte integrante della propria vita. A qualcuno sono bastati due mesi dopo sei di infortunio: ma in quei due mesi ogni pezzo del puzzle è andato a posto senza sforzo. Certo, all’inizio con più ragionamento, ma una volta che la figura prendeva forma, i pezzi “chiamavano” invece di dover stare a cercarli.

La terza, è che sul tipo di percorso delle tre gare più lunghe, allenare salite continue lunghe ed un ritmo efficace ma economico è spesso la chiave giusta. Coi miei abbiamo sacrificato nell’ultimo mese i lavori in ripetuta lunghi, ed inserito quando possibile dei Climb Block da 30/40/50 minuti cercando di non far salire troppo il cuore. E ha pagato. Allo stesso modo, nell’ultimo mese con qualcuno abbiamo sperimentato un lavoro di condizionamento eccentrico a secco leggero ma efficace: matrici di affondi e pliometria leggera. Fare bene le salite significa efficacia, riuscire a limitare i danni muscolari in discesa è l’altro lato della medaglia, e siccome il rapporto costo/beneficio si è dimostrato alto, è qualcosa che in futuro inserirò sempre coi miei atleti che vanno a Chamonix.

Hurry up and wait. E se ti va bene, c’è il sole.

La quarta è più generica e riguarda la distanza che c’è tra una CCC ed un UTMB (o anche una TDS). Non sono 60 km e 4.000 metri di dislivello, è molto di più. Se la CCC ha una magnitudine per cui può essere affrontata a quasi tutti i livelli ancora come gara, l’UTMB, richiede un impegno diverso, ed una preparazione che vada ad affrontare in maniera specifica una gara con spazi dilatati. L’ho visto chiaramente a livello elite, dove la CCC è stata scoppiettante ed anche molto tattica, mentre l’UTMB è stato anche davanti l’ennesima gara a chi mollava per ultimo (e comunque mettetevi il cuore in pace che quasi mai molla D’Haene): aka parto, ci provo, se va bene vinco o salgo sul podio, sennò pazienza e ci rivediamo prossimo anno. Gara di attrito più che di intelligenza. E la cosa si può trasportare comunque tra i midpacker e anche con i lottatori di cancelli, aggiustando i target: poco cambia. Questo per dire che è giusto sognare in grande, è giusto aspirare a chiudere il giro… ma gestite le aspettative e mettetevi nello stato mentale di “esplorazione”. UTMB svela raramente i suoi segreti alla prima uscita, come tutte le donne (e uomini) intriganti. Il corteggiamento dovuto è lungo, ma come spesso vi dico, amate il processo, e non sarà mai un semplice allenamento.

Vi chiedete da dove viene il titolo? Eccolo qui, in tutto il suo splendore

FLEX YOUR HEAD

Premessa: spero che ciò che scriverò serva puramente come riflessione. Abbiate l’intelligenza di leggere il tutto per ciò che è: un esercizio di osservazione del mondo in cui opero e lavoro, lo spunto per creare una discussione aperta.

Non sono ovviamente uno specialista, ma nonostante la psicologia sportiva in Italia sia assolutamente sottovalutata e poco considerata, a me invece affascina molto e nell’ultimo periodo mi sono dedicato ad approfondire alcuni temi.
Ho provato a creare dei profili di corridori basati su alcuni schemi mentali e atteggiamenti che ho vissuto e notato da altri corridori.

Non volendo essere uno di quegli allenatori “tabellari” che ti danno la scheda di allenamento e apposto così, credo che questi stimoli siano utili per capire i propri limiti di valutazione e giudizio e per provare a migliorare nel proprio lavoro. Attendo quindi le vostre osservazioni e riflessioni .

Corpo e mente separati
Partiamo da questa evidenza: corpo e mente fanno parte della stessa persona e non sono due cose scollegate. In Occidente siamo molto inclini a viverlo come dualismo e quindi come due entità nettamente separate e questo si ripercuote anche nella medicina: ci fa male una caviglia e curiamo la caviglia, non la persona. La verità (evidente) è che se il corpo sta male, anche la mente sta male, e viceversa. Non si parla solo di effetto placebo, ma del dare un peso anche al lato emotivo del paziente, con la comunicazione giusta e della percezione di se stessi nel superamento degli infortuni fisici.
Tuttavia ci raffrontiamo a noi stessi come se avessimo in noi due entità separate. Quante volte diciamo che un atleta è “forte di gambe ma debole di testa” o ci convinciamo che una cosa si fa “di testa”, come se si stesse vivendo un conflitto tra la mente e il corpo e la mente faccia fare al corpo qualcosa che non vuole?
Ovviamente questa visione è molto radicata in noi, ma ha anche molti limiti, che emergono soprattutto in un periodo di stress enorme, come quello che stiamo vivendo. Restrizioni della libertà individuale, slegamento e affievolimento di rapporti sociali e traumi dovuti a lutti, perdita del lavoro e mille altre motivazioni possono portare l’atleta alla perdita di interesse per il proprio sport.
Sentirsi deboli, svogliati e stanchi molto spesso non è dovuto solo alla condizione fisica, visto che i nostri carichi di allenamento possono anche essere sempre gli stessi: può essere soprattutto mentale.

L’unica gara è con te stesso
Grande, bellissima frase e concetto importante. Tuttavia, in un momento come questo suona assolutamente fuorviante per un corridore che, in assenza di gare, non trova più lo stimolo per uscire ad allenarsi.

È chiaro: molto spesso l’idea di un arrivo o di una gara ci aiutano ad uscire a fare quell’allenamento in più quando magari piove, o fare quel lavoro che troviamo proprio duro. Tuttavia, bisogna andare più a fondo e capire il motivo del perché corriamo, in quanto la corsa non è solamente uno sport, ma uno stile di vita: c’è una bella differenza tra il tennis e la corsa, perché puoi anche essere appassionato di tennis, ma non puoi metterti a fare battimuro come stile di vita, o fare pugilato se sai che non combatterai mai. Al massimo fai fit boxe e ti alleni con un saccone, ma non è boxe. Correre senza un avversario o un partner o in una situazione non di gara rappresenta invece, nella corsa, gran parte della vita di un corridore.

Cosa rappresentano quindi quella gara, o le gare, per me?
può rappresentare una realizzazione personale, o una realizzazione rispetto agli altri. Come prima cosa bisogna riconoscerne la matrice. È chiaro che se ho smesso di trovare le motivazioni per uscire a correre perché gli eventi sono sospesi (nel momento in cui non esiste una limitazione legislativa reale) l’importanza che do alle gare supera quella che do alla corsa di per se stessa, come pratica individuale.

Attenzione, ognuna di queste cose va vista solo in un mondo teorico, perché nella realtà non esistono distinzioni così nette e marcate nella personalità di un individuo. Sono idealtipi che aiutano la categorizzazione e la riflessione.
Da una parte quindi abbiamo l’individuo che smette totalmente di correre, dall’altra quello che ha avuto una risposta a questo stress allenandosi ancora di più e in mezzo tutte le varie sfumature possibili.

Il fennec, o volpe del deserto ha orecchie smisurate che lo aiutano a disperdere il calore del deserto

Introversione/estroversione

sperando che Jung non si ribalti nella tomba, ecco una rudimentale spiegazione del concetto:

“L’individuo estroverso è principalmente orientato verso il mondo esterno, tende perciò a focalizzare la sua percezione e il suo giudizio sulle persone e sulle cose, mentre l‘introverso è una persona principalmente orientata verso il mondo interno con la tendenza a focalizzare la propria percezione ed il proprio giudizio sui concetti e sulle idee.”

Quindi a questo punto la domanda diventa:
la gara è importante per me o per gli altri?

Bisogna riflettere un attimo se l’appagamento che riceviamo dall’arrivare in fondo a una gara sia egoistico o rivolto all’approvazione altrui.
Attenzione: non esiste un giusto o sbagliato, sono solo spunti di riflessione che servono a capirci meglio e porci delle domande (se non l’abbiamo mai fatto) sulla nostra personalità.


Atleti molto competitivi estroversi
Gli atleti molto competitivi sono quelli che tendenzialmente sono molto estroversi, ovvero, portano il focus sugli altri. In molti casi l’affermazione dipende dal battere gli altri. Il limite è ovvio: in un anno in cui non ci sono gare se ne va la possibilità di confronto con gli altri, di misurarsi con una classifica.
Una soluzione potrebbe essere quella delle sfide virtuali o del focalizzarsi sui segmenti di Strava. Se le gare virtuali per gran parte dei corridori rappresentano al massimo un passatempo momentaneo legato alla situazione, per questi atleti possono invece rappresentare uno stimolo su cui impegnarsi con dedizione e serietà anche in allenamento.
Questa è ovviamente la categoria di atleti che più risente della situazione pandemica, anche se l’impegno maggiore è quello di trovare un obbiettivo che ci appaga e che non venga vissuto in modo superfluo.

Atleti molto competitivi introversi
In questo idealtipo raccoglierei quegli atleti che mirano alla competizione, ma come crescita personale, e non sono poi molto interessati dalla classifica di gara. In poche parole traggono piacere e motivazioni dal miglioramento, che è tuttavia basato non dal confronto diretto con gli altri, ma con se stessi. Una possibile soluzione alla carenza di motivazione, se sono una persona molto introversa, potrebbe essere quello di concentrarmi su un FKT, che sia nuovo o da ripetere, e dedicarsi a quello. Un mio progetto personale, un percorso che sogno da tempo, un determinato crono su una distanza e così via.
Tendenzialmente un atleta molto competitivo introverso non dovrebbe perdere lo stimolo anche di fare massacranti lavori in allenamento, perché il piacere che trae da questi è la sua crescita personale. Questi atleti potrebbero vivere l’impegno di un FKT in modo più totalizzante e competitivo di altre persone, e goderne la parte più agonistica.
Pensate ad atleti come Luke Nelson che già da anni prima della pandemia trovano più appassionanti gli FKT che alle gare, dove possono vivere esperienze più totalizzanti e non solo legati all’agonismo.

La pitecia dalla faccia bianca è un mammifero che vive in Sud America

Atleti poco competitivi estroversi

Un’altra categoria di persone che definirei competitiva ma estroversa è rappresentata dal corridore di qualsiasi livello (ma non alto da essere rilevante in classifica) a cui piace gareggiare sia come scusa per un confronto con gli altri, ma soprattutto per l’evento e la condivisione del tempo (gara come raro momento in cui non si corre da soli).

È evidente che in questo caso è molto più difficile trovare qualcosa di simile, e forse l’unica soluzione è rappresentata dall’organizzare qualcosa con gli amici, in autonomia.
Queste persone risentono della socialità degli eventi e hanno bisogno di sforzarsi a trovare un gruppo di riferimento con cui condividere la propria passione.

Atleti poco competitivi introversi
Questi sono quelle tipologie di atleti che traggono passione dalla crescita personale e dai miglioramenti quotidiani in allenamento, a prescindere dal resto del mondo. Questi sono quegli atleti che invece di perdere motivazione per la corsa ci hanno contattato per iniziare un percorso con DU proprio durante la pandemia.

Vediamo adesso qualche nozione di livello generale sul rapporto emozionale dell’atleta con la corsa:
La gestione delle emozioni
La gestione delle emozioni è una capacità che solitamente diamo per “innata”, ma sbagliando, in quanto allenabile, come un’altra competenza. Se mettiamo sulla linea di partenza di una campestre 100 adolescenti e misuriamo il loro stato d’ansia (anche banalmente con un cardiofrequenzimetro) avremo ovviamente dei valori molto diversi tra loro. La forchetta dei valori (quasi impossibile che i battiti saranno quelli “di riposo” ma tutti li avranno più alti) va da un incremento relativo a uno altissimo.
Questo aumento di frequenza cardiaca è dovuto per larga parte dallo stress della gara.


Non tutto lo stress è negativo
La nostra percezione comune nel linguaggio di stress è negativo, ma non è così. In buona sostanza, se sottoposti a “stressors” ovvero a fattori che provocano stress – come può essere la starting line di una gara- il sistema corpo/mente cerca una risposta di adattamento di vario tipo (endocrino, umorale, organico, biologico). Questa compensazione allo stress è per esempio la base dell’allenamento, in cui, sottoposto allo stress, andiamo a migliorare le nostre capacità fisiche di adattamento a esso tramite una super compensazione.
Detto ciò chiaro che le fonti di stress e le capacità delle persone di riuscire a trasformare questo stress in positivo e non negativo sono molto personali.

l tamarino di Goeldi o tamarino saltatore deve il suo nome al tizio che l’ha scoperto, ovvero Emil August Goeldi.

Quindi, andiamo a vedere un paio di fattori di stress diversi tra loro:


Gestione della gara e degli allenamenti
Esistono atleti che in partenza sono tranquilli, altri provano inadeguatezza, si sentono inadatti, impauriti, terrorizzati.
A parità di allenamento, cosa cambia nella mente di uno e quella dell’altro?
La volontà e l’accettazione di non poter controllare fattori esterni che non dipendono da noi stessi. Questo permette agli atleti della prima categoria di trovare il giusto distaccamento e di concentrarsi sui fattori rilevanti (ascoltare il proprio corpo) e non i fattori esterni (il pubblico/ lo stato di preparazione degli altri/ le condizioni meteo/ la durezza della gara).

Ora, voglio portare qualche esempio di atleti vicini a me o spesso risultanti di riflessione derivate sui miei stessi comportamenti. Molto spesso come allenatori facciamo l’errore di valutare le persone come “ingestibili” o assegnargli dei limiti che possono sembrarci incomprensibili, ma che se riconosciuti possono essere comprensibili e quindi anche elementi su cui lavorare con l’atleta:

Atleta che non sa riposare
Ci sono atleti che fanno veramente fatica a concepire il riposo come parte integrante dell’allenamento. Devono fare per forza qualcosa ogni giorno e se gli avanza del tempo libero lo investono sull’allenamento. I pro sono ovviamente una dedizione senza fine che li aiuta nel momento in cui si va incontro a fasi di preparazione intense, i contro sono invece che, nel momento di un banale infortunio (cosa che nella corsa su lunga distanza capita spesso) o di impedimenti di qualsiasi tipo nello svolgere l’allenamento, l’atleta va in crisi.

Questo tipo di atleti soffre più degli altri gli intoppi nella preparazione, e rischia di non sentirsi pronto nei momenti importanti. Inoltre, sono quelli che fanno fatica ad autogestirsi se lasciati da soli.
la domanda da porsi è:
come vivo il riposo? Mi infastidisce? Come vivo qualcosa che non va secondo i miei piani nella preparazione o in gara?

Atleta che stacca a fine anno e quello che non sa staccare
Ci sono atleti che in off season hanno bisogno di dimenticare le corsa e concentrarsi su altri stimoli, mentre altri continuano sempre a correre.
Sono naturalmente due tipi di comportamento assolutamente accettabili e normali, se non diventano problematici. Un atleta che non fa off season si espone spesso a infortuni così come quello che stacca troppo e rischia di fare fatica a “rimettersi in carreggiata” anno dopo anno, e come sappiamo tutti, ciò che più ripaga in uno sport come la corsa è la continuità. Più ci si prendono periodi lunghi di stacco dalla corsa, più è difficile riprendere con intensità quando necessario: non siamo macchine con interruttori ON/OFF.
Che tipo di atleta sei? Fai fatica a staccare o a riprendere, da dove viene questo bisogno?

Concetto di insicurezza
Normalmente molti atteggiamenti partono da una comune origine che risiede nelle insicurezze personali. Molte di queste sono la risultante di esperienze vissute in passato, altre sono dovute agli schemi mentali con cui ragioniamo di solito e spesso vengono definite come caratteriali. Vediamone alcune:

Atleta che compete solo in gare dove sa di vincere
Questa è una cosa che vediamo di costante in molti atleti italiani “di alto livello”. Se possono scegliere tra il competere con i top al mondo e riportare a casa mazzate o vincere la garetta di paese senza fatica protendono per la seconda opzione. Perché?
Il senso di appagamento dovuto alla vittoria del trail dell’Eroe Locale agisce come stimolo che frena la competizione per cui ci sentiamo inadeguati.
Non è facile per un atleta molto competitivo estroverso consultare una classifica dove ha preso varie ore di distacco dagli altri. Allo stesso modo, questo tipo di insicurezze personali va a innescare altri comportamenti, spesso ancora più nascosti:

Atleta che preferisce non esplorare il suo potenziale per il rischio di fallire
Questo è il caso dell’atleta che ha un grosso bisogno di conferme alle proprie insicurezze (acclamazione del mondo a lui vicino / sapere di essere uno che “avrebbe potuto ma”) perché trova più semplice e gratificanti piccole vittorie irrilevanti che il rischio di fallire sottoponendosi ad un test con esito incerto.
Un po’ come l’esempio sopra, ma a livello introspettivo: è il concetto di autosabotazione, che molto spesso porta persone a essere i principali limitatori di sé stessi.
Lavorare su questo aspetto è difficile perché l’atleta deve saper lavorare sulla sua personalità, accettare un potenziale fallimento e non dargli un eccessivo valore (“ho sbagliato sono un fallito”), ma riuscire a ricercare in sfide a lui adeguate, uno stress positivo e non negativo, che lo porterà a migliorarsi. Posso utilizzare un fallimento per motivarmi per fare meglio la prossima volta; posso dare un valore effettivo a un fallimento; non esiste al mondo un singolo atleta nella corsa che non abbia mai fallito.
Domanda: come gestisco i miei fallimenti? Quanto peso do a queste esperienze? Riesco a coglierne degli aspetti positivi?

Atleta che non sa accettare i miglioramenti
Diverso dalla tipologia descritta sopra, questi sono atleti che, anche di fronte a un’evidenza, fanno fatica ad accettare i propri miglioramenti. Non significa essere umili, ma andare a stravolgere la realtà valutandola con i propri personali strumenti interpretativi. Un po’ come nel caso di un disturbo alimentare, la separazione tra realtà e pensiero interno arrivano a diventare patologici. Sono atleti quasi totalmente intrinseci, portati a guardare se stessi e quasi ad annullare la realtà esterna. Sono quegli atleti che non riescono a trarre felicità anche dopo aver raggiunto un obbiettivo per cui si sono allenati molto.
Ogni tanto bisogna fermarsi e accettare i progressi dei propri sforzi profusi in allenamento, e i conseguenti miglioramenti. È molto difficile, ma avere a fianco una figura esterna ma consapevole, come quella di un allenatore, può aiutare. L’allenatore aiuta a giudicare in modo oggettivo, anche tramite l’aiuto di dati, il percorso dell’atleta.

La grande scimmia leonina è stata portata all’estinzione dai cacciatori per via del suo bell’aspetto

Atleta che salta in aria / atleta troppo premuroso
Esistono atleti che non sono bravi a gestirsi in una situazione di gara o allenamento e quelli che invece non riescono quasi mai a rendere per il loro potenziale.
Anche in questo caso i primi fanno fatica a valutare il reale livello proprio e degli altri e si distruggono uscendo a un passo troppo alto dopo lo start; mentre i secondi hanno paura di poter fallire e corrono sotto le proprie potenzialità.
Se ci accorgiamo di protendere troppo in una delle due categorie possiamo provare a chiedere al nostro coach di inserire degli allenamenti fatti apposta per migliorare.
Fare un allenamento molto al di sopra delle nostre possibilità o che ci costringa a imparare a gestirci, obbligandoci ad andare a un passo “sensato” possono aiutarci in tal senso.

Atleta troppo / troppo poco flessibile
Il giorno della gara qualcosa va storto: hai dimenticato le scarpe con cui volevi correre e devi fare la gara su delle scarpe da strada invece che da trail; sei nel gruppo di testa e sbagli a un bivio perdendo 5 minuti; non trovi la tua crew ad attenderti dove ti aveva detto che sarebbe stata e così via.
Come reagisci?

Ci sono atleti che sono così schematici da non riuscire a risolvere dei problemi che spesso capitano nel nostro sport. Allo stesso tempo, ci sono atleti che devono migliorare la propria strategia e imporsi una maggiore disciplina perché ne valgono i miglioramenti cercati con l’allenamento. Un atleta troppo flessibile rischia di non essere in grado di trovare una routine che invece è basilare nelle gare di una certa distanza, un atleta inflessibile ha bisogno di sentirsi dire delle cose che già sa.
che tipo di atleta sono? Come potrei diventare più o meno flessibile?

La corsa come strumento di rimozione dello stress negativo
Senza entrare nelle retoriche trite e ritrite delle endorfine che tanto ci piace leggere sulle testate generaliste, diciamo che la corsa per molti di noi è lo strumento principale per la gestione di paure, stress e anche il superamento di traumi di vario tipo a livello emotivo.

Questo è un concetto molto delicato e che secondo me merita un discorso a parte, e mi piacerebbe affrontarlo in un secondo momento. Se avete trovato utile quanto detto finora e pensate che un ragionamento su questi temi possa essere utile per la vostra auto profilazione come atleti possiamo andare ad approfondirlo.
E tu che atleta sei?
Spazio ai commenti!

Qualora non fosse stato chiaro ho inserito delle immagini fuorvianti di animali per alleggerire la lettura, vista la tematica delicata. Il fatto di dare al cervello stimoli diversi per fargli perdere il focus principale è una tecnica largamente utilizzata, sopratutto a fini commerciali, per vendere all’individuo oggetti di cui non ha bisogno distogliendolo dalla capacità di razionalizzare.
Spero abbia funzionato (anche se non sto vendendo nulla) ad alleggerire la tematica.

Boxing Day Workout: The King George VI Chase

Curiosi di sapere cosa c’entra una delle più prestigiose corse di cavalli al mondo con un workout di Santo Stefano? Scaricatevi la scheda e buon divertimento! #DUboxingday

Con l’occasione lo Staff DU vuole mandare un grosso GRAZIE a tutti i nostri atleti e non, alle loro famiglie e a chiunque in questi 12 mesi non facili ci ha supportato, aiutato, spronato e spinto a crescere ancora, come coach e come persone. Ci sono stati tanti momenti in cui ci sono tornate in mente le parole dette da Rick Tortini alla fine di dieci ore di pacing nel caldo californiano “this is why we do what we do“, ed il merito è vostro.

#likecrewlikeglue

Mari, Davide, Paco, Tommy

Transamericana – il film di Rickey Gates

Se penso alla cinematografia del settore outdoor il processo che c’è stato è più o meno questo (sono ovviamente solo esperienze e opinioni personali).


Ai tempi delle superiori riuscivo, tramite riviste, fanzine e tante ricerche su qualche rudimentale motore di ricerca, a trovare dei documentari sugli sport di nicchia di allora. Perlopiù tamarrate tipo freestyle motocross e snowboard/surf. Erano sport talmente di nicchia che a volte erano vere e proprie scoperte (sul serio ti puoi lanciare giù in MTB dai canyons, cadere e non morire?)
Ci voleva una settimana per scaricarne il 50% a casa dell’unico amico con un adsl e ci trovavamo a vedere questi filmati in loop, imparando la colonna sonora a memoria e osservando le riprese perlopiù artigianali in modo ossessivo.
Il tutto aveva un atteggiamento molto punk, che alla fine ha portato alla nascita di sport come lo snowboard e appunto il freestyle/freeride in mountainbike o su una moto.
Si parla di Travis Pastrana quattordicenne che faceva trick adesso considerati per bambini che però sembravano futurisici, o dei fratelli Kratter che scendevano una ringhiera con la tavola e facevano vita di party: “training kills pilots” si diceva in quei tempi.
I primi documentari sull’arrampicata che ricordo sono King Lines e Reel Rock. Qualche video su Sharma che lancia su un buco urlando e poi vola, cose che replicavi nel muro di mattoni sotto casa.
Della corsa non c’era traccia, uno sport così noioso non aveva alcun fascino per un adolescente di allora, e nessun mercato in generale. Le gopro non esistevano e le riprese in POV non erano concepibili.

Arrivato YouTube in breve ha iniziato a crescere e la società è cambiata drasticamente.
Il livello qualitativo si è abbassato per via dell’amatorialità delle riprese, ha raso al suolo (o costretto a reinventare) la professione di videomaker professionista, perché chiunque poteva farsi un video. Da lì in poi chiunque avrebbe rischiato l’osso del collo per una ripresa, lo facevamo anche io e i miei amici, anche se avevamo forse solo una macchina fotografica usa e getta e facevamo colletta per stampare le foto dal fotografo.

Anni dopo, internet è diventata la quotidianità e la nostra vita, come sappiamo, e la cinematografia di conseguenza è cambiata. Si è iniziato non solo a leggere di UTMB, ma anche a vedere qualche trailer di lancio. Di quei tempi ricordo i brevi video di Seb Chaigneau, una sorta di tutorial, e quelli di Kilian, voluti da Salomon che grazie al catalano è diventata ciò che è.
Erano video semplici, a metà tra gli advertising delle aziende e piccoli spezzoni di loro consigli o report di gara. Il livello si è ovviamente alzato ancora, di sicuro grazie alle aziende che hanno iniziato a finanziare questi media fino ad arrivare a dei veri e propri video o documentari sulla corsa.

Già, una volta ho avuto dei capelli


La curiosità di sana scoperta dei primi video nasceva dai luoghi in cui correvano e poi, grazie al successo dei reality e dell’annullamento della privacy tramite internet, la curiosità si è spostata verso aspetti più intimi,  quello che adesso definiremmo “lo storytelling”, ovvero la storia che c’è dietro le riprese, ma anche e soprattutto la vita dei corridori, cosa mangiano, come si allenano e  dove vivono.
Un processo di crescita ed esposizione ai media che ha avuto aspetti positivi e negativi.
Se prima vedendo un video di tricks sponsorizzato da RedBull potevi eccitarti come un bambino poi il tutto (almeno per me) è diventato assolutamente piatto.
La curiosità che prima avevo di sapere che materiali venivano usati ha lasciato posto a marchette infinite, loghi martellanti delle aziende finanziatrici e video senza storia e sempre più piatti, perché buttati nello stesso scatolone. Vedere un atleta che si stappa un energy drink e esegue il suo trick mi emoziona come fare il bucato.

Ho iniziato a partecipare come spettatore a film festival e rassegne cinematografiche sull’outdoor e anche lì ho avvertito un appiattimento generale e delle aspettative spesso disilluse.
Tolto qualche sporadico caso di film che ancora mi piacciono, come quelli di Joel Wolpert, il resto ha preso un’accezione così smaccatamente commerciale e dettata dai voleri delle aziende che il più delle volte vuole mostrare l’azienda prima della personalità dell’atleta, plasmarne i valori e ciò che dice, agendo come una censura religiosa dove serve e trasmettendo il solo e unico messaggio “siamo perfetti e bravi, tu compra”.
Cosa che è oramai diventata un modus operandi alla luce del sole anche nell’editoria di settore: se da una parte democratizza i mezzi (chiunque crea contenuti), dall’altra appiattisce tutto verso il basso. Vi giuro che su una rivista poco tempo fa ho letto queste righe sul report di viaggio di due ragazzi in Asia mandati dall’azienda che ha una sede produttiva:

“La soglia di povertà è altissima e tutti vivono di una vita semplice. All’occhio dell’occidentale potrebbe sembrare, oltre che molto difficile, anche assai noiosa la quotidianità, spesso non c’è la concezione del cosa fai nel tuo tempo libero? Si resta tutti uniti, si va al bazar, si passano le ore a pregare in moschea o in famiglia.
[…]
Certo, anche in fabbrica c’è un ritmo sostenuto, ma c’è l’allegria di un ambiente sereno dove, oltre a imparare un mestiere, si insegna l’educazione e il rispetto per se stessi e gli altri”.


Ok, questa cosa è apparsa su una rivista di settore nel 2020, non in un manifesto di propaganda novecentesca a sostegno del colonialismo, non mi dilungo oltre, ma credo che due domande dovremo iniziare a farcele.
Per inciso, non ho nulla contro i video aziendali, quelli di Nike spesso sono autentici capolavori, solo che mi piacerebbe ci fosse una distinzione chiara e marcata tra un video commerciale e uno che non lo è, come nell’editoria e in ciò che stiamo leggendo.

Torniamo a noi.
Film Festival, poco tempo fa ho assistito alla proiezione e ho pensato che molti dei film o corti li avrei dimenticati nel tempo di uscire dalla sala proprio perché privi di contenuti interessanti, sociologici, psicologici e di reale contenuto.
Certo, spettacolari riprese dal drone, gopro avanzate e stabilizzate, posti magnifici e grandi riprese. Ma tutto qua, niente di più. In alcuni non esisteva nemmeno una narrazione, era solo la ripresa del gesto atletico da una telecamera.

Se mi chiedete cosa ho visto non saprei di preciso:
– un video di sciatori in fresca che si danno il 5 dopo aver saltato qualche pietra
– un tot di trama idealtipica alla The North Face (che impresa difficile/nessuno ci è mai riuscito/ ho avuto dei drammi familiari in passato/ vinco l’ostacolo/ riesco nell’impresa/ che bello lo sport come scuola di vita)
– un tot di POV montati assieme alla menopeggio
– qualche video di posti favolosi ripresi dal drone dove se guardi bene l’attore si muove al rallentatore o in modo più legnoso di un giocatore di football che segue la traccia dello schema che hanno deciso debba giocare.

Per questo motivo l’ultimo film di Rickey Gates, supportato da Salomon, mi ha stupito positivamente. Non ci sono chissà che riprese, la storia mi è apparsa onesta, affascinante e interessante.
C’è un progetto dietro personale, non c’è la solita caccia al record (dichiara subito i suoi intenti e cita il detentore) e c’è un ragionamento socioculturale di fondo, magari anche un po’ forzato, ma comunque presente lungo tutta la durata del film.

Insomma, io ne consiglierei la visione, perché credo possa piacere sia a un addetto ai lavori che a uno vergine del nostro sport.

Ok, c’è questo lieto fine un po’ palloso, ci sono un po’ di stereotipi qua e là e la colonna sonora non è ricercatissima, ma in generale a me è piaciuto molto, soprattutto se gustato con calma e senza la smania con cui di solito attacchiamo i video in modo bulimico su YouTube.

Non è il film perfetto, non è così tanto di nicchia negli argomenti e nella storicità, ma almeno non è la solita caricatura di un video commerciale tirato per molti minuti, ho passato una buona oretta di vita e non la rimpiango. Credo ne valga la pena vederlo.

Via Alpina: 1st attempt

Credevamo non fosse facile gestire un’estate senza gare: invece è bastato pungolarli un po’ ed hanno trovato mille modi diversi per trovare lungo. E a proposito di lunghezza, pochi hanno mirato così lungo come Francesco. A chi affascina l’idea delle traversate, a chi esalta il multiday, a chi piace l’idea del viaggio o anche solo a chi è curioso di sapere cosa vuol dire mettersi in moto per quattro giorni di corsa, ecco il racconto di Francesco Piovesan.

Passare in casa più tempo del solito è stato per me sinonimo anche di guardare più Youtube del solito e cercare di prendere spunto su qualcosa da fare in sostituzione delle gare di quest’anno. Era da qualche tempo che stavo pensando ad un multi-day che, su consiglio del Coach, sarebbe stato interessante combinare ad un FKT.

Vivendo in Svizzera, è piuttosto semplice partire da un punto e fermarsi in qualsiasi piccolo paese per prendere un bus o un treno e tornare a casa. L’idea iniziale era di fare 200km, numero tondo, e vedere quanto ci mettevo. Avevo scelto per questo un tratto della Via Alpina, una serie di itinerari sulle Alpi, da Trieste a Montecarlo. Chiaramente non potevo registrare l’FKT di un tratto della Via Alpina, quindi ho preso l’itinerario Verde che attraversa la Svizzera (ok…e il Liechtenstein) e ho deciso di provare a farlo tutto. Partenza da Lenk im Simmental, nelle Alpi Bernesi, e arrivo a Sücka, nel Liechtenstein. Secondo il sito ufficiale, 280km e 17000m di dislivello. E qui c’è stata la prima lezione: i dati che si leggono online potrebbero non essere precisi.

Via Alpina Verde, una passeggiata di salute di 280 km (forse…)

Il sito però offre una guida molto dettagliata sul percorso e la quantità di informazioni presente mi spinge a preparare un Excel in cui prevedo orari di partenza e arrivo dei singoli giorni, nonché luoghi di sosta intermedi dove poter comprare del cibo reale. Ecco la seconda lezione, che deriva dalla prima: è probabile che se le distanze non sono quelle che pensi, una tabella con orari e soste programmate serve a poco. 

Programmo comunque il materiale per 4 giorni, cercando di minimizzare quanto possibile. D’altro canto devo correre, mangiare e dormire. Devo però tenere in considerazione che il percorso si snoda tra valli relativamente calde e passi vicini a ghiacciai. Arrivato il giorno della partenza, peso lo zaino che, considerando 1L d’acqua, sarebbe arrivato a 5,6 kg. Penso che tutto sommato non sia tanto, ma dopo i primi 80km inizierò a cambiare idea.

Il primo giorno é il più duro, con due passi a 2800m e la distanza maggiore da coprire. So che non devo forzare molto il ritmo perchè poi lo pagherei nei giorni successivi. E comunque voglio anche godermi un po’ il panorama, che monti come l’Eiger e lo Jungfrau possono assicurare. Così infatti arrivo a sera, entrando nell’hotel alle 23.00 sotto la pioggia. Unico problema incontrato un dolore alla caviglia, che però riesco a risolvere correndo con la scarpa allacciata solo sopra la pianta del piede. Un aspetto invece molto positivo è la segnalazione del sentiero, che coincide con il percorso svizzero numero 1, rendendo la traccia GPS praticamente inutile.

Il secondo giorno inizia da dove il primo aveva finito, ossia con la pioggia. E così continua fino a mezzogiorno. Il bello è che una coppia che avevo incontrato il giorno prima e faceva il percorso in senso opposto mi dice che il tratto che avrei fatto appena sveglio era il più bello. Mi accontenterò delle foto…degli altri. Mi fermo in un paese per mangiare qualcosa di caldo e, contando nel fatto di trovare cibo familiare, entro in un ristorante italiano. Prendo una zuppa di patate che altro non è che purè allungato con un po’ d’acqua, molto poca. Riparto ancora sotto la pioggia e dopo qualche minuto capisco che qualcosa nel mio stomaco non va…

Jungfrau

Nel pomeriggio il tempo migliora ma non riesco a godermi più di tanto la giornata e, anche se riesco a continuare a mangiare Snickers, la nausea mi obbliga a fermarmi prima di dove diceva il mio Excel. Saltano quindi tutte le prenotazioni degli hotel, ma dato che gli Svizzeri sono di media buoni e gentili, mi rimborsano tutte le notti anche se non era previsto da Booking.

Il giorno successivo si rivela il migliore, non sento particolare stanchezza e il tempo è clemente. A colazione cambio tattica e invece di svegliarmi presto e mangiare al sacco, svaligio il buffet.  Ripeto lo stesso il quarto giorno, ma il fatto di aver passato più di 72 ore da solo, incontrando principalmente mucche e pecore, inizia a farsi sentire sulla testa. Il classico grüezi (“ciao” in svizzero-tedesco) non mi esce più molto bene. C’è anche da dire che la distanza massima che avevo corso prima di quel momento erano 120km e inizio ad accusare qualche dolore.

Englestlensee

E’ comunque una bella giornata da passare sui monti quindi vado avanti, ad un ritmo più lento, ma comunque correndo. Decido di fermarmi nel tardo pomeriggio dopo 250km, sapendo che non me ne mancano altri 30, ma, secondo la mappa, più del doppio. Seduto al tavolino di un bar, con una meritata birra in mano, penso per un istante a ripartire il mattino successivo, ma decido di chiudere questo tentativo e far tesoro delle lezioni imparate per il prossimo anno. Non c’è fretta.

Un tempo lo facevamo tutti

Testo di Elena Adorni

 

Capitolo 3: Destination Santa

 

Alla fine di settembre compio trent’anni. Da anni mi ero promessa di giocarmi il rito di passaggio all’età adulta correndo 50km in montagna. Quelle cose che dici ad alta voce, quasi per ridere, ma rimangono dentro di te e poi bisogna farci i conti.

Quando ho conosciuto Eva me ne sono ricordata. Era dicembre a Santa Caterina e faceva freddo. Si scivolava sul vialetto e il giardino era coperto di neve e Ombra giocava con le palle di ghiaccio invece che con i bastoncini. Destreggiandoci tra un’uscita con le pelli e l’altra, Eva è riuscita a convincermi che la corsa non è solo uno sport da white daddy inglese di classe media, ma che l’ultrarunning può avere la sua buona dose di quella che io chiamo ‘ancestralità’. Poi è arrivata la primavera, e poi è arrivato il Covid. Con un fisico mezzo a pezzi dopo un inverno in Canada vivendo in un camper, sciando prevalentemente in pista per migliorare il livello e lavorando come lavapiatti, di colpo mi sono trovata da un giorno all’altro in Italia, nel paesino in cui sono cresciuta, il luogo da cui ho cercato in tutti i modi di scappare per più di dieci anni. Qualcuno mi aveva detto che la vita è una spirale, non proprio una linea retta.

Non sono mai stata una persona paziente, ma ho pensato che quello sarebbe stato il momento di cominciare ad allenarsi. Ho iniziato a correre segretamente lungo il fiume, nel boschetto dietro casa dei miei genitori. In piena emergenza Covid, il piano di allenamento pensato dal DU coach Tommaso dava struttura a giornate molto incerte. Con tutti i piani di vita e lavoro messi in standby, il mio compagno dall’altra parte del mondo ed una pandemia mondiale in corso, il calendario di training peaks è diventato la mia ancora di salvezza al tempo presente. Non importava se quel giorno avessero proclamato lo stato di emergenza in Cile e che il paese stesse collassando, che George Floyd fosse stato ucciso dalla polizia  o che i morti in USA e Brasile avesse superato i centomila.

Sono qui, ora, e in questo momento devo mettere le scarpette e uscire a correre.

La mia percezione del tempo è cambiata da prima della pandemia. I mesi sono diventati più lunghi e i giorni più veloci. Ho dovuto imparare a fermarmi, a non pensare al futuro. E la corsa, in questo, è la più grande maestra. In un rollercoaster di emozioni e cambiamenti, è arrivata dall’alto come un deus ex machina nei momenti tragici della mia esistenza per dirmi all’orecchio: rimani qui, andando avanti. Ho corso per trenta minuti, un’ora, due ore, poi tre, poi cinque. Ho corso da sola la maggior parte del tempo, quasi sempre con la musica sparata nelle orecchie. Ho corso lungo il fiume della mia infanzia, pieno di serpenti neri e deturpato dall’uomo e dalle centrali idroelettriche.

Ogni tanto ho corso anche con altre persone. Nicolò e Gabriele mi hanno aiutato a fare i primi lunghi. Abbiamo raccolto piume di poiana e celebrato un funerale ad un capriolo sbranato da un lupo. Con Eva abbiamo guadato un torrente in piena arrampicandoci su un tronco scivoloso e instabile. La corrente era così forte che dovevi urlare. Quando siamo arrivate dall’altra parte, ci tremavano le gambe per l’adrenalina. La montagna ci ha reso un po’ sorelle e quella baita di legno con i fiori e le bandierine, in due settimane è diventata un po’ anche casa mia.

Arrivo a Santa Caterina Valfurva il pomeriggio prima della gara. Eleonora, che è venuta con me, ci aiuta a preparare i premi gara che sono dei taglieri di legno fatti a mano da Luigi, l’uomo più grande del mondo che viene sempre all’agriturismo a bere vino rosso e taneda a qualsiasi ora. Quando le prime persone arrivano, inizio a collegare volti a nomi letti online ed email scambiate nelle nicchie virtuali del nuovo outdoor italiano. Dopo una corsetta di trenta minuti in cui quasi mi si stacca un polmone durante un allungo per la disabitudine alla quota, mangiamo una pasta al pesto, faccio il fuoco e decido di andare a dormire molto presto. Per poco non mi perdo Banana che distribuisce in un rituale silenzioso i bellissimi pettorali di stoffa. Prima di addormentarmi, la mia amica Eleonora, che non corre, mi dice che non capiva cosa volesse dire ‘distribuire i pettorali’ e pensava che ci saremmo messi tutti in cerchio a fare dei push ups in giardino alle undici di sera.

Mi sveglio alle sei. I cinque temerari che corrono la corsa di 80km sono partiti già da un’ora. Medito, faccio stretching come in una mattina qualsiasi. Faccio colazione guardando il cielo e l’alba, che arriva dorata sui camper bianchi nel prato. Sarà una bella giornata, farà caldo. Non capisco dove vadano a finire le due ore dedicate a prepararmi, sono già quasi le 8 e faccio lo zainetto di fretta, mettendo dentro tutto a caso ma non troppo. Mi agito un po’ e non trovo il mio Garmin dell’anteguerra. Non sono riuscita ad andare al bagno a comando, dannazione, spero di non farmela addosso lungo la strada. Alla partenza, Banana ci invita a non guardarci i piedi, ma a guardare su in alto e intorno a noi, perché il percorso sarà davvero bellissimo.

Partiamo con il campanaccio. La folla composta da una trentina di persone si divide in tre gruppi. Gli spavaldi davanti. Poi altri due mucchi di corpi che corrono, chi con zaini grandi, chi con zaini piccoli, chi con niente. Rimango da sola, in coda, prendendo il mio spazio e cercando fin da subito di non seguire nessuno e tenere il mio ritmo. La salita inizia praticamente subito e corriamo tra baite e boschetti. Mi ritrovo dietro Maria Carla e Davide che chiacchierano tranquilli. Al primo bivio tutti sono incerti. Ho imparato a memoria le parole chiave da seguire come un mantra, ma le ho anche scritte per sicurezza su un foglietto che tengo nella tasca dei pantaloncini e che presto sarà ridotto a poltiglia bianca. Forse il gruppo degli spavaldi ha sbagliato strada iniziando a salire. ‘Confinale, Cavallaro, Pradaccio, Zebrù’, recito nella mia mente. Prendo il sentiero che sono convinta sia giusto e perdo il gruppo, voglio rimanere dietro tutti e non seguire nessuno. Il Garmin dell’anteguerra, sballato dalla quota, perde la connessione per 2km circa finché non me ne accorgo e lo riconnetto, ma ormai la distanza percorsa non è più corretta. Poco male, lo guardo solo per ricordarmi di mangiare e fuck the rest. Allo scoccare di ogni ora butto giù un gel e un pezzetto di barretta religiosamente. Altrettanto religiosamente, cerco di tenere le borracce piene e di idratarmi tanto. Ad un altro bivio mi ritrovo con tre tizi che mi scambiano per una local. Hanno un gps ma non sanno usarlo. Si presentano, ma mi dimentico i loro nomi. Uno dei tre mi chiede se sono una di quelle forti che corre a livello nazionale e se sono sola. Triste come alcuni maschietti si sentano di esprimere giudizi sulle abilità femminili anche durante una gara che è più una corsa tra amici che una competizione. Decido di lasciare il femminismo a casa e fare finta di non sentire. Non lascio mai commenti del genere impuniti, ma devo davvero risparmiare le energie mentali oltre che quelle fisiche per arrivare in fondo a questa cosa. Non posso nemmeno superarli perché consumerei troppo gas. La butto sul ridere. Gli dico che sono i tre moschettieri. Corrono insieme, pisciano insieme e hanno tutti e tre gli stessi calzini.

Inizio a vedere le indicazioni per Passo Zebrù e cresce la mia preoccupazione per la salita della muerte. Faccio andare avanti Atos, Portos e Aramis che vanno belli spediti con i loro bastoncini-spada. Fa caldo per essere a duemila metri. Il sole batte, io non ho neanche un cappellino, ma sopravviverò. Mi ricordo del mio PJ sandwich e lo mangio al km 18. Game on. Mentre mastico il pane molliccio mi sento una specie di rettile per il modo in cui muovo la bocca. Di tutta quella salita ho ancora ricordi un po’ confusi. So solo che era tanta. E’ strano come anche in gara cambi il senso del tempo, che passa velocissimo nel presente ma poi si dilata nella memoria. Vado piano, e penso alle parole di Banana. Alzo la testa dai piedi e guardo intorno, chiedendo un aiutino alla pachamama. Le montagne grigie e bianche mi abbracciano. Dopo guadi di ruscelli e tante rocce per quello che penso siano due ore di salita, vedo la neve. Si cammina sulla neve, non si corre perché si scivola ma chi è passato prima di noi ha fatto degli scalini quindi è piuttosto facile. Mi animo, se c’è la neve siamo quasi arrivati. Prendo un gel appena prima dell’ultimo tratto di salita. Mi fa venire un conato di vomito vuoto. Sento il campanaccio di Eva e la voce di Eleonora che grida forzaaaaaa. Arrivo su, mangio un pezzo di barretta. Eva mi dice: stai bene? Io: si. E inizio a volare giù fino al rifugio Pizzini, cercando di andare più veloce che posso senza schiantarmi e senza che i miei quads si straccino.

Tengo un bel ritmo per un po’, corro nei prati viola e freschi, con l’erba che mi tocca le caviglie. Cerco di distendere le dita dentro le scarpe e di sentire il terreno sotto la pianta del piede. Quello è stato il pezzo di percorso più memorabile, e non solo perché fosse il più corribile. Mentre mi fermo a prendere acqua ad un torrente incontro un tizio che si chiama Enrico, sembra tranquillo, gentile ma soprattutto silenzioso quindi decido di correre con lui per un po’. Andiamo avanti spediti, passiamo il ghiacciaio dei Forni maestoso ballonzolando sui ponti tibetani. Siamo più o meno a 30km e sento le forze un po’ mancare. Enrico prende il lead, mangio un pezzo extra di barretta. Lo seguo, non lo perdo mai di vista, accelero. Ci sono ancora salitine stronze che arrivano all’improvviso e che non piacciono ai miei quads. Ma continuo. Uno, due, uno due. Corriamo e scivoliamo su rocce rosse e bellissime che sembra quasi di essere su un altro pianeta. Poi intorno al km 32 il sentiero diventa corribile e single track. Ci sono tanti, tantissimi turisti. Si insinua nella mia testa il pensiero da outdoor supremacist del tipo ‘che palle perché non stanno a casa, buttano pure i fazzoletti a terra ma lo scaccio subito via. La montagna è inclusiva e non esclusiva e se queste famiglie vanno a vedere un ghiacciaio invece di andare al centro commerciale, è una cosa bella. Ma cerco di risparmiare anche in questo caso le energie mentali. Mi fermo a fare pipì e arriva Paco, che dice che si era perso. Corre un minuto con noi e poi accelera velocissimo e lo vedo sparire. Ma come fa, mi chiedo. Al km 38-39 mentre riempivo l’acqua sento una voce che urla ‘stiamo venendo a prendervi’, era Paco. Metto il turbo. Nel boschetto che mi da tregua dal sole a picco penso ad Hector e a quanto sarebbe bello vedere il suo viso tra qualche chilometro. Mando giù l’acqua salata accumulata negli occhi. Non è il momento per la malinconia. Continuo ad inciampare ma è come se ci fosse una forza magnetica che mi tiene su e non mi fa cadere. Vado più veloce che posso e inizio a vedere segni famigliari nel paesaggio, la casa a pallini, il ponticello delle ripetute, accelero ancora di più. Perdo Enrico, mi chiedo se è così gentile da farmi andare avanti e non accelerare. Ma non importa. Adesso c’è solo l’arrivo.

Non gareggiavo da anni e non avevo mai corso una maratona, ma mi ricordavo che gli arrivi fossero fatti di applausi, campane e high fives. Invece non c’è quasi nessuno. Due, tre facce sconosciute sedute a un tavolo che probabilmente erano arrivate la sera prima quando ero già a dormire. Pensavo fossero già tutti arrivati e si stessero lavando al campeggio. Sento Banana che mi vede e urla ‘attenzione’. Il percorso della maratona era di circa 42 km, sapevo già che avrei dovuto farne altri nove da sola per arrivare a 50. Mi piacciono i numeri tondi, che ci posso fare? Eva, che avrebbe dovuto correrli con me, non c’è. E’ dovuta rimanere su al passo per problemi tecnici. Non mi arrabbio, mi basta l’abbraccio di Banana per buttare giù l’ultimo gel e ripartire verso la strada forestale. E’ strano continuare a gareggiare contro te stesso quando tutti hanno finito, non c’è la stessa spinta, ma lo faccio, mentre le gambe mi chiedono di smettere ma non stanno nemmeno messe così male alla fine. Mi dimentico quasi perché lo sto facendo. Cosa ci faccio lì da sola correndo pianissimo su quella stradina sterrata in salita? Potrei farne altri 20, forse. Il Garmin si scarica. Forse la prossima volta. Arrivo alla baita per la seconda volta, stavolta ci sono più persone. Il cuore mi batte forte, ce l’ho fatta. Paco dice: come ci si sente ad aver corso 50k? Mi sdraio a terra a quattro di spade. Pensavo peggio. Sento il sollievo. Sento tranquillità e pace. Eva dopo un po’ arriva e urla scusaaaaa e mi abbraccia.

Con la prima birra scopro aneddoti vari. Qualcuno dell’ultra si è perso, Eva lo va a prendere. Povera, ha una faccia così stanca e bruciata dal sole che sembra abbia corso anche lei. Penso di essere fortunata ad avere amici come lei e Banana. Vedere quanto qualcuno si sappia sbattere per gli altri gratis è un grande indicatore di qualità umana. Scopro che Filippo dopo essere arrivato primo al passo Zebrù è scoppiato ed elemosinava Eva per un gel e aveva chiesto a turisti al rifugio di farsi riportare giù in macchina poi Paco l’ha preso e l’ha costretto a correre fino in fondo. Giulio ha perso la chiave del furgone e non sa come tornare a casa. Arriva Andrea, il vincitore dell’80km, fresco come se ne avesse corsi dieci. I tre moschettieri sono anche loro arrivati stremati al passo e si sono fermati al rifugio per mangiare qualcosa. Mi salutano e mi fanno i complimenti, dicono che mi hanno vista dal rifugio correre via. Paco ha continuato a sbagliare strada. Davide era con Maria Carla ed era così tranquillo che si è fermato a fare le foto ai turisti. Vengo dalla scuola inglese dove chi corre bene una gara non è necessariamente il più veloce, ma chi si sa orientare meglio. Come ho imparato da questa nuova e incerta normalità di vita pandemica, non ho superato nessuno e ho lasciato che le cose si aggiustassero da sole e facessero il loro corso. Sono arrivata terza e ho portato a casa uno dei taglieri di Luigi per essere stata la prima donna.

Seduta su quel prato mi ritrovo a condividere una giornata speciale con volti nuovi, che come me amano questa strana attività di correre su lunghe distanze mentre la maggior parte dell’umanità si è dimenticata come si fa. Quando l’uomo non era quello che è oggi, lo facevamo tutti. Dovevamo farlo per mangiare e per sopravvivere.

Mi sono ricordata di quando Hector era tornato da un mese di spedizione in Denali. Per tutta la settimana dopo il rientro, si era comportato in modo strano, come se gli servisse gradualmente tempo per riabituarsi alla normalità con quello che aveva intorno, persone e ambiente, dopo essere stato per giorni e giorni in uno stato brado di sopravvivenza, fatica, su un ghiacciaio a meno quaranta. Lo rispettavo, ma non riuscivo a capirlo fino in fondo, perché non l’avevo mai provato sulla pelle.

Ora, forse, so cosa significa.

BOA Fit System: una nuova prospettiva per le scarpe da trail.

Se correte da qualche anno, non potete fare a meno di accorgervi che il mondo della scarpa tecnica ha conosciuto diverse fasi, periodi, novità, e che fondamentalmente una scarpa di oggi è radicalmente diversa da una di quindici anni fa.

Le prime scarpe da trail, diciamocelo, erano una sorta di scarponcino da montagna alleggerito. La riscoperta minimalista ha contribuito sicuramente ad alleggerire le scarpe, a far perdere un po’di quella rigidità torsionale che rendeva alcune scarpe dei ferri da stiro, ha ridotto sensibilmente i drop delle scarpe e dato una nuova prospettiva. Le suole stesse sono cambiate grazie alla ricerca delle aziende e soprattutto di fornitori come Vibram: ora altri marchi legati alla gomma come Michelin o Continental si cimentano nel settore. Le cosiddette massimaliste hanno portato EVA in quantità copiosa senza sacrificare la leggerezza e l’ultima frontiera sembra sia quella delle intersuole in PEBAX o carbonio. Una sola cosa è cambiata poco o niente: il sistema con cui allacciamo le nostre scarpe. Ed è qui che cerca di inserirsi BOA, portando innovazione in uno spazio forse poco considerato, ma essenziale.

Il fondatore di BOA Fit System Gary Hammerslag

BOA nasce dallo snowboard, perché il fondatore Gary Hammerslag era stufo di dover sempre allacciare e slacciare gli scarponi con le mani gelate e soprattutto senza poter modulare in maniera corretta la pressione sul piede. Gary veniva già dal mondo dell’engineering, aveva appena venduto la sua azienda in campo medicale e contava solo di godersi per un po’la vita facendo snowboard sulle Rockies. Invece si è ritrovato a far partire un’azienda che oggi opera in tutto il mondo con uffici in USA, Giappone, Hong Kong, Cina, Corea ed Europa. Come mi hanno spiegato Lisa Bleierer, marketing coordinator, e Michael Kabicher, account manager (e trailer di altissima qualità visto che è stato anche campione austriaco), l’azienda vuole essere vicina ai mercati dove opera, per creare la migliore partnership possibile con le aziende che danno loro fiducia, e soprattutto interpretare al meglio le necessità dell’utente finale.

Dopo avermi portato in giro per i sentieri del Mondsee, dopo essersi fatto trovare sulla cima Coppi della Mozart 100 munito di campanaccio, e dopo innumerevoli caffè ad ISPO, ho deciso di interrogare un po’ Michi sulle particolarità di BOA e come funziona nello specifico delle scarpe da trail.

Dammi tre ragioni per scegliere BOA sulle nostre prossime scarpe.

Velocità, semplicità, precisione, se vogliamo riassumere in una frase. Perché puoi sempre avere il fit più preciso possibile quando sei sulla starting line ed aggiustarlo in un secondo prima di una lunga discesa. E non doversi mai preoccupare di avere le scarpe slacciate.

BOA Performance Fit Lab

Avete trovato resistenza nel mercato del trail? A volte sembra che sia molto tradizionalista e non così aperto come altri come il triathlon.

Si, a volte dobbiamo superare una certa resistenza e far mettere le scarpe ed il sistema nei piedi del consumatore per fargli capire i pregi. Ma quando lo provano, la risposta è immediata. Nei nostri settori classici come snowboard (in cui operiamo da quasi vent’anni), ciclismo o workwear, dove anche il fattore sicurezza è essenziale, la nostra presenza è un dato di fatto. Nel trail running siamo in crescita.

Quali sono stati gli sviluppi più importanti del BOA Fit System negli ultimi anni?

Negli anni ci siamo evoluti da un sistema di chiusura, in un sistema di performance fit, ed oggi possiamo connetter il piede alla scarpa in maniera molto più funzionale ed efficiente di qualsiasi laccio o altro sistema. Per quanto riguarda l’hardware (cavi, guide e rocchetto) siamo alla sesta edizione della piattaforma L, quella dedicata alle scarpe da corsa, il focus si sposta più su come possiamo connetterci in maniera ancora più funzionale con la tomaia. Nella base del Colorado abbiamo istituito un vero e proprio Performance Fit Lab dove queste configurazioni vengono testate e valutate dal punto di vista biomeccanico, tanto che i primi risultati sono in revisione ed in attesa di essere pubblicati su alcune riviste scientifiche.

Si testano i componenti a Mondsee…
…e si studiano nuove soluzioni.

Il sistema funziona meglio con alcuni tipi di scarpa?

Ottimo punto. L’idea da cui partiamo è che il tradizionale sistema con linguetta sia oggi datato, mentre una costruzione sock-fit o knitted combinata con overlap in materiali tecnici permetta al sistema BOA di lavorare al meglio. A parte questo, cerchiamo di lavorare con configurazioni diverse per il tipo di utilizzo: dal VK delle La Sportiva VK alle distanze corte come le Saucony Switchback fino a scarpe per terreni molto tecnici come le Adidas Agravic o per ultra come le NB Hierro. Ma quello che accomuna queste scarpe è questa concezione nuova a wraps e panels e l’utilizzo di rocchetti differenti a seconda dello scopo.

Quando sono stato da BOA, mi hai portato a fare qualche giro niente male… la zona del Mondsee è fantastica. Per chi passasse in zona: qual’è il terreno migliore per provare le scarpe BOA?

Abbiamo qualche giro notevole vicino agli uffici: lo Schafberg loop o la traversata del Drachenwald sono entrambi notevoli, c’è davvero di tutto, dalle creste tecniche a salite dure e bosco scorrevole. E’anche la zona di Mozart 100… felice di mostrarvi qualche sentiero se passate di qui.

Mondsee, dicevamo…

In questi mesi abbiamo messo alla prova BOA system su scarpe e tipologia di utilizzo varie. Sentiamo cosa dice lo staff DU.

ICEBUG New Run

Se in genere l’arrivo della primavera significa potersi allenare fino alle ultime luci del giorno con temperature miti, a quota 1750 vuol dire che si può iniziare a correre, ma sulla neve. Quest’anno la pista da fondo ha chiuso prima del previsto, diventando così un posto perfetto per iniziare gli allenamenti della stagione. Ma per correre sulla neve ci vuole la scarpa adatta. Ho provato le ICEBUG New Run, con chiusura in BOA Fit System, testandole per diversi mesi fino al completo scioglimento della neve. Le scarpe sono leggere e confortevoli, e i piedi anche dopo svariati chilometri nella neve bagnata primaverile restano asciutti, grazie alla membrana GORE-TEX di cui sono dotate. Non avevo mai provato la chiusura BOA in una scarpa da running, ma devo dire che ne sono rimasta decisamente entusiasta. In primo luogo trovo sia una modalità di chiusura agevole e veloce (le persone pigre come me apprezzano decisamente il poter infilare la scarpa e chiuderla in qualche secondo), e inoltre permette una regolazione precisa della scarpa sul piede. Durante la corsa la scarpa non si allenta nè si slaccia, permettendo così di dover pensare esclusivamente a fare fatica, senza doversi preoccupare di controllarsi mai i piedi. Sarei curiosa di provare questo sistema su altre scarpe da corsa. (Eva Toschi)

ADIDAS Terrex Agravic e Terrex Two

Sono due scarpe dal concetto molto differente: la Two ha volumi abbondanti ed intersuola ammortizzata, mentre la Agravic è tirata in tutto. Ma anche nella tomaia, e nel sistema di chiusura si nota la differenza. Io ho trovato comodissima la linguetta spessa della Two: non disturba la precisione del sistema BOA e da sollievo quando si tengono le scarpe per molte ore. Solitamente dopo cinque/dieci minuti quando la tensione del cavo si è uniformata do una regolata alla chiusura al volo alzando il piede senza neanche dovermi chinare e poi non la tocco più a meno di avere delle discese lunghe e tecniche dove mi piace sempre chiudere un po’di più per sentire la scarpa reattiva. Le Agravic invece sono molto più immediate e reattive ed anche il modo con cui lavora il sistema BOA è diverso. Gli spazi sono compatti e grazie all’overlap di TPU è facile trovare subito il punto giusto di compressione e tenerlo per tutta l’uscita. Nonostante questa sicurezza data dalla chiusura stabile, il piede rimane molto libero. Anche nei lunghi, con fango e polvere, il sistema ha sempre funzionato alla perfezione. Poi diciamocelo anche l’occhio vuole la sua parte, quando sono “chic e clean” le scarpe col boa! (Maria Carla Ferrero)

LA SPORTIVA VK

Qui siamo in una scarpa estrema in tutto, nella leggerezza, nei volumi, nella calzata. Non mi sarei aspettata su una scarpa così morbida comodità e precisione, invece anche qui il sistema BOA funziona bene, con il cavetto morbido che non si sente quasi sul dorso del piede ma permette di avere la scarpa ben stabile addosso senza perderla sul posteriore. L’unico problema con questa fuoriserie sono io che non so render loro giustizia come meritano. (Maria Carla Ferrero)

Riuscirà BOA Fit System ad affermarsi nel mondo trail? Se anche un tradizionalista come me ne è rimasto colpito, segno che dietro alla tecnologia c’è qualcosa di funzionale. Sicuramente lo sviluppo di scarpe “dedicate” permetterà di sfruttare ancora meglio le caratteristiche del sistema: la palla passa quindi ai disegnatori…

Fell running: gambe, testa e cuore.

Testo e foto di Elena Adorni

Capitolo 2

Il fell running non è una disciplina per deboli di spirito. Orientamento a parte, non sono richieste particolari capacità tecniche. Come dicono alcuni esperti del settore, servono solo gambe, testa e cuore. Io aggiungerei anche un grande amore per le pozzanghere e per il fango che ti si incrosta alle gambe per giorni. E anche per la salita, soprattutto sotto la pioggia e la grandine. L’assenza di un vero e proprio sentiero marcato, insieme ad un terreno roccioso unico al mondo, fanno sì che chi corra debba fare affidamento solo sulle proprie abilità e resistenze in autonomia, ancora di più rispetto ad una classica corsa su trail o strada. Una gara di fell può diventare un’avventura in montagna degna di essere chiamata tale.

Non ho una grandissima esperienza personale in fatto di gare. La mia prima (ed ultima) gara di fell running è stata appena più lunga di 15 miglia sulle colline fuori Manchester, nel cuore della campagna inglese. Il percorso partiva da un paesino in salita di nome Heptonstall. Mi avevano detto che a dare inizio alla gara con un colpo di pistola sarebbe stato il prete del paese. Una mezza maratona in mezzo a fiumi, sassi e pecore sarebbe stata rigenerante. Avevo delle scarpe da trail, non sarebbe servito molto altro. L’iscrizione alla gara era di 10£ ed essendo stanca di correre sul cemento tutti i giorni, volevo andare a vedere più da vicino che cosa fosse, questo fell running.
Sono partita con la mia amica Hannah, e siamo arrivate a registrarci alla partenza totalmente impreparate. Sapevamo che dovevamo portare uno zainetto con bussola, un paio di vestiti asciutti di emergenza e i guanti. In fila per prendere il numero, gli organizzatori ci hanno sgridate per non aver stampato la mappa del percorso a casa ed essendosi insospettiti, ci hanno chiesto se avessimo navigation skills (capacità di orientarsi solo con bussola e mappa). Assolutamente si, abbiamo detto. Hannah ha rinunciato a metà gara perché si è persa, mentre io in qualche modo sono arrivata fino alla fine, sempre seguendo gruppetti di persone, senza avere idea di dove sarei andata senza di loro. A fine gara sono entrata nella chiesa dove distribuivano la zuppa, e appena ho varcato la soglia tutti si sono girati verso di me. Mi sono guardata le gambe, che erano completamente insanguinate dal ginocchio in giù. Cadendo sul terreno roccioso in discesa mentre andavo abbastanza veloce, mi ero fatta due tagli piuttosto profondi su entrambe le ginocchia, ma ero così fuori di testa per la fatica e per la gioia di aver scoperto quel mondo, che non mi ero accorta del dolore, o del sangue, mi ero semplicemente rialzata e avevo proseguito senza manco guardarmi le gambe.
Dopo quella gara ho deciso che avrei corso su strada il meno possibile. Correre sul piano senza l’imprevedibilità degli elementi era diventato estremamente noioso. Il destino vuole che mi avessero offerto un lavoro a tempo indeterminato in campagna. Così ho iniziato ad allenarmi nei paesaggio nebbiosi e rocciosi delle colline inglesi e non mi sono più guardata indietro. Non ho mai sentito un grande senso di appartenenza a quei luoghi, non è mai scattata in testa quella cosa che ti fa dire: ah, correrei su queste piccole montagne per tutta la vita. Non ero nel mio elemento. Che ne sapevo allora. Erano i posti più selvaggi in cui fossi stata.

Ma che cos’è precisamente il fell running e cosa distingue la disciplina inglese dal classico trail? Inizierei con una breve premessa. L’Inghilterra è divisa storicamente e culturalmente tra Nord e Sud. Il Sud dell’isola (da Nottingham in giù) ha un accento molto più ‘neutrale’, le persone sono generalmente più ricche e il paesaggio è prevalentemente piatto. Il Nord, avvicinandosi alla Scozia, è più montagnoso, l’accento è quasi incomprensibile se non l’hai sentito prima, e c’è molto slang linguistico formatosi storicamente con la classe operaia. ‘Fell’, nello slang del Nord, significa collina.


Lo sport nasce come una prova di forza tra pastori durante le fiere agricole intorno alla fine dell’800 nel Lake District, una regione del Nord Est oggi Parco Nazionale. Eseguendo anche gare di lotta e altre prove fisiche strettamente riservate agli uomini, mentre le donne guardavano con gli ombrellini, i pastori sceglievano una collina su cui gareggiare in salita. Chi arrivava primo si guadagnava la fama locale e il prestigio di essere l’uomo più forte del villaggio. Le donne hanno iniziato a gareggiare per la prima volta nel 1979, nove anni dopo l’istituzione ufficiale dello sport attraverso la Fell Runners Association. Oggi il numero di donne che partecipano allo sport aumenta ogni anno e sta superando quello degli uomini.

Ciò che distingue la disciplina anglosassone dal classico trail running è la mancanza di un vero e proprio sentiero, con varie eccezioni. Le gare sono divise in categorie di distanza ed elevazione, ma tutte richiedono una minima abilità di orientamento e l’obbligo di portare con sé mappa, bussola, vestiti di ricambio e cibo. Ai tempi in cui vivevo oltremanica, i miei amici arrampicatori che si credevano molto cool con le loro corde e ferri, avevano sempre qualcosa da dire quando preparavo il mio piccolo zaino da 10lt per andare ad allenarmi fuori. Lo chiamavano ‘lo zainetto della nonna’, granny’s bag, perché effettivamente c’era dentro quello che ti porteresti dietro per una scampagnata della domenica. Quando più in là ho iniziato anch’io a fare arrampicata e scialpinismo e sono diventata cool, mi è mancata (ed è mancata molto anche al mio portafogli) moltissimo la leggerezza minimalista di muoversi in montagna con attrezzatura minima. Lo zainetto della nonna, comunque, ti può salvare la vita se preparato bene. Anche nei rari casi in cui i percorsi sono tracciati, il maltempo imprevedibile può causare scarsa visibilità e situazioni di pericolo. Mi è successo in allenamento di uscire di casa con il sole e di ritrovarmi in cima ad una collina in una tempesta di neve, incapace di proseguire e rischiando seriamente l’ipotermia. Paradossalmente credo di essere stata più a rischio durante alcuni allenamenti lunghi in solitaria nei fells inglesi piuttosto che a fare scialpinismo in British Columbia a -25. Se fossi stata da sola me la sarei vista brutta, la poca visibilità e in questo caso la neve possono causare un rallentamento del ritmo facendo diminuire drasticamente la temperatura corporea. Da quel giorno ho deciso di iscrivermi ad un corso di orientamento, che a mio parere andrebbe fatto a prescindere. Se ti piace la montagna e ci vai spesso, anche solo su sentieri, dovresti sapere che la natura è imprevedibile e avere nozioni di orientamento e primo soccorso non solo può farti sentire più sicuro e ‘empowered’ (parola che non ha traduzione italiana), ma può anche aiutare gli altri che sono con con te e salvare delle vite a persone che non conosci.

L’altra caratteristica del fell running, è che è rimasto uno sport totalmente fuori dai circuiti della corsa ‘commerciale’ e questo lo rende unico. Nonostante ci sia un’associazione nazionale e nonostante siano passati più di cent’anni dalla sua nascita, le gare sono rimaste accessibili a tutti e sono tutt’ora organizzate dalle comunità rurali. Nonostante questo, al traguardo non manca mai un esercito di volontari che ti riempie di cibo fatto in casa, zuppa e pane e dolci. In Inghilterra si corre molto spesso su proprietà dei contadini, che è aperta al pubblico e si può attraversare legalmente rispettando un codice etico e pratico. I campi sono delimitati dalle tradizionali ‘fences’ (recinti) fatti di sassi, che sono segnati sulle mappe e molto spesso possono servirti come punto di riferimento quando non hai idea di dove sei finito. Azzardo a dire che dovrebbe essere così ovunque, che una gara dovrebbe promuovere il territorio e chi lo abita nel quotidiano, che siano umani o animali. Mi viene in mente il mio Appennino Tosco-Emiliano, semi disabitato e con sentieri meravigliosi dalle montagne fino al mare. Se fosse l’Inghilterra ed ogni paesino sfigato organizzasse tre eventi l’anno, si potrebbe gareggiare ogni fine settimana, e magari chi viene da fuori potrebbe fermarsi a comprare cibo prodotto in modo sostenibile da riportare in città aiutando l’economia locale, l’agricoltura rigenerativa e il proprio corpo.

Se vivessi ancora in Europa, in cima alla mia bucket list ci sarebbe sicuramente il Bob Graham Round. 66 miglia (circa 106km) e 27000 ft di dislivello toccando 42 ‘vette’ nel Lake District da compiere in un minimo di 24 ore con un testimone per ogni vetta raggiunta. C’è questo video molto bello di Salomon TV che vi fa entrare nell’atmosfera e riassume in modo efficace lo spirito della disciplina.

Anche se non è una gara vera e propria ma piuttosto un loop più simile ad un fkt, credo che per storia e tradizione sia un circuito che incorpora l’essenza di quello che il fell running è, e anche quello che non è. Il record di un singolo giro è per ora di Kilian (12h 52m), ma il record di ‘round’ doppio è della mia preferita, Nicky Spinks, che ha completato il giro doppio in 45h30min. C’è un film che ne parla, ‘Run Forever’, prodotto da Innov-8. Sarà perché forse alla sua età mi immagino un po’ come lei, sarà che anche se ha sponsor la corsa rimane il suo hobby e il resto del tempo lo dedica alla fattoria, sarà che è un mostro nell’orientamento e sorride sempre (anche quando prova a finire la Barkley marathon, fallendo), sarà che ha iniziato a correre forte dopo essere sopravvissuta ad un tumore al seno, ma Nicky Spinks è davvero diventata una leggenda femminile dello sport anglosassone.

 

Insomma, oltre il canale della Manica succedono un sacco di cose interessanti. L’ostacolo più grande sarà capire l’accento, ma gli inglesi del Nord sono così gentili ed amichevoli, che vi daranno sicuramente una mano.

Road to…the unknown

Parte prima

L’idea sarebbe stata quella di raccontare la strada verso la mia prima 100 miglia, ma ora come ora credo non ci sia nemmeno una persona che abbia la certezza di poter correre la gara (o le gare) che aveva programmato. Mai come adesso prendiamo un giorno alla volta, un’uscita (quando possibile) alla volta e procediamo brancolanti nel buio verso una destinazione sconosciuta.
Mai come adesso conta la strada, più che l’arrivo.

Proprio oggi quando sono tornata a casa dopo un’uscita di un’ora in cui ho fatto ripetute avanti e indietro sulla strada di casa, ho visto quel pallino rosso sul francobollo dell’applicazione Mail e, pensando che fosse la solita scocciatura di lavoro , – o peggio, una pubblicità – l’ho aperta senza troppa attenzione. La mail era in tedesco e mi è bastato il titolo per capire il contenuto del messaggio: GGUT 2020 canceled.
Non c’è stato bisogno nemmeno di trovare il modo di tradurre il testo, il senso era facile da intuire: non si corre.
Avevo scelto di correre a fine luglio il Gross Glockner Ultra Trail come gara di preparazione alla gara A e perché era una delle poche che potessi fare che fosse qualificante per la Western States.
Per adesso la gara A, la 100 miglia, non è ancora stata cancellata, ma vista la situazione non posso sperarci troppo. Si, la gara è in autunno, ma dall’altra parte dell’oceano la stanno gestendo proprio male e devo impormi di non sperarci troppo.

A settembre dell’anno scorso ero tappata in furgone insieme a Alessandro, Edoardo e Ombra, mentre fuori pioveva talmente forte che avevamo difficoltà a sentire la voce l’uno dell’altro, e chiacchierando di fronte al microfono di Buckled, Alessandro mi ha chiesto se avessi intenzione di correre nella prossima stagione la mia prima 100 miglia. Era una domanda legittima: in un paio d’estati sono passata da 0 chilometri a 50, poi a 100. Il prossimo passo doveva essere una 100 miglia. Non faceva una piega come ragionamento. Ho fatto fatica a credere alla mia stessa voce quando ho risposto di no, che l’anno a venire sarebbe stato un anno per tornare sui miei passi e cercare di migliorare sulle distanze che conoscevo invece di dare da mangiare al mio desiderio di andare sempre un po’ più avanti, di andare sempre verso l’ignoto. L’ho detto ad alta voce, davanti a un microfono, quasi per obbligarmi, per cercare di essere coerente. Nei confronti degli altri e di me stessa.
Non che non avessi voglia di correre una 100 miglia. Anzi. Ma ho pensato che essere paziente sarebbe stata non solo una forma di rispetto verso il mio corpo, ma anche di rispetto della distanza. Non mi andava di avere un atteggiamento spocchioso e arrogante; non nei confronti della Distanza.

Poi però – e c’è un però altrimenti non sarei qui in questo momento – è successo qualcosa che non avevo previsto. Non sono sicura si trattasse proprio di fortuna; forse tutto il contrario.
Il 7 dicembre alla lottery che si svolgeva al Tempio, dopo aver già vinto una quantità vergognosa di premi, il mio ultimo numero è stato estratto con il Grande Premio: il pettorale per UTLT. 100 miglia, in California. Nel camminare verso Davide che mi allungava il foglio di carta con stampato il logo della gara e una sua foto in cui la correva, ho sentito salire un imbarazzante calore per tutto il mio corpo fino a farmi arrossire prima, a ridere dal nervosismo poi. Dopo qualche minuto ho preso Davide da parte e gli ho detto “che faccio? vado?” Lui ha sorriso, assentendo. “Mi stai mandando al macello vero?” “Si, ma ti ci faccio arrivare preparata, al macello.”
Chi sono io per non assecondare le leggi beffarde del destino? Chi sono io per non dare retta al Coach? Tanto con la scusa che ho vinto il pettorale non si offende nessuno se mi rimangio quello che ho detto. E la distanza la rispetto correndola.

La gara è a fine settembre, avrei tutto il tempo di prepararla anche se mi cominciassi ad allenare solo in primavera. D’inverno si scia: non c’è 100 miglia che tenga il confronto con il desiderio di passare sei mesi a tracciare curve nella neve profonda. L’anno scorso ho iniziato a correre a maggio; la mattina facevo una gita di sci-alpinismo e il pomeriggio una corsetta leggera tra fango e neve marcia.

Quest’anno i primi di marzo hanno aperto la strada dei Forni ed abbiamo inaugurato la stagione di sci-alpinsimo, pensando di poter sciare fino quasi a giugno, come l’anno scorso. La domenica della nostra prima vetta su ghiacciaio è iniziato lo stato d’emergenza e ci hanno poi vietato – tra le tante cose – di andare sulle montagne. Per qualche giorno abbiamo lasciato gli sci a portata di mano, speranzosi. Dopo una settimana li abbiamo portati da basso, e abbiamo tirato fuori dalle scatole le scarpe da corsa.

Mi piace correre, ma come tutte le cose che amo ho un atteggiamento bulimico verso di esse e quando inizio ci immergo dentro fino ad affogare. Dopo qualche mese, per respirare, devo tirare fuori la testa dall’acqua. Questo è il motivo per cui scio sei mesi e ne corro altrettanti sei. É più sano per me. Quando arrampicavo ci stavo troppo tempo con la testa sott’acqua.

Ho iniziato a correre a marzo non per voglia, ma per necessità. Perché non potevo fare altro. Ho tirato fuori dalla scatola le scarpe di Icebug – pensate proprio per la corsa su neve – che ero curiosa di provare ed ho iniziato a correre davanti casa. Un po’ su asfalto, un po’ sulla pista da sci di fondo ormai deserta per correre sul morbido e provare le scarpe.
Le prime due settimane ho corso tre volte a settimana, 5 chilometri a uscita. Tornavo a casa stufa, che non ne potevo già più di fare avanti e indietro a pochi metri di casa.

Sapevo che se avessi continuato a correre così, per scazzo, mi sarei arresa dopo poco. Così ho cercato di immaginare ‘the big picture’ ed ho cominciato, insieme a Davide, a dare un senso alle mie uscite.
La primavera è strana qui in quota: un giorno nevica e fa un freddo cane, quello dopo corri in pantaloncini corti con l’aria così secca che ti brucia i peli dentro le narici. Forse è anche grazie a quest’imprevedibilità che non mi sono ancora stufata.

La strada davanti casa è in falso piano, così quando corro da un lato sento il vento in faccia e corro più forte; quando giro di colpo su me stessa l’aria si ferma e il passo si accorcia. La prima volta che mi sono accorta della differenza di un verso rispetto l’altro ho iniziato a correre gli intervalli girandomi di corsa sul posto per poterli correre in discesa e recuperare in salita. Davide se ne deve essere accorto e per le prossime settimane mi ha inserito un allenamento in cui devo fare gli intervalli obbligatoriamente in salita e recuperare in discesa. Si chiama Buckled, l’allenamento. Di buon auspicio? Oggi quando sono rientrata dell’allenamento ho trovato la mail di annullamento della 100 k che avevo in programma.

Prendo una giornata dopo l’altra, con la mente rivolta al futuro ma verso un obiettivo che si muove e muta, che come provi ad agguantare ti sfugge dal pugno stretto e ti lascia la mano rossa e vuota.
Non mi dispero se verrà annullata all’ultimo la 100 miglia. É arrivata senza che la chiedessi e può andarsene senza che la trattenga. Continuerò ad uscire fuori fino a quando non potrò allontanarmi da casa e correre sui sentieri dove si sarà sciolta la neve più ostinata. Non mi importa se non conosco la destinazione. Intanto, mi godo la strada, con la speranza che domani potrò cambiare il nome di questi racconti.