BOA Fit System: una nuova prospettiva per le scarpe da trail.

Se correte da qualche anno, non potete fare a meno di accorgervi che il mondo della scarpa tecnica ha conosciuto diverse fasi, periodi, novità, e che fondamentalmente una scarpa di oggi è radicalmente diversa da una di quindici anni fa.

Le prime scarpe da trail, diciamocelo, erano una sorta di scarponcino da montagna alleggerito. La riscoperta minimalista ha contribuito sicuramente ad alleggerire le scarpe, a far perdere un po’di quella rigidità torsionale che rendeva alcune scarpe dei ferri da stiro, ha ridotto sensibilmente i drop delle scarpe e dato una nuova prospettiva. Le suole stesse sono cambiate grazie alla ricerca delle aziende e soprattutto di fornitori come Vibram: ora altri marchi legati alla gomma come Michelin o Continental si cimentano nel settore. Le cosiddette massimaliste hanno portato EVA in quantità copiosa senza sacrificare la leggerezza e l’ultima frontiera sembra sia quella delle intersuole in PEBAX o carbonio. Una sola cosa è cambiata poco o niente: il sistema con cui allacciamo le nostre scarpe. Ed è qui che cerca di inserirsi BOA, portando innovazione in uno spazio forse poco considerato, ma essenziale.

Il fondatore di BOA Fit System Gary Hammerslag

BOA nasce dallo snowboard, perché il fondatore Gary Hammerslag era stufo di dover sempre allacciare e slacciare gli scarponi con le mani gelate e soprattutto senza poter modulare in maniera corretta la pressione sul piede. Gary veniva già dal mondo dell’engineering, aveva appena venduto la sua azienda in campo medicale e contava solo di godersi per un po’la vita facendo snowboard sulle Rockies. Invece si è ritrovato a far partire un’azienda che oggi opera in tutto il mondo con uffici in USA, Giappone, Hong Kong, Cina, Corea ed Europa. Come mi hanno spiegato Lisa Bleierer, marketing coordinator, e Michael Kabicher, account manager (e trailer di altissima qualità visto che è stato anche campione austriaco), l’azienda vuole essere vicina ai mercati dove opera, per creare la migliore partnership possibile con le aziende che danno loro fiducia, e soprattutto interpretare al meglio le necessità dell’utente finale.

Dopo avermi portato in giro per i sentieri del Mondsee, dopo essersi fatto trovare sulla cima Coppi della Mozart 100 munito di campanaccio, e dopo innumerevoli caffè ad ISPO, ho deciso di interrogare un po’ Michi sulle particolarità di BOA e come funziona nello specifico delle scarpe da trail.

Dammi tre ragioni per scegliere BOA sulle nostre prossime scarpe.

Velocità, semplicità, precisione, se vogliamo riassumere in una frase. Perché puoi sempre avere il fit più preciso possibile quando sei sulla starting line ed aggiustarlo in un secondo prima di una lunga discesa. E non doversi mai preoccupare di avere le scarpe slacciate.

BOA Performance Fit Lab

Avete trovato resistenza nel mercato del trail? A volte sembra che sia molto tradizionalista e non così aperto come altri come il triathlon.

Si, a volte dobbiamo superare una certa resistenza e far mettere le scarpe ed il sistema nei piedi del consumatore per fargli capire i pregi. Ma quando lo provano, la risposta è immediata. Nei nostri settori classici come snowboard (in cui operiamo da quasi vent’anni), ciclismo o workwear, dove anche il fattore sicurezza è essenziale, la nostra presenza è un dato di fatto. Nel trail running siamo in crescita.

Quali sono stati gli sviluppi più importanti del BOA Fit System negli ultimi anni?

Negli anni ci siamo evoluti da un sistema di chiusura, in un sistema di performance fit, ed oggi possiamo connetter il piede alla scarpa in maniera molto più funzionale ed efficiente di qualsiasi laccio o altro sistema. Per quanto riguarda l’hardware (cavi, guide e rocchetto) siamo alla sesta edizione della piattaforma L, quella dedicata alle scarpe da corsa, il focus si sposta più su come possiamo connetterci in maniera ancora più funzionale con la tomaia. Nella base del Colorado abbiamo istituito un vero e proprio Performance Fit Lab dove queste configurazioni vengono testate e valutate dal punto di vista biomeccanico, tanto che i primi risultati sono in revisione ed in attesa di essere pubblicati su alcune riviste scientifiche.

Si testano i componenti a Mondsee…
…e si studiano nuove soluzioni.

Il sistema funziona meglio con alcuni tipi di scarpa?

Ottimo punto. L’idea da cui partiamo è che il tradizionale sistema con linguetta sia oggi datato, mentre una costruzione sock-fit o knitted combinata con overlap in materiali tecnici permetta al sistema BOA di lavorare al meglio. A parte questo, cerchiamo di lavorare con configurazioni diverse per il tipo di utilizzo: dal VK delle La Sportiva VK alle distanze corte come le Saucony Switchback fino a scarpe per terreni molto tecnici come le Adidas Agravic o per ultra come le NB Hierro. Ma quello che accomuna queste scarpe è questa concezione nuova a wraps e panels e l’utilizzo di rocchetti differenti a seconda dello scopo.

Quando sono stato da BOA, mi hai portato a fare qualche giro niente male… la zona del Mondsee è fantastica. Per chi passasse in zona: qual’è il terreno migliore per provare le scarpe BOA?

Abbiamo qualche giro notevole vicino agli uffici: lo Schafberg loop o la traversata del Drachenwald sono entrambi notevoli, c’è davvero di tutto, dalle creste tecniche a salite dure e bosco scorrevole. E’anche la zona di Mozart 100… felice di mostrarvi qualche sentiero se passate di qui.

Mondsee, dicevamo…

In questi mesi abbiamo messo alla prova BOA system su scarpe e tipologia di utilizzo varie. Sentiamo cosa dice lo staff DU.

ICEBUG New Run

Se in genere l’arrivo della primavera significa potersi allenare fino alle ultime luci del giorno con temperature miti, a quota 1750 vuol dire che si può iniziare a correre, ma sulla neve.Quest’anno la pista da fondo ha chiuso prima del previsto, diventando così un posto perfetto per iniziare gli allenamenti della stagione. Ma per correre sulla neve ci vuole la scarpa adatta.Ho provato le ICEBUG New Run, con chiusura in BOA Fit System, testandole per diversi mesi fino al completo scioglimento della neve.Le scarpe sono leggere e confortevoli, e il piede anche dopo svariati chilometri nella neve bagnata primaverile restano asciutti, grazie alla membrana GORE-TEX di cui sono dotate. Non avevo mai provato la chiusura BOA in una scarpa da running, ma devo dire che ne sono rimasta decisamente entusiasta. In primo luogo trovo sia una modalità di chiusura agevole e veloce (le persone pigre come me apprezzano decisamente il poter infilare la scarpa e chiuderla in qualche secondo), e inoltre permette una regolazione precisa della scarpa sul piede. Durante la corsa la scarpa non si allenta ne si slaccia, permettendo così di dover pensare esclusivamente a fare fatica, senza doversi preoccupare di controllarsi mai i piedi. Sarei curiosa di provare questo sistema su altre scarpe da corsa. (Eva Toschi)

ADIDAS Terrex Agravic e Terrex Two

Sono due scarpe dal concetto molto differente: la Two ha volumi abbondanti ed intersuola ammortizzata, mentre la Agravic è tirata in tutto. Ma anche nella tomaia, e nel sistema di chiusura si nota la differenza. Io ho trovato comodissima la linguetta spessa della Two: non disturba la precisione del sistema BOA e da sollievo quando si tengono le scarpe per molte ore. Solitamente dopo cinque/dieci minuti quando la tensione del cavo si è uniformata do una regolata alla chiusura al volo alzando il piede senza neanche dovermi chinare e poi non la tocco più a meno di avere delle discese lunghe e tecniche dove mi piace sempre chiudere un po’di più per sentire la scarpa reattiva. Le Agravic invece sono molto più immediate e reattive ed anche il modo con cui lavora il sistema BOA è diverso. Gli spazi sono compatti e grazie all’overlap di TPU è facile trovare subito il punto giusto di compressione e tenerlo per tutta l’uscita. Nonostante questa sicurezza data dalla chiusura stabile, il piede rimane molto libero. Anche nei lunghi, con fango e polvere, il sistema ha sempre funzionato alla perfezione. Poi diciamocelo anche l’occhio vuole la sua parte, quando sono “chic e clean” le scarpe col boa! (Maria Carla Ferrero)

LA SPORTIVA VK

Qui siamo in una scarpa estrema in tutto, nella leggerezza, nei volumi, nella calzata. Non mi sarei aspettata su una scarpa così morbida comodità e precisione, invece anche qui il sistema BOA funziona bene, con il cavetto morbido che non si sente quasi sul dorso del piede ma permette di avere la scarpa ben stabile addosso senza perderla sul posteriore. L’unico problema con questa fuoriserie sono io che non so render loro giustizia come meritano. (Maria Carla Ferrero)

Riuscirà BOA Fit System ad affermarsi nel mondo trail? Se anche un tradizionalista come me ne è rimasto colpito, segno che dietro alla tecnologia c’è qualcosa di funzionale. Sicuramente lo sviluppo di scarpe “dedicate” permetterà di sfruttare ancora meglio le caratteristiche del sistema: la palla passa quindi ai disegnatori…

Fell running: gambe, testa e cuore.

Testo e foto di Elena Adorni

Capitolo 2

Il fell running non è una disciplina per deboli di spirito. Orientamento a parte, non sono richieste particolari capacità tecniche. Come dicono alcuni esperti del settore, servono solo gambe, testa e cuore. Io aggiungerei anche un grande amore per le pozzanghere e per il fango che ti si incrosta alle gambe per giorni. E anche per la salita, soprattutto sotto la pioggia e la grandine. L’assenza di un vero e proprio sentiero marcato, insieme ad un terreno roccioso unico al mondo, fanno sì che chi corra debba fare affidamento solo sulle proprie abilità e resistenze in autonomia, ancora di più rispetto ad una classica corsa su trail o strada. Una gara di fell può diventare un’avventura in montagna degna di essere chiamata tale.

Non ho una grandissima esperienza personale in fatto di gare. La mia prima (ed ultima) gara di fell running è stata appena più lunga di 15 miglia sulle colline fuori Manchester, nel cuore della campagna inglese. Il percorso partiva da un paesino in salita di nome Heptonstall. Mi avevano detto che a dare inizio alla gara con un colpo di pistola sarebbe stato il prete del paese. Una mezza maratona in mezzo a fiumi, sassi e pecore sarebbe stata rigenerante. Avevo delle scarpe da trail, non sarebbe servito molto altro. L’iscrizione alla gara era di 10£ ed essendo stanca di correre sul cemento tutti i giorni, volevo andare a vedere più da vicino che cosa fosse, questo fell running.
Sono partita con la mia amica Hannah, e siamo arrivate a registrarci alla partenza totalmente impreparate. Sapevamo che dovevamo portare uno zainetto con bussola, un paio di vestiti asciutti di emergenza e i guanti. In fila per prendere il numero, gli organizzatori ci hanno sgridate per non aver stampato la mappa del percorso a casa ed essendosi insospettiti, ci hanno chiesto se avessimo navigation skills (capacità di orientarsi solo con bussola e mappa). Assolutamente si, abbiamo detto. Hannah ha rinunciato a metà gara perché si è persa, mentre io in qualche modo sono arrivata fino alla fine, sempre seguendo gruppetti di persone, senza avere idea di dove sarei andata senza di loro. A fine gara sono entrata nella chiesa dove distribuivano la zuppa, e appena ho varcato la soglia tutti si sono girati verso di me. Mi sono guardata le gambe, che erano completamente insanguinate dal ginocchio in giù. Cadendo sul terreno roccioso in discesa mentre andavo abbastanza veloce, mi ero fatta due tagli piuttosto profondi su entrambe le ginocchia, ma ero così fuori di testa per la fatica e per la gioia di aver scoperto quel mondo, che non mi ero accorta del dolore, o del sangue, mi ero semplicemente rialzata e avevo proseguito senza manco guardarmi le gambe.
Dopo quella gara ho deciso che avrei corso su strada il meno possibile. Correre sul piano senza l’imprevedibilità degli elementi era diventato estremamente noioso. Il destino vuole che mi avessero offerto un lavoro a tempo indeterminato in campagna. Così ho iniziato ad allenarmi nei paesaggio nebbiosi e rocciosi delle colline inglesi e non mi sono più guardata indietro. Non ho mai sentito un grande senso di appartenenza a quei luoghi, non è mai scattata in testa quella cosa che ti fa dire: ah, correrei su queste piccole montagne per tutta la vita. Non ero nel mio elemento. Che ne sapevo allora. Erano i posti più selvaggi in cui fossi stata.

Ma che cos’è precisamente il fell running e cosa distingue la disciplina inglese dal classico trail? Inizierei con una breve premessa. L’Inghilterra è divisa storicamente e culturalmente tra Nord e Sud. Il Sud dell’isola (da Nottingham in giù) ha un accento molto più ‘neutrale’, le persone sono generalmente più ricche e il paesaggio è prevalentemente piatto. Il Nord, avvicinandosi alla Scozia, è più montagnoso, l’accento è quasi incomprensibile se non l’hai sentito prima, e c’è molto slang linguistico formatosi storicamente con la classe operaia. ‘Fell’, nello slang del Nord, significa collina.


Lo sport nasce come una prova di forza tra pastori durante le fiere agricole intorno alla fine dell’800 nel Lake District, una regione del Nord Est oggi Parco Nazionale. Eseguendo anche gare di lotta e altre prove fisiche strettamente riservate agli uomini, mentre le donne guardavano con gli ombrellini, i pastori sceglievano una collina su cui gareggiare in salita. Chi arrivava primo si guadagnava la fama locale e il prestigio di essere l’uomo più forte del villaggio. Le donne hanno iniziato a gareggiare per la prima volta nel 1979, nove anni dopo l’istituzione ufficiale dello sport attraverso la Fell Runners Association. Oggi il numero di donne che partecipano allo sport aumenta ogni anno e sta superando quello degli uomini.

Ciò che distingue la disciplina anglosassone dal classico trail running è la mancanza di un vero e proprio sentiero, con varie eccezioni. Le gare sono divise in categorie di distanza ed elevazione, ma tutte richiedono una minima abilità di orientamento e l’obbligo di portare con sé mappa, bussola, vestiti di ricambio e cibo. Ai tempi in cui vivevo oltremanica, i miei amici arrampicatori che si credevano molto cool con le loro corde e ferri, avevano sempre qualcosa da dire quando preparavo il mio piccolo zaino da 10lt per andare ad allenarmi fuori. Lo chiamavano ‘lo zainetto della nonna’, granny’s bag, perché effettivamente c’era dentro quello che ti porteresti dietro per una scampagnata della domenica. Quando più in là ho iniziato anch’io a fare arrampicata e scialpinismo e sono diventata cool, mi è mancata (ed è mancata molto anche al mio portafogli) moltissimo la leggerezza minimalista di muoversi in montagna con attrezzatura minima. Lo zainetto della nonna, comunque, ti può salvare la vita se preparato bene. Anche nei rari casi in cui i percorsi sono tracciati, il maltempo imprevedibile può causare scarsa visibilità e situazioni di pericolo. Mi è successo in allenamento di uscire di casa con il sole e di ritrovarmi in cima ad una collina in una tempesta di neve, incapace di proseguire e rischiando seriamente l’ipotermia. Paradossalmente credo di essere stata più a rischio durante alcuni allenamenti lunghi in solitaria nei fells inglesi piuttosto che a fare scialpinismo in British Columbia a -25. Se fossi stata da sola me la sarei vista brutta, la poca visibilità e in questo caso la neve possono causare un rallentamento del ritmo facendo diminuire drasticamente la temperatura corporea. Da quel giorno ho deciso di iscrivermi ad un corso di orientamento, che a mio parere andrebbe fatto a prescindere. Se ti piace la montagna e ci vai spesso, anche solo su sentieri, dovresti sapere che la natura è imprevedibile e avere nozioni di orientamento e primo soccorso non solo può farti sentire più sicuro e ‘empowered’ (parola che non ha traduzione italiana), ma può anche aiutare gli altri che sono con con te e salvare delle vite a persone che non conosci.

L’altra caratteristica del fell running, è che è rimasto uno sport totalmente fuori dai circuiti della corsa ‘commerciale’ e questo lo rende unico. Nonostante ci sia un’associazione nazionale e nonostante siano passati più di cent’anni dalla sua nascita, le gare sono rimaste accessibili a tutti e sono tutt’ora organizzate dalle comunità rurali. Nonostante questo, al traguardo non manca mai un esercito di volontari che ti riempie di cibo fatto in casa, zuppa e pane e dolci. In Inghilterra si corre molto spesso su proprietà dei contadini, che è aperta al pubblico e si può attraversare legalmente rispettando un codice etico e pratico. I campi sono delimitati dalle tradizionali ‘fences’ (recinti) fatti di sassi, che sono segnati sulle mappe e molto spesso possono servirti come punto di riferimento quando non hai idea di dove sei finito. Azzardo a dire che dovrebbe essere così ovunque, che una gara dovrebbe promuovere il territorio e chi lo abita nel quotidiano, che siano umani o animali. Mi viene in mente il mio Appennino Tosco-Emiliano, semi disabitato e con sentieri meravigliosi dalle montagne fino al mare. Se fosse l’Inghilterra ed ogni paesino sfigato organizzasse tre eventi l’anno, si potrebbe gareggiare ogni fine settimana, e magari chi viene da fuori potrebbe fermarsi a comprare cibo prodotto in modo sostenibile da riportare in città aiutando l’economia locale, l’agricoltura rigenerativa e il proprio corpo.

Se vivessi ancora in Europa, in cima alla mia bucket list ci sarebbe sicuramente il Bob Graham Round. 66 miglia (circa 106km) e 27000 ft di dislivello toccando 42 ‘vette’ nel Lake District da compiere in un minimo di 24 ore con un testimone per ogni vetta raggiunta. C’è questo video molto bello di Salomon TV che vi fa entrare nell’atmosfera e riassume in modo efficace lo spirito della disciplina.

Anche se non è una gara vera e propria ma piuttosto un loop più simile ad un fkt, credo che per storia e tradizione sia un circuito che incorpora l’essenza di quello che il fell running è, e anche quello che non è. Il record di un singolo giro è per ora di Kilian (12h 52m), ma il record di ‘round’ doppio è della mia preferita, Nicky Spinks, che ha completato il giro doppio in 45h30min. C’è un film che ne parla, ‘Run Forever’, prodotto da Innov-8. Sarà perché forse alla sua età mi immagino un po’ come lei, sarà che anche se ha sponsor la corsa rimane il suo hobby e il resto del tempo lo dedica alla fattoria, sarà che è un mostro nell’orientamento e sorride sempre (anche quando prova a finire la Barkley marathon, fallendo), sarà che ha iniziato a correre forte dopo essere sopravvissuta ad un tumore al seno, ma Nicky Spinks è davvero diventata una leggenda femminile dello sport anglosassone.

 

Insomma, oltre il canale della Manica succedono un sacco di cose interessanti. L’ostacolo più grande sarà capire l’accento, ma gli inglesi del Nord sono così gentili ed amichevoli, che vi daranno sicuramente una mano.

Road to…the unknown

Parte prima

L’idea sarebbe stata quella di raccontare la strada verso la mia prima 100 miglia, ma ora come ora credo non ci sia nemmeno una persona che abbia la certezza di poter correre la gara (o le gare) che aveva programmato. Mai come adesso prendiamo un giorno alla volta, un’uscita (quando possibile) alla volta e procediamo brancolanti nel buio verso una destinazione sconosciuta.
Mai come adesso conta la strada, più che l’arrivo.

Proprio oggi quando sono tornata a casa dopo un’uscita di un’ora in cui ho fatto ripetute avanti e indietro sulla strada di casa, ho visto quel pallino rosso sul francobollo dell’applicazione Mail e, pensando che fosse la solita scocciatura di lavoro , – o peggio, una pubblicità – l’ho aperta senza troppa attenzione. La mail era in tedesco e mi è bastato il titolo per capire il contenuto del messaggio: GGUT 2020 canceled.
Non c’è stato bisogno nemmeno di trovare il modo di tradurre il testo, il senso era facile da intuire: non si corre.
Avevo scelto di correre a fine luglio il Gross Glockner Ultra Trail come gara di preparazione alla gara A e perché era una delle poche che potessi fare che fosse qualificante per la Western States.
Per adesso la gara A, la 100 miglia, non è ancora stata cancellata, ma vista la situazione non posso sperarci troppo. Si, la gara è in autunno, ma dall’altra parte dell’oceano la stanno gestendo proprio male e devo impormi di non sperarci troppo.

A settembre dell’anno scorso ero tappata in furgone insieme a Alessandro, Edoardo e Ombra, mentre fuori pioveva talmente forte che avevamo difficoltà a sentire la voce l’uno dell’altro, e chiacchierando di fronte al microfono di Buckled, Alessandro mi ha chiesto se avessi intenzione di correre nella prossima stagione la mia prima 100 miglia. Era una domanda legittima: in un paio d’estati sono passata da 0 chilometri a 50, poi a 100. Il prossimo passo doveva essere una 100 miglia. Non faceva una piega come ragionamento. Ho fatto fatica a credere alla mia stessa voce quando ho risposto di no, che l’anno a venire sarebbe stato un anno per tornare sui miei passi e cercare di migliorare sulle distanze che conoscevo invece di dare da mangiare al mio desiderio di andare sempre un po’ più avanti, di andare sempre verso l’ignoto. L’ho detto ad alta voce, davanti a un microfono, quasi per obbligarmi, per cercare di essere coerente. Nei confronti degli altri e di me stessa.
Non che non avessi voglia di correre una 100 miglia. Anzi. Ma ho pensato che essere paziente sarebbe stata non solo una forma di rispetto verso il mio corpo, ma anche di rispetto della distanza. Non mi andava di avere un atteggiamento spocchioso e arrogante; non nei confronti della Distanza.

Poi però – e c’è un però altrimenti non sarei qui in questo momento – è successo qualcosa che non avevo previsto. Non sono sicura si trattasse proprio di fortuna; forse tutto il contrario.
Il 7 dicembre alla lottery che si svolgeva al Tempio, dopo aver già vinto una quantità vergognosa di premi, il mio ultimo numero è stato estratto con il Grande Premio: il pettorale per UTLT. 100 miglia, in California. Nel camminare verso Davide che mi allungava il foglio di carta con stampato il logo della gara e una sua foto in cui la correva, ho sentito salire un imbarazzante calore per tutto il mio corpo fino a farmi arrossire prima, a ridere dal nervosismo poi. Dopo qualche minuto ho preso Davide da parte e gli ho detto “che faccio? vado?” Lui ha sorriso, assentendo. “Mi stai mandando al macello vero?” “Si, ma ti ci faccio arrivare preparata, al macello.”
Chi sono io per non assecondare le leggi beffarde del destino? Chi sono io per non dare retta al Coach? Tanto con la scusa che ho vinto il pettorale non si offende nessuno se mi rimangio quello che ho detto. E la distanza la rispetto correndola.

La gara è a fine settembre, avrei tutto il tempo di prepararla anche se mi cominciassi ad allenare solo in primavera. D’inverno si scia: non c’è 100 miglia che tenga il confronto con il desiderio di passare sei mesi a tracciare curve nella neve profonda. L’anno scorso ho iniziato a correre a maggio; la mattina facevo una gita di sci-alpinismo e il pomeriggio una corsetta leggera tra fango e neve marcia.

Quest’anno i primi di marzo hanno aperto la strada dei Forni ed abbiamo inaugurato la stagione di sci-alpinsimo, pensando di poter sciare fino quasi a giugno, come l’anno scorso. La domenica della nostra prima vetta su ghiacciaio è iniziato lo stato d’emergenza e ci hanno poi vietato – tra le tante cose – di andare sulle montagne. Per qualche giorno abbiamo lasciato gli sci a portata di mano, speranzosi. Dopo una settimana li abbiamo portati da basso, e abbiamo tirato fuori dalle scatole le scarpe da corsa.

Mi piace correre, ma come tutte le cose che amo ho un atteggiamento bulimico verso di esse e quando inizio ci immergo dentro fino ad affogare. Dopo qualche mese, per respirare, devo tirare fuori la testa dall’acqua. Questo è il motivo per cui scio sei mesi e ne corro altrettanti sei. É più sano per me. Quando arrampicavo ci stavo troppo tempo con la testa sott’acqua.

Ho iniziato a correre a marzo non per voglia, ma per necessità. Perché non potevo fare altro. Ho tirato fuori dalla scatola le scarpe di Icebug – pensate proprio per la corsa su neve – che ero curiosa di provare ed ho iniziato a correre davanti casa. Un po’ su asfalto, un po’ sulla pista da sci di fondo ormai deserta per correre sul morbido e provare le scarpe.
Le prime due settimane ho corso tre volte a settimana, 5 chilometri a uscita. Tornavo a casa stufa, che non ne potevo già più di fare avanti e indietro a pochi metri di casa.

Sapevo che se avessi continuato a correre così, per scazzo, mi sarei arresa dopo poco. Così ho cercato di immaginare ‘the big picture’ ed ho cominciato, insieme a Davide, a dare un senso alle mie uscite.
La primavera è strana qui in quota: un giorno nevica e fa un freddo cane, quello dopo corri in pantaloncini corti con l’aria così secca che ti brucia i peli dentro le narici. Forse è anche grazie a quest’imprevedibilità che non mi sono ancora stufata.

La strada davanti casa è in falso piano, così quando corro da un lato sento il vento in faccia e corro più forte; quando giro di colpo su me stessa l’aria si ferma e il passo si accorcia. La prima volta che mi sono accorta della differenza di un verso rispetto l’altro ho iniziato a correre gli intervalli girandomi di corsa sul posto per poterli correre in discesa e recuperare in salita. Davide se ne deve essere accorto e per le prossime settimane mi ha inserito un allenamento in cui devo fare gli intervalli obbligatoriamente in salita e recuperare in discesa. Si chiama Buckled, l’allenamento. Di buon auspicio? Oggi quando sono rientrata dell’allenamento ho trovato la mail di annullamento della 100 k che avevo in programma.

Prendo una giornata dopo l’altra, con la mente rivolta al futuro ma verso un obiettivo che si muove e muta, che come provi ad agguantare ti sfugge dal pugno stretto e ti lascia la mano rossa e vuota.
Non mi dispero se verrà annullata all’ultimo la 100 miglia. É arrivata senza che la chiedessi e può andarsene senza che la trattenga. Continuerò ad uscire fuori fino a quando non potrò allontanarmi da casa e correre sui sentieri dove si sarà sciolta la neve più ostinata. Non mi importa se non conosco la destinazione. Intanto, mi godo la strada, con la speranza che domani potrò cambiare il nome di questi racconti.

Chorlton Runners: correre nel Nord dell’Inghilterra

Il blog di DU si arricchisce con una nuova penna femminile, e quando avrete finito di leggere questo racconto ne capirete il motivo. Difficile scrivere una presentazione di Elena senza riempire 4 pagine, ma proverò ad essere breve. Elena è una giovane donna dell’appennino parmense, che dopo aver finito di studiare e aver lavorato in Inghilterra come antropologa visiva decide di  partire per un viaggio in solitaria di nove mesi in Patagonia per dare una svolta radicale alla sua vita lavorativa e personale. Elena vuole vivere a contatto con la natura e vuole dedicare la sua vita alla fotografia documentaria. Da quel momento è successo di tutto: ha iniziato ad arrampicare, si è innamorata, ha vissuto due lunghi inverni in camper in British Columbia, ha sciato le più belle pareti dell’Alaska, ha lavorato in una fattoria, e un giorno, con un saccone da 70litri, ha bussato alla porta de Labbaita ed è entrata inevitabilmente nella mia vita. Una sera mentre spalmavamo l’hummus sul pane dopo una sciata, Elena mi ha confessato di voler correre la sua prima ultra prima di compiere 30 anni, a fine settembre di quest’anno. E invece di consigliarle di inizare ad allenarsi le ho detto: “beh sai, secondo me dovresti proprio scrivere qualcosa per un blog che conosco”. Eva

Testo di Elena Adorni

Capitolo 1

Ogni articolo sulla corsa inizia sempre con ‘non so bene come tutto questo sia iniziato…’. Io invece mi ricordo fin troppo bene. Era il 2015, nel pieno di quello che chiamo ‘la mia vita passata’. Vivevo in città, nel Nord dell’Inghilterra, a Manchester. Era uno di quei momenti in cui dovevo usare la mia testa così tanto che iniziava a farmi male. Così ho iniziato a correre.

C’è qualcosa di speciale che accompagna i parchi inglesi. Ogni parco ha la sua personalità, tutti sono curati, il prato è sempre tagliato alla perfezione. Correndo, con il passare dei mesi ho imparato a conoscerli tutti. Spesso per gli allenamenti più lunghi facevo dei percorsi da parco a parco, alcune miglia in uno, poi correvo all’altro e così via. Alexandra Park era quello più multi culturale, con i campetti da cricket e le famiglie pakistane che facevano i pic-nic. Platt Fields era il parco con le piste da skateboard, dove si riunivano i miei amici a bere le birre, perciò cercavo di evitarlo. A Chorlton Water Park invece, c’era un lago con un sentiero intorno di esattamente un miglio, perfetto per allenare la velocità. La specialità di Longford Park, il parco più vicino a casa mia, era che aveva una pista da corsa e che ogni sabato mattina potevi correre in quello stesso parco 3km in una gara non competitiva. Ti davano un tempo e una scusa per non bere troppo il venerdì sera. In quelle corse comunitarie alle 9AM ho scoperto poi che nel mio quartiere c’era un club di corsa. Si chiama Chorlton Runners e chi si iscrive con una piccola quota può iniziare a gareggiare alle gare nazionali con una canotta nera e gialla.

Il problema di correre a Manchester è che non ci sono colline. L’unico terreno con un po’ di dislivello si trova a Chorlton Water Park, dentro uno sterrato in un bosco usato principalmente per mountain bikes. Questo solo d’estate o di primavera, durante l’inverno invece ci si allena in uno spartitraffico con l’erba in salita in mezzo ad una strada a corsie doppie. Il parco in inverno non è illuminato e fa buio troppo presto, quindi bisogna spostarsi in un posto con i lampioni. L’allenamento del mercoledì sera si svolge proprio lì, bisogna correre per 8-10 laps di 800m su e giù dalle colline, che fosse il parco o lo spartitraffico. A supervisionare c’è la coach Val Brennan, una signora sulla cinquantina bassa e tarchiata. Pensavo fosse tutta una barzelletta. Ma ho iniziato ad andare ogni settimana. Ho scoperto che Val, quando era giovane, era una delle donne più veloci dell’Inghilterra nella maratona, e che non poteva più correre per problemi alle ginocchia e si era messa ad allenare per passione. Una sera di inizio autunno, dopo un estenuante allenamento nello spartitraffico, mi ha chiesto di correre per il club la stagione del Cross Country, una gara al mese, cinque gare in totale, ‘not a big deal’, mi ha detto, ‘it’s just for fun!’. Le ho dato retta, e le ho detto di sì.

Ho iniziato ad allenarmi con il club cinque giorni a settimana. Ho corso per la prima volta in pista. Ci allenavano per spingere la velocità, a me piaceva andare e sudare più che potevo, come una gazzella respirando allo stesso ritmo di chi mi correva a fianco. Era pieno inverno e correvo in pantaloncini corti. Fuori dalla pista di atletica ci si allenava con le torce in testa, perché in inverno fa buio alle tre del pomeriggio. Gli allenamenti mi davano un senso di routine. Mi ero appena laureata e stavo cercando lavoro. Non sapevo ancora chi ero, avevo una paura tremenda di diventare adulta e la corsa mi ha aiutato ad essere fedele a me stessa. Mi ha dato disciplina, mi ha dato una direzione, allora non sapevo verso che cosa, ma l’ho seguita. Qualcuno mi aveva chiesto allora, che cosa faresti senza la corsa? Non avevo una risposta.

Mi sono comprata un’orologio Garmin per gli allenamenti, l’ho comprato usato da Val. E’ quello che uso ancora oggi. E’ enorme sul mio polso piccolo e ossuto e sembra davvero obsoleto rispetto alla tecnologia di oggi, ma ci sono affezionata e funziona ancora. Ho iniziato a studiare percorsi per allenarmi da sola, mi sentivo un’esploratrice dei parchi della città. Non sapevo che già allora stavo dando voce alla parte più selvaggia di me, chiusa tra le vie e le case fatte di mattoncini rossi tipiche dell’Inghilterra del Nord, in una vita troppo stretta. Mi facevo largo, cercavo di allargare gli orizzonti dentro di me guidata dal ritmo dei miei piedi. Tornavo a casa e la mia migliore amica mi prendeva in giro vedendomi rientrare dalla porta in pantaloncini e spegnendo il Garmin. ‘Aah, now she has that watch…’ ha detto una volta ad un’amica mentre rientravo. Altre volte tornavo dagli allenamenti e vedevo i miei amici bere fuori dai pub nelle vie del quartiere, pedalavo il più veloce possibile con la mia bicicletta rossa perché non mi riconoscessero. Mi sentivo una sfigata. Oggi vorrei dire alla Elena di allora: ‘che si fottano! E’ meglio uscire ad allenarsi che bere seduti ad un pub! Sei una figa!’. Ma allora non sapevo chi ero nel mondo e mi nascondevo nelle mie esplorazioni solitarie.

Al club ero la più giovane, ho iniziato a perdere peso e a diventare più veloce ogni settimana. Con il passare del tempo era come se le gambe mi mettessero in contatto con il mio vero io, e non ne potevo più fare a meno. C’era un particolare luogo che mi faceva sentire quasi in un universo parallelo, un ponte che univa due parti del parco passando come un arco sopra l’autostrada. Ogni volta che correvo lì sopra, lo facevo più veloce che potevo. Mi piaceva che si vedesse il cielo e nient’altro, se si guardava sempre avanti.

Avevo accettato di gareggiare per varie ragioni. Prima di tutto perché avrei potuto correre in parchi della città che non conoscevo, perché erano poco sicuri da raggiungere a piedi o di corsa, nelle periferie. Mi piaceva l’idea di gareggiare in squadra, che il tuo tempo individuale si andasse a sommare a quello degli altri per avere una posizione in classifica come team. Ma soprattutto, mi piaceva l’idea che il tuo tempo in pista o negli allenamenti non importasse, perché erano le varianti naturali a cambiarlo: pioggia, neve, grandine grossa come palle da tennis, pozze di fango che ti fanno sprofondare fino alla vita, colline, boschi e vegetazioni che ti tagliano le gambe. Ogni gara è un percorso di 10km circa, ma l’intensità e le variazioni del terreno rendevano ogni gara diversa ed unica.

Le gare erano sempre di sabato. Dopo la prima, in cui sono arrivata circa a metà classifica, avevo deciso che mi sarei impegnata al massimo durante tutto l’inverno per arrivare tra le prime donne e far vincere il mio club. L’ultima gara della stagione era in un parco che si chiamava Boggart Hole. Già dal nome si dovrebbero capire molte cose, in inglese britannico il ‘boggart’ è uno spiritello maligno e il buco (hole) la sua tana. Notoriamente era la gara più difficile della stagione, per il tipo di percorso, e la pioggia aveva scrosciato interminabile fino al giorno della gara, tramutando la terra in un oceano marrone. I ricordi sono ormai lontani oggi, sono passati cinque anni e i pensieri a caldo sono da qualche parte nei miei diari, molti chilometri da dove sono adesso. Mi ricordo però di aver corso per la prima volta senza orologio, fregandomene del tempo e di sapere quanti chilometri rimanevano, volevo essere libera e ascoltare solo il mio corpo. Con il tempo ho poi gareggiato molte altre volte senza orologio, ed è diventato il mio punto forte, la mia caratteristica, di cui mi vanto un po’ ancora adesso. Mi ricordo di essere andata in una specie di stato di trans psico fisico, come se niente mi potesse fermare, neanche il dolore o l’umidità gelida sulla pelle nuda. Le grida dei miei compagni di squadra dietro i nastri e negli angoli più duri del percorso erano come evanescenti. Mi ricordo toccare gli alberi attraversando la piccola foresta, senza smettere di correre, pensando che mi avrebbero dato l’energia e la forza per continuare. Mi ricordo superare tutti in salita, e finire prima, con uno sprint e le gambe completamente nere e ricoperte di fango. A fine gara qualcuno mi aveva urlato: ‘What did you eat for breakfast?!’.

Dopo quella gara sono cambiate molte cose nella mia vita. Sono andata ai campionati Nazionali, ho iniziato a perdere sempre più peso fino ad andare in amenorrea. Ho iniziato a sentirmi male i giorni in cui non mi allenavo e allenarsi era diventato come fare i compiti. I miei amici si preoccupavano per me, il mio club non mi faceva più pagare i costi della gare per volermi far gareggiare a tutti i costi. Mi compravano scarpe con i loro sponsor. Ho piano piano perso la gioia di correre, quella gioia che mi faceva esplorare i parchi all’inizio. Poi mi sono trasferita fuori città, nelle campagne, e ho scoperto che i parchi potevano essere infiniti e senza confini.

Ma questa è un’altra storia.

Dopo quasi un anno da che avevo iniziato a correre, un pomeriggio di primavera avevo deciso di partecipare ad una gara di 5km in pista. Non avevo mai gareggiato in pista e pensavo poteva essere un buon modo per testare il mio livello di velocità al momento, ed era proprio a Longford Park, dov’era iniziato tutto, dietro casa. Sono arrivata penultima, ma non mi importava niente. Stavo gareggiando con persone che correvano in pista tutti i week end, con un livello atletico altissimo, più giovani di me, le classiche figure snelle ed eleganti che sembrano nate per fare quello. Ho invitato la mia migliore amica a vedere, la stessa che mi prendeva in giro per l’orologio mesi prima. Era lì che sedeva sugli spalti e urlava il mio nome. Dopo la gara mi ha detto: ‘Vedi, non sarai la più veloce, però quando ti vedo correre, è come se potessi andare avanti per sempre’.

R2R2R – Il sogno degli FKT

Se l’ultrarunning fosse solo il tran tran di allenamenti gare allenamenti gare off season allenamenti gare, sarebbe una noia mortale.

Per fortuna esistono molte altre realtà nella comunità dei corridori che non hanno a che vedere strettamente con le gare organizzate. Un giorno una persona mi ha detto che tutto l’anno si prepara solo per correre (sopravvivere) a URMA 50k Invitational perché alla fine c’entra poco con le gare, pur essendo una gara.

Un altro aspetto meraviglioso del nostro mondo sono i FKT, ovvero i record su un determinato percorso che chiunque può andare a ripetere (Fastest Known Time). Per certi versi sono una forma ancora più pura di competizione, perché non sono legati a un singolo evento, e bisogna trovare la motivazione dentro se stessi per tirarsi il collo anche se alla fine non c’è una medaglietta da finisher, le persone che ti applaudono e tutto il resto.

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Da noi in Italia il movimento degli FKT non è ancora così grande, ma negli States è veramente una parte importante della corsa. Basti pensare che quasi tutti gli atleti élite, una volta finita la stagione delle gare ufficiali a cui spesso “devono” partecipare per motivi di sponsorship, si concentrano su di essi.

Ora, andando a stringere tantissimo, diciamo che i due FKT più famosi si trovano attorno al lago Tahoe (il Tahoe Rim Trail) e ovviamente il famigerato RimToRimToRim nel Grand Canyon, in Arizona, di cui andrò a parlare.

Ma cosa ha di speciale questo sentiero?

Forse il fatto che il Grand Canyon è uno dei luoghi più belli del mondo e
l’atmosfera che questo luogo emana, soprattutto se si decide di immergercisi dentro, di respirarlo e di viverlo. Per tanti versi, non esistono altri luoghi come il Gran Canyon al mondo.

Come prima cosa devi scendere nell’inferno, abbassarti per 1500 metri di dislivello.

“Where else in the world do you start a run where you drop 5,000 feet in elevation? Mentally and physically, it is incredibly demanding.”

Rob Krar

E la discesa e risalita di Rob nel Canyon la trovate in uno dei video più belli di sempre (probabilmente il mio video preferito) sulla corsa, Depressions di Joel Wolpert.

Dicevamo, Grand Canyon. Si, la famosa gola in cui tutti i turisti medi vanno a fare una foto affacciati dal balconcino dove il Colorado River (il fiume che ha scavato la gola) compie un percorso con una curva perfetta. Ecco, 8 persone su 10 si fermano, fanno la foto e se ne vanno, in classico stile consumistico usa e getta. Qualcuno si avventura all’inizio del sentiero, scende le scale di pietra e torna indietro. Qualcuno, e praticamente tutti gli ultrarunner, invece, corrono le 21 miglia dell’intero sentiero, partendo dal South Rim e scendendo tramite i sentieri South Kaibab o Bright Angel Trail e su per il North Kaibab Trail, per un totale di circa 34 km con 1700 metri di dislivello.

Il RimToRimToRim è ovviamente il doppio perché arrivati al North Rim ci si gira e si torna indietro.

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Il Bright Angel Trail si chiamava in realtà Cameron Trail (da un ex senatore dell’Arizona) e per realizzarlo si spesero $100,000, 12 anni e il lavoro costante di un centinaio di operai. Il nome originale rimase appunto solo fino al 1982 poi si adottò quello che da sempre era in uso comune, Bright Angel. Una leggenda narra di una bellissima ragazza scesa nel canyon e che non fece più ritorno; anche se un altro aneddoto parla di un prete salvato alla morte per disidratazione da una ragazza indigena che gli porse dell’acqua a cui venne intitolato il sentiero; un’altra storia ancora dice che il nome serve a bilanciare un altro sentiero, chiamato Dirty Devil.

L’uomo bianco arrivò nei canyon per il lavoro di estrazione mineraria; passarono tantissimi anni prima che venisse ipotizzato un “uso turistico” e che il collegamento tra le due sponde fosse utilizzabile. In fondo al Canyon, vicino al fiume, fu costruito un rifugio, il Rust Camp, poi divenuto Roosvelt Camp nel 1908 dal presidente che fece visita al luogo per andare a cacciare dei leoni di montagna (con una pretestuosa licenza di “caccia per fini di ricerca” affinché potesse divertirsi e uccidere tutti gli animali che volesse nonostante il Grand Canyon fosse già un parco nazionale). Il primo vero ponte (e non solo dei cavi) creati per attraversare le sponde arrivò nel 1921. A seguito di ulteriori e ingenti spese il luogo si affermò come meta turistica, prima a livello locale e via via sempre più fino a diventare globale.

Il Grand Canyon ha un’atmosfera a tratti cupa, severa, fatta di deserto, temperature schizofreniche e aneddoti tetri. Dal 1870 circa 600 persone hanno perso la vita nel Grand Canyon. Cadute, ipotermia, disidratazione, annegamenti, cadute di massi, suicidi, tantissimi, e altre sparizioni varie. Nel 1956 due aerei di linea si schiantarono provocando la morte di 128 passeggeri.

Il Grand Canyon è un luogo austero e, seppure i turisti da tutto il mondo si accalchino sul parapetti di inizio sentiero, l’uomo non è ancora riuscito a snaturarne l’atmosfera selvaggia.

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Il primo a siglare un record “ufficiale” è stato il corridore dell’Arizona, Allyn Cureton, con 7 ore e 51 secondi, nel 1981. Poi, per 25 anni, nessuno gli ha strappato il record, e questo, ovviamente, non ha fatto altro che accrescerne il potere magico.

Negli ultimi anni il record del R2R2R è passato tra le mani della nobiltà trail a stelle e strisce. Rob Krar, stampando 6 ore 21 minuti e 47 secondi a novembre del 2013, lo aveva preso ad un certo Dakota Jones che lo aveva corso nel maggio del 2011 in 6 ore e 53 minuti. Poi però è arrivato tale Jim Walmsley nel 2016 e ha azzittito tutti con 5 ore e 55 minuti.

Donne? Cat Bradley, che tra le altre cose si era già vinta la WS ha dichiarato che il suo record su questo FKT (7ore e 52 minuti) è stato per lei il risultato più importante della sua carriera.
Il suo record venne poi abbassato l’anno seguente da Ida Nilsson (7 ore e 29 minuti) e dopo 5 giorni da Taylor Nowlin: 7 ore e 25 minuti.

Dite quello che volete, ma tra la tecnica di Jim e il luogo, c’è solo da godersi un minuto di spettacolo.

Il nostro Lapo Mori, atleta DU ci ha fatto un giro, ad agosto. Lasciamo spazio al suo racconto favoloso, che ci fa sognare di essere li oggi.

Decido di farlo in agosto quando come sappiamo è un FKT che di solito si corre tra ottobre e novembre: le temperature sono oltre i 40 gradi di giorno e sui 25 la notte.

Parto alle 11 di sera dal South Rim e inizio a scendere, sono solo, non c’è nemmeno un rumore e il cielo è stellato. Gli unici esseri viventi che vedo sono cerbiatti e qualche coniglio. Scendo fino ad arrivare al campeggio dove si può riprendere un po’ di acqua; mezzo campeggio si sveglia perché appunto, quasi nessuno fa la traversata in quel periodo.

Verso le 2 del mattino smetto di combattere contro il sonno allucinante che mi è preso e mi fermo a dormire su una pietra a bordo sentiero per una mezz’ora. Mi accorgerò al ritorno di aver dormire in un sasso a strapiombo nel vuoto del canyon; se mi fossi mosso dormendo non sarei qui a raccontarvi il tutto.

Nella parte centrale che è pianeggiante riprendo a correre a buon ritmo fino ad arrivare sotto la salita del North Rim. Essendo periodo di incendi non sono neppure sicuro di poter salire, ma vedo degli incendi lontani dal sentiero, quindi vado. La cima del North Rim è stata uno dei momenti più belli perché ho potuto bere dell’acqua fresca.
Nei 2/3 punti in cui puoi ricaricarti un po’ di acqua di solito è calda e il sapore non è dei migliori; bevi per non morire disidratato, per questo poter bere dell’acqua buona e fresca in cima al sentiero ti fa salire il morale al massimo.

Mi giro e riparto nella discesa bellissima col sole che inizia ad albeggiare.

Nel canyon sono iniziati i problemi, temperature alte, mal di stomaco e rinunciando a ogni ambizione di tempo inizio a buttarmi nel fiume (un affluente del Colorado river pulitissimo e limpido) per abbassare la temperatura. Riprendo un passo accettabile dopo molti bagni e quello che mi tira avanti è l’idea di una coca cola che avrei bevuto al campeggio.
Che non c’è. Entro nel Camping e hanno solo una specie di limonata, che non mi piace, ma ne bevo comunque un paio di litri. Le uniche due persone incontrate fin lì sono stati un bambino e suo padre che avevano finito l’acqua ed erano in pessime condizioni. Gli ho lasciato un po’ della mia e sono ripartito, anche io ero abbastanza al limite.

Arrivato al fiume, 60 km sulle spalle, esausto, vedi il muro verticale dell’ultima salita, da cui sei sceso molte ore prima. La salita è durissima, eppure non sei lontano dalla cima, solo qualche miglio, quindi ci dai dentro.

Negli ultimi metri vedi una marea di persone, orde di turisti, gente che arriva in autobus e nessuno di loro pensa che sia concepibile correre con quelle temperature. Dopo 10 ore nel canyon senza praticamente vedere nessuno, sporco, sudato di acqua, fango e disidratato ritorno al punto di partenza e faccio un urlo. La persone pensano che sono un coglione fuori di testa, io ho pensato lo stesso di loro che guardano il canyon da una panchina senza averlo vissuto.

Scendi nel cuore della terra. Scendi per poi risalire. Il viaggio allo stato puro.

Marco Vendramel

Credo che basterebbero queste parole per farmi già sognare a occhi aperti di percorrere questo trail. Ma Marco, uno dei corridori più influenti della scena e che ha ispirato tantissimi altri corridori lo ha percorso, da solo, in Agosto.

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Tra i percorsi che ho scelto, questo è quello che temevo di più. Gli altri, non mi avevano dato nessuna ansia nel percorrerli. Ma qua ho avvertito più che mai la mia inadeguatezza per queste corse in solitaria e per la corsa in genere.

Nessun sopralluogo, se non per vedere l’inizio del sentiero e il mattino seguente alla luce della frontale, parto. I primi passi in piano mi faccio largo tra i cervi che sono venuti a pascolare indisturbati nel prato del motel, poi inizia la discesa. Secondo me nessuna parola esprime al meglio questo “viaggio”. Discesa. Scendi. Vai giù.
Vai a prendere quel sentiero che dall’alto vedevi in fondo in fondo, per correrlo fino ad incontrare il fiume Colorado, che dall’alto però non vedi.

Il caldo atroce (vedrò poi un 48° sul termometro) e la salita gioca il suo carico.
Guardo in alto, sembra lontanissima la balconata finale, l’arrivo…Ho impresso nella mente il filmato di Rob Krar durante il suo rim to rim (to rim per lui). Arrivò stremato e in salita sembrava volesse fermarsi.
“E la tua di giornata come è andata? E’ stata bella?
“E’ stata incredibile…”

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Ti porto io in un posto figo – parte 1, Repubblica Indipendente di Colferraio

Colferraio, Oregon, ah no, Marche, Italia.
Posto sperduto nelle Marche, in provincia di Macerata dove l’autostrada più vicina è a 70 km, così come la prima città grande (Ancona), che è sulla costa ed è quindi terra lontanissima e ha una cultura e modi di fare completamente diversi dalla gente dell’entroterra.
Colferraio, il cui nome non si sa il motivo reale, perché il fondo delle colline è perlopiù sabbioso e quindi ogni riferimento al ferro nel nome sembra fuorviante, conta 14 abitanti censiti; io però più di 10 non li ho mai visti.

Casa mia è la più in alto a sinistra, ma devi zoomare per vederla. Quello innevato è il San Vicino, ovviamente

Tra i vigneti di Verdicchio ed i piccoli campi di grano in salita dove i contadini rischiano di ribaltare il trattore e le anziane vecchiette scelgono la cicoria tra le erbacce cattive stando piegate sotto il sole interi pomeriggi nonostante la sciatica, ci sono chilometri e chilometri di sentieri che nessuno percorre quasi mai di corsa. Questi sentieri sono spesso privi di tabelle, senza fronzoli e molto spartani. Vengono usati dai bracconieri e cacciatori, che qui come altrove rispettano a fatica legge e buonsenso. Sui percorsi puoi trovare dei cartelli con su scritto “Sentiero Francescano Assisi/Loreto”, o “Riserva del San Vicino”, ma sono cartelli presi con qualche fondo europeo e senza la minima utilità per chi li percorre. Molto spesso sono piazzati sul limitare del bosco dove non ci sono neppure sentieri. Quanto ai segnalini colorati CAI rossi e bianchi, se ne incontrano molti più che in passato (fino a qualche anno non esistevano proprio), ma anche questi non segnano la direzione, le percorrenze o i dislivelli. Diciamo che, se stai facendo un lungo e sei su un sentiero da 3 ore senza aver incontrato nessuno, nel bosco fitto, vedere un albero con su il colore bianco e rosso ti fa pensare che almeno quella strada da qualche parte uscirà e non è solo un percorso dei tagliaboschi. Insomma, il rischio di perdersi è elevato, ma se sei consapevole di essere nell’Oregon, lo metti in conto.

Per il resto, capita di trovare castelli del 1200 lasciati cadere in rovina e boschi di faggi, castagni e roveri che se ne fottono dell’uomo e crescono un po’ dappertutto.

Una collina dove di solito vado a prendere il sole

Colferraio, che a tutti gli effetti potrebbe essere un posto di rednecks in America, dove la gente va in giro con la mannaia a spaccare i rami delle cerque da buttare nel fuoco per scaldarsi con la stufa e si tengono da parte gli scarti del legno da far ardere per il falò dell’8 dicembre (si ritiene che la madonna, in volo verso Loreto, si serva dei falò dei contadini per non sbagliare strada e arrivare al santuario, no, non sto scherzando, dicono sul serio così) sorge alle pendici del San Vicino. O, per meglio dire, il sacro Monte San Vicino. Non tanto per il santo Vicino che io non ho mai saputo chi fosse e cosa avesse fatto di tanto speciale per beccarsi il nome del monte più figo della zona, quanto per il fatto che  fin da ragazzino ci andavo a sputare sangue correndo fino in cima alla croce di ferro per scordarmi gli scazzi quotidiani.

Colferraio è delimitata dallo skyline dei preappennini fabrianesi, dai Monti Sibillini in lontananza (per la gente del posto vere e proprie montagne, arrivano a 2500 metri) e le colline nel resto del perimetro. Dalle finestre delle case vedi un mare di colline. Il cielo, per uno abituato a vivere in Trentino, è enorme e spazioso.

Per natura credo, i Gentilucci sono una stirpe di persone che non si affeziona molto alle cose. In generale credo che la gente qui non sia eccessivamente materialista e campanilista per il semplice fatto che non ho mai visto un turista nella mia vita farsi un giro da queste parti, e anche perché ogni tanto arriva un terremoto a radere al suolo i paesi (e qui non siamo in una regione a statuto autonomo che una vecchietta cade in una buca e il giorno dopo rifanno la strada), quindi non è che puoi più di tanto affezionartici, se sai che domani magari casa tua e quello che c’è dentro non c’è più.

Questo per dire, portati l’acqua e scordati l’idea di troverai fontanelle in giro mentre corri. Dimentica i negozi di running specializzati, i percorsi tracciati su Strava e abbraccia l’idea che potresti trovare un cancello di filo spinato che chiude il percorso che è stato piazzato da qualche pastore. Dall’altra, dimentica le code dei tedeschi con gli zaini da trekking e i negozi di souvenir in cima alle montagne. Ci sono ancora i boy scout che cantano le canzoni di chiesa, ma sto personalmente provando a limitare questo problema, oltre a segnare con dei cartelli e ripulire dei percorsi dalla vegetazione troppo fitta dai rovi di more.

Ci sono dei percorsi spettacolari che meritano sul serio il ticket del casello autostradale: la Natura è ancora la forza che ha la meglio sull’uomo e lo scarso turismo e interesse delle persone per la montagna ha fatto si che alcuni luoghi si siano preservati come veri e propri parchi naturali. Il sentiero che porta da Colferraio al San Vicino ha diverse variabili e una lunghezza tra i 6 e i 10 km, con un dislivello di circa 1000 metri.
In alternativa, capendo qualche punto fisso di orientamento si trovano percorsi di 30/40 km praticamente senza asfalto, su collinare e sentieri tecnici.
Volete qualche idea?
Passate a bere un caffè da me che ne parliamo!

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Local knowledge

 

TOR X

di Stefano “cariboo” Serena 

Tantissimi mi parlano del Tor come esperienza totalizzante, viaggio mentale e non di una gara, di un viaggio nella natura, di lotta alle proprie paure, di simbiosi con la montagna. Di una classifica che non conta se non per i primi venti…

Ho avuto la fortuna di fare o di correre il Tor quest’anno per la prima volta ed ero agitato per due cose alla partenza e nelle settimane precedenti: primo, ero convinto di aver fatto il passo più lungo della gamba, e questa volta sul serio. Secondo, ero alla partenza di una gara molto impegnativa.
Si, ero alla partenza di una gara. Perché il Tor è una gara, anche per me che sono arrivato a Courmayeur in 127 ore e 227° classificato. 
Malgrado i suggerimenti preziosi di amici illustri del mondo ultra endurance, ho fatto parecchi errori da principiante, soprattutto alle basi vita. Se non hai assistenza, prendi la sacca Tor, cambiati, lavati, sistemati i piedi, prepara lo zaino, mangia, fisio se serve e dormi se serve. Fai tutto in quest’ordine, suggerisce Luca (Guerini ndr). Giusto il tempo di una base vita e tutti i miei piani vanno all’aria: mi trovo a girare in infradito con del cibo in mano

“Allora? Usciamo dal lì o no? Una vita in vacanza?” mi scrive Graziana (Pè ndr) in un messaggio, vedendo che sono ancora in base vita. 
Col senno di poi, la sola gestione delle basi vita può farti recuperare 5 o 6 ore. Con una gestione meno “vacanza a Rimini” anche dei ristori si possono recuperare altre 2 o 3 orette. 

Fin dal primo controllo volevo sapere in che posizione fossi. Sì, dal primo controllo. 
All’inizio solo per capire come stessi andando. La Thuile 260esimo, prima base vita 490esimo poi sempre meglio. 340esimo, 320esimo attorno al 310 per un po’, poi sotto i 300 nei ¾ gara, poi sempre meno fino a capire che potevo stare sotto le 130 ore e ben sotto la trecentesima posizione. 
Solo al Malatrà capisco e sono sicuro che posso davvero arrivare alla finish line attorno alle 20 del venerdì. Capite che per uno che non era sicuro di arrivare in fondo o al massimo arrivare di sabato mattino nella migliore delle ipotesi, si stava delineando una vera top performance… e piangevo. Dal Malatrà ho pianto credo 5 o 6 volte. 
Sono arrivato a Courmayeur correndo e saltando sotto l’arrivo alle 19,11 del venerdì. 227esimo in 127ore e 11 minuti.
Pazzesco. Incredulo. Ho concluso uno degli endurance trail più duri e spettacolari in meno di 130 ore; ad oggi non ci credo. 
Ma allora? Tutta sta storia della testa, della simbiosi con la natura, delle paure e quant’altro?
È presente eccome. 
Se non hai una forza mentale che ti sostiene, quando alle 3 del mattino, da solo, in una discesa ti viene una scossa violenta al ginocchio sinistro che non ti fa camminare e non capisci cosa sia, ti perdi d’animo. 
Invece ti fermi, ti calmi, cerchi di capire che succede e provi a camminare. Vedi che passa un po’ e continui. Non passa del tutto allora ti fermi. Ti siedi, apri lo zaino, prendi una benda elastica autoadesiva e ti fai una fasciatura più o meno a caso e prendi un antidolorifico. Chiudi tutto, ti alzi e riparti. 

Vedi che funziona e arrivi in base vita. 
La testa al Tor serve a questo. A non perderti d’animo nelle difficoltà. 
A lasciare il tepore del rifugio di notte con il freddo e il vento quando sai che hai davanti 15 km di nulla con un colle da passare. 
La testa serve a portare il tuo bel culo a Courmayeur!
Anche la simbiosi con la natura deve esserci. Sei lì per quello. Diversamente saresti a una gara di crossfit sulla spiaggia a Riccione. 
Ma a quello, noi gente di montagna, siamo abituati. Nulla di nuovo sul piatto. Siamo lì anche per quello. E’ la norma.
E quindi di cosa stiamo parlando?
Di una gran bella gara endurance in montagna. No un viaggio, no vacanza, ma una gara che ognuno dovrebbe affrontare al meglio delle proprie capacità. 
Non è una gara di corsa e non fa schifo come dice qualcuno. Anzi, è una grande figata da affrontare seriamente. Io questo l’ho fatto a metà perché non avendo quella “spinta da garista” che contraddistingue chi mette pettorali spesso, sono andato piano e sicuramente al di sotto delle mie capacità. Sono sicuro di questo e col senno di poi me ne rammarico. 
Perché il Tor non deve essere un trekking veloce organizzato? “Non bisogna partire con l’idea che il Tor sia un bel viaggio o un’avventura, al massimo lo puoi pensare alla fine…” mi ha detto Sonia (Glarey ndr) il giorno dopo che assieme a Luca siamo stati a provare una tratta del Glaciers e io ero spaventato della mia gara.
Ed ha ragione. Il Tor è una gara, non un viaggio.
Sono convinto che tanti che partono con l’idea del viaggio, potrebbero fare meglio se partissero con l’idea della gara.  
Mettersi in gioco con i propri limiti, non è solo fare i 350km e 27mila metri di dislivello, ma farli al meglio, più forte possibile. Io sono convinto di questa cosa. 

Ho letto l’articolo di Paco su questo blog dove dice che il Tor fa schifo perché è un trekking rovinato e non una gara di corsa.

Al massimo ti fa schifo caro amico mio, ma non fa schifo in linea generale. E sì, non è una gara di corsa, ma un ultra endurance trail e così va affrontato. E’ una specialità diversa dal trail running. Lo specialista dei cento metri piani non sarà forte nei tremila siepi. Si corre sempre nello stadio, ma sono specialità diverse. E non fanno schifo né una né l’altra. Una piace e una no. Punto. Idem sono il Tor e una 100miglia trailrun. La Parigi-Roubaix e la Transcontinental Race in bici. Una piace e una no, ma nessuna delle due fa schifo a prescindere. Al massimo ti fa schifo. 
Il Tor è una grande figata di gara, è una grande sfida con te stesso, con gli altri e con un crono. E così deve essere. 

Al contrario, non mettere il pettorale.








Fall apart (an’ tear it down)

Sono passate più o meno 24 ore dal mio arrivo a Chamonix dopo i 101 chilometri della CCC e mentre mi riposo in furgone mi sembra un buon momento per buttar giù qualche pensiero su queste ultime ore, anche se probabilmente da tutto il casino che ho in testa uscirà fuori un pezzo di “emozionante cinismo” (nuovo genere letterario appena inventato dalla sottoscritta).

I turn the motor on. I leave, I’m moving.

Visto che li ho menzionati, ci terrei a dire che a detta del mio orologio e di LiveRun (the bitch app, che dopo essere stata refreshata senza sosta negli ultimi giorni verrà presto cestinata) i chilometri della CCC sono 99 e qualcosa e non 101 e quindi bisogna smettere di menarsela con quella storia del “quell’ultimo chilometro lo senti tutto”.

Un’altra cosa che tengo a dire è che è la prima volta che corro su questa distanza e che partecipo ad un evento del genere e che quindi le mie considerazioni sono frutto di uno sguardo, se si può dire, sorpreso.

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I stop people faces, right in front of my eyes

Ci sono parecchie cose che mi hanno sorpresa nelle 24 ore passate a correre, o meglio, cercare di muovermi il più veloce possibile. Per esempio mi ha sorpresa che i volontari – che stanno lì a farsi il culo per mille ore – sono più presi a bene dei partecipanti alla corsa. Direte “beh ma loro non si devono sparare 100 k e 6000 di dislivello”. E qui voglio chiedere agli altri partecipanti: “siete stati qui per vivere una bella – benchè dura, ma si sapeva – esperienza, o vi hanno costretto ad iscrivervi?”. Fatto sta che sono veramente poche le persone che ho incontrato e che stavano correndo che mi hanno sorriso e me le ricordo benissimo, proprio perché sono, sorprendentemente, poche. La prima è stata una ragazza che è uscita con me da Arnouvaz con la quale ho discusso dei poteri benefici e diuretici del cocomero e con cui ho trovato un posticino per fare la pipì prima della salita di Col Ferret, dove sarebbe stato impossibile farla. Lei è stata l’unica ragazza che ho visto abbassarsi i pantaloncini e fare pipì con nonchalance mentre i ragazzi non si fanno nessun problema e praticamente ti pisciano davanti alla faccia. Ok, te la stai facendo sotto, ma falli sti due metri in più per toglierti dal sentiero, no?

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andiamo a far deprimere qualche ragazzo a Col Ferret ph. flash-sport

Un’altra cosa che mi ha sorpresa è che la gente in discesa non corre e che soprattutto non ti fa passare manco morta. Ne parlavo ieri con il Coach, che questa cosa succede proprio nel – se si può dire – “range medio” delle persone che stanno facendo la gara più che altro per finirla.

Note per il futuro: allenarsi di più per scoprire se quelli forti sono più simpatici e più presi bene.

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freccia a sinistra e passare ph. flash-sport

Sulla salita di Gran Col Ferret, invece, mi ha stupito che la gente – e ripeto la gente normale che non va forte – se andasse un po’ più lenta verrebbe soggiogata dalla gravità e andrebbe in retromarcia. Non che io sia forte eh, ma ho visto degli ingorghi (e anche delle auto ferme in corsia d’emergenza) che manco ad agosto sull’A4. Comunque, mi sono sorpresa di recuperare tanto in salita e soprattutto di divertirmi un casino. Sarà che sono abituata a sentieri un po’ più tecnici e pendenti ma sbacchettare ad un ritmo costante è stato uno spasso. E diciamocelo, anche ciccare un centinaio di ragazzi che si prendevano male, è stato piuttosto divertente.

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Do I feel really good? Yeah, maybe… Would I really feel bad? Not sure of… But it could be

La prima persona con cui ho condiviso un po’ di strada, invece, è stato un ragazzo che ha preso la mia scia in salita ed ha approfittato della mia cattiveria del momento. Dico approfittato perché, devo dire, mi sono sentita un po’ sfruttata perché dopo che carinamente mi sono girata e gli ho detto “ehi, we’r making a great job together” appena non ha avuto più bisogno di me mi ha superata senza proferire una parola.

Scollinato ho un po’ rallentato per mangiare e un ragazzo, mandato direttamente dal Karma per riequilibrare quanto appena accaduto, mentre mi ha passata mi ha dato una pacca e mi ha detto “you are doing good” o qualcosa del genere. Seconda e ultima persona simpatica della giornata.

A La Fouly sono arrivata un po’ svuotata e in deficit di calorie, e ripartire è stata dura. Qui ho imparato una lezione importantissima su di me ed ho capito che ci metto un po’ a ripartire e che devo essere semplicemente paziente e darmi un po’ di tempo. Comunque, visto che stavo un po’ giù e ancora non sapevo questa cosa, mi sono improvvisamente ricordata di aver portato l’Ipod, così ho caricato con la “roba pesante” ed ho fatto partire la selezione che avevo preparato e denominato “Playlist Salvavita”. Qui, sono rimasta sorpresa, forse stupefatta, dalla mia reazione e dai poteri dopanti della musica in gara. Mi sembra mancassero una decina di chilometri a Champex e mi sono detta “sono solo 10 chilometri, corrili come se fossero SOLO questi 10 chilometri e fossi uscita per allenarti. Quante volte hai corso 10 chilometri?”. Non so, ma me lo deve dire chi ha più esperienza di me, se questo dividere la gara in blocchi sia una buona cosa o è meglio tenersi e vedere la gara in una prospettiva complessiva. Fatto sta che in discesa verso Praz de Fort, complici le cuffiette e il sentiero fichissimo, ho corso forte e mi sono divertita un casino. Sembrava che ogni canzone fosse perfetta per quel momento e mi sono ritrovata a canticchiare, dimenarmi e ad essere odiata da tutti i presi male che superavo. Ripeto: ma perché la gente non corre in discesa? Non gli fanno male le gambe a frenarsi?

Ma soprattutto, e questo lo dico a tutti quelli che ho visto andare lenti con le cuffiette: che caspita di musica vi ascoltate?

Arrivata a Champex, il primo ristoro dove è ammessa l’assistenza, non mi sono nemmeno seduta, un po’ perché avevo paura di rimetterci tanto a sbloccare le gambe dopo, un po’ perché veramente non c’era posto.

Nota per chi fa assistenza: lasciate posto a sedere per chi corre che con vostro marito ci cenate tutte le dannate sere.

Dopo aver finito la mia cena liquida a base di cocomero e brodo (non insieme, ve lo assicuro, ma quasi) frontale in testa e via per la terz’ultima salita. Ci metto sempre un po’ a ripartire ma la forestale in leggera discesa prima di attaccare a salire mi aiuta e riprendo ad andare ad un ritmo decente. Anche qui, la playlist mi regala delle perle e salgo chiusa in me stessa passando un po’ di ingorghi. La cosa più difficile è che dopo che hai superato un gruppetto generalmente ti succede che per qualsivoglia motivo devi fermarti un attimo e che – metti che stai pisciando – subito vedi delle frontali dietro di te e ti tocca ripartire con i pantaloni ancora abbassati per non dover rincontrare le persone che hai appena passato. Altrimenti, affari tuoi perché non ti faranno ripassare mai più.

In discesa verso Trient ho la frontale un po’ scarica e vado piano perché non ci vedo bene. In più inizio ad avere sonno, forse proprio perché la poca luce mi fa abbassare le palpebre. Ma a Trient mi aspetta Bani, così cerco di tirarmi su e di arrivare al ristoro. Purtroppo, e qui, devo fare un appunto all’organizzazione che è stata in tutti gli altri aspetti impeccabile, il bus che doveva portare (come da programma) Bani da Vallorcine a Trient non è mai passato. Così, dopo averlo sentito al telefono ed aver scoperto che avrei dovuto aspettare per vederlo, mi sono veramente buttata giù. In più dentro non c’era posto e girava della musica terribile. In compenso riesco a cambiare le batterie alla frontale, butto giù un gel Espresso Love, mi chiudo nell’antivento e cerco di pensare solo ad andare avanti ed arrivare a Vallorcine. Soprattutto perché, poraccio, sono ore che sta lì ad aspettare il bus. Le gambe, anche se dure, girano ancora.

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cena liquida

È sorprendente quanto sia bello vedere una persona a cui vuoi bene è che è li per te. Bani mi aiuta a rimettermi in sesto e mi da un calcetto verso la prossima – ultima – salita.

Quando arrivo all’attacco e vedo le frontali sul Col des Montets ho un mancamento. Tra l’altro, se pensavo fino a quel momento che le salite erano tutte facili e poco pendenti ho tempo di ricredermi. La notte sta per volgere al termine e mentre salgo non riesco più a distinguere le frontali dalle stelle che sono in cielo. Spero solo di non dover arrivare fin lassù. Anche se piano continuo a salire costante, senza mai fermarmi. L’unico pensiero è continuare ad andare. Arrivo a Tete au Vents alle prime luci dell’alba, e auguro a tutti di avere l’occasione – magari non in gara perché vuol dire che non state andando forte – di vedere il massiccio del Bianco in quel momento e con quelle luci lì. Purtroppo non ero nelle condizioni mentali per godermelo e nemmeno il sapere di aver finito con le salite mi ha rincuorata. L’ultima salita mi ha imballato le gambe e il traverso pietroso che porta a La Flegere è stato un supplizio, tanto che arrivo all’ultimo ristoro e faccio fatica a ricacciare dentro le lacrime. Sono disidratata e non ho più voglia di nutrirmi, e a dir la verità, non mi importa neanche così tanto di arrivare.

Però, cerco di ricordarmi che a Eva di qualche ora fa, anche se non me l’aveva detto, importava di arrivare in fondo. E in più ci sono tutte quelle persone che mi hanno seguita in queste lunghissime ore e sarebbe veramente un peccato deluderle.

Non ho solo idea di come fare a correre questi ultimi 8 chilometri in discesa. Le gambe sembra non vogliano collaborare.

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I open my eyes. I see the road.

Mi asciugo la faccia, mi do una sistemata e inizio a scendere corricchiando e aiutandomi con i bastoncini. C’è qualcosa che non va al mio tendine d’achille e so che sto facendo un torto al mio corpo ma penso che l’unica soluzione è provare a correre e quando finalmente il sentiero si allarga metto via i bastoni e mi dico che – dopo solo 23 ore – è arrivata di nuovo l’ora di correre. Non smetterà mai di stupirmi quanto, nonostante siamo da buttare, riusciamo a correre – anche in maniera decente direi – gli ultimi chilometri di una gara.  Passo da La Floria e so che manca veramente poco, perché quell’ultimo tratto l’ho già corso l’anno precedente. Arrivo a Chamonix e vedo prima Ombra, poi Bani, Maria Carla, Davide e Mati e mi rendo conto che è andata. Ombra mi trascina all’arrivo correndo come un pazzo. È bello correre da soli per tante ore, ma, e questo non mi sorprende affatto, sedersi e cazzeggiare con gli amici è una ficata.

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il cane più fotografato di Chamonix

Un po’ mi vergogno quando mi dicono “brava che sei stata” perché credo che correre 100 chilometri in 24 ore non sia niente che non possano fare molte persone. È il bello e il brutto dell’ultrarunning: tutti (o quasi) se lo vogliono possono correre lunghe distanze.

Il problema vero è che poi quando corri per 24 ore poi ti servono tre pagine per raccontare l’esperienza, e qualcuno, è anche costretto a leggerle.

Scusate. La prossima volta cercherò di metterci meno, in tutti i sensi.

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catch us if you can
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we fuckin drive ph. flash-sport