Via Alpina: 1st attempt

Credevamo non fosse facile gestire un’estate senza gare: invece è bastato pungolarli un po’ ed hanno trovato mille modi diversi per trovare lungo. E a proposito di lunghezza, pochi hanno mirato così lungo come Francesco. A chi affascina l’idea delle traversate, a chi esalta il multiday, a chi piace l’idea del viaggio o anche solo a chi è curioso di sapere cosa vuol dire mettersi in moto per quattro giorni di corsa, ecco il racconto di Francesco Piovesan.

Passare in casa più tempo del solito è stato per me sinonimo anche di guardare più Youtube del solito e cercare di prendere spunto su qualcosa da fare in sostituzione delle gare di quest’anno. Era da qualche tempo che stavo pensando ad un multi-day che, su consiglio del Coach, sarebbe stato interessante combinare ad un FKT.

Vivendo in Svizzera, è piuttosto semplice partire da un punto e fermarsi in qualsiasi piccolo paese per prendere un bus o un treno e tornare a casa. L’idea iniziale era di fare 200km, numero tondo, e vedere quanto ci mettevo. Avevo scelto per questo un tratto della Via Alpina, una serie di itinerari sulle Alpi, da Trieste a Montecarlo. Chiaramente non potevo registrare l’FKT di un tratto della Via Alpina, quindi ho preso l’itinerario Verde che attraversa la Svizzera (ok…e il Liechtenstein) e ho deciso di provare a farlo tutto. Partenza da Lenk im Simmental, nelle Alpi Bernesi, e arrivo a Sücka, nel Liechtenstein. Secondo il sito ufficiale, 280km e 17000m di dislivello. E qui c’è stata la prima lezione: i dati che si leggono online potrebbero non essere precisi.

Via Alpina Verde, una passeggiata di salute di 280 km (forse…)

Il sito però offre una guida molto dettagliata sul percorso e la quantità di informazioni presente mi spinge a preparare un Excel in cui prevedo orari di partenza e arrivo dei singoli giorni, nonché luoghi di sosta intermedi dove poter comprare del cibo reale. Ecco la seconda lezione, che deriva dalla prima: è probabile che se le distanze non sono quelle che pensi, una tabella con orari e soste programmate serve a poco. 

Programmo comunque il materiale per 4 giorni, cercando di minimizzare quanto possibile. D’altro canto devo correre, mangiare e dormire. Devo però tenere in considerazione che il percorso si snoda tra valli relativamente calde e passi vicini a ghiacciai. Arrivato il giorno della partenza, peso lo zaino che, considerando 1L d’acqua, sarebbe arrivato a 5,6 kg. Penso che tutto sommato non sia tanto, ma dopo i primi 80km inizierò a cambiare idea.

Il primo giorno é il più duro, con due passi a 2800m e la distanza maggiore da coprire. So che non devo forzare molto il ritmo perchè poi lo pagherei nei giorni successivi. E comunque voglio anche godermi un po’ il panorama, che monti come l’Eiger e lo Jungfrau possono assicurare. Così infatti arrivo a sera, entrando nell’hotel alle 23.00 sotto la pioggia. Unico problema incontrato un dolore alla caviglia, che però riesco a risolvere correndo con la scarpa allacciata solo sopra la pianta del piede. Un aspetto invece molto positivo è la segnalazione del sentiero, che coincide con il percorso svizzero numero 1, rendendo la traccia GPS praticamente inutile.

Il secondo giorno inizia da dove il primo aveva finito, ossia con la pioggia. E così continua fino a mezzogiorno. Il bello è che una coppia che avevo incontrato il giorno prima e faceva il percorso in senso opposto mi dice che il tratto che avrei fatto appena sveglio era il più bello. Mi accontenterò delle foto…degli altri. Mi fermo in un paese per mangiare qualcosa di caldo e, contando nel fatto di trovare cibo familiare, entro in un ristorante italiano. Prendo una zuppa di patate che altro non è che purè allungato con un po’ d’acqua, molto poca. Riparto ancora sotto la pioggia e dopo qualche minuto capisco che qualcosa nel mio stomaco non va…

Jungfrau

Nel pomeriggio il tempo migliora ma non riesco a godermi più di tanto la giornata e, anche se riesco a continuare a mangiare Snickers, la nausea mi obbliga a fermarmi prima di dove diceva il mio Excel. Saltano quindi tutte le prenotazioni degli hotel, ma dato che gli Svizzeri sono di media buoni e gentili, mi rimborsano tutte le notti anche se non era previsto da Booking.

Il giorno successivo si rivela il migliore, non sento particolare stanchezza e il tempo è clemente. A colazione cambio tattica e invece di svegliarmi presto e mangiare al sacco, svaligio il buffet.  Ripeto lo stesso il quarto giorno, ma il fatto di aver passato più di 72 ore da solo, incontrando principalmente mucche e pecore, inizia a farsi sentire sulla testa. Il classico grüezi (“ciao” in svizzero-tedesco) non mi esce più molto bene. C’è anche da dire che la distanza massima che avevo corso prima di quel momento erano 120km e inizio ad accusare qualche dolore.

Englestlensee

E’ comunque una bella giornata da passare sui monti quindi vado avanti, ad un ritmo più lento, ma comunque correndo. Decido di fermarmi nel tardo pomeriggio dopo 250km, sapendo che non me ne mancano altri 30, ma, secondo la mappa, più del doppio. Seduto al tavolino di un bar, con una meritata birra in mano, penso per un istante a ripartire il mattino successivo, ma decido di chiudere questo tentativo e far tesoro delle lezioni imparate per il prossimo anno. Non c’è fretta.

Un tempo lo facevamo tutti

Testo di Elena Adorni

 

Capitolo 3: Destination Santa

 

Alla fine di settembre compio trent’anni. Da anni mi ero promessa di giocarmi il rito di passaggio all’età adulta correndo 50km in montagna. Quelle cose che dici ad alta voce, quasi per ridere, ma rimangono dentro di te e poi bisogna farci i conti.

Quando ho conosciuto Eva me ne sono ricordata. Era dicembre a Santa Caterina e faceva freddo. Si scivolava sul vialetto e il giardino era coperto di neve e Ombra giocava con le palle di ghiaccio invece che con i bastoncini. Destreggiandoci tra un’uscita con le pelli e l’altra, Eva è riuscita a convincermi che la corsa non è solo uno sport da white daddy inglese di classe media, ma che l’ultrarunning può avere la sua buona dose di quella che io chiamo ‘ancestralità’. Poi è arrivata la primavera, e poi è arrivato il Covid. Con un fisico mezzo a pezzi dopo un inverno in Canada vivendo in un camper, sciando prevalentemente in pista per migliorare il livello e lavorando come lavapiatti, di colpo mi sono trovata da un giorno all’altro in Italia, nel paesino in cui sono cresciuta, il luogo da cui ho cercato in tutti i modi di scappare per più di dieci anni. Qualcuno mi aveva detto che la vita è una spirale, non proprio una linea retta.

Non sono mai stata una persona paziente, ma ho pensato che quello sarebbe stato il momento di cominciare ad allenarsi. Ho iniziato a correre segretamente lungo il fiume, nel boschetto dietro casa dei miei genitori. In piena emergenza Covid, il piano di allenamento pensato dal DU coach Tommaso dava struttura a giornate molto incerte. Con tutti i piani di vita e lavoro messi in standby, il mio compagno dall’altra parte del mondo ed una pandemia mondiale in corso, il calendario di training peaks è diventato la mia ancora di salvezza al tempo presente. Non importava se quel giorno avessero proclamato lo stato di emergenza in Cile e che il paese stesse collassando, che George Floyd fosse stato ucciso dalla polizia  o che i morti in USA e Brasile avesse superato i centomila.

Sono qui, ora, e in questo momento devo mettere le scarpette e uscire a correre.

La mia percezione del tempo è cambiata da prima della pandemia. I mesi sono diventati più lunghi e i giorni più veloci. Ho dovuto imparare a fermarmi, a non pensare al futuro. E la corsa, in questo, è la più grande maestra. In un rollercoaster di emozioni e cambiamenti, è arrivata dall’alto come un deus ex machina nei momenti tragici della mia esistenza per dirmi all’orecchio: rimani qui, andando avanti. Ho corso per trenta minuti, un’ora, due ore, poi tre, poi cinque. Ho corso da sola la maggior parte del tempo, quasi sempre con la musica sparata nelle orecchie. Ho corso lungo il fiume della mia infanzia, pieno di serpenti neri e deturpato dall’uomo e dalle centrali idroelettriche.

Ogni tanto ho corso anche con altre persone. Nicolò e Gabriele mi hanno aiutato a fare i primi lunghi. Abbiamo raccolto piume di poiana e celebrato un funerale ad un capriolo sbranato da un lupo. Con Eva abbiamo guadato un torrente in piena arrampicandoci su un tronco scivoloso e instabile. La corrente era così forte che dovevi urlare. Quando siamo arrivate dall’altra parte, ci tremavano le gambe per l’adrenalina. La montagna ci ha reso un po’ sorelle e quella baita di legno con i fiori e le bandierine, in due settimane è diventata un po’ anche casa mia.

Arrivo a Santa Caterina Valfurva il pomeriggio prima della gara. Eleonora, che è venuta con me, ci aiuta a preparare i premi gara che sono dei taglieri di legno fatti a mano da Luigi, l’uomo più grande del mondo che viene sempre all’agriturismo a bere vino rosso e taneda a qualsiasi ora. Quando le prime persone arrivano, inizio a collegare volti a nomi letti online ed email scambiate nelle nicchie virtuali del nuovo outdoor italiano. Dopo una corsetta di trenta minuti in cui quasi mi si stacca un polmone durante un allungo per la disabitudine alla quota, mangiamo una pasta al pesto, faccio il fuoco e decido di andare a dormire molto presto. Per poco non mi perdo Banana che distribuisce in un rituale silenzioso i bellissimi pettorali di stoffa. Prima di addormentarmi, la mia amica Eleonora, che non corre, mi dice che non capiva cosa volesse dire ‘distribuire i pettorali’ e pensava che ci saremmo messi tutti in cerchio a fare dei push ups in giardino alle undici di sera.

Mi sveglio alle sei. I cinque temerari che corrono la corsa di 80km sono partiti già da un’ora. Medito, faccio stretching come in una mattina qualsiasi. Faccio colazione guardando il cielo e l’alba, che arriva dorata sui camper bianchi nel prato. Sarà una bella giornata, farà caldo. Non capisco dove vadano a finire le due ore dedicate a prepararmi, sono già quasi le 8 e faccio lo zainetto di fretta, mettendo dentro tutto a caso ma non troppo. Mi agito un po’ e non trovo il mio Garmin dell’anteguerra. Non sono riuscita ad andare al bagno a comando, dannazione, spero di non farmela addosso lungo la strada. Alla partenza, Banana ci invita a non guardarci i piedi, ma a guardare su in alto e intorno a noi, perché il percorso sarà davvero bellissimo.

Partiamo con il campanaccio. La folla composta da una trentina di persone si divide in tre gruppi. Gli spavaldi davanti. Poi altri due mucchi di corpi che corrono, chi con zaini grandi, chi con zaini piccoli, chi con niente. Rimango da sola, in coda, prendendo il mio spazio e cercando fin da subito di non seguire nessuno e tenere il mio ritmo. La salita inizia praticamente subito e corriamo tra baite e boschetti. Mi ritrovo dietro Maria Carla e Davide che chiacchierano tranquilli. Al primo bivio tutti sono incerti. Ho imparato a memoria le parole chiave da seguire come un mantra, ma le ho anche scritte per sicurezza su un foglietto che tengo nella tasca dei pantaloncini e che presto sarà ridotto a poltiglia bianca. Forse il gruppo degli spavaldi ha sbagliato strada iniziando a salire. ‘Confinale, Cavallaro, Pradaccio, Zebrù’, recito nella mia mente. Prendo il sentiero che sono convinta sia giusto e perdo il gruppo, voglio rimanere dietro tutti e non seguire nessuno. Il Garmin dell’anteguerra, sballato dalla quota, perde la connessione per 2km circa finché non me ne accorgo e lo riconnetto, ma ormai la distanza percorsa non è più corretta. Poco male, lo guardo solo per ricordarmi di mangiare e fuck the rest. Allo scoccare di ogni ora butto giù un gel e un pezzetto di barretta religiosamente. Altrettanto religiosamente, cerco di tenere le borracce piene e di idratarmi tanto. Ad un altro bivio mi ritrovo con tre tizi che mi scambiano per una local. Hanno un gps ma non sanno usarlo. Si presentano, ma mi dimentico i loro nomi. Uno dei tre mi chiede se sono una di quelle forti che corre a livello nazionale e se sono sola. Triste come alcuni maschietti si sentano di esprimere giudizi sulle abilità femminili anche durante una gara che è più una corsa tra amici che una competizione. Decido di lasciare il femminismo a casa e fare finta di non sentire. Non lascio mai commenti del genere impuniti, ma devo davvero risparmiare le energie mentali oltre che quelle fisiche per arrivare in fondo a questa cosa. Non posso nemmeno superarli perché consumerei troppo gas. La butto sul ridere. Gli dico che sono i tre moschettieri. Corrono insieme, pisciano insieme e hanno tutti e tre gli stessi calzini.

Inizio a vedere le indicazioni per Passo Zebrù e cresce la mia preoccupazione per la salita della muerte. Faccio andare avanti Atos, Portos e Aramis che vanno belli spediti con i loro bastoncini-spada. Fa caldo per essere a duemila metri. Il sole batte, io non ho neanche un cappellino, ma sopravviverò. Mi ricordo del mio PJ sandwich e lo mangio al km 18. Game on. Mentre mastico il pane molliccio mi sento una specie di rettile per il modo in cui muovo la bocca. Di tutta quella salita ho ancora ricordi un po’ confusi. So solo che era tanta. E’ strano come anche in gara cambi il senso del tempo, che passa velocissimo nel presente ma poi si dilata nella memoria. Vado piano, e penso alle parole di Banana. Alzo la testa dai piedi e guardo intorno, chiedendo un aiutino alla pachamama. Le montagne grigie e bianche mi abbracciano. Dopo guadi di ruscelli e tante rocce per quello che penso siano due ore di salita, vedo la neve. Si cammina sulla neve, non si corre perché si scivola ma chi è passato prima di noi ha fatto degli scalini quindi è piuttosto facile. Mi animo, se c’è la neve siamo quasi arrivati. Prendo un gel appena prima dell’ultimo tratto di salita. Mi fa venire un conato di vomito vuoto. Sento il campanaccio di Eva e la voce di Eleonora che grida forzaaaaaa. Arrivo su, mangio un pezzo di barretta. Eva mi dice: stai bene? Io: si. E inizio a volare giù fino al rifugio Pizzini, cercando di andare più veloce che posso senza schiantarmi e senza che i miei quads si straccino.

Tengo un bel ritmo per un po’, corro nei prati viola e freschi, con l’erba che mi tocca le caviglie. Cerco di distendere le dita dentro le scarpe e di sentire il terreno sotto la pianta del piede. Quello è stato il pezzo di percorso più memorabile, e non solo perché fosse il più corribile. Mentre mi fermo a prendere acqua ad un torrente incontro un tizio che si chiama Enrico, sembra tranquillo, gentile ma soprattutto silenzioso quindi decido di correre con lui per un po’. Andiamo avanti spediti, passiamo il ghiacciaio dei Forni maestoso ballonzolando sui ponti tibetani. Siamo più o meno a 30km e sento le forze un po’ mancare. Enrico prende il lead, mangio un pezzo extra di barretta. Lo seguo, non lo perdo mai di vista, accelero. Ci sono ancora salitine stronze che arrivano all’improvviso e che non piacciono ai miei quads. Ma continuo. Uno, due, uno due. Corriamo e scivoliamo su rocce rosse e bellissime che sembra quasi di essere su un altro pianeta. Poi intorno al km 32 il sentiero diventa corribile e single track. Ci sono tanti, tantissimi turisti. Si insinua nella mia testa il pensiero da outdoor supremacist del tipo ‘che palle perché non stanno a casa, buttano pure i fazzoletti a terra ma lo scaccio subito via. La montagna è inclusiva e non esclusiva e se queste famiglie vanno a vedere un ghiacciaio invece di andare al centro commerciale, è una cosa bella. Ma cerco di risparmiare anche in questo caso le energie mentali. Mi fermo a fare pipì e arriva Paco, che dice che si era perso. Corre un minuto con noi e poi accelera velocissimo e lo vedo sparire. Ma come fa, mi chiedo. Al km 38-39 mentre riempivo l’acqua sento una voce che urla ‘stiamo venendo a prendervi’, era Paco. Metto il turbo. Nel boschetto che mi da tregua dal sole a picco penso ad Hector e a quanto sarebbe bello vedere il suo viso tra qualche chilometro. Mando giù l’acqua salata accumulata negli occhi. Non è il momento per la malinconia. Continuo ad inciampare ma è come se ci fosse una forza magnetica che mi tiene su e non mi fa cadere. Vado più veloce che posso e inizio a vedere segni famigliari nel paesaggio, la casa a pallini, il ponticello delle ripetute, accelero ancora di più. Perdo Enrico, mi chiedo se è così gentile da farmi andare avanti e non accelerare. Ma non importa. Adesso c’è solo l’arrivo.

Non gareggiavo da anni e non avevo mai corso una maratona, ma mi ricordavo che gli arrivi fossero fatti di applausi, campane e high fives. Invece non c’è quasi nessuno. Due, tre facce sconosciute sedute a un tavolo che probabilmente erano arrivate la sera prima quando ero già a dormire. Pensavo fossero già tutti arrivati e si stessero lavando al campeggio. Sento Banana che mi vede e urla ‘attenzione’. Il percorso della maratona era di circa 42 km, sapevo già che avrei dovuto farne altri nove da sola per arrivare a 50. Mi piacciono i numeri tondi, che ci posso fare? Eva, che avrebbe dovuto correrli con me, non c’è. E’ dovuta rimanere su al passo per problemi tecnici. Non mi arrabbio, mi basta l’abbraccio di Banana per buttare giù l’ultimo gel e ripartire verso la strada forestale. E’ strano continuare a gareggiare contro te stesso quando tutti hanno finito, non c’è la stessa spinta, ma lo faccio, mentre le gambe mi chiedono di smettere ma non stanno nemmeno messe così male alla fine. Mi dimentico quasi perché lo sto facendo. Cosa ci faccio lì da sola correndo pianissimo su quella stradina sterrata in salita? Potrei farne altri 20, forse. Il Garmin si scarica. Forse la prossima volta. Arrivo alla baita per la seconda volta, stavolta ci sono più persone. Il cuore mi batte forte, ce l’ho fatta. Paco dice: come ci si sente ad aver corso 50k? Mi sdraio a terra a quattro di spade. Pensavo peggio. Sento il sollievo. Sento tranquillità e pace. Eva dopo un po’ arriva e urla scusaaaaa e mi abbraccia.

Con la prima birra scopro aneddoti vari. Qualcuno dell’ultra si è perso, Eva lo va a prendere. Povera, ha una faccia così stanca e bruciata dal sole che sembra abbia corso anche lei. Penso di essere fortunata ad avere amici come lei e Banana. Vedere quanto qualcuno si sappia sbattere per gli altri gratis è un grande indicatore di qualità umana. Scopro che Filippo dopo essere arrivato primo al passo Zebrù è scoppiato ed elemosinava Eva per un gel e aveva chiesto a turisti al rifugio di farsi riportare giù in macchina poi Paco l’ha preso e l’ha costretto a correre fino in fondo. Giulio ha perso la chiave del furgone e non sa come tornare a casa. Arriva Andrea, il vincitore dell’80km, fresco come se ne avesse corsi dieci. I tre moschettieri sono anche loro arrivati stremati al passo e si sono fermati al rifugio per mangiare qualcosa. Mi salutano e mi fanno i complimenti, dicono che mi hanno vista dal rifugio correre via. Paco ha continuato a sbagliare strada. Davide era con Maria Carla ed era così tranquillo che si è fermato a fare le foto ai turisti. Vengo dalla scuola inglese dove chi corre bene una gara non è necessariamente il più veloce, ma chi si sa orientare meglio. Come ho imparato da questa nuova e incerta normalità di vita pandemica, non ho superato nessuno e ho lasciato che le cose si aggiustassero da sole e facessero il loro corso. Sono arrivata terza e ho portato a casa uno dei taglieri di Luigi per essere stata la prima donna.

Seduta su quel prato mi ritrovo a condividere una giornata speciale con volti nuovi, che come me amano questa strana attività di correre su lunghe distanze mentre la maggior parte dell’umanità si è dimenticata come si fa. Quando l’uomo non era quello che è oggi, lo facevamo tutti. Dovevamo farlo per mangiare e per sopravvivere.

Mi sono ricordata di quando Hector era tornato da un mese di spedizione in Denali. Per tutta la settimana dopo il rientro, si era comportato in modo strano, come se gli servisse gradualmente tempo per riabituarsi alla normalità con quello che aveva intorno, persone e ambiente, dopo essere stato per giorni e giorni in uno stato brado di sopravvivenza, fatica, su un ghiacciaio a meno quaranta. Lo rispettavo, ma non riuscivo a capirlo fino in fondo, perché non l’avevo mai provato sulla pelle.

Ora, forse, so cosa significa.

BOA Fit System: una nuova prospettiva per le scarpe da trail.

Se correte da qualche anno, non potete fare a meno di accorgervi che il mondo della scarpa tecnica ha conosciuto diverse fasi, periodi, novità, e che fondamentalmente una scarpa di oggi è radicalmente diversa da una di quindici anni fa.

Le prime scarpe da trail, diciamocelo, erano una sorta di scarponcino da montagna alleggerito. La riscoperta minimalista ha contribuito sicuramente ad alleggerire le scarpe, a far perdere un po’di quella rigidità torsionale che rendeva alcune scarpe dei ferri da stiro, ha ridotto sensibilmente i drop delle scarpe e dato una nuova prospettiva. Le suole stesse sono cambiate grazie alla ricerca delle aziende e soprattutto di fornitori come Vibram: ora altri marchi legati alla gomma come Michelin o Continental si cimentano nel settore. Le cosiddette massimaliste hanno portato EVA in quantità copiosa senza sacrificare la leggerezza e l’ultima frontiera sembra sia quella delle intersuole in PEBAX o carbonio. Una sola cosa è cambiata poco o niente: il sistema con cui allacciamo le nostre scarpe. Ed è qui che cerca di inserirsi BOA, portando innovazione in uno spazio forse poco considerato, ma essenziale.

Il fondatore di BOA Fit System Gary Hammerslag

BOA nasce dallo snowboard, perché il fondatore Gary Hammerslag era stufo di dover sempre allacciare e slacciare gli scarponi con le mani gelate e soprattutto senza poter modulare in maniera corretta la pressione sul piede. Gary veniva già dal mondo dell’engineering, aveva appena venduto la sua azienda in campo medicale e contava solo di godersi per un po’la vita facendo snowboard sulle Rockies. Invece si è ritrovato a far partire un’azienda che oggi opera in tutto il mondo con uffici in USA, Giappone, Hong Kong, Cina, Corea ed Europa. Come mi hanno spiegato Lisa Bleierer, marketing coordinator, e Michael Kabicher, account manager (e trailer di altissima qualità visto che è stato anche campione austriaco), l’azienda vuole essere vicina ai mercati dove opera, per creare la migliore partnership possibile con le aziende che danno loro fiducia, e soprattutto interpretare al meglio le necessità dell’utente finale.

Dopo avermi portato in giro per i sentieri del Mondsee, dopo essersi fatto trovare sulla cima Coppi della Mozart 100 munito di campanaccio, e dopo innumerevoli caffè ad ISPO, ho deciso di interrogare un po’ Michi sulle particolarità di BOA e come funziona nello specifico delle scarpe da trail.

Dammi tre ragioni per scegliere BOA sulle nostre prossime scarpe.

Velocità, semplicità, precisione, se vogliamo riassumere in una frase. Perché puoi sempre avere il fit più preciso possibile quando sei sulla starting line ed aggiustarlo in un secondo prima di una lunga discesa. E non doversi mai preoccupare di avere le scarpe slacciate.

BOA Performance Fit Lab

Avete trovato resistenza nel mercato del trail? A volte sembra che sia molto tradizionalista e non così aperto come altri come il triathlon.

Si, a volte dobbiamo superare una certa resistenza e far mettere le scarpe ed il sistema nei piedi del consumatore per fargli capire i pregi. Ma quando lo provano, la risposta è immediata. Nei nostri settori classici come snowboard (in cui operiamo da quasi vent’anni), ciclismo o workwear, dove anche il fattore sicurezza è essenziale, la nostra presenza è un dato di fatto. Nel trail running siamo in crescita.

Quali sono stati gli sviluppi più importanti del BOA Fit System negli ultimi anni?

Negli anni ci siamo evoluti da un sistema di chiusura, in un sistema di performance fit, ed oggi possiamo connetter il piede alla scarpa in maniera molto più funzionale ed efficiente di qualsiasi laccio o altro sistema. Per quanto riguarda l’hardware (cavi, guide e rocchetto) siamo alla sesta edizione della piattaforma L, quella dedicata alle scarpe da corsa, il focus si sposta più su come possiamo connetterci in maniera ancora più funzionale con la tomaia. Nella base del Colorado abbiamo istituito un vero e proprio Performance Fit Lab dove queste configurazioni vengono testate e valutate dal punto di vista biomeccanico, tanto che i primi risultati sono in revisione ed in attesa di essere pubblicati su alcune riviste scientifiche.

Si testano i componenti a Mondsee…
…e si studiano nuove soluzioni.

Il sistema funziona meglio con alcuni tipi di scarpa?

Ottimo punto. L’idea da cui partiamo è che il tradizionale sistema con linguetta sia oggi datato, mentre una costruzione sock-fit o knitted combinata con overlap in materiali tecnici permetta al sistema BOA di lavorare al meglio. A parte questo, cerchiamo di lavorare con configurazioni diverse per il tipo di utilizzo: dal VK delle La Sportiva VK alle distanze corte come le Saucony Switchback fino a scarpe per terreni molto tecnici come le Adidas Agravic o per ultra come le NB Hierro. Ma quello che accomuna queste scarpe è questa concezione nuova a wraps e panels e l’utilizzo di rocchetti differenti a seconda dello scopo.

Quando sono stato da BOA, mi hai portato a fare qualche giro niente male… la zona del Mondsee è fantastica. Per chi passasse in zona: qual’è il terreno migliore per provare le scarpe BOA?

Abbiamo qualche giro notevole vicino agli uffici: lo Schafberg loop o la traversata del Drachenwald sono entrambi notevoli, c’è davvero di tutto, dalle creste tecniche a salite dure e bosco scorrevole. E’anche la zona di Mozart 100… felice di mostrarvi qualche sentiero se passate di qui.

Mondsee, dicevamo…

In questi mesi abbiamo messo alla prova BOA system su scarpe e tipologia di utilizzo varie. Sentiamo cosa dice lo staff DU.

ICEBUG New Run

Se in genere l’arrivo della primavera significa potersi allenare fino alle ultime luci del giorno con temperature miti, a quota 1750 vuol dire che si può iniziare a correre, ma sulla neve. Quest’anno la pista da fondo ha chiuso prima del previsto, diventando così un posto perfetto per iniziare gli allenamenti della stagione. Ma per correre sulla neve ci vuole la scarpa adatta. Ho provato le ICEBUG New Run, con chiusura in BOA Fit System, testandole per diversi mesi fino al completo scioglimento della neve. Le scarpe sono leggere e confortevoli, e i piedi anche dopo svariati chilometri nella neve bagnata primaverile restano asciutti, grazie alla membrana GORE-TEX di cui sono dotate. Non avevo mai provato la chiusura BOA in una scarpa da running, ma devo dire che ne sono rimasta decisamente entusiasta. In primo luogo trovo sia una modalità di chiusura agevole e veloce (le persone pigre come me apprezzano decisamente il poter infilare la scarpa e chiuderla in qualche secondo), e inoltre permette una regolazione precisa della scarpa sul piede. Durante la corsa la scarpa non si allenta nè si slaccia, permettendo così di dover pensare esclusivamente a fare fatica, senza doversi preoccupare di controllarsi mai i piedi. Sarei curiosa di provare questo sistema su altre scarpe da corsa. (Eva Toschi)

ADIDAS Terrex Agravic e Terrex Two

Sono due scarpe dal concetto molto differente: la Two ha volumi abbondanti ed intersuola ammortizzata, mentre la Agravic è tirata in tutto. Ma anche nella tomaia, e nel sistema di chiusura si nota la differenza. Io ho trovato comodissima la linguetta spessa della Two: non disturba la precisione del sistema BOA e da sollievo quando si tengono le scarpe per molte ore. Solitamente dopo cinque/dieci minuti quando la tensione del cavo si è uniformata do una regolata alla chiusura al volo alzando il piede senza neanche dovermi chinare e poi non la tocco più a meno di avere delle discese lunghe e tecniche dove mi piace sempre chiudere un po’di più per sentire la scarpa reattiva. Le Agravic invece sono molto più immediate e reattive ed anche il modo con cui lavora il sistema BOA è diverso. Gli spazi sono compatti e grazie all’overlap di TPU è facile trovare subito il punto giusto di compressione e tenerlo per tutta l’uscita. Nonostante questa sicurezza data dalla chiusura stabile, il piede rimane molto libero. Anche nei lunghi, con fango e polvere, il sistema ha sempre funzionato alla perfezione. Poi diciamocelo anche l’occhio vuole la sua parte, quando sono “chic e clean” le scarpe col boa! (Maria Carla Ferrero)

LA SPORTIVA VK

Qui siamo in una scarpa estrema in tutto, nella leggerezza, nei volumi, nella calzata. Non mi sarei aspettata su una scarpa così morbida comodità e precisione, invece anche qui il sistema BOA funziona bene, con il cavetto morbido che non si sente quasi sul dorso del piede ma permette di avere la scarpa ben stabile addosso senza perderla sul posteriore. L’unico problema con questa fuoriserie sono io che non so render loro giustizia come meritano. (Maria Carla Ferrero)

Riuscirà BOA Fit System ad affermarsi nel mondo trail? Se anche un tradizionalista come me ne è rimasto colpito, segno che dietro alla tecnologia c’è qualcosa di funzionale. Sicuramente lo sviluppo di scarpe “dedicate” permetterà di sfruttare ancora meglio le caratteristiche del sistema: la palla passa quindi ai disegnatori…

Fell running: gambe, testa e cuore.

Testo e foto di Elena Adorni

Capitolo 2

Il fell running non è una disciplina per deboli di spirito. Orientamento a parte, non sono richieste particolari capacità tecniche. Come dicono alcuni esperti del settore, servono solo gambe, testa e cuore. Io aggiungerei anche un grande amore per le pozzanghere e per il fango che ti si incrosta alle gambe per giorni. E anche per la salita, soprattutto sotto la pioggia e la grandine. L’assenza di un vero e proprio sentiero marcato, insieme ad un terreno roccioso unico al mondo, fanno sì che chi corra debba fare affidamento solo sulle proprie abilità e resistenze in autonomia, ancora di più rispetto ad una classica corsa su trail o strada. Una gara di fell può diventare un’avventura in montagna degna di essere chiamata tale.

Non ho una grandissima esperienza personale in fatto di gare. La mia prima (ed ultima) gara di fell running è stata appena più lunga di 15 miglia sulle colline fuori Manchester, nel cuore della campagna inglese. Il percorso partiva da un paesino in salita di nome Heptonstall. Mi avevano detto che a dare inizio alla gara con un colpo di pistola sarebbe stato il prete del paese. Una mezza maratona in mezzo a fiumi, sassi e pecore sarebbe stata rigenerante. Avevo delle scarpe da trail, non sarebbe servito molto altro. L’iscrizione alla gara era di 10£ ed essendo stanca di correre sul cemento tutti i giorni, volevo andare a vedere più da vicino che cosa fosse, questo fell running.
Sono partita con la mia amica Hannah, e siamo arrivate a registrarci alla partenza totalmente impreparate. Sapevamo che dovevamo portare uno zainetto con bussola, un paio di vestiti asciutti di emergenza e i guanti. In fila per prendere il numero, gli organizzatori ci hanno sgridate per non aver stampato la mappa del percorso a casa ed essendosi insospettiti, ci hanno chiesto se avessimo navigation skills (capacità di orientarsi solo con bussola e mappa). Assolutamente si, abbiamo detto. Hannah ha rinunciato a metà gara perché si è persa, mentre io in qualche modo sono arrivata fino alla fine, sempre seguendo gruppetti di persone, senza avere idea di dove sarei andata senza di loro. A fine gara sono entrata nella chiesa dove distribuivano la zuppa, e appena ho varcato la soglia tutti si sono girati verso di me. Mi sono guardata le gambe, che erano completamente insanguinate dal ginocchio in giù. Cadendo sul terreno roccioso in discesa mentre andavo abbastanza veloce, mi ero fatta due tagli piuttosto profondi su entrambe le ginocchia, ma ero così fuori di testa per la fatica e per la gioia di aver scoperto quel mondo, che non mi ero accorta del dolore, o del sangue, mi ero semplicemente rialzata e avevo proseguito senza manco guardarmi le gambe.
Dopo quella gara ho deciso che avrei corso su strada il meno possibile. Correre sul piano senza l’imprevedibilità degli elementi era diventato estremamente noioso. Il destino vuole che mi avessero offerto un lavoro a tempo indeterminato in campagna. Così ho iniziato ad allenarmi nei paesaggio nebbiosi e rocciosi delle colline inglesi e non mi sono più guardata indietro. Non ho mai sentito un grande senso di appartenenza a quei luoghi, non è mai scattata in testa quella cosa che ti fa dire: ah, correrei su queste piccole montagne per tutta la vita. Non ero nel mio elemento. Che ne sapevo allora. Erano i posti più selvaggi in cui fossi stata.

Ma che cos’è precisamente il fell running e cosa distingue la disciplina inglese dal classico trail? Inizierei con una breve premessa. L’Inghilterra è divisa storicamente e culturalmente tra Nord e Sud. Il Sud dell’isola (da Nottingham in giù) ha un accento molto più ‘neutrale’, le persone sono generalmente più ricche e il paesaggio è prevalentemente piatto. Il Nord, avvicinandosi alla Scozia, è più montagnoso, l’accento è quasi incomprensibile se non l’hai sentito prima, e c’è molto slang linguistico formatosi storicamente con la classe operaia. ‘Fell’, nello slang del Nord, significa collina.


Lo sport nasce come una prova di forza tra pastori durante le fiere agricole intorno alla fine dell’800 nel Lake District, una regione del Nord Est oggi Parco Nazionale. Eseguendo anche gare di lotta e altre prove fisiche strettamente riservate agli uomini, mentre le donne guardavano con gli ombrellini, i pastori sceglievano una collina su cui gareggiare in salita. Chi arrivava primo si guadagnava la fama locale e il prestigio di essere l’uomo più forte del villaggio. Le donne hanno iniziato a gareggiare per la prima volta nel 1979, nove anni dopo l’istituzione ufficiale dello sport attraverso la Fell Runners Association. Oggi il numero di donne che partecipano allo sport aumenta ogni anno e sta superando quello degli uomini.

Ciò che distingue la disciplina anglosassone dal classico trail running è la mancanza di un vero e proprio sentiero, con varie eccezioni. Le gare sono divise in categorie di distanza ed elevazione, ma tutte richiedono una minima abilità di orientamento e l’obbligo di portare con sé mappa, bussola, vestiti di ricambio e cibo. Ai tempi in cui vivevo oltremanica, i miei amici arrampicatori che si credevano molto cool con le loro corde e ferri, avevano sempre qualcosa da dire quando preparavo il mio piccolo zaino da 10lt per andare ad allenarmi fuori. Lo chiamavano ‘lo zainetto della nonna’, granny’s bag, perché effettivamente c’era dentro quello che ti porteresti dietro per una scampagnata della domenica. Quando più in là ho iniziato anch’io a fare arrampicata e scialpinismo e sono diventata cool, mi è mancata (ed è mancata molto anche al mio portafogli) moltissimo la leggerezza minimalista di muoversi in montagna con attrezzatura minima. Lo zainetto della nonna, comunque, ti può salvare la vita se preparato bene. Anche nei rari casi in cui i percorsi sono tracciati, il maltempo imprevedibile può causare scarsa visibilità e situazioni di pericolo. Mi è successo in allenamento di uscire di casa con il sole e di ritrovarmi in cima ad una collina in una tempesta di neve, incapace di proseguire e rischiando seriamente l’ipotermia. Paradossalmente credo di essere stata più a rischio durante alcuni allenamenti lunghi in solitaria nei fells inglesi piuttosto che a fare scialpinismo in British Columbia a -25. Se fossi stata da sola me la sarei vista brutta, la poca visibilità e in questo caso la neve possono causare un rallentamento del ritmo facendo diminuire drasticamente la temperatura corporea. Da quel giorno ho deciso di iscrivermi ad un corso di orientamento, che a mio parere andrebbe fatto a prescindere. Se ti piace la montagna e ci vai spesso, anche solo su sentieri, dovresti sapere che la natura è imprevedibile e avere nozioni di orientamento e primo soccorso non solo può farti sentire più sicuro e ‘empowered’ (parola che non ha traduzione italiana), ma può anche aiutare gli altri che sono con con te e salvare delle vite a persone che non conosci.

L’altra caratteristica del fell running, è che è rimasto uno sport totalmente fuori dai circuiti della corsa ‘commerciale’ e questo lo rende unico. Nonostante ci sia un’associazione nazionale e nonostante siano passati più di cent’anni dalla sua nascita, le gare sono rimaste accessibili a tutti e sono tutt’ora organizzate dalle comunità rurali. Nonostante questo, al traguardo non manca mai un esercito di volontari che ti riempie di cibo fatto in casa, zuppa e pane e dolci. In Inghilterra si corre molto spesso su proprietà dei contadini, che è aperta al pubblico e si può attraversare legalmente rispettando un codice etico e pratico. I campi sono delimitati dalle tradizionali ‘fences’ (recinti) fatti di sassi, che sono segnati sulle mappe e molto spesso possono servirti come punto di riferimento quando non hai idea di dove sei finito. Azzardo a dire che dovrebbe essere così ovunque, che una gara dovrebbe promuovere il territorio e chi lo abita nel quotidiano, che siano umani o animali. Mi viene in mente il mio Appennino Tosco-Emiliano, semi disabitato e con sentieri meravigliosi dalle montagne fino al mare. Se fosse l’Inghilterra ed ogni paesino sfigato organizzasse tre eventi l’anno, si potrebbe gareggiare ogni fine settimana, e magari chi viene da fuori potrebbe fermarsi a comprare cibo prodotto in modo sostenibile da riportare in città aiutando l’economia locale, l’agricoltura rigenerativa e il proprio corpo.

Se vivessi ancora in Europa, in cima alla mia bucket list ci sarebbe sicuramente il Bob Graham Round. 66 miglia (circa 106km) e 27000 ft di dislivello toccando 42 ‘vette’ nel Lake District da compiere in un minimo di 24 ore con un testimone per ogni vetta raggiunta. C’è questo video molto bello di Salomon TV che vi fa entrare nell’atmosfera e riassume in modo efficace lo spirito della disciplina.

Anche se non è una gara vera e propria ma piuttosto un loop più simile ad un fkt, credo che per storia e tradizione sia un circuito che incorpora l’essenza di quello che il fell running è, e anche quello che non è. Il record di un singolo giro è per ora di Kilian (12h 52m), ma il record di ‘round’ doppio è della mia preferita, Nicky Spinks, che ha completato il giro doppio in 45h30min. C’è un film che ne parla, ‘Run Forever’, prodotto da Innov-8. Sarà perché forse alla sua età mi immagino un po’ come lei, sarà che anche se ha sponsor la corsa rimane il suo hobby e il resto del tempo lo dedica alla fattoria, sarà che è un mostro nell’orientamento e sorride sempre (anche quando prova a finire la Barkley marathon, fallendo), sarà che ha iniziato a correre forte dopo essere sopravvissuta ad un tumore al seno, ma Nicky Spinks è davvero diventata una leggenda femminile dello sport anglosassone.

 

Insomma, oltre il canale della Manica succedono un sacco di cose interessanti. L’ostacolo più grande sarà capire l’accento, ma gli inglesi del Nord sono così gentili ed amichevoli, che vi daranno sicuramente una mano.

Road to…the unknown

Parte prima

L’idea sarebbe stata quella di raccontare la strada verso la mia prima 100 miglia, ma ora come ora credo non ci sia nemmeno una persona che abbia la certezza di poter correre la gara (o le gare) che aveva programmato. Mai come adesso prendiamo un giorno alla volta, un’uscita (quando possibile) alla volta e procediamo brancolanti nel buio verso una destinazione sconosciuta.
Mai come adesso conta la strada, più che l’arrivo.

Proprio oggi quando sono tornata a casa dopo un’uscita di un’ora in cui ho fatto ripetute avanti e indietro sulla strada di casa, ho visto quel pallino rosso sul francobollo dell’applicazione Mail e, pensando che fosse la solita scocciatura di lavoro , – o peggio, una pubblicità – l’ho aperta senza troppa attenzione. La mail era in tedesco e mi è bastato il titolo per capire il contenuto del messaggio: GGUT 2020 canceled.
Non c’è stato bisogno nemmeno di trovare il modo di tradurre il testo, il senso era facile da intuire: non si corre.
Avevo scelto di correre a fine luglio il Gross Glockner Ultra Trail come gara di preparazione alla gara A e perché era una delle poche che potessi fare che fosse qualificante per la Western States.
Per adesso la gara A, la 100 miglia, non è ancora stata cancellata, ma vista la situazione non posso sperarci troppo. Si, la gara è in autunno, ma dall’altra parte dell’oceano la stanno gestendo proprio male e devo impormi di non sperarci troppo.

A settembre dell’anno scorso ero tappata in furgone insieme a Alessandro, Edoardo e Ombra, mentre fuori pioveva talmente forte che avevamo difficoltà a sentire la voce l’uno dell’altro, e chiacchierando di fronte al microfono di Buckled, Alessandro mi ha chiesto se avessi intenzione di correre nella prossima stagione la mia prima 100 miglia. Era una domanda legittima: in un paio d’estati sono passata da 0 chilometri a 50, poi a 100. Il prossimo passo doveva essere una 100 miglia. Non faceva una piega come ragionamento. Ho fatto fatica a credere alla mia stessa voce quando ho risposto di no, che l’anno a venire sarebbe stato un anno per tornare sui miei passi e cercare di migliorare sulle distanze che conoscevo invece di dare da mangiare al mio desiderio di andare sempre un po’ più avanti, di andare sempre verso l’ignoto. L’ho detto ad alta voce, davanti a un microfono, quasi per obbligarmi, per cercare di essere coerente. Nei confronti degli altri e di me stessa.
Non che non avessi voglia di correre una 100 miglia. Anzi. Ma ho pensato che essere paziente sarebbe stata non solo una forma di rispetto verso il mio corpo, ma anche di rispetto della distanza. Non mi andava di avere un atteggiamento spocchioso e arrogante; non nei confronti della Distanza.

Poi però – e c’è un però altrimenti non sarei qui in questo momento – è successo qualcosa che non avevo previsto. Non sono sicura si trattasse proprio di fortuna; forse tutto il contrario.
Il 7 dicembre alla lottery che si svolgeva al Tempio, dopo aver già vinto una quantità vergognosa di premi, il mio ultimo numero è stato estratto con il Grande Premio: il pettorale per UTLT. 100 miglia, in California. Nel camminare verso Davide che mi allungava il foglio di carta con stampato il logo della gara e una sua foto in cui la correva, ho sentito salire un imbarazzante calore per tutto il mio corpo fino a farmi arrossire prima, a ridere dal nervosismo poi. Dopo qualche minuto ho preso Davide da parte e gli ho detto “che faccio? vado?” Lui ha sorriso, assentendo. “Mi stai mandando al macello vero?” “Si, ma ti ci faccio arrivare preparata, al macello.”
Chi sono io per non assecondare le leggi beffarde del destino? Chi sono io per non dare retta al Coach? Tanto con la scusa che ho vinto il pettorale non si offende nessuno se mi rimangio quello che ho detto. E la distanza la rispetto correndola.

La gara è a fine settembre, avrei tutto il tempo di prepararla anche se mi cominciassi ad allenare solo in primavera. D’inverno si scia: non c’è 100 miglia che tenga il confronto con il desiderio di passare sei mesi a tracciare curve nella neve profonda. L’anno scorso ho iniziato a correre a maggio; la mattina facevo una gita di sci-alpinismo e il pomeriggio una corsetta leggera tra fango e neve marcia.

Quest’anno i primi di marzo hanno aperto la strada dei Forni ed abbiamo inaugurato la stagione di sci-alpinsimo, pensando di poter sciare fino quasi a giugno, come l’anno scorso. La domenica della nostra prima vetta su ghiacciaio è iniziato lo stato d’emergenza e ci hanno poi vietato – tra le tante cose – di andare sulle montagne. Per qualche giorno abbiamo lasciato gli sci a portata di mano, speranzosi. Dopo una settimana li abbiamo portati da basso, e abbiamo tirato fuori dalle scatole le scarpe da corsa.

Mi piace correre, ma come tutte le cose che amo ho un atteggiamento bulimico verso di esse e quando inizio ci immergo dentro fino ad affogare. Dopo qualche mese, per respirare, devo tirare fuori la testa dall’acqua. Questo è il motivo per cui scio sei mesi e ne corro altrettanti sei. É più sano per me. Quando arrampicavo ci stavo troppo tempo con la testa sott’acqua.

Ho iniziato a correre a marzo non per voglia, ma per necessità. Perché non potevo fare altro. Ho tirato fuori dalla scatola le scarpe di Icebug – pensate proprio per la corsa su neve – che ero curiosa di provare ed ho iniziato a correre davanti casa. Un po’ su asfalto, un po’ sulla pista da sci di fondo ormai deserta per correre sul morbido e provare le scarpe.
Le prime due settimane ho corso tre volte a settimana, 5 chilometri a uscita. Tornavo a casa stufa, che non ne potevo già più di fare avanti e indietro a pochi metri di casa.

Sapevo che se avessi continuato a correre così, per scazzo, mi sarei arresa dopo poco. Così ho cercato di immaginare ‘the big picture’ ed ho cominciato, insieme a Davide, a dare un senso alle mie uscite.
La primavera è strana qui in quota: un giorno nevica e fa un freddo cane, quello dopo corri in pantaloncini corti con l’aria così secca che ti brucia i peli dentro le narici. Forse è anche grazie a quest’imprevedibilità che non mi sono ancora stufata.

La strada davanti casa è in falso piano, così quando corro da un lato sento il vento in faccia e corro più forte; quando giro di colpo su me stessa l’aria si ferma e il passo si accorcia. La prima volta che mi sono accorta della differenza di un verso rispetto l’altro ho iniziato a correre gli intervalli girandomi di corsa sul posto per poterli correre in discesa e recuperare in salita. Davide se ne deve essere accorto e per le prossime settimane mi ha inserito un allenamento in cui devo fare gli intervalli obbligatoriamente in salita e recuperare in discesa. Si chiama Buckled, l’allenamento. Di buon auspicio? Oggi quando sono rientrata dell’allenamento ho trovato la mail di annullamento della 100 k che avevo in programma.

Prendo una giornata dopo l’altra, con la mente rivolta al futuro ma verso un obiettivo che si muove e muta, che come provi ad agguantare ti sfugge dal pugno stretto e ti lascia la mano rossa e vuota.
Non mi dispero se verrà annullata all’ultimo la 100 miglia. É arrivata senza che la chiedessi e può andarsene senza che la trattenga. Continuerò ad uscire fuori fino a quando non potrò allontanarmi da casa e correre sui sentieri dove si sarà sciolta la neve più ostinata. Non mi importa se non conosco la destinazione. Intanto, mi godo la strada, con la speranza che domani potrò cambiare il nome di questi racconti.

Chorlton Runners: correre nel Nord dell’Inghilterra

Il blog di DU si arricchisce con una nuova penna femminile, e quando avrete finito di leggere questo racconto ne capirete il motivo. Difficile scrivere una presentazione di Elena senza riempire 4 pagine, ma proverò ad essere breve. Elena è una giovane donna dell’appennino parmense, che dopo aver finito di studiare e aver lavorato in Inghilterra come antropologa visiva decide di  partire per un viaggio in solitaria di nove mesi in Patagonia per dare una svolta radicale alla sua vita lavorativa e personale. Elena vuole vivere a contatto con la natura e vuole dedicare la sua vita alla fotografia documentaria. Da quel momento è successo di tutto: ha iniziato ad arrampicare, si è innamorata, ha vissuto due lunghi inverni in camper in British Columbia, ha sciato le più belle pareti dell’Alaska, ha lavorato in una fattoria, e un giorno, con un saccone da 70litri, ha bussato alla porta de Labbaita ed è entrata inevitabilmente nella mia vita. Una sera mentre spalmavamo l’hummus sul pane dopo una sciata, Elena mi ha confessato di voler correre la sua prima ultra prima di compiere 30 anni, a fine settembre di quest’anno. E invece di consigliarle di inizare ad allenarsi le ho detto: “beh sai, secondo me dovresti proprio scrivere qualcosa per un blog che conosco”. Eva

Testo di Elena Adorni

Capitolo 1

Ogni articolo sulla corsa inizia sempre con ‘non so bene come tutto questo sia iniziato…’. Io invece mi ricordo fin troppo bene. Era il 2015, nel pieno di quello che chiamo ‘la mia vita passata’. Vivevo in città, nel Nord dell’Inghilterra, a Manchester. Era uno di quei momenti in cui dovevo usare la mia testa così tanto che iniziava a farmi male. Così ho iniziato a correre.

C’è qualcosa di speciale che accompagna i parchi inglesi. Ogni parco ha la sua personalità, tutti sono curati, il prato è sempre tagliato alla perfezione. Correndo, con il passare dei mesi ho imparato a conoscerli tutti. Spesso per gli allenamenti più lunghi facevo dei percorsi da parco a parco, alcune miglia in uno, poi correvo all’altro e così via. Alexandra Park era quello più multi culturale, con i campetti da cricket e le famiglie pakistane che facevano i pic-nic. Platt Fields era il parco con le piste da skateboard, dove si riunivano i miei amici a bere le birre, perciò cercavo di evitarlo. A Chorlton Water Park invece, c’era un lago con un sentiero intorno di esattamente un miglio, perfetto per allenare la velocità. La specialità di Longford Park, il parco più vicino a casa mia, era che aveva una pista da corsa e che ogni sabato mattina potevi correre in quello stesso parco 3km in una gara non competitiva. Ti davano un tempo e una scusa per non bere troppo il venerdì sera. In quelle corse comunitarie alle 9AM ho scoperto poi che nel mio quartiere c’era un club di corsa. Si chiama Chorlton Runners e chi si iscrive con una piccola quota può iniziare a gareggiare alle gare nazionali con una canotta nera e gialla.

Il problema di correre a Manchester è che non ci sono colline. L’unico terreno con un po’ di dislivello si trova a Chorlton Water Park, dentro uno sterrato in un bosco usato principalmente per mountain bikes. Questo solo d’estate o di primavera, durante l’inverno invece ci si allena in uno spartitraffico con l’erba in salita in mezzo ad una strada a corsie doppie. Il parco in inverno non è illuminato e fa buio troppo presto, quindi bisogna spostarsi in un posto con i lampioni. L’allenamento del mercoledì sera si svolge proprio lì, bisogna correre per 8-10 laps di 800m su e giù dalle colline, che fosse il parco o lo spartitraffico. A supervisionare c’è la coach Val Brennan, una signora sulla cinquantina bassa e tarchiata. Pensavo fosse tutta una barzelletta. Ma ho iniziato ad andare ogni settimana. Ho scoperto che Val, quando era giovane, era una delle donne più veloci dell’Inghilterra nella maratona, e che non poteva più correre per problemi alle ginocchia e si era messa ad allenare per passione. Una sera di inizio autunno, dopo un estenuante allenamento nello spartitraffico, mi ha chiesto di correre per il club la stagione del Cross Country, una gara al mese, cinque gare in totale, ‘not a big deal’, mi ha detto, ‘it’s just for fun!’. Le ho dato retta, e le ho detto di sì.

Ho iniziato ad allenarmi con il club cinque giorni a settimana. Ho corso per la prima volta in pista. Ci allenavano per spingere la velocità, a me piaceva andare e sudare più che potevo, come una gazzella respirando allo stesso ritmo di chi mi correva a fianco. Era pieno inverno e correvo in pantaloncini corti. Fuori dalla pista di atletica ci si allenava con le torce in testa, perché in inverno fa buio alle tre del pomeriggio. Gli allenamenti mi davano un senso di routine. Mi ero appena laureata e stavo cercando lavoro. Non sapevo ancora chi ero, avevo una paura tremenda di diventare adulta e la corsa mi ha aiutato ad essere fedele a me stessa. Mi ha dato disciplina, mi ha dato una direzione, allora non sapevo verso che cosa, ma l’ho seguita. Qualcuno mi aveva chiesto allora, che cosa faresti senza la corsa? Non avevo una risposta.

Mi sono comprata un’orologio Garmin per gli allenamenti, l’ho comprato usato da Val. E’ quello che uso ancora oggi. E’ enorme sul mio polso piccolo e ossuto e sembra davvero obsoleto rispetto alla tecnologia di oggi, ma ci sono affezionata e funziona ancora. Ho iniziato a studiare percorsi per allenarmi da sola, mi sentivo un’esploratrice dei parchi della città. Non sapevo che già allora stavo dando voce alla parte più selvaggia di me, chiusa tra le vie e le case fatte di mattoncini rossi tipiche dell’Inghilterra del Nord, in una vita troppo stretta. Mi facevo largo, cercavo di allargare gli orizzonti dentro di me guidata dal ritmo dei miei piedi. Tornavo a casa e la mia migliore amica mi prendeva in giro vedendomi rientrare dalla porta in pantaloncini e spegnendo il Garmin. ‘Aah, now she has that watch…’ ha detto una volta ad un’amica mentre rientravo. Altre volte tornavo dagli allenamenti e vedevo i miei amici bere fuori dai pub nelle vie del quartiere, pedalavo il più veloce possibile con la mia bicicletta rossa perché non mi riconoscessero. Mi sentivo una sfigata. Oggi vorrei dire alla Elena di allora: ‘che si fottano! E’ meglio uscire ad allenarsi che bere seduti ad un pub! Sei una figa!’. Ma allora non sapevo chi ero nel mondo e mi nascondevo nelle mie esplorazioni solitarie.

Al club ero la più giovane, ho iniziato a perdere peso e a diventare più veloce ogni settimana. Con il passare del tempo era come se le gambe mi mettessero in contatto con il mio vero io, e non ne potevo più fare a meno. C’era un particolare luogo che mi faceva sentire quasi in un universo parallelo, un ponte che univa due parti del parco passando come un arco sopra l’autostrada. Ogni volta che correvo lì sopra, lo facevo più veloce che potevo. Mi piaceva che si vedesse il cielo e nient’altro, se si guardava sempre avanti.

Avevo accettato di gareggiare per varie ragioni. Prima di tutto perché avrei potuto correre in parchi della città che non conoscevo, perché erano poco sicuri da raggiungere a piedi o di corsa, nelle periferie. Mi piaceva l’idea di gareggiare in squadra, che il tuo tempo individuale si andasse a sommare a quello degli altri per avere una posizione in classifica come team. Ma soprattutto, mi piaceva l’idea che il tuo tempo in pista o negli allenamenti non importasse, perché erano le varianti naturali a cambiarlo: pioggia, neve, grandine grossa come palle da tennis, pozze di fango che ti fanno sprofondare fino alla vita, colline, boschi e vegetazioni che ti tagliano le gambe. Ogni gara è un percorso di 10km circa, ma l’intensità e le variazioni del terreno rendevano ogni gara diversa ed unica.

Le gare erano sempre di sabato. Dopo la prima, in cui sono arrivata circa a metà classifica, avevo deciso che mi sarei impegnata al massimo durante tutto l’inverno per arrivare tra le prime donne e far vincere il mio club. L’ultima gara della stagione era in un parco che si chiamava Boggart Hole. Già dal nome si dovrebbero capire molte cose, in inglese britannico il ‘boggart’ è uno spiritello maligno e il buco (hole) la sua tana. Notoriamente era la gara più difficile della stagione, per il tipo di percorso, e la pioggia aveva scrosciato interminabile fino al giorno della gara, tramutando la terra in un oceano marrone. I ricordi sono ormai lontani oggi, sono passati cinque anni e i pensieri a caldo sono da qualche parte nei miei diari, molti chilometri da dove sono adesso. Mi ricordo però di aver corso per la prima volta senza orologio, fregandomene del tempo e di sapere quanti chilometri rimanevano, volevo essere libera e ascoltare solo il mio corpo. Con il tempo ho poi gareggiato molte altre volte senza orologio, ed è diventato il mio punto forte, la mia caratteristica, di cui mi vanto un po’ ancora adesso. Mi ricordo di essere andata in una specie di stato di trans psico fisico, come se niente mi potesse fermare, neanche il dolore o l’umidità gelida sulla pelle nuda. Le grida dei miei compagni di squadra dietro i nastri e negli angoli più duri del percorso erano come evanescenti. Mi ricordo toccare gli alberi attraversando la piccola foresta, senza smettere di correre, pensando che mi avrebbero dato l’energia e la forza per continuare. Mi ricordo superare tutti in salita, e finire prima, con uno sprint e le gambe completamente nere e ricoperte di fango. A fine gara qualcuno mi aveva urlato: ‘What did you eat for breakfast?!’.

Dopo quella gara sono cambiate molte cose nella mia vita. Sono andata ai campionati Nazionali, ho iniziato a perdere sempre più peso fino ad andare in amenorrea. Ho iniziato a sentirmi male i giorni in cui non mi allenavo e allenarsi era diventato come fare i compiti. I miei amici si preoccupavano per me, il mio club non mi faceva più pagare i costi della gare per volermi far gareggiare a tutti i costi. Mi compravano scarpe con i loro sponsor. Ho piano piano perso la gioia di correre, quella gioia che mi faceva esplorare i parchi all’inizio. Poi mi sono trasferita fuori città, nelle campagne, e ho scoperto che i parchi potevano essere infiniti e senza confini.

Ma questa è un’altra storia.

Dopo quasi un anno da che avevo iniziato a correre, un pomeriggio di primavera avevo deciso di partecipare ad una gara di 5km in pista. Non avevo mai gareggiato in pista e pensavo poteva essere un buon modo per testare il mio livello di velocità al momento, ed era proprio a Longford Park, dov’era iniziato tutto, dietro casa. Sono arrivata penultima, ma non mi importava niente. Stavo gareggiando con persone che correvano in pista tutti i week end, con un livello atletico altissimo, più giovani di me, le classiche figure snelle ed eleganti che sembrano nate per fare quello. Ho invitato la mia migliore amica a vedere, la stessa che mi prendeva in giro per l’orologio mesi prima. Era lì che sedeva sugli spalti e urlava il mio nome. Dopo la gara mi ha detto: ‘Vedi, non sarai la più veloce, però quando ti vedo correre, è come se potessi andare avanti per sempre’.

R2R2R – Il sogno degli FKT

Se l’ultrarunning fosse solo il tran tran di allenamenti gare allenamenti gare off season allenamenti gare, sarebbe una noia mortale.

Per fortuna esistono molte altre realtà nella comunità dei corridori che non hanno a che vedere strettamente con le gare organizzate. Un giorno una persona mi ha detto che tutto l’anno si prepara solo per correre (sopravvivere) a URMA 50k Invitational perché alla fine c’entra poco con le gare, pur essendo una gara.

Un altro aspetto meraviglioso del nostro mondo sono i FKT, ovvero i record su un determinato percorso che chiunque può andare a ripetere (Fastest Known Time). Per certi versi sono una forma ancora più pura di competizione, perché non sono legati a un singolo evento, e bisogna trovare la motivazione dentro se stessi per tirarsi il collo anche se alla fine non c’è una medaglietta da finisher, le persone che ti applaudono e tutto il resto.

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Da noi in Italia il movimento degli FKT non è ancora così grande, ma negli States è veramente una parte importante della corsa. Basti pensare che quasi tutti gli atleti élite, una volta finita la stagione delle gare ufficiali a cui spesso “devono” partecipare per motivi di sponsorship, si concentrano su di essi.

Ora, andando a stringere tantissimo, diciamo che i due FKT più famosi si trovano attorno al lago Tahoe (il Tahoe Rim Trail) e ovviamente il famigerato RimToRimToRim nel Grand Canyon, in Arizona, di cui andrò a parlare.

Ma cosa ha di speciale questo sentiero?

Forse il fatto che il Grand Canyon è uno dei luoghi più belli del mondo e
l’atmosfera che questo luogo emana, soprattutto se si decide di immergercisi dentro, di respirarlo e di viverlo. Per tanti versi, non esistono altri luoghi come il Gran Canyon al mondo.

Come prima cosa devi scendere nell’inferno, abbassarti per 1500 metri di dislivello.

“Where else in the world do you start a run where you drop 5,000 feet in elevation? Mentally and physically, it is incredibly demanding.”

Rob Krar

E la discesa e risalita di Rob nel Canyon la trovate in uno dei video più belli di sempre (probabilmente il mio video preferito) sulla corsa, Depressions di Joel Wolpert.

Dicevamo, Grand Canyon. Si, la famosa gola in cui tutti i turisti medi vanno a fare una foto affacciati dal balconcino dove il Colorado River (il fiume che ha scavato la gola) compie un percorso con una curva perfetta. Ecco, 8 persone su 10 si fermano, fanno la foto e se ne vanno, in classico stile consumistico usa e getta. Qualcuno si avventura all’inizio del sentiero, scende le scale di pietra e torna indietro. Qualcuno, e praticamente tutti gli ultrarunner, invece, corrono le 21 miglia dell’intero sentiero, partendo dal South Rim e scendendo tramite i sentieri South Kaibab o Bright Angel Trail e su per il North Kaibab Trail, per un totale di circa 34 km con 1700 metri di dislivello.

Il RimToRimToRim è ovviamente il doppio perché arrivati al North Rim ci si gira e si torna indietro.

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Il Bright Angel Trail si chiamava in realtà Cameron Trail (da un ex senatore dell’Arizona) e per realizzarlo si spesero $100,000, 12 anni e il lavoro costante di un centinaio di operai. Il nome originale rimase appunto solo fino al 1982 poi si adottò quello che da sempre era in uso comune, Bright Angel. Una leggenda narra di una bellissima ragazza scesa nel canyon e che non fece più ritorno; anche se un altro aneddoto parla di un prete salvato alla morte per disidratazione da una ragazza indigena che gli porse dell’acqua a cui venne intitolato il sentiero; un’altra storia ancora dice che il nome serve a bilanciare un altro sentiero, chiamato Dirty Devil.

L’uomo bianco arrivò nei canyon per il lavoro di estrazione mineraria; passarono tantissimi anni prima che venisse ipotizzato un “uso turistico” e che il collegamento tra le due sponde fosse utilizzabile. In fondo al Canyon, vicino al fiume, fu costruito un rifugio, il Rust Camp, poi divenuto Roosvelt Camp nel 1908 dal presidente che fece visita al luogo per andare a cacciare dei leoni di montagna (con una pretestuosa licenza di “caccia per fini di ricerca” affinché potesse divertirsi e uccidere tutti gli animali che volesse nonostante il Grand Canyon fosse già un parco nazionale). Il primo vero ponte (e non solo dei cavi) creati per attraversare le sponde arrivò nel 1921. A seguito di ulteriori e ingenti spese il luogo si affermò come meta turistica, prima a livello locale e via via sempre più fino a diventare globale.

Il Grand Canyon ha un’atmosfera a tratti cupa, severa, fatta di deserto, temperature schizofreniche e aneddoti tetri. Dal 1870 circa 600 persone hanno perso la vita nel Grand Canyon. Cadute, ipotermia, disidratazione, annegamenti, cadute di massi, suicidi, tantissimi, e altre sparizioni varie. Nel 1956 due aerei di linea si schiantarono provocando la morte di 128 passeggeri.

Il Grand Canyon è un luogo austero e, seppure i turisti da tutto il mondo si accalchino sul parapetti di inizio sentiero, l’uomo non è ancora riuscito a snaturarne l’atmosfera selvaggia.

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Il primo a siglare un record “ufficiale” è stato il corridore dell’Arizona, Allyn Cureton, con 7 ore e 51 secondi, nel 1981. Poi, per 25 anni, nessuno gli ha strappato il record, e questo, ovviamente, non ha fatto altro che accrescerne il potere magico.

Negli ultimi anni il record del R2R2R è passato tra le mani della nobiltà trail a stelle e strisce. Rob Krar, stampando 6 ore 21 minuti e 47 secondi a novembre del 2013, lo aveva preso ad un certo Dakota Jones che lo aveva corso nel maggio del 2011 in 6 ore e 53 minuti. Poi però è arrivato tale Jim Walmsley nel 2016 e ha azzittito tutti con 5 ore e 55 minuti.

Donne? Cat Bradley, che tra le altre cose si era già vinta la WS ha dichiarato che il suo record su questo FKT (7ore e 52 minuti) è stato per lei il risultato più importante della sua carriera.
Il suo record venne poi abbassato l’anno seguente da Ida Nilsson (7 ore e 29 minuti) e dopo 5 giorni da Taylor Nowlin: 7 ore e 25 minuti.

Dite quello che volete, ma tra la tecnica di Jim e il luogo, c’è solo da godersi un minuto di spettacolo.

Il nostro Lapo Mori, atleta DU ci ha fatto un giro, ad agosto. Lasciamo spazio al suo racconto favoloso, che ci fa sognare di essere li oggi.

Decido di farlo in agosto quando come sappiamo è un FKT che di solito si corre tra ottobre e novembre: le temperature sono oltre i 40 gradi di giorno e sui 25 la notte.

Parto alle 11 di sera dal South Rim e inizio a scendere, sono solo, non c’è nemmeno un rumore e il cielo è stellato. Gli unici esseri viventi che vedo sono cerbiatti e qualche coniglio. Scendo fino ad arrivare al campeggio dove si può riprendere un po’ di acqua; mezzo campeggio si sveglia perché appunto, quasi nessuno fa la traversata in quel periodo.

Verso le 2 del mattino smetto di combattere contro il sonno allucinante che mi è preso e mi fermo a dormire su una pietra a bordo sentiero per una mezz’ora. Mi accorgerò al ritorno di aver dormire in un sasso a strapiombo nel vuoto del canyon; se mi fossi mosso dormendo non sarei qui a raccontarvi il tutto.

Nella parte centrale che è pianeggiante riprendo a correre a buon ritmo fino ad arrivare sotto la salita del North Rim. Essendo periodo di incendi non sono neppure sicuro di poter salire, ma vedo degli incendi lontani dal sentiero, quindi vado. La cima del North Rim è stata uno dei momenti più belli perché ho potuto bere dell’acqua fresca.
Nei 2/3 punti in cui puoi ricaricarti un po’ di acqua di solito è calda e il sapore non è dei migliori; bevi per non morire disidratato, per questo poter bere dell’acqua buona e fresca in cima al sentiero ti fa salire il morale al massimo.

Mi giro e riparto nella discesa bellissima col sole che inizia ad albeggiare.

Nel canyon sono iniziati i problemi, temperature alte, mal di stomaco e rinunciando a ogni ambizione di tempo inizio a buttarmi nel fiume (un affluente del Colorado river pulitissimo e limpido) per abbassare la temperatura. Riprendo un passo accettabile dopo molti bagni e quello che mi tira avanti è l’idea di una coca cola che avrei bevuto al campeggio.
Che non c’è. Entro nel Camping e hanno solo una specie di limonata, che non mi piace, ma ne bevo comunque un paio di litri. Le uniche due persone incontrate fin lì sono stati un bambino e suo padre che avevano finito l’acqua ed erano in pessime condizioni. Gli ho lasciato un po’ della mia e sono ripartito, anche io ero abbastanza al limite.

Arrivato al fiume, 60 km sulle spalle, esausto, vedi il muro verticale dell’ultima salita, da cui sei sceso molte ore prima. La salita è durissima, eppure non sei lontano dalla cima, solo qualche miglio, quindi ci dai dentro.

Negli ultimi metri vedi una marea di persone, orde di turisti, gente che arriva in autobus e nessuno di loro pensa che sia concepibile correre con quelle temperature. Dopo 10 ore nel canyon senza praticamente vedere nessuno, sporco, sudato di acqua, fango e disidratato ritorno al punto di partenza e faccio un urlo. La persone pensano che sono un coglione fuori di testa, io ho pensato lo stesso di loro che guardano il canyon da una panchina senza averlo vissuto.

Scendi nel cuore della terra. Scendi per poi risalire. Il viaggio allo stato puro.

Marco Vendramel

Credo che basterebbero queste parole per farmi già sognare a occhi aperti di percorrere questo trail. Ma Marco, uno dei corridori più influenti della scena e che ha ispirato tantissimi altri corridori lo ha percorso, da solo, in Agosto.

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Tra i percorsi che ho scelto, questo è quello che temevo di più. Gli altri, non mi avevano dato nessuna ansia nel percorrerli. Ma qua ho avvertito più che mai la mia inadeguatezza per queste corse in solitaria e per la corsa in genere.

Nessun sopralluogo, se non per vedere l’inizio del sentiero e il mattino seguente alla luce della frontale, parto. I primi passi in piano mi faccio largo tra i cervi che sono venuti a pascolare indisturbati nel prato del motel, poi inizia la discesa. Secondo me nessuna parola esprime al meglio questo “viaggio”. Discesa. Scendi. Vai giù.
Vai a prendere quel sentiero che dall’alto vedevi in fondo in fondo, per correrlo fino ad incontrare il fiume Colorado, che dall’alto però non vedi.

Il caldo atroce (vedrò poi un 48° sul termometro) e la salita gioca il suo carico.
Guardo in alto, sembra lontanissima la balconata finale, l’arrivo…Ho impresso nella mente il filmato di Rob Krar durante il suo rim to rim (to rim per lui). Arrivò stremato e in salita sembrava volesse fermarsi.
“E la tua di giornata come è andata? E’ stata bella?
“E’ stata incredibile…”

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Ti porto io in un posto figo – parte 1, Repubblica Indipendente di Colferraio

Colferraio, Oregon, ah no, Marche, Italia.
Posto sperduto nelle Marche, in provincia di Macerata dove l’autostrada più vicina è a 70 km, così come la prima città grande (Ancona), che è sulla costa ed è quindi terra lontanissima e ha una cultura e modi di fare completamente diversi dalla gente dell’entroterra.
Colferraio, il cui nome non si sa il motivo reale, perché il fondo delle colline è perlopiù sabbioso e quindi ogni riferimento al ferro nel nome sembra fuorviante, conta 14 abitanti censiti; io però più di 10 non li ho mai visti.

Casa mia è la più in alto a sinistra, ma devi zoomare per vederla. Quello innevato è il San Vicino, ovviamente

Tra i vigneti di Verdicchio ed i piccoli campi di grano in salita dove i contadini rischiano di ribaltare il trattore e le anziane vecchiette scelgono la cicoria tra le erbacce cattive stando piegate sotto il sole interi pomeriggi nonostante la sciatica, ci sono chilometri e chilometri di sentieri che nessuno percorre quasi mai di corsa. Questi sentieri sono spesso privi di tabelle, senza fronzoli e molto spartani. Vengono usati dai bracconieri e cacciatori, che qui come altrove rispettano a fatica legge e buonsenso. Sui percorsi puoi trovare dei cartelli con su scritto “Sentiero Francescano Assisi/Loreto”, o “Riserva del San Vicino”, ma sono cartelli presi con qualche fondo europeo e senza la minima utilità per chi li percorre. Molto spesso sono piazzati sul limitare del bosco dove non ci sono neppure sentieri. Quanto ai segnalini colorati CAI rossi e bianchi, se ne incontrano molti più che in passato (fino a qualche anno non esistevano proprio), ma anche questi non segnano la direzione, le percorrenze o i dislivelli. Diciamo che, se stai facendo un lungo e sei su un sentiero da 3 ore senza aver incontrato nessuno, nel bosco fitto, vedere un albero con su il colore bianco e rosso ti fa pensare che almeno quella strada da qualche parte uscirà e non è solo un percorso dei tagliaboschi. Insomma, il rischio di perdersi è elevato, ma se sei consapevole di essere nell’Oregon, lo metti in conto.

Per il resto, capita di trovare castelli del 1200 lasciati cadere in rovina e boschi di faggi, castagni e roveri che se ne fottono dell’uomo e crescono un po’ dappertutto.

Una collina dove di solito vado a prendere il sole

Colferraio, che a tutti gli effetti potrebbe essere un posto di rednecks in America, dove la gente va in giro con la mannaia a spaccare i rami delle cerque da buttare nel fuoco per scaldarsi con la stufa e si tengono da parte gli scarti del legno da far ardere per il falò dell’8 dicembre (si ritiene che la madonna, in volo verso Loreto, si serva dei falò dei contadini per non sbagliare strada e arrivare al santuario, no, non sto scherzando, dicono sul serio così) sorge alle pendici del San Vicino. O, per meglio dire, il sacro Monte San Vicino. Non tanto per il santo Vicino che io non ho mai saputo chi fosse e cosa avesse fatto di tanto speciale per beccarsi il nome del monte più figo della zona, quanto per il fatto che  fin da ragazzino ci andavo a sputare sangue correndo fino in cima alla croce di ferro per scordarmi gli scazzi quotidiani.

Colferraio è delimitata dallo skyline dei preappennini fabrianesi, dai Monti Sibillini in lontananza (per la gente del posto vere e proprie montagne, arrivano a 2500 metri) e le colline nel resto del perimetro. Dalle finestre delle case vedi un mare di colline. Il cielo, per uno abituato a vivere in Trentino, è enorme e spazioso.

Per natura credo, i Gentilucci sono una stirpe di persone che non si affeziona molto alle cose. In generale credo che la gente qui non sia eccessivamente materialista e campanilista per il semplice fatto che non ho mai visto un turista nella mia vita farsi un giro da queste parti, e anche perché ogni tanto arriva un terremoto a radere al suolo i paesi (e qui non siamo in una regione a statuto autonomo che una vecchietta cade in una buca e il giorno dopo rifanno la strada), quindi non è che puoi più di tanto affezionartici, se sai che domani magari casa tua e quello che c’è dentro non c’è più.

Questo per dire, portati l’acqua e scordati l’idea di troverai fontanelle in giro mentre corri. Dimentica i negozi di running specializzati, i percorsi tracciati su Strava e abbraccia l’idea che potresti trovare un cancello di filo spinato che chiude il percorso che è stato piazzato da qualche pastore. Dall’altra, dimentica le code dei tedeschi con gli zaini da trekking e i negozi di souvenir in cima alle montagne. Ci sono ancora i boy scout che cantano le canzoni di chiesa, ma sto personalmente provando a limitare questo problema, oltre a segnare con dei cartelli e ripulire dei percorsi dalla vegetazione troppo fitta dai rovi di more.

Ci sono dei percorsi spettacolari che meritano sul serio il ticket del casello autostradale: la Natura è ancora la forza che ha la meglio sull’uomo e lo scarso turismo e interesse delle persone per la montagna ha fatto si che alcuni luoghi si siano preservati come veri e propri parchi naturali. Il sentiero che porta da Colferraio al San Vicino ha diverse variabili e una lunghezza tra i 6 e i 10 km, con un dislivello di circa 1000 metri.
In alternativa, capendo qualche punto fisso di orientamento si trovano percorsi di 30/40 km praticamente senza asfalto, su collinare e sentieri tecnici.
Volete qualche idea?
Passate a bere un caffè da me che ne parliamo!

sdr
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