CUFFIETTE E VIABENE – Prima puntata

La radio e le sue canzonette commerciali di plastica ti hanno stancato. Poi ci sono quelle volte in cui per goderti a pieno un momento hai bisogno di ascoltare della musica. Poi quelle in cui non vuoi sentire nessuno e quelle in cui hai bisogno del ritmo giusto.

Destination Unknown Coaching ha chiesto un pò in giro e si è fatta preparare un paio di playlist: enjoy!

Francesco Paco Gentilucci –  EMO, POST HARDCORE, SCREAMO

Ascolto musica tutti i giorni, almeno qualche ora al giorno, spesso anche quando esco a correre. Ci sono canzoni che mi ricordano dei momenti particolari, altre che considero dei veri e propri “pezzoni” che sarebbe un peccato non aver ascoltato, almeno una volta nella vita.
La mia playlist ha influenze EMO perché è un genere che mi piace parecchio, con testi di solito molto belli, musica tutto sommato orecchiabile e molto comunicativa; ho poi aggiunto qualche pezzo screamo e post hardcore, anche se, viste le sonorità spesso cupe e le tematiche profonde, non ho voluto farci un’intera playlist.
Ognuno di questi generi meriterebbe una playlist a sé stante, ma visto che l’ascolto di questi generi non è semplice per chi non è abituato, ho fatto un mix.
Sparatevela durante gli allenamenti serali quando finisce l’estate

 

Sunny Day Real Estate –  Seven
1992/1995 – 1997/2001
La band di Jeremy Enigk e soci, nata a Seattle (WA) ed edita da Sub Pop (stessa casa dei Nirvana).
Una band che prima della svolta cattolica del cantante e quindi del disfacimento della stessa – alcuni membri hanno continuato a suonare in band HC, alcuni sono finiti nei Foo Fighter e del bassista si sono perse le tracce – hanno creato delle canzoni pazzesche.

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Mineral – Walking To Winter
1994/1998
Band Emo da Houston, Texas, rimasta attiva per soli 4 anni. Per me hanno fatto uno degli LP più belli di sempre. Le sonorità morbide a tratti malinconiche, vanno benissimo nelle serate di corsa più lunghe.

Title Fight – GMT (Greenwich Mean Time)
2003/ attivo
Band dalle noiose lande della Pennsylvania, formata da ragazzi che suonano sia in band straight edge che shoegaze punk. È una band che è diventata parecchio grossa, io l’ho conosciuta qualche anno fa ascoltando un CD in macchina di Metti: all’inizio non mi piacevano.

Indian Summer – Angry Son
1993 – 1994
Un testo pazzesco, un’intro che richiede tempo e che ti smuove dentro. Una band durata un solo anno.

“This time well spent
A look to heaven, sighing tears of angel’s and a night sky
Racing
Racing, yelling softly
This is the moment
This is the moment
A look to heaven, sighing tears of angel’s and a night sky
This is the moment”

 

American Football – Honestly?
1997/2000 2014/ attivi
una delle band culto del genere EMO anni 90.

Texas is the Reason – Back and to the left
1994/1997
Uno dei miei pezzi preferiti della band di New York


“Because I’m still waiting
Just like I’ve always been
Can I wait around for one more day?”

La Quiete – Super Omega
1999 – attivi
probabilmente il mio gruppo preferito. È pazzesco pensare che sia uno dei gruppi più importanti della storia dello Screamo, e che sia italiano, da Forlì. Testi assurdi, parti caotiche a parti lente. Un gruppo che ha cambiato la storia e un vinile che ho rigato a forza di ascolti

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Riviera – Ultramaratona
2011 – attivi
Sono bravissimi, sono amici, dategli un giro di ascolto perchè meritano.

Adventures – Walking
2012 – 2016
Altra band da Pittsburg, nata da gente del giro punk hc

Basement – Canada Square
2009/2012
Band inglese, fanno EMO alla nuova scuola.

“In a room so full of people.
I have never felt so alone.”

 

City of Caterpillar – As the Curtains Dim (Little White Lie)
2000 – 2003 2016 – riuniti, grazie a dio

è una delle mie band preferite e per me questo è un pezzo capolavoro. Questa canzone sarà apprezzata da pochi, richiede parecchie energie per essere apprezzata e capita. È un vero e proprio viaggio, per la durata, per la ripetività continua che parte da piccoli suoni semplici e si ingrandisce fino ad esplodere. I City of Caterpillar per me, per il fatto che nessuno fa qualcosa di simile a loro, per le sonorità che ti trascinano dove vogliono e per l’atmosfera che riescono a creare nonostante la semplicità dei giri e della batteria/basso piuttosto dritti, per me sono il pezzo che conclude la playlist, quando oramai la musica finisce e sei a pochi chilometri da casa.

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Trovi la playlist di paco QUI

Ho conosciuto Giulio proprio per la musica: se hai bazzicato nel mondo hardcore italico, impossibile non esserti imbattuto in lui prima o poi. Fondatore di Greenrecords, organizzatore di concerti, poi mente e braccio di Murder Clothing assieme al Mozza e l’immancabile Cate, tutti si aspetterebbero da lui una playlist hardcore. Invece non tutti sanno che uno dei primi amori (mai sopiti) di Giulio è stata la musica jamaicana. Ancora adesso ogni tanto lo potete trovare a mettere dischi in serate varie. E allora sentiamo cosa ci consiglia.

Giulio Repetto – SKA/ ROCKSTEADY

Negli anni ottanta quando ero ancora un ragazzino in piena fase punk rock ci fu una persona che mi fece avvicinare alla musica jamaicana, al reggae, allo ska e alla musica caraibica in generale. Ho provato a buttar giù una playlist inserendo qualche classico insieme a molte piccole gemme nascoste tutte appartenenti al periodo incluso negli anni sessanta, con qualche piccola eccezione come l’ultimo brano degli Specials.

Molti sono pezzi che mi piaceva suonare una volta nei miei djset, In particolare “Song for my father”, perché è un gran bel pezzo  e perché mi piaceva pensare che mio papà potesse ascoltarla da lassù.

Non so dire se si tratti di un sound adatto al trail running visto i ritmi abbastanza rilassati, ma se nel bel mezzo di una fangosa uscita autunnale invece di castagni e abeti vi sembrerà di intravvedere palme gente che balla e una spiaggia baciata dal sole allora vorrà dire che funziona.

Desmond Dekker – The Israelites

Roland Alphonso -Song for my father

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The Ethiopians – I m Free

Don Drummond – Garden of Love 

Skatalites – Exodus

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Derrick Harriott – Do I worry

The Claredonians – Sho-be-do-be 

Bobby Ellis & the Creystalites – Step softly 

The Claredonians – I’m sorry

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The Gaylads – Sound of silence

John Holt -Ali baba

The Upsetters – Police know who dem a  look fat

Bob Andy – You don’t know

Jimmy Cliff – The harder they come

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Keith & Tex – This is my song

Johnny Osbourne – Truths and Rights

Keith and Tex – Tonite

Prince Buster – All my loving

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Toots and the Maytals – Pressure drop

Skatalites – Rock fort Rock

The Specials – Doesn’t make it alright

Trovi la playlist di Giulio QUI

 

Spin Rs, an unprofessional review

Tutto è iniziato alla mia prima ultra.

Ero nel bosco con un po’ di amici cercando di non sputare sangue già durante i primi chilometri. Ad un certo punto, una ragazza compare da un sentiero. “Non ci credo mi ero già persa”, dice la ragazza sorridente e magrolina. Si unisce al gruppo, anzi, più che altro si mette davanti a noi e credo proprio che vada al nostro ritmo solo per paura di perdersi di nuovo (si, lo farà, ma questa è un’altra storia).

Indossa delle scarpe blu elettrico e fucsia e la sua andatura mostra sicurezza ed esperienza. Poi ha stile. Basta poco e sono ormai convinta che le scarpe che indossa debbano essere le migliori. E poi mi hanno detto che è la donna del Coach.

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix
Guess who

Questa è la prima volta che ho visto le Spin Rs e i piedi che le indossano sono – si, l’avrete capito – di MC.

Ho corso solo con delle Cascadia e si può dire che non sia una grande fissata (né esperta) di materiale tecnico, per questo colgo l’occasione al volo quando mi capita di partecipare ad un experience SCARPA durante UTMB. Ci faranno testare le Spin RS e correre con Davide Grazielli (lo conoscete?) mangiare e bere. C’è bisogno d’altro?

Stresso MC da settimane per capire che numero devo prendere di queste scarpe. Tutti mi dicono che calzano strette e vado in totale paranoia. Stresso anche tutte le persone che so possano averle già provate e niente, non riesco comunque a dipanare i miei dubbi.

Apro la scatola e dentro ci trovo un 38. Ma non avevo chiesto un 37.5? Oddio, tu che numero hai Mary? Panico. Però che colori! Io comunque me le metto va’.

Ricevo subito un prezioso consiglio da un atleta DU (quelli si che le distrugg..ehm, provano le scarpe): ‘metti la soletta più morbida che trovi nella scatola’. Detto, fatto.

Così – anche stavolta – mi ritrovo a correre con gli amici, sui sentieri del Bianco. Solo che stavolta piove e probabilmente sembriamo una squadra di calcio.

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix

Il numero, sembra sia giusto (siete sollevati anche voi non è vero?) e in discesa riesco quasi a star dietro a MC. Sono appena diventate le mie scarpe preferite.

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix

Dettagli tecnici? Chiedete al nostro esperto materialista. Uno con due fibbie mi ha detto che è una scarpa che non regala nulla, e questo, penso sia vero. Precisa, leggerissima e con una suola (la litebase Vibram) che fa restare in piedi anche il runner più goffo (questo posso dirlo con certezza).

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix

Così dopo Chamonix, ho deciso di lasciare le Cascadia nel portabagagli ed ho dato alle Spin un tentativo serio: Dolomiti di Brenta. Non immaginerete mai cosa è successo.

No, nessun podio né record. Mi spiace, sarebbe stato un bel lieto fine.

Nessun podio ma anche nessuna vescica, ne storta, e questo posso dire che è un vero risultato.

In più – avrei dovuto immaginarlo guardando MC – ma pare che alla scarpa siano state fatte lamine e soletta, perché in discesa ti portano giù in sole due curve.

#nobeeristoofar

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COACH SAYS

Stavolta frego Andrea e faccio l’esperto io. Che poi farsi consigliare da uno che alle 11 ha una birra in mano… ma a mia discolpa posso dire che non guidavo e che si accompagnava bene coi formaggi. Anzi, si sarebbe accompagnata bene se le giapponesi non avessero assaltato il tagliere (ed il prosecco). Ma parliamo di scarpe…

SPIN RS: dopo l’ottima riuscita della SPIN, c’era attesa per la versione RS che doveva sulla carta rappresentare un’evoluzione più ammortizzata ed adatta alle lunghe distanze.

Ma una volta presi in mano già i primi prototipi, avevo capito che era riduttivo ridurla al ruolo di sorella maggiore, perché la RS va a mettersi in uno spazio tutto suo.

La tomaia ricorda quella della SPIN in tutto, con l’aggiunta di un toe bumper che su sentieri sassosi e tecnici si sente e non poco. Qualche rinforzo in più nella parte mediana, ma la calzata resta comoda e la scarpa flessibile e reattiva.

Le grosse novità sono nell’intersuola e soprattutto nella suola MEGAGRIP con LITEBASE: il nuovo tread è aggressivo e da ancora più sicurezza della versione normale, ma grazie all’intersuola più alta e protettiva, non si sente minimamente. La cosa bella è che grazie al LITEBASE tutta questa protezione e grip non si sente sul peso, che è quasi identico alle SPIN.

Il drop diventa 8 mm, ma alla calzata difficilmente si riconosce perché la scarpa resta molto bassa e stabile: forse solo in discesa si nota che la caviglia resta un po’più alta.

Come si comporta sui sentieri? E’una scarpa meno immediata della SPIN, perché è molto più neutrale. Devi metterci del tuo, tenerla su di giri, ma se perde quella sensazione da Formula 1 della SPIN, è decisamente più protettiva e perdona molto, specie in discesa dove aiuta a lasciare andare senza perdere nulla in precisione e stabilità.

Dove la vedo bene: montagna vera dove si apprezza la protezione e leggerezza, sentieri fangosi dove la suola si comporta al meglio, ma anche sulle rocce dove la precisione si fa gradire ed apprezzare. E se vi capita di trovare quei bei battutoni di terra morbida all’americana, rimarrete sorpresi da come si comporta a ritmi veloci…

Distanza: lo chiedete ad uno che usa le SPIN per fare 160 km, quindi non faccio testo. Ma io la vedo dalle sky fino alle 50 miglia per tutti. Oltre serve un po’di gamba per tenerla attiva ed apprezzare la scarpa: se siete dei muscolari, potete tranquillamente portarla oltre, specie aggiungendo la soletta più spessa tra le due a disposizione per renderla ancora più protettiva.

Difetti: non mi piacciono le scarpe nere. Marta, posso avere quelle verdine la prossima volta?

Not-that-fast packing: il Giro del Marguareis

Marguareis, un posto sconosciuto ai più, ma…
Al di fuori di un ristretto gruppo di malati di vie storiche ed adoratori di Gogna, e non contando gli scialpinisti liguri, per i quali è il salotto di casa, il Marguareis resta una montagna poco nota tra i camminatori e gli escursionisti.

Sulla linea di confine italofrancese, tra la provincia di Cuneo ed il dipartimento delle Alpi Marittime, presenta invece un territorio molto vario, caratterizzato da altopiani desolati, pareti strapiombanti, fenomeni carsici e dalla presenza di calcare bianco, che rende alcuni tratti quasi lunari.
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Per evitare code, ansia e nervosismo da Ferragosto, decidiamo quindi di andare “dietro casa” a farci il ben segnato Giro che lo circumnaviga: l’anello classico prevede la partenza da Pian Delle Gorre, ed una suddivisione del percorso in 5 tappe, ma i rifugi in cui si può pernottare sono addirittura 8. Si può quindi decidere di organizzare il proprio giro come meglio si crede, prendendosi ciascuno i propri tempi.
Le varianti sul percorso ed i punti di partenza sono diversi: noi ci incamminiamo verso l’anello da Upega, paesino Brigasco ricco di storia, con influenze liguri, nizzarde e occitane, ma pur sempre in Piemonte, caratterizzato dalle piccole case alte in pietra, una addossata all’altra ed immerse tra i pascoli.
Decidiamo di forzare un po’ il passo e chiudere l’anello in 2 giorni, quindi con una sola notte fuori. Partenza da Upega con cielo molto coperto, inizia anche a piovigginare, ma arriviamo al Don Barbera, ci concediamo un tazzone di the ed il cielo sembra aprirsi: finalmente il Marguareis si presenta ai nostri occhi. Da lì inizia la salita non troppo impegnativa alla Capanna Morgantini e poi via, lunga discesa verso Gias dell’Ortica, piccola risalita al Passo del Duca per poi lanciarsi nella discesa senza fine al Pian delle Gorre.

 

E’ Ferragosto, c’è gente dappertutto e vediamo bene di levarci di torno. Ovviamente dopo aver perso tutto quel dislivello bisogna mio malgrado riprenderlo ed iniziamo la lunga salita al Rifugio Garelli dove arriviamo nel pomeriggio e ci godiamo anche un po’ l’atmosfera del rifugio. Prima tappa andata!
Ripartiamo il mattino dopo col cielo terso, subito una salita a Porta Sestrera che nel sole del mattino si apre su un paesaggio magnifico, poi discesa al Rifugio Mondovì: da lì decidiamo di allungare il giro e circumnavigare anche il Mongioie, seguendo il sentiero V1. La salita verso il Bocchino della Brignola è lunga, le mosche ci perseguitano, ma appena scollinato ecco lago Raschera, in una magnifica conca verde.
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Iniziamo un po’ di sali scendi ed eccoci al Pian dell’Olio, una distesa di stelle alpine, uno spettacolo unico. Da qui iniziamo di nuovo a perdere quasi tutto il dislivello guadagnato, e con lui anche le ginocchia…
Tappa veloce al Rifugio Mongioie con coca e patatine e appena prima dell’abitato di Carnino attraversiamo addirittura un ponte tibetano. Da Carnino Superiore inizia una dura salita al Passo del Lagarè, in sottofondo la band che sta suonando a Carnino alla festa del paese e che sta massacrando alcuni classici della musica leggera italiana, ma almeno ci fa ridere, e dal Passo ormai è fatta, inizia la discesa ad Upega immersi in una valle viola di lavanda selvatica.

 

Alla fine due giornate da 30/35 chilometri e un duemila metri di dislivello al giorno. Non è la classica passeggiata domenicale, ma neanche un’impresa titanica: basta un po’di continuità in salita, un po’di corsetta nelle lunghe discese e buona compagnia per i momenti di down. In compenso si è ripagati da panorami splendidi, ambiente vario e su gran parte del percorso, la completa solitudine.
Fastpacking? Slowrunning? Escursionismo estremo? Rando-course? Chiamatela come volete… per me un ottimo modo per passare un week-end…
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COACH SAYS
“Ma non è una semplice passeggiata?”
“Ma io sono un runner…”
“Vai così piano che non è allenanante!”

“Oh, lo zaino pesa un quintale, come fai a correre?

No, non è la semplice passeggiata.
Lo sappiamo che siete runner, ma capiterà anche a voi prima o poi di dover camminare una salita.
Anche se non ci credete, può essere un ottimo allenamento.
E no, se sei smart lo zaino non pesa un quintale.
Ah, è anche divertente.

Direi che come in ogni attività, è l’attitudine con cui la si affronta, che la rende appetibile o meno. Quindi iniziamo a scavare e vedere di cosa parliamo.L’idea di compiere lunghe traversate di più giorni, è tutto meno che nuova: i grandi cammini, i sentieri alpini a tappe, i raid e le traversate, sono tutte cose che fanno parte del bagaglio storico dell’escursionismo. Quello che è cambiato nel tempo, è che con i materiali di oggi, diventa possibile per tanti coprire più km, e l’avvento della corsa in natura su lunghe distanze ha “sdoganato” il concetto di correre sui sentieri anche tra un pubblico che mai ci si sarebbe avvicinato prima.

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Ora è diventato lo snobistico fastpacking, ma anche quando le chiamavamo concatenazioni il concetto era lo stesso: percorrenze superiori alla classica gita, bivacco o pernottamento più o meno spartano, durata varia dai due giorni a più settimane.

Quindi la prima variabile da affrontare è quella della durata: si parte dal weekend, fino ai mesi che ci vogliono per i grandi sentieri americani come il Pacific Crest Trail.

La seconda variabile, è quella del tipo di supporto esterno che andremo ad avere: dal crewing maniacale dei tentativi in velocità stile Scott Jurek o Karl Meltzer sull’Appalachian Trail, alla completa indipendenza con tenda e viveri a spalle anche per più giorni.

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Il bello è che in mezzo c’è una miriade di opzioni che possono rendere la cosa divertente per il runner iperagonista, come per l’escursionista che vuole provare il brivido delle scarpe da trail e mettere testa bassa. Basta trovare il proprio spazio.

Si, ok, ma è allenante?Certo. Va magari vagliato ed orientato in funzione della stagione e degli obiettivi, ma i possibili punti a favore sono molti:
Innanzitutto, uno sforzo aerobico di lunga durata, è comunque allenante per creare una base. A chi dice che è troppo basso, ricordo che il muscolo cardiaco impara a pompare volumi maggiori di sangue proprio a ritmi bassi.
Poi da un condizionamento muscolare che in un ultra è sempre gradito ed auspicato: il classico “stare sulle gambe”.
Insegna a gestire lo sforzo su tempi e modi completamente differenti dalla classica gara o uscita lunga: è uno stimolo che ci obbliga a trovare nuove risorse fisiche e mentali, una diversificazione che, per esempio, insegna al nostro corpo a scovare energie in modi diversi dai soliti.
Ma anche nello specifico, in preparazione ad un ultra: siete sicuri che la salita alla Tete aux Vents al km 155 la farete molto più rapida in gara all’UTMB che dopo una giornata di cammino a ritmi più gestibili e “solo” 50 km nelle gambe?E soprattutto, come già evidenziato in apertura: è divertente.
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E lo è ancora di più se fatto in compagnia. Senza assillo di cronometro, senza sbuffare se bisogna aspettare, e senza sensi di colpa se al rifugio ci si ferma un ora invece che i soliti tre minuti a ristoro. Ci permette di “reinserire” in un contesto piacevole e positivo la corsa e tutto quello che la riguarda: ottimo a chiudere la stagione o per un bel break dopo un appuntamento importante. Ed è comunque emozionante l’idea di coprire lunghe distanze in breve tempo, veder cambiare il paesaggio e saper riconoscere ambienti diversi.
Per farlo serve un po’di fantasia, sapere un minimo pianificare (ma anche no, se si ha spirito di avventura), essere a proprio agio con una carta in mano, e avere l’attrezzatura giusta, perché fa davvero la differenza. Ma su questo punto andremo a vedere con Andrea qualche consiglio ed indicazione…
Fastpacking? Slowpacking? It’s all about having fun!

GTL -La Grande Traversata del Lagorai

Cosa succede a mettere Eva e Molletta (scusa Giulia, ma per noi resti Molletta) in viaggio per una settimana in una delle traversate più belle del Nord Italia? Un tipico esempio di “slow and heavy”: ma chi l’ha detto che per godersi la montagna bisogna sempre e solo parlare di corsa? Il caro vecchio escursionismo, ha ancora un senso? Non saremo tutti troppo presi dalla mania di correre, correre, correre, non importa dove ma importa quanto? Vediamo se il Dynamic Duo vi convince a prenderla con calma, almeno ogni tanto.

Km: un’80ina

Dislivello: un po’ più di 5000

Tempo massimo: il necessario, ma forse, anche un po’ di più.

GTL: effettivamente potrebbe sembrare il nome di un’importantissima gara di ultra trail, ma invece non lo è.

Le uniche cose che accomunano questa traversata con un ultra sono la fatica, la montagna e i sentieri che la rendono in qualche modo più accessibile all’essere umano.

I sentieri.

Mentre procedevo concentrata verso l’attacco della via guardavo i camminatori con i loro zaini enormi pieni di cose probabilmente inutili fermarsi a guardare una pianta, a chiaccherare, a sedersi e bere un sorso d’acqua.

– Dove andate di bello?

– Sul Campanile a scalare.

– Ah ma davvero? Che brave. Io ho le vertigini, non potrei mai. Che coraggiose.

– Ma va… quale coraggio. E poi fidati ci riusciresti anche tu… Voi dove siete diretti?

– Arriviamo al rifugio, poi torniamo indietro. Speriamo che il tempo regga.

Anche se mi godevo l’avvicinamento e la relativa fatica per me i sentieri erano la rampa di lancio per la mia avventura. Aveva un senso percorrerli solo se arrivavano alla base di una grande parete da scalare.

Il girare in montagna fine a se stesso proprio non riuscivo a capirlo, e diciamoci la verità, un po’ lo snobbavo.

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Backpacking is not a crime

Per quanto a me sembri strano ritrovarmi qui, con uno zaino da 15k (?) a camminare per arrivare ad un posto dove dormire, non riesco proprio a capacitarmi di come Giulia abbia deciso di voler esser qui. Non si sta nemmeno lamentando…anzi, sembra divertirsi più di me.

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Giulia che si diverte un casino dopo aver fatto la doccia

Con una partenza alla solita buon’ora (le 15 sono un’ottima ora) portiamo il nostro solito stile anarchico ed approssimativo anche a questa nuova disciplina. Nessuno studio preventivo, cartina comprata alle ore 14.45 e via così. Le giovani marmotte ci fanno un baffo.

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Approcciando il trekking fast and light

I posti sono selvaggi e bellissimi, le persone poche. Se fossi venuta qui a correre con la solita modalità ‘half-ass’ non avrei trovato turisti a cui scucire sorsate d’acqua in cambio di foto ricordo.

Procedo lenta e stanca. Credevo fosse una passeggiata e invece ho la testa china e mangio terra. Giulia sta bene, in discesa corre. Insieme impariamo la tecnica scarafaggio grazie cui riusciamo a rimetterci lo zaino sulla schiena dopo una pausa. Ci ripromettiamo di non fare mai più un giro con uno zaino del genere, ma intanto fantastichiamo su soluzioni per portare più cibo alla prossima. Eh si, mentre da un lato mi riprometto che almeno per un anno sui sentieri ci andrò solo ‘fast and light’, dall’altro con Giulia già si pensa alla prossima volta…

Ci sono voluti sei giorni per arrivare da Panarotta a Passo Rolle, se ci si pensa son davvero tanti. Avremmo potuto andare più veloci, fare tappe più lunghe, ma credo che tutto sommato ci saremmo perse qualcosa.

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Giulia si rinfresca le zampe in attesa del temporale

La fretta, il rientro, quello che ti aspetta all’arrivo comincia a perdere senso e ti ritrovi veramente nel presente. Sei in un non-luogo dove poche cose hanno importanza: il vento che preannuncia un temporale, le ore che mancano al bivacco, i calzini bagnati, il risotto al tartufo liofilizzato tenuto per l’ultima sera.

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Il momento più atteso della giornata

Immersi nel quotidiano, domati dalle scadenze, conquistati dal superfluo, abbiamo bisogno di sporcarci un po’ per riuscire a vedere il bello.

E camminare, alla fine, non è affatto male…

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Home is everywhere
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Trash lovers

 

10 COSE CHE NON POSSONO MANCARE IN UNA TRAVERSATA A PIEDI

– un cambio di percorso

– un temporale spaventoso

– un incontro notturno

– condividere una parte di percorso con un nuovo amico

– la conta delle barrette rimaste

– uso preventivo e sconsiderato di medicinali

– un debito da dover saldare tramite vaglia contratto per panini e birre

– uso indiscriminato di bende elastiche

– una sbronza rovinata dall’arrivo di una famiglia in bivacco

– un bagno senza vestiti e un urlo fortissimo

 

Sponsorizzazioni for dummies

Forte non sono mai andato. Tuttavia, per il mio lavoro precedente, per amicizie, perché sono un cinico bastardo, e perché mi piace leggere libri sulla psicologia sociale e dello sport, qualcosa di sponsorizzazioni e atleti provo a capirne.
Ovviamente questo pezzo non va preso come una dichiarazione di qualche tipo, ma semmai come uno spunto di riflessione e di dibattito costruttivo.
Credo sia necessario parlare in modo aperto e pacifico su ciò che è la situazione nel nostro sport preferito, andando a toccare molti argomenti che vengono a torto considerati un tabù, visto quanto la scena italiana dell’ultrarunning sta cambiando nel corso degli anni.
Lo sappiamo, ed è ora di prenderne atto, l’epoca in cui ci si trovava tra fricchettoni e punkabbestia a massacrarsi di chilometri il weekend vestiti a caso e con le scarpe da strada è passata. Ora si parla di sponsor, di èlite e di contratti.
Vediamo di analizzare il tutto con calma.

Sponsorizzazioni. Il punto di vista delle Aziende-
Partiamo da un assunto.
Ogni azienda ha come obbiettivo finale l’aumento del profitto, ovvero, guadagnare soldi.
Non c’è solitamente un limite ai soldi che un’azienda vuole guadagnare: più sono meglio è.
Sembra una cosa banale, ma spesso ce ne dimentichiamo. Vediamo di tenere a mente questo assunto e i prossimi durante la lettura di tutto l’articolo.
Un’azienda non è una ONG e non fa carità. Al di fuori forse di Patagonia, su cui spenderemo qualche riga dopo, ma che è un discorso a parte, tutte le aziende hanno come fine ultimo quello di ingrandirsi e guadagnare soldi. Punto.

Perché le aziende sponsorizzano gli atleti?
Perché è scientificamente dimostrato che siamo esseri condizionabili e in qualità di consumatori siamo ciò che tiene le aziende vive spendendo i nostri soldi per acquistare i loro prodotti. Siamo disposti a pagare più o meno beni necessari (cibo/abbigliamento) così come beni di lusso superflui alla sopravvivenza (orologi/gioielli) e anche prodotti che ci fanno deliberatamente male (alcool/sigarette) per il valore intrinseco che gli attribuiamo, non per la loro reale utilità.

Un’azienda ti sponsorizza come atleta non perché vuole farti carità, perché crede che correre fa bene alla tua salute, ma perché l’atleta è uno strumento di produzione di valore economico.
Le aziende non sono tendenzialmente interessate alla salute dell’individuo. Pensate solo che c’è una squadra sportiva di atleti sponsorizzati da McDonald’s. Come si diceva prima, il fine ultimo è la produzione di utile monetario, il mezzo con cui avviene è un dettaglio non importante.

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Evento sponorizzato da Mc Donald’s – foto tratta da internet

Come si produce valore economico?
Se rifletti sulla tua vita potrai pensare a milioni di esempi in cui hai acquistato cose che nella realtà non ti servivano, ma per il fatto che erano ben sponsorizzate da un’azienda.
Io personalmente ho acquistato delle scarpe di Altra solo perché le avevo viste in un video con Jenn Shelton. Non mi piacevano neppure troppo. Ho acquistato dei pantaloncini gialli perché all’epoca, ancora non ci conoscevamo bene, li metteva Davide Grazielli, e comprerò delle scarpe The North Face senza averle provate solo perché “sono quelle di Rob Krar”.

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credits haydenteachout.com

Acquistiamo per le pubblicità, per il packaging, per i valori che attribuiamo a qualcosa al di sopra della effettiva utilità dell’oggetto. Quando compriamo una felpa non la acquistiamo perché ci serve, ma perché ci fa pensare all’idea di fitness, di allenamenti e di benessere. La prima azienda nell’outdoor ad averlo capito è stata Nike, che, vendendo l’idea di fitness è riuscita a far pagare alle persone una t-shirt di valore qualitativo basso a un prezzo esorbitante per gli standard di mercato dell’epoca. Hanno capito per primi che un’idea può essere pagata più che un oggetto.
Diciamo pure che il valore reale di quello che acquistiamo è praticamente sempre molto più basso del valore effettivo dell’oggetto.  Esistono ovviamente milioni di motivazioni diverse, inconsce o meno, che portano un consumatore a volere e poi acquistare qualcosa. Il lavoro degli operatori negli uffici marketing è proprio far volere qualcosa a qualcuno. Creare bisogni e vendergli oggetti per soddisfarli.

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tratta da internet

Una sponsorizzazione è un contratto di lavoro. Significa che hai firmato un contratto e accettato delle condizioni.

Cosa è cambiato rispetto un po’ di anni fa?
La comunicazione, ovviamente. Prima gli atleti venivano sponsorizzati solo sulla base dei loro risultati oggettivamente dimostrabili. Ora invece il lavoro dell’atleta non è solo quello di costruire un palmares credibile, ma anche e soprattutto di creare e condividere contenuti, aumentando la fanbase di persone che lo seguono virtualmente.
Paradossalmente, i risultati di un atleta sono meno importanti del suo lavoro nella comunicazione virtuale: è preferibile per un’azienda sponsorizzare un atleta mediocre ma che “comunica” bene piuttosto che uno che fa dei grandi risultati ma non lo pubblicizza. Questo perché la comunicazione virtuale permette di raggiungere più persone e indirizzare più business che quella reale. Presentarsi nel 2018 a un’azienda affermando che “vado forte e faccio tanto passaparola” equivale a suicidarsi, se si sta cercando un contratto. Le “vecchie glorie” che vivevano sulle montagne e vincevano le gare e ritornavano nei loro luoghi in eremitaggio sono ora soppiantati da giovani che fanno selfie, post e sono credibili, sui social networks.
Pensate al mondo degli influencer, dei fashion blogger o di tutti quei personaggi che presumibilmente non faranno mai un risultato in vita loro, ma sono bravi nell’arte di mostrare (prodotti) e mostrarsi (se stessi).

Sponsorizzazioni. Il punto di vista degli atleti. Vantaggi di essere sponsorizzati
I vantaggi di una sponsorizzazione dipendono da caso a caso. Si va da una semplice fornitura materiale, al supporto economico cash o a favore di progetti. Può essere considerato un vantaggio anche una maggiore esposizione mediatica, frutto della comunicazione dell’azienda stessa e non solo dai canali comunicativi dell’atleta. La possibilità di testare prototipi e di essere ammessi alle gare (quantomeno quelle in cui l’azienda è sponsor) senza dover pagare l’iscrizione. Chi non vorrebbe essere “aiutato” mentre si dedica alla propria passione?
Tuttavia ogni c’è sempre il rovescio della medaglia.

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tratta da AdBusters

Svantaggi
Il contratto di sponsorizzazione prevede ovviamente degli obblighi da rispettare. Questi obblighi partonopart vestire i prodotti dello sponsor (anche se sul mercato c’è qualcosa che potrebbe andare meglio per te / più leggero o performante/ esteticamente più bello e via dicendo): per capirci, se l’azienda che ti sponsorizza decide di produrre dei sacchi neri della spazzatura come maglie, tu li metti, perché hai firmato un contratto. Ve lo ricordate com’era conciato Kilian alla Western States del 2010, no?

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Tratta da Internet

Un contratto odierno prevede inoltre quasi sicuramente un obbligo a “lavorare” nella comunicazione. Il che significa creare dei post, dei contenuti e quant’altro. Significa che anche se la gara va male e vorresti solo chiuderti nel silenzio e farti i cavoli tuoi, ne devi comunque parlare. Lo stesso se sei infortunato, ti ha scaricato la ragazza o ti sei svegliato in provincia di Terni, eri sbronzo e non ti ricordi niente.
Un altro obbligo non sempre piacevole è quella che io chiamo “la sindrome dei vocalist”. Significa in buona sostanza che devi tenerti buono su determinati temi e non puoi esporre la tua opinione sui mezzi di comunicazione. Devi sempre farti vedere felice, anche quando sei depresso. Inoltre, in Europa, ma in particolare in Italia, bisogna prestare ancora più attenzione ai “temi sensibili”.
A nessun cattolico piace sentirsi dire che dio non esiste. E nessuna azienda vuole perdere il potenziale denaro di un cattolico. Quindi, se anche tu pensi che dio non esiste o ne hai la certezza con tutte le ragioni plausibili del mondo, non lo scrivi sui social. Perché è un tema sensibile e all’azienda non interessa la tua opinione sui temi sensibili. Il tuo contratto di sponsorizzazione è da atleta, non da filosofo, politico o pensatore. L’esposizione mediatica in qualità di atleta anche nella vita privata data dai social networks significa che la tua vita è esposta a giudizio.
Questo giustifica in parte la piattezza delle dichiarazioni degli atleti nel giorno gara
“gli avversari erano forti, la gara bellissima, è stato bello arrivare primo anche se ho fatto fatica. Bravi tutti”.

Altro, ma non meno sottovalutabile svantaggio di una sponsorizzazione è l’inevitabile pressione che si viene a subire dopo aver firmato un contratto. Alcune aziende richiedono risultati o hanno una tabella premi in cui corrispondono un valore economico sulla base dei risultati in determinate situazioni. Altre non tengono conto di questo e adottano un sistema “fisso” di pagamento.
La cosa certa è che non avere vincoli né legami economici di nessun tipo ti lascia vivere meglio sia i ritiri che le gare in cui decidi di adottare strategie assurde scoppiando/andando a spasso per accompagnare qualcuno o per fare un giro: un privilegio non da poco nell’ultrarunning dove si sta in giro molte ore e l’impegno mentale e psicologico è enorme e protratto per tantissimo tempo. Per capirci, un conto è ritirarsi da un km verticale che dura al massimo mezz’ora, un conto da una 100 miglia dopo 20 ore che corri e stai male.

La mediocrità degli atleti. Il marketing push.
Senza entrare troppo in discorsi specifici diciamo che esistono due grossi metodi di fare marketing: il push, ovvero un martellamento continuo e costante di pubblicità e il pull, lasciando al centro l’individuo e spingendolo all’acquisto facendogli credere che sia stata sua volontà acquistare. L’esempio più lampante del marketing push sono le pubblicità in televisione. Dopo averti detto per 26 volte di fila di raderti la barba con il nuovo rasoio durante una partita alla TV di football, tu ti compri il rasoio e ti radi la barba.
è una strategia superata, non così efficace in quanto siamo oramai abituati a venir martellati da pubblicità costantemente e talvolta è anche piuttosto fastidiosa. Però è semplice da attuare e continua a funzionare. Non richiede cervello per essere creata ed è più semplice da essere monitorata da un’azienda. Si convince in buona sostanza per sfinimento una persona all’acquisto.

Nel caso di una sponsorizzazione significa che un’azienda ti impone di creare ad esempio dei post con determinati hashtag, e dal lato dell’atleta significa farlo passivamente. Questo dal mio personale punto di vista, è sinonimo di passività. Non è molto credibile e suona da “ho fatto i compiti”; non invoglia di sicuro molte persone all’acquisto, ma è quello che “basta per prendere la sufficienza”.

Sponsorizzazioni. Quale Limite. La corsa e gli altri sport
Nonostante le richieste delle aziende siano alte e gli atleti si atteggino da professionisti, un buon 99,9% degli atleti “èlite” italiani non è un corridore di professione. Significa che tutti hanno più o meno un lavoro “reale” e non vivono di corsa e sponsor. Il mondo dell’ultrarunning in Italia non è, per sfortuna o per fortuna, ancora professionalizzato al 100% come altri sport. Oltretutto, qualora anche l’ultrarunning diventasse disciplina olimpica, sarebbe cura dei gruppi sportivi delle forze dell’ordine fingere che l’atleta sia atleta per hobby e non di professione. Significa perdurare “il trucchetto” che un atleta sia un finanziere, un soldato o un poliziotto e per hobby faccia l’atleta.
Qualora l’ultrarunning non diventasse disciplina olimpica, seppure con molta difficoltà, si potrebbe pensare a un’atleta che lavora a tutti gli effetti come atleta senza far parte dei gruppi sportivi delle forze dell’ordine.
Al momento praticamente impossibile in Italia in quanto, come si diceva, al di fuori delle forze dell’ordine, sono praticamente tutti lavoratori a tempo pieno e comunque nessun atleta italiano è così rilevante da un punto di vista marketing per le aziende.

Sponsorizzazioni. Il confronto fra USA e Europa
Negli USA si può vivere facendo gli atleti di professione. Questo è riconosciuto nelle carte d’identità ed è permesso dai contratti emessi dalle aziende che sono molto più alti di quelli che vengono firmati in Italia/Europa. Sparando cifre a caso, diciamo che un pro runner americano guadagna tranquillamente fino a 100 volte più di un’atleta italiano.
Come è possibile?
Anzitutto perché il marketing negli USA è molto più importante che nel vecchio continente. Questo significa che alcuni atleti sono diventati veri e propri “personaggi”. Ci sono moltissimi casi di atleti che non sono affiliati a qualche società, e spesso neppure fanno gare così di frequente o le vincono, che riescono tranquillamente a sopravvivere con i contratti di sponsorizzazione.
Altra grande distinzione è la maggiore flessibilità e mobilità di sponsorizzazione delle aziende (esattamente come il lavoro è più facile venir scaricati da un’azienda, ma anche trovare un nuovo contratto) e la maggior libertà riguardo lo schierarsi sui temi sensibili di cui parlavamo sopra. Vi sarà infatti capitato di leggere post di atleti che si battono per temi sensibili (Public Lands, parità dei sessi) e così via, o che esprimono giudizi più o meno politici. Questo perché negli USA la libertà di parola è ancora un valore fondamentale per l’individuo e solitamente anche le aziende si espongono di più riguardo temi pubblici.
Pensate ad esempio a un’atleta come Alex Honnold nell’arrampicata, o Clare Gallagher nella corsa, che espongono senza troppi filtri (ma in modo intelligente e ragionato, e questa è un’altra differenza che si nota a confronto con gli atleti italiani) sui social networks.

Attenzione però, come si diceva sopra, è anche più semplice che i contratti saltino per una qualche ragione. Chi ha una buona memoria si ricorderà del caso di Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill scaricati senza troppe spiegazioni da Clif Bar

Quale limite? Esiste un’etica?
Se lo chiedete a me, vi rispondo che non esistono aziende “buone” o “cattive”, e che devi solo capire tu quanto in basso sei disposto a scendere.

I chose not to be, cheated on part of the thrill, bargain was not fulfilled. Lost in a crazy scheme that got strapped up in my dream.

Bad Brains

Altro spunto di riflessione. Cosa succederebbe se, invece che 1000 euro da uno sponsor, ricevessi una proposta di svariate centinaia di migliaia di euro da una grossa multinazionale? Una proposta per la quale potresti smettere di lavorare e dedicarti alla corsa, ai viaggi, e a quello che ti piace fare senza dover più pensare alle bollette?
Giusto per citare un caso, la climber sedicenne Ashima Shiraishi e la sua sponsorizzazione con Coca Cola che ha scatenato una piccola discussione sul tema.
Coca Cola non è sicuramente conosciuta per essere un’azienda con un forte impegno nel sociale, a favore dell’ambiente o contro lo sfruttamento delle persone, anzi.  Non starò qui a consigliarvi titoli di libri e ricerche che dimostrano la crudeltà di questa azienda (basta cercare un po’), ma diamo per assodato comune che non è l’esempio di azienda di cui andar fieri di essere sponsorizzati.
Cosa faresti?
Questa è una domanda che tocca il lato etico della persona. Difficile dire quale sia il limite, ognuno ha il suo. Per quanto mi riguarda, essere sponsorizzati da un’azienda come Coca Cola non ha grosse differenze da una sponsorizzazione con Red Bull o altri energy drink (molti atleti elite lo sono, Ryan Sandes, Fernanda Maciel e molti altri).

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Red Bull Content Pool

Per quelli che sono i miei valori, che un’azienda faccia del male all’uomo, o agli animali (tutte le aziende che utilizzano prodotti ricavati dalla schiavitù animale), produca armi, farmaci o manganelli, è una pregiudiziale dall’avere un rapporto lavorativo, in quanto impossibile da conciliare con la mia etica quotidiana. Ricollegandomi all’intro del pezzo, forte non sono mai andato, quindi non devo affrontare questi problemi per me stesso. Cavoli vostri.
Per quanto riguarda il resto, mi piace pensare che una sponsorizzazione, essendo un rapporto di lavoro, sia vantaggioso da ambo le parti e che, ricollegandomi al punto della pubblicità pull, gli atleti siano fieri di sponsorizzare a aiutare a guadagnare le aziende con cui hanno un contratto. Questo perché migliora e rende ottimale la collaborazione fra le due parti.

Il caso Patagonia
è ovviamente difficile stabilire con certezza fin che punto le strategie di marketing arrivino a incrociarsi con la RSI (responsabilità sociale d’impresa) di un’azienda. Per quanto concerne Patagonia dobbiamo sicuramente affermare che è l’azienda più all’avanguardia su quello che è l’impegno su determinati temi ambientali e sociali. Se da un lato le campagne pubblicitarie “non comprare un’altra giacca” potrebbero essere viste come una strategia pull di marketing che ripaga sul lungo periodo creando rumore su riviste e testate di vario titolo, va dato a Cesare quel che è di Cesare, ovvero che di sicuro Patagonia è l’unica azienda nel settore Outdoor che alza la testa e contribuisce sul serio a porre attenzione su determinate questioni ambientali.

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ADV di Patagonia in una rivista

Leggendo il libro Let my pople go surfing del fondatore dell’Azienda Yvonne Chouinard l’obbiettivo finale è quello di diventare un’Azienda “ad emissioni zero” e quindi più simile a una ONG che a un’Azienda. Per quanto ci riguarda possiamo dire che anche sul lato atleti le sponsorizzazioni sono visionarie. Sono già anni che gli atleti “scelti” dall’azienda non hanno alcun obbligo di performance, nella comunicazione o di altro tipo. Come mi diceva Jenn Shelton la loro unica richiesta è di “be a nice person” ovvero essere una persona in gamba. Per quanto riguarda il resto, certezze non se ne avranno mai.

Essere sponsorizzati, una conclusione
Premesso che non è una situazione comune potersi sedere a un tavolo e parlare con un’azienda per un’eventuale sponsorizzazione, che le dinamiche in questione sono tante, che soprattutto in Europa le aziende prendono spesso decisioni se non altro opinabili (tipo sponsorizzare atleti già radiati per doping nella corsa o in altri sport) e che nel vecchio continente siamo ancora lontani dalla professionalizzazione completa del nostro sport è utile riflettere sui punti di cui sopra. Essere sponsorizzati, così come un qualsiasi altro rapporto lavorativo, comporta vantaggi e svantaggi. È giocoforza sia dell’azienda che dell’atleta nutrire sana fiducia nel rapporto.
Il rapporto duraturo può portare vantaggi o svantaggi ed esattamente come nel mondo lavorativo, è bene saper cogliere le occasioni che si presentano sulla propria strada e cercare un rapporto quanto più sano.
Per quanto riguarda gli atleti di Destination Unknown che hanno ricevuto proposte, che collaborano già, o che hanno intenzione di entrare in questo mondo, sono sempre aperto per un consiglio e quattro chiacchiere informali dietro una birra: sempre pronto a supportarvi come posso, lo sapete.
Il mio consiglio principale rimane, per quanto banale possa sembrare, di divertirsi, sempre. Capire e valutare quale è il miglior compromesso per godersi la propria passione e saper valutare il miglior rapporto per essere sempre sui sentieri con l’attitudine giusta.

 

 

HRV4Training Pro – un nuovo strumento per coach ed atleta

In occasione dell’uscita della nuova piattaforma HRV4Training Pro, abbiamo chiesto all’amico Marco Altini di approfondire un po’il discorso sulla Heart Rate Variability e di spiegarci perché è un dato importante per il coach nella pianificazione ed il monitoraggio dei nostri atleti.
Perché abbiamo scelto HRV4Training tra i tanti partners disponibili? Semplice.
In primis perché, proprio come dovrebbe essere per il coaching, ha una base scientifica provata e dimostrata. Poi perché Marco ed Alessandra sono due runners. Proprio come noi.
Ma soprattutto perché è facile da usare, ci da un sacco di dati su cui lavorare ed è immediato. Un po’come l’articolo che segue: grazie Marco!

Abbiamo parlato di variabilità della frequenza cardiaca (o heart rate variability, HRV) in passato (vedi intervista con il Coach). In questo articolo vorrei evidenziare alcune delle funzionalità principali della nuova piattaforma HRV4Training Pro, per utenti avanzati ed allenatori, che abbiamo appena lanciato la scorsa settimana.

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Piccola intro per chi sente parlare di HRV per la prima volta, a cosa ci riferiamo, e perché ci interessa?
A livello fisiologico, il sistema nervoso autonomo controlla e regola la maggior parte dei processi all’interno del corpo umano, cosi come le risposte del nostro corpo alle varie forme di stress che incontriamo giorno dopo giorno. Come forme di stress, si intende davvero tutto, dagli allenamenti a quello che beviamo e mangiamo, allo stress psicologico, in pratica tutto ciò che il nostro corpo deve gestire per mantenere uno stato di equilibrio. Questi cambiamenti nel sistema nervoso autonomo agiscono sul nervo vago, il nervo principale del sistema parasimpatico, che quindi riflette come il corpo sta gestendo lo stress.

L’analisi della variabilità cardiaca è lo strumento non invasivo migliore a nostra disposizione per monitorare proprio l’attività del nervo vago, ovvero la risposta del corpo alle varie forme di stress. Per questo motivo è interessante misurare la variabilità cardiaca e vedere come cambiano le cose nel tempo, ad esempio il recupero necessario in risposta a fonti di stress importanti come gli allenamenti, cosi come tutte le altre fonti di stress che fanno parte della vita di tutti i giorni (lavoro, famiglia, viaggi, dieta, ecc.). Fonti di stress che hanno un effetto non trascurabile sulla nostra capacità di gestire stress aggiuntivo, come ad esempio gli allenamenti che abbiamo pianificato. In parole semplici, con l’HRV, possiamo analizzare in modo un po più oggettivo quello che è il livello di recupero e di forma del corpo, e fare aggiustamenti al nostro programma di allenamento per evitare di sovraccaricare il corpo in momenti non opportuni.
Come misuriamo la variabilità cardiaca?
Ad HRV4Training, il nostro obiettivo è quello di rendere la misurazione e analisi di dati di HRV semplice e accessibile per tutti. Per questo motivo, abbiamo sviluppato la prima (e unica) app validata scientificamente in grado di misurare usando la fotocamera del telefono, invece di sensori esterni. Negli ultimi 5 anni abbiamo portato HRV4Training su iPhone e Android, e pubblicato vari articoli in cui è stata dimostrata l’abilità di queste misure di riflettere l’effetto di allenamenti più intensi, e quindi del bisogno di più recupero (qui), cosi come la relazione tra carico di allenamento, HRV e rischi di infortunio (qui), e una serie di altri lavori per fornire al runner informazioni aggiuntive che possano aiutare a monitorare allenamento, recupero e condizione fisica (ad esempio la stima del VO2max e della soglia dell’acido lattico).

Con HRV4Training Pro, l’obiettivo è quello di aiutare utenti e allenatori a concentrarsi sugli aspetti più importanti di questi cambiamenti fisiologici, in modo da poter apportare modifiche solo quando necessario. Mentre il primo passo è quello di raccogliere dati, il che ci porta ad avere più consapevolezza sullo stato di recupero e stress del corpo, dobbiamo essere in grado di interpretare questi dati cosi che possiamo implementare cambiamenti, quando necessario. In particolare, vorrei evidenziare tre aspetti molto importanti che ci possono aiutare a raggiungere questo obiettivo, quali:

  • Analizzare sempre i dati in modo relativo rispetto ai nostri dati storici
  • Astrarre, concentrandosi su cambiamenti settimanali più che variazioni giornaliere
  • Analizzare più parametri contemporaneamente, e non affidarsi solo ad una variabile

Vediamo un pò più in dettaglio che cosa vogliamo dire con i tre punti sopra.

Analizzare sempre i dati in modo relativo rispetto ai nostri dati storici
I dati fisiologici vanno sempre confrontati con i nostri dati storici. Non ha molto senso confrontarci con altri, in quanto gli unici cambiamenti che ci interessano, sono quelli a livello individuale in risposta alle varie forme di stress. In HRV4Training Pro, abbiamo implementato una serie di visualizzazioni nuove, che cercano proprio di rendere più semplice questo confronto con i nostri dati storici. Nella nuova Dashboard ad esempio, possiamo scegliere fino a 6 parametri, sia dati fisiologici che relativi all’allenamento o semplicemente riportati soggettivamente dall’atleta (motivazione, qualità del sonno, ecc.), e vedere come questa combinazione di parametri è cambiata questa settimana rispetto al mese scorso. In questa visualizzazione interpretiamo sempre i cambiamenti utilizzando tutti i dati storici dell’utente, in modo da identificare più facilmente parametri per cui ci sono stati piccoli cambiamenti, e parametri dove ci sono stati cambiamenti più significativi.

Facciamo un esempio per chiarire un po le idee. Questi sono i miei dati dopo qualche giorno ammalato, possiamo vedere come la media settimanale dei miei dati fisiologici evidenzi classici andamenti ’negativi’ come un battito a riposo (HR) elevato, una variabilità (HRV) più bassa rispetto al mese precedente, ecc. In questo modo possiamo vedere facilmente come stanno andando le cose da vari punti di vista (c’è poco da vantarsi quando l’unico aspetto positivo è ‘poco indolenzimento muscolare’ durante una settimana che dovrebbe essere di carico):

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Astrarre, concentrandosi su cambiamenti settimanali più che variazioni giornaliere
Un altro aspetto molto importante, in parte già evidenziato nell’analisi precedente, è la capacità di analizzare variazioni non solo giornaliere (cosiddette acute, spesso in grado di riflettere bene sforzi estremamente intensi, una gara ad esempio), ma soprattutto variazioni a livello settimanale, sul medio lungo termine. Questo tipo di analisi ci può aiutare a capire meglio il livello di forma e come ci stiamo adattando ad un dato programma di allenamento. Questo tipo di analisi è importante sia a livello fisiologico che per altri modelli come quello dell’analisi del carico di allenamento, dove analizziamo freschezza e rischio di infortunio.Vediamo un altro esempio. A dicembre scorso ho avuto la fantastica idea di correre una maratona il giorno prima del trasloco da San Francisco ad Amsterdam. Un momento da ricordare con il classico entusiasmo pre-tracollo al 30esimo km:
 
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Nel grafico sotto possiamo vedere come un’HRV inizialmente in salita nella settimana prima della gara, probabilmente dovuta allo scarico pre gara, subisca un calo significativo, non tanto il giorno dopo la gara (evidenziato nel grafico), ma in modo consistente con valori bassi per vari giorni dopo la gara e il trasloco. La media settimanale si sposta al di sotto quelli che sono solitamente i miei valori normali, ad evidenziare come il corpo fosse sotto eccessivo stress per un periodo di tempo molto lungo. Questa visualizzazione dovrebbe rendere molto semplice identificare queste fasi in cui siamo al di fuori del range di valori ottimali che ci aspettiamo in base ai nostri dati storici.

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Un’altra analisi nella quale utilizziamo un principio simile, è l’analisi del carico di allenamento. In particolare, insieme alla classica analisi del carico di allenamento acuto e cronico, HRV4Training Pro analizza freschezza e rischio di infortunio come medie settimanali, e riporta anche il carico di allenamento acuto come percentuale di quello cronico, sempre riconducendoci al punto precedente sull’importanza di analizzare sempre i dati in modo relativo, rispetto ai nostri dati storici, in modo che il tutto sia contestualizzato nel modo migliore. In questo modo, possiamo vedere velocemente quanto stiamo caricando in una data settimana (carico acuto), in relazione a quello che siamo abituati a caricare nell’ultimo mese e mezzo (carico cronico):
 
carico di allenamento

Analizzare più parametri contemporaneamente, e non affidarsi solo ad una variabile
Un ultimo aspetto che vorrei evidenziare è relativo all’importanza di analizzare più parametri alla volta, e non affidarsi ad una sola variabile. L’HRV è sicuramente un parametro fondamentale, in grado di dirci molto sul livello di stress e la risposta del nostro corpo a tale stress, ma dobbiamo sempre tenere presente che ci sono aspetti dell’allenamento che non possono venire monitorati in questo modo, ad esempio l’indolenzimento muscolare. Per questo motivo abbiamo lavorato su visualizzazioni come quella della Dashboard mostrata in precedenza, dove parametri aggiuntivi possono venire integrati nella nostra analisi.

Anche a livello fisiologico, analizzare più parametri ci può aiutare ad identificare meglio come stiamo rispondendo ad una data fase di allenamento, ad esempio HRV4Training Pro fornisce un’analisi dove battito a riposo, HRV, e coefficiente di variazione dell’HRV (un parametro indicativo del livello di adattamento ad uno stimolo), vengono analizzati per fornire una stima della condizione fisica dell’atleta, come riportato nel grafico sottostante:
 
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Questa analisi va chiaramente sempre considerata nel contesto del nostro programma di allenamento, e ci può aiutare a capire come stiamo rispondendo a livello individuale, cosi che possiamo eventualmente apportare modifiche.
Spero di essere riuscito a dare un po l’idea di quali sono gli aspetti che abbiamo cercato di evidenziare maggiormente in HRV4Training Pro, e che la piattaforma sia utile a chiunque fosse interessato qui a Destination Unknown. Potete trovare una guida più dettagliata a questo link, e contattarmi in caso di dubbi o domande sul nostro lavoro.

Il sorriso che uccide: Elisabetta Luchese

Una prima metà di stagione intensa, dove la nostra Betta si è fatta conoscere e sentire in tutto il nordest. Ma aldilà dei risultati, ci piaceva farvi conoscere la Betta che c’è dietro ad un podio o un pettorale, e allora Paco ha provato a scavare un po’dietro a quel sorriso: ecco a voi Elisabetta Luchese, da Volpago del Montello.

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The smile that kills

Allora, cosa ti è rimasto nelle gambe di questa prima 100 km (100 E LODE) e cosa nella testa?
Sono rimaste un sacco di cose e ti assicuro che sono anche difficili da descrivere. È stata un’esperienza totalmente diversa  rispetto a quanto avevo vissuto fino al giorno prima nelle gare precedenti.
Quando ti raccontano di una distanza lunga paragonandola a un viaggio, raccontano il vero e la cosa che più mi ha sorpreso è che i giorni successivi alla 100 e lode sono stati tanto intensi quanto il viaggio stesso: le gambe erano da una parte, il cuore era carico di tutte le emozioni vissute e la mente invece andava per conto suo, come se fossi stata ancora in gara.

La mattina successiva alla 100 e lode mi ricordo che mi sono alzata dal letto e le gambe stavano bene, perfette, la testa invece era ubriaca di emozioni! Rientrare alla normalità, al mio quotidiano, fatto di lavoro e di domande continue da parte degli amici, naturalmente curiosi di questa esperienza, un po’ – sono sincera – mi disturbava, era come se io volessi essere ancora li, a correre in mezzo ai boschi.

Com’è stato sdoganare questa distanza? Ha un senso per te?
Sai, sono partita senza farmi tante domande, ero li perché avevo solo bisogno di capire cosa voleva dire correre la notte e l’impatto che questa cosa poteva avere su di me. Tanti amici mi ripetevano che stavo facendo una pazzia, io in realtà ero anche tranquilla perché cercavo solo delle risposte per affrontare con maggiore sicurezza la LUT, un punto di arrivo per me. Ho capito che correre la notte mi piace tanto e che affrontarla da sola comunque non mi spaventa. Ho trovato soprattutto una risposta a una domanda che non mi ero fatta prima di partire e cioè che la LUT non sarà un punto di arrivo come immaginavo. Questa corsa mi ha fatto capire che può essere solo l’inizio di tante cose perché le emozioni che ho provato in quei 100 e passa km, emozioni anche contrastanti tra di loro, sono qualcosa che vorrei poter riprovare ancora.

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Somewhere between heaven and hell

La 100 e lode è al momento il podio che più ti gratifica? Ne hai collezionati praticamente a ogni gara a cui corso se non erro. Era il quinto di fila?
La cosa che mi sento ripetere ogni volta è che al mio arrivo manifesto un’espressione di incredulità totale. Come posso non arrivare sorpresa all’arrivo, considerando che quest’avventura per me è partita a dicembre con Coach Davide, arrivando da un passato da maratoneta?
Ogni podio per me è stato una conquista, ma ti parlo di una conquista personale che va oltre al fatto di arrivare a una premiazione, perché quando sono partita con la preparazione di Coach Davide non sapevo onestamente quanto sarei durata!

Sei passata dal correre 42 km su strada al correre due maratone di fila e una mezza di seguito. Credi che questa cosa ti abbia cambiato sotto qualche punto di vista (fisico/mentale)?
Ho deciso di buttarmi in questo capitolo trail perché a un certo punto sentivo la necessità di un cambiamento, era una cosa che desideravo ad ogni costo e volevo iniziare qualcosa di nuovo senza avere nessuna garanzia di successo…probabilmente proprio questo ha reso da subito la cosa interessante.

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La Betta maratoneta

Hai iniziato già l’anno alla grande, allenandoti un sacco in inverno da sola col cattivo tempo. Cosa ti ricordi di quella stagione?
Ho preso contatto con Davide perché mi ero posta come obiettivo la LUT senza sapere esattamente a cosa sarei andata incontro, sono partita con l’idea che per un obiettivo come quello fosse necessario allenare fisico e testa. Per la parte fisica ho pensato che Davide fosse la persona più indicata, per la parte mentale sentivo che era un lavoro che doveva essere solo mio. La mia idea era che dovevo essere pronta a tutte le possibilità del caso di fronte ad una distanza lunga e cosi mi sono fatta mesi di preparazione da sola con pioggia (sempre), neve e freddo…io che sono sempre stata quella che “in inverno non si corre!”…l’idea che da dicembre nessun allenamento in tabella è stato saltato mi sorprende e allo stesso tempo mi fa sorridere.

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Winter Betta

È vero che non avevi mai corso la notte?
Te lo confermo, però la scelta di allenarmi da sola in inverno nel bosco non è stata casuale, nella mia testa quella poteva essere una condizione utile per poter poi correre di notte una distanza lunga..uno cerca di arrangiarsi come meglio riesce.

Ti piace gareggiare? Raccontaci un aneddoto di questa 100 e lode
Si mi piace, ma riesco comunque a prendere queste situazioni come se fossero un gioco, devo prima di tutto divertirmi altrimenti non lo farei. Aneddoti su quella gara ne avrei tantissimi…però forse quello che ti sto per raccontare ti fa capire un po’ come sono: ero a metà gara, mi si affianca un tipo e mi fa i complimenti per il mio passo. Sorrido, ringrazio e gli dico che però mancano ancora un sacco di km. Mi chiede da che esperienze arrivassi e mi fa una previsione di tempo con cui avrei secondo lui chiuso quella gara, la mia risposta è stata “E’ impossibile!”. Alla fine mi sono persa tre volte riuscendo però sempre a tornare sul percorso e la sua previsione era corretta…io pensavo sul serio fosse impossibile!
Un’altra grande lezione.

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In gita con quelli di quinta

Coach Grazielli dice che dopo ogni allenamento scrivi dei commenti. Come ti trovi a lavorare con lui?
Bene, proprio bene! Questa cosa che mi chiedi mi fa intendere che forse sono la sola a commentare le uscite che faccio! Ahahah!
Mi piace avere un rapporto che va oltre al fatto di avere un preparatore, preferisco vederlo prima di tutto come un amico.
Io penso che una tabella di allenamento non si crei solo sulla base di un dato, trovo che le sensazioni che uno prova siano molto importanti e se ti sai ascoltare quelle non mentono mai. Magari i miei commenti, oltre al fatto di fargli fare due risate, gli sono d’aiuto per capire qual è il modo migliore per farmi penare di più  in allenamento!

Qual è la cosa che più ti affascina della corsa?
La corsa riesce a farmi sentire libera ed è una sensazione bellissima, mi da quel coraggio necessario per cambiare le cose e per essere me stessa.
Mi diverte un sacco, ti sembrerà strano ma io la vivo cosi. Ogni volta più che ricordare la sofferenza e la fatica che ogni corsa comporta, ricordo prima di tutto il lato più bello.

Questa intervista si intitolerà “il sorriso che uccide”. Cosa vuoi dire a proposito?
Eh niente, mi esce solo un sorriso.

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Il Coach riesce incredibilmente a rovinare anche questa foto

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COACH SAYS

Ah la Betta. Mi è piaciuta dal primo momento che io e MC l’abbiamo vista: certe persone hanno la dote di metterti subito a tuo agio, saranno i modi gentili, sarà la risata, sarà la simpatia.

Anche se sapevo che era una buona atleta, mi sentivo subito quasi in timore di “chiederle” troppo. Poi ho capito che dietro un fisico minuto c’è una bestiolina da fatica, e piano piano ho provato a vedere quanto e come poterla tartassare. E lei, senza mai lamentarsi, metteva un mattoncino sopra l’altro, fino a costruire un bel muro solido. In primavera ha iniziato a fare qualche gara: dalla Betta distrutta dal fango di Aim, siamo passati alla Betta sorridente sul podio della Due Rocche o appena dietro alle grandi (e davanti a qualcun’altra) anche in maratona senza averla preparata, o ancora quella che si mangia in un boccone 100 km all’esordio. E’cresciuta, e tanto, ma non ha mai perso il sorriso, la voglia di divertirsi, l’umiltà di mettersi sempre in secondo piano e quel suo modo unico di prendersi in giro. Un giorno pubblicherò un libro con i suoi commenti post allenamento su Training Peaks, e sarà un successo planetario, poi litigheremo per le royalties e non ci parleremo più. Ma fino a quel momento sono contento di dire che la Betta non è solo una mia atleta: prima di tutto è una mia amica.

Cosa mi aspetto dalla Betta alla LUT? Che sia se stessa. E quindi che si diverta per 120 km e che all’arrivo abbia sempre il suo solito sorriso. Il tempo, la posizione, le classifiche passano… certe emozioni restano.