Something I learned today: la settimana UTMB vista dal Coach.

Attesa da mesi di tabelle e grafici, preceduta da due settimane di sano panico, vissuta con l’intensità di un concerto hardcore: la settimana UTMB regala a noi allenatori ansie, gioie, dolori e stress. Tanto che il lunedì siamo sempre completamente svuotati di fronte allo schermo a chiederci se reggeremo un altro anno di Chamonix.

Eppure, ogni anno, ad un certo punto della stagione la questione si ripresenta: e allora bisogna ricominciare a mettere su il planning annuale a qualcuno, bisogna trovare una gara alternativa a qualcun’altro e la testa va già a prenotare dove stare l’ultima settimana di Agosto. Anno, dopo anno, dopo anno. Perché alla fine l’opportunità di vedere i propri atleti in gara, di condividere qualche momento sul percorso o all’arrivo, di stare un po’insieme, è troppo bella per essere lasciata: non capita spesso nel mondo ultra che l’allenatore possa vivere l’esperienza gara con il proprio atleta, e quindi quando si può, va colta al volo.

Cosa ci portiamo a casa da questo UTMB 2021? Lo abbiamo chiesto ai nostri allenatori: a ciascuno la sua visione, come al solito. Per proteggere gli innocenti sono stati evitati alcuni nomi… ma voi sapete chi siete, l’ira del Coach non vi risparmierà.

Chamonix non è solo stress e ansia eh…

Tommaso Tommy Bassa

Da ogni evento mi piace conservare qualcosa che arricchisca la cassetta degli attrezzi per le prossime occasioni e dopo una gara complessa e ricca di problematiche come una 100 Miglia, trarre degli insegnamenti viene sempre molto facile, figuriamoci quando il setting è quello di UTMB.
Un anno extra di attesa per la start line post pandemia, grandi aspettative e l’hype che questa grande kermesse promette alimentano tanti pensieri deleteri che anche negli atleti più tranquilli conducono a grandi agitazioni e aspettative: sarò all’altezza? mi comporterò bene? mi seguiranno? abbasserò il tempo del mio vicino di casa?

  • L’iper-preparazione che consegue a questo stato di agitazione è il primo pericolo che eventi popolari come UTMB si trascinano dietro, trasformando ogni partente in una potenziale bomba.  Presentarsi su quella start line con l’umiltà di conoscere i propri limiti e la convinzione di saper tirar fuori il meglio dalle proprie possibilità nel rispetto di un percorso difficile, rimane il miglior consiglio che continuerò a dare agli atleti che vogliono presentarsi a Chamonix l’ultimo weekend di Agosto. 

Quest’anno, sulla carta, poteva ospitare un’edizione più benevola di altre viste le condizioni meteo favorevoli: cielo terso, temperature diurne gradevoli al limite del vero caldo, terreno arso da settimane con scarse perturbazioni, e invece già alla base vita di Courmayeur i ritiri e gli atleti in estrema difficoltà erano più che abbondanti:

  • Non sempre avere con sè il semplice materiale obbligatorio è sufficiente: diventa importante continuare a raccomandare di affidarsi a prodotti caldi e adatti alla situazione (specie quando consigliano il Kit Freddo), avere con sè una giacca robusta extra e vestire un intimo più pesante che magari si può sostituire a Courmayeur con uno più leggero per la giornata davanti.
    Una prima nottata fredda, ventosa e inaspettatamente difficile ha tagliato il fiato a molti e costretto ai ripari i runners colti impreparati: ipotermia, difficoltà a mangiare e bere a causa di blocchi intestinali, difficoltà ad orientarsi nella nebbia: forse la fama di UTMB come gara dal percorso scorrevole e ‘facile’ ha spinto tanti a sottovalutare certe sezioni nella parte più delicata di ogni trail: la notte, specie in luoghi distanti dalle grandi basi vita come lo stretch in quota tra il Col de la Seigne e il Lac Combal, km 55-65.

Non voglio fermarmi solo a scelte di materiali, la strategie di gara chiaramente fa il suo sporco lavoro, perchè non conta solo come mi vesto nel momento del bisogno ma anche come mi comporto in certe situazioni:

  • Una condotta di gara al limite o un ritmo appena fuori dalle proprie possibilità non modulato sulla base dei fattori ambientali avversi (o favorevoli, in alcuni casi) può facilmente condurre fuori rotta e trasformare grandi sensazioni in miseri risultati nell’arco di qualche ora. Bisogna affrontare la prima metà di gara con calma e non lasciarsi andare: UTMB non è temuta per il suo gradiente tecnico, ma per la difficoltà di pacing e gestione che impone a tutti i partenti: sfinirsi di ritmi poco plausibili nei primi 50 km, inseguire i gruppetti sbagliati, fa sì che a metà gara avremo un serbatoio già drenato e dovremo fare affidamento alla riserva, rendendo il tutto fisicamente più difficoltoso. E quando il fisico va in crisi, c’è da avere una mente lucida per rimettersi in carreggiata e salvare la giornata, altrimenti si arriva al momento in cui ci si obbliga a prendere delle decisioni. E non sempre le cose vanno per il verso giusto arrivati a quel punto…

Il che mi conduce all’ultimo punto, il problem solving che ci viene richiesto quando tutto inizia a smontarsi e arriva il momento di fare i conti con le difficoltà o gli errori commessi.

  • Rimane fondamentale prendere decisioni senza fretta: talvolta sedersi, ragionare sulla situazione, considerare pros e cons può fare la differenza tra il gestire una crisi e rovinarsi un’esperienza. Nessuno vi corre dietro, rimanere fermi alla aid station per una decina, anche ventina di minuti e darsi il tempo di ricomporsi per proseguire non porta nessuna vergogna: dimostra solo di avere la freddezza di calcolare come muoversi di fronte al momento di crisi. Fare una telefonata, avere qualcuno che dia una raddrizzata all’umore, sono una estrema ratio che ogni tanto può salvarci da un ritiro motivato da questioni futili: mangiarsi le mani a posteriori per aver preso una decisione sbagliata è un ricordo che rimane indelebile, di quei 10 minuti passati seduti al ristoro per decidere il da farsi non si ricorda nessuno. 

Francesco Paco Gentilucci

Per quanto mi riguarda, avendo pochissimi atleti impegnati in gara, mi focalizzo su un aspetto dell’allenamento che ho avuto con Filippo, che secondo me ha ripagato molto.
La scelta del piano sul lungo periodo, che va poi nella direzione di scegliere gli appuntamenti che più ci faranno trovare pronti all’evento “A” è molto importante. Filippo preparava UTMB e abbiamo scelto di fare un Translagorai Classic (che è un fkt collettivo e non una vera gara) invece che appunto una gara “ufficiale”.
Dopo l’inverno passato a lavorare sui ritmi veloci, culminato con una gara breve ma veramente dura, abbiamo iniziato a lavorare sull’endurance. Come ultimo punto prima della gara abbiamo appunto inserito Translagorai Classic, ma con coscienza, e questo credo che abbia di molto ripagato. Oltre ad aver potuto sperimentare la notte, tutto il materiale per UTMB e i problemi che ne conseguono per chi è abituato a correre di solito leggero (dal mal di schiena/addominali da zainetto, ai ritocchi sul materiale) il fatto di essere su un percorso “vero di montagna” e non in una gara con dei ristori organizzati credo che abbia dato a Filippo la capacità di problem-solving di cui parla Tommaso.

Se è vero che a livello di allenamento i km e il dislivello di una gara sono equiparabili, trovarsi in un sentiero che ti obbliga a spendere energie mentali dove non puoi distrarti, invece che correre semplicemente “verso il prossimo ristoro” è un’esperienza molto diversa.

Credo che questo aspetto abbia dato da una parte la tranquillità a Filippo di non sprecare mai energie mentali durante UTMB, ma di essere sicuro del lavoro fatto e delle dinamiche di gare in montagna, della distanza e dei problemi che sorgono (notte fredda/ crisi mentali) e di averlo messo nella condizione di correre in modo rilassato nel pieno delle sue possibilità.



Per la cronaca: ha fatto un garone.

Andrea Guglielmetti

La mia prima volta, il mio primo UTMB, è stato quello del 2017: mai prima di allora ero stato a Cham a vedere la corsa dal vivo. 24h one shot che mi hanno contagiato, e da lì non ne ho potuto più fare a meno! Con buona probabilità aver assistito a quella che ritengo sia stata “la gara” di sempre ha condizionato il mio modo di vivere la Settimana Santa del Trail e la trepidante attesa di Vangelis e dello show degli elite attorno al Bianco.

Nonostante la presenza continua negli anni di amici che si sono cimentati sulle varie distanze, ho sempre badato di più a godermi la competizione della gara regina, ma il 2021 mi ha regalato qualcosa di diverso. È stato il primo anno in cui ho partecipato da coach: è vero non avevo nessun atleta con il pettorale, ma il mio modo di vivere il weekend è stato completamente diverso. In maniera involontaria la mia attenzione si è focalizzata su tutta una serie di aspetti e di dettagli che prima avevo sempre trascurato e che mi hanno subito colpito, ma più di tutto sono stato in grado di vedere da spettatore esterno il rapporto che si crea tra atleta e coach, qualcosa che avevo già vissuto e che vivo tutt’ora ma dalla parte opposta della barricata. Dopo mesi di tabelle, workout, ragionamenti, confessioni e benedizioni, un viaggio durato settimane o mesi, in cui la gara è il concretizzarsi di tutto questo impegno, si crea un certo tipo di empatia, vengono abbattute barriere e si raggiunge una intimità strana e un livello di fiducia raro. Pochi istanti, sguardi e qualche parola di conforto: il coach, attore non protagonista, nel suo ruolo di guida spirituale, accoglie l’atleta in quei pochi momenti in cui ritorna alla realtà prima di rituffarsi al proprio interno in un mood in cui è solo con se stesso. Il piano gara è già stato ampiamente snocciolato nei mesi precedenti, e chi corre è preparato, ma si sa che questo sport riserva imprevisti e difficoltà che invece non sono prevedibili. Lucidità, tempestività e preparazione sono i requisiti richiesti al coach che deve sapere ascoltare e consigliare il proprio adepto, per ricaricarlo di quelle energie mentali e di quelle certezze che la fatica e la stanchezza fanno venire meno, che sono la linfa e che lo fanno ripartire più carico di prima. Quasi come se fossero gli unici due a capirsi in quel momento, gli unici due a poter parlare una lingua incomprensibile a tutti gli altri.

E quanta soddisfazione quando si taglia il traguardo, quanta soddisfazione nel vedere qualcuno realizzare il proprio sogno, quanta soddisfazione nel sentirsi dire grazie. Perché questo vale più di ogni cosa. Anche se però non sempre le cose vanno bene e non sempre si raggiunge l’obiettivo: senza che per forza si consideri tutto un fallimento, analizzare capire e spiegare, confrontarsi, serve a dar valore a quello che si è fatto e perché no, a riportare l’umore ad un livello accettabile, anche sospinti da nuovi e ritrovati stimoli verso la prossima volta.

Questo mi sono portato a casa, questo ho visto fare ai miei “colleghi”: e mi sono immaginato nei loro panni e per qualche momento li ho anche invidiati. Non tutto si impara sui libri, molto si impara sul campo, tanto deve essere vissuto!

Il conto alla rovescia è già partito: ci vediamo il prossimo anno Cham!

Maria Carla Ferrero

ADATTARSI penso sia il concetto che ha guidato qualsiasi gara che ho corso, o a cui ho fatto assistenza. Ancor più a Chamonix, dove gli atleti sulla TDS hanno dovuto fare i conti con un dramma vero: la morte di un ragazzo sul loro stesso percorso. Tutti gli altri “problemi” dal mal di stomaco, le vesciche, i quadricipiti andati, ai crampi si risolvono e lo sappiamo bene tutti, anche se in certi momenti li vediamo come questioni insormontabili ed irrisolvibili.

Detto questo, vi do la mia visione, avendo avuto l’opportunità di osservarvi, e sedermi con voi dopo la finish line.

Parto dal fatto che per quanto se ne dica, trovarsi sulla linea di partenza di una delle gare del circuito UTMB è un privilegio, una cosa che si aspetta a volte per anni. Quindi bisogna farsi trovare preparati. Col cuore pieno di emozione la voglia di spaccare tutto ma la consapevolezza che in tutte quelle ore di gara, le variabili sono infinite e qualche problema da affrontare si presenterà sempre.

Penso che la gara perfetta non esista. Invece esiste essere in grado di gestire ed affrontare ciò che ci si presenta davanti. Non ci sono allo stesso modo soluzioni perfette, ci sono soluzioni che in quel momento sono ideali e che possono portarci alla gara migliore.

Il punto sta proprio nell’imparare ad affrontare i problemi e farlo subito, in modo che non si accumulino fino al punto da sovrastarci e levarci lucidità di pensiero.

E l’altro punto essenziale, è imparare a farlo da soli, perché in quel momento in gara ci siamo noi: nessun altro può sapere meglio di noi stessi cosa stiamo provando, nella gioia e nel dolore. Non riuscirai mai a spiegare quanto stai male o perché ti scendevano le lacrime dall’emozione un attimo dopo, neanche al Coach più empatico, al tuo migliore amico o a tuo marito/moglie.

Ultimamente è sempre più difficile stare da soli con se stessi, viviamo nell’era in cui bisogna sempre condividere tutto. Ma perché? Forse speriamo che il problema ce lo risolva un altro? Difficilmente è così: la persona dall’altra può darci un incitamento, un incoraggiamento, un consiglio prezioso o un aiuto pratico, certo. Ma in una gara di lunghissima durata, dobbiamo sempre fare affidamento su di noi. A mio parere il processo di un’ultra è proprio quello di metterci a contatto con le nostre debolezze e portarci a scoprire invece i nostri punti di forza.

Dobbiamo rimanere concentrati su noi stessi, tenere la mente impegnata e gestire i pensieri, ad esempio prima di entrare nei ristori iniziamo a ragionare su cosa dobbiamo fare, cambiare la maglia, se è sudata, piuttosto che mettersi in “assetto” strato pesante e frontale in testa se stiamo per affrontare la notte, caricare le borracce ecc. Non ci servirà solo a tenere la testa in movimento ma anche a perdere meno tempo alla aid station, specie se non abbiamo assistenza.

In gara credo sia utile restare concentrati su qualcosa di reale, pratico, immediato: guardiamoci da fuori e “sezioniamoci” partendo dalla testa ed arrivando ai piedi, controlliamo che tutto sia a posto, la nostra postura, il nostro passo, le necessità basiche del mangiare e bere. Creare quella continuità, quel flusso che ci porterà ad avanzare sempre inesorabilmente, macinando i chilometri che ci separano dall’arrivo. Tutti lo abbiamo provato in qualche momento correndo: il trucco è cercare di amplificare questi momenti, e spesso per farlo serve isolarsi.

Sono gare che vanno attese, costruite, pianificate, ma che vanno vissute realmente passo dopo passo, adattandosi alle condizioni ed accettando che possano mutare. Abbiamo così tante ore davanti che spesso la soluzione al problema è dietro l’angolo, ma raramente abbiamo la pazienza di aspettare e adattarci.

Detto questo, se poi decidi di partire con un paio di scarpe che hai messo solo in giro per Chamonix il giorno prima e alla prima discesa ti rendi conto che sono corte e ti tocca fare metà gara con le dita tirate indietro… un po’te lo meriti Enrico, però alla fine ti è uscita lo stesso una gran gara.

Davide Grazielli

Ci sono tante cose che mi riporto a casa da Chamonix dal punto di vista tecnico. Ma purtroppo ce n’è anche una che mi porto dietro dal punto di vista umano. Aver vissuto la notte di martedì sul campo alla TDS, in pensiero per chi si trovava in una situazione del tutto inattesa, ha lasciato il segno. In quelle ore spesso io e Mari abbiamo pensato “E se fosse stato uno dei nostri?”. E poi “Se fosse stato uno di noi due e l’altro avesse ricevuto la chiamata dall’Organizzazione?”. Domande inutili, chiaro. Ma a volte un po’di riflessione ci fa capire meglio che niente è scontato.

Passando a cose più futili.

A mio modo di vedere, la prima cosa che conta per fare una bella gara a Chamonix è una: la voglia. O meglio ancora la fame. Quel desiderio di mettersi sui sentieri e chiudere un processo iniziato 2/4/6/9 mesi prima senza farsi influenzare da aspettative, pressione, paure e imprevisti. Bisogna arrivare al giorno X sapendo che non vuoi altro che passare un tot di ore sui sentieri e che quel momento è tuo, che te lo meriti e che va vissuto a pieno. Poi, potrà capitare di tutto, e tanti di questi eventi saranno completamente fuori dal tuo controllo. Ma per fare bene, bisogna essere felici di essere lì. Rispettare la gara e la distanza, il percorso e la difficoltà. Ma essere entusiasti di esserci. Sembra scontato, ma tanti di noi non sono atleti professionisti o elite e spesso si trovano a tenere in equilibrio vita privata, professionale e sociale con la passionaccia per la corsa: le 24 ore che passerete in giro, sono un momento vostro, quindi levate il resto di torno e dedicatevi a voi stessi. Se non siete nella situazione per farlo, è meglio non partire: due dei mie hanno dovuto rinunciare alla loro gara a 24 ore dalla partenza. E sono stati bravi a farlo perché avrebbero corso senza quella tranquillità che serve a godersi una gara così importante.

La seconda, è uno dei miei pilastri: la continuità. Chi ha chiuso bene la gara, è chi è riuscito nei mesi a creare una routine, a far diventare la corsa parte integrante della giornata, quando si ha l’uscita. Chi è riuscito ad automatizzare il gesto di prendere ed uscire a correre come se fosse parte integrante della propria vita. A qualcuno sono bastati due mesi dopo sei di infortunio: ma in quei due mesi ogni pezzo del puzzle è andato a posto senza sforzo. Certo, all’inizio con più ragionamento, ma una volta che la figura prendeva forma, i pezzi “chiamavano” invece di dover stare a cercarli.

La terza, è che sul tipo di percorso delle tre gare più lunghe, allenare salite continue lunghe ed un ritmo efficace ma economico è spesso la chiave giusta. Coi miei abbiamo sacrificato nell’ultimo mese i lavori in ripetuta lunghi, ed inserito quando possibile dei Climb Block da 30/40/50 minuti cercando di non far salire troppo il cuore. E ha pagato. Allo stesso modo, nell’ultimo mese con qualcuno abbiamo sperimentato un lavoro di condizionamento eccentrico a secco leggero ma efficace: matrici di affondi e pliometria leggera. Fare bene le salite significa efficacia, riuscire a limitare i danni muscolari in discesa è l’altro lato della medaglia, e siccome il rapporto costo/beneficio si è dimostrato alto, è qualcosa che in futuro inserirò sempre coi miei atleti che vanno a Chamonix.

Hurry up and wait. E se ti va bene, c’è il sole.

La quarta è più generica e riguarda la distanza che c’è tra una CCC ed un UTMB (o anche una TDS). Non sono 60 km e 4.000 metri di dislivello, è molto di più. Se la CCC ha una magnitudine per cui può essere affrontata a quasi tutti i livelli ancora come gara, l’UTMB, richiede un impegno diverso, ed una preparazione che vada ad affrontare in maniera specifica una gara con spazi dilatati. L’ho visto chiaramente a livello elite, dove la CCC è stata scoppiettante ed anche molto tattica, mentre l’UTMB è stato anche davanti l’ennesima gara a chi mollava per ultimo (e comunque mettetevi il cuore in pace che quasi mai molla D’Haene): aka parto, ci provo, se va bene vinco o salgo sul podio, sennò pazienza e ci rivediamo prossimo anno. Gara di attrito più che di intelligenza. E la cosa si può trasportare comunque tra i midpacker e anche con i lottatori di cancelli, aggiustando i target: poco cambia. Questo per dire che è giusto sognare in grande, è giusto aspirare a chiudere il giro… ma gestite le aspettative e mettetevi nello stato mentale di “esplorazione”. UTMB svela raramente i suoi segreti alla prima uscita, come tutte le donne (e uomini) intriganti. Il corteggiamento dovuto è lungo, ma come spesso vi dico, amate il processo, e non sarà mai un semplice allenamento.

Vi chiedete da dove viene il titolo? Eccolo qui, in tutto il suo splendore

Regeneration & Recovery part two: OOFOS Recovery Footwear

Ed eccoci di nuovo a parlare della triade nascosta: riposo, recupero, rigenerazione, il mantra che ogni allenatore vi ripete fino alla nausea.

In questa seconda puntata, affrontiamo un argomento delicato: il post corsa dei nostri piedi , uno strumento che un po’troppo spesso dimentichiamo di trattare con il dovuto rispetto. Quindi, cosa si infila nei piedi lo staff DU quando smette di correre?

E’presto detto: flip-flops e sandali OOFOS.

OOFOS è un marchio americano che nasce con l’idea di creare una calzatura da indossare post workout studiata appositamente per il recupero.

La struttura della ciabatta è stata creata per fornire supporto all’arco senza diventare invasiva, accomodando il piede senza costrizioni e sostenendo nei punti giusti. Ma la parte migliore delle calzature OOFOS è sicuramente per noi il materiale: quella che viene chiamata OOFOAM permette alla calzatura di piegarsi in maniera naturale con il piede ed ha una morbidezza confortevole senza far sprofondare il piede.

Il materiale OOFOAM assorbe gli impatti fino al 37% in più di un tradizionale materiale in EVA: se nella corsa cerchiamo sempre una scarpa che ci “restituisca” il più possibile la potenza che cerchiamo di trasferire a terra, quando è ora di riposare, dobbiamo cercare il contrario. Una ricerca di laboratorio del 2018 ha evidenziato come l’accoppiata OOFOAM + struttura del plantare permette di ridurre lo stress sulle articolazioni fino al 20% in più di una normale ciabatta.

OOFOS può essere anche un buon aiuto per chi soffre di fascite plantare: la sua struttura e la capacità di assorbire urti aiuta a rilassare la fascia nei momenti in cui l’infiammazione è acuta, dando sollievo.

Ah, il materiale con cui sono fatte le OOFOS mantiene le sue caratteristiche per tutta la vita. Oltretutto, avendo una struttura a cellula chiusa, può essere tranquillamente usato in doccia o in acqua senza assorbire acqua. Si possono lavare quante volte volete e galleggiano anche.

Ma sentiamo cosa ne pensa Coach Davide…

Anche se Mari non ha mai gradito questa mia debolezza, sono sempre stato un grande appassionato di ciabatte ed infradito post gara (più le ciabatte in realtà, ma apprezzo entrambe le declinazioni).

All’inizio usavo le classiche infradito da 1 euro, rigorosamente nere (tranne un paio carioca acquistato in Svezia in una svendita). Poi ho provato quelle di plastica di Boulder con un coccodrillo (dai, le Crocs), ma mi facevano sudare il piede e non le ho mai trovate realmente confortevoli. E diciamocelo, nessuno sta bene con un paio di Crocs ai piedi. Anzi. Allora sono passato ad un famoso marchio tedesco, ma nonostante mi sia sforzato di farmelo piacere, esteticamente mi ricordavano le suore e la sensazione sul mio piede era pessima: se ero stanco dalla corsa, con quelle i piedi prendevano la botta finale. So che tanti le usano e si trovano bene, ma io volevo comfort, non rigore teutonico. Insomma, mi sono convinto a provare un paio di ciabatte pensate appositamente per il recupero.

Viste, calzate ed immediatamente venduto all’idea: la sensazione al piede, la comodità, il sollievo dopo i lunghi… con l’importante aggiunta che le OOFOS (contariamente ad altre recovery slides provate) non fanno sudare il piede. E una volta indossate non sono niente male, anche Mari ha dovuto ammetterlo.

Insomma, aldilà della ricerca scientifica o di cosa consigliamo, dove mettere i piedi è sempre molto soggettivo. A noi OOFOS sono piaciute a sensazione, al primo contatto: dopo una giornata stressante di Camp, dopo un workout duro in pista con i piedi massacrati, dopo un lungo di ore, ci piace averle dietro e poter iniziare da subito a recuperare per poter ripartire il giorno dopo “acannone” (Angelo Maroccia docet).

Trovate le ciabatte OOFOS qui, ma se passate dalla DU House o ai nostri Camps, ne abbiamo sempre qualche paio per farvi provare il feeling…

 

TOR X

di Stefano “cariboo” Serena 

Tantissimi mi parlano del Tor come esperienza totalizzante, viaggio mentale e non di una gara, di un viaggio nella natura, di lotta alle proprie paure, di simbiosi con la montagna. Di una classifica che non conta se non per i primi venti…

Ho avuto la fortuna di fare o di correre il Tor quest’anno per la prima volta ed ero agitato per due cose alla partenza e nelle settimane precedenti: primo, ero convinto di aver fatto il passo più lungo della gamba, e questa volta sul serio. Secondo, ero alla partenza di una gara molto impegnativa.
Si, ero alla partenza di una gara. Perché il Tor è una gara, anche per me che sono arrivato a Courmayeur in 127 ore e 227° classificato. 
Malgrado i suggerimenti preziosi di amici illustri del mondo ultra endurance, ho fatto parecchi errori da principiante, soprattutto alle basi vita. Se non hai assistenza, prendi la sacca Tor, cambiati, lavati, sistemati i piedi, prepara lo zaino, mangia, fisio se serve e dormi se serve. Fai tutto in quest’ordine, suggerisce Luca (Guerini ndr). Giusto il tempo di una base vita e tutti i miei piani vanno all’aria: mi trovo a girare in infradito con del cibo in mano

“Allora? Usciamo dal lì o no? Una vita in vacanza?” mi scrive Graziana (Pè ndr) in un messaggio, vedendo che sono ancora in base vita. 
Col senno di poi, la sola gestione delle basi vita può farti recuperare 5 o 6 ore. Con una gestione meno “vacanza a Rimini” anche dei ristori si possono recuperare altre 2 o 3 orette. 

Fin dal primo controllo volevo sapere in che posizione fossi. Sì, dal primo controllo. 
All’inizio solo per capire come stessi andando. La Thuile 260esimo, prima base vita 490esimo poi sempre meglio. 340esimo, 320esimo attorno al 310 per un po’, poi sotto i 300 nei ¾ gara, poi sempre meno fino a capire che potevo stare sotto le 130 ore e ben sotto la trecentesima posizione. 
Solo al Malatrà capisco e sono sicuro che posso davvero arrivare alla finish line attorno alle 20 del venerdì. Capite che per uno che non era sicuro di arrivare in fondo o al massimo arrivare di sabato mattino nella migliore delle ipotesi, si stava delineando una vera top performance… e piangevo. Dal Malatrà ho pianto credo 5 o 6 volte. 
Sono arrivato a Courmayeur correndo e saltando sotto l’arrivo alle 19,11 del venerdì. 227esimo in 127ore e 11 minuti.
Pazzesco. Incredulo. Ho concluso uno degli endurance trail più duri e spettacolari in meno di 130 ore; ad oggi non ci credo. 
Ma allora? Tutta sta storia della testa, della simbiosi con la natura, delle paure e quant’altro?
È presente eccome. 
Se non hai una forza mentale che ti sostiene, quando alle 3 del mattino, da solo, in una discesa ti viene una scossa violenta al ginocchio sinistro che non ti fa camminare e non capisci cosa sia, ti perdi d’animo. 
Invece ti fermi, ti calmi, cerchi di capire che succede e provi a camminare. Vedi che passa un po’ e continui. Non passa del tutto allora ti fermi. Ti siedi, apri lo zaino, prendi una benda elastica autoadesiva e ti fai una fasciatura più o meno a caso e prendi un antidolorifico. Chiudi tutto, ti alzi e riparti. 

Vedi che funziona e arrivi in base vita. 
La testa al Tor serve a questo. A non perderti d’animo nelle difficoltà. 
A lasciare il tepore del rifugio di notte con il freddo e il vento quando sai che hai davanti 15 km di nulla con un colle da passare. 
La testa serve a portare il tuo bel culo a Courmayeur!
Anche la simbiosi con la natura deve esserci. Sei lì per quello. Diversamente saresti a una gara di crossfit sulla spiaggia a Riccione. 
Ma a quello, noi gente di montagna, siamo abituati. Nulla di nuovo sul piatto. Siamo lì anche per quello. E’ la norma.
E quindi di cosa stiamo parlando?
Di una gran bella gara endurance in montagna. No un viaggio, no vacanza, ma una gara che ognuno dovrebbe affrontare al meglio delle proprie capacità. 
Non è una gara di corsa e non fa schifo come dice qualcuno. Anzi, è una grande figata da affrontare seriamente. Io questo l’ho fatto a metà perché non avendo quella “spinta da garista” che contraddistingue chi mette pettorali spesso, sono andato piano e sicuramente al di sotto delle mie capacità. Sono sicuro di questo e col senno di poi me ne rammarico. 
Perché il Tor non deve essere un trekking veloce organizzato? “Non bisogna partire con l’idea che il Tor sia un bel viaggio o un’avventura, al massimo lo puoi pensare alla fine…” mi ha detto Sonia (Glarey ndr) il giorno dopo che assieme a Luca siamo stati a provare una tratta del Glaciers e io ero spaventato della mia gara.
Ed ha ragione. Il Tor è una gara, non un viaggio.
Sono convinto che tanti che partono con l’idea del viaggio, potrebbero fare meglio se partissero con l’idea della gara.  
Mettersi in gioco con i propri limiti, non è solo fare i 350km e 27mila metri di dislivello, ma farli al meglio, più forte possibile. Io sono convinto di questa cosa. 

Ho letto l’articolo di Paco su questo blog dove dice che il Tor fa schifo perché è un trekking rovinato e non una gara di corsa.

Al massimo ti fa schifo caro amico mio, ma non fa schifo in linea generale. E sì, non è una gara di corsa, ma un ultra endurance trail e così va affrontato. E’ una specialità diversa dal trail running. Lo specialista dei cento metri piani non sarà forte nei tremila siepi. Si corre sempre nello stadio, ma sono specialità diverse. E non fanno schifo né una né l’altra. Una piace e una no. Punto. Idem sono il Tor e una 100miglia trailrun. La Parigi-Roubaix e la Transcontinental Race in bici. Una piace e una no, ma nessuna delle due fa schifo a prescindere. Al massimo ti fa schifo. 
Il Tor è una grande figata di gara, è una grande sfida con te stesso, con gli altri e con un crono. E così deve essere. 

Al contrario, non mettere il pettorale.








CCC – Corri Cento e sei Contento

Niente, ogni volta che leggo CCC nella mia testa compare una P e mi viene in mente il gruppo di Ferretti, ma tralasciando questo fatto, andiamo a vedere in cosa consiste questa corsa, ovviamente, utilizzanto quante più C possibili.

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Dopo la sorella cattiva dell’UTMB ecco arrivare la sorella minore, che con i suoi 101 chilometri passa per tre nazioni ricalcando in parte il Giro del Monte Bianco.

La CCC (Courmayeur – Champex – Chamonix) parte da Courmayeur e si alza subito in quota con un ‘incredibile vista sul Bianco e sulle Jorasses. Si entra poi in Svizzera con il passaggio a Grand Col Ferret e si prosegue verso la Fouly, Champex e Trient. Qui ci si fa il segno della croce e si spera di arrivare a Chamonix prima che sorga il sole. I corridori “normali”, sono i meno acclamati di tutto il circuito perchè arrivano a Chamonix quando tutto il paese dorme.

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Se si predilige l’esperienza all’arrivo è, tutto considerato, una gara bellissima, tecnica il giusto ma più scorrevole della TDS.

CCC – dettagli tecnici

Distanza 101 km

Dislivello 6100 mt +

Cutoff 26 h 30

Partenza Courmayeur 30/08/2019 09:00

Punti ITRA 5

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La parola agli atleti DU

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Adam

Cosa ti aspetti dalla gara? 

Sono ancora indeciso su quanto spingere (Adam ha fatto ad inizio mese una 100 miglia – Nota del Coach). Sarà la mia seconda vera gara in montagna, quindi sono ancora un principiante. Dipenderà molto dal meteo. Mentalmente mi aspetto le montagne russe, e voglio che sia così. E’per questo che corro le ultra: so che arriveranno le crisi e voglio vedere quanto in basso posso arrivare e poi quanto in alto. Di solito correre mi da grosse dosi di endorfina e voglio vedere a che punto smetterà di darmi queste sensazioni. Il terreno montagnoso sarà il vero test perché non corro quasi mai in montagna e la discesa sarà dura. Alla Maxi Race lo scorso anno mi sentivo distrutto prima della salita più dura e ho dovuto fermarmi cinque minuti in cima per far passare qualche svarione. Correvo con un amico ma pensavo che quella fosse la fine della mia gara: una volta finita la salita stavo bene. Quindi ho questo tipo di paura, dubbio, che voglio superare.

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

Rispetto molto la gara, come detto. Ma 100km non sono 100 miglia. Secondo me dopo 70km si vedrà come starò, se sarò riuscito a gestire nutrizione e fisico. Trient, sarà il punto chiave: dopo ci saranno solo due salite e casa.

Per me sarà un test nel cercare di allungare un pelino le mie solite distanze, sognando qualche 100 miglia isolana o americana su terreno non amichevole.

Alessandro Marmorato

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Visto com’è andata la mia preparazione (durata solo 5/6 settimane causa infortunio) mi auguro solo di finirla, se fossi al 100% mi darei magari degli obiettivi a livello di tempo ecc, ma in questo caso finire è l’unico obiettivo.
Non vedo l’ora di essere alla partenza venerdì mattina ed ascoltare i Vangelis, ho già la pelle d’oca. Spero anche di poter beccare Coach, Mari, Adelina ed i torinesi ai ristori, sarebbe una gran carica.
Paesaggi? Penso tra i più belli, peccato non poterli filmare/fotografare durante la gara, se Angelo dovesse beccarmi…

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

Onestamente conoscono pochissimo il percorso, mi guarderò qualche video su YouTube hahahaha. Sarà sicuramente molto tecnico e con tanto dislivello ma a tratti corribile, ma non ti so dire un punto cruciale, spero solo di star bene per tutto il viaggio.

 

Davide “Vertebra” Bellio

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Direi che a livello emozionale vorrei ripetere in tutto e per tutto la Lut, che è stata la giornata perfetta.Come prestazione mi sa che il il jolly me lo sono già giocato lì, quindi spero entro le 20 ore. Il mio motto, comunque vada, rimarrà “vado piano, ma mi diverto”!

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

l punti cruciali in gara secondo me saranno due : la lunga discesa verso La Fouly e la seconda salita dopo Champex. Lì si vedrà che tipo di giornata sarà…

THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Abbiamo chiesto ai nostri valorosi allenatori di tirare fuori i nomi giusti di chi starà davanti. Post UTMB, sarete liberi di deriderli.

Coach Paco

Dico Eva Toschi: abbiamo tutti voglia di avere un pretesto per fare festa. A seguire mi piace Kelly Wolf: ragazza molto forte, solitamente predilige una condotta di gara autoritaria. Se parte avanti è difficile che crolli, una delle grandi favorite. Dietro, MacDonald Alisa, canadese trentanovenne ha trovato la sua distanza su questo chilometraggio. Lo scorso anno ha vinto Black Canyon 100. Quest’anno si è vista poco, ma sulla carta è sempre un osso duro.

Uomini, continuiamo con gli americani e mettiamo Mario Mendoza.
Proviamo a immaginare un caldo apocalittico, cosa che ogni tanto succede in quella settimana: Mario Mendoza potrebbe partire nel picco di caldo e sparire alla vista degli altri concorrenti. Poi Stefano Rinaldi
perché è un ragazzo con delle ottime gambe, ma soprattutto è così fuori di testa che sarebbe veramente fantastico vederlo davanti a mordere il collo al primo. Vincere no, troppo mainstream. Completo con Luis Alberto Hernando che, lo ammetto, non mi fa morire il suo modo di correre, essendo piuttosto prevedibile e sempre molto oculato. Ma indubbiamente è uno dei più forti sul campo, e non è molto difficile vederlo davanti.

Coach Davide:

Eh, dai, tanto lo sanno anche i muri che stravedo per Stephanie Howe, e allora voglio lei sul gradino alto. E’in Europa da mesi, sta correndo come una matta, che sia la volta che anche sulle Alpi fa il colpo? Tra le altre statunitensi qualcosa di grosso esce: Kelly Wolf, Keely Henninger che è anche già esperta del percorso, Brittany Patterson… Tutte candidate plausibili. Ma a sorpresa io metto la britannica Holly Page, che mi sembra in stato di grazia.

Tra gli uomini, scontato: tifo per Stefano Rinaldi e basta, chiudiamo le previsioni. Tra lui e Marco De Gasperi, un po’di Italia a fare bagarre ci sarà. Occhio a Michel Lanne però e anche a Luis Alberto Hernando. A me, al contrario di Paco, piace da morire. Ed ha l’account Instagram più divertente del mondo trail e/o running in generale. Lo attenderò sul dritto finale al grido di “Tortilla de patatas para todos!”