Trangrancanaria, le due facce della medaglia.

Ultra Trail World Tour sbarcava in Europa con Transgrancanaria: dimenticatevi il solito stereotipo sole, mare, spiaggia e birre economiche, qui si parla di sentiero tecnico, distanze ultra e quest’anno pure freddo e maltempo. Avevamo due uomini al via, Luca Ambrosini e Michal Lazzaro Rafinski. Com’è andata? Chiediamolo a loro.

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LUCA AMBROSINI

Ancora una buona performance e gara filata liscia senza intoppi. Come stai?
Ciao! Post gara sto benissimo, ho avuto modo di riflettere, stato di forma presente, gli allenamenti filano lisci e la fiducia verso sua maestà il Coach – che possa il suo occhio vegliare sempre su di noi – è ai massimi livelli!
Volevo le 16 ore, obiettivo fattibile tranquillamente, ma ho avuto problemi spirituali dal km 32 al 85…haahahahah
#coachknows #VO2MAXebasta #gambeimballate

Momenti difficili?
Sono partito alla grande, i primi 32 KM un ritmo velocissimo senza faticare in 3hr:15min; poi al KM 35 qualcosa non funzionava più, non avevo voglia di correre: acido lattico ed è iniziata la fase “ultratrekking”.

Credevo di dover pazientare solo qualche km, ma la luce nel tunnel era lontanissima. Ho preso la situazione con filosofia: ho una seconda batteria per la frontale, cibo a sufficienza, voglio solo arrivare con le mie gambe a Maspalomas. Mi sono seduto ai lati del sentiero a fare il tifo agli altri sulla salita del Roque Nouble per 10 minuti e mi è veramente venuto il dubbio di finire nella seconda notte, poi, alla base vita (km 84), dopo una sosta di 15 minuti e qualche zuppa con patate ho avvertito qualcosa di strano…. era tornata la voglia di correre!
Da lì in poi la gara è cambiata: discese su tecnico, ottima compagnia e gli ultimi 38 KM alla grande, recuperando tante posizioni e fiducia in me stesso.

Come ci si trova a iniziare la stagione con una gara di 120 km? Vivendo in montagna come te immagino che non deve essere stato facile allenarsi. Come ci sei riuscito?
Come prima gara, è sicuramente impegnativa e lunga (128 KM e 6500 D+).
Trails abbastanza tecnici, ma quello a me piace tantissimo.

Vivo in ValVenosta, mi posso ritenere fortunato, la montagna è esposta a sud in e quindi sempre sgombra da neve. Posso tranquillamente fare 6 ore di allenamenti su sentieri facendo anche tanto D+. Il vero problema è che con il Coach abbiamo deciso di intraprendere una lunga strada e la Trans Gran Canaria era in mezzo al blocco VO2 MAX. Quindi con pochi/nessun lungo vero nelle gambe: secondo me alla fine è la testa che mi ha portato fino a Maspalomas.

È stato più emozionante il momento della partenza o l’arrivo?
Entrambi. La partenza come sempre bellissima, tantissima gente, tanti amici conosciuti qua e là e atmosfera incredibile. Arrivo bellissimo perché sono stato veramente in difficoltà per quasi 60 Km e alla fine la testardaggine ha avuto la meglio, me lo sono guadagnato.

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Cosa ti ha impressionato di questa gara?
Avevano previsto tempesta, bufere, venti a 100KM/H e tanta pioggia, ci hanno terrorizzato; a noi gente di montagna un po’ di brutto tempo ci avrebbe anche fatto comodo, ma invece cielo stellato, temperature sempre gradevoli e sole, non male lo stesso.

Impressionante il pensiero di attraversare l´isola da nord a sud, passando da vegetazione boschiva, verde, con laghi della prima parte a colori un po’ più marroni, ai secchi e cactus della seconda parte (sto ancora cercando di togliere le spine dal braccio sinistro, piccola distrazione nei 10 km finali).

Il tuo piano alimentare com’è stato? Hai portato cibo con te o hai usato molto i ristori? Cosa hai mangiato perlopiù nei ristori?
Io di solito porto sempre tanta roba nello zaino, ho un camel da 12 litri! Questa volta forse ho mangiato troppo all´inizio, GEL, powergums e qualche barretta, forse con troppa frequenza, mi sentivo quasi appesantito all’inizio.
Poi ho iniziato a mangiare solo ai ristori: zuppa ben salata e patate. Poi c’è stata la fase dal km 85 in poi in cui mi sono nutrito solo ed esclusivamente di caramelle gommose Haribo: la salvezza per me con lo stomaco sottosopra!

Meglio una cioccolata calda in rifugio in Alto Adige o un Gatorade freddo a Gran Canaria?
Bella domanda. Sono amante dei posti esotici, mi piacciono le gare sulle isole in generale! Comunque opterei forse per un bel birrone in rifugio e tequila nei peggiori bar di Maspalomas.
Non amo né cioccolata calda né Gatorade (per la cronaca faceva freddo anche a GranCanaria).

La gara è scorrevole o tecnica? Da casa non si è mai riuscito a capirlo…
La gara per capirla io e il mio socio Dani l´abbiamo suddivisa in tre parti:
40KM con 2000D+ (piu o meno)
40KM con 3500D+ (piu o meno)
40KM con 1000D+ (piu o meno)

I primi 40 belli scorrevoli, anche se le discese sui single track sono belle impegnative, viscide e spesso si correva in letti di fiumi secchi (sassoni molto instabili, caviglie sempre a rischio).

I secondi 40 tosti tosti, salite impegnative, discese tecniche. Si passava poi dal caldino delle valli a freddo e umidità della quota.

Gli ultimi 40 da correre a tutta, su terreno tecnico, gli ultimi 10 km un’agonia nel caldo letto del fiume fino a Maspalomas. A me il percorso è piaciuto molto.

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Sul tuo pettorale c’era una strana scritta #roadtoURMA? Cosa significa, ci avevi detto che il 2 giugno andavi al mare, no?
hahahahaha!!!
il 2 giugno?? boooh… so solo che è festa!

P.s, la Trans Gran canaria è solo una gara di avvicinamento ad un evento unico, la data dell´anno, la gara del secolo… si vocifera che solo chi viene rapito dagli alieni ottiene la capacità di decifrare lo strano codice morse che si sente all’imbrunire, quando il sole piano piano …. no mi spiace niente, non ricordo bene cosa ci sia il 2 giugno…. mi hanno solo detto di tenermi libero!

MICHAL LAZZARO RAFINSKI

Non è mai semplice parlare di ritiri. Per gran parte degli atleti si tratta di fallimenti veri e propri, per altri delle fasi di passaggio, per altri ancora degli stimoli per darci ancora più dentro. Tu come la vivi?
Come un cocktail, ci sono tutti e tre gli ingredienti, il fallimento, il passaggio e lo stimolo e credo che in una ultra li portiamo sempre con noi e in base a come si viene shakerati dalle diverse fasi della gara prevale uno o l’altro elemento; ad un certo punto ho sentito forte in bocca il sapore del fallimento e l’ho odiato!

Cosa è successo? Dove si è spenta la luce?
A volte la crisi si comporta come un’onda, va e viene e tu combatti per restare a galla, vinci con forza o ti fai stremare dal moto odioso ed ondoso dei demoni, altre volte è come una valanga che di colpo ti travolge senza possibilità di replica. Questa volta è stata una guerra tra le onde partita dal ristoro del 50esimo km. La luce si è poi spenta 30 km più avanti, quando avevo già fatto quasi tutto il dislivello positivo e mi mancavano solo delle lunghe discese tecniche

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Quale è la prima causa che hai riconosciuto per questo motivo? Più testa o gambe?
All’inizio è stato lo stomaco, lasciato il ristoro del 50esimo km, Presa Pérez, il freddo umido della notte mi ha dato un pugno inaspettato e li ho consumato più energie del dovuto per incassarlo, poi l’alba ha diradato sia la nebbia che i dolori, ma mi sentivo stanco. Il sole mi ha ricaricato e dal ristoro di Artenara, km 63, sono ripartito carico, complice un immaginifico piatto di paella e l’onda della gara Advanced di 60 km partita poco dopo il mio passaggio, mi sono fatto tirare dal loro entusiasmo e freschezza, una botta di vita! 12 km dopo la testa e le gambe hanno detto hasta luego e non sono più tornate.

Hai cambiato la visione della cosa ora, a freddo, dopo la doccia e qualche giornata a casa?
Ho “fatto pace” con la mia decisione mentre aspettavo il pullman del rientro dalla base vita, la cosa mi ha stupito, di solito ci metto di più a metabolizzare un ritiro.

Ti sentivi pronto per la gara? Quando hai capito che non “era aria”?
Si mi sentivo pronto, i 3 mesi di preparazione sono andati molto bene, l’unica differenza rispetto al solito è che non ho fatto una gara lunga in quel periodo e questo mentalmente mi ha penalizzato ed ha fatto vincere la stanchezza nella risalita da Tejeda al km 75, li ho deciso di godermi la parte più alta del percorso con calma e ritirarmi poco dopo.

 

Hai un bel ricordo dell’isola? Torneresti?
L’isola è stata una bella sorpresa sia per i paesaggi che per la vita che si respira, voglio tornare, godermela ancora e finire la gara per poi tuffarmi nell’oceano.

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Hai mangiato qualcosa di buono? Hai messo i piedi in mare? Era la prima volta che andavi a GC?
Ho mangiato dell’ottimo pesce sia in modalità paella che non, si trova di tutto sull’isola, vale la pena esplorare. L’oceano l’ho solo sfiorato, avrei voluto surfare ma c’era poco tempo, la prossima volta non me lo perdo!

Cosa porti a casa da questa esperienza?
Le bellezze di un’isola varia e selvaggia, la consapevolezza di come prepararmi meglio, un viaggio epico con gli amici della #disagiofamily e la voglia di tornare.

Tornato a casa sei andato a pregare al Tempio delle Miglia?
Ovviamente si, da giovane Skywalker pentito sono andato a confessarmi da padre Ipa One Grazielli che mi ha assolto dopo un pellegrinaggio alla chiesa di Santa Cruz in modalità recovery run. La stagione è appena iniziata…

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COACH SAYS

Iniziamo con il disgraziato.  Abbiamo preparato la gara a modo, Michal non è un novellino e sa bene cosa può fare e dove può arrivare: volevamo “costruire” sulla TDS dello scorso anno e migliorare lavorando su alcune specifiche, principalmente sul cardiovascolare, aumentando un po’la “cilindrata”.
E l’avvicinamento è andato bene, pochi intoppi, lavori eseguiti bene.
Dove siamo mancati? Forse qualche uscita lunga in più. Abbiamo sfruttato la stagione invernale ed infilato tanto skialp, ma non va a sostituire certi stimoli che hai solo nelle lunghe giornate passate sui sentieri. Se lo mettiamo insieme al fatto (molto sottovalutato) che Transgrancanaria è a marzo, e pochissimi sono mentalmente pronti a gestire bene uno sforzo così lungo, ecco dove forse siamo caduti. La nota positiva? Che Michal era tranquillo ed ha subito messo la testa su Sciacchetrail e tutti gli altri appuntamenti dell’anno, compresa un’altra corsetta interessante a settembre.

Per quanto riguarda Luca, sapevamo di partire senza aver fatto tutti i compiti, perché abbiamo impostato la stagione su tre macrocicli molto lunghi, ed avevamo completato solo il primo. Però lo stato di forma generale era molto buono, e lo si è visto dal fatto che nell’ultima discesa tecnica, con 90 km sulle gambe, si è messo a correre e recuperare posizioni. Il blackout centrale è sicuramente causa della mancanza di ritmo sui tempi lunghi e nelle salite continue, ma anche di qualche problema alimentare con le temperature basse e sotto sforzo. Comunque un’ottima prova, chiusa al meglio. Ora si guarda a Lavaredo con in saccoccia un bel risultato, un buon bagaglio di km e tre mesi per mettere a posto i pezzi mancanti: la gara non ha lasciato scorie e ci siamo già messi sotto con i nuovi workouts!

In the land of (Good) Hope, there is never any winter: Ultra Trail Cape Town con Luca Ambrosini

100 km e 4300 metri di dislivello. Sapendo che sei un animale di montagna, molto portato a gare dure tecniche e con molta salita e discesa mi sembrava una gara forse poco adatta alle tue caratteristiche. Invece hai chiuso con un ottimo 21 posto.
Come l’hai trovata?


Mai i numeri sono stati piu ingannevoli, credevo di dover fare una gara corribile, stile Vibram100 Hong Kong invece mi sono trovato di fronte un terreno supertecnico, con salite ripidissime e discese spacca gambe. Tratti corribili spezzati spesso da tecnico e costanti cambiamenti di ritmo; fondo molto secco, roccioso e sempre molto instabile. A un passaggio in parete con  catene mi è venuto da sorridere e pensare che gli organizzatori fossero fuori di testa!

I cancelli della gara erano molto stretti: partiti 1300 su tutte e tre le distanze e sulla lunga ne sono arrivati solo 119, il resto deviato sulla 65 o fermato.
Una gara per nulla scontata, tecnica, a tratti corribile con paesaggi mozzafiato.

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Eri mai stato in Sud Africa? Credo che gran parte delle persone la conosca solo per i mondiali di calcio di qualche anno fa, ma immagino sia un posto favoloso. Questa gara era UTWT, ce la consiglieresti? Torneresti a correre questa gara?


Per me è stata la prima volta in Sudafrica. Sono rimasto entusiasta dei posti. Quando io e il mio socio Dani ci muoviamo di solito associamo anche piccole vacanze alle gare che corriamo.  Abbiamo girato i giorni prima e dopo la gara visitando la costa, Capo della Buona Speranza e vari parchi: Wilderness Park, Camps Bay, Houte Bay e tanti altri posti pazzeschi.  I trails sono molto tecnici, le montagne non altissime (non aspettatevi 2000 metri di dislivello), ma selvagge, con passaggi da brivido…

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La gara la consiglierei, indipendentemente dal fatto che è una UTWT, perfetta per chiudere la stagione, spettacolare a livello paesaggistico e bellissima. Come dicevo prima mai scontata, veloce, ma tecnica e anche l’organizzazione impeccabile.
Inoltre anche la partecipazione delle persone del luogo, sempre gente sul percorso a regalarti qualche sorriso o un “well done”. Sicuramente una gara che segnerò anche per il futuro…

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Venendo dalle Dolomiti (Luca vive a Merano ndr.) come hai trovato le montagne sudafricane?
Le montagne sudafricane sono bellissime. Dislivelli massimi di 800/1000 metri ma praticamente fatti tutti di un fiato, fai conto in un paio di km. Ci si aiuta molto con le mani,  come nella salita da Capetown a Table Mountain) tutta con fondo molto secco, sdrucciolevole e sassoso.
Vedendo i video di Ryan Sandes ci si riesce a fare una idea!
Non è facile correre su questi trails se non si è abituati.

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Sei sempre in giro con il tuo socio Dani Jung. Lui ha chiuso sesto, il che fa pensare che il livello della gara fosse molto alto. Lui come ha trovato la gara?
Anche Dani ha trovato la gara bella e anche lui è stato stroncato dal percorso e nei tratti corribili noi faticavamo a tenere i 5.30’/km, mentre gli elite andavano via ai  4’/km. Però sul tecnico poi recuperavamo il gap. Dani tra l’altro il Sudafrica lo conosceva già, essendoci già stato in vacanza e in MTB.

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Il livello era altissimo. C’erano professionisti/elite del posto e top runner internazionali invitati.

Ultima gara dell’anno? Ti riposerai un po’ o il Coach ti ha già messo sotto?
Ora per 2 settimane riposo assoluto, qualche passeggiata con Ale in montagna, un po’ di piscina e sauna per rilassarmi. E birroni per recuperare meglio: il Coach è molto flessibile e capisce al volo le mie esigenze: fortunato eh… 😅
Poi avanti tutta in vista di un 2018 di fuoco!
Ho dei grandi obiettivi per la stagione che viene…

Ti sei già pentito di avere un Coach? Su quale aspetto avete/state lavorando di più?
Ovviamente si! Hahahha
Talmente pentito che gli ho affidato la programmazione per il 2018!
Con il coach mi sto trovando benissimo, finalmente l’allenamento è strutturato e programmato, prima correvo a caso senza sapere cosa stessi facendo di preciso.

Stiamo lavorando a lungo termine, ho tanta voglia di correre, e vorrei farlo piu a lungo possibile. Correndo da circa 3 anni posso solo consigliare di essere seguiti da un professionista: è un ottimo modo per prendere la strada giusta massimizzando gli allenamenti con il poco tempo a disposizione.

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COACH SAYS:

Con Luca si è creata subito una bella sintonia: dopo una buona annata, è arrivato da noi per ottimizzare il lavoro e cercare di alzare l’asticella. Sapevo di avere davanti un atleta evoluto, ma avevamo poco tempo per preparare gli ultimi due appuntamenti dell’anno. E così abbiamo giusto messo ordine e tirato fuori il meglio dalla base che già aveva.

Luca è entrato subito nel flow del tipo di lavoro che avevamo programmato ed è arrivato ad UTAT in Marocco in buona forma: quando si è dovuto fermare a una manciata di chilometri dall’arrivo, in ottima posizione, per… “problemi tipicamente marocchini”… mi sarei flagellato. Per fortuna lui è una persona molto positiva, e questa volta è stato lui a rincuorare il Coach. E poi avevamo subito l’occasione per rimetterci in gioco.

Abbiamo ripreso e rincarato la dose, con un miniciclo di lavoro intensissimo, dove abbiamo alzato notevolmente anche il chilometraggio. Alla fine abbiamo staccato presto ed il risultato è stato quello di avere Luca in SA bello pronto, rilassato e con la sicurezza di avere nelle gambe un buon lavoro: a volte bisogna sapere quando chiedere qualcosa di più, e quando macinare un atleta è solo controproducente.

La gara? Alla grande. Partito tranquillo, ha trovato subito un bel ritmo continuo ed è andato a piazzarsi tra le scatole a gente scafata e veloce: quello che volevamo. Non si è lasciato destabilizzare dal terreno (che non aspettavamo così tecnico) ed ha mantenuto una regolarità impressionante, sgomitando fino alla fine. Bella prova.

Ora sono curioso di vedere cosa riusciamo a tirare fuori da una programmazione completa e ben fatta: gli obbiettivi li abbiamo messi giù, come sempre aspettatevi da Luca panorami esotici…

#DUcoaching #destinationunknown #theonlycompetitionisyourself

 

BEAR 100 e la Indian Summer: on the road con Francesco Paco Gentilucci

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Cento miglia. Cosa ti ha spinto a metterti alla prova? Quello che rappresenta come distanza iconica, il percorso di avvicinamento, l’ambiente in cui si svolgeva?
Volevo una fibbia perché ho sempre i pantaloni tenuti su da un laccio di scarpe. Inoltre mi affascinava la distanza, ne ero e ne sono attratto. Il processo è la cosa che di sicuro mi ispirava di più, sapendo che se avessi fatto le cose a mio modo forse sarei arrivato in formissima, ma molto più probabilmente mi sarei massacrato sia mentalmente che fisicamente.
La scelta di Bear 100 è stata dettata da un po’ di motivazioni: il video Outside Voices di Joel Wolpert (dove Jenn Shelton corre la gara), il periodo (ho lavorato un mucchio di giorni anche nei fine settimana nei mesi estivi e non potevo gareggiare in quel periodo) e il fatto che la gara era dura, con molta montagna e grandi incognite (poteva far caldissimo come freddissimo). Che non c’era nessuno che conoscevo a farla/ averla fatta. E infine il claim della gara “36 hours of indian summer”: gli Indian Summer sono uno dei miei gruppi emo preferiti.

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Qual era l’elemento che temevi di più, prima?
La cosa che temevo più in assoluto era il motivo stesso per cui mi trovavo in starting line, ovvero la distanza. Il dislivello tutto sommato non mi preoccupava tanto, ma la distanza si. Probabilmente nessuno è mai realmente pronto per una 100 miglia, ma io mi sentivo un po’ sperduto. Mi pareva di aver fatto troppi pochi chilometri, aver passato troppe poche ore sulle gambe. E in effetti dati alla mano non ne abbiamo fatti molti, col Coach abbiamo lavorato più sulla qualità che sulla quantità. Col fatto del lavoro spesso riuscivo a fare giusto un’ora alzandomi alle 5:30 del mattino. Questo ovviamente mi metteva molto sotto pressione.
Quindi direi soprattutto riuscire a sopportare i miei stessi pensieri per un sacco di tempo. Infine tutti i vari acciacchi che ho fisicamente (tendini/articolazioni) e che di solito saltano fuori come i foruncoli sul naso prima di un appuntamento con una ragazza.

E dopo, ora che hai chiuso la tua prima cento, quale pensi che sia la vera difficoltà di questa distanza?
Sai che in realtà non saprei cosa rispondere. Da una parte forse è semplicemente riuscire a gestire i momenti difficili in cui ti senti sperduto e un po’ di sofferenza fisica. Devo dire che a differenza di praticamente ogni gara che ho fatto in vita mia ho cercato di usare un po’ il cervello, non spremermi in modo insensato e fare le scelte giuste. Sono tutti aspetti che avevamo curato anche in allenamento del resto. A dire il vero credo che la sfida di Coach Grazielli sia stata lavorare più sulla mia testa che sul mio fisico.

Come hai gestito la tensione nell’avvicinamento alla gara e nei giorni precedenti al via?
Gareggiare in USA (e viaggiare per 30 ore in aereo perché ho sbagliato ad acquistare i biglietti) mi ha aiutato a lasciare un po’ di stress a casa e a pensare un po’ meno alle preoccupazioni non importanti che mi assalgono quando sono qui.
Quando atterri in una città in cui non sei mai stato e devi arrangiarti per trovare da dormire, spostarti e tutto il resto, non sei lì troppo a pensare alla gara. Nel tempo immediatamente prima della gara invece ho fatto ciò che ho fatto in tutti i mesi prima della gara: ho assillato il Coach. Facendogli mille domande, cercando di scaricare l’ansia su di lui e trovando quel punto di vista esperto, da Coach e amico che spesso mi tira fuori dal bicchiere d’acqua in cui annego.
“testa di cazzo hai il 100 per cento di probabilità di finire quella gara, ma che cazzo di domande fai?” cit.

In una ipotetica drop bag che ti deve accompagnare nella preparazione di una gara, cosa metti dentro? Fisicamente e dal punto di vista umano…
Un cervello funzionante. In grado di non lasciarsi assalire dall’ansia e che rimane focalizzato sul momento. Molto allenamento in cui pensi solo ad allenarti. Un po’ di dedizione nel fare gli allenamenti quando vorresti solo uscire a bere e invece vai a correre, e l’attenzione nel cercare di capire il tuo corpo. Le gambe corrono se il cervello funziona.

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Tre sapori/gusti/odori/sensazioni che ricordi della tua gara.
Il rumore delle foglie nel bosco di betulle dopo Tony Grove (miglio 51). Ero da solo in salita, iniziava a venir buio e mi trovavo su un sentiero fra questi tronchi bianchi altissimi.
Le gelatine gommose a Richards Hollow – miglio 22.50- uscito dal primo canyon. Avevo fatto la discesa a tutta e iniziava a far caldo. Ho trovato Clare Gallagher (faceva da crew a Timmy Olson) e mi ha portato delle gelatine di frutta da mangiare. Per un attimo ho pensato che il Coach non sarebbe stato contento che mangiavo caramelle, ma in realtà lo avrebbe fatto pure lui.
La pizza americana buonissima della sera post gara e annessa birra tenuta come una reliquia (a Logan in Utah sono quasi tutti mormoni quindi hanno un solo bar in tutta la città e vende solo birre analcoliche) in tavola con Dolores, la signora che mi ospitava, suo marito Shaun, Jim (anche lui ospite) e il mio pacer Kris. Appena svegliato – avendo dormito il pomeriggio – mi tiro fuori dal letto con le ginocchia un po’ gonfie, i piedi massacrati e un po’ confuso. In cima alle scale c’è Dolores che mi sorride e mi dice “giusto in tempo”, mentre gli altri alzano una birra alla mia salute. Mi sono sentito a casa.

 

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COACH SAYS:
Il grande viaggio. Non era facilissimo gestire il rapporto Coach/atleta vista la grande amicizia che ci lega, ma una frase che mi ha detto ad inizio preparazione mi ha convinto che ci saremmo divertiti: “Guarda che io ho sempre dato tutto per i miei Coach”. Potevo tirarmi indietro?
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Paco veniva da anni di infortuni continui, e aveva forse perso la speranza di riuscire a correre ed allenarsi con continuità. Il primo lavoro è stato quindi mentale, per metterlo in condizione di affrontare una preparazione lunga (quasi nove mesi) tranquillo e senza ansia. Gli ho lasciato la sua adorata bici per fare i primi lunghi e qualche lavoro di velocità pura, e poi piano piano abbiamo aumentato il chilometraggio stando attenti a ogni minimo feedback. A maggio primo vero test lungo, con un Quadrifoglio 100km portato a casa bene, che credo gli abbia dato la convinzione di essere sulla strada giusta e anche un po’di fiducia sulla tenuta della testa. Perché da quel punto ho visto una costanza ed una dedizione quasi maniacale. Più aumentavano i carichi, più rispondeva di testa ancora prima che fisicamente: da lì ho capito che sarebbe arrivato in fondo. E bene.

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C’é sempre un po’di emozione a seguire a distanza una persona con cui hai condiviso mesi di sogni, discorsi, incazzature e stati alterati da fatica, ma questa volta il race-day ero insolitamente tranquillo: sapevo che si sarebbe goduto una grande giornata. Me lo sentivo e non c’era motivo che non andasse così. E difatti, quando mi è arrivato il suo messaggio post gara, mi è sembrato di rivivere con lui tutte le ventisei ore di viaggio.

 

Non abbiamo ancora festeggiato a dovere, ma se non ricordo male c’era in ballo un “pellegrinaggio”…

#DUcoaching #destinationunknown #thetempleofmiles