FLEX YOUR HEAD

Premessa: spero che ciò che scriverò serva puramente come riflessione. Abbiate l’intelligenza di leggere il tutto per ciò che è: un esercizio di osservazione del mondo in cui opero e lavoro, lo spunto per creare una discussione aperta.

Non sono ovviamente uno specialista, ma nonostante la psicologia sportiva in Italia sia assolutamente sottovalutata e poco considerata, a me invece affascina molto e nell’ultimo periodo mi sono dedicato ad approfondire alcuni temi.
Ho provato a creare dei profili di corridori basati su alcuni schemi mentali e atteggiamenti che ho vissuto e notato da altri corridori.

Non volendo essere uno di quegli allenatori “tabellari” che ti danno la scheda di allenamento e apposto così, credo che questi stimoli siano utili per capire i propri limiti di valutazione e giudizio e per provare a migliorare nel proprio lavoro. Attendo quindi le vostre osservazioni e riflessioni .

Corpo e mente separati
Partiamo da questa evidenza: corpo e mente fanno parte della stessa persona e non sono due cose scollegate. In Occidente siamo molto inclini a viverlo come dualismo e quindi come due entità nettamente separate e questo si ripercuote anche nella medicina: ci fa male una caviglia e curiamo la caviglia, non la persona. La verità (evidente) è che se il corpo sta male, anche la mente sta male, e viceversa. Non si parla solo di effetto placebo, ma del dare un peso anche al lato emotivo del paziente, con la comunicazione giusta e della percezione di se stessi nel superamento degli infortuni fisici.
Tuttavia ci raffrontiamo a noi stessi come se avessimo in noi due entità separate. Quante volte diciamo che un atleta è “forte di gambe ma debole di testa” o ci convinciamo che una cosa si fa “di testa”, come se si stesse vivendo un conflitto tra la mente e il corpo e la mente faccia fare al corpo qualcosa che non vuole?
Ovviamente questa visione è molto radicata in noi, ma ha anche molti limiti, che emergono soprattutto in un periodo di stress enorme, come quello che stiamo vivendo. Restrizioni della libertà individuale, slegamento e affievolimento di rapporti sociali e traumi dovuti a lutti, perdita del lavoro e mille altre motivazioni possono portare l’atleta alla perdita di interesse per il proprio sport.
Sentirsi deboli, svogliati e stanchi molto spesso non è dovuto solo alla condizione fisica, visto che i nostri carichi di allenamento possono anche essere sempre gli stessi: può essere soprattutto mentale.

L’unica gara è con te stesso
Grande, bellissima frase e concetto importante. Tuttavia, in un momento come questo suona assolutamente fuorviante per un corridore che, in assenza di gare, non trova più lo stimolo per uscire ad allenarsi.

È chiaro: molto spesso l’idea di un arrivo o di una gara ci aiutano ad uscire a fare quell’allenamento in più quando magari piove, o fare quel lavoro che troviamo proprio duro. Tuttavia, bisogna andare più a fondo e capire il motivo del perché corriamo, in quanto la corsa non è solamente uno sport, ma uno stile di vita: c’è una bella differenza tra il tennis e la corsa, perché puoi anche essere appassionato di tennis, ma non puoi metterti a fare battimuro come stile di vita, o fare pugilato se sai che non combatterai mai. Al massimo fai fit boxe e ti alleni con un saccone, ma non è boxe. Correre senza un avversario o un partner o in una situazione non di gara rappresenta invece, nella corsa, gran parte della vita di un corridore.

Cosa rappresentano quindi quella gara, o le gare, per me?
può rappresentare una realizzazione personale, o una realizzazione rispetto agli altri. Come prima cosa bisogna riconoscerne la matrice. È chiaro che se ho smesso di trovare le motivazioni per uscire a correre perché gli eventi sono sospesi (nel momento in cui non esiste una limitazione legislativa reale) l’importanza che do alle gare supera quella che do alla corsa di per se stessa, come pratica individuale.

Attenzione, ognuna di queste cose va vista solo in un mondo teorico, perché nella realtà non esistono distinzioni così nette e marcate nella personalità di un individuo. Sono idealtipi che aiutano la categorizzazione e la riflessione.
Da una parte quindi abbiamo l’individuo che smette totalmente di correre, dall’altra quello che ha avuto una risposta a questo stress allenandosi ancora di più e in mezzo tutte le varie sfumature possibili.

Il fennec, o volpe del deserto ha orecchie smisurate che lo aiutano a disperdere il calore del deserto

Introversione/estroversione

sperando che Jung non si ribalti nella tomba, ecco una rudimentale spiegazione del concetto:

“L’individuo estroverso è principalmente orientato verso il mondo esterno, tende perciò a focalizzare la sua percezione e il suo giudizio sulle persone e sulle cose, mentre l‘introverso è una persona principalmente orientata verso il mondo interno con la tendenza a focalizzare la propria percezione ed il proprio giudizio sui concetti e sulle idee.”

Quindi a questo punto la domanda diventa:
la gara è importante per me o per gli altri?

Bisogna riflettere un attimo se l’appagamento che riceviamo dall’arrivare in fondo a una gara sia egoistico o rivolto all’approvazione altrui.
Attenzione: non esiste un giusto o sbagliato, sono solo spunti di riflessione che servono a capirci meglio e porci delle domande (se non l’abbiamo mai fatto) sulla nostra personalità.


Atleti molto competitivi estroversi
Gli atleti molto competitivi sono quelli che tendenzialmente sono molto estroversi, ovvero, portano il focus sugli altri. In molti casi l’affermazione dipende dal battere gli altri. Il limite è ovvio: in un anno in cui non ci sono gare se ne va la possibilità di confronto con gli altri, di misurarsi con una classifica.
Una soluzione potrebbe essere quella delle sfide virtuali o del focalizzarsi sui segmenti di Strava. Se le gare virtuali per gran parte dei corridori rappresentano al massimo un passatempo momentaneo legato alla situazione, per questi atleti possono invece rappresentare uno stimolo su cui impegnarsi con dedizione e serietà anche in allenamento.
Questa è ovviamente la categoria di atleti che più risente della situazione pandemica, anche se l’impegno maggiore è quello di trovare un obbiettivo che ci appaga e che non venga vissuto in modo superfluo.

Atleti molto competitivi introversi
In questo idealtipo raccoglierei quegli atleti che mirano alla competizione, ma come crescita personale, e non sono poi molto interessati dalla classifica di gara. In poche parole traggono piacere e motivazioni dal miglioramento, che è tuttavia basato non dal confronto diretto con gli altri, ma con se stessi. Una possibile soluzione alla carenza di motivazione, se sono una persona molto introversa, potrebbe essere quello di concentrarmi su un FKT, che sia nuovo o da ripetere, e dedicarsi a quello. Un mio progetto personale, un percorso che sogno da tempo, un determinato crono su una distanza e così via.
Tendenzialmente un atleta molto competitivo introverso non dovrebbe perdere lo stimolo anche di fare massacranti lavori in allenamento, perché il piacere che trae da questi è la sua crescita personale. Questi atleti potrebbero vivere l’impegno di un FKT in modo più totalizzante e competitivo di altre persone, e goderne la parte più agonistica.
Pensate ad atleti come Luke Nelson che già da anni prima della pandemia trovano più appassionanti gli FKT che alle gare, dove possono vivere esperienze più totalizzanti e non solo legati all’agonismo.

La pitecia dalla faccia bianca è un mammifero che vive in Sud America

Atleti poco competitivi estroversi

Un’altra categoria di persone che definirei competitiva ma estroversa è rappresentata dal corridore di qualsiasi livello (ma non alto da essere rilevante in classifica) a cui piace gareggiare sia come scusa per un confronto con gli altri, ma soprattutto per l’evento e la condivisione del tempo (gara come raro momento in cui non si corre da soli).

È evidente che in questo caso è molto più difficile trovare qualcosa di simile, e forse l’unica soluzione è rappresentata dall’organizzare qualcosa con gli amici, in autonomia.
Queste persone risentono della socialità degli eventi e hanno bisogno di sforzarsi a trovare un gruppo di riferimento con cui condividere la propria passione.

Atleti poco competitivi introversi
Questi sono quelle tipologie di atleti che traggono passione dalla crescita personale e dai miglioramenti quotidiani in allenamento, a prescindere dal resto del mondo. Questi sono quegli atleti che invece di perdere motivazione per la corsa ci hanno contattato per iniziare un percorso con DU proprio durante la pandemia.

Vediamo adesso qualche nozione di livello generale sul rapporto emozionale dell’atleta con la corsa:
La gestione delle emozioni
La gestione delle emozioni è una capacità che solitamente diamo per “innata”, ma sbagliando, in quanto allenabile, come un’altra competenza. Se mettiamo sulla linea di partenza di una campestre 100 adolescenti e misuriamo il loro stato d’ansia (anche banalmente con un cardiofrequenzimetro) avremo ovviamente dei valori molto diversi tra loro. La forchetta dei valori (quasi impossibile che i battiti saranno quelli “di riposo” ma tutti li avranno più alti) va da un incremento relativo a uno altissimo.
Questo aumento di frequenza cardiaca è dovuto per larga parte dallo stress della gara.


Non tutto lo stress è negativo
La nostra percezione comune nel linguaggio di stress è negativo, ma non è così. In buona sostanza, se sottoposti a “stressors” ovvero a fattori che provocano stress – come può essere la starting line di una gara- il sistema corpo/mente cerca una risposta di adattamento di vario tipo (endocrino, umorale, organico, biologico). Questa compensazione allo stress è per esempio la base dell’allenamento, in cui, sottoposto allo stress, andiamo a migliorare le nostre capacità fisiche di adattamento a esso tramite una super compensazione.
Detto ciò chiaro che le fonti di stress e le capacità delle persone di riuscire a trasformare questo stress in positivo e non negativo sono molto personali.

l tamarino di Goeldi o tamarino saltatore deve il suo nome al tizio che l’ha scoperto, ovvero Emil August Goeldi.

Quindi, andiamo a vedere un paio di fattori di stress diversi tra loro:


Gestione della gara e degli allenamenti
Esistono atleti che in partenza sono tranquilli, altri provano inadeguatezza, si sentono inadatti, impauriti, terrorizzati.
A parità di allenamento, cosa cambia nella mente di uno e quella dell’altro?
La volontà e l’accettazione di non poter controllare fattori esterni che non dipendono da noi stessi. Questo permette agli atleti della prima categoria di trovare il giusto distaccamento e di concentrarsi sui fattori rilevanti (ascoltare il proprio corpo) e non i fattori esterni (il pubblico/ lo stato di preparazione degli altri/ le condizioni meteo/ la durezza della gara).

Ora, voglio portare qualche esempio di atleti vicini a me o spesso risultanti di riflessione derivate sui miei stessi comportamenti. Molto spesso come allenatori facciamo l’errore di valutare le persone come “ingestibili” o assegnargli dei limiti che possono sembrarci incomprensibili, ma che se riconosciuti possono essere comprensibili e quindi anche elementi su cui lavorare con l’atleta:

Atleta che non sa riposare
Ci sono atleti che fanno veramente fatica a concepire il riposo come parte integrante dell’allenamento. Devono fare per forza qualcosa ogni giorno e se gli avanza del tempo libero lo investono sull’allenamento. I pro sono ovviamente una dedizione senza fine che li aiuta nel momento in cui si va incontro a fasi di preparazione intense, i contro sono invece che, nel momento di un banale infortunio (cosa che nella corsa su lunga distanza capita spesso) o di impedimenti di qualsiasi tipo nello svolgere l’allenamento, l’atleta va in crisi.

Questo tipo di atleti soffre più degli altri gli intoppi nella preparazione, e rischia di non sentirsi pronto nei momenti importanti. Inoltre, sono quelli che fanno fatica ad autogestirsi se lasciati da soli.
la domanda da porsi è:
come vivo il riposo? Mi infastidisce? Come vivo qualcosa che non va secondo i miei piani nella preparazione o in gara?

Atleta che stacca a fine anno e quello che non sa staccare
Ci sono atleti che in off season hanno bisogno di dimenticare le corsa e concentrarsi su altri stimoli, mentre altri continuano sempre a correre.
Sono naturalmente due tipi di comportamento assolutamente accettabili e normali, se non diventano problematici. Un atleta che non fa off season si espone spesso a infortuni così come quello che stacca troppo e rischia di fare fatica a “rimettersi in carreggiata” anno dopo anno, e come sappiamo tutti, ciò che più ripaga in uno sport come la corsa è la continuità. Più ci si prendono periodi lunghi di stacco dalla corsa, più è difficile riprendere con intensità quando necessario: non siamo macchine con interruttori ON/OFF.
Che tipo di atleta sei? Fai fatica a staccare o a riprendere, da dove viene questo bisogno?

Concetto di insicurezza
Normalmente molti atteggiamenti partono da una comune origine che risiede nelle insicurezze personali. Molte di queste sono la risultante di esperienze vissute in passato, altre sono dovute agli schemi mentali con cui ragioniamo di solito e spesso vengono definite come caratteriali. Vediamone alcune:

Atleta che compete solo in gare dove sa di vincere
Questa è una cosa che vediamo di costante in molti atleti italiani “di alto livello”. Se possono scegliere tra il competere con i top al mondo e riportare a casa mazzate o vincere la garetta di paese senza fatica protendono per la seconda opzione. Perché?
Il senso di appagamento dovuto alla vittoria del trail dell’Eroe Locale agisce come stimolo che frena la competizione per cui ci sentiamo inadeguati.
Non è facile per un atleta molto competitivo estroverso consultare una classifica dove ha preso varie ore di distacco dagli altri. Allo stesso modo, questo tipo di insicurezze personali va a innescare altri comportamenti, spesso ancora più nascosti:

Atleta che preferisce non esplorare il suo potenziale per il rischio di fallire
Questo è il caso dell’atleta che ha un grosso bisogno di conferme alle proprie insicurezze (acclamazione del mondo a lui vicino / sapere di essere uno che “avrebbe potuto ma”) perché trova più semplice e gratificanti piccole vittorie irrilevanti che il rischio di fallire sottoponendosi ad un test con esito incerto.
Un po’ come l’esempio sopra, ma a livello introspettivo: è il concetto di autosabotazione, che molto spesso porta persone a essere i principali limitatori di sé stessi.
Lavorare su questo aspetto è difficile perché l’atleta deve saper lavorare sulla sua personalità, accettare un potenziale fallimento e non dargli un eccessivo valore (“ho sbagliato sono un fallito”), ma riuscire a ricercare in sfide a lui adeguate, uno stress positivo e non negativo, che lo porterà a migliorarsi. Posso utilizzare un fallimento per motivarmi per fare meglio la prossima volta; posso dare un valore effettivo a un fallimento; non esiste al mondo un singolo atleta nella corsa che non abbia mai fallito.
Domanda: come gestisco i miei fallimenti? Quanto peso do a queste esperienze? Riesco a coglierne degli aspetti positivi?

Atleta che non sa accettare i miglioramenti
Diverso dalla tipologia descritta sopra, questi sono atleti che, anche di fronte a un’evidenza, fanno fatica ad accettare i propri miglioramenti. Non significa essere umili, ma andare a stravolgere la realtà valutandola con i propri personali strumenti interpretativi. Un po’ come nel caso di un disturbo alimentare, la separazione tra realtà e pensiero interno arrivano a diventare patologici. Sono atleti quasi totalmente intrinseci, portati a guardare se stessi e quasi ad annullare la realtà esterna. Sono quegli atleti che non riescono a trarre felicità anche dopo aver raggiunto un obbiettivo per cui si sono allenati molto.
Ogni tanto bisogna fermarsi e accettare i progressi dei propri sforzi profusi in allenamento, e i conseguenti miglioramenti. È molto difficile, ma avere a fianco una figura esterna ma consapevole, come quella di un allenatore, può aiutare. L’allenatore aiuta a giudicare in modo oggettivo, anche tramite l’aiuto di dati, il percorso dell’atleta.

La grande scimmia leonina è stata portata all’estinzione dai cacciatori per via del suo bell’aspetto

Atleta che salta in aria / atleta troppo premuroso
Esistono atleti che non sono bravi a gestirsi in una situazione di gara o allenamento e quelli che invece non riescono quasi mai a rendere per il loro potenziale.
Anche in questo caso i primi fanno fatica a valutare il reale livello proprio e degli altri e si distruggono uscendo a un passo troppo alto dopo lo start; mentre i secondi hanno paura di poter fallire e corrono sotto le proprie potenzialità.
Se ci accorgiamo di protendere troppo in una delle due categorie possiamo provare a chiedere al nostro coach di inserire degli allenamenti fatti apposta per migliorare.
Fare un allenamento molto al di sopra delle nostre possibilità o che ci costringa a imparare a gestirci, obbligandoci ad andare a un passo “sensato” possono aiutarci in tal senso.

Atleta troppo / troppo poco flessibile
Il giorno della gara qualcosa va storto: hai dimenticato le scarpe con cui volevi correre e devi fare la gara su delle scarpe da strada invece che da trail; sei nel gruppo di testa e sbagli a un bivio perdendo 5 minuti; non trovi la tua crew ad attenderti dove ti aveva detto che sarebbe stata e così via.
Come reagisci?

Ci sono atleti che sono così schematici da non riuscire a risolvere dei problemi che spesso capitano nel nostro sport. Allo stesso tempo, ci sono atleti che devono migliorare la propria strategia e imporsi una maggiore disciplina perché ne valgono i miglioramenti cercati con l’allenamento. Un atleta troppo flessibile rischia di non essere in grado di trovare una routine che invece è basilare nelle gare di una certa distanza, un atleta inflessibile ha bisogno di sentirsi dire delle cose che già sa.
che tipo di atleta sono? Come potrei diventare più o meno flessibile?

La corsa come strumento di rimozione dello stress negativo
Senza entrare nelle retoriche trite e ritrite delle endorfine che tanto ci piace leggere sulle testate generaliste, diciamo che la corsa per molti di noi è lo strumento principale per la gestione di paure, stress e anche il superamento di traumi di vario tipo a livello emotivo.

Questo è un concetto molto delicato e che secondo me merita un discorso a parte, e mi piacerebbe affrontarlo in un secondo momento. Se avete trovato utile quanto detto finora e pensate che un ragionamento su questi temi possa essere utile per la vostra auto profilazione come atleti possiamo andare ad approfondirlo.
E tu che atleta sei?
Spazio ai commenti!

Qualora non fosse stato chiaro ho inserito delle immagini fuorvianti di animali per alleggerire la lettura, vista la tematica delicata. Il fatto di dare al cervello stimoli diversi per fargli perdere il focus principale è una tecnica largamente utilizzata, sopratutto a fini commerciali, per vendere all’individuo oggetti di cui non ha bisogno distogliendolo dalla capacità di razionalizzare.
Spero abbia funzionato (anche se non sto vendendo nulla) ad alleggerire la tematica.

Virtual Racing, di necessità virtù?

Se vivi sul mio stesso pianeta, il 2020 non sarà l’anno perfetto per gareggiare, strappare un più o meno agognato premio finisher o anche solo appuntarsi un pettorale addosso. Non è stato finora nemmeno il miglior anno per qualche PB sulla distanza preferita, o magari sì, (se ce l’hai fatta vuol dire che ti sei arrangiato, that is the way), perchè di eventi comunitari quest’anno ce ne ricorderemo gran pochi.

A questo punto qualcuno potrebbe tranquillamente alzarsi in piedi, puntare il dito ed esclamare che delle gare ‘vere’ non gli manca nulla, che le persone rimangono, lo sport è resistito e l’importante è correre. Potremmo anche affermare che gli eventi sono rimasti solo che non sono veramente ‘lì’: sono stati sostituiti dalla proliferazione estesa di ritrovi virtuali. Tutto ciò è vero, ma se a molti di noi il mondo racing davvero non manca, altri invece hanno cercato ostinatamente diversi escamotage per sopperire alla mancanza di medaglie da appendere e classifiche in cui specchiarsi, divertirsi, confrontarsi.

Going virtual, going mad.

E così in un mondo momentaneamente bloccato nelle relazioni in carne e ossa, il virtual diventa l’unico mezzo di interazione e l’ambito sportivo non si è tirato indietro: dopo qualche timido tentativo da parte di grosse aziende con sponsorizzazioni a charity runs e allenamenti condivisi su piattaforme social, arrivano i pezzi da novanta a fare le proposte più coinvolgenti: gli organizzatori delle gare, probabilmente i più interessati dall’annullamento o dalle posticipazioni della gran parte degli eventi di corsa.

Molte organizzazioni hanno seguito l’inflazionatissimo standard di ‘corri qualche km il giorno della gara e fai presenza sui social mostrandolo’ in maniera da creare un senso di comunità e non far finire l’annullata competizione nel dimenticatoio. Molti invece han cercato format differenti e accattivanti, premi (ed esche) diversi, e hanno raggiunto successo su differenti livelli. Ha raccolto grandi consensi Lazarus Lake, organizzatore della Barkley Marathon, con la sua nuova Great Virtual Race Across Tenessee, 1000 km da completare durante l’estate (ma che ha già diversi finishers), due weekend fa il Passatore ha organizzato il suo evento per commemorare la gara annullata con un challenge a staffetta, in coppia o in solitaria, mentre la settimana scorsa si è svolta la Centurion One Community run, che ha raccolto più di 3600 partenti su diverse distanze.

E con appuntamenti come questi, tutti gli Zen runners del ‘corro per me stesso’, che avevano (ri)scoperto la libertà del trovare i propri spazi, i propri tempi e il gusto di allenarsi senza una vera meta (o una Destinazione Sconosciuta, ndr) han deciso di mettere da parte il saio del monaco e di intraprendere nuove sfide. Diciamolo: quando qualcuno ci ha ricordato la nostra natura del macinatore della domenica, del ‘sacchettaro’ e del competitor, facendo scintillare qualche medaglia, una classifica virtuale e persino i pettorali ben confezionati col nostro nome sopra, non abbiamo saputo resistere alla virtual frenzy : ci siamo buttati direttamente sul tasto ‘Iscriviti qui’.

Run from your coach.

Le comodità di queste gare le abbiamo trovatae subito: si arriva comodi, parcheggiamo senza problemi, non c’è fila per il bagno chimico alla partenza nè la ‘griglia’ che ci bolla nei nostri tempi. E poi la gente, quanta gente senza occupare spazio! Le classifiche, gli aggiornamenti social, le chat che vibrano di interesse per i risultati degli altri, le storie che diventeranno culto alla prossima birra assieme, e senza neanche vedersi di striscio.

Gareggiare in questa maniera assume una dimensione aggregante se possibile maggiore: lo stesso evento virtual raccoglie assieme atleti su distanze multiple e possibilmente anche persone di diversa estrazione, dal fondista a caccia di una facile 10km all ultra maniac che metterà in qualche giorno diverse decine di km sotto la cintura (qualcuno ha detto fibbia?). 

Il ritorno dell’ empowerment della propria inventiva?

Forse a causa delle contingenze da lockdown, gli ultimi tempi ci han visto inventare le più disparate forme di performance: completare maratone nel giardino di casa, andare di corsa al lavoro facendoci capire quanto sprechiamo in quei 15 minuti di auto, contare quanti giri del quartiere riusciamo a fare per arrivare alle iconiche distanze del nostro sport. Impariamo addirittura che correre in qualche Loop non è così da dementi: abbiamo fatto di necessità virtù. Tutte le ore passate a correre attorno a casa (quelle che non ci hanno infortunato, almeno) ci hanno tenuto ‘affamati’, e pronti a sfogare le energie represse.

Eppure nel guardare la nostra community ripartire un po’ di amaro rimane: seguendo la scena online si ha l’impressione che ci sia un grande bisogno di mostrare i muscoli, e di arraffare il premio, mostrando il risultato e i numeri. Non che non esistesse già prima, più fluida grazie all’interazione social del post gara, ma ora che manca una classifica ufficiale e immediata fruibile da tutti, i contenuti auto celebrativi semplicemente pullulano.

Gli organizzatori forse non hanno aiutato, giocando un po’ sul ‘the blinger, the better’ per i premi: più scintilla e meglio è, distogliendoci un po’ da noi stessi e dal processo con cui costruiamo i nostri risultati, focalizzandoci solamente sull’obiettivo .

Una cosa che sicuramente ci rimarrà dentro è la felicità di ripartire, per chi si era fermato, e l’entusiasmo di cercare ancora quella sensazione meravigliosa che solo l’attraversare una finish line sa dare.

Ci ha ridato un po’ di struttura e a tanti l’entusiasmo per ripartire dopo una pausa forzata in un mare di nulla: questo virtual racing forse in qualche maniera s’ha da fare

Provocato, mi tocca dire la mia.

Ho un’età, anagrafica e sportiva, per cui il mondo del virtual, mi riesce ostico. Ma spero sempre di non essere così ottuso da finire a fare il grumpy coach.

Quindi, in tempo di quarantena ho addirittura fatto il mio buon account ZWIFT, e si, mi sono messo a correre virtualmente, ad inseguire livelli per sbloccare la scarpa rosa o l’occhiale televisorato, e soprattutto, ho aspettato il weekend per poter fare una 5/10 km virtuale quando manco morto sarei andato in tempi non sospetti a fare la gara FIDAL del paese qui a fianco.

Perché? Non lo so, forse per noia o per non correre sempre e solo aspettando di vedere passare i chilometri sul treadmill, però mi è piaciuto. Mi ha costretto ad uscire dalla mia comfort zone e mi ha anche migliorato come runner. Ho trovato un manipolo di personaggi che mi si ripresentavano sulla start line ed ho imparato che c’era quello che partiva alla Jimbro e quello che veniva fuori facendo l’ultimo km a 3:20, ho sfruttato la scia virtuale di qualcuno dei miei che mi trainava a ritmi per me poco consoni (effetto Roberto da Varese) e sono esploso gioiosamente quando ho chiesto davvero troppo. Tutto bello, fondamentalmente perché poco impegnativo.

Ora vedo virtual sfide crescere e spuntare, iscrizioni, classifiche, premi, riconoscimenti, e mi chiedo se ne farò qualcuna. Probabilmente si, per far compagnia a qualcuno o tanto per muovermi un po’. Ma la verità? Non mi entusiasmano e faccio fatica a farmi prendere.

Perché alla fine mi piace la ritualità di mettersi un numero, partire su una linea, prenderle e poi sedermi a terra dopo la linea d’arrivo. Dire una stupidaggine a quello con cui corro o anche solo sorridere quando incrocio un volontario o un passante. La competizione come momento in cui confrontarsi con te stesso e con l’ambiente creato dalle persone ed i luoghi. Non è teatralità, ma ogni attività acquista valore, per me, se inserita in un contesto.

Quindi, come dico sempre ai miei atleti, guardo con curiosità a tempi, prestazioni, chilometraggi, follie e tutto quello che sta uscendo dal web e dai social. Mi piacciono e alcune mi esaltano.

Ma ricordatevi che è solo virtualità. La poesia vera, quella che ci emoziona, che ci ha fatto innamorare della corsa, beh, quella si fa guardando negli occhi compagni ed avversari. Ad armi pari e condizioni uguali per tutti.

Tornerà presto il momento in cui ci ritroveremo dietro una linea di partenza vera: nel frattempo, teniamoci la versione virtuale, divertiamoci, stiamo sul pezzo e facciamo passare questo periodo: in the land of hope, there is never any winter. E comunque correre ci è sempre piaciuto anche senza classifiche o conta dei like, no?

The march of the damned

Proprio così: il primo tapis roulant fu ideato e realizzato in Inghilterra nel 1818 da Sir William Cubitt, ed immediatamente introdotto in più di 100 carceri inglesi e poi americane con lo scopo di punire i carcerati e nel contempo produrre energia a propulsione umana.

Non era altro che una grande ruota fatta a scalini che i detenuti erano obbligati a risalire come una scala infinita. Il loro passo faceva girare la ruota in modo da creare l’energia per pompare acqua o muovere una macina per schiacciare il grano. E’ per questo motivo che nel termine inglese treadmill troviamo infatti, la parola mill, mulino.

Chi lo avrebbe mai detto che due secoli più tardi uno strumento nato per punire i prigionieri sarebbe invece diventato per molti di noi la scorciatoia verso la libertà. Una valvola di sfogo, nella “prigionia domestica” di isolamento non volontario che stiamo vivendo.

Chi mi conosce sa bene, che non programmo delle uscite ne tanto meno degli allenamenti: i lunghi, le ripetute, la soglia, i progressivi… per me è un mondo estraneo. Esco quando mi va a fare qualche km vicino casa, soprattutto nei fine settimana, ma nella quotidianità sono più le volte che trovo una scusa per non uscire. Mi piace correre per vedere dei bei posti, anche gli stessi vicino casa, ma che mutano con le stagioni, o per poter esplorare e vivere luoghi nuovi quando sono in viaggio per lavoro o in vacanza. Non ho un piano di allenamento ne tanto meno di gare. Ogni tanto ne faccio qualcuna per il semplice motivo di poter vivere l’emozione di un posto a me caro o perché attratta dalla storicità di una competizione.

Quando a Marzo la situazione che tutti conosciamo è precipitata mi sono ritrovata a dover rivedere in un attimo la mia visione.

Lavoro come freelance quindi mi capita già spesso di lavorare da casa, su questo punto ero organizzata. Mi manca un po’ il confronto, personale con i clienti che semplifica a volte il lavoro, ma su quello ci viene in aiuto la tecnologia.

Della quotidianità, sarà una banalità, ma mi manca il caffè sulla piazza del paese la mattina, quel confronto umano che non si può sostituire. Entri nel bar e scivoli automaticamente nella discussione in corso. Ti confronti spesso con persone molto diverse da te, vuoi per l’età, gli interessi, lo stile di vita, ma proprio per questo motivo i loro discorsi ti fanno ragionare e vedere le cose da un altro punto di vista, in qualche modo ti fanno riflettere, ti arricchiscono.

A volte invece esci e sai anche solo quanto paga il frantoio le olive questa stagione. Che poi a dirla tutta, per me che ho solo sempre saputo quanto pagava l’uva la cantina sociale, è interessante anche quello.

Davo per scontato delle cose che scontate non lo sono affatto. La libertà in tutte le sue sfaccettature, ero così abituata ad averla che non la apprezzavo tanto quanto meritava.

Da noi un ordinanza del Sindaco ha proibito da subito l’accesso a strade pedonali e tutti sentieri se non per l’accesso alla propria abitazione.

Mentalmente devastante, rimani spiazzato. Poi ci ragioni, scavi dentro te stesso e cerchi di tirar fuori il meglio che si può. Ti crei una tua routine quotidiana con i mezzi che hai, ma alla fine è inutile, quel bisogno di fare, di sfogare quel qualcosa che non so nemmeno io cos’è ma che mi fa stare bene con me stessa, era proprio quel gesto della corsa, quel metter un piede davanti all’altro e staccare la testa.

Sapevo quale sarebbe stata la soluzione, avevo un solo dubbio che mi tormentava: ma dove lo metto? Il dubbio è stato subito risolto dal mio partner in crime, perché esistono i tapis roulant ultraslim.

Ordinato, arrivato, scartato. Emozionati come fosse la mattina di Natale.

Costare, costa. Non macina grano ma consuma energia elettrica. Il panorama è bello ma è sempre lo stesso.

Eppure io fisso il limone davanti a me, corro sudata in mezzo alla corrente per avere il vento tra i capelli, ma sorrido!

Treadmill (o ironicamente dreadmill, il mulino del terrore): raramente ci sono mezze misure, o lo si ama o lo si odia (anche se il COVID 19 ha decisamente rivisto la posizione di tanti.

Io sono sempre stato nella prima categoria: non mi ha mai dato fastidio usarlo quando disponibile, e nel tempo ho imparato ad apprezzare la possibilità di lavorare in maniera controllata e sperimentare con soluzioni differenti sia sul pacing che sulla pendenza. L’unica cosa che personalmente non riesco a digerire molto è la lunghezza: per me una session di treadmill ben fatta va dall’ora all’ora e mezza. Oltre perdo concentrazione, e credo di essere andato raramente oltre alle due ore.

Love at first sight

Il primo, evidente, benefit del treadmill è quello di essere completamente indipendente dalle condizioni esterne, che siano meteo, temporali o legislative. Sul treadmill mi è più facile ricreare sempre le stesse condizioni, cosa che per alcuni allenamenti (pensiamo ai test FTP o di VO2Max) è essenziale nel monitorare la condizione.

Il treadmill offre una superficie ammortizzata e reattiva, cosa che tendenzialmente ci aiuta ad affaticare meno i muscoli: in queste settimane, con i nostri atleti che stanno lavorando indoor, noto una capacità di recupero maggiore e la possibilità di inserire più intensità. Questo significa condizionamento maggiore a parità di volume, o stesso risultato con meno volume a seconda della fase che stiamo affrontando o come vogliamo pianificare il periodo. Il treadmill elimina molte di quelle che definiamo spesso junk miles, i chilometri spazzatura.

Altro grande vantaggio del treadmill, è poter modulare in maniera precisa la pendenza: ci apre la possibilità di lavori progressivi basati non sul ritmo ma sul gradiente, di forza muscolare sul lungo, o di capacità se ripetuta. Ma anche poter fare grossi blocchi a simulare salite continue come quelle delle ultra classiche di montagna, gestendo al meglio la continuità di sforzo ed i recuperi: dove si può ricreare una salita costante di 10/12 km al 10%? Magari con recuperi in piano ogni 3 km da 800 metri?

Se avete un treadmill che simula la discesa, o se siete abbastanza smaliziati da riuscire ad alzarlo con una traversina, potrete anche allenare le lunghe discese corribili, la classica situazione che demolisce le gambe in un’ultra con l’accentuarsi dell’impatto muscolare: una gara come Western States, o anche solo LUT, dove spesso dopo lunghe discese ci sono tratti molto corribili, la si gioca spesso più in discesa che in salita.

Qualcuno dice che il treadmill è anche divertente (cit. Roberto da Varese e/o Franz da Treviso). Non nelle loro dosi, forse. Però l’avvento di ZWIFT ha reso tutto un po’ più glamour, almeno. E con i running sensor non c’è bisogno di calibrare a mano il treadmill per avere dati precisi, e ce li ritroveremo immediatamente su Training Peaks, STRAVA o dove vogliamo caricarli: dietro consiglio di Marco ed Alessandra di HRV4Training ci siamo orientati verso RUNN perché misura perfettamente anche la pendenza ed ha un costo accettabile, ma il semplice pod di ZWIFT, quelli di STRYD o RUNSCRIBE, funzionano tutti più o meno bene. Anche le scarpe di UNDER ARMOUR con Bluetooth incorporato, sono una soluzione valida. Il vostro GPS invece no, perché l’accellerometro ha un miliardo di motivi per segnare dati fantasiosi, meglio tenerlo solo per la traccia HR.

Qualche consiglio pratico: come avrete sentito dire da tanti, tenere un 1-2% di inclinazione aiuta nel gesto, e ricrea anche la stessa resistenza che outdoor avremmo nel vento da noi generato, ad essere proprio precisi. Per lo stesso motivo, la mancanza di aria generata dal nostro spostamento, suderete copiosamente e creerete una sorta di bolla d’aria umida e calda intorno a voi: ottimo usare un ventilatore, ma anche bere spesso. Ancora più importante, i vostri battiti saranno sicuramente più alti ed il fenomeno del cardiac drift nettamente più accentuato: come sempre vi diciamo, attenzione ad usare il battito come marcatore di zone predeterminate di sforzo! In ultimo: tenete d’occhio la cadenza, il treadmill vi porta ad aumentarla, troncando spesso la fase di spinta che su un terreno in movimento è difficile da eseguire bene. Se da un lato non è male provare ad aumentare le cadenze, non lo è a discapito dell’economia di corsa: approfittiamo del treadmill per controllare sempre la nostra tecnica e trovare efficacia, non solo numerini su un display.

Have fun… e trattate bene il vostro compagno di allenamenti, ha anche lui dei sentimenti, fatelo girare spesso…