FIBBIE FIBBIE FIBBIE

Mangi dei cereali stantii che hai ritrovato in un angolo della credenza con dell’acqua del rubinetto – il cellulare già acceso che scarica le milioni di mail a cui dovrai poi rispondere – ti fermi un attimo a pensare a dove ti saresti voluto svegliare oggi e di quali gare prima o poi vorresti avere un pettorale (o una fibbia) incorniciato sopra al frigorifero.
Questa è la Paco’s choice di stamattina

WASATCH FRONT 100 MILE ENDURANCE RUN
Cento miglia di paradiso e inferno. 38 edizioni di questa gara storica, tradizionale e affascinante.
Con ancora i vetri del camper appannati ti svegli e ti infili un paio di pantaloni. Hai un berretto di acrilico nero in testa e accendi il fornello da campo per farti un bel caffè lungo, di quelli che gli italiani spaccherebbero le palle mezz’ora che “non è vero caffè”, ma che in realtà è buono, scalda e l’espresso al bar in questo momento ti manca come sentire l’ultimo tormentone estivo pop che le radio italiane staranno mandando in onda sulla gente spiaggiata a Rimini o in coda in macchina.
Quasi 9000 metri di dislivello. Quasi nessuno corre coi i bastoncini.
il record è di quel vecchio lupo di Geoff Roes in 18:30:55 corso nel 2009 negli anni in cui era una bestia e non guardava in faccia nessuno – l’anno dopo corse Western con record bastonando gli amici Kilian e Krupicka. Ma ti svegli e sai che ti aspettano molte ore sulle gambe, i primi vincono in 20 ore, la gara parte alle 5 di mattino e dalla partenza puoi vedere gran parte delle montagne che dovrai correre.
Il Wasatch Range è fatto di montagne grosse, rocciose e sentieri tecnici.
Nel 1980 partirono 5 corridori del posto. L’anno dopo partirono in 7 e nessuno arrivò. Adesso devi fare la lotteria per poterci partecipare, ma lo spirito della corsa rimane sempre quello. Il Wasatch Range della tua sofferenza se ne sbatte in ogni caso.

 

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LEADVILLE TRAIL 100 RUN
apri la zip della tenda e il freddolino entra nel sacco a pelo. Fa caldo, ma l’aria è pungente. Leadville è la città più alta degli USA, a 3094 metri di quota. Il posto di per se non ha nulla di eccezionale, è un villaggio di ex minatori in mezzo ai collinoni di 4000 metri del Colorado. La gente gira in camicie di flanella sbiadite a scacchi neri e rossi e jeans slavati. Il centro è una strada con dei bar, un barbiere, un piccolo supermercato e un negozio di vestiti usati. Il commesso che ci lavora, da cui hai comprato un cappellino con visiera usato da qualche ultrarunner e ancora sporco di polvere ha partecipato anni fa alla cento miglia.
“Com’è stato?” Gli chiedi
“Orribile.” Ti risponde
La gara non ha niente di tecnico, strade polverose giganti dove passano due jeep per lato tendenzialmente dritte per 50 miglia. Poi ti giri e ritorni al punto di partenza.
Una out and back vecchio stampo, che si vince correndo sempre, in 16 ore circa. Il record maschile è detenuto da Matt Carpenter che ha stampato un 15:42:59 nel 2005; quello femminile invece della maestra di scuola che nessuno di noi avrebbe voluto come supplente: Ann Trason con 18:06:24 nel 1994. Qualcuno ha mai avvicinato questo record? Si, Clare Gallagher (e già…) con 19 ore e 27 minuti lo scorso anno.
Caldo, polvere, poco ossigeno e tanto fatica.
Leadville 100 è per gente dura.
Sognerai una doccia per le prossime 20 ore.

 

CASCADE CREST 100 MILE ENDURANCE RUN
Presumibilmente staresti mangiando un buger di quinoa e ceci, un bagel organico ai mirtilli con burro d’arachidi crispy e sorseggiando una limonata home made con una foglia di menta dentro; il tutto mentre una ragazza splendida con un fermaglio in testa a pois e gli occhiali da sole sta bevendo un caffè con la bici appoggiata al tavolo. Se non si è capito sei nel Pacific Northwest, più precisamente a Easton, nello stato di Washington.  La gara è un giro secco in senso orario che parte e termina in questo posto, dove la gente vive in vicinati ben curati e per abbracciare un albero servono 7 persone assieme. Easton è a 1 ora da Seattle e a meno di 4 ore da Portland. A meno di un’ora di distanza ci sono librerie intere di fanzine e ci sono piccole cittadine dove suonano più concerti punk in un mese che in un anno nella regione in cui vivi.
Gran parte della gara è su single track, il meteo è imprevedibile: puoi cuocerti al sole come essere sotto al diluvio universale. È il Pacific Northwest si diceva, e le montagne sono ancora dalla parte della ragione rispetto alle città. Colori vividi, boschi infiniti fitti di sempreverdi.
La zona di partenza è contrassegnata da un arco fatto in legno col simbolo della gara – i tre pini. La partenza è alle 5 di mattino e sono solo 164 i runner ammessi alla gara.
Il record? Seth Swanson nel 2004 con 17:56, mentre fra le donne Alissa St Laurent che nel 2015 dopo 19 ore e 25 minuti si presentò terza assoluta all’arrivo.
I boschi del Pacific Northwest, che sono cresciuti grazie alla pioggia e sono così alti e fitti da impedirti di vedere se c’è il sole, ridimensioneranno il tuo ego e la voce di Coach Grazielli sarà solo un’eco nel tuo cervello.
“Stai camminando, ti vedo”

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ANGELES CREST 100
La tua vita: 30 anni, tre lauree inutili, vivi in affitto da 12 anni, nessuna prospettiva di carriera e l’unica cosa che sai fare con un minimo di competenza e passione è mettere un piede di fronte all’altro.
Difficile dire cosa ti ha portato alla starting line di questa 100 miglia, ma mentre prepari le tue drop bag te ne sbatti il cazzo: vuoi correre.
La gara esiste da 31 anni, uno prima che tu venissi al mondo e alla prima edizione a partire furono già in 37.
Il race director e i suoi collaboratori hanno un anello inciso coi loro nomi, a dimostrazione della loro appartenenza a questa follia da 30 anni. In classifica viene separato chi corre da solo con chi ha un pacer. Come dicono sul loro sito, correre 100 miglia è dura, ma farlo senza crew né pacer è un altro livello.
Il record lo detiene un certo Jim O’Brien dal 1989, quando la gara era anche un miglio più lunga e si sparò il point to point di 161 km in 17 ore e 35 minuti. Dal 1989 nessuno è riuscito a strappargli il record di gara.  Fra le donne un’altra sconosciuta, Pam Smith, in 21 ore e 04 minuti.
Stai facendo colazione con un burrito ripieno di riso e fagioli e guardando il tuo pacer in faccia le parole ti escono sincere dal tuo cuore, senza alcun filtro.
“Qualsiasi cosa ti dirò, tu non ascoltarmi. Dimmi di correre. Non farmi smettere di correre.”

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Trangrancanaria, le due facce della medaglia.

Ultra Trail World Tour sbarcava in Europa con Transgrancanaria: dimenticatevi il solito stereotipo sole, mare, spiaggia e birre economiche, qui si parla di sentiero tecnico, distanze ultra e quest’anno pure freddo e maltempo. Avevamo due uomini al via, Luca Ambrosini e Michal Lazzaro Rafinski. Com’è andata? Chiediamolo a loro.

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LUCA AMBROSINI

Ancora una buona performance e gara filata liscia senza intoppi. Come stai?
Ciao! Post gara sto benissimo, ho avuto modo di riflettere, stato di forma presente, gli allenamenti filano lisci e la fiducia verso sua maestà il Coach – che possa il suo occhio vegliare sempre su di noi – è ai massimi livelli!
Volevo le 16 ore, obiettivo fattibile tranquillamente, ma ho avuto problemi spirituali dal km 32 al 85…haahahahah
#coachknows #VO2MAXebasta #gambeimballate

Momenti difficili?
Sono partito alla grande, i primi 32 KM un ritmo velocissimo senza faticare in 3hr:15min; poi al KM 35 qualcosa non funzionava più, non avevo voglia di correre: acido lattico ed è iniziata la fase “ultratrekking”.

Credevo di dover pazientare solo qualche km, ma la luce nel tunnel era lontanissima. Ho preso la situazione con filosofia: ho una seconda batteria per la frontale, cibo a sufficienza, voglio solo arrivare con le mie gambe a Maspalomas. Mi sono seduto ai lati del sentiero a fare il tifo agli altri sulla salita del Roque Nouble per 10 minuti e mi è veramente venuto il dubbio di finire nella seconda notte, poi, alla base vita (km 84), dopo una sosta di 15 minuti e qualche zuppa con patate ho avvertito qualcosa di strano…. era tornata la voglia di correre!
Da lì in poi la gara è cambiata: discese su tecnico, ottima compagnia e gli ultimi 38 KM alla grande, recuperando tante posizioni e fiducia in me stesso.

Come ci si trova a iniziare la stagione con una gara di 120 km? Vivendo in montagna come te immagino che non deve essere stato facile allenarsi. Come ci sei riuscito?
Come prima gara, è sicuramente impegnativa e lunga (128 KM e 6500 D+).
Trails abbastanza tecnici, ma quello a me piace tantissimo.

Vivo in ValVenosta, mi posso ritenere fortunato, la montagna è esposta a sud in e quindi sempre sgombra da neve. Posso tranquillamente fare 6 ore di allenamenti su sentieri facendo anche tanto D+. Il vero problema è che con il Coach abbiamo deciso di intraprendere una lunga strada e la Trans Gran Canaria era in mezzo al blocco VO2 MAX. Quindi con pochi/nessun lungo vero nelle gambe: secondo me alla fine è la testa che mi ha portato fino a Maspalomas.

È stato più emozionante il momento della partenza o l’arrivo?
Entrambi. La partenza come sempre bellissima, tantissima gente, tanti amici conosciuti qua e là e atmosfera incredibile. Arrivo bellissimo perché sono stato veramente in difficoltà per quasi 60 Km e alla fine la testardaggine ha avuto la meglio, me lo sono guadagnato.

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Cosa ti ha impressionato di questa gara?
Avevano previsto tempesta, bufere, venti a 100KM/H e tanta pioggia, ci hanno terrorizzato; a noi gente di montagna un po’ di brutto tempo ci avrebbe anche fatto comodo, ma invece cielo stellato, temperature sempre gradevoli e sole, non male lo stesso.

Impressionante il pensiero di attraversare l´isola da nord a sud, passando da vegetazione boschiva, verde, con laghi della prima parte a colori un po’ più marroni, ai secchi e cactus della seconda parte (sto ancora cercando di togliere le spine dal braccio sinistro, piccola distrazione nei 10 km finali).

Il tuo piano alimentare com’è stato? Hai portato cibo con te o hai usato molto i ristori? Cosa hai mangiato perlopiù nei ristori?
Io di solito porto sempre tanta roba nello zaino, ho un camel da 12 litri! Questa volta forse ho mangiato troppo all´inizio, GEL, powergums e qualche barretta, forse con troppa frequenza, mi sentivo quasi appesantito all’inizio.
Poi ho iniziato a mangiare solo ai ristori: zuppa ben salata e patate. Poi c’è stata la fase dal km 85 in poi in cui mi sono nutrito solo ed esclusivamente di caramelle gommose Haribo: la salvezza per me con lo stomaco sottosopra!

Meglio una cioccolata calda in rifugio in Alto Adige o un Gatorade freddo a Gran Canaria?
Bella domanda. Sono amante dei posti esotici, mi piacciono le gare sulle isole in generale! Comunque opterei forse per un bel birrone in rifugio e tequila nei peggiori bar di Maspalomas.
Non amo né cioccolata calda né Gatorade (per la cronaca faceva freddo anche a GranCanaria).

La gara è scorrevole o tecnica? Da casa non si è mai riuscito a capirlo…
La gara per capirla io e il mio socio Dani l´abbiamo suddivisa in tre parti:
40KM con 2000D+ (piu o meno)
40KM con 3500D+ (piu o meno)
40KM con 1000D+ (piu o meno)

I primi 40 belli scorrevoli, anche se le discese sui single track sono belle impegnative, viscide e spesso si correva in letti di fiumi secchi (sassoni molto instabili, caviglie sempre a rischio).

I secondi 40 tosti tosti, salite impegnative, discese tecniche. Si passava poi dal caldino delle valli a freddo e umidità della quota.

Gli ultimi 40 da correre a tutta, su terreno tecnico, gli ultimi 10 km un’agonia nel caldo letto del fiume fino a Maspalomas. A me il percorso è piaciuto molto.

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Sul tuo pettorale c’era una strana scritta #roadtoURMA? Cosa significa, ci avevi detto che il 2 giugno andavi al mare, no?
hahahahaha!!!
il 2 giugno?? boooh… so solo che è festa!

P.s, la Trans Gran canaria è solo una gara di avvicinamento ad un evento unico, la data dell´anno, la gara del secolo… si vocifera che solo chi viene rapito dagli alieni ottiene la capacità di decifrare lo strano codice morse che si sente all’imbrunire, quando il sole piano piano …. no mi spiace niente, non ricordo bene cosa ci sia il 2 giugno…. mi hanno solo detto di tenermi libero!

MICHAL LAZZARO RAFINSKI

Non è mai semplice parlare di ritiri. Per gran parte degli atleti si tratta di fallimenti veri e propri, per altri delle fasi di passaggio, per altri ancora degli stimoli per darci ancora più dentro. Tu come la vivi?
Come un cocktail, ci sono tutti e tre gli ingredienti, il fallimento, il passaggio e lo stimolo e credo che in una ultra li portiamo sempre con noi e in base a come si viene shakerati dalle diverse fasi della gara prevale uno o l’altro elemento; ad un certo punto ho sentito forte in bocca il sapore del fallimento e l’ho odiato!

Cosa è successo? Dove si è spenta la luce?
A volte la crisi si comporta come un’onda, va e viene e tu combatti per restare a galla, vinci con forza o ti fai stremare dal moto odioso ed ondoso dei demoni, altre volte è come una valanga che di colpo ti travolge senza possibilità di replica. Questa volta è stata una guerra tra le onde partita dal ristoro del 50esimo km. La luce si è poi spenta 30 km più avanti, quando avevo già fatto quasi tutto il dislivello positivo e mi mancavano solo delle lunghe discese tecniche

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Quale è la prima causa che hai riconosciuto per questo motivo? Più testa o gambe?
All’inizio è stato lo stomaco, lasciato il ristoro del 50esimo km, Presa Pérez, il freddo umido della notte mi ha dato un pugno inaspettato e li ho consumato più energie del dovuto per incassarlo, poi l’alba ha diradato sia la nebbia che i dolori, ma mi sentivo stanco. Il sole mi ha ricaricato e dal ristoro di Artenara, km 63, sono ripartito carico, complice un immaginifico piatto di paella e l’onda della gara Advanced di 60 km partita poco dopo il mio passaggio, mi sono fatto tirare dal loro entusiasmo e freschezza, una botta di vita! 12 km dopo la testa e le gambe hanno detto hasta luego e non sono più tornate.

Hai cambiato la visione della cosa ora, a freddo, dopo la doccia e qualche giornata a casa?
Ho “fatto pace” con la mia decisione mentre aspettavo il pullman del rientro dalla base vita, la cosa mi ha stupito, di solito ci metto di più a metabolizzare un ritiro.

Ti sentivi pronto per la gara? Quando hai capito che non “era aria”?
Si mi sentivo pronto, i 3 mesi di preparazione sono andati molto bene, l’unica differenza rispetto al solito è che non ho fatto una gara lunga in quel periodo e questo mentalmente mi ha penalizzato ed ha fatto vincere la stanchezza nella risalita da Tejeda al km 75, li ho deciso di godermi la parte più alta del percorso con calma e ritirarmi poco dopo.

 

Hai un bel ricordo dell’isola? Torneresti?
L’isola è stata una bella sorpresa sia per i paesaggi che per la vita che si respira, voglio tornare, godermela ancora e finire la gara per poi tuffarmi nell’oceano.

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Hai mangiato qualcosa di buono? Hai messo i piedi in mare? Era la prima volta che andavi a GC?
Ho mangiato dell’ottimo pesce sia in modalità paella che non, si trova di tutto sull’isola, vale la pena esplorare. L’oceano l’ho solo sfiorato, avrei voluto surfare ma c’era poco tempo, la prossima volta non me lo perdo!

Cosa porti a casa da questa esperienza?
Le bellezze di un’isola varia e selvaggia, la consapevolezza di come prepararmi meglio, un viaggio epico con gli amici della #disagiofamily e la voglia di tornare.

Tornato a casa sei andato a pregare al Tempio delle Miglia?
Ovviamente si, da giovane Skywalker pentito sono andato a confessarmi da padre Ipa One Grazielli che mi ha assolto dopo un pellegrinaggio alla chiesa di Santa Cruz in modalità recovery run. La stagione è appena iniziata…

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COACH SAYS

Iniziamo con il disgraziato.  Abbiamo preparato la gara a modo, Michal non è un novellino e sa bene cosa può fare e dove può arrivare: volevamo “costruire” sulla TDS dello scorso anno e migliorare lavorando su alcune specifiche, principalmente sul cardiovascolare, aumentando un po’la “cilindrata”.
E l’avvicinamento è andato bene, pochi intoppi, lavori eseguiti bene.
Dove siamo mancati? Forse qualche uscita lunga in più. Abbiamo sfruttato la stagione invernale ed infilato tanto skialp, ma non va a sostituire certi stimoli che hai solo nelle lunghe giornate passate sui sentieri. Se lo mettiamo insieme al fatto (molto sottovalutato) che Transgrancanaria è a marzo, e pochissimi sono mentalmente pronti a gestire bene uno sforzo così lungo, ecco dove forse siamo caduti. La nota positiva? Che Michal era tranquillo ed ha subito messo la testa su Sciacchetrail e tutti gli altri appuntamenti dell’anno, compresa un’altra corsetta interessante a settembre.

Per quanto riguarda Luca, sapevamo di partire senza aver fatto tutti i compiti, perché abbiamo impostato la stagione su tre macrocicli molto lunghi, ed avevamo completato solo il primo. Però lo stato di forma generale era molto buono, e lo si è visto dal fatto che nell’ultima discesa tecnica, con 90 km sulle gambe, si è messo a correre e recuperare posizioni. Il blackout centrale è sicuramente causa della mancanza di ritmo sui tempi lunghi e nelle salite continue, ma anche di qualche problema alimentare con le temperature basse e sotto sforzo. Comunque un’ottima prova, chiusa al meglio. Ora si guarda a Lavaredo con in saccoccia un bel risultato, un buon bagaglio di km e tre mesi per mettere a posto i pezzi mancanti: la gara non ha lasciato scorie e ci siamo già messi sotto con i nuovi workouts!

Facce da ISPO: paura e delirio alla München Messe.

ISPO: se non lo conosci, semplicemente spaventa.
Tre padiglioni giganteschi, tutto il mondo dell’outdoor che conta riunito in un posto solo e, quasi sempre, troppo poco tempo per vedere tutto e ficcare il naso in più stand possibili. Quest’anno, la delegazione Destination Unknown era presente al gran completo, elemento che ha reso la nostra partecipazione alla fiera ancora più memorabile.

ISPO 2018 ha rappresentato un cambio di direzione piuttosto netto rispetto al passato, complice anche l’assenza di alcuni dei marchi più importanti del settore outdoor (Salomon, Dynafit e Salewa solo per citarne alcuni). Una netta flessione sul fronte delle novità dedicate al trail running, che sono state decisamente inferiori rispetto agli anni scorsi, compensata però dalle grandi novità sul fronte dei materiali tecnici, come visto per esempio da Polartec e Primaloft nel campo dell’insulation o da altri nel settore delle wearable technologies.

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Polartec metteva in mostra Power Fill, un’imbottitura in poliestere con una innovativa struttura che crea delle tasche di aria che catturano e trattengono il calore corporeo. Il basso peso e l’ottima comprimibilità, associata alle capacità idrorepellenti della fibra, lo rendono ideale per l’uso outdoor. L’attenzione alle risorse dimostrata dall’azienda americana ha permesso di raggiungere l’80% di fibra provenienete da riciclo post-consumer: rivolto decisamente alle attività meno aerobiche, ha già diverse applicazioni su capi in uscita nel prossimo inverno.

La nuova alternativa sintetica alla piuma d’oca di Primaloft, il ThermoPlume della linea Black, si vedeva già declinata in parecchie collezioni di diversi brand: le fibre vengono inserite sfuse nel capo ricreando un effetto simile a quello della piuma anche come funzionamento. Contrariamente alla piuma, però, restano le proprietà idrorepellenti della fibra Primaloft, rendendo ThermoPlume molto più performante in situazioni di bagnato.

Fa piacere notare come la ricerca dell’ecosostenibilità per una produzione più attenta alle tematiche ambientali si sia radicata in maniera sempre più importante nel mondo dell’outdoor, lasciando sperare che ci sia qualcosa di più di una semplice ondata di “green marketing” dietro alla produzione dei materiali coi quali ci avventuriamo sui sentieri e l’impatto di alcune campagne di sensibilizzazione che hanno visto proprio i marchi stessi farsi promotori e non semplici spettatori di quanto sta accadendo specie negli US.

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L’ISPO è comunque vivo e vegeto, ma sta ritornando ad essere una fiera di settore e non più lo show in cui era stato trasformato negli ultimi anni. Le aziende hanno ripreso ad investire sulla ricerca e segni di ripresa ci sono. Che poi Monaco sia al top come struttura, è confermato dallo spostamento dell’Outdoor Show dal 2019. Proprio a Friedrichshafen troveremo sicuramente più novita riguardo al mondo trail, essendo la fiera molto più incentrata sull’estivo: come sempre, Destination Unknown cercherà di essere presente.

Andrea’s best pick:
Ho visitato ISPO in lungo e in largo alla ricerca delle novità più interessanti, e alla fine i prodotti più interessanti li ho trovati allo stand di SCARPA. Partendo dalla collezione SS18, oltre alla nostra adorata Spin (in casa DU è la scarpa che mette d’accordo tutti), si aggiunge la nuovissima Spin RS, con qualche millimetro di drop in più e la suola Vibram Litebase con mescola Megagrip, che riduce lo spessore della suola facendo risparmiare fino al 30% di peso mantenendone inalterate le caratteristiche di durata e performance. In pratica, una Spin più carrozzata, sui 300 grammi di peso nel mio 43, che potremo utilizzare sia in allenamento sia in gara se con la Spin originale ci troviamo po’ “corti”.
C’è poi la nuova Neutron 2, il modello che davvero mancava nella collezione trail di Scarpa: dedicata alle lunghe distanze, comodissima, ammortizzazione abbondante, una suola di una cattiveria inaudita, inserti protettivi nei punti giusti e un peso intorno ai 350 grammi: that’s the way you do it, così ci piace. Potrebbe essere la mia scarpa per l’Eiger 101, staremo a vedere.
Per chiudere in bellezza, non vediamo l’ora di provare la nuovissima Spin PRO OD, il nuovo modello invernale per la collezione FW18: stesso chassis e geometrie ispirate alla Spin (con un po’ di protezione in più), ghetta integrata ad altezza caviglia e membrana impermeabile Outdry per garantire piedi asciutti e traspirazione ottimale. La suola è l’ormai collaudata Vibram Megagrip Fixion, con lo stesso schema di tasselli del modello estivo e della Atom S EVO OD.

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Andrea’s best moment:
Stand Patagonia, ore 17:00. La giornata in fiera volge al termine, gli addetti ai lavori mollano un po’ il tiro dopo una giornata di appuntamenti. Tante persone, un sacco di birre, sorrisi che volano leggeri e che fanno scorrere il tempo ad una velocità che mi piace, che sento mia. Guardandomi attorno, vedo amici, colleghi giornalisti, gente che scia, arrampica, corre forte, abbiamo tutti una gran voglia di condividere quel qualcosa che ci accomuna al di là del mestiere che facciamo e che ci fa brillare gli occhi di fronte all’idea di salire su una montagna. È un momento bellissimo, fatto di cose semplici, durato il tempo di un paio di birre tra amici, ma è il ricordo più bello di ISPO insieme a quello della cena che gli è seguita: tutta la crew di Destination Unknown riunita insieme ad altri amici incontrati in fiera, tutti a cercare un modo di ordinare in tedesco ad un ristorante vietnamita. Momenti che ti fanno sentire una persona fortunata.

 

Davide’s best pick:

Molto colpito dal Lowdown Focus di Smith Optics. La semplice ed elegante montatura dell’occhiale nasconde una rete di sensori che misurano l’attività cerebrale e grazie all’app Smith Focus sviluppata con Muse si possono misurare e poi allenare attività cerebrali e di focus e migliorare le prestazioni cognitive. Per gli atleti di alto livello è sicuramente uno strumento importante pre gara o quotidianamente per gestire al meglio lo stress. Ed è semplice e gradevole da usare, come abbiamo potuto testare: un impiego continuo può aiutare nelle capacità decisionali, nella gestione della parte emozionale, nel controllo del respiro e nel bloccare le distrazioni aumentando l’attenzione senza impiegare energie aggiuntive, ma ottimizzando le risorse. Tutta roba che per un ultrarunner suona decisamente familiare. Sono curioso di vedere come si evolverà.

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Coach speaks. Aiuto.

Davide’s best moment:
What happens in Monaco, stays in Monaco. Ma non posso non citare un “Giulia… oh Giulia… ti chiami Giulia, no?” che ricorderà a qualcuno che è meglio non allontanarsi mai troppo dagli amici. Specie quelli che giocano bene “sotto rete”.

 

Maria Carla’s best pick:
Sono rimasta colpita da Masters una delle realtà più importanti nella produzione di bastoncini da sci, trekking, ed ora anche da trail. Un’azienda di fama internazionale, ma con i valori radicati di una famiglia italiana. Una delle più interessanti novità è il modello “tre cime fix”, 100% fibra di carbonio, richiudibile. Leggero, facile da usare, rapido da bloccare e sbloccare.

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MC e il sistema Lowdown Focus di Smith

Maria Carla best moment:
ISPO: percorri 700 km per arrivarci e poi ti senti come a casa. Anzi, per me che ormai sono un “battitore libero”, ritrovo tante persone con cui collaboro. Ma soprattutto quelle persone con cui ho lavorato e con le quali sono cresciuta ed ho imparato mio lavoro. Come vedere Rampaz: è sempre un piacere incontrarti, un sabato mattina giuro che passo a Piacenza a fregarti Sportweek per postare la foto prima di te! Oppure incontrare Arnaldo: ora lui ha il suo stand ed espone il suo marchio, “Holy Freedom”, ma è sempre lo stesso di vent’anni fa.
Il tempo passa… la stima resta massima

 

Paco’s best pick:
Essendo uno degli animali all’interno del grande circo che è la fiera, ed essendo quindi per me un momento di lavoro, tendenzialmente ti direi che la fiera fa schifo. Tuttavia, non posso non ammettere che nei momenti in cui riesco a fare un giro negli altri stand come appassionato mi diverto parecchio. Ad ISPO si vede sempre poco running visto che è tutto piuttosto orientato agli sport invernali, tuttavia la collezione di Altra per le scarpe su strada mi è sembrata vasta e migliorata nell’appeal (ho sempre trovato le loro scarpe molto funzionali ma bruttine). Da un punto di vista marketing mi ha stupito l’impatto dello stand Brooks con una unica parete gigante della stessa scarpa.

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Ho Chi Minh City, gennaio 2018

Paco’s best moment:
Per quanto concerne il momento rispondo quello prima che inizi la fiera aperta al pubblico. Quest’anno ero presente al montaggio (mi piace ancora di piu lo smontaggio). Immaginate che siete lì a fare aperitivo, tutti puliti e profumati in un qualsiasi stand a parlare di affari, disquisendo su qualche questione e lamentandovi della scarsa offerta di frutta fresca proposta. Poche ore dopo ci sono personaggi in felpa sporca, solitamente provenienti dall’Est Europa, gente in scarpe anti infortunistica che trapanano in giro, urlano cose, usano macchinari pericolosi, polvere, spazzatura ovunque, muletti lanciati a tutta sul parcheggio, gente che fuma tirando i mozziconi sul pavimento dello stand, musica a palla dalle autoradio dei camion. È il dark side del grande Circo, quello che gli spettatori non vedono, il volto non truccato ma reale delle fiere: quello forse è il momento che più mi piace. Vedere la ragazza che si mette in tiro per andare a festa o che si spoglia dopo averla fatta.

HRV for dummies con Marco Altini

Si parla tanto di Heart Rate Variability, ma quanti di noi sanno realmente cos’è? E’utile a noi atleti e allenatori questo dato? Come va interpretato ed usato?

Per rispondere a queste domande io per primo mi sono rivolto ad un professionista: la mia fortuna è stata quella di trovarne uno preparato, volenteroso e paziente. Se ci aggiungiamo che è molto simpatico e corre, ecco gli ingredienti per una collaborazione perfetta.

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Marco Altini è scienziato ed ingegnere con circa 50 pubblicazioni tra salute, sport ed intelligenza artificiale; ha ottenuto la laurea specialistica con lode in Ingegneria Informatica all’Universita di Bologna (Italia) e il dottorato in Machine Learning con lode a Eindhoven University of Technology (Olanda). E’ data scientist dell’azienda Bloomlife (San Francisco, USA), che si occupa di sviluppare tecnologie per il monitoraggio della salute delle donne in gravidanza. Ma soprattutto ha ideato l’app HRV4Training, che permette di misurare il livello di stress fisiologico (HRV) usando solo lo smartphone, senza sensori esterni, cosi come di interpretare i dati nel contesto del miglioramento della prestazione fisica. HRV4Training ha rivoluzionato il mondo della rilevazione e gestione del dato HRV, trovando largo impiego tra atleti professionisti come amatori, dalla speranza olimpica a chi come noi arranca sui sentieri. Dopo qualche anno in NorCal, lui e la sua compagna Alessandra sono ritornati nel Vecchio Continente, ad Amsterdam. Siamo andati a rompergli le scatole per cercare di capire qualcosa di più, ed ecco cosa ne è uscito.

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Partiamo dai fondamentali. Che cos’è la HRV?
HRV o heart rate variability è un termine usato quando si parla di variabilità cardiaca. In altre parole, il cuore non batte ad una frequenza costante, anche quando abbiamo un battito medio di 60 battiti al minuto, il cuore non batte esattamente ogni secondo, ma ci sono sempre tempi variabili tra un battito e l’altro. Come mai? Per quale motivo ci interessa misurare questa variabilità? Il corpo umano, a livello fisiologico, cerca di mantenere uno stato di equilibrio, chiamato omeostasi, necessario per un funzionamento ottimale. Il corpo percepisce lo stress attraverso i nostri sensi, e manda queste informazioni al cervello, che decide come reagire. Indipendentemente dalla sorgente che causa lo stress, il corpo risponde allo stesso modo.

Tornando alla nostra variabilità cardiaca, i tempi non costanti tra un battito e l’altro riflettono l’attività del sistema nervoso autonomo in risposta agli stimoli, ovvero alle sorgenti di stress. La variabilità cardiaca non è altro che un fenomeno mediato dai neuroni ed in particolare dal nervo vago, quindi dal sistema parasimpatico. Quando incontriamo una forma di stress, il sistema nervoso autonomo porta gli impulsi ricevuti dal cervello ai vari muscoli ed organi del corpo umano. Questo meccanismo del sistema nervoso autonomo comanda quasi il 90% delle funzioni del corpo umano, sia quelli a breve termine come la respirazione che quelli più a lungo termine come la temperatura corporea o il ritmo circadiano.

Abbiamo detto che la variabilità cardiaca è fondamentalmente controllata dal nervo vago, uno dei più importanti nervi cranici. In pratica esso controlla vari organi nel corpo umano, tra cui il cuore, e quello che facciamo quando misuriamo la variabilità cardiaca (HRV), non è altro che fare una misura indiretta e non-invasiva dell’attività del nervo vago, in quanto analizziamo dei processi da questo alterati, cosi come la variabilità tra battiti cardiaci. Ad esempio, un’attività più elevata del nervo vago, tipica di un’attività maggiore da parte del sistema parasimpatico, risulterà in una HRV più alta.

Misurando HRV possiamo quindi catturare cambiamenti a livello di sistema nervoso autonomo in modo non invasivo, e ottenere importanti informazioni sulle capacita fisiche e mentali del corpo.

Per riassumere, il sistema nervoso autonomo controlla e regola moltissimi processi all’interno del corpo umano cosi come le risposte del nostro corpo a varie forme di stress. HRV è regolata dal sistema nervoso autonomo, in particolare dal sistema parasimpatico (quantomeno le variabili più facili da interpretare) e di conseguenza ci può rivelare informazioni importanti sulla reazione del nostro corpo allo stress, indipendentemente da cosa lo ha generato (allenamento, un periodo difficile sul lavoro, ecc.).

Questo è proprio il motivo per cui la variabilità cardiaca ci può fornire informazioni cosi importanti sul nostro stato fisico e mentale: non è un processo focalizzato solo sull’allenamento ma rappresenta una serie di processi tramite i quali il corpo gestisce lo stress (fisiologico), e soprattutto in una società frenetica come quella odierna, può aiutarci a gestirci meglio, evitare sovrallenamento così come esaurimenti nervosi, e migliorare stile di vita e prestazione fisica.

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Una volta capito cos’è, veniamo al sodo: come viene misurata?
L’HRV si può misurare in vari modi. Il sistema di riferimento è l’elettrocardiogramma, anche se negli ultimi anni per fortuna ci sono stati sviluppi tecnologici che hanno portato queste misure un po’ nelle mani di chiunque abbia un interesse. Ad HRV4Training abbiamo creato il primo sistema al mondo in grado di misurare la variabilità cardiaca usando semplicemente il telefono, in pratica analizzando il flusso sanguigno illuminando il dito con il flash del telefono, e usando la videocamera e una serie di algoritmi per individuare i tempi tra i battiti e calcolare HRV. Questi metodi sono stati testati e validati al centro High Performance Sports New Zealand, appunto in Nuova Zelanda, da alcuni dei ricercatori più prominenti nell’area. Fino a pochi anni fa queste misure erano disponibili solo spendendo migliaia di euro in tecnologie poco pratiche, o andando in cliniche o laboratori dove purtroppo si può misurare solo poco frequentemente, di conseguenza perdendo di utilità. Alternative valide al giorno oggi sono sicuramente alcune fasce come le Polar, e (pochi) altri sensori. A breve sicuramente ci saranno più alternative anche a livello di orologi, ma al momento la grande maggioranza è utile solo per il calcolo del battito medio, e non della variabilità cardiaca.

Una volta che abbiamo scelto un sistema per la misura dell’HRV, purtroppo c’è una complessità ulteriore, ovvero che ci sono vari modi per quantificare la variabilità cardiaca. Normalmente, le modalità più affidabili e sulle quali c’è più consenso nella comunità scientifica, sono relative alla misura del sistema parasimpatico, ovvero quello che si occupa dello stato di recupero del corpo. Quando l’HRV viene quantificata in questo modo, ci aspettiamo un valore più alto in caso di minore stress, ed un valore più basso quando c’è un maggiore livello di stress. Questa chiaramente è una semplificazione di processi molto più complessi. Il modo più comune di quantificare la variabilità cardiaca nelle app disponibili sul mercato è la cosiddetta rMSSD, o una sua derivazione. rMSSD indica una formula matematica usata per trasformare le variazioni in battiti su un periodo da 1 a 5 minuti, in un singolo numero che indica il livello di attività del sistema parasimpatico. In HRV4Training ad esempio, l’utente può analizzare i dati sia come rMSSD che utilizzando una metrica alternativa che abbiamo creato per semplificare un po’ le cose, chiamata Recovery Points. Le due metriche forniscono esattamente le stesse informazioni, ovvero un valore più alto indica meno stress.

Scelti una app e un sensore, e una metrica HRV, siamo pronti a raccogliere dati e a provare a capirci un po di più.

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Da quello che ci hai detto prima, il valore risente di diverse condizioni: quali fattori influenzano il dato? 
Per natura stessa di quello che la HRV quantifica, ovvero l’attività del nervo vago, o attività del sistema nervoso autonomo, un po’ tutto la influenza. Proviamo a fare una lista di fattori che sono stati associati ad HRV in pubblicazioni recenti: si va da esercizio fisico, a nicotina, caffeina, medicinali, ora del giorno (ritmo circardiano), alcol, età, digestione di cibo o anche acqua, malattia, ecc. – come facciamo quindi a derivarne conclusioni valide se i processi che misuriamo sono influenzati da cosi tanti parametri? E’ fondamentale misurare la variabilità cardiaca in modo da limitare il più possibile l’effetto di fonti di stress cosiddette esterne: il modo più semplice per creare un cosiddetto contesto riproducibile in cui fare la misura, è di farla appena svegli, prima di fare esercizio, mangiare, mettersi a lavorare, ovvero prima di venire influenzati dalle varie forme di stress di tutti i giorni. Una misura ancora da letto, rilassati, anche solo per 60 secondi, è un ottimo metodo per ottenere dati validi, che rappresentano il livello di stress fisiologico cronico o in risposta a stress acuti molto forti, della durata di vari giorni, come ad esempio un allenamento molto intenso o un viaggio intercontinentale. Questo è il metodo che utilizziamo anche quando facciamo ricerca. Misurare durante la giornata o in altri momenti ha poco significato in quanto spesso non facciamo altro che catturare l’effetto di una qualche forma di stress acuta (una delle tante della lista precedente), il che è solitamente un effetto transitorio della durata di qualche minuto / ora, ed ha poco a che vedere con l’informazione che ci interessa di più, ovvero lo stress cronico. L’attività del nervo vago è molto veloce, ed ha un effetto sul cuore e sulla variabilità cardiaca quasi immediato, nel giro di 1-2 secondi, per questo motivo è facile rilevarla anche con misurazioni molto brevi di un minuto.

Perché per un atleta è importante questo dato? Come va interpretato?
Dal mio punto di vista, questo dato è importante un po’ per tutti, non solo per l’atleta, in quanto ci fornisce informazioni sul livello di stress, e gestire lo stress è una delle attività principali del corpo, con tutti i problemi del caso quando non siamo in grado di gestirlo correttamente. Non a caso è anche uno dei parametri legati alla longevità e condizione di salute.

Detto ciò, nell’atleta, l’applicazione e il monitoraggio dell’HRV è più diffuso a mio riguardo perché è più semplice quantificare la forma di stress, ovvero l’allenamento. La relazione tra allenamento e HRV è evidente ed è stata provata più volte in vari studi scientifici, in quanto l’allenamento è una forma di stress molto elevata per il corpo. Per altre applicazioni, ad esempio legate alla salute fisica e mentale, può essere molto più complesso identificare e quantificare le fonti di stress, rendendo difficile l’implementazione di un feedback cosi come modificare poi i nostri piani per migliorare le cose.

In atleti professionisti, il rischio di sovrallenamento è sempre dietro l’angolo, causa volumi di allenamento molto alti. Abbiamo vari programmi a disposizione per pianificare e analizzare l’allenamento, mi viene in mente Training Peaks (il sistema che usiamo anche noi in Destination Unknown n.d.r) dove possiamo decidere carico di allenamento per i prossimi mesi, e vedere dove ci porta a livello di condizione fisica. In tutto ciò però, non stiamo considerando come sta rispondendo il corpo dell’atleta a tale programma di allenamento. Si sta adattando bene? O sta faticando più del previsto? Una misura oggettiva dello stato di stress può aiutarci a implementare cambiamenti in corsa. Per l’atleta non professionista, magari che si allena quando non deve dedicare tempo al lavoro o alla famiglia, misurare l’HRV può essere ancora più importante, in quanto tutte le forme di stress vengono rilevate in questo modo, e possiamo capire meglio quando è il caso di rallentare con gli allenamenti, o quando possiamo concederci una sessione intensa in più, sempre con l’obiettivo di migliorare la prestazione fisica sul lungo termine.

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Come combinarlo nella pianificazione dell’allenamento?
Nella pianificazione dell’allenamento, vedo l’HRV come un parametro da utilizzare come feedback continuo per ottimizzare carichi e periodizzazione. Cerco di spiegarmi, mentre ad esempio vogliamo ambire ad un certo carico di allenamento (chilometri a settimana) o ritmo in gara (minuti al chilometro), dal punto di vista fisiologico vediamo solitamente un calo del battito a riposo e un calo anche del battito durante la corsa (se manteniamo il ritmo costante) una volta raggiunta una condizione fisica migliore (un livello di fitness cardiorespiratorio più elevato: non mi aspetterei necessariamente un aumento simultaneo di HRV e non lo considererei un obiettivo per l’atleta. L’HRV ci fornisce informazioni sul livello di stress e su come stiamo rispondendo al carico di allenamento, se va tutto bene ci aspettiamo valori pressoché costanti e poche variazioni, una situazione dove è “tutto normale”. In caso di stress elevato, misurare ogni giorno ci farà notare questo cambiamento velocemente, e ci darà la possibilità di implementare cambiamenti che facciano si’ che le cose tornino “normali” prima che sia troppo tardi (ad esempio prima del sovrallenamento). Cambiamenti che possono essere molto semplici, come posticipare una sessione di intervalli per un giorno migliore. Questo feedback continuo ci da la possibilità di adattare in corsa il programma di allenamento in base a quelle che sono le risposte del nostro corpo.

E’ importante inoltre, avere sempre un programma di allenamento e una pianificazione da seguire, ed eventualmente modificare. L’estremo opposto, ovvero partire senza programma ed affidarsi solo ad HRV, non avrebbe senso in quanto non faremmo altro che rovinarci di allenamenti intensi per accorgercene poi troppo tardi. Un programma di allenamento polarizzato, includendo una buona parte di allenamenti a bassa intensità, combinati con sessioni intense di lavoro sulla velocità e il fitness cardiorespiratorio, solitamente è in grado di fornire un ottimo equilibrio, e può essere ottimizzato analizzando la risposta di un atleta al programma, usando l’HRV.

A livello pratico, consiglierei di rendere la misura mattutina un’abitudine, anche se 4-5 misure a settimane sono sufficienti per una stima del livello di stress cronico. Più dati possono aiutare, in quanto quando andiamo a guardare i dati sul medio-lungo termine, possiamo analizzare parametri aggiuntivi che ci possono dire di più sull’adattamento (o mancato adattamento) di un atleta al programma di allenamento. Ad esempio, un valore di HRV che varia molto da un giorno all’altro, spesso è sintomo di problemi di adattamento (o altre fonti di stress presenti), mentre un valore un po più costante durante la settimana, è un segnale migliore. Chiaramente il tutto va sempre analizzato nel contesto del carico di allenamento. Consiglierei anche di non stressarsi troppo sulla misura giornaliera, un valore basso può non significare niente di particolare, magari solo una pessima dormita o cattiva digestione, ed è sempre meglio concentrarsi sulla media settimanale, e l’andamento a medio lungo termine.

Grazie mille Marco… ti aspettiamo sui nostri sentieri, ora che sei decisamente più vicino! 

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Zaino o borraccia a mano?

Il nostro gear geek Andrea Vagliengo analizza una delle questioni più calde per noi ultrarunner: meglio correre con un running vest o una hand bottle?
Comodità, tradizione, filosofia, attitudine personale… vediamo come scegliere la soluzione migliore in base a necessità e condizioni. 

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Per anni, la diatriba che ha acceso gli animi dei runner riguardo all’attrezzatura da utilizzare non tanto in allenamento, quanto soprattutto in gara si è concentrata sul trasporto dell’acqua: prima di ogni altra cosa, infatti, quando siamo in giro per sentieri dobbiamo pensare a rimanere idratati. Storicamente, i metodi più utilizzati per il trasporto dei liquidi sui sentieri sono stati principalmente due: il cosiddetto camelbag o le borracce.

Go far, go big: la Sacca idrica

Per noi europei la questione è storicamente abbastanza lineare: in montagna ci si va con lo zaino, punto. Se serve per correre lo zaino si rimpicciolisce e diventa leggero come una piuma, passando dai 30 litri di un day-backpack tradizionale ai 5, 10 o massimo 15 litri di quelli da trail, ma sempre di zaini stiamo parlando. Possiamo ringraziare il lavoro di ricerca e sviluppo portato avanti negli anni da molti brand internazionali, che ha fatto sì che oggi persino noi peones si possa correre con zaini “vest”, ovvero a forma di gilet, straordinariamente leggeri, funzionali e confortevoli.

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Da sx: Hydrapak Elite 1,5 L – Camelbak Crux 1,5 L

I vantaggi offerti da questa prima soluzione sono molteplici:

  • Grande capienza grazie alla possibilità di trasportare fino a due litri di liquidi
  • Facilità di accesso all’acqua: una volta posizionato, il tubo è sempre a portata di mano, il che aiuta ad assumere i liquidi con la giusta frequenza
  • Una buona autonomia quando non si è sicuri di trovare acqua lungo il percorso

Esistono però degli svantaggi:

  • Sono difficili da pulire e da far asciugare (anche se sono stati fatti notevoli passi avanti dalle aziende specializzate del settore per semplificare la vita ai runner, in questo senso)
  • Utilizzarli in gara è laborioso perché vanno tirati fuori dallo zaino, aperti, riempiti e reinfilati dentro, il tutto nella bolgia di un ristoro affollato e magari quando si ha anche una discreta fretta di ripartire
  • Rimanendo sempre a contatto con la schiena, è pressoché impossibile evitare che l’acqua si scaldi

 

Go fast, go hand held: le Hand Bottles

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Da sx: Camelbak Quick Grip Chill – Ultraspire Iso Versa – Nathan Speedmax Plus

Ora immaginate di correre sempre e solo su sentieri burrosi e filanti, in condizioni metereologiche miti, correndo alla peggio il rischio di prendersi un po’ di pioggia senza mai sentire la necessità di indossare un guscio impermeabile: ecco, magari in questo caso l’idea di portarvi uno zaino in spalla per tutto il tempo potrebbe non suonarvi entusiasmante. Negli States, paese con una tradizione di ultrarunning profonda e molto radicata, la semplicità ha sempre vinto sulla tecnologia: se mi devo portare da bere, allora tanto vale usare una semplice borraccia e portarla a mano. Semplice, no?

Vantaggi delle hand bottles:

  • Grande vantaggio di lasciare libera la schiena e i fianchi, zone del corpo fondamentali per la termoregolazione che, se coperti, possono rendere più difficoltosa la dissipazione del calore e quindi compromettere in un attimo tutto il nostro equilibrio termico, facendoci sudare più del necessario
  • Comodissime in gara, quando la necessità di monitorare facilmente la quantità di liquidi che stiamo consumando è particolarmente sentita
  • Riempire le borracce ad un’aid-station è semplice e veloce, le possiamo anche usare come bicchiere in caso di necessità

Svantaggi delle hand bottles:

  • Non avendo uno zaino con capacità di carico, trasportare del materiale (obbligatorio o meno) diventa più complicato. Affontare un UTMB così sarebbe quantomeno laborioso, seppure possibile: Kilian ottenne la sua prima vittoria all’UTMB trasportando tutto il materiale obbligatorio senza utilizzare alcuno zaino
  • Con le borracce a mano diventa pressoché impossibile utilizzare i bastoncini, così utili nelle nostre gare di montagna con tanto dislivello


The Soft Flask revolution

Negli ultimi anni, il mondo delle attrezzature da trail ha vissuto una vera e propria rivoluzione, che ha letteralmente stravolto il mondo delle borracce da running: l’introduzione sul mercato delle soft-flask, ovvero borracce morbide realizzate con un materiale analogo (nella maggior parte dei casi identico) a quello delle sacche idriche, che vanno a sostituire le classiche borracce rigide combinando comodità di utilizzo a pesi minimi e grande comfort durante la corsa.

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Da sx: Osprey Hydraulics – Salomon Soft Flask – Camelbak Quick Stow

I primi ad introdurle, manco a dirlo, furono i ragazzi di Salomon negli anni della grande innovazione guidata da Kilian e dal team S-Lab. Gli altri produttori seguirono a ruota, cavalcando l’onda e declinando l’idea in una quantità di maniere diverse, a tutto beneficio di noi appassionati. Invece di usare solo borracce in plastica rigida, che sovente diventano fastidiose a contatto con il costato e che tendono ad oscillare parecchio durante la corsa, l’idea di utilizzare delle flask morbide, strette e lunghe, posizionate direttamente sugli spallacci degli zaini vest si è immediatamente rivelata ingegnosa e molto remunerativa: nel giro di una sola stagione, il popolo del trail aveva eletto le soft-flask ad accessorio del momento, e a buon diritto.

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Da sx: Ultimate Direction Amp – Salomon SLab Soft Set – Osprey Duro Handheld

Per non farci mancare nulla, possiamo anche utilizzare le soft-flask in modalità hand held, tenendole in mano come faremmo con una qualunque borraccia rigida. I sistemi di questo tipo ormai abbondano sul mercato e sono tutti interessanti, sebbene la mancanza di struttura tipica della soft-flask ne renda più difficoltoso l’utilizzo quando la borraccia comincia a svuotarsi. Da provare, è il classico “do or don’t”: o le amerete alla follia, oppure non le sopportete.

Quindi? Cosa ci conviene usare e quando?

Zaino:

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Io lo uso molto spesso, praticamente ad ogni uscita più lunga di 20 km, perché mi piace avere le mani libere e, abitando in Piemonte, per otto mesi l’anno mi tocca portarmi dietro almeno una giacca impermeabile e qualche altro ammennicolo di abbigliamento (un buff in più, un paio di guanti, cose del genere). Non sono un grande amante del camelbag, l’ho usato durante i primi anni di corsa sui sentieri poi l’ho progressivamente abbandonato, preferendo quasi sempre le borracce soft.

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Da sx: Osprey Duro 1,5 – Ultimate Direction AK 3.0 – Salomon SLab Sense 8

Sempre più diffusi sono poi gli zaini da donna, strutturati appositamente per adeguarsi in maniera ottimale alle forme femminili. Più spazio e apertura sul petto, dunque, ma anche un giro spalla ben proporzionato e geometrie dedicate al fisico femmile, tendenzialmente più esile e meno corpulento di quello di uomo. Anche qui, grande varietà e massima possibilità di scelta: bellissimo il Vapor Howe, realizzato insieme alla vincitrice della Western States 100 Stephanie Howe (utilizzabile sia con camelbag sia con le soft-flask frontali); interessante e ricca di proposte interessanti anche la linea di Jenny Jurek, moglie di Scott, prodotta da Ultimate Direction, che offre un’ampia gamma di prodotti dedicati alle runners appassionate di sentieri.

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Da sx: Nathan VaporHowe 12 – Ultimate Direction Vesta – Ultraspire Astral

Hand bottle:

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Le borracce a mano le adoro in bella stagione: le uso tantissimo quando esco in modalità “shirtless”, solo in pantaloncini corti e visiera, ricercando nella mia ombra qualche sembianza di Anton Krupicka, Geoff Roes o Hal Koerner.
Ci metto sempre un po’ad abituarmi al fatto di avere un peso in mano, soprattutto se uso una sola borraccia, ma l’adattamento è sempre più veloce, anno dopo anno. Per certi versi usare le borracce a mano mi aiuta addirittura a migliorare la postura di corsa, smanacciando di meno e tenendo le mani più vicine al corpo.

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Quando uno zaino ti salva la gara: Kilian Jornet verso la vittoria alla Hardrock 100 2017 con una spalla lussata infilata negli spallacci del suo Salomon Sense Ultra 8.

THE GEAR GEEK SAYS:

La mia configurazione preferita, rimane quella che combina zaino e soft-flask: molto semplicemente, combina il meglio dei due mondi. Ci si può portare dietro il materiale che ci serve senza lesinare, si hanno le mani libere e la possibilità di utilizzare i bastoncini in caso di necessità, e non si deve rinunciare alla comodità di avere le borracce (riempimento semplice e veloce, visione immediata di quanta acqua rimane al loro interno). Oltretutto, gli ultimi zaini vest permettono di bere dalla borraccia senza neanche estrarla dalla sede, piegando semplicemente la testa per avvicinarla al beccuccio. Priceless.

 

 

In the land of (Good) Hope, there is never any winter: Ultra Trail Cape Town con Luca Ambrosini

100 km e 4300 metri di dislivello. Sapendo che sei un animale di montagna, molto portato a gare dure tecniche e con molta salita e discesa mi sembrava una gara forse poco adatta alle tue caratteristiche. Invece hai chiuso con un ottimo 21 posto.
Come l’hai trovata?


Mai i numeri sono stati piu ingannevoli, credevo di dover fare una gara corribile, stile Vibram100 Hong Kong invece mi sono trovato di fronte un terreno supertecnico, con salite ripidissime e discese spacca gambe. Tratti corribili spezzati spesso da tecnico e costanti cambiamenti di ritmo; fondo molto secco, roccioso e sempre molto instabile. A un passaggio in parete con  catene mi è venuto da sorridere e pensare che gli organizzatori fossero fuori di testa!

I cancelli della gara erano molto stretti: partiti 1300 su tutte e tre le distanze e sulla lunga ne sono arrivati solo 119, il resto deviato sulla 65 o fermato.
Una gara per nulla scontata, tecnica, a tratti corribile con paesaggi mozzafiato.

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Eri mai stato in Sud Africa? Credo che gran parte delle persone la conosca solo per i mondiali di calcio di qualche anno fa, ma immagino sia un posto favoloso. Questa gara era UTWT, ce la consiglieresti? Torneresti a correre questa gara?


Per me è stata la prima volta in Sudafrica. Sono rimasto entusiasta dei posti. Quando io e il mio socio Dani ci muoviamo di solito associamo anche piccole vacanze alle gare che corriamo.  Abbiamo girato i giorni prima e dopo la gara visitando la costa, Capo della Buona Speranza e vari parchi: Wilderness Park, Camps Bay, Houte Bay e tanti altri posti pazzeschi.  I trails sono molto tecnici, le montagne non altissime (non aspettatevi 2000 metri di dislivello), ma selvagge, con passaggi da brivido…

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La gara la consiglierei, indipendentemente dal fatto che è una UTWT, perfetta per chiudere la stagione, spettacolare a livello paesaggistico e bellissima. Come dicevo prima mai scontata, veloce, ma tecnica e anche l’organizzazione impeccabile.
Inoltre anche la partecipazione delle persone del luogo, sempre gente sul percorso a regalarti qualche sorriso o un “well done”. Sicuramente una gara che segnerò anche per il futuro…

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Venendo dalle Dolomiti (Luca vive a Merano ndr.) come hai trovato le montagne sudafricane?
Le montagne sudafricane sono bellissime. Dislivelli massimi di 800/1000 metri ma praticamente fatti tutti di un fiato, fai conto in un paio di km. Ci si aiuta molto con le mani,  come nella salita da Capetown a Table Mountain) tutta con fondo molto secco, sdrucciolevole e sassoso.
Vedendo i video di Ryan Sandes ci si riesce a fare una idea!
Non è facile correre su questi trails se non si è abituati.

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Sei sempre in giro con il tuo socio Dani Jung. Lui ha chiuso sesto, il che fa pensare che il livello della gara fosse molto alto. Lui come ha trovato la gara?
Anche Dani ha trovato la gara bella e anche lui è stato stroncato dal percorso e nei tratti corribili noi faticavamo a tenere i 5.30’/km, mentre gli elite andavano via ai  4’/km. Però sul tecnico poi recuperavamo il gap. Dani tra l’altro il Sudafrica lo conosceva già, essendoci già stato in vacanza e in MTB.

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Il livello era altissimo. C’erano professionisti/elite del posto e top runner internazionali invitati.

Ultima gara dell’anno? Ti riposerai un po’ o il Coach ti ha già messo sotto?
Ora per 2 settimane riposo assoluto, qualche passeggiata con Ale in montagna, un po’ di piscina e sauna per rilassarmi. E birroni per recuperare meglio: il Coach è molto flessibile e capisce al volo le mie esigenze: fortunato eh… 😅
Poi avanti tutta in vista di un 2018 di fuoco!
Ho dei grandi obiettivi per la stagione che viene…

Ti sei già pentito di avere un Coach? Su quale aspetto avete/state lavorando di più?
Ovviamente si! Hahahha
Talmente pentito che gli ho affidato la programmazione per il 2018!
Con il coach mi sto trovando benissimo, finalmente l’allenamento è strutturato e programmato, prima correvo a caso senza sapere cosa stessi facendo di preciso.

Stiamo lavorando a lungo termine, ho tanta voglia di correre, e vorrei farlo piu a lungo possibile. Correndo da circa 3 anni posso solo consigliare di essere seguiti da un professionista: è un ottimo modo per prendere la strada giusta massimizzando gli allenamenti con il poco tempo a disposizione.

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COACH SAYS:

Con Luca si è creata subito una bella sintonia: dopo una buona annata, è arrivato da noi per ottimizzare il lavoro e cercare di alzare l’asticella. Sapevo di avere davanti un atleta evoluto, ma avevamo poco tempo per preparare gli ultimi due appuntamenti dell’anno. E così abbiamo giusto messo ordine e tirato fuori il meglio dalla base che già aveva.

Luca è entrato subito nel flow del tipo di lavoro che avevamo programmato ed è arrivato ad UTAT in Marocco in buona forma: quando si è dovuto fermare a una manciata di chilometri dall’arrivo, in ottima posizione, per… “problemi tipicamente marocchini”… mi sarei flagellato. Per fortuna lui è una persona molto positiva, e questa volta è stato lui a rincuorare il Coach. E poi avevamo subito l’occasione per rimetterci in gioco.

Abbiamo ripreso e rincarato la dose, con un miniciclo di lavoro intensissimo, dove abbiamo alzato notevolmente anche il chilometraggio. Alla fine abbiamo staccato presto ed il risultato è stato quello di avere Luca in SA bello pronto, rilassato e con la sicurezza di avere nelle gambe un buon lavoro: a volte bisogna sapere quando chiedere qualcosa di più, e quando macinare un atleta è solo controproducente.

La gara? Alla grande. Partito tranquillo, ha trovato subito un bel ritmo continuo ed è andato a piazzarsi tra le scatole a gente scafata e veloce: quello che volevamo. Non si è lasciato destabilizzare dal terreno (che non aspettavamo così tecnico) ed ha mantenuto una regolarità impressionante, sgomitando fino alla fine. Bella prova.

Ora sono curioso di vedere cosa riusciamo a tirare fuori da una programmazione completa e ben fatta: gli obbiettivi li abbiamo messi giù, come sempre aspettatevi da Luca panorami esotici…

#DUcoaching #destinationunknown #theonlycompetitionisyourself

 

BEAR 100 e la Indian Summer: on the road con Francesco Paco Gentilucci

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Cento miglia. Cosa ti ha spinto a metterti alla prova? Quello che rappresenta come distanza iconica, il percorso di avvicinamento, l’ambiente in cui si svolgeva?
Volevo una fibbia perché ho sempre i pantaloni tenuti su da un laccio di scarpe. Inoltre mi affascinava la distanza, ne ero e ne sono attratto. Il processo è la cosa che di sicuro mi ispirava di più, sapendo che se avessi fatto le cose a mio modo forse sarei arrivato in formissima, ma molto più probabilmente mi sarei massacrato sia mentalmente che fisicamente.
La scelta di Bear 100 è stata dettata da un po’ di motivazioni: il video Outside Voices di Joel Wolpert (dove Jenn Shelton corre la gara), il periodo (ho lavorato un mucchio di giorni anche nei fine settimana nei mesi estivi e non potevo gareggiare in quel periodo) e il fatto che la gara era dura, con molta montagna e grandi incognite (poteva far caldissimo come freddissimo). Che non c’era nessuno che conoscevo a farla/ averla fatta. E infine il claim della gara “36 hours of indian summer”: gli Indian Summer sono uno dei miei gruppi emo preferiti.

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Qual era l’elemento che temevi di più, prima?
La cosa che temevo più in assoluto era il motivo stesso per cui mi trovavo in starting line, ovvero la distanza. Il dislivello tutto sommato non mi preoccupava tanto, ma la distanza si. Probabilmente nessuno è mai realmente pronto per una 100 miglia, ma io mi sentivo un po’ sperduto. Mi pareva di aver fatto troppi pochi chilometri, aver passato troppe poche ore sulle gambe. E in effetti dati alla mano non ne abbiamo fatti molti, col Coach abbiamo lavorato più sulla qualità che sulla quantità. Col fatto del lavoro spesso riuscivo a fare giusto un’ora alzandomi alle 5:30 del mattino. Questo ovviamente mi metteva molto sotto pressione.
Quindi direi soprattutto riuscire a sopportare i miei stessi pensieri per un sacco di tempo. Infine tutti i vari acciacchi che ho fisicamente (tendini/articolazioni) e che di solito saltano fuori come i foruncoli sul naso prima di un appuntamento con una ragazza.

E dopo, ora che hai chiuso la tua prima cento, quale pensi che sia la vera difficoltà di questa distanza?
Sai che in realtà non saprei cosa rispondere. Da una parte forse è semplicemente riuscire a gestire i momenti difficili in cui ti senti sperduto e un po’ di sofferenza fisica. Devo dire che a differenza di praticamente ogni gara che ho fatto in vita mia ho cercato di usare un po’ il cervello, non spremermi in modo insensato e fare le scelte giuste. Sono tutti aspetti che avevamo curato anche in allenamento del resto. A dire il vero credo che la sfida di Coach Grazielli sia stata lavorare più sulla mia testa che sul mio fisico.

Come hai gestito la tensione nell’avvicinamento alla gara e nei giorni precedenti al via?
Gareggiare in USA (e viaggiare per 30 ore in aereo perché ho sbagliato ad acquistare i biglietti) mi ha aiutato a lasciare un po’ di stress a casa e a pensare un po’ meno alle preoccupazioni non importanti che mi assalgono quando sono qui.
Quando atterri in una città in cui non sei mai stato e devi arrangiarti per trovare da dormire, spostarti e tutto il resto, non sei lì troppo a pensare alla gara. Nel tempo immediatamente prima della gara invece ho fatto ciò che ho fatto in tutti i mesi prima della gara: ho assillato il Coach. Facendogli mille domande, cercando di scaricare l’ansia su di lui e trovando quel punto di vista esperto, da Coach e amico che spesso mi tira fuori dal bicchiere d’acqua in cui annego.
“testa di cazzo hai il 100 per cento di probabilità di finire quella gara, ma che cazzo di domande fai?” cit.

In una ipotetica drop bag che ti deve accompagnare nella preparazione di una gara, cosa metti dentro? Fisicamente e dal punto di vista umano…
Un cervello funzionante. In grado di non lasciarsi assalire dall’ansia e che rimane focalizzato sul momento. Molto allenamento in cui pensi solo ad allenarti. Un po’ di dedizione nel fare gli allenamenti quando vorresti solo uscire a bere e invece vai a correre, e l’attenzione nel cercare di capire il tuo corpo. Le gambe corrono se il cervello funziona.

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Tre sapori/gusti/odori/sensazioni che ricordi della tua gara.
Il rumore delle foglie nel bosco di betulle dopo Tony Grove (miglio 51). Ero da solo in salita, iniziava a venir buio e mi trovavo su un sentiero fra questi tronchi bianchi altissimi.
Le gelatine gommose a Richards Hollow – miglio 22.50- uscito dal primo canyon. Avevo fatto la discesa a tutta e iniziava a far caldo. Ho trovato Clare Gallagher (faceva da crew a Timmy Olson) e mi ha portato delle gelatine di frutta da mangiare. Per un attimo ho pensato che il Coach non sarebbe stato contento che mangiavo caramelle, ma in realtà lo avrebbe fatto pure lui.
La pizza americana buonissima della sera post gara e annessa birra tenuta come una reliquia (a Logan in Utah sono quasi tutti mormoni quindi hanno un solo bar in tutta la città e vende solo birre analcoliche) in tavola con Dolores, la signora che mi ospitava, suo marito Shaun, Jim (anche lui ospite) e il mio pacer Kris. Appena svegliato – avendo dormito il pomeriggio – mi tiro fuori dal letto con le ginocchia un po’ gonfie, i piedi massacrati e un po’ confuso. In cima alle scale c’è Dolores che mi sorride e mi dice “giusto in tempo”, mentre gli altri alzano una birra alla mia salute. Mi sono sentito a casa.

 

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COACH SAYS:
Il grande viaggio. Non era facilissimo gestire il rapporto Coach/atleta vista la grande amicizia che ci lega, ma una frase che mi ha detto ad inizio preparazione mi ha convinto che ci saremmo divertiti: “Guarda che io ho sempre dato tutto per i miei Coach”. Potevo tirarmi indietro?
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Paco veniva da anni di infortuni continui, e aveva forse perso la speranza di riuscire a correre ed allenarsi con continuità. Il primo lavoro è stato quindi mentale, per metterlo in condizione di affrontare una preparazione lunga (quasi nove mesi) tranquillo e senza ansia. Gli ho lasciato la sua adorata bici per fare i primi lunghi e qualche lavoro di velocità pura, e poi piano piano abbiamo aumentato il chilometraggio stando attenti a ogni minimo feedback. A maggio primo vero test lungo, con un Quadrifoglio 100km portato a casa bene, che credo gli abbia dato la convinzione di essere sulla strada giusta e anche un po’di fiducia sulla tenuta della testa. Perché da quel punto ho visto una costanza ed una dedizione quasi maniacale. Più aumentavano i carichi, più rispondeva di testa ancora prima che fisicamente: da lì ho capito che sarebbe arrivato in fondo. E bene.

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C’é sempre un po’di emozione a seguire a distanza una persona con cui hai condiviso mesi di sogni, discorsi, incazzature e stati alterati da fatica, ma questa volta il race-day ero insolitamente tranquillo: sapevo che si sarebbe goduto una grande giornata. Me lo sentivo e non c’era motivo che non andasse così. E difatti, quando mi è arrivato il suo messaggio post gara, mi è sembrato di rivivere con lui tutte le ventisei ore di viaggio.

 

Non abbiamo ancora festeggiato a dovere, ma se non ricordo male c’era in ballo un “pellegrinaggio”…

#DUcoaching #destinationunknown #thetempleofmiles