Sponsorizzazioni for dummies

Forte non sono mai andato. Tuttavia, per il mio lavoro precedente, per amicizie, perché sono un cinico bastardo, e perché mi piace leggere libri sulla psicologia sociale e dello sport, qualcosa di sponsorizzazioni e atleti provo a capirne.
Ovviamente questo pezzo non va preso come una dichiarazione di qualche tipo, ma semmai come uno spunto di riflessione e di dibattito costruttivo.
Credo sia necessario parlare in modo aperto e pacifico su ciò che è la situazione nel nostro sport preferito, andando a toccare molti argomenti che vengono a torto considerati un tabù, visto quanto la scena italiana dell’ultrarunning sta cambiando nel corso degli anni.
Lo sappiamo, ed è ora di prenderne atto, l’epoca in cui ci si trovava tra fricchettoni e punkabbestia a massacrarsi di chilometri il weekend vestiti a caso e con le scarpe da strada è passata. Ora si parla di sponsor, di èlite e di contratti.
Vediamo di analizzare il tutto con calma.

Sponsorizzazioni. Il punto di vista delle Aziende-
Partiamo da un assunto.
Ogni azienda ha come obbiettivo finale l’aumento del profitto, ovvero, guadagnare soldi.
Non c’è solitamente un limite ai soldi che un’azienda vuole guadagnare: più sono meglio è.
Sembra una cosa banale, ma spesso ce ne dimentichiamo. Vediamo di tenere a mente questo assunto e i prossimi durante la lettura di tutto l’articolo.
Un’azienda non è una ONG e non fa carità. Al di fuori forse di Patagonia, su cui spenderemo qualche riga dopo, ma che è un discorso a parte, tutte le aziende hanno come fine ultimo quello di ingrandirsi e guadagnare soldi. Punto.

Perché le aziende sponsorizzano gli atleti?
Perché è scientificamente dimostrato che siamo esseri condizionabili e in qualità di consumatori siamo ciò che tiene le aziende vive spendendo i nostri soldi per acquistare i loro prodotti. Siamo disposti a pagare più o meno beni necessari (cibo/abbigliamento) così come beni di lusso superflui alla sopravvivenza (orologi/gioielli) e anche prodotti che ci fanno deliberatamente male (alcool/sigarette) per il valore intrinseco che gli attribuiamo, non per la loro reale utilità.

Un’azienda ti sponsorizza come atleta non perché vuole farti carità, perché crede che correre fa bene alla tua salute, ma perché l’atleta è uno strumento di produzione di valore economico.
Le aziende non sono tendenzialmente interessate alla salute dell’individuo. Pensate solo che c’è una squadra sportiva di atleti sponsorizzati da McDonald’s. Come si diceva prima, il fine ultimo è la produzione di utile monetario, il mezzo con cui avviene è un dettaglio non importante.

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Evento sponorizzato da Mc Donald’s – foto tratta da internet

Come si produce valore economico?
Se rifletti sulla tua vita potrai pensare a milioni di esempi in cui hai acquistato cose che nella realtà non ti servivano, ma per il fatto che erano ben sponsorizzate da un’azienda.
Io personalmente ho acquistato delle scarpe di Altra solo perché le avevo viste in un video con Jenn Shelton. Non mi piacevano neppure troppo. Ho acquistato dei pantaloncini gialli perché all’epoca, ancora non ci conoscevamo bene, li metteva Davide Grazielli, e comprerò delle scarpe The North Face senza averle provate solo perché “sono quelle di Rob Krar”.

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credits haydenteachout.com

Acquistiamo per le pubblicità, per il packaging, per i valori che attribuiamo a qualcosa al di sopra della effettiva utilità dell’oggetto. Quando compriamo una felpa non la acquistiamo perché ci serve, ma perché ci fa pensare all’idea di fitness, di allenamenti e di benessere. La prima azienda nell’outdoor ad averlo capito è stata Nike, che, vendendo l’idea di fitness è riuscita a far pagare alle persone una t-shirt di valore qualitativo basso a un prezzo esorbitante per gli standard di mercato dell’epoca. Hanno capito per primi che un’idea può essere pagata più che un oggetto.
Diciamo pure che il valore reale di quello che acquistiamo è praticamente sempre molto più basso del valore effettivo dell’oggetto.  Esistono ovviamente milioni di motivazioni diverse, inconsce o meno, che portano un consumatore a volere e poi acquistare qualcosa. Il lavoro degli operatori negli uffici marketing è proprio far volere qualcosa a qualcuno. Creare bisogni e vendergli oggetti per soddisfarli.

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tratta da internet

Una sponsorizzazione è un contratto di lavoro. Significa che hai firmato un contratto e accettato delle condizioni.

Cosa è cambiato rispetto un po’ di anni fa?
La comunicazione, ovviamente. Prima gli atleti venivano sponsorizzati solo sulla base dei loro risultati oggettivamente dimostrabili. Ora invece il lavoro dell’atleta non è solo quello di costruire un palmares credibile, ma anche e soprattutto di creare e condividere contenuti, aumentando la fanbase di persone che lo seguono virtualmente.
Paradossalmente, i risultati di un atleta sono meno importanti del suo lavoro nella comunicazione virtuale: è preferibile per un’azienda sponsorizzare un atleta mediocre ma che “comunica” bene piuttosto che uno che fa dei grandi risultati ma non lo pubblicizza. Questo perché la comunicazione virtuale permette di raggiungere più persone e indirizzare più business che quella reale. Presentarsi nel 2018 a un’azienda affermando che “vado forte e faccio tanto passaparola” equivale a suicidarsi, se si sta cercando un contratto. Le “vecchie glorie” che vivevano sulle montagne e vincevano le gare e ritornavano nei loro luoghi in eremitaggio sono ora soppiantati da giovani che fanno selfie, post e sono credibili, sui social networks.
Pensate al mondo degli influencer, dei fashion blogger o di tutti quei personaggi che presumibilmente non faranno mai un risultato in vita loro, ma sono bravi nell’arte di mostrare (prodotti) e mostrarsi (se stessi).

Sponsorizzazioni. Il punto di vista degli atleti. Vantaggi di essere sponsorizzati
I vantaggi di una sponsorizzazione dipendono da caso a caso. Si va da una semplice fornitura materiale, al supporto economico cash o a favore di progetti. Può essere considerato un vantaggio anche una maggiore esposizione mediatica, frutto della comunicazione dell’azienda stessa e non solo dai canali comunicativi dell’atleta. La possibilità di testare prototipi e di essere ammessi alle gare (quantomeno quelle in cui l’azienda è sponsor) senza dover pagare l’iscrizione. Chi non vorrebbe essere “aiutato” mentre si dedica alla propria passione?
Tuttavia ogni c’è sempre il rovescio della medaglia.

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tratta da AdBusters

Svantaggi
Il contratto di sponsorizzazione prevede ovviamente degli obblighi da rispettare. Questi obblighi partonopart vestire i prodotti dello sponsor (anche se sul mercato c’è qualcosa che potrebbe andare meglio per te / più leggero o performante/ esteticamente più bello e via dicendo): per capirci, se l’azienda che ti sponsorizza decide di produrre dei sacchi neri della spazzatura come maglie, tu li metti, perché hai firmato un contratto. Ve lo ricordate com’era conciato Kilian alla Western States del 2010, no?

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Tratta da Internet

Un contratto odierno prevede inoltre quasi sicuramente un obbligo a “lavorare” nella comunicazione. Il che significa creare dei post, dei contenuti e quant’altro. Significa che anche se la gara va male e vorresti solo chiuderti nel silenzio e farti i cavoli tuoi, ne devi comunque parlare. Lo stesso se sei infortunato, ti ha scaricato la ragazza o ti sei svegliato in provincia di Terni, eri sbronzo e non ti ricordi niente.
Un altro obbligo non sempre piacevole è quella che io chiamo “la sindrome dei vocalist”. Significa in buona sostanza che devi tenerti buono su determinati temi e non puoi esporre la tua opinione sui mezzi di comunicazione. Devi sempre farti vedere felice, anche quando sei depresso. Inoltre, in Europa, ma in particolare in Italia, bisogna prestare ancora più attenzione ai “temi sensibili”.
A nessun cattolico piace sentirsi dire che dio non esiste. E nessuna azienda vuole perdere il potenziale denaro di un cattolico. Quindi, se anche tu pensi che dio non esiste o ne hai la certezza con tutte le ragioni plausibili del mondo, non lo scrivi sui social. Perché è un tema sensibile e all’azienda non interessa la tua opinione sui temi sensibili. Il tuo contratto di sponsorizzazione è da atleta, non da filosofo, politico o pensatore. L’esposizione mediatica in qualità di atleta anche nella vita privata data dai social networks significa che la tua vita è esposta a giudizio.
Questo giustifica in parte la piattezza delle dichiarazioni degli atleti nel giorno gara
“gli avversari erano forti, la gara bellissima, è stato bello arrivare primo anche se ho fatto fatica. Bravi tutti”.

Altro, ma non meno sottovalutabile svantaggio di una sponsorizzazione è l’inevitabile pressione che si viene a subire dopo aver firmato un contratto. Alcune aziende richiedono risultati o hanno una tabella premi in cui corrispondono un valore economico sulla base dei risultati in determinate situazioni. Altre non tengono conto di questo e adottano un sistema “fisso” di pagamento.
La cosa certa è che non avere vincoli né legami economici di nessun tipo ti lascia vivere meglio sia i ritiri che le gare in cui decidi di adottare strategie assurde scoppiando/andando a spasso per accompagnare qualcuno o per fare un giro: un privilegio non da poco nell’ultrarunning dove si sta in giro molte ore e l’impegno mentale e psicologico è enorme e protratto per tantissimo tempo. Per capirci, un conto è ritirarsi da un km verticale che dura al massimo mezz’ora, un conto da una 100 miglia dopo 20 ore che corri e stai male.

La mediocrità degli atleti. Il marketing push.
Senza entrare troppo in discorsi specifici diciamo che esistono due grossi metodi di fare marketing: il push, ovvero un martellamento continuo e costante di pubblicità e il pull, lasciando al centro l’individuo e spingendolo all’acquisto facendogli credere che sia stata sua volontà acquistare. L’esempio più lampante del marketing push sono le pubblicità in televisione. Dopo averti detto per 26 volte di fila di raderti la barba con il nuovo rasoio durante una partita alla TV di football, tu ti compri il rasoio e ti radi la barba.
è una strategia superata, non così efficace in quanto siamo oramai abituati a venir martellati da pubblicità costantemente e talvolta è anche piuttosto fastidiosa. Però è semplice da attuare e continua a funzionare. Non richiede cervello per essere creata ed è più semplice da essere monitorata da un’azienda. Si convince in buona sostanza per sfinimento una persona all’acquisto.

Nel caso di una sponsorizzazione significa che un’azienda ti impone di creare ad esempio dei post con determinati hashtag, e dal lato dell’atleta significa farlo passivamente. Questo dal mio personale punto di vista, è sinonimo di passività. Non è molto credibile e suona da “ho fatto i compiti”; non invoglia di sicuro molte persone all’acquisto, ma è quello che “basta per prendere la sufficienza”.

Sponsorizzazioni. Quale Limite. La corsa e gli altri sport
Nonostante le richieste delle aziende siano alte e gli atleti si atteggino da professionisti, un buon 99,9% degli atleti “èlite” italiani non è un corridore di professione. Significa che tutti hanno più o meno un lavoro “reale” e non vivono di corsa e sponsor. Il mondo dell’ultrarunning in Italia non è, per sfortuna o per fortuna, ancora professionalizzato al 100% come altri sport. Oltretutto, qualora anche l’ultrarunning diventasse disciplina olimpica, sarebbe cura dei gruppi sportivi delle forze dell’ordine fingere che l’atleta sia atleta per hobby e non di professione. Significa perdurare “il trucchetto” che un atleta sia un finanziere, un soldato o un poliziotto e per hobby faccia l’atleta.
Qualora l’ultrarunning non diventasse disciplina olimpica, seppure con molta difficoltà, si potrebbe pensare a un’atleta che lavora a tutti gli effetti come atleta senza far parte dei gruppi sportivi delle forze dell’ordine.
Al momento praticamente impossibile in Italia in quanto, come si diceva, al di fuori delle forze dell’ordine, sono praticamente tutti lavoratori a tempo pieno e comunque nessun atleta italiano è così rilevante da un punto di vista marketing per le aziende.

Sponsorizzazioni. Il confronto fra USA e Europa
Negli USA si può vivere facendo gli atleti di professione. Questo è riconosciuto nelle carte d’identità ed è permesso dai contratti emessi dalle aziende che sono molto più alti di quelli che vengono firmati in Italia/Europa. Sparando cifre a caso, diciamo che un pro runner americano guadagna tranquillamente fino a 100 volte più di un’atleta italiano.
Come è possibile?
Anzitutto perché il marketing negli USA è molto più importante che nel vecchio continente. Questo significa che alcuni atleti sono diventati veri e propri “personaggi”. Ci sono moltissimi casi di atleti che non sono affiliati a qualche società, e spesso neppure fanno gare così di frequente o le vincono, che riescono tranquillamente a sopravvivere con i contratti di sponsorizzazione.
Altra grande distinzione è la maggiore flessibilità e mobilità di sponsorizzazione delle aziende (esattamente come il lavoro è più facile venir scaricati da un’azienda, ma anche trovare un nuovo contratto) e la maggior libertà riguardo lo schierarsi sui temi sensibili di cui parlavamo sopra. Vi sarà infatti capitato di leggere post di atleti che si battono per temi sensibili (Public Lands, parità dei sessi) e così via, o che esprimono giudizi più o meno politici. Questo perché negli USA la libertà di parola è ancora un valore fondamentale per l’individuo e solitamente anche le aziende si espongono di più riguardo temi pubblici.
Pensate ad esempio a un’atleta come Alex Honnold nell’arrampicata, o Clare Gallagher nella corsa, che espongono senza troppi filtri (ma in modo intelligente e ragionato, e questa è un’altra differenza che si nota a confronto con gli atleti italiani) sui social networks.

Attenzione però, come si diceva sopra, è anche più semplice che i contratti saltino per una qualche ragione. Chi ha una buona memoria si ricorderà del caso di Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill scaricati senza troppe spiegazioni da Clif Bar

Quale limite? Esiste un’etica?
Se lo chiedete a me, vi rispondo che non esistono aziende “buone” o “cattive”, e che devi solo capire tu quanto in basso sei disposto a scendere.

I chose not to be, cheated on part of the thrill, bargain was not fulfilled. Lost in a crazy scheme that got strapped up in my dream.

Bad Brains

Altro spunto di riflessione. Cosa succederebbe se, invece che 1000 euro da uno sponsor, ricevessi una proposta di svariate centinaia di migliaia di euro da una grossa multinazionale? Una proposta per la quale potresti smettere di lavorare e dedicarti alla corsa, ai viaggi, e a quello che ti piace fare senza dover più pensare alle bollette?
Giusto per citare un caso, la climber sedicenne Ashima Shiraishi e la sua sponsorizzazione con Coca Cola che ha scatenato una piccola discussione sul tema.
Coca Cola non è sicuramente conosciuta per essere un’azienda con un forte impegno nel sociale, a favore dell’ambiente o contro lo sfruttamento delle persone, anzi.  Non starò qui a consigliarvi titoli di libri e ricerche che dimostrano la crudeltà di questa azienda (basta cercare un po’), ma diamo per assodato comune che non è l’esempio di azienda di cui andar fieri di essere sponsorizzati.
Cosa faresti?
Questa è una domanda che tocca il lato etico della persona. Difficile dire quale sia il limite, ognuno ha il suo. Per quanto mi riguarda, essere sponsorizzati da un’azienda come Coca Cola non ha grosse differenze da una sponsorizzazione con Red Bull o altri energy drink (molti atleti elite lo sono, Ryan Sandes, Fernanda Maciel e molti altri).

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Red Bull Content Pool

Per quelli che sono i miei valori, che un’azienda faccia del male all’uomo, o agli animali (tutte le aziende che utilizzano prodotti ricavati dalla schiavitù animale), produca armi, farmaci o manganelli, è una pregiudiziale dall’avere un rapporto lavorativo, in quanto impossibile da conciliare con la mia etica quotidiana. Ricollegandomi all’intro del pezzo, forte non sono mai andato, quindi non devo affrontare questi problemi per me stesso. Cavoli vostri.
Per quanto riguarda il resto, mi piace pensare che una sponsorizzazione, essendo un rapporto di lavoro, sia vantaggioso da ambo le parti e che, ricollegandomi al punto della pubblicità pull, gli atleti siano fieri di sponsorizzare a aiutare a guadagnare le aziende con cui hanno un contratto. Questo perché migliora e rende ottimale la collaborazione fra le due parti.

Il caso Patagonia
è ovviamente difficile stabilire con certezza fin che punto le strategie di marketing arrivino a incrociarsi con la RSI (responsabilità sociale d’impresa) di un’azienda. Per quanto concerne Patagonia dobbiamo sicuramente affermare che è l’azienda più all’avanguardia su quello che è l’impegno su determinati temi ambientali e sociali. Se da un lato le campagne pubblicitarie “non comprare un’altra giacca” potrebbero essere viste come una strategia pull di marketing che ripaga sul lungo periodo creando rumore su riviste e testate di vario titolo, va dato a Cesare quel che è di Cesare, ovvero che di sicuro Patagonia è l’unica azienda nel settore Outdoor che alza la testa e contribuisce sul serio a porre attenzione su determinate questioni ambientali.

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ADV di Patagonia in una rivista

Leggendo il libro Let my pople go surfing del fondatore dell’Azienda Yvonne Chouinard l’obbiettivo finale è quello di diventare un’Azienda “ad emissioni zero” e quindi più simile a una ONG che a un’Azienda. Per quanto ci riguarda possiamo dire che anche sul lato atleti le sponsorizzazioni sono visionarie. Sono già anni che gli atleti “scelti” dall’azienda non hanno alcun obbligo di performance, nella comunicazione o di altro tipo. Come mi diceva Jenn Shelton la loro unica richiesta è di “be a nice person” ovvero essere una persona in gamba. Per quanto riguarda il resto, certezze non se ne avranno mai.

Essere sponsorizzati, una conclusione
Premesso che non è una situazione comune potersi sedere a un tavolo e parlare con un’azienda per un’eventuale sponsorizzazione, che le dinamiche in questione sono tante, che soprattutto in Europa le aziende prendono spesso decisioni se non altro opinabili (tipo sponsorizzare atleti già radiati per doping nella corsa o in altri sport) e che nel vecchio continente siamo ancora lontani dalla professionalizzazione completa del nostro sport è utile riflettere sui punti di cui sopra. Essere sponsorizzati, così come un qualsiasi altro rapporto lavorativo, comporta vantaggi e svantaggi. È giocoforza sia dell’azienda che dell’atleta nutrire sana fiducia nel rapporto.
Il rapporto duraturo può portare vantaggi o svantaggi ed esattamente come nel mondo lavorativo, è bene saper cogliere le occasioni che si presentano sulla propria strada e cercare un rapporto quanto più sano.
Per quanto riguarda gli atleti di Destination Unknown che hanno ricevuto proposte, che collaborano già, o che hanno intenzione di entrare in questo mondo, sono sempre aperto per un consiglio e quattro chiacchiere informali dietro una birra: sempre pronto a supportarvi come posso, lo sapete.
Il mio consiglio principale rimane, per quanto banale possa sembrare, di divertirsi, sempre. Capire e valutare quale è il miglior compromesso per godersi la propria passione e saper valutare il miglior rapporto per essere sempre sui sentieri con l’attitudine giusta.

 

 

SDW 100 – cinque personaggi in cerca di autore

Quando King Luigi chiama, la DU Army risponde: non potevamo lasciarlo solo nella sua prima 100 miglia. Com’è andata? Abbiamo provato a raccontarvelo in cinque, vediamo cosa ne esce.

MARIA CARLA: Si, stavolta arriviamo a Londra in aereo (mai darlo per scontato, all’ultima SDW 100 ci arrivammo in auto, giudando da Genova, causa cancellazione del volo poco prima della partenza). Raggiungiamo Luigi nella sua tipica casa inglese con rampicante sul portoncino in legno.

Ci offre un tea in giardino ed inizia a tirare fuori cartine (del percorso nota del Coach), road book, gel, barrette, materiale obbligatorio e si inizia a pianificare per il giorno dopo. Che arriva in un attimo, vista la partenza da casa alle 3:00 am. Passiamo a prenderlo nel pieno della notte, ed è già sugli attenti davanti a casa. Raggiungiamo il campo di Winchester, salutiamo Claire e Drew, due parole con James, ed in un attimo sono tutti dietro alla riga di partenza con James che dà il via!

 

Faccio sempre assistenza a Davide quindi mi sembra strano che stavolta lui salga in auto con me. Ci dirigiamo al miglio 22, ed eccoci al Queen Elizabeth Country Park. L’organizzazione di Centurion è come sempre impeccabile! Volontari davvero super efficienti e ogni ben di dio ai ristori. Arrivano i primi, applausi per tutti, giusto il tempo di rilassarci un attimo sul prato ed eccolo! Arriva il nostro uomo, super rilassato prende due cose e riparte sorridente. Lo rivediamo poco dopo al miglio 27, poi miglio 35, ci dice che ha molto caldo ma lo vediamo bene: lui riparte per una bella salita e noi ci dirigiamo in stazione a prendere Ale che gli farà da pacer nelle prima parte. Raggiungiamo Amberley, io e Davide siamo svegli ormai da molte ore ed iniziamo a delirare: non riusciamo più a fare calcoli su orari passaggi di Luigi quindi non resta che aspettare, ci sediamo tutti e 3 sul ciglio della strada e iniziamo a dare soprannomi ai runners che abbiamo già visto passare più e più volte nelle aid station precedenti. Cerchiamo di ricordare quanto tempo prima di Luigi sono passati, e finalmente eccolo! In lontananza sbuca la t-shirt verde, è lui! Arriva da noi e si siede, è stanco e molto accaldato, e non riesce più a mangiare: Ale gli toglie lo zaino, Davide gli bagna la testa e gli porgo una mandorla salata. Riparte in salita camminando, ancora masticando la mandorla salata che credo finirà di deglutire al 50mo miglio, ma gli promettiamo che ci vedremo poco dopo e Ale potrà partire con lui. Ci dirigiamo rapidamente a Chantry Post, dove abbandoniamo letteralmente Ale al freddo e al vento in punta a una collina al miglio 51, ad attendere Luigi per proseguire con lui. Noi proseguiamo diretti verso Washington Village, miglio 54, qui potrà cambiarsi e riposarsi un po’. Chiedo la drop bag ai volontari, mi metto in un angolo e tiro fuori il necessario dalla borsa di Star Wars che ci ha meticolosamente preparato Luigi (dimenticavo: Darth Vader era il quarto della crew, ci ha fatto compagnia in ogni aid station).

Usciamo ed eccoli sbucare, Ale era preoccupato ma in poche miglia l’ha già tirato su alla grande: si siede, si cambia, mangia un po’ di pasta (gli avanzi li sbrana il coach, che si lamenta che un po’ di parmigiano ci sarebbe stato bene). Ripartono tutti e due super carichi.

Ho perso la cognizione del tempo, non so più da quante ora corra Luigi, ma ricordo che arriviamo al miglio 70, Clayton Windmills, al tramonto: cielo sui toni del rosso, colline, muretti in pietra e pecore, tante pecore! Cambio pacer per Luigi che riparte con Davide e compagno di viaggio nuovo per me che riparto con Ale. Cerchiamo un market aperto, ma inizia ad essere tardi e stanno tutti chiudendo, Ale guarda la mappa e vista la vicinanza dice “potremmo quasi cenare a Brighton”. Cambia subito idea dopo la mia partenza in contro mano… e si accontenta di un Tesco aperto fino a mezzanotte!

Miglio 84, inizia a fare freddo, speriamo di trovare un Pub aperto per un caffè ma niente, aspettiamo un po’ con Tim, che si sorseggia la sua lattina di birra, ed eccoli! Ci fiondiamo su Luigi per capire se ha bisogno di qualcosa ma lui vuole solo un WC. Domandiamo ai volontari ma è chiuso… Ci rimane così male che abbiamo appena il tempo di riempirgli le borracce e riparte. Dai, ci siamo quasi, miglio 89, li aspettiamo col nostro bicchierone di caffè che finalmente abbiamo trovato in un’area di servizio, sbucano dal sentiero e Luigi sta benissimo, è in up totale, corre come un pazzo.

Raggiungiamo Anna al campo di Eastbourne, e facciamo il tifo ai finisher, Ale si congratula con un runner, che invece di ringraziare lo guarda male: capiremo dopo che era appena sceso dal bus “del disonore”.

Le prime luci dell’alba illuminano la pista ed eccoli comparire, ultimo giro di campo ed è fatta! Abbraccia forte Anna, foto di famiglia sotto l’arco e via. Missione compiuta, sub 24.
Per l’organizzazione, che come ho detto sopra è davvero impeccabile: “il trail running è una cosa seria” (cit. Quello che dorme a fianco a me). Non voglio più vedere pirati ai ristori e Hawaaiani all’ arrivo: mi hanno rovinato tutto le foto!

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Pirates suck, senza offesa.

LUIGI: Per celebrare i miei dieci anni da runner avevo deciso di provare a fare un personal best su tutte le distanze classiche, da 5km a 50 miglia, ma per rendere l’anno ancora più interessante mi ero anche iscritto alla mia prima 100 miglia, la South Downs Way, organizzata dai mitici Centurion di cui ho corso tutte le 50 (svariate volte).

La 100 mi ha sempre affascinato e spaventato in egual misura. Ho fatto da pacer in tre occasioni ed ho visto con i miei occhi quale impegno mentale e fisico fosse necessario e non vedevo l’ora di cimentarmi sulla distanza anche io.

Il training serio è cominciato durante le vacanze di Natale 2017, dopo mesi a recuperare due ginocchia mal messe.

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Per sei mesi non ho pensato ad altro che al giorno della gara. Sono stato il più consistente possibile, ho quasi sempre corso 6 giorni alla settimana, ma al contrario degli anni passati, appena sentivo un qualsiasi problemino presentarsi ho sempre preferito saltare uno o due giorni.

Il lavoro e’ stato duro, dai primi blocchi incentrati sulla velocità agli ultimi con più lunghi. Coach Davide mi ha aiutato a dare più varietà alle mie uscite, normalmente tendevo a ripetere la stessa routine per 6 settimane. Invece questa volta avevo sempre un bel mix di cose da fare, alcuni allenamenti esotici che non avevo mai fatto e che a volte richiedevano parecchia concentrazione e uso della matematica, cosa difficile quando corri al mattino prestissimo ancora addormentato.

Avrei voluto fare piu’ lunghi, sopratutto back to back nei week end ma ho comunque fatto delle belle avventure sui sentieri con il mio training partner preferito Alessandro, inclusa un’uscita notturna proprio sulla South Downs Way, esperienza bellissima.

Sono quindi arrivato al giorno della gara mentalmente preparato ed avendo già fatto nel corso dei mesi gare più corte, che mi hanno dato sicurezza.

La cosa che poi mi dava più tranquillità era sapere che avevo una crew fenomenale: coach Davide, MC e il sopracitato Alessandro.

Il giorno prima della gara abbiamo pianificato bene dove incontrarci e cosa avrei messo nella drop bag e tutto il resto della logistica. La notte ho dormito due ore. Un po’ per la sveglia presto e un po’ perché addormentarsi era impossibile.

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Dawn on the Downs

Alla partenza cercavo di non far vedere quanto fossi teso. L’emozione era a mille, avevo pensato a questa giornata così tanto nei mesi precedenti. Mi sono fatto tanti di qui film mentali e immaginato infiniti scenari, da successi inaspettati a disastri epocali. Ma come siamo partiti ho dimenticato tutto: sono entrato in modalità gara, ovvero muoversi il più veloce possibile conservandomi al meglio. La mia strategia era correre con lo stesso effort della 100k fatta l’anno scorso e poi sperare che per gli ultimi 60k i miei pacers facessero il loro lavoro psicologico tirandomi.

Giornata bellissima, le South Downs spettacolari, viste mozzafiato, caldo terribile.

Avere la crew che ti incontra ogni due ore è uno stimolo che aiuta a tirare avanti e i primi 50km sono andati benissimo. Poi per il caldo, penso, il mio stomaco si è ribellato e non riuscivo più a mangiare nulla e sudavo, sudavo tanto.

Non ho mai pensato di rinunciare o ritirarmi ma in quel momento mi son detto che non ne avrei mai piu’ fatta un’altra di 100 miglia. Una volta basta, mi sono detto. Mi sento sempre cosi’ mal messo quando sono alla fine di una 50 miglia, ma quel giorno non ero neanche ad un terzo di gara!

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Non vedevo l’ora di raggiungere gli 80km e partire con il primo pacer, Alessandro.

A Washington, 54 miglia, mi sono fermato più a lungo, cambiato maglietta e calze e mangiato un piatto di pasta terribile, ma almeno qualcosa ho mandato giù. Di lì in poi solo liquidi e qualche biscotto.

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Washington pit-stop

Mi spiace per Alessandro ma i primi chilometri che abbiamo fatto insieme sono stati i più duri. Non riuscivo a mangiare e non avevo più forze, mi girava la testa o mi veniva da vomitare. Mi sono seduto un paio di volte per riprendermi.

Arrivati in cima a Devil’s Dyke con vista Brighton e il sole calante ho avuto un momento di euforia. Pensavo fossimo molto più lontani e ritrovarmi li mi ha dato la carica. In discesa siamo andati come missili fino alla aid station di Saddlescombe (66.6 miglia) dove Alessandro mi ha fatto mangiare di tutto, dal rice pudding dolcissimo a patate bollite immerse nel sale grosso (più sale che patate). Tutto sto cibo mi ha dato una botta allo stomaco che mi ha piegato in due, ma una volta assestato stavo davvero meglio ed abbiamo corso felici e contenti come fossimo appena partiti, più o meno.

Arrivati a 70 miglia Alessandro e Davide si sono dati il cambio e il coach da qui in poi mi ha trainato fino alla fine. Se rallentavo lui se ne andava per cui ero costretto a stargli dietro (o per lo meno quella era la mia impressione). E’ calata la sera e tra una chiacchierata e l’altra siamo arrivati a Housedean Farms (76.6 miglia) dove abbiamo acceso le headlamps e iniziato salite infinite.

Il resto della crew ci ha incontrato al miglio 84 dove speravo l’aid station avesse un bagno, ma siccome era chiuso ce ne siamo andati subito, un biscottino e via.

Ero intento almeno a stare sotto le 23 ore visto che il piano da 22 ore stava sfumando, ma quel tratto fino alla aid station successiva e’quello che odio di più, sia di giorno che di notte: non finisce mai e con 85 miglia nelle gambe e al buio, ti sembra davvero di non fare progressi.

Le gambe andavano bene, riuscivo a correre ancora lento ma andavo e questo mi ha reso felice. I mesi e mesi di allenamenti, le sveglie presto, i sacrifici, di colpo avevano un senso: riuscire a correre ancora dopo cosi’ tante ore e’ una sensazione bellissima. Peccato per lo stomaco ed un singhiozzo assassino che non se ne voleva andare.

Non era ancora ora di piangere di felicita’, mancavano poco meno di 10 miglia alla fine e quelle sono state eterne. Abbiamo anche saltato l’ultima aid station, ma il tempo sembrava infinito. Le salite le camminavo ma non mi sembrava di fare progressi, era come cercare di salire una scalinata rimettendo i piedi sempre sullo stesso scalino. La testa stava perdendo i colpi.

Arrivati in cima all’ultima collina da cui si vede sul fondo Eastbourne e l’arrivo sapevo che era fatta. Stava arrivando l’alba ed ho trovato energie non so dove: abbiamo corso giù per l’ultima discesa ad una velocità che mi sembrava assurda (ma non lo era). Ultimi km su strada ed ecco il campo sportivo, la crew ed Anna ad aspettarmi. Ho fatto il giro del track trattenendo le lacrime, mai stato cosi’ felice e stanco. Che emozioni, ci ho messo poi giorni a ri-catalogare tutte le sensazioni provate in quella giornata. Lunga, lunghissima, ma tutto mi e’ sembrato raggiungibile a quel punto, tagliando il traguardo.

22 ore e 25 minuti, l’obbiettivo principale di stare sotto le 24 ore ampiamente realizzato. Come sempre finita una gara ripenso a tutti gli errori e le piccole o grandi cose che potrei cambiare e finire piu’ in fretta, sono fatto cosi’.

Al di la’ dei tempi, del caldo, sudore, conati, storte, unghie nere e mucche sul sentiero, la cosa che ricorderò di più e che mi farà sempre commuovere, sara’ il supporto che ho avuto dagli amici, venuti dall’Italia apposta per stare svegli ore e ore e aspettarmi in posti insensati in mezzo alla campagna inglese. Con Davide, in quasi 30 anni che ci conosciamo, di cose ne abbiamo fatte parecchie insieme, ma questa giornata e’stata speciale, condividerla con lui le ha dato un significato in più.

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The motley crew

In macchina verso il ritorno, mentre Anna guidava, io e Alessandro in coma abbiamo iniziato e progettare quale 100 miglia fare il prossimo anno, perché ovviamente avevo già cambiato idea.

100 miglia sono una bella distanza, va provata almeno una volta. O due, o tre…

ALESSANDRO: Da quando ho iniziato a correre ho sempre avuto il desiderio di vivere l’esperienza della gara come pacer e fare assistenza, per provare dall’esterno come altri affrontano gli alti ed i bassi che si incontrano in gara, dove momenti di entusiasmo e carica si alternano a fasi di stanchezza e difficoltà nel continuare a muovere un piede dopo l’altro. Finalmente l’occasione è arrivata: non appena Luigi, un altro matto con cui ho passato ore e macinato km per mesi e mesi (e quanti ancora ne faremo) tutte le domeniche lungo la NDW e dintorni durante la sua prima 100miglia, mi ha accennato della possibilità di affiancare Davide e MC come assistenza durante la SDW100, ho colto subito la palla al balzo. Quale occasione migliore?

All’inizio mi sentivo un po’ spaesato, non sapevo bene cosa fare: yes ok correre, ma a che velocità? Cercare di spingerlo o solo stare al suo passo? Parlare per distrarlo dai dolori vari che stava provando o stare zitto per non fargli sprecare energie? Una volta partiti, con ancora 50 miglia da fare, tutti questi dubbi e domande sono evaporate in un secondo, tutto è andato come fosse un’altra normale domenica di allenamento passata in giro per Box Hill, abbiamo chiacchierato e intavolato le prossime gare a cui iscriverci (una su tutte la Western hahahahaha), abbiamo spinto quando possibile e rallentato quando ne aveva bisogno, mai camminato perché sapevamo che “il coach ci stava guardando”; taking our time ad ogni ristoro dove ho cercato di fargli mangiare kg di patate strasalate e rice pudding mentre gli riempivo le borracce.

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Camminare in salita? Ancora ok in determinate circostanze. Fermarsi per fare una foto? Hell, no!

È stato ancora più chiaro durante quelle 4/5 ore cosa si attraversa durante gare del genere, momenti in cui sei a pezzi e maledici il giorno in cui hai deciso di iniziare a correre o almeno provarci, a momenti in cui ti senti un dio e ti sembra di volare e già pensi a quando taglierai il traguardo, al prossimo challenge, o che appena torni a casa ti iscrivi subito alla prossima gara. E come dimenticare la vista del ristoro all’orizzonte? Che gioia!

Una volta mollato Luigi a Davide, con ancora circa 30 miglia da fare, ho continuato con MC come assistenza, ed anche questa è un’esperienza che consiglierei a tutti di provare. So quanto aiuta psicologicamente incontrare lungo il percorso facce conosciute che con una parola ed una pacca di incoraggiamento ti ricaricano le pile e ti fanno ripartire come nuovo. Consiglio solo di farlo con qualcuno che sappia guidare la macchina andando nel giusto senso di marcia (vero MC? Hahaha).

DAVIDE: Potrei chiuderla lì dicendo che è stata una delle giornate di corsa più belle della mia vita, ma non direbbe granché. Allora provo a spiegare.
In primis, c’è un amicizia che è passata attraverso anni, nazioni, continenti, vacanze, pomeriggi sprecati, mattinate peggio ancora (visto che saremmo dovuti essere a scuola), concerti, corse, mail, messaggi, telefonate e training plan mostruosi da nove mesi messi giù giorno per giorno (nessuno ha ancora scritto che Luigi è maniacale?).
Poi c’è il dove: la South Downs Way è il mio luogo del cuore, con i suoi paesaggi verdi e l’aria sorniona, i paesini con i pub che ti chiamano dentro come un novello Ulisse e le fattorie che sbucano nel mezzo della campagna, l’erba tagliata ed i sentieri di terra battuta morbida. Ricordi di una giornata fantastica nel 2013, condivisa magicamente con l’amico Massi e tutta la crew. Gli amici di Centurion.

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Sirene 1 – Ulisse 0

E poi la distanza: dite quello che volete, cento miglia restano una pietra miliare. E’una distanza arbitraria, dite voi? Si, vero, ma anche 42,195 è una distanza arbitraria. Idem 1,609 metri. Eppure si portano dietro la leggenda. E lo stesso le cento miglia: la gara dove vedi passare tutta una giornata come metafora della tua vita, come dice Ann Trason. Quella dove puoi (sportivamente) morire e risorgere. Svariate volte.

Con questi ingredienti, guardando indietro, sembra quasi obbligato che la giornata andasse come è andata. Ma per chi era lì (specie per Luigi, direi) non è stato così semplice.
Il merito va tutto a lui, che non ha sbagliato niente: è partito al ritmo giusto e lo ha semplicemente tenuto, rimanendo attento e reattivo a tutto quello che succedeva. Da manuale. E così invece di fare “good cop, bad cop” mi sono semplicemente goduto qualche ora sulla SDW come se andassimo a spasso: pure magic.
Il momento più bello? Quando abbiamo visto lo stadio di Eastbourne dal trigger point sopra la città: mi è venuto in mente lo stesso identico momento del 2013 ed Andrew al mio fianco nel mio ruolo. Ho capito cosa provava Luigi in quel momento ed il cinque che ci siamo scambiati lassù valeva più di diecimila parole, post, foto e tabelle.
E il fatto che avesse lo stesso maledetto singhiozzo di trent’anni fa, in qualche modo ha reso la cosa ancora più fantastica.

Come in uno degli LP che insieme abbiamo consumato: “We’ll go our way. We may have changed, but we’re still here and we came to play… It’s how we are”.

ANNA: Premessa: non corro e non sono un’appassionata di corsa. Pur essendo una persona sportiva – nuoto, ballo e vado in palestra almeno 4 volte alla settimana – non ho mai capito fino in fondo cosa spinga una persona a correre per ore e ore. Per di più su percorsi che prevedono salite e discese…

Quindi quando Luigi ha cominciato a correre in modo serio, fino ad annunciarmi che avrebbe fatto la 100m race, non ho dimostrato un grande entusiasmo. Mi preoccupava (e preoccupa tuttora) la possibilità di farsi male e di avere dei problemi post-gara.

Luigi si è allenato seriamente x questa gara (e tutte le precedenti), dimostrando una dedizione ammirevole.

La cosa più bella? Vederlo tagliare il traguardo alle 4 del mattino e ricevere il suo primo abbraccio.

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Speravo non mi dicesse “la prossima 100 mile race che farò sarà…”, ma quella è un’altra storia!

HRV4Training Pro – un nuovo strumento per coach ed atleta

In occasione dell’uscita della nuova piattaforma HRV4Training Pro, abbiamo chiesto all’amico Marco Altini di approfondire un po’il discorso sulla Heart Rate Variability e di spiegarci perché è un dato importante per il coach nella pianificazione ed il monitoraggio dei nostri atleti.
Perché abbiamo scelto HRV4Training tra i tanti partners disponibili? Semplice.
In primis perché, proprio come dovrebbe essere per il coaching, ha una base scientifica provata e dimostrata. Poi perché Marco ed Alessandra sono due runners. Proprio come noi.
Ma soprattutto perché è facile da usare, ci da un sacco di dati su cui lavorare ed è immediato. Un po’come l’articolo che segue: grazie Marco!

Abbiamo parlato di variabilità della frequenza cardiaca (o heart rate variability, HRV) in passato (vedi intervista con il Coach). In questo articolo vorrei evidenziare alcune delle funzionalità principali della nuova piattaforma HRV4Training Pro, per utenti avanzati ed allenatori, che abbiamo appena lanciato la scorsa settimana.

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Piccola intro per chi sente parlare di HRV per la prima volta, a cosa ci riferiamo, e perché ci interessa?
A livello fisiologico, il sistema nervoso autonomo controlla e regola la maggior parte dei processi all’interno del corpo umano, cosi come le risposte del nostro corpo alle varie forme di stress che incontriamo giorno dopo giorno. Come forme di stress, si intende davvero tutto, dagli allenamenti a quello che beviamo e mangiamo, allo stress psicologico, in pratica tutto ciò che il nostro corpo deve gestire per mantenere uno stato di equilibrio. Questi cambiamenti nel sistema nervoso autonomo agiscono sul nervo vago, il nervo principale del sistema parasimpatico, che quindi riflette come il corpo sta gestendo lo stress.

L’analisi della variabilità cardiaca è lo strumento non invasivo migliore a nostra disposizione per monitorare proprio l’attività del nervo vago, ovvero la risposta del corpo alle varie forme di stress. Per questo motivo è interessante misurare la variabilità cardiaca e vedere come cambiano le cose nel tempo, ad esempio il recupero necessario in risposta a fonti di stress importanti come gli allenamenti, cosi come tutte le altre fonti di stress che fanno parte della vita di tutti i giorni (lavoro, famiglia, viaggi, dieta, ecc.). Fonti di stress che hanno un effetto non trascurabile sulla nostra capacità di gestire stress aggiuntivo, come ad esempio gli allenamenti che abbiamo pianificato. In parole semplici, con l’HRV, possiamo analizzare in modo un po più oggettivo quello che è il livello di recupero e di forma del corpo, e fare aggiustamenti al nostro programma di allenamento per evitare di sovraccaricare il corpo in momenti non opportuni.
Come misuriamo la variabilità cardiaca?
Ad HRV4Training, il nostro obiettivo è quello di rendere la misurazione e analisi di dati di HRV semplice e accessibile per tutti. Per questo motivo, abbiamo sviluppato la prima (e unica) app validata scientificamente in grado di misurare usando la fotocamera del telefono, invece di sensori esterni. Negli ultimi 5 anni abbiamo portato HRV4Training su iPhone e Android, e pubblicato vari articoli in cui è stata dimostrata l’abilità di queste misure di riflettere l’effetto di allenamenti più intensi, e quindi del bisogno di più recupero (qui), cosi come la relazione tra carico di allenamento, HRV e rischi di infortunio (qui), e una serie di altri lavori per fornire al runner informazioni aggiuntive che possano aiutare a monitorare allenamento, recupero e condizione fisica (ad esempio la stima del VO2max e della soglia dell’acido lattico).

Con HRV4Training Pro, l’obiettivo è quello di aiutare utenti e allenatori a concentrarsi sugli aspetti più importanti di questi cambiamenti fisiologici, in modo da poter apportare modifiche solo quando necessario. Mentre il primo passo è quello di raccogliere dati, il che ci porta ad avere più consapevolezza sullo stato di recupero e stress del corpo, dobbiamo essere in grado di interpretare questi dati cosi che possiamo implementare cambiamenti, quando necessario. In particolare, vorrei evidenziare tre aspetti molto importanti che ci possono aiutare a raggiungere questo obiettivo, quali:

  • Analizzare sempre i dati in modo relativo rispetto ai nostri dati storici
  • Astrarre, concentrandosi su cambiamenti settimanali più che variazioni giornaliere
  • Analizzare più parametri contemporaneamente, e non affidarsi solo ad una variabile

Vediamo un pò più in dettaglio che cosa vogliamo dire con i tre punti sopra.

Analizzare sempre i dati in modo relativo rispetto ai nostri dati storici
I dati fisiologici vanno sempre confrontati con i nostri dati storici. Non ha molto senso confrontarci con altri, in quanto gli unici cambiamenti che ci interessano, sono quelli a livello individuale in risposta alle varie forme di stress. In HRV4Training Pro, abbiamo implementato una serie di visualizzazioni nuove, che cercano proprio di rendere più semplice questo confronto con i nostri dati storici. Nella nuova Dashboard ad esempio, possiamo scegliere fino a 6 parametri, sia dati fisiologici che relativi all’allenamento o semplicemente riportati soggettivamente dall’atleta (motivazione, qualità del sonno, ecc.), e vedere come questa combinazione di parametri è cambiata questa settimana rispetto al mese scorso. In questa visualizzazione interpretiamo sempre i cambiamenti utilizzando tutti i dati storici dell’utente, in modo da identificare più facilmente parametri per cui ci sono stati piccoli cambiamenti, e parametri dove ci sono stati cambiamenti più significativi.

Facciamo un esempio per chiarire un po le idee. Questi sono i miei dati dopo qualche giorno ammalato, possiamo vedere come la media settimanale dei miei dati fisiologici evidenzi classici andamenti ’negativi’ come un battito a riposo (HR) elevato, una variabilità (HRV) più bassa rispetto al mese precedente, ecc. In questo modo possiamo vedere facilmente come stanno andando le cose da vari punti di vista (c’è poco da vantarsi quando l’unico aspetto positivo è ‘poco indolenzimento muscolare’ durante una settimana che dovrebbe essere di carico):

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Astrarre, concentrandosi su cambiamenti settimanali più che variazioni giornaliere
Un altro aspetto molto importante, in parte già evidenziato nell’analisi precedente, è la capacità di analizzare variazioni non solo giornaliere (cosiddette acute, spesso in grado di riflettere bene sforzi estremamente intensi, una gara ad esempio), ma soprattutto variazioni a livello settimanale, sul medio lungo termine. Questo tipo di analisi ci può aiutare a capire meglio il livello di forma e come ci stiamo adattando ad un dato programma di allenamento. Questo tipo di analisi è importante sia a livello fisiologico che per altri modelli come quello dell’analisi del carico di allenamento, dove analizziamo freschezza e rischio di infortunio.Vediamo un altro esempio. A dicembre scorso ho avuto la fantastica idea di correre una maratona il giorno prima del trasloco da San Francisco ad Amsterdam. Un momento da ricordare con il classico entusiasmo pre-tracollo al 30esimo km:
 
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Nel grafico sotto possiamo vedere come un’HRV inizialmente in salita nella settimana prima della gara, probabilmente dovuta allo scarico pre gara, subisca un calo significativo, non tanto il giorno dopo la gara (evidenziato nel grafico), ma in modo consistente con valori bassi per vari giorni dopo la gara e il trasloco. La media settimanale si sposta al di sotto quelli che sono solitamente i miei valori normali, ad evidenziare come il corpo fosse sotto eccessivo stress per un periodo di tempo molto lungo. Questa visualizzazione dovrebbe rendere molto semplice identificare queste fasi in cui siamo al di fuori del range di valori ottimali che ci aspettiamo in base ai nostri dati storici.

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Un’altra analisi nella quale utilizziamo un principio simile, è l’analisi del carico di allenamento. In particolare, insieme alla classica analisi del carico di allenamento acuto e cronico, HRV4Training Pro analizza freschezza e rischio di infortunio come medie settimanali, e riporta anche il carico di allenamento acuto come percentuale di quello cronico, sempre riconducendoci al punto precedente sull’importanza di analizzare sempre i dati in modo relativo, rispetto ai nostri dati storici, in modo che il tutto sia contestualizzato nel modo migliore. In questo modo, possiamo vedere velocemente quanto stiamo caricando in una data settimana (carico acuto), in relazione a quello che siamo abituati a caricare nell’ultimo mese e mezzo (carico cronico):
 
carico di allenamento

Analizzare più parametri contemporaneamente, e non affidarsi solo ad una variabile
Un ultimo aspetto che vorrei evidenziare è relativo all’importanza di analizzare più parametri alla volta, e non affidarsi ad una sola variabile. L’HRV è sicuramente un parametro fondamentale, in grado di dirci molto sul livello di stress e la risposta del nostro corpo a tale stress, ma dobbiamo sempre tenere presente che ci sono aspetti dell’allenamento che non possono venire monitorati in questo modo, ad esempio l’indolenzimento muscolare. Per questo motivo abbiamo lavorato su visualizzazioni come quella della Dashboard mostrata in precedenza, dove parametri aggiuntivi possono venire integrati nella nostra analisi.

Anche a livello fisiologico, analizzare più parametri ci può aiutare ad identificare meglio come stiamo rispondendo ad una data fase di allenamento, ad esempio HRV4Training Pro fornisce un’analisi dove battito a riposo, HRV, e coefficiente di variazione dell’HRV (un parametro indicativo del livello di adattamento ad uno stimolo), vengono analizzati per fornire una stima della condizione fisica dell’atleta, come riportato nel grafico sottostante:
 
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Questa analisi va chiaramente sempre considerata nel contesto del nostro programma di allenamento, e ci può aiutare a capire come stiamo rispondendo a livello individuale, cosi che possiamo eventualmente apportare modifiche.
Spero di essere riuscito a dare un po l’idea di quali sono gli aspetti che abbiamo cercato di evidenziare maggiormente in HRV4Training Pro, e che la piattaforma sia utile a chiunque fosse interessato qui a Destination Unknown. Potete trovare una guida più dettagliata a questo link, e contattarmi in caso di dubbi o domande sul nostro lavoro.

“Seeking Alessandro”, ovvero le lunghe ore della Lavaredo Ultra Trail

Se pensi di leggere un resoconto di una gara di ultra running, dell’emozionante Ecstasy of Gold di Morricone, dell’incredibile alba alle tre cime di lavaredo e dell’arrivo trionfale in corso italia, puoi anche chiudere qui, perché io, la LUT non l’ho corsa.

Però, quando qualcuno mi domandava “dove sei l’ultimo week end di giugno?io rispondevo: “alla LUT”.

Il seguito della conversazione andava più o meno così:

– LUT che?

– dai la Lavaredo Ultra Trail, la gara di corsa.

– ah, ma la corri?

– no.

– e che vai a fare, ci lavori?

– no vado a fare assistenza a dei ragazzi che la corrono.

– ah.

 

“Seeking Alessandro”, ovvero le lunghe ore del Lavaredo Ultra Trail

Dopo aver fatto calcoli improbabili di arrivo degli atleti ad un determinato punto e quanto ci si metterà a raggiungerlo, montiamo in macchina, scendiamo e aspettiamo.

Il Coach guarda l’orologio: “mmm strano che Jimbrosini non sia insieme ai primi. Sarà mica partito con calma?

Il primo ristoro fila via veloce, tra schiamazzi, rapidi incontri e applausi. Stanno tutti bene. Qualcuno ci chiede “quanto sta avanti Alessandro?

Qualcun altro invece:

“ma gli altri dove sono?”

“sono passati di qui un quarto d’ora fa…”

 “dio caro che rabbiosi, sono partiti forte, vedranno…”

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Ale Locatelli parte alla caccia di Canetta

Al lago di misurina non si riesce a scendere dalla macchina da quanto fa freddo fuori. Colpi di sonno e paura di non beccare i ragazzi che cominciano ad arrivare ad intervalli più ampi.

Tommy “the geek” Bassa controlla gli orari di passaggio e menomale che sul sito viene fatto il calcolo di arrivo previsto perché vista l’ora tarda cominciamo a perdere ogni capacità di calcolo. Ci resta solo l’antica tecnica del calcolo a mano ma quelle è meglio lasciarle al caldo nelle tasche.

La notte comincia ad essere lunga e MC vede un sacco di Bette passare che poi in realtà si scoprono essere ragazzi esili e con una cadenza a 120 rpm. Senza esserci presi nessuna droga proviamo l’esperienza dell’allucinazione collettiva e tutti quanti vediamo un panda. Seduto. In macchina.

La scure del Dem comincia a mietere vittime. Torniamo – purtroppo – a Cortina in 5. Un Alessandro con noi. Il panda invece, resta lì.

A Col Gallina sarà una giornata lunga, ma vediamo passare tutti. Sono passati tanti chilometri da misurina (una 50ina più o meno, come dicevo non siamo più in grado di fare calcoli precisi) e non abbiamo idea di come stiano tutti. Ci arrivano informazioni frammentarie e racconti di terrore (esempio: ho visto la Betta, aveva gli occhi rossi grossi come due palle da tennis, secondo me si è ritirata).

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Angelo lungo il sentiero

Hayden Hawks arriva che il ristoro ancora non è pronto e noi ci stiamo stropicciando gli occhi. Passano le prime donne e il primo dei nostri ad arrivare subito dopo la Gallagher è Jimbrosini. È la prima volta che lo vediamo arrivare fresco e non sfatto, senza nessuna scritta in faccia. A Cimabanche si è addirittura cambiato. Sembra uno serio.

Stavolta invece che scommettere ripetute (cioè, ma chi, sano di mente, metterebbe in posta delle ripetute?) il Coach scommette birre sul suo tempo di arrivo. Dovrà poi pagarle.

Arrivano in molti. Svariati Alessandri (non me ne vogliate, vi conosco da troppo poco per ricordarmi i vostri dati anagrafici), qualche Andrea, Angelo, Marcello… insomma, arrivano tutti e il Coach li convince che mancano solo 20 chilometri (che poi risulteranno essere tipo 28) e un paio di strappi. Sappiamo tutti che la prossima salita è un palo nei denti ma non si può far niente di diverso dal mentire. Partono tutti convinti e rincuorati.

Nel frattempo MC ed io stiamo curando la nostra abbronzatura.

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Ecco cosa succedeva mentre noi eravamo a prendere il sole.

Manca la Betta. Non l’abbiamo vista bene e ci sono arrivate notizie che la situazione non è migliorata con il passare del tempo. Il Coach sta ripassando a mente il discorso che dovrà fare per farla continuare. MC ed io partiamo per andarle incontro ed ecco che arriva. Testa e piedi sono andati.

Il Coach le parla, le da una previsione di arrivo e lei prende e riparte. Questi ragazzi credono veramente a tutto ciò che dice il Coach. Sono matti.

Avevo detto che non avrei parlato di arrivi trionfali in piazza Di Bona e mantengo la parola. Ti basti sapere che alla fine, sono arrivati tutti.

Assistere ad una gara è un’esperienza che consiglierei di fare a chiunque. Su svariate ore di gara sono solo pochi minuti che si passano con chi corre, ma sono momenti di qualità. Basta un gesto semplice come un applauso o riempire le borracce per far sentire importante chi corre. In quel momento lui è il primo per te.

Certo, non potrai andare in giro per Cortina con lo smanicato da Finisher e tutti guardando la tua abbronzatura penseranno che sei stato sdraiato su un prato a prendere il sole, (che poi in parte è anche vero) ma basta un grazie sincero a ricordarti quanto sia importante, a volte, esserci.

Crewing it’s a serious thing

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La tipica abbronzatura che contraddistingue la DU crew

 

10 cose che vorresti sapere per la tua prossima LUT

  • Il Buff sta male a tutti. Se mai ci fosse stata una possibilità di inserzione/collaborazione con questo marchio ce la siamo giocata. Scusa Davide.
  • Gli split shorts stanno male a tutti, ed infatti non li indossava nessuno.
  • Il lago di misurina è un posto bellissimo per vedere l’alba. Invece che vederlo durante la Lut, ti consiglio di portarci una bella ragazza (o bel ragazzo) a scambiarvi dei limoni.
  • La moda del momento è la giacca “plaid”. Che MC ha scoperto non essere una parola solo piemontese.
  • A cortina tutti i bar aprono alle 7,30. I migliori alle 9.15.
  • Non incitare la Wolf, ti ucciderà con lo sguardo, poi supererà tutte e vincerà.
  • Per fare assistenza ricordati di portare: spazzolino, crema solare totale e soprattutto abbigliamento da spedizione in quota.
  • Se hai corso con un partner (morosa/o, amica/o, etc) e non vi siete parlati per gli ultimi 20 chilometri perché correvate insieme ai vostri mostri, ricordatevi di prenderlo per mano a qualche metro dell’arrivo.
  • Il Coach sa tutti i modi più fichi per incitare in inglese. Con accento della Squaw Valley. È inoltre bravissimo a mentire su km mancanti/percorsi e orari di arrivo previsti.
  • Se Avril lavigne avesse corso sarebbe stata Kelly Wolf.

Eva

 

 

Il sorriso che uccide: Elisabetta Luchese

Una prima metà di stagione intensa, dove la nostra Betta si è fatta conoscere e sentire in tutto il nordest. Ma aldilà dei risultati, ci piaceva farvi conoscere la Betta che c’è dietro ad un podio o un pettorale, e allora Paco ha provato a scavare un po’dietro a quel sorriso: ecco a voi Elisabetta Luchese, da Volpago del Montello.

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The smile that kills

Allora, cosa ti è rimasto nelle gambe di questa prima 100 km (100 E LODE) e cosa nella testa?
Sono rimaste un sacco di cose e ti assicuro che sono anche difficili da descrivere. È stata un’esperienza totalmente diversa  rispetto a quanto avevo vissuto fino al giorno prima nelle gare precedenti.
Quando ti raccontano di una distanza lunga paragonandola a un viaggio, raccontano il vero e la cosa che più mi ha sorpreso è che i giorni successivi alla 100 e lode sono stati tanto intensi quanto il viaggio stesso: le gambe erano da una parte, il cuore era carico di tutte le emozioni vissute e la mente invece andava per conto suo, come se fossi stata ancora in gara.

La mattina successiva alla 100 e lode mi ricordo che mi sono alzata dal letto e le gambe stavano bene, perfette, la testa invece era ubriaca di emozioni! Rientrare alla normalità, al mio quotidiano, fatto di lavoro e di domande continue da parte degli amici, naturalmente curiosi di questa esperienza, un po’ – sono sincera – mi disturbava, era come se io volessi essere ancora li, a correre in mezzo ai boschi.

Com’è stato sdoganare questa distanza? Ha un senso per te?
Sai, sono partita senza farmi tante domande, ero li perché avevo solo bisogno di capire cosa voleva dire correre la notte e l’impatto che questa cosa poteva avere su di me. Tanti amici mi ripetevano che stavo facendo una pazzia, io in realtà ero anche tranquilla perché cercavo solo delle risposte per affrontare con maggiore sicurezza la LUT, un punto di arrivo per me. Ho capito che correre la notte mi piace tanto e che affrontarla da sola comunque non mi spaventa. Ho trovato soprattutto una risposta a una domanda che non mi ero fatta prima di partire e cioè che la LUT non sarà un punto di arrivo come immaginavo. Questa corsa mi ha fatto capire che può essere solo l’inizio di tante cose perché le emozioni che ho provato in quei 100 e passa km, emozioni anche contrastanti tra di loro, sono qualcosa che vorrei poter riprovare ancora.

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Somewhere between heaven and hell

La 100 e lode è al momento il podio che più ti gratifica? Ne hai collezionati praticamente a ogni gara a cui corso se non erro. Era il quinto di fila?
La cosa che mi sento ripetere ogni volta è che al mio arrivo manifesto un’espressione di incredulità totale. Come posso non arrivare sorpresa all’arrivo, considerando che quest’avventura per me è partita a dicembre con Coach Davide, arrivando da un passato da maratoneta?
Ogni podio per me è stato una conquista, ma ti parlo di una conquista personale che va oltre al fatto di arrivare a una premiazione, perché quando sono partita con la preparazione di Coach Davide non sapevo onestamente quanto sarei durata!

Sei passata dal correre 42 km su strada al correre due maratone di fila e una mezza di seguito. Credi che questa cosa ti abbia cambiato sotto qualche punto di vista (fisico/mentale)?
Ho deciso di buttarmi in questo capitolo trail perché a un certo punto sentivo la necessità di un cambiamento, era una cosa che desideravo ad ogni costo e volevo iniziare qualcosa di nuovo senza avere nessuna garanzia di successo…probabilmente proprio questo ha reso da subito la cosa interessante.

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La Betta maratoneta

Hai iniziato già l’anno alla grande, allenandoti un sacco in inverno da sola col cattivo tempo. Cosa ti ricordi di quella stagione?
Ho preso contatto con Davide perché mi ero posta come obiettivo la LUT senza sapere esattamente a cosa sarei andata incontro, sono partita con l’idea che per un obiettivo come quello fosse necessario allenare fisico e testa. Per la parte fisica ho pensato che Davide fosse la persona più indicata, per la parte mentale sentivo che era un lavoro che doveva essere solo mio. La mia idea era che dovevo essere pronta a tutte le possibilità del caso di fronte ad una distanza lunga e cosi mi sono fatta mesi di preparazione da sola con pioggia (sempre), neve e freddo…io che sono sempre stata quella che “in inverno non si corre!”…l’idea che da dicembre nessun allenamento in tabella è stato saltato mi sorprende e allo stesso tempo mi fa sorridere.

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Winter Betta

È vero che non avevi mai corso la notte?
Te lo confermo, però la scelta di allenarmi da sola in inverno nel bosco non è stata casuale, nella mia testa quella poteva essere una condizione utile per poter poi correre di notte una distanza lunga..uno cerca di arrangiarsi come meglio riesce.

Ti piace gareggiare? Raccontaci un aneddoto di questa 100 e lode
Si mi piace, ma riesco comunque a prendere queste situazioni come se fossero un gioco, devo prima di tutto divertirmi altrimenti non lo farei. Aneddoti su quella gara ne avrei tantissimi…però forse quello che ti sto per raccontare ti fa capire un po’ come sono: ero a metà gara, mi si affianca un tipo e mi fa i complimenti per il mio passo. Sorrido, ringrazio e gli dico che però mancano ancora un sacco di km. Mi chiede da che esperienze arrivassi e mi fa una previsione di tempo con cui avrei secondo lui chiuso quella gara, la mia risposta è stata “E’ impossibile!”. Alla fine mi sono persa tre volte riuscendo però sempre a tornare sul percorso e la sua previsione era corretta…io pensavo sul serio fosse impossibile!
Un’altra grande lezione.

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In gita con quelli di quinta

Coach Grazielli dice che dopo ogni allenamento scrivi dei commenti. Come ti trovi a lavorare con lui?
Bene, proprio bene! Questa cosa che mi chiedi mi fa intendere che forse sono la sola a commentare le uscite che faccio! Ahahah!
Mi piace avere un rapporto che va oltre al fatto di avere un preparatore, preferisco vederlo prima di tutto come un amico.
Io penso che una tabella di allenamento non si crei solo sulla base di un dato, trovo che le sensazioni che uno prova siano molto importanti e se ti sai ascoltare quelle non mentono mai. Magari i miei commenti, oltre al fatto di fargli fare due risate, gli sono d’aiuto per capire qual è il modo migliore per farmi penare di più  in allenamento!

Qual è la cosa che più ti affascina della corsa?
La corsa riesce a farmi sentire libera ed è una sensazione bellissima, mi da quel coraggio necessario per cambiare le cose e per essere me stessa.
Mi diverte un sacco, ti sembrerà strano ma io la vivo cosi. Ogni volta più che ricordare la sofferenza e la fatica che ogni corsa comporta, ricordo prima di tutto il lato più bello.

Questa intervista si intitolerà “il sorriso che uccide”. Cosa vuoi dire a proposito?
Eh niente, mi esce solo un sorriso.

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Il Coach riesce incredibilmente a rovinare anche questa foto

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COACH SAYS

Ah la Betta. Mi è piaciuta dal primo momento che io e MC l’abbiamo vista: certe persone hanno la dote di metterti subito a tuo agio, saranno i modi gentili, sarà la risata, sarà la simpatia.

Anche se sapevo che era una buona atleta, mi sentivo subito quasi in timore di “chiederle” troppo. Poi ho capito che dietro un fisico minuto c’è una bestiolina da fatica, e piano piano ho provato a vedere quanto e come poterla tartassare. E lei, senza mai lamentarsi, metteva un mattoncino sopra l’altro, fino a costruire un bel muro solido. In primavera ha iniziato a fare qualche gara: dalla Betta distrutta dal fango di Aim, siamo passati alla Betta sorridente sul podio della Due Rocche o appena dietro alle grandi (e davanti a qualcun’altra) anche in maratona senza averla preparata, o ancora quella che si mangia in un boccone 100 km all’esordio. E’cresciuta, e tanto, ma non ha mai perso il sorriso, la voglia di divertirsi, l’umiltà di mettersi sempre in secondo piano e quel suo modo unico di prendersi in giro. Un giorno pubblicherò un libro con i suoi commenti post allenamento su Training Peaks, e sarà un successo planetario, poi litigheremo per le royalties e non ci parleremo più. Ma fino a quel momento sono contento di dire che la Betta non è solo una mia atleta: prima di tutto è una mia amica.

Cosa mi aspetto dalla Betta alla LUT? Che sia se stessa. E quindi che si diverta per 120 km e che all’arrivo abbia sempre il suo solito sorriso. Il tempo, la posizione, le classifiche passano… certe emozioni restano.

Lavaredo Ultra Trail – All you need, but nothing more.

Con la gara dietro l’angolo, il nostro Andrea Vagliengo ci dà qualche dritta su come fare lo zaino per la LUT. Vediamo cosa suggerisce.

La conosciamo tutti come LUT, ma basta scandirne per intero il nome per ricordarci di che bestia stiamo parlando: Lavaredo Ultra Trail, 120 km di pura passione dolomitica con 5800 metri di dislivello positivo. Ad affilare le vostre armi dovrebbe averci già pensato il Coach, ma non vorrete certo farvi trovare impreparati quando vi controlleranno il materiale obbligatorio, vero?
Facciamo un rapido ripasso, direttamente dal regolamento ufficiale:

– camelbag o portaborracce che contenga almeno un litro di liquidi
– telo di sopravvivenza
– fischietto
– telefono cellulare acceso ma con suoneria disattivata
– giacca impermeabile con cappuccio incorporato e realizzata con membrana tipo Goretex, minimo 10.000 Schmerber
– maglia a maniche lunghe
– pantaloni lunghi o che coprano almeno il ginocchio
– cappello o bandana
– guanti
– lampada frontale con pile di ricambio
– tazza, bicchiere o borraccia (nessun bicchiere ai ristori)

Sembra una lista bella corposa, ma se si sceglie con attenzione il materiale da utilizzare non è difficile far stare comodamente il tutto in uno zaino da cinque litri, tenendo anche un po’ di spazio per il cibo.

Come sempre, il trucco è portarci dietro tutto il necessario, ma nulla di più. La LUT è una gara veloce, estremamente corribile, sulla quale è più importante che mai partire leggeri, lasciando a casa tutto il superfluo. Il fatto che la gara si svolga a fine giugno e presenta un’altitudine media di 1800 metri di quota potrebbe indurci a pensare che maglia manica lunga e giacca in Gore-Tex siano superflue. Le Dolomiti però sono traditrici, i temporali estivi sono frequenti e molto intensi, inoltre dobbiamo contare di stare in giro almeno una notte, se non addirittura due.

Come ci vestiamo, quindi? Cominciamo a vedere come presentarci alla partenza:
DU Coaching T-shirt from the start, ovviamente: vestibilità ottimale, comoda e traspirante, vi assicurerà almeno un 5% di cattiveria in più rispetto alla concorrenza
Manicotti in tessuto sintetico: pratici per affrontare la notte e le prime ore del giorno
Shorts: fondamentale scegliere un modello con un buon set di tasche in vita, avere gel e sali sempre a portata di mano è il miglior sistema per assicurarsi di mangiare a sufficienza durante la gara

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Montane Fang Shorts

Zaino: c’è lo zampino di Scott Jurek, uno che di trail running qualcosa ne sa, dietro la mia best choice di quest’anno: Ultimate Direction Ultra Vest 4.0, sette litri di capienza, un sistema di regolazione del fit semplice ed efficace e il miglior sistema di trasporto dei bastoncini provato quest’anno


Lampada frontale direttamente in testa: ad oggi, la Petzl Nao rimane il mio modello di riferimento ma, se non andate d’accordo col reactive lighting di Petzl, vi consiglio la Myo, lampada con la quale Coach Grazielli ha portato a termine con successo la sua LUT nel 2015. Ottime alternative, la Storm e la Icon di Black Diamond.
Guanti leggeri a portata di mano, se patite il freddo alle mani: minimo ingombro, massimo risultato.

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Montane VIA Trail Gloves

Nello zaino, invece, mettiamo quello che speriamo di non dover utilizzare affatto ma che completa la dotazione.

Giacca impermeabile: uno dei modelli più interessanti visti quest’anno è la Montane Minimus Stretch Ultra, leggera e protettiva con una vestibilità particolarmente curata, in soli 192 grammi.
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Pantaloni impermeabili, ovvero come prendere due piccioni con una fava: ottimi in caso di pioggia forte, vento e freddo intenso, sono anche un ottimo sistema per avere un pantalone che rispetti i requisiti del regolamento con il minor peso e volume possibile. Montane Minimus Pants, 145 grammi, protezione efficace e gestione degli spazi ottimale
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Maglia manica lunga: Montane Primino, una combinazione ideale di fibre naturali e sintetiche, per avere il calore che vi serve senza rinunciare alla comodità di un capo sintetico: da 140 gr se il meteo promette bene, da 220 gr se le condizioni si fanno “toste”


Cellulare
Telo termico

Se poi vi piace viaggiare tranquilli:

Cosciali e calze compressivi: se siete amanti del genere potete abbinare ai Fang un cosciale e un gambaletto Compressport, su una gara così lunga e così corribile ogni supporto è utile, inoltre prevenire gli sfregamenti rimane in cima alla lista delle nostre priorità.


Bastoncini: Abbiamo da portare a casa 5 salite, la più lunga delle quali di 900 metri abbondanti di dislivello, con una serie di ulteriori saliscendi proprio nella parte finale tra il Col Gallina e il Rifugio Croda da Lago. Un buon paio di bastoncini pieghevoli a lunghezza fissa possono rivelarsi un aiuto prezioso: Masters Trecime Fix, un modello leggero e funzionale, col grande valore aggiunto di essere perfettamente compatibile con lo l’UD Ultra Vest 4.0 e il suo sistema di trasporto. Durante le salite, potranno darvi quella spinta in più di cui avrete bisogno.


Per concludere, la scelta più importante di tutte: le scarpe. Da un punto di vista tecnico, il tracciato della LUT non presenta particolari difficoltà, ma non va nemmeno sottovalutato: il terreno dolomitico non perdona, vi aspettano 120 km di pietre, senza soluzioni di continuità. Anche nei tratti più corribili, le piante dei vostri piedi verranno sollecitate in continuazione, per cui è quanto mai importante scegliere un modello protettivo, con un’ammortizzazione sufficiente e un buon rockplate.

Qualche proposta? Beh, se vi piace viaggiare veloci e mettete al primo posto l’agilità sui sentieri, Scarpa Spin RS è il modello che fa per voi. Veloce, profilo agile e contenuto, una bella ammortizzazione e una suola Vibram Litebase che è un piccolo capolavoro.
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Se volete qualcosa di più in fatto di protezione e ammortizzazione, la Scarpa Neutron 2 è uno dei modelli più riusciti di quest’anno, perfetta per correre in montagna anche nelle condizioni più difficili.
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Infine, un consiglio non strettamente tecnico: scegliete un oggetto che per voi ha un significato importante, che vi ricordi il lungo processo che vi ha portato sulla start line di Cortina, e portatelo con voi. Che si tratti di una maglietta finisher di cui siete particolarmente fieri o del trucker DU che fa tanto Western States, riservate qualche decina di grammi per un oggetto che vi ricordi perché siete lì e che vi aiuti a tirare fuori tutta la vostra cattiveria agonistica, alla LUT non si scherza e si viaggia forte.

Noi ci saremo: e voi?

 

Sulle orme del brigante Passatore. Storia di due corridori, tante facce amiche ed un ciclista impedito: la perfetta famiglia disfunzionale.

Il Passatore è ingombrante.

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Fisicamente, perché per muovere la sua statua ci vuole un pick-up. E poi, con 3000 partenti, occupa il centro di Firenze e poi le strade fino a Faenza per venti ore e passa. Ma ancora di più, forse, dal punto di vista metaforico.

Perché è comunque un mito con cui prima o poi vieni a contatto, se mastichi qualcosa di corsa e distanze. Una 100 km strana, ma forse più un viaggio affascinante che si insinua nella mente di tanti. Ed è anche il motivo per cui intriga il maratoneta affermato come l’ultratrailer incallito: ha dalla sua la storia, l’atmosfera e un organizzazione esemplare.

Non immune a questo fascino, ero curioso di capire qualcosa di più di questa gara, e l’opportunità di seguire fisicamente Rob e vedere Sara affrontare i 100 km tra Firenze e Faenza, mi hanno dato l’occasione di farlo nel modo forse migliore per vedere da vicino cosa significa Passatore senza appuntarsi un pettorale.

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Con un curioso signore che millantava di essere stato un atleta, tanti anni fa… Maestro Darta.

E me ne torno a casa con un’esperienza unica, di cui ho in testa 100 immagini (virtuali, perché fisicamente ero troppo impegnato a cercare di stare dietro a Rob con le mie limitate capacità ciclistiche…) che racchiudono un po’di quella magia che strega i 3.000 di Piazza del Duomo. Nel mio album virtuale, ci sarebbero da taggare tante persone, forse troppe per elencarle tutte, anche perché i nomi di quelli che alle 10 di sera erano seduti a tavola in giardino per incitare i corridori del Passatore non li so. Ma sappiate che avete reso la mia giornata unica: ancora una volta, più dei km, più dei tempi, più delle classifiche, torno a casa da una gara con volti e persone in mente.

Passatore
C’era un brianzolo di corsa, un fiorentino in bici ed un genovese che mangiava…

 

Anche perché la fatica vera l’hanno fatta i runners, e quindi è meglio che del Passatore parlino loro.

Rob Isolda

Rob
Nonfacaldononfacaldononfacaldononfacaldononfacaldo…

La prima gara non mia.

Questa cavalcata on the road è un gesto atletico condiviso fatto di grandi risate, lunghi silenzi e zampettii regolari lungo le dolci colline tosco-emiliane.

Non c’è da sputar sangue come i sentieri che piacciono a noi, anzi, l’approccio easy finto scanzonato è la risultante di mesi di floating e interval training che il coach mi ha diluito in maniera sapiente.

E tutto scorre con naturalezza.

Le crisi ci sono, chiaro, le si affronta con un ghigno quasi sadico, niente ci può fermare perché siamo una famiglia e tutti i sogni e le aspirazioni sono un passo dopo la linea d’arrivo.

Ho dato tutto, le ultime forze le uso per stringere il coach nell’abbraccio che riassume la gratitudine di avermi accompagnato in questa gara popolar populista dal fascino antico.

L’asfalto scotta ma la DU family brucia di più.

Have Fun
Ultrarunning is about having fun. Specie quando corrono gli altri.

Sara Anselmo

Dal “mio” Passatore 2018 non sapevo proprio cosa aspettarmi. Un cambio di lavoro improvviso, un pendolarismo quotidiano, una stanchezza infinita mi avevano fatto vacillare: non pensavo neanche di presentarmi. Poi complice la mia testa dura, il sostegno degli amici, la serenità del coach a Faenza sono arrivata con stupore e una grande soddisfazione. E me lo sono goduto tutto questo viaggio, come un regalo prezioso e inaspettato! Non pensavo sarei arrivata alla fine!

Sara
Prima…

Il fatto di essere una lumachina mi dà la possibilità in gara di concentrarmi anche su aspetti diversi dal cronometro e dalla prestazione. Se penso ai 100 km conclusi ho ricordi sicuramente di fatica e soprattutto di un caldo allucinante, ma anche di sorrisi, di chiacchiere, di vecchiette sulle sedie a fare il tifo, di bambini che spuntano in ogni paese come folletti, di lucciole, di rane.

 

Ho affrontato da sola i primi 30 km fino a Borgo San Lorenzo, forse la parte che mi è piaciuta di più del percorso paesaggisticamente parlando, ho condiviso circa 50 km, su e giù  dalla Colla, con una amica Enrica con cui avevo fatto tutti i lunghi torinesi, ho voluto concludere l’ultimo pezzo da sola per prendermi la rivincita sull’edizione precedente in cui per colpa dello stomaco dolorante avevo camminato. Gli ultimi 3 km li ho fatti in mistica concentrazione e in accelerazione con l’idea fissa della famiglia all’arrivo e di una birra ghiacciata (che poi mi ha tradita ma questa è un’altra storia).

Arrivo
… dopo!

L’abbraccio meraviglioso con Enrica arrivata poco dopo di me è stato il coronamento di questo bellissimo viaggio. Ora sono su una nuvoletta di endorfina ma pronta a scendere per la prossima corsa …

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COACH SAYS

Non è facile preparare una 100 km. E lo è ancora meno preparare il Passatore, che per altimetria e terreno è molto atipica. Forse è il punto d’incontro perfetto tra l’approccio scientifico della maratona e quello più multilaterale degli ultratrail, ed è stato emozionante mettersi alla prova con Rob e Sara per arrivarci pronti.

Rob ha deciso di fare il Passatore dopo l’ottimo quarto posto di Seregno un mese prima. A Seregno eravamo arrivati lavorando su un target ben delineato, quindi cercando di rendere un’andatura ben precisa sostenibile con allenamenti mirati a riuscire a smaltire lattato in una soglia abbastanza alta. Non avevamo rinunciato a lavori in soglia anche in prossimità della gara, convinti che avrebbe pagato un po’di brio in una gara così serrata. E così è stato, 7:15:02.

Per il Passatore invece abbiamo provato a cercare di condizionare il pacing con lavori di taglio più grande, alzando il chilometraggio ed abbassando un po’l’intensità, anche perché non è facile riassorbire una cento chilometri fatta ai suoi ritmi. Motivo per cui abbiamo fatto un tapering netto e abbastanza lungo.

E’andata bene perché Rob ha dimostrato una saggezza non comune nella gestione della gara. Ha stretto i denti nel caldo atroce iniziale, restando appena dietro al gruppo di testa, e poi dalla salita della Colla ha tenuto il ritmo trovando il suo flow, specie nelle lunghe discese. E’riuscito bene o male a mangiare con continuità, si è tenuto fresco e bagnato nel limite del possibile e non ha mai mollato con la testa, neanche quando dopo il 65mo chilometro abbiamo viaggiato sempre da soli. Non era facile tenere alta l’attenzione, ma lo ha fatto con una naturalezza incredibile. Al 95mo ci ha raggiunto il bravo Marco Lombardi con un passo feroce: io ho temuto, ma Rob si è attaccato dietro senza dire niente, e una volta alla periferia di Faenza ha messo giù quello che manco io credevo avesse più, staccandolo. Un bel segnale alla fine di una gara così. Habemus centista. Ottavo in 7:58:43. Se ci fossimo attaccati al treno Ferrari-Gurioli-Sustic… chissà, forse avremmo tirato fuori ancora qualcosa. Ma sono solo supposizioni del post, perché ha fatto una gran gara e basta.

Per Sara, l’essenziale era ridarle la voglia di correre col sorriso. Perché per motivi lavorativi, sapeva che non avrebbe avuto molto tempo da dedicare alla corsa, ma voleva essere di nuovo al via del Passatore. Non ci è voluto molto, onestamente. Perché messa “alle corde” con un programma sprint per ritrovare motivazione e passo, si è subito calata nella parte, e con l’aiuto della famiglia, ha trovato spazi e tempo per infilare anche cinque o sei lunghi, che assieme ad una session settimanale di speedwork, ed una bella uscita di recupero, l’hanno portata al via felice, contenta ed in forma (anche se un po’preoccupata per un ginocchio dolorante). E’andata che ha gestito benissimo caldo, ritmo, emozioni ed ha fatto la gara perfetta, con l’aiuto dell’amica Enrica per un bel tratto e chiudendo alla grande da sola, 12:39:52 e venti minuti limati allo scorso anno con condizioni davvero dure. Una bella pietra sul credo che per fare bene un’ultra serve solo macinare dei gran chilometri. Vederla sorridente e felice all’arrivo, con marito, figli e cane venuti a supportarla, è stato bello. Ma dentro di me sapevo che avrebbe tagliato quel traguardo, e bene. Ora deve solo imparare che prima di bere una birra dopo 13 ore di corsa bisogna prima mandare giù qualcosa…

Sara_arrivo

Una parola anche sulla mia prestazione: al debutto oltre i 20 km in bici, posso dire di essermi mosso bene, peccato che la mia fuga sulla Colla sia stata neutralizzata da Stefano e Fede. Essenziale è stato il supporto ed il crewing di Rob, sempre presente quando iniziavo a dare i primi segni di follia da sellino. Godetevi le foto che non mi rivedrete mai più in bici.

The couple