CUFFIETTE E VIABENE – seconda puntata

Torniamo con le nostre playlist, e anche questa volta c’è del buon materiale per far passare quel 4 X 10 in cui solitamente si aprono delle porte spazio temporali.

A fare compagnia a Coach Grazielli, che squarcia un velo sul suo misterioso passato di punk, c’è Luca Mich: DJ, basket player sia nelle palestre che nei campi di cemento di mezza Italia e uno dei maggiori conoscitori della musica Rap, Black e Hip Hop che conosciamo, spesso penna per webzine e siti di settore. Chi meglio di lui poteva introdurci al mondo dell’Hip Hop? Buon ascolto.

E comunque, quei 10 minuti d’inferno, non diventeranno mai più brevi. 
#coachknows #coachwantsyoutosuffer

Luca Mich –  HIP HOP

Una volta si chiamavano mixtape e richiedevano ore di lavoro, ora bastano un paio di click su spotify e la compila è bella che fatta.
La differenza però la fanno ancora la successione dei pezzi, la qualità degli stessi e il criterio con cui vengono messi uno dopo l’altro. 
La pretesa di avere una compila ragionata sull’hiphop old school (diciamo più anni 90 – inizio 2000 che è poi il periodo più interessante per il movimento hiphop e con esso la sua musica) è sempre alta, tuttavia abbiamo cercato di ragionarla su ritmiche perfette per tenere il ritmo in corsa, il battito, il pace che è tanta caro al rap così come alla corsa chiaramente.

Si parte sulla costa ovest con i Pharcyde ed il loro classico Runnin’ appunto, prodotto dall’immortale producer di Detroit J Dilla che ricomparirà in altri brani. Via quindi con i Blackstreet ed il loro unico pezzo degno di nota (No Diggity ovvio), non a caso produce Dr. Dre, e sempre a Los Angeles siamo. Doon’it di Common e You can’t ride but you can run, esortano poi a correre senza pensarci troppo su, just do it dicono Common e i Dilated Peoples tra Chicago e Los Angeles ancora. Tocca quindi ai due parolieri per eccellenza della storia del rap, Busta Rhymes prima e Pharahoahe Monch dopo (fuori dal rap lui sarebbe pure balbuziente, prova che il ritmo può fare la differenza in più campi), alzare il ritmo e di conseguenza i BPM.


Pharahoahe Monch

E prima del rientro del rapper-attore Common con la sua The Light, pezzo tra i più significativi della storia dell’hiphop di matrice soul/jazz (produce sempre J Dilla) ci pensano gli Outkast, il duo di Atlanta, con la loro folle B.O.B. (che sta per Bombe su Bagdad) ad accellerare alla follia i battiti.
Still Dre, Da Joint e Rap Superstar sono dei grandi classici che non hanno grande bisogno di introduzione e comparirebbero nelle playlist rap all time di chiunque, mentre  He Got Game, pezzo che racconta la corsa al successo del protagonista dell’omonimo film di Spike Lee nel film di basket più significativo ogni epoca, e E=MC2, sono due classici alternativi, per cultori.

Outkast

Da Full Clip a California Love vanno poi in scena delle mine dell’hiphop old school che raccontano la storia di Tupac il maestro figlio delle black panther, la poetica newyorkese dei Gangstarr, la new york più stradaiola di Biggie Small e di Methodman & Redman: pezzi che usciti bene o male tutti tra il 94 ed il 98, hanno ridefinito suono ed estetica black per sempre.
Portano un po’ di funk quindi i Geto Boys, Lauryn Hill e soprattutto i Jurassic 5, gruppo della Bay Area degno erede del funkettonissimmo George Clinton e what if per eccellenza del mondo G-Funk alla Snoop Dogg.

WuTang Clan

Tra The Heist del duo Dilla + Madlib e Cream del WuTag Clan troviamo poi un excursus tra i beat più storti ed allo stesso tempo marci della sponda est, con un interludio di Eminem e Dr Dre con il loro Forgot About Dre, pezzo che nel ’98 fece conoscere al mondo main stream il talento del rapper bianco di Detroit prima del lancio del suo primo album ufficiale Shady LP. 
Nas con World is Yours e Biggie con Juicy ci ricordano poi tra chi fosse la vera battaglia per il miglior flow di new-york nei primi anni 90, prima della scomparsa di Notorious.

Rakim

Il pezzo di Rakim Guess who’s back è li però a testimoniare come anche l’autore del seminale The 18th letter, nonostante non abbia mai raggiunto la notorietà del grande pubblico, potesse dire la sua con i migliori in fatto di flow ed interpretazione. Da Bed Stuy Brooklyn arriva poi il più matto, talentuoso e sfortunato dei rapper della Mela, Ol’Dirty Bastard che con Shimmy Shimmy Ya (pezzo purtroppo alla mercé dei peggiori dj del pianeta che ne hanno fatto un pezzo pop dance) ha fatto ballare generazione di clubbers. CREAM e Wu Tang Clan ain’t nothing to fuck with portano poi il crack nelle strade e la dopamina alle stelle.

Mobb Dep

Mentre i Mobb Deep suonano uno dei pezzi classici delle jam hiphop di tutto il globo, Shook Ones, pezzo che ha avuto una seconda vita anche dopo il 2003 grazie alla comparsata come base portante delle battles di freestyles nel film 8Mile. E proprio Eminem, attore in quel film, è autore di uno dei pezzi da allenamento per eccellenza: ‘Till I Collapse, fino alla fine, fino a che tutto cade. Chiude il pezzo più underground di tutti, prodotto dal producer per eccellenza di Brooklyn, EL-P, A b-boy Alpha del duo Cannibal OX, tra le meteore più importanti della storia della musica black, tra i pezzi più seminali, sincopati e asincroni della storia del rap. Ce n’è per tutti i gusti, basta iniziare a correre. Keep running, keep it real.

Coach Grazielli – OLD SCHOOL HARDCORE

Con il ritorno degli anni ’80 imposto dal fashion biz, sembra che allora tutto fosse magnifico, scintillante e creativo. Beh, siccome io ci ho fatto l’adolescenza negli anni ’80, vi posso dire che non era assolutamente così: dopo la decade dei grandi sogni e ideali, e quella in cui gli ideali si erano scontrati con violenza contro un muro, gli anni ’80 hanno sdoganato tutto quanto di più becero, individualista, edonistico ci fosse.

La cultura mainstream faceva assolutamente schifo, e se anche solo avevi una linea di pensiero minimamente non conforme, eri un disadattato. Pur non avendo mai avuto un animo ribelle, non me n’è mai fregato niente della musica di plastica che proponeva Discoring o le orribili prime radio commerciali. Quando finalmente, tramite lo skate, ho scoperto che c’era gente più o meno come me che faceva musica veloce, aggressiva, con dei testi sensati, ci sono rimasto attaccato.

Sono stati anni fantastici, in Italia la scena hardcore era una comunità unita, ci si conosceva praticamente tutti: si girava per i pochi concerti, ci si scriveva via lettera, compravamo i dischi spedendo i soldi in busta e si viveva per la “scena”. Senza troppi problemi.

Un tipico fine settimana early nineties… GB a Bologna.

Prendevamo in giro i metallari e i fricchettoni, non sopportavamo i discotecari, la musica pop italiana era vista come uno dei grandi mali della nazione e tendenzialmente venivamo emarginati anche perché la gente non sapeva/capiva cosa volevamo, ma siccome in fondo eravamo tutti bravi ragazzi, non davamo neanche troppo fastidio.

Nell’arco di trent’anni, ho imparato ad apprezzare tanti altri generi musicali: il metal continua a farmi schifo e i metallari (sorry guys) continuano a vincere il premio delle persone peggio vestite al mondo, ma tutto quello che è ’60-’70 mi si è finalmente rivelato (continuo ad odiare i fricchettoni). La musica elettronica è diventata una costante della mia colonna musicale, ho solo imparato ad andare a “cercare” quella giusta. Ho smesso di combattere contro la musica jamaicana e a forza di ascoltarla continuamente alle feste (Genova è sempre stata un fulcro della scena ska/rocksteady/reggae) me la sono anche fatta piacere. Ho persino scovato delle cose geniali nel pop italiano. Il jazz, quello lo ascoltavo già di nascosto negli anni giovanili.

Ma alla fine, se salite sulla mia macchina (che non ho più) troverete sempre gli stessi CD di 30 anni fa: quella è stata la mia colonna sonora crescendo, e a grandi linee è la stessa di adesso. Qui trovate una breve selezione essenziale di cosa gira giorno dopo giorno nelle mie orecchie.

P.S. Quei maledetti pantaloni a vita alta che stavano male a tutti negli anni ’80… continuano a stare male a tutti nel 2018. Volete davvero tornare a vestirvi così?

Il viaggio inizia con i più grandi di sempre. Da Washington DC, sono i Bad Brains con l’inno Banned in DC: tutto quello che avete mai chiesto ad una canzone hardcore, e la playlist potrebbe fermarsi qui.
Altra band che ha influenzato generazioni di hardcorers, ancora Washington DC, sono i Minor Threat di Ian MacKaye. Controcorrente, sempre, come la pecora nera della copertina di Out of Step da cui viene Betray.
I Void avevano invece una visione già molto più oscura, intimista: li metto perché è un pezzo micidiale e anche perché piace pure a Paco.
Dei tanti gruppi di Washington, io ho sempre avuto un debole per i Dag Nasty, qui nella versione migliore con Dave Smalley (che ritroveremo anche più sotto) alla voce. Melodia senza togliere nulla alla potenza e immediatezza di un pezzo unico ed un album fantastico.

Bad Brains

Nel frattempo in California c’era la scena punk che sfoggiava gruppi storici: i Black Flag meriterebbero una playlist a parte, ma qui sono al meglio con Rollins alla voce e l’attacco di Rise Above che apre su due minuti di pura tortura. Più melodici ma graffianti gli Adolescents, altra band leggendaria.

Se ascoltavi HC nel periodo 88-92, sai che il fulcro della rinascita del movimento HC è stato uno solo: New York. CBGB’s, Ritz, Bowery… a noi dall’altra parte dell’oceano non restava che sognare le gesta dei vari John Joseph, Ray Cappo o Civ. Apro con l’inno assoluto alla malvagità, Malfunction dei Cro-Mags è una delle canzoni più cattive e disperate che abbia mai girato sul mio piatto.

Cro Mags

Ma è con gli Youth of Today che il malessere giovanile trova uno sbocco positivo e la volontà di costruire un nuovo mondo: Disengage è uno dei pezzi più tardi e mostra già la direzione che poi prenderanno alcuni membri che si avvicineranno al movimento Hare Krsna (no joke), ma musicalmente è favolosa. I Judge erano forse il contraltare di quello che erano gli Youth of Today: molta più pesantezza, molta più rabbia. Dal punto di vista prettamente musicale il loro 7″ ed il seguente LP restano, a mio parere personale, ineguagliati, un perfetto mix di hardcore classico e tempi più lenti con influenza (solo influenza) metal. Ma se dovessi dire un singolo disco che rappresenta al meglio cos’è l’HC per me, dovrei scegliere Start Today dei Gorilla Biscuits, e se dovessi limitarmi ad una singola canzone, beh, allora è Start Today. Penso di poter nominare qualche centinaio di persone a cui basta una nota accennata della intro di tromba per creare un pit infernale. Assoluta.

Gorilla Biscuits

Nella costa Ovest le cose si muovevano comunque. Gli Uniform Choice sfornavano un LP che era un concentrato perfetto di velocità, melodia e testi militanti, con i No For An Answer a raccogliere la loro eredità e mettendoci dentro la voce inconfondibile di Dan O’Mahoney. Ma per noi giovani straight edge, il vero culto erano i Chain of Strenght: quel tempo di batteria lo riconosceresti ovunque e comunque. Per non dire di quanto eri cool a sfoggiare la t-shirt con il logo e le due barre. Inimitabile. Ma il sottoscritto ha sempre avuto un debole assoluto per gli Insted ed il loro Bonds of Friendship, album fantastico, veloce, melodico, graffiante e con dei testi meravigliosi.

Insted

Non sarebbe una vera carrellata di hardcore vecchia scuola, senza qualche buon vecchio gruppo di Boston: io parto con i DYS solo perché gli SSD non sono su Spotify, ma entrambi meriterebbero una canzone. E poi i Jerry’s Kids perché I don’t belong è un inno generazionale.
Controversi ed ironici, gli Slapshot del buon Choke trovano assolutamente spazio, il loro primo LP sono sette canzoni una più bella dell’altra, ma se parliamo di vera ironia, concludo con Alcohol dei Gang Green, tanto per ricordare che l’HC, un po’come la corsa, non è una cosa così seria: “you’ve got the beer, we’ve got the time, you’ve got the coke, gimmie a line!”

Top 5 cose che fai quando non corri (e rosichi)

A volte è un infortunio, oppure ci si mettono il lavoro, la famiglia, le mille cose che si frappongono fra noi e la nostra routine di corsa quotidiana. A volte finiamo semplicemente la benzina e ci ritroviamo in completo burnout, senza le risorse che servono per continuare a tenere il piede sull’acceleratore. Però è capitato a tutti noi, prima o dopo, di ritrovarci ai box, più o meno forzatamente, mentre tutti gli altri invece continuavano ad andare avanti imperterriti, accumulando chilometri e dislivelli come se non ci fosse un domani. Sappiamo tutti di cosa sto parlando, giusto? Cosa succede a quel punto? Ecco la mia personale Top Five delle cose che si fanno quando tutti gli altri corrono e tu no (e rosichi).

  1. Internet

    Il runner appiedato finisce ben presto vittima della grande macchina dei social network. Tutto quel flow di immagini, tweet e hashtag che normalmente ci fanno una piacevole compagnia mentre sorseggiamo un recovery drink la domenica mattina, appena tornati dal nostro lungo, ecco che diventa il nostro metadone dolciastro. Da un momento all’altro ci troviamo senza la nostra droga preferita, ed eccoci a navigare come anime disperate nell’immensità del web alla ricerca di un sollievo che non troveremo mai. La mia debolezza principale sono i video. C’è chi si ammazza di podcast, di racconti e riflessioni profonde, io invece mi metto su Youtube e inanello una serie infinita di report di gara, video promo e retrospettive altisonanti sulle corse più belle del mondo. Il tutto si conclude di solito mettendo su per l’ennesima volta “Unbreakable”, seguito da un più attuale “This is your day”. Sul solito finale degli M83 giuro che, cascasse il mondo, tornerò ad allenarmi presto.

    Quando non ne posso più di video, mi consolo con i miei migliori amici di sempre: i libri. Se possibile, fanno ancora più male, perché lasciano vagare in maniera indiscriminata la mia mente assetata di endorfine. Mi ritrovo a leggere di Ueli Steck e delle sue salite in velocità, mi immergo in qualche testo pseudo filosofico sulla corsa o, da bravo nerd, finisco per rileggermi per l’ennesima volta qualche libro sull’allenamento. Più è tecnico e dettagliato, meglio è. Mi trovo a raschiare il fondo con i libri sull’alimentazione, tanto illuminanti e ricchi di spunti quando ti alleni, quanto terribilmente deprimenti quando sei piantato per terra come un tombino. La faccenda si esaurisce rileggendo in maniera ossessivo-compulsiva la mia collezione (quasi) completa di URMA. Quello è il colpo di grazia che mi fa passare allo step successivo.

  2. Gear freak

    Alla quarta volta che riorganizzi tutto l’abbigliamento sportivo nei cassetti, cominci a farti qualche domanda. C’è forse qualcosa di strano nel passare in garage dopo essere andato a buttare la spazzatura e finire col provarti per l’ennesima volta tutte le tue scarpe da corsa? A te sembra perfettamente normale: già che non corri, ottimizzi e cominci a pensare a quale scarpa userai nelle mille gare che sogni fare (e che ovviamente non farai, o almeno non tutte). Durante le riunioni più noiose in ufficio, metti giù un piano mentale minuziosamente dettagliato per le drop bag e i materiali da mettere direttamente nello zaino. I colleghi pensano che tu abbia quell’aria compiaciuta perché hai appena avuto una grande idea, invece hai solo trovato la combinazione ideale per far stare guscio, sovrapantalone e intimo caldo nello zainetto da 5 litri che volevi tanto usare. Priorities, right?

  3. Negazione

    Quando realizzo che non è leggendo di corsa o ammazzandomi di video sull’argomento che uscirò dal tunnel, mi torna in mente il Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) di Pulp Fiction: “Mi chiamo Jerda, e non è con le chiacchiere che uscirai da questa merda”.


    Lo visualizzo proprio mentre me lo dice guardandomi negli occhi, e questo mi preoccupa leggermente. Realizzo che per venirne fuori serve qualcos’altro e che devo cominciare a cercarlo seriamente. Prima che mi trovi Zed.

  4. Faccio cose, vedo gente

    “Non posso correre, ne approfitterò per vedere un po’ di gente e fare quelle cose che non riesco a fare quando mi alleno di brutto”. Bravo, bel tentativo. Peccato che nella maggior parte dei casi le suddette persone si siano ampiamente organizzate, durante la tua assenza. Piazzi un concerto, ti diverti anche. Però finisce tutto in un “Meh.”. Ti fai un paio di serate barbine come ai vecchi tempi, rivedi gli amici e ti racconti tutto quello che in mesi di training forsennato ti eri innocentemente dimenticato di condividere. Solo che realizzi di non avere chissà che da raccontare, e alla terza volta in cui ti ritrovi a parlare all’amico fonico di quella gara che ti piacerebbe un casino fare e di cui lui ignora persino l’esistenza, intuisci di non essere andato molto lontano.


    Ti guardi le scarpe, sono da trail, e sono pure infangate. Sei uscito a bere con le scarpe degli allenamenti importanti e non ci hai neanche fatto caso. Offri un ultimo giro e te ne vai a casa. A volte capita addirittura che tu riprenda la chitarra in mano, tiri giù qualcuno dei pezzi che ti ricordi ancora. È la più dolce delle consolazioni, e pensi che un giorno o l’altro ricomincerai a suonare seriamente.

  5. Consapevolezza

    Alla fine, arriva la consapevolezza. Non appena ne hai la possibilità, ti allacci le scarpe e vai a correre, con una discreta paura di realizzare quanto fai schifo. I primi chilometri sono tremendi, ti chiedi come farai mai a tornare ad essere anche solo l’ombra di quel te stesso che sei mesi fa si è presentato sulla start line della gara dell’anno, in forma smagliante e col sorriso sulla faccia. Mentre cerchi disperatamente di ritrovare un passo decente, ti ritrovi invaso di tutti i pensieri negativi che hai così diligentemente tentato di tenere a bada. Pensi agli amici che stanno gareggiando e che si divertono, che stanno bene, che postano foto di posti fighissimi mentre tu ti trascini cercando di completare una recovery in maniera anche solo vagamente decorosa.
    Mentre sei completamente in balìa di te stesso, però, ad un certo punto capita qualcosa. Il passo prende il giro giusto, le gambe cominciano a girare meglio, non soffri più e cominci persino a godertela. Ti dimentichi del passo, della forma, di tutte le menate che ti hanno annebbiato il cervello negli ultimi tempi. Respiri, corri, trovi il tuo flow. Tutto il resto sparisce. Finisci il tuo allenamento, e realizzi che hai in mente solo un pensiero: quando sarà il prossimo? La priorità numero uno diventa solo questa: trovare il sistema di tornare a sentirti così, qualunque cosa tu debba fare.

 

Ha un suo senso, ritrovarsi a raschiare il fondo del nostro personale barile. È uno schifo, là sotto. È buio e c’è una gran puzza di chiuso. Non ti ci ritrovi per niente, se non fosse per quel barlume di familiarità che ti ricorda che da lì ci sei passato tante altre volte per poi essertene tirato fuori, in qualche modo. Ci vuole carattere per uscire da laggiù, ma l’ultrarunning non è forse questo? Un’insensata e meravigliosa dimostrazione di carattere?

Allora ti ritrovi a sfogliare un calendario, a scegliere la casella in cui andare a scrivere il nome della tua prossima gara. Ricominci da lì. Ed è quello, il momento più importante di tutti. Cerchi un pezzo su Spotify, salti e sbraiti come un quindicenne, con una rabbia che ritrovi con una facilità che ti rincuora. Tutto ricomincia da lì, da quella casella sul calendario con su scritto “Lavaredo”. Ricomincia il tuo viaggio, e già ti sembra di respirare di nuovo.

CUFFIETTE E VIABENE – Prima puntata

La radio e le sue canzonette commerciali di plastica ti hanno stancato. Poi ci sono quelle volte in cui per goderti a pieno un momento hai bisogno di ascoltare della musica. Poi quelle in cui non vuoi sentire nessuno e quelle in cui hai bisogno del ritmo giusto.

Destination Unknown Coaching ha chiesto un pò in giro e si è fatta preparare un paio di playlist: enjoy!

Francesco Paco Gentilucci –  EMO, POST HARDCORE, SCREAMO

Ascolto musica tutti i giorni, almeno qualche ora al giorno, spesso anche quando esco a correre. Ci sono canzoni che mi ricordano dei momenti particolari, altre che considero dei veri e propri “pezzoni” che sarebbe un peccato non aver ascoltato, almeno una volta nella vita.
La mia playlist ha influenze EMO perché è un genere che mi piace parecchio, con testi di solito molto belli, musica tutto sommato orecchiabile e molto comunicativa; ho poi aggiunto qualche pezzo screamo e post hardcore, anche se, viste le sonorità spesso cupe e le tematiche profonde, non ho voluto farci un’intera playlist.
Ognuno di questi generi meriterebbe una playlist a sé stante, ma visto che l’ascolto di questi generi non è semplice per chi non è abituato, ho fatto un mix.
Sparatevela durante gli allenamenti serali quando finisce l’estate

 

Sunny Day Real Estate –  Seven
1992/1995 – 1997/2001
La band di Jeremy Enigk e soci, nata a Seattle (WA) ed edita da Sub Pop (stessa casa dei Nirvana).
Una band che prima della svolta cattolica del cantante e quindi del disfacimento della stessa – alcuni membri hanno continuato a suonare in band HC, alcuni sono finiti nei Foo Fighter e del bassista si sono perse le tracce – hanno creato delle canzoni pazzesche.

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Mineral – Walking To Winter
1994/1998
Band Emo da Houston, Texas, rimasta attiva per soli 4 anni. Per me hanno fatto uno degli LP più belli di sempre. Le sonorità morbide a tratti malinconiche, vanno benissimo nelle serate di corsa più lunghe.

Title Fight – GMT (Greenwich Mean Time)
2003/ attivo
Band dalle noiose lande della Pennsylvania, formata da ragazzi che suonano sia in band straight edge che shoegaze punk. È una band che è diventata parecchio grossa, io l’ho conosciuta qualche anno fa ascoltando un CD in macchina di Metti: all’inizio non mi piacevano.

Indian Summer – Angry Son
1993 – 1994
Un testo pazzesco, un’intro che richiede tempo e che ti smuove dentro. Una band durata un solo anno.

“This time well spent
A look to heaven, sighing tears of angel’s and a night sky
Racing
Racing, yelling softly
This is the moment
This is the moment
A look to heaven, sighing tears of angel’s and a night sky
This is the moment”

 

American Football – Honestly?
1997/2000 2014/ attivi
una delle band culto del genere EMO anni 90.

Texas is the Reason – Back and to the left
1994/1997
Uno dei miei pezzi preferiti della band di New York


“Because I’m still waiting
Just like I’ve always been
Can I wait around for one more day?”

La Quiete – Super Omega
1999 – attivi
probabilmente il mio gruppo preferito. È pazzesco pensare che sia uno dei gruppi più importanti della storia dello Screamo, e che sia italiano, da Forlì. Testi assurdi, parti caotiche a parti lente. Un gruppo che ha cambiato la storia e un vinile che ho rigato a forza di ascolti

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Riviera – Ultramaratona
2011 – attivi
Sono bravissimi, sono amici, dategli un giro di ascolto perchè meritano.

Adventures – Walking
2012 – 2016
Altra band da Pittsburg, nata da gente del giro punk hc

Basement – Canada Square
2009/2012
Band inglese, fanno EMO alla nuova scuola.

“In a room so full of people.
I have never felt so alone.”

 

City of Caterpillar – As the Curtains Dim (Little White Lie)
2000 – 2003 2016 – riuniti, grazie a dio

è una delle mie band preferite e per me questo è un pezzo capolavoro. Questa canzone sarà apprezzata da pochi, richiede parecchie energie per essere apprezzata e capita. È un vero e proprio viaggio, per la durata, per la ripetività continua che parte da piccoli suoni semplici e si ingrandisce fino ad esplodere. I City of Caterpillar per me, per il fatto che nessuno fa qualcosa di simile a loro, per le sonorità che ti trascinano dove vogliono e per l’atmosfera che riescono a creare nonostante la semplicità dei giri e della batteria/basso piuttosto dritti, per me sono il pezzo che conclude la playlist, quando oramai la musica finisce e sei a pochi chilometri da casa.

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Trovi la playlist di paco QUI

Ho conosciuto Giulio proprio per la musica: se hai bazzicato nel mondo hardcore italico, impossibile non esserti imbattuto in lui prima o poi. Fondatore di Greenrecords, organizzatore di concerti, poi mente e braccio di Murder Clothing assieme al Mozza e l’immancabile Cate, tutti si aspetterebbero da lui una playlist hardcore. Invece non tutti sanno che uno dei primi amori (mai sopiti) di Giulio è stata la musica jamaicana. Ancora adesso ogni tanto lo potete trovare a mettere dischi in serate varie. E allora sentiamo cosa ci consiglia.

Giulio Repetto – SKA/ ROCKSTEADY

Negli anni ottanta quando ero ancora un ragazzino in piena fase punk rock ci fu una persona che mi fece avvicinare alla musica jamaicana, al reggae, allo ska e alla musica caraibica in generale. Ho provato a buttar giù una playlist inserendo qualche classico insieme a molte piccole gemme nascoste tutte appartenenti al periodo incluso negli anni sessanta, con qualche piccola eccezione come l’ultimo brano degli Specials.

Molti sono pezzi che mi piaceva suonare una volta nei miei djset, In particolare “Song for my father”, perché è un gran bel pezzo  e perché mi piaceva pensare che mio papà potesse ascoltarla da lassù.

Non so dire se si tratti di un sound adatto al trail running visto i ritmi abbastanza rilassati, ma se nel bel mezzo di una fangosa uscita autunnale invece di castagni e abeti vi sembrerà di intravvedere palme gente che balla e una spiaggia baciata dal sole allora vorrà dire che funziona.

Desmond Dekker – The Israelites

Roland Alphonso -Song for my father

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The Ethiopians – I m Free

Don Drummond – Garden of Love 

Skatalites – Exodus

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Derrick Harriott – Do I worry

The Claredonians – Sho-be-do-be 

Bobby Ellis & the Creystalites – Step softly 

The Claredonians – I’m sorry

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The Gaylads – Sound of silence

John Holt -Ali baba

The Upsetters – Police know who dem a  look fat

Bob Andy – You don’t know

Jimmy Cliff – The harder they come

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Keith & Tex – This is my song

Johnny Osbourne – Truths and Rights

Keith and Tex – Tonite

Prince Buster – All my loving

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Toots and the Maytals – Pressure drop

Skatalites – Rock fort Rock

The Specials – Doesn’t make it alright

Trovi la playlist di Giulio QUI

 

Spin Rs, an unprofessional review

Tutto è iniziato alla mia prima ultra.

Ero nel bosco con un po’ di amici cercando di non sputare sangue già durante i primi chilometri. Ad un certo punto, una ragazza compare da un sentiero. “Non ci credo mi ero già persa”, dice la ragazza sorridente e magrolina. Si unisce al gruppo, anzi, più che altro si mette davanti a noi e credo proprio che vada al nostro ritmo solo per paura di perdersi di nuovo (si, lo farà, ma questa è un’altra storia).

Indossa delle scarpe blu elettrico e fucsia e la sua andatura mostra sicurezza ed esperienza. Poi ha stile. Basta poco e sono ormai convinta che le scarpe che indossa debbano essere le migliori. E poi mi hanno detto che è la donna del Coach.

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix
Guess who

Questa è la prima volta che ho visto le Spin Rs e i piedi che le indossano sono – si, l’avrete capito – di MC.

Ho corso solo con delle Cascadia e si può dire che non sia una grande fissata (né esperta) di materiale tecnico, per questo colgo l’occasione al volo quando mi capita di partecipare ad un experience SCARPA durante UTMB. Ci faranno testare le Spin RS e correre con Davide Grazielli (lo conoscete?) mangiare e bere. C’è bisogno d’altro?

Stresso MC da settimane per capire che numero devo prendere di queste scarpe. Tutti mi dicono che calzano strette e vado in totale paranoia. Stresso anche tutte le persone che so possano averle già provate e niente, non riesco comunque a dipanare i miei dubbi.

Apro la scatola e dentro ci trovo un 38. Ma non avevo chiesto un 37.5? Oddio, tu che numero hai Mary? Panico. Però che colori! Io comunque me le metto va’.

Ricevo subito un prezioso consiglio da un atleta DU (quelli si che le distrugg..ehm, provano le scarpe): ‘metti la soletta più morbida che trovi nella scatola’. Detto, fatto.

Così – anche stavolta – mi ritrovo a correre con gli amici, sui sentieri del Bianco. Solo che stavolta piove e probabilmente sembriamo una squadra di calcio.

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix

Il numero, sembra sia giusto (siete sollevati anche voi non è vero?) e in discesa riesco quasi a star dietro a MC. Sono appena diventate le mie scarpe preferite.

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix

Dettagli tecnici? Chiedete al nostro esperto materialista. Uno con due fibbie mi ha detto che è una scarpa che non regala nulla, e questo, penso sia vero. Precisa, leggerissima e con una suola (la litebase Vibram) che fa restare in piedi anche il runner più goffo (questo posso dirlo con certezza).

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix

Così dopo Chamonix, ho deciso di lasciare le Cascadia nel portabagagli ed ho dato alle Spin un tentativo serio: Dolomiti di Brenta. Non immaginerete mai cosa è successo.

No, nessun podio né record. Mi spiace, sarebbe stato un bel lieto fine.

Nessun podio ma anche nessuna vescica, ne storta, e questo posso dire che è un vero risultato.

In più – avrei dovuto immaginarlo guardando MC – ma pare che alla scarpa siano state fatte lamine e soletta, perché in discesa ti portano giù in sole due curve.

#nobeeristoofar

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COACH SAYS

Stavolta frego Andrea e faccio l’esperto io. Che poi farsi consigliare da uno che alle 11 ha una birra in mano… ma a mia discolpa posso dire che non guidavo e che si accompagnava bene coi formaggi. Anzi, si sarebbe accompagnata bene se le giapponesi non avessero assaltato il tagliere (ed il prosecco). Ma parliamo di scarpe…

SPIN RS: dopo l’ottima riuscita della SPIN, c’era attesa per la versione RS che doveva sulla carta rappresentare un’evoluzione più ammortizzata ed adatta alle lunghe distanze.

Ma una volta presi in mano già i primi prototipi, avevo capito che era riduttivo ridurla al ruolo di sorella maggiore, perché la RS va a mettersi in uno spazio tutto suo.

La tomaia ricorda quella della SPIN in tutto, con l’aggiunta di un toe bumper che su sentieri sassosi e tecnici si sente e non poco. Qualche rinforzo in più nella parte mediana, ma la calzata resta comoda e la scarpa flessibile e reattiva.

Le grosse novità sono nell’intersuola e soprattutto nella suola MEGAGRIP con LITEBASE: il nuovo tread è aggressivo e da ancora più sicurezza della versione normale, ma grazie all’intersuola più alta e protettiva, non si sente minimamente. La cosa bella è che grazie al LITEBASE tutta questa protezione e grip non si sente sul peso, che è quasi identico alle SPIN.

Il drop diventa 8 mm, ma alla calzata difficilmente si riconosce perché la scarpa resta molto bassa e stabile: forse solo in discesa si nota che la caviglia resta un po’più alta.

Come si comporta sui sentieri? E’una scarpa meno immediata della SPIN, perché è molto più neutrale. Devi metterci del tuo, tenerla su di giri, ma se perde quella sensazione da Formula 1 della SPIN, è decisamente più protettiva e perdona molto, specie in discesa dove aiuta a lasciare andare senza perdere nulla in precisione e stabilità.

Dove la vedo bene: montagna vera dove si apprezza la protezione e leggerezza, sentieri fangosi dove la suola si comporta al meglio, ma anche sulle rocce dove la precisione si fa gradire ed apprezzare. E se vi capita di trovare quei bei battutoni di terra morbida all’americana, rimarrete sorpresi da come si comporta a ritmi veloci…

Distanza: lo chiedete ad uno che usa le SPIN per fare 160 km, quindi non faccio testo. Ma io la vedo dalle sky fino alle 50 miglia per tutti. Oltre serve un po’di gamba per tenerla attiva ed apprezzare la scarpa: se siete dei muscolari, potete tranquillamente portarla oltre, specie aggiungendo la soletta più spessa tra le due a disposizione per renderla ancora più protettiva.

Difetti: non mi piacciono le scarpe nere. Marta, posso avere quelle verdine la prossima volta?

Not-that-fast packing: il Giro del Marguareis

Marguareis, un posto sconosciuto ai più, ma…
Al di fuori di un ristretto gruppo di malati di vie storiche ed adoratori di Gogna, e non contando gli scialpinisti liguri, per i quali è il salotto di casa, il Marguareis resta una montagna poco nota tra i camminatori e gli escursionisti.

Sulla linea di confine italofrancese, tra la provincia di Cuneo ed il dipartimento delle Alpi Marittime, presenta invece un territorio molto vario, caratterizzato da altopiani desolati, pareti strapiombanti, fenomeni carsici e dalla presenza di calcare bianco, che rende alcuni tratti quasi lunari.
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Per evitare code, ansia e nervosismo da Ferragosto, decidiamo quindi di andare “dietro casa” a farci il ben segnato Giro che lo circumnaviga: l’anello classico prevede la partenza da Pian Delle Gorre, ed una suddivisione del percorso in 5 tappe, ma i rifugi in cui si può pernottare sono addirittura 8. Si può quindi decidere di organizzare il proprio giro come meglio si crede, prendendosi ciascuno i propri tempi.
Le varianti sul percorso ed i punti di partenza sono diversi: noi ci incamminiamo verso l’anello da Upega, paesino Brigasco ricco di storia, con influenze liguri, nizzarde e occitane, ma pur sempre in Piemonte, caratterizzato dalle piccole case alte in pietra, una addossata all’altra ed immerse tra i pascoli.
Decidiamo di forzare un po’ il passo e chiudere l’anello in 2 giorni, quindi con una sola notte fuori. Partenza da Upega con cielo molto coperto, inizia anche a piovigginare, ma arriviamo al Don Barbera, ci concediamo un tazzone di the ed il cielo sembra aprirsi: finalmente il Marguareis si presenta ai nostri occhi. Da lì inizia la salita non troppo impegnativa alla Capanna Morgantini e poi via, lunga discesa verso Gias dell’Ortica, piccola risalita al Passo del Duca per poi lanciarsi nella discesa senza fine al Pian delle Gorre.

 

E’ Ferragosto, c’è gente dappertutto e vediamo bene di levarci di torno. Ovviamente dopo aver perso tutto quel dislivello bisogna mio malgrado riprenderlo ed iniziamo la lunga salita al Rifugio Garelli dove arriviamo nel pomeriggio e ci godiamo anche un po’ l’atmosfera del rifugio. Prima tappa andata!
Ripartiamo il mattino dopo col cielo terso, subito una salita a Porta Sestrera che nel sole del mattino si apre su un paesaggio magnifico, poi discesa al Rifugio Mondovì: da lì decidiamo di allungare il giro e circumnavigare anche il Mongioie, seguendo il sentiero V1. La salita verso il Bocchino della Brignola è lunga, le mosche ci perseguitano, ma appena scollinato ecco lago Raschera, in una magnifica conca verde.
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Iniziamo un po’ di sali scendi ed eccoci al Pian dell’Olio, una distesa di stelle alpine, uno spettacolo unico. Da qui iniziamo di nuovo a perdere quasi tutto il dislivello guadagnato, e con lui anche le ginocchia…
Tappa veloce al Rifugio Mongioie con coca e patatine e appena prima dell’abitato di Carnino attraversiamo addirittura un ponte tibetano. Da Carnino Superiore inizia una dura salita al Passo del Lagarè, in sottofondo la band che sta suonando a Carnino alla festa del paese e che sta massacrando alcuni classici della musica leggera italiana, ma almeno ci fa ridere, e dal Passo ormai è fatta, inizia la discesa ad Upega immersi in una valle viola di lavanda selvatica.

 

Alla fine due giornate da 30/35 chilometri e un duemila metri di dislivello al giorno. Non è la classica passeggiata domenicale, ma neanche un’impresa titanica: basta un po’di continuità in salita, un po’di corsetta nelle lunghe discese e buona compagnia per i momenti di down. In compenso si è ripagati da panorami splendidi, ambiente vario e su gran parte del percorso, la completa solitudine.
Fastpacking? Slowrunning? Escursionismo estremo? Rando-course? Chiamatela come volete… per me un ottimo modo per passare un week-end…
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COACH SAYS
“Ma non è una semplice passeggiata?”
“Ma io sono un runner…”
“Vai così piano che non è allenanante!”

“Oh, lo zaino pesa un quintale, come fai a correre?

No, non è la semplice passeggiata.
Lo sappiamo che siete runner, ma capiterà anche a voi prima o poi di dover camminare una salita.
Anche se non ci credete, può essere un ottimo allenamento.
E no, se sei smart lo zaino non pesa un quintale.
Ah, è anche divertente.

Direi che come in ogni attività, è l’attitudine con cui la si affronta, che la rende appetibile o meno. Quindi iniziamo a scavare e vedere di cosa parliamo.L’idea di compiere lunghe traversate di più giorni, è tutto meno che nuova: i grandi cammini, i sentieri alpini a tappe, i raid e le traversate, sono tutte cose che fanno parte del bagaglio storico dell’escursionismo. Quello che è cambiato nel tempo, è che con i materiali di oggi, diventa possibile per tanti coprire più km, e l’avvento della corsa in natura su lunghe distanze ha “sdoganato” il concetto di correre sui sentieri anche tra un pubblico che mai ci si sarebbe avvicinato prima.

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Ora è diventato lo snobistico fastpacking, ma anche quando le chiamavamo concatenazioni il concetto era lo stesso: percorrenze superiori alla classica gita, bivacco o pernottamento più o meno spartano, durata varia dai due giorni a più settimane.

Quindi la prima variabile da affrontare è quella della durata: si parte dal weekend, fino ai mesi che ci vogliono per i grandi sentieri americani come il Pacific Crest Trail.

La seconda variabile, è quella del tipo di supporto esterno che andremo ad avere: dal crewing maniacale dei tentativi in velocità stile Scott Jurek o Karl Meltzer sull’Appalachian Trail, alla completa indipendenza con tenda e viveri a spalle anche per più giorni.

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Il bello è che in mezzo c’è una miriade di opzioni che possono rendere la cosa divertente per il runner iperagonista, come per l’escursionista che vuole provare il brivido delle scarpe da trail e mettere testa bassa. Basta trovare il proprio spazio.

Si, ok, ma è allenante?Certo. Va magari vagliato ed orientato in funzione della stagione e degli obiettivi, ma i possibili punti a favore sono molti:
Innanzitutto, uno sforzo aerobico di lunga durata, è comunque allenante per creare una base. A chi dice che è troppo basso, ricordo che il muscolo cardiaco impara a pompare volumi maggiori di sangue proprio a ritmi bassi.
Poi da un condizionamento muscolare che in un ultra è sempre gradito ed auspicato: il classico “stare sulle gambe”.
Insegna a gestire lo sforzo su tempi e modi completamente differenti dalla classica gara o uscita lunga: è uno stimolo che ci obbliga a trovare nuove risorse fisiche e mentali, una diversificazione che, per esempio, insegna al nostro corpo a scovare energie in modi diversi dai soliti.
Ma anche nello specifico, in preparazione ad un ultra: siete sicuri che la salita alla Tete aux Vents al km 155 la farete molto più rapida in gara all’UTMB che dopo una giornata di cammino a ritmi più gestibili e “solo” 50 km nelle gambe?E soprattutto, come già evidenziato in apertura: è divertente.
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E lo è ancora di più se fatto in compagnia. Senza assillo di cronometro, senza sbuffare se bisogna aspettare, e senza sensi di colpa se al rifugio ci si ferma un ora invece che i soliti tre minuti a ristoro. Ci permette di “reinserire” in un contesto piacevole e positivo la corsa e tutto quello che la riguarda: ottimo a chiudere la stagione o per un bel break dopo un appuntamento importante. Ed è comunque emozionante l’idea di coprire lunghe distanze in breve tempo, veder cambiare il paesaggio e saper riconoscere ambienti diversi.
Per farlo serve un po’di fantasia, sapere un minimo pianificare (ma anche no, se si ha spirito di avventura), essere a proprio agio con una carta in mano, e avere l’attrezzatura giusta, perché fa davvero la differenza. Ma su questo punto andremo a vedere con Andrea qualche consiglio ed indicazione…
Fastpacking? Slowpacking? It’s all about having fun!

GTL -La Grande Traversata del Lagorai

Cosa succede a mettere Eva e Molletta (scusa Giulia, ma per noi resti Molletta) in viaggio per una settimana in una delle traversate più belle del Nord Italia? Un tipico esempio di “slow and heavy”: ma chi l’ha detto che per godersi la montagna bisogna sempre e solo parlare di corsa? Il caro vecchio escursionismo, ha ancora un senso? Non saremo tutti troppo presi dalla mania di correre, correre, correre, non importa dove ma importa quanto? Vediamo se il Dynamic Duo vi convince a prenderla con calma, almeno ogni tanto.

Km: un’80ina

Dislivello: un po’ più di 5000

Tempo massimo: il necessario, ma forse, anche un po’ di più.

GTL: effettivamente potrebbe sembrare il nome di un’importantissima gara di ultra trail, ma invece non lo è.

Le uniche cose che accomunano questa traversata con un ultra sono la fatica, la montagna e i sentieri che la rendono in qualche modo più accessibile all’essere umano.

I sentieri.

Mentre procedevo concentrata verso l’attacco della via guardavo i camminatori con i loro zaini enormi pieni di cose probabilmente inutili fermarsi a guardare una pianta, a chiaccherare, a sedersi e bere un sorso d’acqua.

– Dove andate di bello?

– Sul Campanile a scalare.

– Ah ma davvero? Che brave. Io ho le vertigini, non potrei mai. Che coraggiose.

– Ma va… quale coraggio. E poi fidati ci riusciresti anche tu… Voi dove siete diretti?

– Arriviamo al rifugio, poi torniamo indietro. Speriamo che il tempo regga.

Anche se mi godevo l’avvicinamento e la relativa fatica per me i sentieri erano la rampa di lancio per la mia avventura. Aveva un senso percorrerli solo se arrivavano alla base di una grande parete da scalare.

Il girare in montagna fine a se stesso proprio non riuscivo a capirlo, e diciamoci la verità, un po’ lo snobbavo.

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Backpacking is not a crime

Per quanto a me sembri strano ritrovarmi qui, con uno zaino da 15k (?) a camminare per arrivare ad un posto dove dormire, non riesco proprio a capacitarmi di come Giulia abbia deciso di voler esser qui. Non si sta nemmeno lamentando…anzi, sembra divertirsi più di me.

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Giulia che si diverte un casino dopo aver fatto la doccia

Con una partenza alla solita buon’ora (le 15 sono un’ottima ora) portiamo il nostro solito stile anarchico ed approssimativo anche a questa nuova disciplina. Nessuno studio preventivo, cartina comprata alle ore 14.45 e via così. Le giovani marmotte ci fanno un baffo.

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Approcciando il trekking fast and light

I posti sono selvaggi e bellissimi, le persone poche. Se fossi venuta qui a correre con la solita modalità ‘half-ass’ non avrei trovato turisti a cui scucire sorsate d’acqua in cambio di foto ricordo.

Procedo lenta e stanca. Credevo fosse una passeggiata e invece ho la testa china e mangio terra. Giulia sta bene, in discesa corre. Insieme impariamo la tecnica scarafaggio grazie cui riusciamo a rimetterci lo zaino sulla schiena dopo una pausa. Ci ripromettiamo di non fare mai più un giro con uno zaino del genere, ma intanto fantastichiamo su soluzioni per portare più cibo alla prossima. Eh si, mentre da un lato mi riprometto che almeno per un anno sui sentieri ci andrò solo ‘fast and light’, dall’altro con Giulia già si pensa alla prossima volta…

Ci sono voluti sei giorni per arrivare da Panarotta a Passo Rolle, se ci si pensa son davvero tanti. Avremmo potuto andare più veloci, fare tappe più lunghe, ma credo che tutto sommato ci saremmo perse qualcosa.

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Giulia si rinfresca le zampe in attesa del temporale

La fretta, il rientro, quello che ti aspetta all’arrivo comincia a perdere senso e ti ritrovi veramente nel presente. Sei in un non-luogo dove poche cose hanno importanza: il vento che preannuncia un temporale, le ore che mancano al bivacco, i calzini bagnati, il risotto al tartufo liofilizzato tenuto per l’ultima sera.

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Il momento più atteso della giornata

Immersi nel quotidiano, domati dalle scadenze, conquistati dal superfluo, abbiamo bisogno di sporcarci un po’ per riuscire a vedere il bello.

E camminare, alla fine, non è affatto male…

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Home is everywhere

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Trash lovers

 

10 COSE CHE NON POSSONO MANCARE IN UNA TRAVERSATA A PIEDI

– un cambio di percorso

– un temporale spaventoso

– un incontro notturno

– condividere una parte di percorso con un nuovo amico

– la conta delle barrette rimaste

– uso preventivo e sconsiderato di medicinali

– un debito da dover saldare tramite vaglia contratto per panini e birre

– uso indiscriminato di bende elastiche

– una sbronza rovinata dall’arrivo di una famiglia in bivacco

– un bagno senza vestiti e un urlo fortissimo

 

Si fa presto a dire “bastoncini”!

Basta presentarsi sulla linea di partenza di una qualunque gara di trail su media o lunga distanza e fare un rapido conto: più o meno il 70% dei presenti utilizza dei bastoncini, e in alcune gare probabilmente ci avviciniamo al 90%. Ma cos’è questa sorta di mania da “trekking poles” che sembra aver contagiato l’intero mondo del trail? Proviamo a capirlo insieme.

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Le basi
Camminare in montagna è faticoso, lo sappiamo bene. Figuriamoci correrci. I bastoncini, quando usati correttamente, possono alleviare questa fatica in maniera sostanziale. Il succo del discorso è tutto qui. C’è anche chi si è azzardato a buttare giù dei numeri, asserendo che l’utilizzo dei bastoncini riesce ad alleviare l’affaticamento delle gambe fino al 20%, tuttavia non esistono studi conclusivi a riguardo. Al di là dei numeri, è fuori  discussione che camminare in salita con i bastoncini permetta di sfruttare in maniera proficua tutta quella muscolatura di braccia e spalle che, diversamente, sarebbe solo un peso che ci porteremmo inevitabilmente appresso: tanto vale provarle a dargli un senso e sfruttarlo a nostro vantaggio, no?

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Paco e Carmo si godono due appoggi extra dove l’aria è sottile

Bastoncini sì, ma quali?
Da un punto di vista storico, i bastoncini arrivano innanzitutto dal mondo dello sci nordico e del trekking. I primi bastoncini in alluminio, mutuati dagli specialisti delle nevi, erano leggeri e resistenti ma poco trasportabili e si sono poi evoluti nei modelli telescopici a due o tre sezioni. Un semplice meccanismo di chiusura ad avvitamento permetteva di allungare e accorciare rapidamente il bastoncino, rendendolo adatto alla salita, alla discesa e al trasporto sullo zaino da trekking (o al suo interno). Bingo.
E per il trail? Si poteva fare di meglio e rendere il processo rapido e a prova di bomba (cosa che con la chiusura tradizionale non è sempre scontata… freddo, polvere, acqua, sporco non aiutano certo e sono condizioni comuni in gara o nelle nostre uscite).
Per noi, la vera rivoluzione l’hanno fatta i modelli “a sonda” in carbonio. Con una struttura che ricorda le sonde da ricerca dispersi in valanga ed una serie di sezioni cave che in uso vengono messe in tensione da un cordino di dyneema interno, questi bastoncini hanno segnato il vero cambio di passo per gli appassionati di trail running di tutto il mondo.

Progetto senza titolo
Bastoncini a sonda a misura fissa: da sx Masters Tre Cime Fix, Black Diamond Distance Carbon Z, Leki Micro RCM

Perché? Sono leggerissimi, con un volume d’ingombro minimo una volta smontati, non richiedono manutenzione e non hanno i problemi d’inceppamento tipici dei modelli telescopici. Soprattutto, sono pratici da tenere in mano una volta ripiegati e sono facili da fissare esternamente allo zaino, come vedremo tra poco. Non a caso, praticamente tutti gli atleti elite che usano i bastoncini optano per questa tipologia.

Bastoncini Sonda Regolabili
Bastoncini a sonda regolabili: da sx Masters Tre Cime Carbon, Black Diamond Distance Carbon FLZ, Leki Micro Vario Black

Ci sono poi i modelli a lunghezza fissa, molto diffusi in ambito Vertical K o Sky. Sono in assoluto i più leggeri e funzionali, salvo essere poi un po’ più scomodi da trasportare, non essendo pieghevoli.

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Masters Sassolungo, un capolavoro di leggerezza e robustezza.

Discorso a parte lo fanno le impugnature: in sughero o in tessuto sintetico, corpose o minimali, con lacciolo classico o guantino a sgancio rapido in stile “nordic walking”. Quasi sempre la scelta è dettata dai vostri gusti e dal tipo di utilizzo che fate dei bastoncini.

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I Leki Micro Trail Pro con la caratteristica impugnatura facilmente staccabile.

Chi scrive, per esempio, li usa esclusivamente in salita e predilige i modelli con impugnatura nordic perché sono particolarmente pratici da sganciare nei tratti pianeggianti e in discesa.

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L’autore dell’articolo “on the run”

L’enorme differenza nella scelta dei bastoncini la fa lo zaino che utilizzeremo, perché sarà quello a determinare se e come potremo riporli quando non ci serviranno. La condotta in questo caso è fondamentale: in gara diventiamo tutti pigri, lo siamo addirittura con l’alimentazione (quel gel che dovrei tanto prendere è laggiù, lontano, nella tasca… come farò mai a raggiungerlo?) figuriamoci con i bastoncini. C’è chi li trasporta tutto il tempo in mano, direttamente montati, senza accusare il colpo. Tuttavia, vi posso assicurare che non c’è niente di meglio di avere le mani libere durante la discesa che segue una lunga salita. Oggi, quasi tutti le aziende hanno adeguato l’offerta dei loro zaini ed è sempre più facile trovare soluzioni ingegnose per il trasporto dei bastoncini

Qualche esempio? Abbiamo Ultimate Direction, che nella sua quarta versione della sua Signature Series ha messo a segno un colpo eccellente con un sistema di trasporto semplice, pratico e intuitivo, che funziona bene soprattutto con i modelli a sonda compatti e leggeri.

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Salomon ha introdotto da poco una faretra modulare disegnata appositamente per la linea S/Lab Sense Ultra Set, molto pratica nell’utilizzo sul campo e intelligente perché rimuovibile all’occorrenza. C’è poi il sistema storico di trasporto bastoncini della casa di Annecy, presente sui modelli ADV Skin, estremamente versatile (è uno dei pochi che funziona bene anche con i modelli telescopici) ma un po’ più laborioso da utilizzare.

Infine, abbiamo lo Skin Pro 10 Set che combina addirittura tre modalità di trasporto: internamente allo zaino, esternamente in modo trasversale oppure sfruttando il cordino elastico incrociato presente sul fondo. Ingegnoso e molto efficace.

Per gli amanti degli zaini più strutturati, di concezione un po’ più classica, Raidlight propone dei modelli molto validi sui quali fissare i bastoncini è semplicissimo. Su tutta la linea Ultra Legend troviamo sia il fissaggio classico posteriore, sia un sistema frontale di nuova concezione ad aggancio rapido:

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Non solo zaini.
È passato un po’ di tempo da quando si vide Luis Alberto Hernando vincere gare in tutto il mondo con i suoi fedeli bastoncini fissati in vita tramite una cintura elastica. Da allora, l’offerta di fasce ventrali elasticizzate che permettono di trasportare i bastoncini (prevalentemente i modelli a sonda) è aumentata esponenzialmente. Si tratta di cinture realizzate in materiale elastico, che arrivano fino ai 5 litri di capienza, con cui sostituire lo zaino per trasportare il materiale indispensabile per le vostre uscite. I modelli presenti sul mercato sono parecchi e tutti molto interessanti. Si passa da Archmax a Compressport, da Salomon a Naked passando per Nathan e Ultimate Direction. Il trasporto dei bastoncini in vita offre notevoli vantaggi, lasciando libero il tronco e le spalle. Se vi piace la corsa shirtless e minimale, e non avete bisogno di trasportare troppo materiale, tenetele presente.

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A sx la fascia Compressport in versione UTMB, a dx l’originale Archmax

Sì, ma il gesto?
I puristi della corsa s’indignano, di fronte a D’Haene che stravince l’UTMB correndo con i bastoncini e mettendosi dietro persino Re Kilian. “Non si corre con i bastoncini!”, “Ma non è neanche capace ad usarli!”. Il puro gesto della corsa viene indubbiamente compromesso dall’utilizzo di quei due pali rigidi che non si sa mai bene come abbinare al passo spedito di un runner efficiente, tuttavia la prova sul campo non lascia adito a dubbi: i bastoncini aiutano tutti, persino i top! E se oltreoceano i detrattori della corsa con zainetto e bastoncini rimangono la maggioranza, in gare particolarmente “montagnard” e con molto dislivello come Hard Rock 100 si cominciano ad intravedere persino in mano ai nomi che contano. Insomma, tocca farsene una ragione: se persino il Coach ha fatto  l’UTMB con un paio di vetusti Camp Xenon 4 in mano, va davvero a finire che i bastoncini servono ad andare più veloce!

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COACH SAYS

Bastoncini? Discorso complicato.

Che possano rappresentare un aiuto valido nelle ultra “montane”, è fuori discussione, ma è davvero tutto così semplice? No, e andiamo a vedere perché.

Qual’è materialmente il vantaggio di utilizzare i bastoncini?

Innanzitutto, scarichiamo dalle articolazioni delle gambe un po’di peso, ma il discorso vale anche per i muscoli del CORE, in quanto la stabilità data dai quattro punti di appoggio ci permette di dover chiudere meno per restare bilanciati
Salviamo la schiena restando più dritti, e nel fare questo aiutiamo anche la respirazione aprendo bene la zona del diaframma e soprattutto ventrale.
E, cosa da non sottovalutare, ci aiutano spesso a trovare continuità e ritmo sulle salite più continue evitando continui fuori giri.

Vediamo invece i punti negativi.

Oltre ad un certo ingombro (anche se, come visto, al giorno d’oggi è un problema superato dalle nuove soluzioni di trasporto), c’è la tendenza ad “addormentare” un po’i runner, che spesso cedono alla camminata anche quando potrebbero comunque sfruttare una corsa poco dispendiosa. E qui arriviamo al nocciolo della questione.
Vero, i bastoncini aiutano, ma non dimentichiamo che l’utilizzo degli arti superiori alza anche i battiti e di conseguenza il dispendio energetico che potrebbe in certe situazioni portarci fuori soglia.

Quindi quando vale la pena usare i bastoncini e quando no?

Innanzitutto, bisogna avere un minimo di padronanza della tecnica, altrimenti davvero si “spende” molto per guadagnare poco e spesso intralciarsi da soli. Ergo, no “domani li prendo senza averli mai usati perché ce li hanno tutti”. Poi valutiamo il percorso: dislivello importante, salite lunghe e continue, chilometraggio pesante, via coi bastoncini. Gare corribili, salite nervose o tanti saliscendi, valutare bene, anche con chilometraggi ultra. A proposito: si usano in discesa? Io sostengo di no, perché ok che aiutano le articolazioni, ma si rischia spesso la caduta e le continue frenate significano per i nostri quadricipiti un aumento delle contrazioni eccentrico/concentriche ed un sacco di scorie. Quindi, a meno di non essere su terreno davvero tecnico e con le ginocchia scoppiate, io eviterei.

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Il Tenente Mirel si gode le Piccole Dolomiti

Ok, vi ho convinto che servono. Ma che altezza? Due scuole di pensiero, a seconda dell’utilizzo. Chi fa VK o Sky preferisce un bastone alto, in pieno stile sci nordico, perché spesso lo utilizza in progressione a due appoggi, tirandosi su con le braccia. Per chi fa ultra, non è consigliato sempre per il discorso del dispendio energetico: in uno sforzo intenso, si cerca la velocità dall’utilizzo del bastone, in una ultra si cerca di economizzare. Gli americani dicono il classico 90° al gomito con il bastone dritto, ma in fondo che ne sanno loro delle Alpi? Quindi io consiglio, nel dubbio, di aggiungere un cinque centimetri, si va meno a cercare l’appoggio e si usa un po’di più in spinta.

Ed ora finiamo con il come. Fondamentalmente ci sono tre tecniche di progressione coi bastoncini.

PASSO ALTERNATO

E’quello comunemente utilizzato, ottimo per la progressione su salite poco tecniche e non troppo ripide, in cui l’appoggio del bastoncino e della gamba sono alternati: gamba destra avanti, braccio sinistro avanti, gamba sinistra avanza, avanza il braccio destro. E’ un gesto abbastanza semplice una volta capito il meccanismo, efficace nel dare ritmo, poco dispendioso, e ci permette di guadagnare distanza con la falcata se siamo al passo.

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MC in progressione al Temple of Miles

PASSO SPINTA

E’ l’appoggio combinato e parallelo dei due bastoni in avanti (chi ha finezza di tecnica ne appoggia, come nello sci nordico, uno un pelo prima e più avanti dell’altro), che ci permette di fare forza e “tirarci” su. Si usa sulle salite molto ripide o a risalti, o dove comunque non si riesce a sviluppare un passo alternato efficace. Se in questo modo possiamo aiutarci di più con la parte alta del corpo, ricordiamoci che se usiamo troppo le braccia andiamo spesso a lavorare con la zona lombare in maniera innaturale, inficiando i possibili benefici.

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Il Coach si trascina verso il Buco del Viso

CORSA CON I BASTONCINI

Si vede talvolta correre con i bastoncini nei tratti di falsopiano. Qui serve un po’più di agilità e coordinazione per eseguire un passo che ricorda da vicino il vetusto passo svedese o finlandese. Scomparso dalle piste se non nei ricordi di qualche purista o negli incubi degli Aspiranti Maestri, ha trovato applicazione nella corsa. Si usa più che altro in brevi tratti di falsopiano o nei rilanci tra un tratto di salita e l’altro per alleggerire un po’i carichi e far lavorare i muscoli delle gambe diversamente. E’molto efficace, ma decisamente dispendioso.

Foto Sylvain passo svedese
Sylvain Court in perfetto stile di corsa