Spin Rs, an unprofessional review

Tutto è iniziato alla mia prima ultra.

Ero nel bosco con un po’ di amici cercando di non sputare sangue già durante i primi chilometri. Ad un certo punto, una ragazza compare da un sentiero. “Non ci credo mi ero già persa”, dice la ragazza sorridente e magrolina. Si unisce al gruppo, anzi, più che altro si mette davanti a noi e credo proprio che vada al nostro ritmo solo per paura di perdersi di nuovo (si, lo farà, ma questa è un’altra storia).

Indossa delle scarpe blu elettrico e fucsia e la sua andatura mostra sicurezza ed esperienza. Poi ha stile. Basta poco e sono ormai convinta che le scarpe che indossa debbano essere le migliori. E poi mi hanno detto che è la donna del Coach.

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix
Guess who

Questa è la prima volta che ho visto le Spin Rs e i piedi che le indossano sono – si, l’avrete capito – di MC.

Ho corso solo con delle Cascadia e si può dire che non sia una grande fissata (né esperta) di materiale tecnico, per questo colgo l’occasione al volo quando mi capita di partecipare ad un experience SCARPA durante UTMB. Ci faranno testare le Spin RS e correre con Davide Grazielli (lo conoscete?) mangiare e bere. C’è bisogno d’altro?

Stresso MC da settimane per capire che numero devo prendere di queste scarpe. Tutti mi dicono che calzano strette e vado in totale paranoia. Stresso anche tutte le persone che so possano averle già provate e niente, non riesco comunque a dipanare i miei dubbi.

Apro la scatola e dentro ci trovo un 38. Ma non avevo chiesto un 37.5? Oddio, tu che numero hai Mary? Panico. Però che colori! Io comunque me le metto va’.

Ricevo subito un prezioso consiglio da un atleta DU (quelli si che le distrugg..ehm, provano le scarpe): ‘metti la soletta più morbida che trovi nella scatola’. Detto, fatto.

Così – anche stavolta – mi ritrovo a correre con gli amici, sui sentieri del Bianco. Solo che stavolta piove e probabilmente sembriamo una squadra di calcio.

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix

Il numero, sembra sia giusto (siete sollevati anche voi non è vero?) e in discesa riesco quasi a star dietro a MC. Sono appena diventate le mie scarpe preferite.

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix

Dettagli tecnici? Chiedete al nostro esperto materialista. Uno con due fibbie mi ha detto che è una scarpa che non regala nulla, e questo, penso sia vero. Precisa, leggerissima e con una suola (la litebase Vibram) che fa restare in piedi anche il runner più goffo (questo posso dirlo con certezza).

Lightness Experience 2018 at UTMB - Chamonix

Così dopo Chamonix, ho deciso di lasciare le Cascadia nel portabagagli ed ho dato alle Spin un tentativo serio: Dolomiti di Brenta. Non immaginerete mai cosa è successo.

No, nessun podio né record. Mi spiace, sarebbe stato un bel lieto fine.

Nessun podio ma anche nessuna vescica, ne storta, e questo posso dire che è un vero risultato.

In più – avrei dovuto immaginarlo guardando MC – ma pare che alla scarpa siano state fatte lamine e soletta, perché in discesa ti portano giù in sole due curve.

#nobeeristoofar

IMG_2346

COACH SAYS

Stavolta frego Andrea e faccio l’esperto io. Che poi farsi consigliare da uno che alle 11 ha una birra in mano… ma a mia discolpa posso dire che non guidavo e che si accompagnava bene coi formaggi. Anzi, si sarebbe accompagnata bene se le giapponesi non avessero assaltato il tagliere (ed il prosecco). Ma parliamo di scarpe…

SPIN RS: dopo l’ottima riuscita della SPIN, c’era attesa per la versione RS che doveva sulla carta rappresentare un’evoluzione più ammortizzata ed adatta alle lunghe distanze.

Ma una volta presi in mano già i primi prototipi, avevo capito che era riduttivo ridurla al ruolo di sorella maggiore, perché la RS va a mettersi in uno spazio tutto suo.

La tomaia ricorda quella della SPIN in tutto, con l’aggiunta di un toe bumper che su sentieri sassosi e tecnici si sente e non poco. Qualche rinforzo in più nella parte mediana, ma la calzata resta comoda e la scarpa flessibile e reattiva.

Le grosse novità sono nell’intersuola e soprattutto nella suola MEGAGRIP con LITEBASE: il nuovo tread è aggressivo e da ancora più sicurezza della versione normale, ma grazie all’intersuola più alta e protettiva, non si sente minimamente. La cosa bella è che grazie al LITEBASE tutta questa protezione e grip non si sente sul peso, che è quasi identico alle SPIN.

Il drop diventa 8 mm, ma alla calzata difficilmente si riconosce perché la scarpa resta molto bassa e stabile: forse solo in discesa si nota che la caviglia resta un po’più alta.

Come si comporta sui sentieri? E’una scarpa meno immediata della SPIN, perché è molto più neutrale. Devi metterci del tuo, tenerla su di giri, ma se perde quella sensazione da Formula 1 della SPIN, è decisamente più protettiva e perdona molto, specie in discesa dove aiuta a lasciare andare senza perdere nulla in precisione e stabilità.

Dove la vedo bene: montagna vera dove si apprezza la protezione e leggerezza, sentieri fangosi dove la suola si comporta al meglio, ma anche sulle rocce dove la precisione si fa gradire ed apprezzare. E se vi capita di trovare quei bei battutoni di terra morbida all’americana, rimarrete sorpresi da come si comporta a ritmi veloci…

Distanza: lo chiedete ad uno che usa le SPIN per fare 160 km, quindi non faccio testo. Ma io la vedo dalle sky fino alle 50 miglia per tutti. Oltre serve un po’di gamba per tenerla attiva ed apprezzare la scarpa: se siete dei muscolari, potete tranquillamente portarla oltre, specie aggiungendo la soletta più spessa tra le due a disposizione per renderla ancora più protettiva.

Difetti: non mi piacciono le scarpe nere. Marta, posso avere quelle verdine la prossima volta?

Not-that-fast packing: il Giro del Marguareis

Marguareis, un posto sconosciuto ai più, ma…
Al di fuori di un ristretto gruppo di malati di vie storiche ed adoratori di Gogna, e non contando gli scialpinisti liguri, per i quali è il salotto di casa, il Marguareis resta una montagna poco nota tra i camminatori e gli escursionisti.

Sulla linea di confine italofrancese, tra la provincia di Cuneo ed il dipartimento delle Alpi Marittime, presenta invece un territorio molto vario, caratterizzato da altopiani desolati, pareti strapiombanti, fenomeni carsici e dalla presenza di calcare bianco, che rende alcuni tratti quasi lunari.
IMG_20180816_122412
Per evitare code, ansia e nervosismo da Ferragosto, decidiamo quindi di andare “dietro casa” a farci il ben segnato Giro che lo circumnaviga: l’anello classico prevede la partenza da Pian Delle Gorre, ed una suddivisione del percorso in 5 tappe, ma i rifugi in cui si può pernottare sono addirittura 8. Si può quindi decidere di organizzare il proprio giro come meglio si crede, prendendosi ciascuno i propri tempi.
Le varianti sul percorso ed i punti di partenza sono diversi: noi ci incamminiamo verso l’anello da Upega, paesino Brigasco ricco di storia, con influenze liguri, nizzarde e occitane, ma pur sempre in Piemonte, caratterizzato dalle piccole case alte in pietra, una addossata all’altra ed immerse tra i pascoli.
Decidiamo di forzare un po’ il passo e chiudere l’anello in 2 giorni, quindi con una sola notte fuori. Partenza da Upega con cielo molto coperto, inizia anche a piovigginare, ma arriviamo al Don Barbera, ci concediamo un tazzone di the ed il cielo sembra aprirsi: finalmente il Marguareis si presenta ai nostri occhi. Da lì inizia la salita non troppo impegnativa alla Capanna Morgantini e poi via, lunga discesa verso Gias dell’Ortica, piccola risalita al Passo del Duca per poi lanciarsi nella discesa senza fine al Pian delle Gorre.

 

E’ Ferragosto, c’è gente dappertutto e vediamo bene di levarci di torno. Ovviamente dopo aver perso tutto quel dislivello bisogna mio malgrado riprenderlo ed iniziamo la lunga salita al Rifugio Garelli dove arriviamo nel pomeriggio e ci godiamo anche un po’ l’atmosfera del rifugio. Prima tappa andata!
Ripartiamo il mattino dopo col cielo terso, subito una salita a Porta Sestrera che nel sole del mattino si apre su un paesaggio magnifico, poi discesa al Rifugio Mondovì: da lì decidiamo di allungare il giro e circumnavigare anche il Mongioie, seguendo il sentiero V1. La salita verso il Bocchino della Brignola è lunga, le mosche ci perseguitano, ma appena scollinato ecco lago Raschera, in una magnifica conca verde.
IMG_20180816_120346
Iniziamo un po’ di sali scendi ed eccoci al Pian dell’Olio, una distesa di stelle alpine, uno spettacolo unico. Da qui iniziamo di nuovo a perdere quasi tutto il dislivello guadagnato, e con lui anche le ginocchia…
Tappa veloce al Rifugio Mongioie con coca e patatine e appena prima dell’abitato di Carnino attraversiamo addirittura un ponte tibetano. Da Carnino Superiore inizia una dura salita al Passo del Lagarè, in sottofondo la band che sta suonando a Carnino alla festa del paese e che sta massacrando alcuni classici della musica leggera italiana, ma almeno ci fa ridere, e dal Passo ormai è fatta, inizia la discesa ad Upega immersi in una valle viola di lavanda selvatica.

 

Alla fine due giornate da 30/35 chilometri e un duemila metri di dislivello al giorno. Non è la classica passeggiata domenicale, ma neanche un’impresa titanica: basta un po’di continuità in salita, un po’di corsetta nelle lunghe discese e buona compagnia per i momenti di down. In compenso si è ripagati da panorami splendidi, ambiente vario e su gran parte del percorso, la completa solitudine.
Fastpacking? Slowrunning? Escursionismo estremo? Rando-course? Chiamatela come volete… per me un ottimo modo per passare un week-end…
IMG_6035
COACH SAYS
“Ma non è una semplice passeggiata?”
“Ma io sono un runner…”
“Vai così piano che non è allenanante!”

“Oh, lo zaino pesa un quintale, come fai a correre?

No, non è la semplice passeggiata.
Lo sappiamo che siete runner, ma capiterà anche a voi prima o poi di dover camminare una salita.
Anche se non ci credete, può essere un ottimo allenamento.
E no, se sei smart lo zaino non pesa un quintale.
Ah, è anche divertente.

Direi che come in ogni attività, è l’attitudine con cui la si affronta, che la rende appetibile o meno. Quindi iniziamo a scavare e vedere di cosa parliamo.L’idea di compiere lunghe traversate di più giorni, è tutto meno che nuova: i grandi cammini, i sentieri alpini a tappe, i raid e le traversate, sono tutte cose che fanno parte del bagaglio storico dell’escursionismo. Quello che è cambiato nel tempo, è che con i materiali di oggi, diventa possibile per tanti coprire più km, e l’avvento della corsa in natura su lunghe distanze ha “sdoganato” il concetto di correre sui sentieri anche tra un pubblico che mai ci si sarebbe avvicinato prima.

IMG_20180816_124824

Ora è diventato lo snobistico fastpacking, ma anche quando le chiamavamo concatenazioni il concetto era lo stesso: percorrenze superiori alla classica gita, bivacco o pernottamento più o meno spartano, durata varia dai due giorni a più settimane.

Quindi la prima variabile da affrontare è quella della durata: si parte dal weekend, fino ai mesi che ci vogliono per i grandi sentieri americani come il Pacific Crest Trail.

La seconda variabile, è quella del tipo di supporto esterno che andremo ad avere: dal crewing maniacale dei tentativi in velocità stile Scott Jurek o Karl Meltzer sull’Appalachian Trail, alla completa indipendenza con tenda e viveri a spalle anche per più giorni.

IMG_20180816_124844

Il bello è che in mezzo c’è una miriade di opzioni che possono rendere la cosa divertente per il runner iperagonista, come per l’escursionista che vuole provare il brivido delle scarpe da trail e mettere testa bassa. Basta trovare il proprio spazio.

Si, ok, ma è allenante?Certo. Va magari vagliato ed orientato in funzione della stagione e degli obiettivi, ma i possibili punti a favore sono molti:
Innanzitutto, uno sforzo aerobico di lunga durata, è comunque allenante per creare una base. A chi dice che è troppo basso, ricordo che il muscolo cardiaco impara a pompare volumi maggiori di sangue proprio a ritmi bassi.
Poi da un condizionamento muscolare che in un ultra è sempre gradito ed auspicato: il classico “stare sulle gambe”.
Insegna a gestire lo sforzo su tempi e modi completamente differenti dalla classica gara o uscita lunga: è uno stimolo che ci obbliga a trovare nuove risorse fisiche e mentali, una diversificazione che, per esempio, insegna al nostro corpo a scovare energie in modi diversi dai soliti.
Ma anche nello specifico, in preparazione ad un ultra: siete sicuri che la salita alla Tete aux Vents al km 155 la farete molto più rapida in gara all’UTMB che dopo una giornata di cammino a ritmi più gestibili e “solo” 50 km nelle gambe?E soprattutto, come già evidenziato in apertura: è divertente.
IMG_20180816_161629
E lo è ancora di più se fatto in compagnia. Senza assillo di cronometro, senza sbuffare se bisogna aspettare, e senza sensi di colpa se al rifugio ci si ferma un ora invece che i soliti tre minuti a ristoro. Ci permette di “reinserire” in un contesto piacevole e positivo la corsa e tutto quello che la riguarda: ottimo a chiudere la stagione o per un bel break dopo un appuntamento importante. Ed è comunque emozionante l’idea di coprire lunghe distanze in breve tempo, veder cambiare il paesaggio e saper riconoscere ambienti diversi.
Per farlo serve un po’di fantasia, sapere un minimo pianificare (ma anche no, se si ha spirito di avventura), essere a proprio agio con una carta in mano, e avere l’attrezzatura giusta, perché fa davvero la differenza. Ma su questo punto andremo a vedere con Andrea qualche consiglio ed indicazione…
Fastpacking? Slowpacking? It’s all about having fun!

GTL -La Grande Traversata del Lagorai

Cosa succede a mettere Eva e Molletta (scusa Giulia, ma per noi resti Molletta) in viaggio per una settimana in una delle traversate più belle del Nord Italia? Un tipico esempio di “slow and heavy”: ma chi l’ha detto che per godersi la montagna bisogna sempre e solo parlare di corsa? Il caro vecchio escursionismo, ha ancora un senso? Non saremo tutti troppo presi dalla mania di correre, correre, correre, non importa dove ma importa quanto? Vediamo se il Dynamic Duo vi convince a prenderla con calma, almeno ogni tanto.

Km: un’80ina

Dislivello: un po’ più di 5000

Tempo massimo: il necessario, ma forse, anche un po’ di più.

GTL: effettivamente potrebbe sembrare il nome di un’importantissima gara di ultra trail, ma invece non lo è.

Le uniche cose che accomunano questa traversata con un ultra sono la fatica, la montagna e i sentieri che la rendono in qualche modo più accessibile all’essere umano.

I sentieri.

Mentre procedevo concentrata verso l’attacco della via guardavo i camminatori con i loro zaini enormi pieni di cose probabilmente inutili fermarsi a guardare una pianta, a chiaccherare, a sedersi e bere un sorso d’acqua.

– Dove andate di bello?

– Sul Campanile a scalare.

– Ah ma davvero? Che brave. Io ho le vertigini, non potrei mai. Che coraggiose.

– Ma va… quale coraggio. E poi fidati ci riusciresti anche tu… Voi dove siete diretti?

– Arriviamo al rifugio, poi torniamo indietro. Speriamo che il tempo regga.

Anche se mi godevo l’avvicinamento e la relativa fatica per me i sentieri erano la rampa di lancio per la mia avventura. Aveva un senso percorrerli solo se arrivavano alla base di una grande parete da scalare.

Il girare in montagna fine a se stesso proprio non riuscivo a capirlo, e diciamoci la verità, un po’ lo snobbavo.

dav
Backpacking is not a crime

Per quanto a me sembri strano ritrovarmi qui, con uno zaino da 15k (?) a camminare per arrivare ad un posto dove dormire, non riesco proprio a capacitarmi di come Giulia abbia deciso di voler esser qui. Non si sta nemmeno lamentando…anzi, sembra divertirsi più di me.

IMG_1789
Giulia che si diverte un casino dopo aver fatto la doccia

Con una partenza alla solita buon’ora (le 15 sono un’ottima ora) portiamo il nostro solito stile anarchico ed approssimativo anche a questa nuova disciplina. Nessuno studio preventivo, cartina comprata alle ore 14.45 e via così. Le giovani marmotte ci fanno un baffo.

DSCF2026
Approcciando il trekking fast and light

I posti sono selvaggi e bellissimi, le persone poche. Se fossi venuta qui a correre con la solita modalità ‘half-ass’ non avrei trovato turisti a cui scucire sorsate d’acqua in cambio di foto ricordo.

Procedo lenta e stanca. Credevo fosse una passeggiata e invece ho la testa china e mangio terra. Giulia sta bene, in discesa corre. Insieme impariamo la tecnica scarafaggio grazie cui riusciamo a rimetterci lo zaino sulla schiena dopo una pausa. Ci ripromettiamo di non fare mai più un giro con uno zaino del genere, ma intanto fantastichiamo su soluzioni per portare più cibo alla prossima. Eh si, mentre da un lato mi riprometto che almeno per un anno sui sentieri ci andrò solo ‘fast and light’, dall’altro con Giulia già si pensa alla prossima volta…

Ci sono voluti sei giorni per arrivare da Panarotta a Passo Rolle, se ci si pensa son davvero tanti. Avremmo potuto andare più veloci, fare tappe più lunghe, ma credo che tutto sommato ci saremmo perse qualcosa.

DSCF2098
Giulia si rinfresca le zampe in attesa del temporale

La fretta, il rientro, quello che ti aspetta all’arrivo comincia a perdere senso e ti ritrovi veramente nel presente. Sei in un non-luogo dove poche cose hanno importanza: il vento che preannuncia un temporale, le ore che mancano al bivacco, i calzini bagnati, il risotto al tartufo liofilizzato tenuto per l’ultima sera.

DSCF2168_1
Il momento più atteso della giornata

Immersi nel quotidiano, domati dalle scadenze, conquistati dal superfluo, abbiamo bisogno di sporcarci un po’ per riuscire a vedere il bello.

E camminare, alla fine, non è affatto male…

DSCF2257_1
Home is everywhere
DSCF2271_1
Trash lovers

 

10 COSE CHE NON POSSONO MANCARE IN UNA TRAVERSATA A PIEDI

– un cambio di percorso

– un temporale spaventoso

– un incontro notturno

– condividere una parte di percorso con un nuovo amico

– la conta delle barrette rimaste

– uso preventivo e sconsiderato di medicinali

– un debito da dover saldare tramite vaglia contratto per panini e birre

– uso indiscriminato di bende elastiche

– una sbronza rovinata dall’arrivo di una famiglia in bivacco

– un bagno senza vestiti e un urlo fortissimo

 

Si fa presto a dire “bastoncini”!

Basta presentarsi sulla linea di partenza di una qualunque gara di trail su media o lunga distanza e fare un rapido conto: più o meno il 70% dei presenti utilizza dei bastoncini, e in alcune gare probabilmente ci avviciniamo al 90%. Ma cos’è questa sorta di mania da “trekking poles” che sembra aver contagiato l’intero mondo del trail? Proviamo a capirlo insieme.

WhatsApp Image 2018-08-02 at 11.34.27

Le basi
Camminare in montagna è faticoso, lo sappiamo bene. Figuriamoci correrci. I bastoncini, quando usati correttamente, possono alleviare questa fatica in maniera sostanziale. Il succo del discorso è tutto qui. C’è anche chi si è azzardato a buttare giù dei numeri, asserendo che l’utilizzo dei bastoncini riesce ad alleviare l’affaticamento delle gambe fino al 20%, tuttavia non esistono studi conclusivi a riguardo. Al di là dei numeri, è fuori  discussione che camminare in salita con i bastoncini permetta di sfruttare in maniera proficua tutta quella muscolatura di braccia e spalle che, diversamente, sarebbe solo un peso che ci porteremmo inevitabilmente appresso: tanto vale provarle a dargli un senso e sfruttarlo a nostro vantaggio, no?

WhatsApp Image 2018-08-08 at 10.17.01
Paco e Carmo si godono due appoggi extra dove l’aria è sottile

Bastoncini sì, ma quali?
Da un punto di vista storico, i bastoncini arrivano innanzitutto dal mondo dello sci nordico e del trekking. I primi bastoncini in alluminio, mutuati dagli specialisti delle nevi, erano leggeri e resistenti ma poco trasportabili e si sono poi evoluti nei modelli telescopici a due o tre sezioni. Un semplice meccanismo di chiusura ad avvitamento permetteva di allungare e accorciare rapidamente il bastoncino, rendendolo adatto alla salita, alla discesa e al trasporto sullo zaino da trekking (o al suo interno). Bingo.
E per il trail? Si poteva fare di meglio e rendere il processo rapido e a prova di bomba (cosa che con la chiusura tradizionale non è sempre scontata… freddo, polvere, acqua, sporco non aiutano certo e sono condizioni comuni in gara o nelle nostre uscite).
Per noi, la vera rivoluzione l’hanno fatta i modelli “a sonda” in carbonio. Con una struttura che ricorda le sonde da ricerca dispersi in valanga ed una serie di sezioni cave che in uso vengono messe in tensione da un cordino di dyneema interno, questi bastoncini hanno segnato il vero cambio di passo per gli appassionati di trail running di tutto il mondo.

Progetto senza titolo
Bastoncini a sonda a misura fissa: da sx Masters Tre Cime Fix, Black Diamond Distance Carbon Z, Leki Micro RCM

Perché? Sono leggerissimi, con un volume d’ingombro minimo una volta smontati, non richiedono manutenzione e non hanno i problemi d’inceppamento tipici dei modelli telescopici. Soprattutto, sono pratici da tenere in mano una volta ripiegati e sono facili da fissare esternamente allo zaino, come vedremo tra poco. Non a caso, praticamente tutti gli atleti elite che usano i bastoncini optano per questa tipologia.

Bastoncini Sonda Regolabili
Bastoncini a sonda regolabili: da sx Masters Tre Cime Carbon, Black Diamond Distance Carbon FLZ, Leki Micro Vario Black

Ci sono poi i modelli a lunghezza fissa, molto diffusi in ambito Vertical K o Sky. Sono in assoluto i più leggeri e funzionali, salvo essere poi un po’ più scomodi da trasportare, non essendo pieghevoli.

Master
Masters Sassolungo, un capolavoro di leggerezza e robustezza.

Discorso a parte lo fanno le impugnature: in sughero o in tessuto sintetico, corpose o minimali, con lacciolo classico o guantino a sgancio rapido in stile “nordic walking”. Quasi sempre la scelta è dettata dai vostri gusti e dal tipo di utilizzo che fate dei bastoncini.

micro-trail-pro-trail-running-poles-p4634-29121_image
I Leki Micro Trail Pro con la caratteristica impugnatura facilmente staccabile.

Chi scrive, per esempio, li usa esclusivamente in salita e predilige i modelli con impugnatura nordic perché sono particolarmente pratici da sganciare nei tratti pianeggianti e in discesa.

WhatsApp Image 2018-08-08 at 10.17.49
L’autore dell’articolo “on the run”

L’enorme differenza nella scelta dei bastoncini la fa lo zaino che utilizzeremo, perché sarà quello a determinare se e come potremo riporli quando non ci serviranno. La condotta in questo caso è fondamentale: in gara diventiamo tutti pigri, lo siamo addirittura con l’alimentazione (quel gel che dovrei tanto prendere è laggiù, lontano, nella tasca… come farò mai a raggiungerlo?) figuriamoci con i bastoncini. C’è chi li trasporta tutto il tempo in mano, direttamente montati, senza accusare il colpo. Tuttavia, vi posso assicurare che non c’è niente di meglio di avere le mani libere durante la discesa che segue una lunga salita. Oggi, quasi tutti le aziende hanno adeguato l’offerta dei loro zaini ed è sempre più facile trovare soluzioni ingegnose per il trasporto dei bastoncini

Qualche esempio? Abbiamo Ultimate Direction, che nella sua quarta versione della sua Signature Series ha messo a segno un colpo eccellente con un sistema di trasporto semplice, pratico e intuitivo, che funziona bene soprattutto con i modelli a sonda compatti e leggeri.

images

Salomon ha introdotto da poco una faretra modulare disegnata appositamente per la linea S/Lab Sense Ultra Set, molto pratica nell’utilizzo sul campo e intelligente perché rimuovibile all’occorrenza. C’è poi il sistema storico di trasporto bastoncini della casa di Annecy, presente sui modelli ADV Skin, estremamente versatile (è uno dei pochi che funziona bene anche con i modelli telescopici) ma un po’ più laborioso da utilizzare.

Infine, abbiamo lo Skin Pro 10 Set che combina addirittura tre modalità di trasporto: internamente allo zaino, esternamente in modo trasversale oppure sfruttando il cordino elastico incrociato presente sul fondo. Ingegnoso e molto efficace.

Per gli amanti degli zaini più strutturati, di concezione un po’ più classica, Raidlight propone dei modelli molto validi sui quali fissare i bastoncini è semplicissimo. Su tutta la linea Ultra Legend troviamo sia il fissaggio classico posteriore, sia un sistema frontale di nuova concezione ad aggancio rapido:

zaino-ultra-legend-20l
Non solo zaini.
È passato un po’ di tempo da quando si vide Luis Alberto Hernando vincere gare in tutto il mondo con i suoi fedeli bastoncini fissati in vita tramite una cintura elastica. Da allora, l’offerta di fasce ventrali elasticizzate che permettono di trasportare i bastoncini (prevalentemente i modelli a sonda) è aumentata esponenzialmente. Si tratta di cinture realizzate in materiale elastico, che arrivano fino ai 5 litri di capienza, con cui sostituire lo zaino per trasportare il materiale indispensabile per le vostre uscite. I modelli presenti sul mercato sono parecchi e tutti molto interessanti. Si passa da Archmax a Compressport, da Salomon a Naked passando per Nathan e Ultimate Direction. Il trasporto dei bastoncini in vita offre notevoli vantaggi, lasciando libero il tronco e le spalle. Se vi piace la corsa shirtless e minimale, e non avete bisogno di trasportare troppo materiale, tenetele presente.

Fasce
A sx la fascia Compressport in versione UTMB, a dx l’originale Archmax

Sì, ma il gesto?
I puristi della corsa s’indignano, di fronte a D’Haene che stravince l’UTMB correndo con i bastoncini e mettendosi dietro persino Re Kilian. “Non si corre con i bastoncini!”, “Ma non è neanche capace ad usarli!”. Il puro gesto della corsa viene indubbiamente compromesso dall’utilizzo di quei due pali rigidi che non si sa mai bene come abbinare al passo spedito di un runner efficiente, tuttavia la prova sul campo non lascia adito a dubbi: i bastoncini aiutano tutti, persino i top! E se oltreoceano i detrattori della corsa con zainetto e bastoncini rimangono la maggioranza, in gare particolarmente “montagnard” e con molto dislivello come Hard Rock 100 si cominciano ad intravedere persino in mano ai nomi che contano. Insomma, tocca farsene una ragione: se persino il Coach ha fatto  l’UTMB con un paio di vetusti Camp Xenon 4 in mano, va davvero a finire che i bastoncini servono ad andare più veloce!

IMG_6035

COACH SAYS

Bastoncini? Discorso complicato.

Che possano rappresentare un aiuto valido nelle ultra “montane”, è fuori discussione, ma è davvero tutto così semplice? No, e andiamo a vedere perché.

Qual’è materialmente il vantaggio di utilizzare i bastoncini?

Innanzitutto, scarichiamo dalle articolazioni delle gambe un po’di peso, ma il discorso vale anche per i muscoli del CORE, in quanto la stabilità data dai quattro punti di appoggio ci permette di dover chiudere meno per restare bilanciati
Salviamo la schiena restando più dritti, e nel fare questo aiutiamo anche la respirazione aprendo bene la zona del diaframma e soprattutto ventrale.
E, cosa da non sottovalutare, ci aiutano spesso a trovare continuità e ritmo sulle salite più continue evitando continui fuori giri.

Vediamo invece i punti negativi.

Oltre ad un certo ingombro (anche se, come visto, al giorno d’oggi è un problema superato dalle nuove soluzioni di trasporto), c’è la tendenza ad “addormentare” un po’i runner, che spesso cedono alla camminata anche quando potrebbero comunque sfruttare una corsa poco dispendiosa. E qui arriviamo al nocciolo della questione.
Vero, i bastoncini aiutano, ma non dimentichiamo che l’utilizzo degli arti superiori alza anche i battiti e di conseguenza il dispendio energetico che potrebbe in certe situazioni portarci fuori soglia.

Quindi quando vale la pena usare i bastoncini e quando no?

Innanzitutto, bisogna avere un minimo di padronanza della tecnica, altrimenti davvero si “spende” molto per guadagnare poco e spesso intralciarsi da soli. Ergo, no “domani li prendo senza averli mai usati perché ce li hanno tutti”. Poi valutiamo il percorso: dislivello importante, salite lunghe e continue, chilometraggio pesante, via coi bastoncini. Gare corribili, salite nervose o tanti saliscendi, valutare bene, anche con chilometraggi ultra. A proposito: si usano in discesa? Io sostengo di no, perché ok che aiutano le articolazioni, ma si rischia spesso la caduta e le continue frenate significano per i nostri quadricipiti un aumento delle contrazioni eccentrico/concentriche ed un sacco di scorie. Quindi, a meno di non essere su terreno davvero tecnico e con le ginocchia scoppiate, io eviterei.

43697640341_eb5106b0d6_o
Il Tenente Mirel si gode le Piccole Dolomiti

Ok, vi ho convinto che servono. Ma che altezza? Due scuole di pensiero, a seconda dell’utilizzo. Chi fa VK o Sky preferisce un bastone alto, in pieno stile sci nordico, perché spesso lo utilizza in progressione a due appoggi, tirandosi su con le braccia. Per chi fa ultra, non è consigliato sempre per il discorso del dispendio energetico: in uno sforzo intenso, si cerca la velocità dall’utilizzo del bastone, in una ultra si cerca di economizzare. Gli americani dicono il classico 90° al gomito con il bastone dritto, ma in fondo che ne sanno loro delle Alpi? Quindi io consiglio, nel dubbio, di aggiungere un cinque centimetri, si va meno a cercare l’appoggio e si usa un po’di più in spinta.

Ed ora finiamo con il come. Fondamentalmente ci sono tre tecniche di progressione coi bastoncini.

PASSO ALTERNATO

E’quello comunemente utilizzato, ottimo per la progressione su salite poco tecniche e non troppo ripide, in cui l’appoggio del bastoncino e della gamba sono alternati: gamba destra avanti, braccio sinistro avanti, gamba sinistra avanza, avanza il braccio destro. E’ un gesto abbastanza semplice una volta capito il meccanismo, efficace nel dare ritmo, poco dispendioso, e ci permette di guadagnare distanza con la falcata se siamo al passo.

WhatsApp Image 2018-08-02 at 11.30.01
MC in progressione al Temple of Miles

PASSO SPINTA

E’ l’appoggio combinato e parallelo dei due bastoni in avanti (chi ha finezza di tecnica ne appoggia, come nello sci nordico, uno un pelo prima e più avanti dell’altro), che ci permette di fare forza e “tirarci” su. Si usa sulle salite molto ripide o a risalti, o dove comunque non si riesce a sviluppare un passo alternato efficace. Se in questo modo possiamo aiutarci di più con la parte alta del corpo, ricordiamoci che se usiamo troppo le braccia andiamo spesso a lavorare con la zona lombare in maniera innaturale, inficiando i possibili benefici.

.facebook_1533199135859
Il Coach si trascina verso il Buco del Viso

CORSA CON I BASTONCINI

Si vede talvolta correre con i bastoncini nei tratti di falsopiano. Qui serve un po’più di agilità e coordinazione per eseguire un passo che ricorda da vicino il vetusto passo svedese o finlandese. Scomparso dalle piste se non nei ricordi di qualche purista o negli incubi degli Aspiranti Maestri, ha trovato applicazione nella corsa. Si usa più che altro in brevi tratti di falsopiano o nei rilanci tra un tratto di salita e l’altro per alleggerire un po’i carichi e far lavorare i muscoli delle gambe diversamente. E’molto efficace, ma decisamente dispendioso.

Foto Sylvain passo svedese
Sylvain Court in perfetto stile di corsa

Sponsorizzazioni for dummies

Forte non sono mai andato. Tuttavia, per il mio lavoro precedente, per amicizie, perché sono un cinico bastardo, e perché mi piace leggere libri sulla psicologia sociale e dello sport, qualcosa di sponsorizzazioni e atleti provo a capirne.
Ovviamente questo pezzo non va preso come una dichiarazione di qualche tipo, ma semmai come uno spunto di riflessione e di dibattito costruttivo.
Credo sia necessario parlare in modo aperto e pacifico su ciò che è la situazione nel nostro sport preferito, andando a toccare molti argomenti che vengono a torto considerati un tabù, visto quanto la scena italiana dell’ultrarunning sta cambiando nel corso degli anni.
Lo sappiamo, ed è ora di prenderne atto, l’epoca in cui ci si trovava tra fricchettoni e punkabbestia a massacrarsi di chilometri il weekend vestiti a caso e con le scarpe da strada è passata. Ora si parla di sponsor, di èlite e di contratti.
Vediamo di analizzare il tutto con calma.

Sponsorizzazioni. Il punto di vista delle Aziende-
Partiamo da un assunto.
Ogni azienda ha come obbiettivo finale l’aumento del profitto, ovvero, guadagnare soldi.
Non c’è solitamente un limite ai soldi che un’azienda vuole guadagnare: più sono meglio è.
Sembra una cosa banale, ma spesso ce ne dimentichiamo. Vediamo di tenere a mente questo assunto e i prossimi durante la lettura di tutto l’articolo.
Un’azienda non è una ONG e non fa carità. Al di fuori forse di Patagonia, su cui spenderemo qualche riga dopo, ma che è un discorso a parte, tutte le aziende hanno come fine ultimo quello di ingrandirsi e guadagnare soldi. Punto.

Perché le aziende sponsorizzano gli atleti?
Perché è scientificamente dimostrato che siamo esseri condizionabili e in qualità di consumatori siamo ciò che tiene le aziende vive spendendo i nostri soldi per acquistare i loro prodotti. Siamo disposti a pagare più o meno beni necessari (cibo/abbigliamento) così come beni di lusso superflui alla sopravvivenza (orologi/gioielli) e anche prodotti che ci fanno deliberatamente male (alcool/sigarette) per il valore intrinseco che gli attribuiamo, non per la loro reale utilità.

Un’azienda ti sponsorizza come atleta non perché vuole farti carità, perché crede che correre fa bene alla tua salute, ma perché l’atleta è uno strumento di produzione di valore economico.
Le aziende non sono tendenzialmente interessate alla salute dell’individuo. Pensate solo che c’è una squadra sportiva di atleti sponsorizzati da McDonald’s. Come si diceva prima, il fine ultimo è la produzione di utile monetario, il mezzo con cui avviene è un dettaglio non importante.

Picture9.jpg
Evento sponorizzato da Mc Donald’s – foto tratta da internet

Come si produce valore economico?
Se rifletti sulla tua vita potrai pensare a milioni di esempi in cui hai acquistato cose che nella realtà non ti servivano, ma per il fatto che erano ben sponsorizzate da un’azienda.
Io personalmente ho acquistato delle scarpe di Altra solo perché le avevo viste in un video con Jenn Shelton. Non mi piacevano neppure troppo. Ho acquistato dei pantaloncini gialli perché all’epoca, ancora non ci conoscevamo bene, li metteva Davide Grazielli, e comprerò delle scarpe The North Face senza averle provate solo perché “sono quelle di Rob Krar”.

_G5A0647_y3jdrd
credits haydenteachout.com

Acquistiamo per le pubblicità, per il packaging, per i valori che attribuiamo a qualcosa al di sopra della effettiva utilità dell’oggetto. Quando compriamo una felpa non la acquistiamo perché ci serve, ma perché ci fa pensare all’idea di fitness, di allenamenti e di benessere. La prima azienda nell’outdoor ad averlo capito è stata Nike, che, vendendo l’idea di fitness è riuscita a far pagare alle persone una t-shirt di valore qualitativo basso a un prezzo esorbitante per gli standard di mercato dell’epoca. Hanno capito per primi che un’idea può essere pagata più che un oggetto.
Diciamo pure che il valore reale di quello che acquistiamo è praticamente sempre molto più basso del valore effettivo dell’oggetto.  Esistono ovviamente milioni di motivazioni diverse, inconsce o meno, che portano un consumatore a volere e poi acquistare qualcosa. Il lavoro degli operatori negli uffici marketing è proprio far volere qualcosa a qualcuno. Creare bisogni e vendergli oggetti per soddisfarli.

8e7f1fc8055965e150e5e1417ae22989.jpg
tratta da internet

Una sponsorizzazione è un contratto di lavoro. Significa che hai firmato un contratto e accettato delle condizioni.

Cosa è cambiato rispetto un po’ di anni fa?
La comunicazione, ovviamente. Prima gli atleti venivano sponsorizzati solo sulla base dei loro risultati oggettivamente dimostrabili. Ora invece il lavoro dell’atleta non è solo quello di costruire un palmares credibile, ma anche e soprattutto di creare e condividere contenuti, aumentando la fanbase di persone che lo seguono virtualmente.
Paradossalmente, i risultati di un atleta sono meno importanti del suo lavoro nella comunicazione virtuale: è preferibile per un’azienda sponsorizzare un atleta mediocre ma che “comunica” bene piuttosto che uno che fa dei grandi risultati ma non lo pubblicizza. Questo perché la comunicazione virtuale permette di raggiungere più persone e indirizzare più business che quella reale. Presentarsi nel 2018 a un’azienda affermando che “vado forte e faccio tanto passaparola” equivale a suicidarsi, se si sta cercando un contratto. Le “vecchie glorie” che vivevano sulle montagne e vincevano le gare e ritornavano nei loro luoghi in eremitaggio sono ora soppiantati da giovani che fanno selfie, post e sono credibili, sui social networks.
Pensate al mondo degli influencer, dei fashion blogger o di tutti quei personaggi che presumibilmente non faranno mai un risultato in vita loro, ma sono bravi nell’arte di mostrare (prodotti) e mostrarsi (se stessi).

Sponsorizzazioni. Il punto di vista degli atleti. Vantaggi di essere sponsorizzati
I vantaggi di una sponsorizzazione dipendono da caso a caso. Si va da una semplice fornitura materiale, al supporto economico cash o a favore di progetti. Può essere considerato un vantaggio anche una maggiore esposizione mediatica, frutto della comunicazione dell’azienda stessa e non solo dai canali comunicativi dell’atleta. La possibilità di testare prototipi e di essere ammessi alle gare (quantomeno quelle in cui l’azienda è sponsor) senza dover pagare l’iscrizione. Chi non vorrebbe essere “aiutato” mentre si dedica alla propria passione?
Tuttavia ogni c’è sempre il rovescio della medaglia.

the_coca_cola_series_final
tratta da AdBusters

Svantaggi
Il contratto di sponsorizzazione prevede ovviamente degli obblighi da rispettare. Questi obblighi partonopart vestire i prodotti dello sponsor (anche se sul mercato c’è qualcosa che potrebbe andare meglio per te / più leggero o performante/ esteticamente più bello e via dicendo): per capirci, se l’azienda che ti sponsorizza decide di produrre dei sacchi neri della spazzatura come maglie, tu li metti, perché hai firmato un contratto. Ve lo ricordate com’era conciato Kilian alla Western States del 2010, no?

ws-4-1489765681
Tratta da Internet

Un contratto odierno prevede inoltre quasi sicuramente un obbligo a “lavorare” nella comunicazione. Il che significa creare dei post, dei contenuti e quant’altro. Significa che anche se la gara va male e vorresti solo chiuderti nel silenzio e farti i cavoli tuoi, ne devi comunque parlare. Lo stesso se sei infortunato, ti ha scaricato la ragazza o ti sei svegliato in provincia di Terni, eri sbronzo e non ti ricordi niente.
Un altro obbligo non sempre piacevole è quella che io chiamo “la sindrome dei vocalist”. Significa in buona sostanza che devi tenerti buono su determinati temi e non puoi esporre la tua opinione sui mezzi di comunicazione. Devi sempre farti vedere felice, anche quando sei depresso. Inoltre, in Europa, ma in particolare in Italia, bisogna prestare ancora più attenzione ai “temi sensibili”.
A nessun cattolico piace sentirsi dire che dio non esiste. E nessuna azienda vuole perdere il potenziale denaro di un cattolico. Quindi, se anche tu pensi che dio non esiste o ne hai la certezza con tutte le ragioni plausibili del mondo, non lo scrivi sui social. Perché è un tema sensibile e all’azienda non interessa la tua opinione sui temi sensibili. Il tuo contratto di sponsorizzazione è da atleta, non da filosofo, politico o pensatore. L’esposizione mediatica in qualità di atleta anche nella vita privata data dai social networks significa che la tua vita è esposta a giudizio.
Questo giustifica in parte la piattezza delle dichiarazioni degli atleti nel giorno gara
“gli avversari erano forti, la gara bellissima, è stato bello arrivare primo anche se ho fatto fatica. Bravi tutti”.

Altro, ma non meno sottovalutabile svantaggio di una sponsorizzazione è l’inevitabile pressione che si viene a subire dopo aver firmato un contratto. Alcune aziende richiedono risultati o hanno una tabella premi in cui corrispondono un valore economico sulla base dei risultati in determinate situazioni. Altre non tengono conto di questo e adottano un sistema “fisso” di pagamento.
La cosa certa è che non avere vincoli né legami economici di nessun tipo ti lascia vivere meglio sia i ritiri che le gare in cui decidi di adottare strategie assurde scoppiando/andando a spasso per accompagnare qualcuno o per fare un giro: un privilegio non da poco nell’ultrarunning dove si sta in giro molte ore e l’impegno mentale e psicologico è enorme e protratto per tantissimo tempo. Per capirci, un conto è ritirarsi da un km verticale che dura al massimo mezz’ora, un conto da una 100 miglia dopo 20 ore che corri e stai male.

La mediocrità degli atleti. Il marketing push.
Senza entrare troppo in discorsi specifici diciamo che esistono due grossi metodi di fare marketing: il push, ovvero un martellamento continuo e costante di pubblicità e il pull, lasciando al centro l’individuo e spingendolo all’acquisto facendogli credere che sia stata sua volontà acquistare. L’esempio più lampante del marketing push sono le pubblicità in televisione. Dopo averti detto per 26 volte di fila di raderti la barba con il nuovo rasoio durante una partita alla TV di football, tu ti compri il rasoio e ti radi la barba.
è una strategia superata, non così efficace in quanto siamo oramai abituati a venir martellati da pubblicità costantemente e talvolta è anche piuttosto fastidiosa. Però è semplice da attuare e continua a funzionare. Non richiede cervello per essere creata ed è più semplice da essere monitorata da un’azienda. Si convince in buona sostanza per sfinimento una persona all’acquisto.

Nel caso di una sponsorizzazione significa che un’azienda ti impone di creare ad esempio dei post con determinati hashtag, e dal lato dell’atleta significa farlo passivamente. Questo dal mio personale punto di vista, è sinonimo di passività. Non è molto credibile e suona da “ho fatto i compiti”; non invoglia di sicuro molte persone all’acquisto, ma è quello che “basta per prendere la sufficienza”.

Sponsorizzazioni. Quale Limite. La corsa e gli altri sport
Nonostante le richieste delle aziende siano alte e gli atleti si atteggino da professionisti, un buon 99,9% degli atleti “èlite” italiani non è un corridore di professione. Significa che tutti hanno più o meno un lavoro “reale” e non vivono di corsa e sponsor. Il mondo dell’ultrarunning in Italia non è, per sfortuna o per fortuna, ancora professionalizzato al 100% come altri sport. Oltretutto, qualora anche l’ultrarunning diventasse disciplina olimpica, sarebbe cura dei gruppi sportivi delle forze dell’ordine fingere che l’atleta sia atleta per hobby e non di professione. Significa perdurare “il trucchetto” che un atleta sia un finanziere, un soldato o un poliziotto e per hobby faccia l’atleta.
Qualora l’ultrarunning non diventasse disciplina olimpica, seppure con molta difficoltà, si potrebbe pensare a un’atleta che lavora a tutti gli effetti come atleta senza far parte dei gruppi sportivi delle forze dell’ordine.
Al momento praticamente impossibile in Italia in quanto, come si diceva, al di fuori delle forze dell’ordine, sono praticamente tutti lavoratori a tempo pieno e comunque nessun atleta italiano è così rilevante da un punto di vista marketing per le aziende.

Sponsorizzazioni. Il confronto fra USA e Europa
Negli USA si può vivere facendo gli atleti di professione. Questo è riconosciuto nelle carte d’identità ed è permesso dai contratti emessi dalle aziende che sono molto più alti di quelli che vengono firmati in Italia/Europa. Sparando cifre a caso, diciamo che un pro runner americano guadagna tranquillamente fino a 100 volte più di un’atleta italiano.
Come è possibile?
Anzitutto perché il marketing negli USA è molto più importante che nel vecchio continente. Questo significa che alcuni atleti sono diventati veri e propri “personaggi”. Ci sono moltissimi casi di atleti che non sono affiliati a qualche società, e spesso neppure fanno gare così di frequente o le vincono, che riescono tranquillamente a sopravvivere con i contratti di sponsorizzazione.
Altra grande distinzione è la maggiore flessibilità e mobilità di sponsorizzazione delle aziende (esattamente come il lavoro è più facile venir scaricati da un’azienda, ma anche trovare un nuovo contratto) e la maggior libertà riguardo lo schierarsi sui temi sensibili di cui parlavamo sopra. Vi sarà infatti capitato di leggere post di atleti che si battono per temi sensibili (Public Lands, parità dei sessi) e così via, o che esprimono giudizi più o meno politici. Questo perché negli USA la libertà di parola è ancora un valore fondamentale per l’individuo e solitamente anche le aziende si espongono di più riguardo temi pubblici.
Pensate ad esempio a un’atleta come Alex Honnold nell’arrampicata, o Clare Gallagher nella corsa, che espongono senza troppi filtri (ma in modo intelligente e ragionato, e questa è un’altra differenza che si nota a confronto con gli atleti italiani) sui social networks.

Attenzione però, come si diceva sopra, è anche più semplice che i contratti saltino per una qualche ragione. Chi ha una buona memoria si ricorderà del caso di Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill scaricati senza troppe spiegazioni da Clif Bar

Quale limite? Esiste un’etica?
Se lo chiedete a me, vi rispondo che non esistono aziende “buone” o “cattive”, e che devi solo capire tu quanto in basso sei disposto a scendere.

I chose not to be, cheated on part of the thrill, bargain was not fulfilled. Lost in a crazy scheme that got strapped up in my dream.

Bad Brains

Altro spunto di riflessione. Cosa succederebbe se, invece che 1000 euro da uno sponsor, ricevessi una proposta di svariate centinaia di migliaia di euro da una grossa multinazionale? Una proposta per la quale potresti smettere di lavorare e dedicarti alla corsa, ai viaggi, e a quello che ti piace fare senza dover più pensare alle bollette?
Giusto per citare un caso, la climber sedicenne Ashima Shiraishi e la sua sponsorizzazione con Coca Cola che ha scatenato una piccola discussione sul tema.
Coca Cola non è sicuramente conosciuta per essere un’azienda con un forte impegno nel sociale, a favore dell’ambiente o contro lo sfruttamento delle persone, anzi.  Non starò qui a consigliarvi titoli di libri e ricerche che dimostrano la crudeltà di questa azienda (basta cercare un po’), ma diamo per assodato comune che non è l’esempio di azienda di cui andar fieri di essere sponsorizzati.
Cosa faresti?
Questa è una domanda che tocca il lato etico della persona. Difficile dire quale sia il limite, ognuno ha il suo. Per quanto mi riguarda, essere sponsorizzati da un’azienda come Coca Cola non ha grosse differenze da una sponsorizzazione con Red Bull o altri energy drink (molti atleti elite lo sono, Ryan Sandes, Fernanda Maciel e molti altri).

fernanda-maciel-si-idrata-con-una-lattina-di-red-bull
Red Bull Content Pool

Per quelli che sono i miei valori, che un’azienda faccia del male all’uomo, o agli animali (tutte le aziende che utilizzano prodotti ricavati dalla schiavitù animale), produca armi, farmaci o manganelli, è una pregiudiziale dall’avere un rapporto lavorativo, in quanto impossibile da conciliare con la mia etica quotidiana. Ricollegandomi all’intro del pezzo, forte non sono mai andato, quindi non devo affrontare questi problemi per me stesso. Cavoli vostri.
Per quanto riguarda il resto, mi piace pensare che una sponsorizzazione, essendo un rapporto di lavoro, sia vantaggioso da ambo le parti e che, ricollegandomi al punto della pubblicità pull, gli atleti siano fieri di sponsorizzare a aiutare a guadagnare le aziende con cui hanno un contratto. Questo perché migliora e rende ottimale la collaborazione fra le due parti.

Il caso Patagonia
è ovviamente difficile stabilire con certezza fin che punto le strategie di marketing arrivino a incrociarsi con la RSI (responsabilità sociale d’impresa) di un’azienda. Per quanto concerne Patagonia dobbiamo sicuramente affermare che è l’azienda più all’avanguardia su quello che è l’impegno su determinati temi ambientali e sociali. Se da un lato le campagne pubblicitarie “non comprare un’altra giacca” potrebbero essere viste come una strategia pull di marketing che ripaga sul lungo periodo creando rumore su riviste e testate di vario titolo, va dato a Cesare quel che è di Cesare, ovvero che di sicuro Patagonia è l’unica azienda nel settore Outdoor che alza la testa e contribuisce sul serio a porre attenzione su determinate questioni ambientali.

Patagonia-Dont-buy-this-jacket-ADV-campaign
ADV di Patagonia in una rivista

Leggendo il libro Let my pople go surfing del fondatore dell’Azienda Yvonne Chouinard l’obbiettivo finale è quello di diventare un’Azienda “ad emissioni zero” e quindi più simile a una ONG che a un’Azienda. Per quanto ci riguarda possiamo dire che anche sul lato atleti le sponsorizzazioni sono visionarie. Sono già anni che gli atleti “scelti” dall’azienda non hanno alcun obbligo di performance, nella comunicazione o di altro tipo. Come mi diceva Jenn Shelton la loro unica richiesta è di “be a nice person” ovvero essere una persona in gamba. Per quanto riguarda il resto, certezze non se ne avranno mai.

Essere sponsorizzati, una conclusione
Premesso che non è una situazione comune potersi sedere a un tavolo e parlare con un’azienda per un’eventuale sponsorizzazione, che le dinamiche in questione sono tante, che soprattutto in Europa le aziende prendono spesso decisioni se non altro opinabili (tipo sponsorizzare atleti già radiati per doping nella corsa o in altri sport) e che nel vecchio continente siamo ancora lontani dalla professionalizzazione completa del nostro sport è utile riflettere sui punti di cui sopra. Essere sponsorizzati, così come un qualsiasi altro rapporto lavorativo, comporta vantaggi e svantaggi. È giocoforza sia dell’azienda che dell’atleta nutrire sana fiducia nel rapporto.
Il rapporto duraturo può portare vantaggi o svantaggi ed esattamente come nel mondo lavorativo, è bene saper cogliere le occasioni che si presentano sulla propria strada e cercare un rapporto quanto più sano.
Per quanto riguarda gli atleti di Destination Unknown che hanno ricevuto proposte, che collaborano già, o che hanno intenzione di entrare in questo mondo, sono sempre aperto per un consiglio e quattro chiacchiere informali dietro una birra: sempre pronto a supportarvi come posso, lo sapete.
Il mio consiglio principale rimane, per quanto banale possa sembrare, di divertirsi, sempre. Capire e valutare quale è il miglior compromesso per godersi la propria passione e saper valutare il miglior rapporto per essere sempre sui sentieri con l’attitudine giusta.

 

 

SDW 100 – cinque personaggi in cerca di autore

Quando King Luigi chiama, la DU Army risponde: non potevamo lasciarlo solo nella sua prima 100 miglia. Com’è andata? Abbiamo provato a raccontarvelo in cinque, vediamo cosa ne esce.

MARIA CARLA: Si, stavolta arriviamo a Londra in aereo (mai darlo per scontato, all’ultima SDW 100 ci arrivammo in auto, giudando da Genova, causa cancellazione del volo poco prima della partenza). Raggiungiamo Luigi nella sua tipica casa inglese con rampicante sul portoncino in legno.

Ci offre un tea in giardino ed inizia a tirare fuori cartine (del percorso nota del Coach), road book, gel, barrette, materiale obbligatorio e si inizia a pianificare per il giorno dopo. Che arriva in un attimo, vista la partenza da casa alle 3:00 am. Passiamo a prenderlo nel pieno della notte, ed è già sugli attenti davanti a casa. Raggiungiamo il campo di Winchester, salutiamo Claire e Drew, due parole con James, ed in un attimo sono tutti dietro alla riga di partenza con James che dà il via!

 

Faccio sempre assistenza a Davide quindi mi sembra strano che stavolta lui salga in auto con me. Ci dirigiamo al miglio 22, ed eccoci al Queen Elizabeth Country Park. L’organizzazione di Centurion è come sempre impeccabile! Volontari davvero super efficienti e ogni ben di dio ai ristori. Arrivano i primi, applausi per tutti, giusto il tempo di rilassarci un attimo sul prato ed eccolo! Arriva il nostro uomo, super rilassato prende due cose e riparte sorridente. Lo rivediamo poco dopo al miglio 27, poi miglio 35, ci dice che ha molto caldo ma lo vediamo bene: lui riparte per una bella salita e noi ci dirigiamo in stazione a prendere Ale che gli farà da pacer nelle prima parte. Raggiungiamo Amberley, io e Davide siamo svegli ormai da molte ore ed iniziamo a delirare: non riusciamo più a fare calcoli su orari passaggi di Luigi quindi non resta che aspettare, ci sediamo tutti e 3 sul ciglio della strada e iniziamo a dare soprannomi ai runners che abbiamo già visto passare più e più volte nelle aid station precedenti. Cerchiamo di ricordare quanto tempo prima di Luigi sono passati, e finalmente eccolo! In lontananza sbuca la t-shirt verde, è lui! Arriva da noi e si siede, è stanco e molto accaldato, e non riesce più a mangiare: Ale gli toglie lo zaino, Davide gli bagna la testa e gli porgo una mandorla salata. Riparte in salita camminando, ancora masticando la mandorla salata che credo finirà di deglutire al 50mo miglio, ma gli promettiamo che ci vedremo poco dopo e Ale potrà partire con lui. Ci dirigiamo rapidamente a Chantry Post, dove abbandoniamo letteralmente Ale al freddo e al vento in punta a una collina al miglio 51, ad attendere Luigi per proseguire con lui. Noi proseguiamo diretti verso Washington Village, miglio 54, qui potrà cambiarsi e riposarsi un po’. Chiedo la drop bag ai volontari, mi metto in un angolo e tiro fuori il necessario dalla borsa di Star Wars che ci ha meticolosamente preparato Luigi (dimenticavo: Darth Vader era il quarto della crew, ci ha fatto compagnia in ogni aid station).

Usciamo ed eccoli sbucare, Ale era preoccupato ma in poche miglia l’ha già tirato su alla grande: si siede, si cambia, mangia un po’ di pasta (gli avanzi li sbrana il coach, che si lamenta che un po’ di parmigiano ci sarebbe stato bene). Ripartono tutti e due super carichi.

Ho perso la cognizione del tempo, non so più da quante ora corra Luigi, ma ricordo che arriviamo al miglio 70, Clayton Windmills, al tramonto: cielo sui toni del rosso, colline, muretti in pietra e pecore, tante pecore! Cambio pacer per Luigi che riparte con Davide e compagno di viaggio nuovo per me che riparto con Ale. Cerchiamo un market aperto, ma inizia ad essere tardi e stanno tutti chiudendo, Ale guarda la mappa e vista la vicinanza dice “potremmo quasi cenare a Brighton”. Cambia subito idea dopo la mia partenza in contro mano… e si accontenta di un Tesco aperto fino a mezzanotte!

Miglio 84, inizia a fare freddo, speriamo di trovare un Pub aperto per un caffè ma niente, aspettiamo un po’ con Tim, che si sorseggia la sua lattina di birra, ed eccoli! Ci fiondiamo su Luigi per capire se ha bisogno di qualcosa ma lui vuole solo un WC. Domandiamo ai volontari ma è chiuso… Ci rimane così male che abbiamo appena il tempo di riempirgli le borracce e riparte. Dai, ci siamo quasi, miglio 89, li aspettiamo col nostro bicchierone di caffè che finalmente abbiamo trovato in un’area di servizio, sbucano dal sentiero e Luigi sta benissimo, è in up totale, corre come un pazzo.

Raggiungiamo Anna al campo di Eastbourne, e facciamo il tifo ai finisher, Ale si congratula con un runner, che invece di ringraziare lo guarda male: capiremo dopo che era appena sceso dal bus “del disonore”.

Le prime luci dell’alba illuminano la pista ed eccoli comparire, ultimo giro di campo ed è fatta! Abbraccia forte Anna, foto di famiglia sotto l’arco e via. Missione compiuta, sub 24.
Per l’organizzazione, che come ho detto sopra è davvero impeccabile: “il trail running è una cosa seria” (cit. Quello che dorme a fianco a me). Non voglio più vedere pirati ai ristori e Hawaaiani all’ arrivo: mi hanno rovinato tutte le foto!

Blogspot 3
Pirates suck, senza offesa.

LUIGI: Per celebrare i miei dieci anni da runner avevo deciso di provare a fare un personal best su tutte le distanze classiche, da 5km a 50 miglia, ma per rendere l’anno ancora più interessante mi ero anche iscritto alla mia prima 100 miglia, la South Downs Way, organizzata dai mitici Centurion di cui ho corso tutte le 50 (svariate volte).

La 100 mi ha sempre affascinato e spaventato in egual misura. Ho fatto da pacer in tre occasioni ed ho visto con i miei occhi quale impegno mentale e fisico fosse necessario e non vedevo l’ora di cimentarmi sulla distanza anche io.

Il training serio è cominciato durante le vacanze di Natale 2017, dopo mesi a recuperare due ginocchia mal messe.

35628957_10157570866648761_6445480261743280128_n

Per sei mesi non ho pensato ad altro che al giorno della gara. Sono stato il più consistente possibile, ho quasi sempre corso 6 giorni alla settimana, ma al contrario degli anni passati, appena sentivo un qualsiasi problemino presentarsi ho sempre preferito saltare uno o due giorni.

Il lavoro e’ stato duro, dai primi blocchi incentrati sulla velocità agli ultimi con più lunghi. Coach Davide mi ha aiutato a dare più varietà alle mie uscite, normalmente tendevo a ripetere la stessa routine per 6 settimane. Invece questa volta avevo sempre un bel mix di cose da fare, alcuni allenamenti esotici che non avevo mai fatto e che a volte richiedevano parecchia concentrazione e uso della matematica, cosa difficile quando corri al mattino prestissimo ancora addormentato.

Avrei voluto fare piu’ lunghi, sopratutto back to back nei week end ma ho comunque fatto delle belle avventure sui sentieri con il mio training partner preferito Alessandro, inclusa un’uscita notturna proprio sulla South Downs Way, esperienza bellissima.

Sono quindi arrivato al giorno della gara mentalmente preparato ed avendo già fatto nel corso dei mesi gare più corte, che mi hanno dato sicurezza.

La cosa che poi mi dava più tranquillità era sapere che avevo una crew fenomenale: coach Davide, MC e il sopracitato Alessandro.

Il giorno prima della gara abbiamo pianificato bene dove incontrarci e cosa avrei messo nella drop bag e tutto il resto della logistica. La notte ho dormito due ore. Un po’ per la sveglia presto e un po’ perché addormentarsi era impossibile.

35541268_10157570866433761_8042149309107404800_n
Dawn on the Downs

Alla partenza cercavo di non far vedere quanto fossi teso. L’emozione era a mille, avevo pensato a questa giornata così tanto nei mesi precedenti. Mi sono fatto tanti di qui film mentali e immaginato infiniti scenari, da successi inaspettati a disastri epocali. Ma come siamo partiti ho dimenticato tutto: sono entrato in modalità gara, ovvero muoversi il più veloce possibile conservandomi al meglio. La mia strategia era correre con lo stesso effort della 100k fatta l’anno scorso e poi sperare che per gli ultimi 60k i miei pacers facessero il loro lavoro psicologico tirandomi.

Giornata bellissima, le South Downs spettacolari, viste mozzafiato, caldo terribile.

Avere la crew che ti incontra ogni due ore è uno stimolo che aiuta a tirare avanti e i primi 50km sono andati benissimo. Poi per il caldo, penso, il mio stomaco si è ribellato e non riuscivo più a mangiare nulla e sudavo, sudavo tanto.

Non ho mai pensato di rinunciare o ritirarmi ma in quel momento mi son detto che non ne avrei mai piu’ fatta un’altra di 100 miglia. Una volta basta, mi sono detto. Mi sento sempre cosi’ mal messo quando sono alla fine di una 50 miglia, ma quel giorno non ero neanche ad un terzo di gara!

35522468_10157570866088761_2920653541682970624_n

Non vedevo l’ora di raggiungere gli 80km e partire con il primo pacer, Alessandro.

A Washington, 54 miglia, mi sono fermato più a lungo, cambiato maglietta e calze e mangiato un piatto di pasta terribile, ma almeno qualcosa ho mandato giù. Di lì in poi solo liquidi e qualche biscotto.

Tim Washington
Washington pit-stop

Mi spiace per Alessandro ma i primi chilometri che abbiamo fatto insieme sono stati i più duri. Non riuscivo a mangiare e non avevo più forze, mi girava la testa o mi veniva da vomitare. Mi sono seduto un paio di volte per riprendermi.

Arrivati in cima a Devil’s Dyke con vista Brighton e il sole calante ho avuto un momento di euforia. Pensavo fossimo molto più lontani e ritrovarmi li mi ha dato la carica. In discesa siamo andati come missili fino alla aid station di Saddlescombe (66.6 miglia) dove Alessandro mi ha fatto mangiare di tutto, dal rice pudding dolcissimo a patate bollite immerse nel sale grosso (più sale che patate). Tutto sto cibo mi ha dato una botta allo stomaco che mi ha piegato in due, ma una volta assestato stavo davvero meglio ed abbiamo corso felici e contenti come fossimo appena partiti, più o meno.

Arrivati a 70 miglia Alessandro e Davide si sono dati il cambio e il coach da qui in poi mi ha trainato fino alla fine. Se rallentavo lui se ne andava per cui ero costretto a stargli dietro (o per lo meno quella era la mia impressione). E’ calata la sera e tra una chiacchierata e l’altra siamo arrivati a Housedean Farms (76.6 miglia) dove abbiamo acceso le headlamps e iniziato salite infinite.

Il resto della crew ci ha incontrato al miglio 84 dove speravo l’aid station avesse un bagno, ma siccome era chiuso ce ne siamo andati subito, un biscottino e via.

Ero intento almeno a stare sotto le 23 ore visto che il piano da 22 ore stava sfumando, ma quel tratto fino alla aid station successiva e’quello che odio di più, sia di giorno che di notte: non finisce mai e con 85 miglia nelle gambe e al buio, ti sembra davvero di non fare progressi.

Le gambe andavano bene, riuscivo a correre ancora lento ma andavo e questo mi ha reso felice. I mesi e mesi di allenamenti, le sveglie presto, i sacrifici, di colpo avevano un senso: riuscire a correre ancora dopo cosi’ tante ore e’ una sensazione bellissima. Peccato per lo stomaco ed un singhiozzo assassino che non se ne voleva andare.

Non era ancora ora di piangere di felicita’, mancavano poco meno di 10 miglia alla fine e quelle sono state eterne. Abbiamo anche saltato l’ultima aid station, ma il tempo sembrava infinito. Le salite le camminavo ma non mi sembrava di fare progressi, era come cercare di salire una scalinata rimettendo i piedi sempre sullo stesso scalino. La testa stava perdendo i colpi.

Arrivati in cima all’ultima collina da cui si vede sul fondo Eastbourne e l’arrivo sapevo che era fatta. Stava arrivando l’alba ed ho trovato energie non so dove: abbiamo corso giù per l’ultima discesa ad una velocità che mi sembrava assurda (ma non lo era). Ultimi km su strada ed ecco il campo sportivo, la crew ed Anna ad aspettarmi. Ho fatto il giro del track trattenendo le lacrime, mai stato cosi’ felice e stanco. Che emozioni, ci ho messo poi giorni a ri-catalogare tutte le sensazioni provate in quella giornata. Lunga, lunghissima, ma tutto mi e’ sembrato raggiungibile a quel punto, tagliando il traguardo.

22 ore e 25 minuti, l’obbiettivo principale di stare sotto le 24 ore ampiamente realizzato. Come sempre finita una gara ripenso a tutti gli errori e le piccole o grandi cose che potrei cambiare e finire piu’ in fretta, sono fatto cosi’.

Al di la’ dei tempi, del caldo, sudore, conati, storte, unghie nere e mucche sul sentiero, la cosa che ricorderò di più e che mi farà sempre commuovere, sara’ il supporto che ho avuto dagli amici, venuti dall’Italia apposta per stare svegli ore e ore e aspettarmi in posti insensati in mezzo alla campagna inglese. Con Davide, in quasi 30 anni che ci conosciamo, di cose ne abbiamo fatte parecchie insieme, ma questa giornata e’stata speciale, condividerla con lui le ha dato un significato in più.

35701602_10157570866393761_7435103222810804224_n
The motley crew

In macchina verso il ritorno, mentre Anna guidava, io e Alessandro in coma abbiamo iniziato e progettare quale 100 miglia fare il prossimo anno, perché ovviamente avevo già cambiato idea.

100 miglia sono una bella distanza, va provata almeno una volta. O due, o tre…

ALESSANDRO: Da quando ho iniziato a correre ho sempre avuto il desiderio di vivere l’esperienza della gara come pacer e fare assistenza, per provare dall’esterno come altri affrontano gli alti ed i bassi che si incontrano in gara, dove momenti di entusiasmo e carica si alternano a fasi di stanchezza e difficoltà nel continuare a muovere un piede dopo l’altro. Finalmente l’occasione è arrivata: non appena Luigi, un altro matto con cui ho passato ore e macinato km per mesi e mesi (e quanti ancora ne faremo) tutte le domeniche lungo la NDW e dintorni durante la sua prima 100miglia, mi ha accennato della possibilità di affiancare Davide e MC come assistenza durante la SDW100, ho colto subito la palla al balzo. Quale occasione migliore?

All’inizio mi sentivo un po’ spaesato, non sapevo bene cosa fare: yes ok correre, ma a che velocità? Cercare di spingerlo o solo stare al suo passo? Parlare per distrarlo dai dolori vari che stava provando o stare zitto per non fargli sprecare energie? Una volta partiti, con ancora 50 miglia da fare, tutti questi dubbi e domande sono evaporate in un secondo, tutto è andato come fosse un’altra normale domenica di allenamento passata in giro per Box Hill, abbiamo chiacchierato e intavolato le prossime gare a cui iscriverci (una su tutte la Western hahahahaha), abbiamo spinto quando possibile e rallentato quando ne aveva bisogno, mai camminato perché sapevamo che “il coach ci stava guardando”; taking our time ad ogni ristoro dove ho cercato di fargli mangiare kg di patate strasalate e rice pudding mentre gli riempivo le borracce.

35742255_10157571000478761_8003776323233251328_o
Camminare in salita? Ancora ok in determinate circostanze. Fermarsi per fare una foto? Hell, no!

È stato ancora più chiaro durante quelle 4/5 ore cosa si attraversa durante gare del genere, momenti in cui sei a pezzi e maledici il giorno in cui hai deciso di iniziare a correre o almeno provarci, a momenti in cui ti senti un dio e ti sembra di volare e già pensi a quando taglierai il traguardo, al prossimo challenge, o che appena torni a casa ti iscrivi subito alla prossima gara. E come dimenticare la vista del ristoro all’orizzonte? Che gioia!

Una volta mollato Luigi a Davide, con ancora circa 30 miglia da fare, ho continuato con MC come assistenza, ed anche questa è un’esperienza che consiglierei a tutti di provare. So quanto aiuta psicologicamente incontrare lungo il percorso facce conosciute che con una parola ed una pacca di incoraggiamento ti ricaricano le pile e ti fanno ripartire come nuovo. Consiglio solo di farlo con qualcuno che sappia guidare la macchina andando nel giusto senso di marcia (vero MC? Hahaha).

DAVIDE: Potrei chiuderla lì dicendo che è stata una delle giornate di corsa più belle della mia vita, ma non direbbe granché. Allora provo a spiegare.
In primis, c’è un amicizia che è passata attraverso anni, nazioni, continenti, vacanze, pomeriggi sprecati, mattinate peggio ancora (visto che saremmo dovuti essere a scuola), concerti, corse, mail, messaggi, telefonate e training plan mostruosi da nove mesi messi giù giorno per giorno (nessuno ha ancora scritto che Luigi è maniacale?).
Poi c’è il dove: la South Downs Way è il mio luogo del cuore, con i suoi paesaggi verdi e l’aria sorniona, i paesini con i pub che ti chiamano dentro come un novello Ulisse e le fattorie che sbucano nel mezzo della campagna, l’erba tagliata ed i sentieri di terra battuta morbida. Ricordi di una giornata fantastica nel 2013, condivisa magicamente con l’amico Massi e tutta la crew. Gli amici di Centurion.

IMG_20180611_194815
Sirene 1 – Ulisse 0

E poi la distanza: dite quello che volete, cento miglia restano una pietra miliare. E’una distanza arbitraria, dite voi? Si, vero, ma anche 42,195 è una distanza arbitraria. Idem 1,609 metri. Eppure si portano dietro la leggenda. E lo stesso le cento miglia: la gara dove vedi passare tutta una giornata come metafora della tua vita, come dice Ann Trason. Quella dove puoi (sportivamente) morire e risorgere. Svariate volte.

Con questi ingredienti, guardando indietro, sembra quasi obbligato che la giornata andasse come è andata. Ma per chi era lì (specie per Luigi, direi) non è stato così semplice.
Il merito va tutto a lui, che non ha sbagliato niente: è partito al ritmo giusto e lo ha semplicemente tenuto, rimanendo attento e reattivo a tutto quello che succedeva. Da manuale. E così invece di fare “good cop, bad cop” mi sono semplicemente goduto qualche ora sulla SDW come se andassimo a spasso: pure magic.
Il momento più bello? Quando abbiamo visto lo stadio di Eastbourne dal trigger point sopra la città: mi è venuto in mente lo stesso identico momento del 2013 ed Andrew al mio fianco nel mio ruolo. Ho capito cosa provava Luigi in quel momento ed il cinque che ci siamo scambiati lassù valeva più di diecimila parole, post, foto e tabelle.
E il fatto che avesse lo stesso maledetto singhiozzo di trent’anni fa, in qualche modo ha reso la cosa ancora più fantastica.

Come in uno degli LP che insieme abbiamo consumato: “We’ll go our way. We may have changed, but we’re still here and we came to play… It’s how we are”.

ANNA: Premessa: non corro e non sono un’appassionata di corsa. Pur essendo una persona sportiva – nuoto, ballo e vado in palestra almeno 4 volte alla settimana – non ho mai capito fino in fondo cosa spinga una persona a correre per ore e ore. Per di più su percorsi che prevedono salite e discese…

Quindi quando Luigi ha cominciato a correre in modo serio, fino ad annunciarmi che avrebbe fatto la 100m race, non ho dimostrato un grande entusiasmo. Mi preoccupava (e preoccupa tuttora) la possibilità di farsi male e di avere dei problemi post-gara.

Luigi si è allenato seriamente x questa gara (e tutte le precedenti), dimostrando una dedizione ammirevole.

La cosa più bella? Vederlo tagliare il traguardo alle 4 del mattino e ricevere il suo primo abbraccio.

AnnaFinish

Speravo non mi dicesse “la prossima 100 mile race che farò sarà…”, ma quella è un’altra storia!

HRV4Training Pro – un nuovo strumento per coach ed atleta

In occasione dell’uscita della nuova piattaforma HRV4Training Pro, abbiamo chiesto all’amico Marco Altini di approfondire un po’il discorso sulla Heart Rate Variability e di spiegarci perché è un dato importante per il coach nella pianificazione ed il monitoraggio dei nostri atleti.
Perché abbiamo scelto HRV4Training tra i tanti partners disponibili? Semplice.
In primis perché, proprio come dovrebbe essere per il coaching, ha una base scientifica provata e dimostrata. Poi perché Marco ed Alessandra sono due runners. Proprio come noi.
Ma soprattutto perché è facile da usare, ci da un sacco di dati su cui lavorare ed è immediato. Un po’come l’articolo che segue: grazie Marco!

Abbiamo parlato di variabilità della frequenza cardiaca (o heart rate variability, HRV) in passato (vedi intervista con il Coach). In questo articolo vorrei evidenziare alcune delle funzionalità principali della nuova piattaforma HRV4Training Pro, per utenti avanzati ed allenatori, che abbiamo appena lanciato la scorsa settimana.

mockup-mac-03.jpg

Piccola intro per chi sente parlare di HRV per la prima volta, a cosa ci riferiamo, e perché ci interessa?
A livello fisiologico, il sistema nervoso autonomo controlla e regola la maggior parte dei processi all’interno del corpo umano, cosi come le risposte del nostro corpo alle varie forme di stress che incontriamo giorno dopo giorno. Come forme di stress, si intende davvero tutto, dagli allenamenti a quello che beviamo e mangiamo, allo stress psicologico, in pratica tutto ciò che il nostro corpo deve gestire per mantenere uno stato di equilibrio. Questi cambiamenti nel sistema nervoso autonomo agiscono sul nervo vago, il nervo principale del sistema parasimpatico, che quindi riflette come il corpo sta gestendo lo stress.

L’analisi della variabilità cardiaca è lo strumento non invasivo migliore a nostra disposizione per monitorare proprio l’attività del nervo vago, ovvero la risposta del corpo alle varie forme di stress. Per questo motivo è interessante misurare la variabilità cardiaca e vedere come cambiano le cose nel tempo, ad esempio il recupero necessario in risposta a fonti di stress importanti come gli allenamenti, cosi come tutte le altre fonti di stress che fanno parte della vita di tutti i giorni (lavoro, famiglia, viaggi, dieta, ecc.). Fonti di stress che hanno un effetto non trascurabile sulla nostra capacità di gestire stress aggiuntivo, come ad esempio gli allenamenti che abbiamo pianificato. In parole semplici, con l’HRV, possiamo analizzare in modo un po più oggettivo quello che è il livello di recupero e di forma del corpo, e fare aggiustamenti al nostro programma di allenamento per evitare di sovraccaricare il corpo in momenti non opportuni.
Come misuriamo la variabilità cardiaca?
Ad HRV4Training, il nostro obiettivo è quello di rendere la misurazione e analisi di dati di HRV semplice e accessibile per tutti. Per questo motivo, abbiamo sviluppato la prima (e unica) app validata scientificamente in grado di misurare usando la fotocamera del telefono, invece di sensori esterni. Negli ultimi 5 anni abbiamo portato HRV4Training su iPhone e Android, e pubblicato vari articoli in cui è stata dimostrata l’abilità di queste misure di riflettere l’effetto di allenamenti più intensi, e quindi del bisogno di più recupero (qui), cosi come la relazione tra carico di allenamento, HRV e rischi di infortunio (qui), e una serie di altri lavori per fornire al runner informazioni aggiuntive che possano aiutare a monitorare allenamento, recupero e condizione fisica (ad esempio la stima del VO2max e della soglia dell’acido lattico).

Con HRV4Training Pro, l’obiettivo è quello di aiutare utenti e allenatori a concentrarsi sugli aspetti più importanti di questi cambiamenti fisiologici, in modo da poter apportare modifiche solo quando necessario. Mentre il primo passo è quello di raccogliere dati, il che ci porta ad avere più consapevolezza sullo stato di recupero e stress del corpo, dobbiamo essere in grado di interpretare questi dati cosi che possiamo implementare cambiamenti, quando necessario. In particolare, vorrei evidenziare tre aspetti molto importanti che ci possono aiutare a raggiungere questo obiettivo, quali:

  • Analizzare sempre i dati in modo relativo rispetto ai nostri dati storici
  • Astrarre, concentrandosi su cambiamenti settimanali più che variazioni giornaliere
  • Analizzare più parametri contemporaneamente, e non affidarsi solo ad una variabile

Vediamo un pò più in dettaglio che cosa vogliamo dire con i tre punti sopra.

Analizzare sempre i dati in modo relativo rispetto ai nostri dati storici
I dati fisiologici vanno sempre confrontati con i nostri dati storici. Non ha molto senso confrontarci con altri, in quanto gli unici cambiamenti che ci interessano, sono quelli a livello individuale in risposta alle varie forme di stress. In HRV4Training Pro, abbiamo implementato una serie di visualizzazioni nuove, che cercano proprio di rendere più semplice questo confronto con i nostri dati storici. Nella nuova Dashboard ad esempio, possiamo scegliere fino a 6 parametri, sia dati fisiologici che relativi all’allenamento o semplicemente riportati soggettivamente dall’atleta (motivazione, qualità del sonno, ecc.), e vedere come questa combinazione di parametri è cambiata questa settimana rispetto al mese scorso. In questa visualizzazione interpretiamo sempre i cambiamenti utilizzando tutti i dati storici dell’utente, in modo da identificare più facilmente parametri per cui ci sono stati piccoli cambiamenti, e parametri dove ci sono stati cambiamenti più significativi.

Facciamo un esempio per chiarire un po le idee. Questi sono i miei dati dopo qualche giorno ammalato, possiamo vedere come la media settimanale dei miei dati fisiologici evidenzi classici andamenti ’negativi’ come un battito a riposo (HR) elevato, una variabilità (HRV) più bassa rispetto al mese precedente, ecc. In questo modo possiamo vedere facilmente come stanno andando le cose da vari punti di vista (c’è poco da vantarsi quando l’unico aspetto positivo è ‘poco indolenzimento muscolare’ durante una settimana che dovrebbe essere di carico):

Screenshot 2018-06-30 16.43.45

Astrarre, concentrandosi su cambiamenti settimanali più che variazioni giornaliere
Un altro aspetto molto importante, in parte già evidenziato nell’analisi precedente, è la capacità di analizzare variazioni non solo giornaliere (cosiddette acute, spesso in grado di riflettere bene sforzi estremamente intensi, una gara ad esempio), ma soprattutto variazioni a livello settimanale, sul medio lungo termine. Questo tipo di analisi ci può aiutare a capire meglio il livello di forma e come ci stiamo adattando ad un dato programma di allenamento. Questo tipo di analisi è importante sia a livello fisiologico che per altri modelli come quello dell’analisi del carico di allenamento, dove analizziamo freschezza e rischio di infortunio.Vediamo un altro esempio. A dicembre scorso ho avuto la fantastica idea di correre una maratona il giorno prima del trasloco da San Francisco ad Amsterdam. Un momento da ricordare con il classico entusiasmo pre-tracollo al 30esimo km:
 
marathon_move

Nel grafico sotto possiamo vedere come un’HRV inizialmente in salita nella settimana prima della gara, probabilmente dovuta allo scarico pre gara, subisca un calo significativo, non tanto il giorno dopo la gara (evidenziato nel grafico), ma in modo consistente con valori bassi per vari giorni dopo la gara e il trasloco. La media settimanale si sposta al di sotto quelli che sono solitamente i miei valori normali, ad evidenziare come il corpo fosse sotto eccessivo stress per un periodo di tempo molto lungo. Questa visualizzazione dovrebbe rendere molto semplice identificare queste fasi in cui siamo al di fuori del range di valori ottimali che ci aspettiamo in base ai nostri dati storici.

Screenshot 2018-06-30 17.10.37
Un’altra analisi nella quale utilizziamo un principio simile, è l’analisi del carico di allenamento. In particolare, insieme alla classica analisi del carico di allenamento acuto e cronico, HRV4Training Pro analizza freschezza e rischio di infortunio come medie settimanali, e riporta anche il carico di allenamento acuto come percentuale di quello cronico, sempre riconducendoci al punto precedente sull’importanza di analizzare sempre i dati in modo relativo, rispetto ai nostri dati storici, in modo che il tutto sia contestualizzato nel modo migliore. In questo modo, possiamo vedere velocemente quanto stiamo caricando in una data settimana (carico acuto), in relazione a quello che siamo abituati a caricare nell’ultimo mese e mezzo (carico cronico):
 
carico di allenamento

Analizzare più parametri contemporaneamente, e non affidarsi solo ad una variabile
Un ultimo aspetto che vorrei evidenziare è relativo all’importanza di analizzare più parametri alla volta, e non affidarsi ad una sola variabile. L’HRV è sicuramente un parametro fondamentale, in grado di dirci molto sul livello di stress e la risposta del nostro corpo a tale stress, ma dobbiamo sempre tenere presente che ci sono aspetti dell’allenamento che non possono venire monitorati in questo modo, ad esempio l’indolenzimento muscolare. Per questo motivo abbiamo lavorato su visualizzazioni come quella della Dashboard mostrata in precedenza, dove parametri aggiuntivi possono venire integrati nella nostra analisi.

Anche a livello fisiologico, analizzare più parametri ci può aiutare ad identificare meglio come stiamo rispondendo ad una data fase di allenamento, ad esempio HRV4Training Pro fornisce un’analisi dove battito a riposo, HRV, e coefficiente di variazione dell’HRV (un parametro indicativo del livello di adattamento ad uno stimolo), vengono analizzati per fornire una stima della condizione fisica dell’atleta, come riportato nel grafico sottostante:
 
andamenti hrv


Questa analisi va chiaramente sempre considerata nel contesto del nostro programma di allenamento, e ci può aiutare a capire come stiamo rispondendo a livello individuale, cosi che possiamo eventualmente apportare modifiche.
Spero di essere riuscito a dare un po l’idea di quali sono gli aspetti che abbiamo cercato di evidenziare maggiormente in HRV4Training Pro, e che la piattaforma sia utile a chiunque fosse interessato qui a Destination Unknown. Potete trovare una guida più dettagliata a questo link, e contattarmi in caso di dubbi o domande sul nostro lavoro.