Something I learned today: la settimana UTMB vista dal Coach.

Attesa da mesi di tabelle e grafici, preceduta da due settimane di sano panico, vissuta con l’intensità di un concerto hardcore: la settimana UTMB regala a noi allenatori ansie, gioie, dolori e stress. Tanto che il lunedì siamo sempre completamente svuotati di fronte allo schermo a chiederci se reggeremo un altro anno di Chamonix.

Eppure, ogni anno, ad un certo punto della stagione la questione si ripresenta: e allora bisogna ricominciare a mettere su il planning annuale a qualcuno, bisogna trovare una gara alternativa a qualcun’altro e la testa va già a prenotare dove stare l’ultima settimana di Agosto. Anno, dopo anno, dopo anno. Perché alla fine l’opportunità di vedere i propri atleti in gara, di condividere qualche momento sul percorso o all’arrivo, di stare un po’insieme, è troppo bella per essere lasciata: non capita spesso nel mondo ultra che l’allenatore possa vivere l’esperienza gara con il proprio atleta, e quindi quando si può, va colta al volo.

Cosa ci portiamo a casa da questo UTMB 2021? Lo abbiamo chiesto ai nostri allenatori: a ciascuno la sua visione, come al solito. Per proteggere gli innocenti sono stati evitati alcuni nomi… ma voi sapete chi siete, l’ira del Coach non vi risparmierà.

Chamonix non è solo stress e ansia eh…

Tommaso Tommy Bassa

Da ogni evento mi piace conservare qualcosa che arricchisca la cassetta degli attrezzi per le prossime occasioni e dopo una gara complessa e ricca di problematiche come una 100 Miglia, trarre degli insegnamenti viene sempre molto facile, figuriamoci quando il setting è quello di UTMB.
Un anno extra di attesa per la start line post pandemia, grandi aspettative e l’hype che questa grande kermesse promette alimentano tanti pensieri deleteri che anche negli atleti più tranquilli conducono a grandi agitazioni e aspettative: sarò all’altezza? mi comporterò bene? mi seguiranno? abbasserò il tempo del mio vicino di casa?

  • L’iper-preparazione che consegue a questo stato di agitazione è il primo pericolo che eventi popolari come UTMB si trascinano dietro, trasformando ogni partente in una potenziale bomba.  Presentarsi su quella start line con l’umiltà di conoscere i propri limiti e la convinzione di saper tirar fuori il meglio dalle proprie possibilità nel rispetto di un percorso difficile, rimane il miglior consiglio che continuerò a dare agli atleti che vogliono presentarsi a Chamonix l’ultimo weekend di Agosto. 

Quest’anno, sulla carta, poteva ospitare un’edizione più benevola di altre viste le condizioni meteo favorevoli: cielo terso, temperature diurne gradevoli al limite del vero caldo, terreno arso da settimane con scarse perturbazioni, e invece già alla base vita di Courmayeur i ritiri e gli atleti in estrema difficoltà erano più che abbondanti:

  • Non sempre avere con sè il semplice materiale obbligatorio è sufficiente: diventa importante continuare a raccomandare di affidarsi a prodotti caldi e adatti alla situazione (specie quando consigliano il Kit Freddo), avere con sè una giacca robusta extra e vestire un intimo più pesante che magari si può sostituire a Courmayeur con uno più leggero per la giornata davanti.
    Una prima nottata fredda, ventosa e inaspettatamente difficile ha tagliato il fiato a molti e costretto ai ripari i runners colti impreparati: ipotermia, difficoltà a mangiare e bere a causa di blocchi intestinali, difficoltà ad orientarsi nella nebbia: forse la fama di UTMB come gara dal percorso scorrevole e ‘facile’ ha spinto tanti a sottovalutare certe sezioni nella parte più delicata di ogni trail: la notte, specie in luoghi distanti dalle grandi basi vita come lo stretch in quota tra il Col de la Seigne e il Lac Combal, km 55-65.

Non voglio fermarmi solo a scelte di materiali, la strategie di gara chiaramente fa il suo sporco lavoro, perchè non conta solo come mi vesto nel momento del bisogno ma anche come mi comporto in certe situazioni:

  • Una condotta di gara al limite o un ritmo appena fuori dalle proprie possibilità non modulato sulla base dei fattori ambientali avversi (o favorevoli, in alcuni casi) può facilmente condurre fuori rotta e trasformare grandi sensazioni in miseri risultati nell’arco di qualche ora. Bisogna affrontare la prima metà di gara con calma e non lasciarsi andare: UTMB non è temuta per il suo gradiente tecnico, ma per la difficoltà di pacing e gestione che impone a tutti i partenti: sfinirsi di ritmi poco plausibili nei primi 50 km, inseguire i gruppetti sbagliati, fa sì che a metà gara avremo un serbatoio già drenato e dovremo fare affidamento alla riserva, rendendo il tutto fisicamente più difficoltoso. E quando il fisico va in crisi, c’è da avere una mente lucida per rimettersi in carreggiata e salvare la giornata, altrimenti si arriva al momento in cui ci si obbliga a prendere delle decisioni. E non sempre le cose vanno per il verso giusto arrivati a quel punto…

Il che mi conduce all’ultimo punto, il problem solving che ci viene richiesto quando tutto inizia a smontarsi e arriva il momento di fare i conti con le difficoltà o gli errori commessi.

  • Rimane fondamentale prendere decisioni senza fretta: talvolta sedersi, ragionare sulla situazione, considerare pros e cons può fare la differenza tra il gestire una crisi e rovinarsi un’esperienza. Nessuno vi corre dietro, rimanere fermi alla aid station per una decina, anche ventina di minuti e darsi il tempo di ricomporsi per proseguire non porta nessuna vergogna: dimostra solo di avere la freddezza di calcolare come muoversi di fronte al momento di crisi. Fare una telefonata, avere qualcuno che dia una raddrizzata all’umore, sono una estrema ratio che ogni tanto può salvarci da un ritiro motivato da questioni futili: mangiarsi le mani a posteriori per aver preso una decisione sbagliata è un ricordo che rimane indelebile, di quei 10 minuti passati seduti al ristoro per decidere il da farsi non si ricorda nessuno. 

Francesco Paco Gentilucci

Per quanto mi riguarda, avendo pochissimi atleti impegnati in gara, mi focalizzo su un aspetto dell’allenamento che ho avuto con Filippo, che secondo me ha ripagato molto.
La scelta del piano sul lungo periodo, che va poi nella direzione di scegliere gli appuntamenti che più ci faranno trovare pronti all’evento “A” è molto importante. Filippo preparava UTMB e abbiamo scelto di fare un Translagorai Classic (che è un fkt collettivo e non una vera gara) invece che appunto una gara “ufficiale”.
Dopo l’inverno passato a lavorare sui ritmi veloci, culminato con una gara breve ma veramente dura, abbiamo iniziato a lavorare sull’endurance. Come ultimo punto prima della gara abbiamo appunto inserito Translagorai Classic, ma con coscienza, e questo credo che abbia di molto ripagato. Oltre ad aver potuto sperimentare la notte, tutto il materiale per UTMB e i problemi che ne conseguono per chi è abituato a correre di solito leggero (dal mal di schiena/addominali da zainetto, ai ritocchi sul materiale) il fatto di essere su un percorso “vero di montagna” e non in una gara con dei ristori organizzati credo che abbia dato a Filippo la capacità di problem-solving di cui parla Tommaso.

Se è vero che a livello di allenamento i km e il dislivello di una gara sono equiparabili, trovarsi in un sentiero che ti obbliga a spendere energie mentali dove non puoi distrarti, invece che correre semplicemente “verso il prossimo ristoro” è un’esperienza molto diversa.

Credo che questo aspetto abbia dato da una parte la tranquillità a Filippo di non sprecare mai energie mentali durante UTMB, ma di essere sicuro del lavoro fatto e delle dinamiche di gare in montagna, della distanza e dei problemi che sorgono (notte fredda/ crisi mentali) e di averlo messo nella condizione di correre in modo rilassato nel pieno delle sue possibilità.



Per la cronaca: ha fatto un garone.

Andrea Guglielmetti

La mia prima volta, il mio primo UTMB, è stato quello del 2017: mai prima di allora ero stato a Cham a vedere la corsa dal vivo. 24h one shot che mi hanno contagiato, e da lì non ne ho potuto più fare a meno! Con buona probabilità aver assistito a quella che ritengo sia stata “la gara” di sempre ha condizionato il mio modo di vivere la Settimana Santa del Trail e la trepidante attesa di Vangelis e dello show degli elite attorno al Bianco.

Nonostante la presenza continua negli anni di amici che si sono cimentati sulle varie distanze, ho sempre badato di più a godermi la competizione della gara regina, ma il 2021 mi ha regalato qualcosa di diverso. È stato il primo anno in cui ho partecipato da coach: è vero non avevo nessun atleta con il pettorale, ma il mio modo di vivere il weekend è stato completamente diverso. In maniera involontaria la mia attenzione si è focalizzata su tutta una serie di aspetti e di dettagli che prima avevo sempre trascurato e che mi hanno subito colpito, ma più di tutto sono stato in grado di vedere da spettatore esterno il rapporto che si crea tra atleta e coach, qualcosa che avevo già vissuto e che vivo tutt’ora ma dalla parte opposta della barricata. Dopo mesi di tabelle, workout, ragionamenti, confessioni e benedizioni, un viaggio durato settimane o mesi, in cui la gara è il concretizzarsi di tutto questo impegno, si crea un certo tipo di empatia, vengono abbattute barriere e si raggiunge una intimità strana e un livello di fiducia raro. Pochi istanti, sguardi e qualche parola di conforto: il coach, attore non protagonista, nel suo ruolo di guida spirituale, accoglie l’atleta in quei pochi momenti in cui ritorna alla realtà prima di rituffarsi al proprio interno in un mood in cui è solo con se stesso. Il piano gara è già stato ampiamente snocciolato nei mesi precedenti, e chi corre è preparato, ma si sa che questo sport riserva imprevisti e difficoltà che invece non sono prevedibili. Lucidità, tempestività e preparazione sono i requisiti richiesti al coach che deve sapere ascoltare e consigliare il proprio adepto, per ricaricarlo di quelle energie mentali e di quelle certezze che la fatica e la stanchezza fanno venire meno, che sono la linfa e che lo fanno ripartire più carico di prima. Quasi come se fossero gli unici due a capirsi in quel momento, gli unici due a poter parlare una lingua incomprensibile a tutti gli altri.

E quanta soddisfazione quando si taglia il traguardo, quanta soddisfazione nel vedere qualcuno realizzare il proprio sogno, quanta soddisfazione nel sentirsi dire grazie. Perché questo vale più di ogni cosa. Anche se però non sempre le cose vanno bene e non sempre si raggiunge l’obiettivo: senza che per forza si consideri tutto un fallimento, analizzare capire e spiegare, confrontarsi, serve a dar valore a quello che si è fatto e perché no, a riportare l’umore ad un livello accettabile, anche sospinti da nuovi e ritrovati stimoli verso la prossima volta.

Questo mi sono portato a casa, questo ho visto fare ai miei “colleghi”: e mi sono immaginato nei loro panni e per qualche momento li ho anche invidiati. Non tutto si impara sui libri, molto si impara sul campo, tanto deve essere vissuto!

Il conto alla rovescia è già partito: ci vediamo il prossimo anno Cham!

Maria Carla Ferrero

ADATTARSI penso sia il concetto che ha guidato qualsiasi gara che ho corso, o a cui ho fatto assistenza. Ancor più a Chamonix, dove gli atleti sulla TDS hanno dovuto fare i conti con un dramma vero: la morte di un ragazzo sul loro stesso percorso. Tutti gli altri “problemi” dal mal di stomaco, le vesciche, i quadricipiti andati, ai crampi si risolvono e lo sappiamo bene tutti, anche se in certi momenti li vediamo come questioni insormontabili ed irrisolvibili.

Detto questo, vi do la mia visione, avendo avuto l’opportunità di osservarvi, e sedermi con voi dopo la finish line.

Parto dal fatto che per quanto se ne dica, trovarsi sulla linea di partenza di una delle gare del circuito UTMB è un privilegio, una cosa che si aspetta a volte per anni. Quindi bisogna farsi trovare preparati. Col cuore pieno di emozione la voglia di spaccare tutto ma la consapevolezza che in tutte quelle ore di gara, le variabili sono infinite e qualche problema da affrontare si presenterà sempre.

Penso che la gara perfetta non esista. Invece esiste essere in grado di gestire ed affrontare ciò che ci si presenta davanti. Non ci sono allo stesso modo soluzioni perfette, ci sono soluzioni che in quel momento sono ideali e che possono portarci alla gara migliore.

Il punto sta proprio nell’imparare ad affrontare i problemi e farlo subito, in modo che non si accumulino fino al punto da sovrastarci e levarci lucidità di pensiero.

E l’altro punto essenziale, è imparare a farlo da soli, perché in quel momento in gara ci siamo noi: nessun altro può sapere meglio di noi stessi cosa stiamo provando, nella gioia e nel dolore. Non riuscirai mai a spiegare quanto stai male o perché ti scendevano le lacrime dall’emozione un attimo dopo, neanche al Coach più empatico, al tuo migliore amico o a tuo marito/moglie.

Ultimamente è sempre più difficile stare da soli con se stessi, viviamo nell’era in cui bisogna sempre condividere tutto. Ma perché? Forse speriamo che il problema ce lo risolva un altro? Difficilmente è così: la persona dall’altra può darci un incitamento, un incoraggiamento, un consiglio prezioso o un aiuto pratico, certo. Ma in una gara di lunghissima durata, dobbiamo sempre fare affidamento su di noi. A mio parere il processo di un’ultra è proprio quello di metterci a contatto con le nostre debolezze e portarci a scoprire invece i nostri punti di forza.

Dobbiamo rimanere concentrati su noi stessi, tenere la mente impegnata e gestire i pensieri, ad esempio prima di entrare nei ristori iniziamo a ragionare su cosa dobbiamo fare, cambiare la maglia, se è sudata, piuttosto che mettersi in “assetto” strato pesante e frontale in testa se stiamo per affrontare la notte, caricare le borracce ecc. Non ci servirà solo a tenere la testa in movimento ma anche a perdere meno tempo alla aid station, specie se non abbiamo assistenza.

In gara credo sia utile restare concentrati su qualcosa di reale, pratico, immediato: guardiamoci da fuori e “sezioniamoci” partendo dalla testa ed arrivando ai piedi, controlliamo che tutto sia a posto, la nostra postura, il nostro passo, le necessità basiche del mangiare e bere. Creare quella continuità, quel flusso che ci porterà ad avanzare sempre inesorabilmente, macinando i chilometri che ci separano dall’arrivo. Tutti lo abbiamo provato in qualche momento correndo: il trucco è cercare di amplificare questi momenti, e spesso per farlo serve isolarsi.

Sono gare che vanno attese, costruite, pianificate, ma che vanno vissute realmente passo dopo passo, adattandosi alle condizioni ed accettando che possano mutare. Abbiamo così tante ore davanti che spesso la soluzione al problema è dietro l’angolo, ma raramente abbiamo la pazienza di aspettare e adattarci.

Detto questo, se poi decidi di partire con un paio di scarpe che hai messo solo in giro per Chamonix il giorno prima e alla prima discesa ti rendi conto che sono corte e ti tocca fare metà gara con le dita tirate indietro… un po’te lo meriti Enrico, però alla fine ti è uscita lo stesso una gran gara.

Davide Grazielli

Ci sono tante cose che mi riporto a casa da Chamonix dal punto di vista tecnico. Ma purtroppo ce n’è anche una che mi porto dietro dal punto di vista umano. Aver vissuto la notte di martedì sul campo alla TDS, in pensiero per chi si trovava in una situazione del tutto inattesa, ha lasciato il segno. In quelle ore spesso io e Mari abbiamo pensato “E se fosse stato uno dei nostri?”. E poi “Se fosse stato uno di noi due e l’altro avesse ricevuto la chiamata dall’Organizzazione?”. Domande inutili, chiaro. Ma a volte un po’di riflessione ci fa capire meglio che niente è scontato.

Passando a cose più futili.

A mio modo di vedere, la prima cosa che conta per fare una bella gara a Chamonix è una: la voglia. O meglio ancora la fame. Quel desiderio di mettersi sui sentieri e chiudere un processo iniziato 2/4/6/9 mesi prima senza farsi influenzare da aspettative, pressione, paure e imprevisti. Bisogna arrivare al giorno X sapendo che non vuoi altro che passare un tot di ore sui sentieri e che quel momento è tuo, che te lo meriti e che va vissuto a pieno. Poi, potrà capitare di tutto, e tanti di questi eventi saranno completamente fuori dal tuo controllo. Ma per fare bene, bisogna essere felici di essere lì. Rispettare la gara e la distanza, il percorso e la difficoltà. Ma essere entusiasti di esserci. Sembra scontato, ma tanti di noi non sono atleti professionisti o elite e spesso si trovano a tenere in equilibrio vita privata, professionale e sociale con la passionaccia per la corsa: le 24 ore che passerete in giro, sono un momento vostro, quindi levate il resto di torno e dedicatevi a voi stessi. Se non siete nella situazione per farlo, è meglio non partire: due dei mie hanno dovuto rinunciare alla loro gara a 24 ore dalla partenza. E sono stati bravi a farlo perché avrebbero corso senza quella tranquillità che serve a godersi una gara così importante.

La seconda, è uno dei miei pilastri: la continuità. Chi ha chiuso bene la gara, è chi è riuscito nei mesi a creare una routine, a far diventare la corsa parte integrante della giornata, quando si ha l’uscita. Chi è riuscito ad automatizzare il gesto di prendere ed uscire a correre come se fosse parte integrante della propria vita. A qualcuno sono bastati due mesi dopo sei di infortunio: ma in quei due mesi ogni pezzo del puzzle è andato a posto senza sforzo. Certo, all’inizio con più ragionamento, ma una volta che la figura prendeva forma, i pezzi “chiamavano” invece di dover stare a cercarli.

La terza, è che sul tipo di percorso delle tre gare più lunghe, allenare salite continue lunghe ed un ritmo efficace ma economico è spesso la chiave giusta. Coi miei abbiamo sacrificato nell’ultimo mese i lavori in ripetuta lunghi, ed inserito quando possibile dei Climb Block da 30/40/50 minuti cercando di non far salire troppo il cuore. E ha pagato. Allo stesso modo, nell’ultimo mese con qualcuno abbiamo sperimentato un lavoro di condizionamento eccentrico a secco leggero ma efficace: matrici di affondi e pliometria leggera. Fare bene le salite significa efficacia, riuscire a limitare i danni muscolari in discesa è l’altro lato della medaglia, e siccome il rapporto costo/beneficio si è dimostrato alto, è qualcosa che in futuro inserirò sempre coi miei atleti che vanno a Chamonix.

Hurry up and wait. E se ti va bene, c’è il sole.

La quarta è più generica e riguarda la distanza che c’è tra una CCC ed un UTMB (o anche una TDS). Non sono 60 km e 4.000 metri di dislivello, è molto di più. Se la CCC ha una magnitudine per cui può essere affrontata a quasi tutti i livelli ancora come gara, l’UTMB, richiede un impegno diverso, ed una preparazione che vada ad affrontare in maniera specifica una gara con spazi dilatati. L’ho visto chiaramente a livello elite, dove la CCC è stata scoppiettante ed anche molto tattica, mentre l’UTMB è stato anche davanti l’ennesima gara a chi mollava per ultimo (e comunque mettetevi il cuore in pace che quasi mai molla D’Haene): aka parto, ci provo, se va bene vinco o salgo sul podio, sennò pazienza e ci rivediamo prossimo anno. Gara di attrito più che di intelligenza. E la cosa si può trasportare comunque tra i midpacker e anche con i lottatori di cancelli, aggiustando i target: poco cambia. Questo per dire che è giusto sognare in grande, è giusto aspirare a chiudere il giro… ma gestite le aspettative e mettetevi nello stato mentale di “esplorazione”. UTMB svela raramente i suoi segreti alla prima uscita, come tutte le donne (e uomini) intriganti. Il corteggiamento dovuto è lungo, ma come spesso vi dico, amate il processo, e non sarà mai un semplice allenamento.

Vi chiedete da dove viene il titolo? Eccolo qui, in tutto il suo splendore

AID STATION FOODIE: Cous cous

E’ sempre difficile gestire il pasto prima di una gara lunga. Non si sa mai bene cosa mangiare, specie se non si ha una cucina a disposizione. Spesso si finisce al ristorante a mangiare cose non proprio adatte ad un pre gara.

Io negli anni ho provato un po’ di soluzioni e questa a mio parere è una delle più riuscite.

Il cous cous sono semplici granelli di semola di grano duro, lavorati con acqua e poi cotti al vapore: piatto simbolo della cultura culinaria Magrebina, si è poi diffuso in tutto il Mediterraneo.

Ricco di carboidrati, sostanzialmente ha gli stessi valori nutritivi della pasta ma è più digeribile, perché assorbe molta acqua. Contiene inoltre calcio, potassio e una buona dose di ferro. E’ un piatto unico leggero e gusto perché possiamo abbinarci verdure, legumi e/o frutta secca, spezie ed erbe aromatiche a piacere.

E’ semplicissimo da preparare ovunque anche in camera d’albergo o campeggio. Io porto sempre con me in viaggio un piccolo bollitore elettrico, occupa poco spazio ed è facile da imbarcare.

Certo se mi vedesse una donna Berbera seduta nel bagno di un campeggio mentre faccio scaldare l’acqua nel bollitore elettrico per preparare un cous cous precotto, credo potrebbe avere un mancamento. Per loro è un piatto conviviale con una forte valenza sociale, si radunano tutte assieme per prepararlo e poi lo consumano con la famiglia o chi si considera parte della comunità. Ma noi dobbiamo fare di necessità virtù, e allora vediamo come preparare una versione fast.

Una delle mie tante versioni di cous cous:

Ingredienti a persona:

125 gr* di cous cous

125 gr* di acqua bollente

una manciata di pomodorini

noci, anacardi, mandole (a vostro piacere)

qualche cucchiaio di olio evo

qualche foglia di menta

sale

*si Paco lo so che non hai la bilancia… e chi ne ha una solitamente non la porta in viaggio. Quindi potete fare 1/2 tazza da tè (mug) di cous cous ed altrettanta di acqua.

Procedimento:

In un contenitore mettete il cous cous con un pizzico di sale ed un cucchiaio di olio, versateci sopra l’acqua bollente e lasciate riposare possibilmente coperto per 5/6 min. Nel frattempo in un secondo contenitore condite con olio e sale i pomodori tagliati a cubetti, la frutta secca e la menta tritata.

A questo punto con una forchetta potete “sgranare” il cous cous, in modo da renderlo soffice e senza grumi.

Unite il condimento al cous cous ed il piatto è pronto.

Potete anche sostituire i pomodorini con della verdura bollita come zucchine o carote, così come aggiungere dei ceci se volete anche una fonte proteica. O fare una versione ancora più semplice con solo olio evo, anacardi ed uva passa, fatta rinvenire in acqua calda. Per insaporire il vostro cous cous potete anche sciogliere nell’acqua bollente della curcuma o dello zafferano.

Ci sono davvero molteplici varianti per creare un piatto unico leggero e facile da realizzare quasi ovunque. Si può anche prepare in anticipo e trasportare facilmente in un contenitore ermetico.

Buona gara!

Mari – Aid Station Foodie

AID STATION FOODIE: Hummus di ceci

L’hummus è una crema di ceci e tahina (salsa di sesamo) aromatizzata con limone e spezie. E’ una delle ricette più antiche e diffuse del Medio Oriente grazie alla semplicità dei suoi ingredienti.

Chi è stato ai nostri Camp oramai lo sa, l’hummus in tutte le sue varianti è il mio cavallo di battaglia: non manca mai in tavola, anche perché si può preparare in anticipo ed eventualmente trasportare in un vaso di vetro.

E’ una salsa semplice e veloce da preparare ma un piatto perfettamente completo dal punto di vista nutrizionale, ricco di vitamine, proteine, minerali e fibre. Consumato con del buon pane o con verdure fresche, è un ottimo modo per assumere proteine vegetali di qualità: ideale per chi segue una dieta vegetariana/vegana, ma gustoso per chiunque.

La mia versione di hummus:

Ingredienti:

250 gr di ceci lessati (vanno bene anche quelli in barattolo)

1 cucchiaio di tahina

2 cucchiai di olio evo

3 o 4 cucchiai di succo di limone (a vostro gusto)

qualche cucchiaio di acqua

½ cucchiaino di cumino in polvere

½ cucchiaino di semi di cumino

un pizzico di paprika

sale

½ spicchio d’aglio (facoltativo)

Procedimento:

Mettere tutti gli ingredienti nel bicchiere del mixer e frullare, deve rimanere una crema densa e liscia, non grumosa: se necessario aggiungere mentre frullate qualche cucchiaio di acqua, o limone, in base ai gusti fino ad ottenere la giusta consistenza.

E’ una pietanza molto versatile, si può mangiare semplicemente spalmato sul pane tostato o tipo pita, intingervi verdure fresche di stagione tipo carote e finocchi, o per accompagnare un secondo come polpettine di verdure e falafel.

Con un po’ di fantasia si possono fare diverse varianti “stagionali” e colorate, unendo ai ceci delle verdure come zucca, broccolo, carote arrosto, barbabietola ecc.

Devo confessare che l’ho usato anche in gara, ovviamente in versione senza aglio. Ho fatto dei mini tramezzini, incartati uno ad uno, e si sono rivelati un modo ottimo per spezzare la monotonia del classico gusto dolce di barrette e gel. In questo caso è importante utilizzare pane bianco senza crosta, che sia facilmente masticabile ed assimilabile, evitando di far lavorare troppo lo stomaco.

Mari – Aid Station Foodie

Friends of DU: CASCADA – All Road Apparel

Abbiamo conosciuto i ragazzi di CASCADA in occasione di un progetto al POLITECNICO di Milano: ci piaceva il loro approccio e li abbiamo invitati a lezione per parlare ai giovani designer. Ci ha colpito subito come si avvicinavano da “utilizzatori” al prodotto, la ricerca di soluzioni nuove senza perdere d’occhio il design, l’attenzione per le tematiche ambientali, e non ultimo un certo entusiasmo che dovrebbe sempre animare chi intraprende una strada nuova. Insomma, ci sono piaciuti.

Da lì a provare i loro capi il passo è stato breve, e se noi due non siamo grandi ciclisti, una certa esperienza di materiali ce l’abbiamo, avendo lavorato nell’ambiente per anni: questo è quello che ne è venuto fuori.

Merino Base Layer Unisex:

Merino Base Layer è disponibile sia in versione manica corta che lunga, entrambe realizzate in lana merino e poliestere: questa combinazione di materiali crea un isolamento termico che aiuta a non disperdere calore grazie alle capacità termiche della lana, mentre la fibra di poliestere aiuta ad allontanare l’umidità mantenendo calda e asciutta la pelle.

Vestibilità “unisex”: sono sempre terrorizzata da questa parola perché sappiamo bene che la conformazione fisica maschile e femminile sono molto diverse tra loro! Invece qui, grazie alla costruzione seamless ben studiata, il capo veste molto bene anche da donna.

E’ un capo caldo e molto confortevole. Primo strato ma questo non ci deve far pensare ad un “intimo”, anzi è tutto da sfoggiare. Colori melange molto ricercati, con lettering del marchio in contrasto decisamente lineare. Quando si viaggia in bicicletta e gli spazi nelle sacche sono limitatissimi, avere un capo versatile, tecnico e caldo ma al tempo stesso sobrio che si possa utilizzare anche una volta smontati dalla sella è veramente un valore aggiunto.

Altro punto a favore, e non da poco, è un capo Made in Italy.

Merino Cross Socks / Cross Socks:

Sono una perfezionista della calza, sempre alla ricerca di quella giusta. Sto attenta al materiale, non le voglio troppo spesse, devono essere aderenti e protettive al punto giusto, e anche il colore non deve essere buttato lì a caso, ci tengo ai miei abbinamenti: una rompi coglioni insomma. E non sono l’unica: ho capito che nel mondo del ciclismo c’è gente che lavora sulla combinazione calza/telaio/tape. Mi sono sentita quasi una novellina.

La merino Cross è una calza invernale, realizzata in lana 100% naturale, rinnovabile e biodegradabile e poliammide con una percentuale di elastane per migliorarne la calzata.
Personalmente le ho utilizzate sia su trail che in bici e sono caldissime. Ben costruite, con la cucitura del puntale molto piatta ad evitare sfregamenti (è un punto a cui faccio sempre molta attenzione). Resistono molto bene all’usura ed ai molteplici lavaggi nonostante la lana sia solitamente delicata.

Il modello Cross, in Dryarn® e poliammide ed elastane è invece leggera e traspirante, tallone e puntale rinforzati con la stessa cucitura antisfregamento in punta.
Altezza al polpaccio perfetta, come ormai mettiamo tutti, tranne Coach Grazielli che a livello di moda è rimasto ai tempi di Geoff Roes nel duello di Unbreakable.

Inutile dire che i colori di entrambe i modelli si abbinano alla perfezione con tutti gli altri capi d’abbigliamento CASCADA.

Anche loro Made in Italy

Headband:

Accessorio molto utile, aderente ma leggera, perfetta anche sotto al casco, in materiale Dryarn® come la calza, costruzione seamless senza cuciture: arrotolata occupa pochissimo spazio, e si asciuga in un attimo. Anche qui il pattern è molto particolare ma sobrio ed elegante.

Land Wool Shirt:

La camicia: un capo ormai sdoganato nell’ambiente del ciclismo dai bikepackers americani, e dai gravel riders. In questo caso però oltre allo stile, abbiamo anche la tecnicità.


Il connubio tra lana e poliestere la rende calda ma leggera, con l’elasticità del poliestere a garantire il massimo del comfort nel movimento.

Lo shape del corpo più lungo ed arrotondato nella parte posteriore aiuta, specie quando siamo in sella, a tenere ben coperta la parte bassa della schiena.

Chiusura ed apertura facilitata dai bottoni frontali automatici.

CASCADA si è rivelata un’ azienda giovane, con la voglia di proporsi a tutte le discipline dell’outdoor: capi semplici e multifunzionali fatti per durare ed essere comodi. Insomma, ci hanno conquistato, e con la collezione nuova ci sono parecchie novità che non vediamo l’ora di usare nei nostri giri in bici.

Li trovate sul sito cascada.cc e tenete d’occhio il loro journal se siete in cerca di ispirazione per nuovi progetti.

FLEX YOUR HEAD

Premessa: spero che ciò che scriverò serva puramente come riflessione. Abbiate l’intelligenza di leggere il tutto per ciò che è: un esercizio di osservazione del mondo in cui opero e lavoro, lo spunto per creare una discussione aperta.

Non sono ovviamente uno specialista, ma nonostante la psicologia sportiva in Italia sia assolutamente sottovalutata e poco considerata, a me invece affascina molto e nell’ultimo periodo mi sono dedicato ad approfondire alcuni temi.
Ho provato a creare dei profili di corridori basati su alcuni schemi mentali e atteggiamenti che ho vissuto e notato da altri corridori.

Non volendo essere uno di quegli allenatori “tabellari” che ti danno la scheda di allenamento e apposto così, credo che questi stimoli siano utili per capire i propri limiti di valutazione e giudizio e per provare a migliorare nel proprio lavoro. Attendo quindi le vostre osservazioni e riflessioni .

Corpo e mente separati
Partiamo da questa evidenza: corpo e mente fanno parte della stessa persona e non sono due cose scollegate. In Occidente siamo molto inclini a viverlo come dualismo e quindi come due entità nettamente separate e questo si ripercuote anche nella medicina: ci fa male una caviglia e curiamo la caviglia, non la persona. La verità (evidente) è che se il corpo sta male, anche la mente sta male, e viceversa. Non si parla solo di effetto placebo, ma del dare un peso anche al lato emotivo del paziente, con la comunicazione giusta e della percezione di se stessi nel superamento degli infortuni fisici.
Tuttavia ci raffrontiamo a noi stessi come se avessimo in noi due entità separate. Quante volte diciamo che un atleta è “forte di gambe ma debole di testa” o ci convinciamo che una cosa si fa “di testa”, come se si stesse vivendo un conflitto tra la mente e il corpo e la mente faccia fare al corpo qualcosa che non vuole?
Ovviamente questa visione è molto radicata in noi, ma ha anche molti limiti, che emergono soprattutto in un periodo di stress enorme, come quello che stiamo vivendo. Restrizioni della libertà individuale, slegamento e affievolimento di rapporti sociali e traumi dovuti a lutti, perdita del lavoro e mille altre motivazioni possono portare l’atleta alla perdita di interesse per il proprio sport.
Sentirsi deboli, svogliati e stanchi molto spesso non è dovuto solo alla condizione fisica, visto che i nostri carichi di allenamento possono anche essere sempre gli stessi: può essere soprattutto mentale.

L’unica gara è con te stesso
Grande, bellissima frase e concetto importante. Tuttavia, in un momento come questo suona assolutamente fuorviante per un corridore che, in assenza di gare, non trova più lo stimolo per uscire ad allenarsi.

È chiaro: molto spesso l’idea di un arrivo o di una gara ci aiutano ad uscire a fare quell’allenamento in più quando magari piove, o fare quel lavoro che troviamo proprio duro. Tuttavia, bisogna andare più a fondo e capire il motivo del perché corriamo, in quanto la corsa non è solamente uno sport, ma uno stile di vita: c’è una bella differenza tra il tennis e la corsa, perché puoi anche essere appassionato di tennis, ma non puoi metterti a fare battimuro come stile di vita, o fare pugilato se sai che non combatterai mai. Al massimo fai fit boxe e ti alleni con un saccone, ma non è boxe. Correre senza un avversario o un partner o in una situazione non di gara rappresenta invece, nella corsa, gran parte della vita di un corridore.

Cosa rappresentano quindi quella gara, o le gare, per me?
può rappresentare una realizzazione personale, o una realizzazione rispetto agli altri. Come prima cosa bisogna riconoscerne la matrice. È chiaro che se ho smesso di trovare le motivazioni per uscire a correre perché gli eventi sono sospesi (nel momento in cui non esiste una limitazione legislativa reale) l’importanza che do alle gare supera quella che do alla corsa di per se stessa, come pratica individuale.

Attenzione, ognuna di queste cose va vista solo in un mondo teorico, perché nella realtà non esistono distinzioni così nette e marcate nella personalità di un individuo. Sono idealtipi che aiutano la categorizzazione e la riflessione.
Da una parte quindi abbiamo l’individuo che smette totalmente di correre, dall’altra quello che ha avuto una risposta a questo stress allenandosi ancora di più e in mezzo tutte le varie sfumature possibili.

Il fennec, o volpe del deserto ha orecchie smisurate che lo aiutano a disperdere il calore del deserto

Introversione/estroversione

sperando che Jung non si ribalti nella tomba, ecco una rudimentale spiegazione del concetto:

“L’individuo estroverso è principalmente orientato verso il mondo esterno, tende perciò a focalizzare la sua percezione e il suo giudizio sulle persone e sulle cose, mentre l‘introverso è una persona principalmente orientata verso il mondo interno con la tendenza a focalizzare la propria percezione ed il proprio giudizio sui concetti e sulle idee.”

Quindi a questo punto la domanda diventa:
la gara è importante per me o per gli altri?

Bisogna riflettere un attimo se l’appagamento che riceviamo dall’arrivare in fondo a una gara sia egoistico o rivolto all’approvazione altrui.
Attenzione: non esiste un giusto o sbagliato, sono solo spunti di riflessione che servono a capirci meglio e porci delle domande (se non l’abbiamo mai fatto) sulla nostra personalità.


Atleti molto competitivi estroversi
Gli atleti molto competitivi sono quelli che tendenzialmente sono molto estroversi, ovvero, portano il focus sugli altri. In molti casi l’affermazione dipende dal battere gli altri. Il limite è ovvio: in un anno in cui non ci sono gare se ne va la possibilità di confronto con gli altri, di misurarsi con una classifica.
Una soluzione potrebbe essere quella delle sfide virtuali o del focalizzarsi sui segmenti di Strava. Se le gare virtuali per gran parte dei corridori rappresentano al massimo un passatempo momentaneo legato alla situazione, per questi atleti possono invece rappresentare uno stimolo su cui impegnarsi con dedizione e serietà anche in allenamento.
Questa è ovviamente la categoria di atleti che più risente della situazione pandemica, anche se l’impegno maggiore è quello di trovare un obbiettivo che ci appaga e che non venga vissuto in modo superfluo.

Atleti molto competitivi introversi
In questo idealtipo raccoglierei quegli atleti che mirano alla competizione, ma come crescita personale, e non sono poi molto interessati dalla classifica di gara. In poche parole traggono piacere e motivazioni dal miglioramento, che è tuttavia basato non dal confronto diretto con gli altri, ma con se stessi. Una possibile soluzione alla carenza di motivazione, se sono una persona molto introversa, potrebbe essere quello di concentrarmi su un FKT, che sia nuovo o da ripetere, e dedicarsi a quello. Un mio progetto personale, un percorso che sogno da tempo, un determinato crono su una distanza e così via.
Tendenzialmente un atleta molto competitivo introverso non dovrebbe perdere lo stimolo anche di fare massacranti lavori in allenamento, perché il piacere che trae da questi è la sua crescita personale. Questi atleti potrebbero vivere l’impegno di un FKT in modo più totalizzante e competitivo di altre persone, e goderne la parte più agonistica.
Pensate ad atleti come Luke Nelson che già da anni prima della pandemia trovano più appassionanti gli FKT che alle gare, dove possono vivere esperienze più totalizzanti e non solo legati all’agonismo.

La pitecia dalla faccia bianca è un mammifero che vive in Sud America

Atleti poco competitivi estroversi

Un’altra categoria di persone che definirei competitiva ma estroversa è rappresentata dal corridore di qualsiasi livello (ma non alto da essere rilevante in classifica) a cui piace gareggiare sia come scusa per un confronto con gli altri, ma soprattutto per l’evento e la condivisione del tempo (gara come raro momento in cui non si corre da soli).

È evidente che in questo caso è molto più difficile trovare qualcosa di simile, e forse l’unica soluzione è rappresentata dall’organizzare qualcosa con gli amici, in autonomia.
Queste persone risentono della socialità degli eventi e hanno bisogno di sforzarsi a trovare un gruppo di riferimento con cui condividere la propria passione.

Atleti poco competitivi introversi
Questi sono quelle tipologie di atleti che traggono passione dalla crescita personale e dai miglioramenti quotidiani in allenamento, a prescindere dal resto del mondo. Questi sono quegli atleti che invece di perdere motivazione per la corsa ci hanno contattato per iniziare un percorso con DU proprio durante la pandemia.

Vediamo adesso qualche nozione di livello generale sul rapporto emozionale dell’atleta con la corsa:
La gestione delle emozioni
La gestione delle emozioni è una capacità che solitamente diamo per “innata”, ma sbagliando, in quanto allenabile, come un’altra competenza. Se mettiamo sulla linea di partenza di una campestre 100 adolescenti e misuriamo il loro stato d’ansia (anche banalmente con un cardiofrequenzimetro) avremo ovviamente dei valori molto diversi tra loro. La forchetta dei valori (quasi impossibile che i battiti saranno quelli “di riposo” ma tutti li avranno più alti) va da un incremento relativo a uno altissimo.
Questo aumento di frequenza cardiaca è dovuto per larga parte dallo stress della gara.


Non tutto lo stress è negativo
La nostra percezione comune nel linguaggio di stress è negativo, ma non è così. In buona sostanza, se sottoposti a “stressors” ovvero a fattori che provocano stress – come può essere la starting line di una gara- il sistema corpo/mente cerca una risposta di adattamento di vario tipo (endocrino, umorale, organico, biologico). Questa compensazione allo stress è per esempio la base dell’allenamento, in cui, sottoposto allo stress, andiamo a migliorare le nostre capacità fisiche di adattamento a esso tramite una super compensazione.
Detto ciò chiaro che le fonti di stress e le capacità delle persone di riuscire a trasformare questo stress in positivo e non negativo sono molto personali.

l tamarino di Goeldi o tamarino saltatore deve il suo nome al tizio che l’ha scoperto, ovvero Emil August Goeldi.

Quindi, andiamo a vedere un paio di fattori di stress diversi tra loro:


Gestione della gara e degli allenamenti
Esistono atleti che in partenza sono tranquilli, altri provano inadeguatezza, si sentono inadatti, impauriti, terrorizzati.
A parità di allenamento, cosa cambia nella mente di uno e quella dell’altro?
La volontà e l’accettazione di non poter controllare fattori esterni che non dipendono da noi stessi. Questo permette agli atleti della prima categoria di trovare il giusto distaccamento e di concentrarsi sui fattori rilevanti (ascoltare il proprio corpo) e non i fattori esterni (il pubblico/ lo stato di preparazione degli altri/ le condizioni meteo/ la durezza della gara).

Ora, voglio portare qualche esempio di atleti vicini a me o spesso risultanti di riflessione derivate sui miei stessi comportamenti. Molto spesso come allenatori facciamo l’errore di valutare le persone come “ingestibili” o assegnargli dei limiti che possono sembrarci incomprensibili, ma che se riconosciuti possono essere comprensibili e quindi anche elementi su cui lavorare con l’atleta:

Atleta che non sa riposare
Ci sono atleti che fanno veramente fatica a concepire il riposo come parte integrante dell’allenamento. Devono fare per forza qualcosa ogni giorno e se gli avanza del tempo libero lo investono sull’allenamento. I pro sono ovviamente una dedizione senza fine che li aiuta nel momento in cui si va incontro a fasi di preparazione intense, i contro sono invece che, nel momento di un banale infortunio (cosa che nella corsa su lunga distanza capita spesso) o di impedimenti di qualsiasi tipo nello svolgere l’allenamento, l’atleta va in crisi.

Questo tipo di atleti soffre più degli altri gli intoppi nella preparazione, e rischia di non sentirsi pronto nei momenti importanti. Inoltre, sono quelli che fanno fatica ad autogestirsi se lasciati da soli.
la domanda da porsi è:
come vivo il riposo? Mi infastidisce? Come vivo qualcosa che non va secondo i miei piani nella preparazione o in gara?

Atleta che stacca a fine anno e quello che non sa staccare
Ci sono atleti che in off season hanno bisogno di dimenticare le corsa e concentrarsi su altri stimoli, mentre altri continuano sempre a correre.
Sono naturalmente due tipi di comportamento assolutamente accettabili e normali, se non diventano problematici. Un atleta che non fa off season si espone spesso a infortuni così come quello che stacca troppo e rischia di fare fatica a “rimettersi in carreggiata” anno dopo anno, e come sappiamo tutti, ciò che più ripaga in uno sport come la corsa è la continuità. Più ci si prendono periodi lunghi di stacco dalla corsa, più è difficile riprendere con intensità quando necessario: non siamo macchine con interruttori ON/OFF.
Che tipo di atleta sei? Fai fatica a staccare o a riprendere, da dove viene questo bisogno?

Concetto di insicurezza
Normalmente molti atteggiamenti partono da una comune origine che risiede nelle insicurezze personali. Molte di queste sono la risultante di esperienze vissute in passato, altre sono dovute agli schemi mentali con cui ragioniamo di solito e spesso vengono definite come caratteriali. Vediamone alcune:

Atleta che compete solo in gare dove sa di vincere
Questa è una cosa che vediamo di costante in molti atleti italiani “di alto livello”. Se possono scegliere tra il competere con i top al mondo e riportare a casa mazzate o vincere la garetta di paese senza fatica protendono per la seconda opzione. Perché?
Il senso di appagamento dovuto alla vittoria del trail dell’Eroe Locale agisce come stimolo che frena la competizione per cui ci sentiamo inadeguati.
Non è facile per un atleta molto competitivo estroverso consultare una classifica dove ha preso varie ore di distacco dagli altri. Allo stesso modo, questo tipo di insicurezze personali va a innescare altri comportamenti, spesso ancora più nascosti:

Atleta che preferisce non esplorare il suo potenziale per il rischio di fallire
Questo è il caso dell’atleta che ha un grosso bisogno di conferme alle proprie insicurezze (acclamazione del mondo a lui vicino / sapere di essere uno che “avrebbe potuto ma”) perché trova più semplice e gratificanti piccole vittorie irrilevanti che il rischio di fallire sottoponendosi ad un test con esito incerto.
Un po’ come l’esempio sopra, ma a livello introspettivo: è il concetto di autosabotazione, che molto spesso porta persone a essere i principali limitatori di sé stessi.
Lavorare su questo aspetto è difficile perché l’atleta deve saper lavorare sulla sua personalità, accettare un potenziale fallimento e non dargli un eccessivo valore (“ho sbagliato sono un fallito”), ma riuscire a ricercare in sfide a lui adeguate, uno stress positivo e non negativo, che lo porterà a migliorarsi. Posso utilizzare un fallimento per motivarmi per fare meglio la prossima volta; posso dare un valore effettivo a un fallimento; non esiste al mondo un singolo atleta nella corsa che non abbia mai fallito.
Domanda: come gestisco i miei fallimenti? Quanto peso do a queste esperienze? Riesco a coglierne degli aspetti positivi?

Atleta che non sa accettare i miglioramenti
Diverso dalla tipologia descritta sopra, questi sono atleti che, anche di fronte a un’evidenza, fanno fatica ad accettare i propri miglioramenti. Non significa essere umili, ma andare a stravolgere la realtà valutandola con i propri personali strumenti interpretativi. Un po’ come nel caso di un disturbo alimentare, la separazione tra realtà e pensiero interno arrivano a diventare patologici. Sono atleti quasi totalmente intrinseci, portati a guardare se stessi e quasi ad annullare la realtà esterna. Sono quegli atleti che non riescono a trarre felicità anche dopo aver raggiunto un obbiettivo per cui si sono allenati molto.
Ogni tanto bisogna fermarsi e accettare i progressi dei propri sforzi profusi in allenamento, e i conseguenti miglioramenti. È molto difficile, ma avere a fianco una figura esterna ma consapevole, come quella di un allenatore, può aiutare. L’allenatore aiuta a giudicare in modo oggettivo, anche tramite l’aiuto di dati, il percorso dell’atleta.

La grande scimmia leonina è stata portata all’estinzione dai cacciatori per via del suo bell’aspetto

Atleta che salta in aria / atleta troppo premuroso
Esistono atleti che non sono bravi a gestirsi in una situazione di gara o allenamento e quelli che invece non riescono quasi mai a rendere per il loro potenziale.
Anche in questo caso i primi fanno fatica a valutare il reale livello proprio e degli altri e si distruggono uscendo a un passo troppo alto dopo lo start; mentre i secondi hanno paura di poter fallire e corrono sotto le proprie potenzialità.
Se ci accorgiamo di protendere troppo in una delle due categorie possiamo provare a chiedere al nostro coach di inserire degli allenamenti fatti apposta per migliorare.
Fare un allenamento molto al di sopra delle nostre possibilità o che ci costringa a imparare a gestirci, obbligandoci ad andare a un passo “sensato” possono aiutarci in tal senso.

Atleta troppo / troppo poco flessibile
Il giorno della gara qualcosa va storto: hai dimenticato le scarpe con cui volevi correre e devi fare la gara su delle scarpe da strada invece che da trail; sei nel gruppo di testa e sbagli a un bivio perdendo 5 minuti; non trovi la tua crew ad attenderti dove ti aveva detto che sarebbe stata e così via.
Come reagisci?

Ci sono atleti che sono così schematici da non riuscire a risolvere dei problemi che spesso capitano nel nostro sport. Allo stesso tempo, ci sono atleti che devono migliorare la propria strategia e imporsi una maggiore disciplina perché ne valgono i miglioramenti cercati con l’allenamento. Un atleta troppo flessibile rischia di non essere in grado di trovare una routine che invece è basilare nelle gare di una certa distanza, un atleta inflessibile ha bisogno di sentirsi dire delle cose che già sa.
che tipo di atleta sono? Come potrei diventare più o meno flessibile?

La corsa come strumento di rimozione dello stress negativo
Senza entrare nelle retoriche trite e ritrite delle endorfine che tanto ci piace leggere sulle testate generaliste, diciamo che la corsa per molti di noi è lo strumento principale per la gestione di paure, stress e anche il superamento di traumi di vario tipo a livello emotivo.

Questo è un concetto molto delicato e che secondo me merita un discorso a parte, e mi piacerebbe affrontarlo in un secondo momento. Se avete trovato utile quanto detto finora e pensate che un ragionamento su questi temi possa essere utile per la vostra auto profilazione come atleti possiamo andare ad approfondirlo.
E tu che atleta sei?
Spazio ai commenti!

Qualora non fosse stato chiaro ho inserito delle immagini fuorvianti di animali per alleggerire la lettura, vista la tematica delicata. Il fatto di dare al cervello stimoli diversi per fargli perdere il focus principale è una tecnica largamente utilizzata, sopratutto a fini commerciali, per vendere all’individuo oggetti di cui non ha bisogno distogliendolo dalla capacità di razionalizzare.
Spero abbia funzionato (anche se non sto vendendo nulla) ad alleggerire la tematica.

AID STATION FOODIE: Cornbread

Il mio primo incontro con il Cornbread è stato in un buffet pieno di delizie southern in Arkansas.

Mi ha conquistato il suo gusto e la consistenza particolare che ben si adatta ad accompagnare sia il dolce che il salato.

Originario degli stati del Sud, quella del Cornbread pare essere una delle ricette più antiche al mondo. Le sue origini risalgono ai nativi americani, dove l’utilizzo del mais era molto diffuso. Venendo io da una zona dove la coltivazione del mais (o granoturco) è molto importante, mi ha incuriosito subito.

La ricetta base del cornbread prevedeva un semplice impasto di farina di mais con acqua, ma tra le mani dei coloni, l’impasto è stato arricchito con farina di grano, latte, uova, zucchero, lievito e si è diffuso in tutto il paese tanto da diventare uno dei piatti tipici del Thanksgiving.

Oggi si possono trovare centinaia di diverse declinazioni del Cornbread: quello Tex-Mex vede l’aggiunta di chicchi di mais fresco, formaggio cheddar e peperoni jalapeno, nel South è solitamente salato, viene servito con burro ed è l’accompagnamento più comune ai piatti principali, fino alla versione New England che tende invece ad essere più dolce soffice e leggero.

A volte più zuccherato a volte meno, questa è la mia versione di Cornbread che utilizzo spesso anche come recovery post gara o come alternativa solida durante i lunghi: basta tagliarlo a quadrotti mono dose ed imbustarli in un sacchettino con zip. E’ un cibo con pochi grassi e tanti carboidrati facilmente assimilabili anche grazie alla presenza della farina di mais che non contiene glutine.
Nella sua semplicità, resta uno dei cibi più apprezzati post corsa ai Camp di DU.

CORNBREAD

Ingredienti:

150 gr di farina 00
150 gr di farina di mais
50 gr di zucchero di canna
6 gr di lievito
una punta di cucchiaino di bicarbonato
½ cucchiaino di sale
250 ml di latticello*
50 ml di olio di semi
1 uovo intero

*Potete farlo in casa unendo 125 ml di yogurt naturale, 125 ml di latte e qualche goccia di limone

Procedimento:

In una terrina uniamo gli ingredienti secchi: farine, zucchero, sale, lievito e bicarbonato. In una seconda terrina quelli liquidi: l’uovo, l’olio ed il latticello. Uniamo i liquidi ai secchi amalgamiamo bene con una frusta a mano in modo da non formare grumi. Trasferiamo in una teglia imburrata, di 22 cm possibilmente in ceramica o ghisa.
Cuociamo in forno preriscaldato a 190° per 25 minuti circa.
Opzionale possiamo spennellare la torta ancora calda con una noce di burro.

CORNBREAD (VERSIONE VEGAN)

Ingredienti:

150 gr di farina 00
150 gr di farina di mais
50 gr di zucchero di canna
6 gr di lievito
una punta di cucchiaino di bicarbonato
½ cucchiaino di sale
275 ml di latticello*
50 ml di olio di semi

*Potete farlo in casa unendo 125 ml di yogurt di soia, 150 ml di latte di soia e qualche goccia di limone

Procedimento:

In una terrina uniamo gli ingredienti secchi: farine, zucchero, sale, lievito e bicarbonato. In una seconda terrina quelli liquidi: l’olio ed il latticello. Uniamo i liquidi ai secchi amalgamiamo bene con una frusta a mano in modo da non formare grumi. Trasferiamo in una teglia oliata di 22 cm possibilmente in ceramica o ghisa.
Cuociamo in forno preriscaldato 190° per 25 minuti circa.

Mari – Aid Station Foodie

BOOKWORM aka le librerie dello Staff DU: LA SALUTE NELLA CORSA di Blaise Dubois e Frédéric Berg

Sono stato un runner molto fortunato: ho capito subito che se volevo correre in una certa maniera, dovevo gestire il mio corpo in un certo modo. Prese subito le dovute distanze, ho raramente avuto contrattempi fisici e meno che mai infortuni gravi. Predisposizione personale, fortuna ed anche un minimo di merito nell’aver saputo ascoltare il mio corpo, ma mi rendo conto che i primi due fattori sono stati decisivi.

Iniziando ad allenare, ho vissuto i primi infortuni dei miei atleti come vere sciagure: facevo fatica a capire, mi davo buona parte della colpa e andavo in ansia in un momento in cui il mio/la mia atleta aveva bisogno di tutt’altro. Fortunatamente ho trovato tra fisioterapisti, osteopati, chiropratici, fisiatri ed altri colleghi persone molto preparate che mi hanno aiutato a capire. Penso sempre che ciascuno dovrebbe fare il proprio lavoro, e quindi lascio agli specialisti il compito di affrontare infortuni, magagne e problemi, ma la ricerca e lo studio mi hanno aiutato a capire meglio come certe dinamiche legate alla corsa e all’allenamento possano portare a certi problemi.

La Salute nella Corsa è il libro che avrei voluto avere sette/otto anni fa quando incominciavo a scornarmi su libri di anatomia e biomeccanica: un insieme chiaro, ben fatto e facilmente consultabile di nozioni scientifiche applicate allo specifico della corsa. Il libro tratta sia la parte legata alla corsa vera e propria, affrontando tecnica, allenamento, prevenzione e performance, che gli altri aspetti legati ad alimentazione, idratazione o le specificità di alcune categorie. Ma la parte forse più interessante è quella centrale dedicata ad infortuni, prevenzione, conditioning e la salute in generale.

Ogni argomento è trattato con cura e con l’intervento di un esperto titolato. La base del libro è scientifica e vengono sempre riportati i riferimenti alle ricerche e pubblicazioni da cui sono tratte le informazioni: in un mondo dove vige l’autoproclamazione ad esperto del settore, è una boccata d’aria fresca.

Certo, in un volume di quasi 500 pagine, vi capiterà di trovare qualche punto che non condividerete, o qualche soluzione semplicistica o difficilmente applicabile, ma va dato atto agli autori di aver creato una raccolta omnicomprensiva facile da consultare e circostanziata.

Un ottimo libro da tenere in libreria e consultare all’occorrenza.

Coach D

Blaise Dubois e Frédéric Berg, La Salute nella Corsa, 2020, Mulatero Edizioni, € 35,00

Mulatero Editore

Boxing Day Workout: The King George VI Chase

Curiosi di sapere cosa c’entra una delle più prestigiose corse di cavalli al mondo con un workout di Santo Stefano? Scaricatevi la scheda e buon divertimento! #DUboxingday

Con l’occasione lo Staff DU vuole mandare un grosso GRAZIE a tutti i nostri atleti e non, alle loro famiglie e a chiunque in questi 12 mesi non facili ci ha supportato, aiutato, spronato e spinto a crescere ancora, come coach e come persone. Ci sono stati tanti momenti in cui ci sono tornate in mente le parole dette da Rick Tortini alla fine di dieci ore di pacing nel caldo californiano “this is why we do what we do“, ed il merito è vostro.

#likecrewlikeglue

Mari, Davide, Paco, Tommy

BOOKWORM aka le librerie dello Staff DU: L’ ASCESA DEGLI ULTRARUNNER di Adharanand Finn

Dopo aver divorato i suoi due libri precedenti frutto di due soggiorni prolungati in Kenya e Giappone, ero molto curioso di vedere come Finn se la sarebbe cavata con l’ultrarunning. Immaginavo avesse in mente qualcosa di simile dopo averlo riconosciuto (e molestato) a Col Gallina durante la LUT, e difatti ecco il libro.

Nel libro c’è il suo processo di avvicinamento e scoperta, come sempre condito da interventi di personalità del mondo ultra ed atleti di altissimo livello. Scorre veloce e nelle parole dell’autore è facile identificarsi: sono momenti e situazioni che tutti noi abbiamo vissuto o in cui ci siamo trovati. Le crisi, i momenti di esaltazione, l’attesa, la comunità.

Forse il limite del libro è proprio questo, il fatto che è scritto più per i non addetti ai lavori che per chi quel mondo lo mastica già. E contrariamente ai suoi due lavori precedenti viene a mancare tutto l’aspetto che secondo me Finn è bravissimo a documentare, quello dell’impatto con una cultura completamente diversa. E se posso fare un appunto, tutta questa enfasi per il dolore e la capacità di sopportazione sono una visione un po’restrittiva del mondo corsa/ultra, che rischia di catalogarci sempre e solo come “quelli a cui piace stare male”.

Detto questo, è scritto con il suo solito stile asciutto ma non impersonale e si fa leggere volentieri anche grazie ad una traduzione di qualità e attenta anche ai termini e modi specifici della nostra amata attività. Consigliato, se non altro per viaggiare un po’con la mente verso gare lontane.

Coach D

Finn Adharanand, L’Ascesa degli Ultrarunner, 2020, Piano B edizioni, € 18,00

The Way of The Runner Website
Piano B edizioni

Finn all’arrivo a Cortina

Transamericana – il film di Rickey Gates

Se penso alla cinematografia del settore outdoor il processo che c’è stato è più o meno questo (sono ovviamente solo esperienze e opinioni personali).


Ai tempi delle superiori riuscivo, tramite riviste, fanzine e tante ricerche su qualche rudimentale motore di ricerca, a trovare dei documentari sugli sport di nicchia di allora. Perlopiù tamarrate tipo freestyle motocross e snowboard/surf. Erano sport talmente di nicchia che a volte erano vere e proprie scoperte (sul serio ti puoi lanciare giù in MTB dai canyons, cadere e non morire?)
Ci voleva una settimana per scaricarne il 50% a casa dell’unico amico con un adsl e ci trovavamo a vedere questi filmati in loop, imparando la colonna sonora a memoria e osservando le riprese perlopiù artigianali in modo ossessivo.
Il tutto aveva un atteggiamento molto punk, che alla fine ha portato alla nascita di sport come lo snowboard e appunto il freestyle/freeride in mountainbike o su una moto.
Si parla di Travis Pastrana quattordicenne che faceva trick adesso considerati per bambini che però sembravano futurisici, o dei fratelli Kratter che scendevano una ringhiera con la tavola e facevano vita di party: “training kills pilots” si diceva in quei tempi.
I primi documentari sull’arrampicata che ricordo sono King Lines e Reel Rock. Qualche video su Sharma che lancia su un buco urlando e poi vola, cose che replicavi nel muro di mattoni sotto casa.
Della corsa non c’era traccia, uno sport così noioso non aveva alcun fascino per un adolescente di allora, e nessun mercato in generale. Le gopro non esistevano e le riprese in POV non erano concepibili.

Arrivato YouTube in breve ha iniziato a crescere e la società è cambiata drasticamente.
Il livello qualitativo si è abbassato per via dell’amatorialità delle riprese, ha raso al suolo (o costretto a reinventare) la professione di videomaker professionista, perché chiunque poteva farsi un video. Da lì in poi chiunque avrebbe rischiato l’osso del collo per una ripresa, lo facevamo anche io e i miei amici, anche se avevamo forse solo una macchina fotografica usa e getta e facevamo colletta per stampare le foto dal fotografo.

Anni dopo, internet è diventata la quotidianità e la nostra vita, come sappiamo, e la cinematografia di conseguenza è cambiata. Si è iniziato non solo a leggere di UTMB, ma anche a vedere qualche trailer di lancio. Di quei tempi ricordo i brevi video di Seb Chaigneau, una sorta di tutorial, e quelli di Kilian, voluti da Salomon che grazie al catalano è diventata ciò che è.
Erano video semplici, a metà tra gli advertising delle aziende e piccoli spezzoni di loro consigli o report di gara. Il livello si è ovviamente alzato ancora, di sicuro grazie alle aziende che hanno iniziato a finanziare questi media fino ad arrivare a dei veri e propri video o documentari sulla corsa.

Già, una volta ho avuto dei capelli


La curiosità di sana scoperta dei primi video nasceva dai luoghi in cui correvano e poi, grazie al successo dei reality e dell’annullamento della privacy tramite internet, la curiosità si è spostata verso aspetti più intimi,  quello che adesso definiremmo “lo storytelling”, ovvero la storia che c’è dietro le riprese, ma anche e soprattutto la vita dei corridori, cosa mangiano, come si allenano e  dove vivono.
Un processo di crescita ed esposizione ai media che ha avuto aspetti positivi e negativi.
Se prima vedendo un video di tricks sponsorizzato da RedBull potevi eccitarti come un bambino poi il tutto (almeno per me) è diventato assolutamente piatto.
La curiosità che prima avevo di sapere che materiali venivano usati ha lasciato posto a marchette infinite, loghi martellanti delle aziende finanziatrici e video senza storia e sempre più piatti, perché buttati nello stesso scatolone. Vedere un atleta che si stappa un energy drink e esegue il suo trick mi emoziona come fare il bucato.

Ho iniziato a partecipare come spettatore a film festival e rassegne cinematografiche sull’outdoor e anche lì ho avvertito un appiattimento generale e delle aspettative spesso disilluse.
Tolto qualche sporadico caso di film che ancora mi piacciono, come quelli di Joel Wolpert, il resto ha preso un’accezione così smaccatamente commerciale e dettata dai voleri delle aziende che il più delle volte vuole mostrare l’azienda prima della personalità dell’atleta, plasmarne i valori e ciò che dice, agendo come una censura religiosa dove serve e trasmettendo il solo e unico messaggio “siamo perfetti e bravi, tu compra”.
Cosa che è oramai diventata un modus operandi alla luce del sole anche nell’editoria di settore: se da una parte democratizza i mezzi (chiunque crea contenuti), dall’altra appiattisce tutto verso il basso. Vi giuro che su una rivista poco tempo fa ho letto queste righe sul report di viaggio di due ragazzi in Asia mandati dall’azienda che ha una sede produttiva:

“La soglia di povertà è altissima e tutti vivono di una vita semplice. All’occhio dell’occidentale potrebbe sembrare, oltre che molto difficile, anche assai noiosa la quotidianità, spesso non c’è la concezione del cosa fai nel tuo tempo libero? Si resta tutti uniti, si va al bazar, si passano le ore a pregare in moschea o in famiglia.
[…]
Certo, anche in fabbrica c’è un ritmo sostenuto, ma c’è l’allegria di un ambiente sereno dove, oltre a imparare un mestiere, si insegna l’educazione e il rispetto per se stessi e gli altri”.


Ok, questa cosa è apparsa su una rivista di settore nel 2020, non in un manifesto di propaganda novecentesca a sostegno del colonialismo, non mi dilungo oltre, ma credo che due domande dovremo iniziare a farcele.
Per inciso, non ho nulla contro i video aziendali, quelli di Nike spesso sono autentici capolavori, solo che mi piacerebbe ci fosse una distinzione chiara e marcata tra un video commerciale e uno che non lo è, come nell’editoria e in ciò che stiamo leggendo.

Torniamo a noi.
Film Festival, poco tempo fa ho assistito alla proiezione e ho pensato che molti dei film o corti li avrei dimenticati nel tempo di uscire dalla sala proprio perché privi di contenuti interessanti, sociologici, psicologici e di reale contenuto.
Certo, spettacolari riprese dal drone, gopro avanzate e stabilizzate, posti magnifici e grandi riprese. Ma tutto qua, niente di più. In alcuni non esisteva nemmeno una narrazione, era solo la ripresa del gesto atletico da una telecamera.

Se mi chiedete cosa ho visto non saprei di preciso:
– un video di sciatori in fresca che si danno il 5 dopo aver saltato qualche pietra
– un tot di trama idealtipica alla The North Face (che impresa difficile/nessuno ci è mai riuscito/ ho avuto dei drammi familiari in passato/ vinco l’ostacolo/ riesco nell’impresa/ che bello lo sport come scuola di vita)
– un tot di POV montati assieme alla menopeggio
– qualche video di posti favolosi ripresi dal drone dove se guardi bene l’attore si muove al rallentatore o in modo più legnoso di un giocatore di football che segue la traccia dello schema che hanno deciso debba giocare.

Per questo motivo l’ultimo film di Rickey Gates, supportato da Salomon, mi ha stupito positivamente. Non ci sono chissà che riprese, la storia mi è apparsa onesta, affascinante e interessante.
C’è un progetto dietro personale, non c’è la solita caccia al record (dichiara subito i suoi intenti e cita il detentore) e c’è un ragionamento socioculturale di fondo, magari anche un po’ forzato, ma comunque presente lungo tutta la durata del film.

Insomma, io ne consiglierei la visione, perché credo possa piacere sia a un addetto ai lavori che a uno vergine del nostro sport.

Ok, c’è questo lieto fine un po’ palloso, ci sono un po’ di stereotipi qua e là e la colonna sonora non è ricercatissima, ma in generale a me è piaciuto molto, soprattutto se gustato con calma e senza la smania con cui di solito attacchiamo i video in modo bulimico su YouTube.

Non è il film perfetto, non è così tanto di nicchia negli argomenti e nella storicità, ma almeno non è la solita caricatura di un video commerciale tirato per molti minuti, ho passato una buona oretta di vita e non la rimpiango. Credo ne valga la pena vederlo.