Apex 2 e Apex 2 Pro: Coros torna all’apice.

All’indomani del lancio dei nuovi giocattolini di casa Coros, non potevamo non spendere due parole sull’enorme aggiornamento toccato ai più famosi orologi della casa dedicati al Trail Running (e non solo). Enjoy the Gear Geek!

For Training and Trailblazing

– Coros

Quando a Marzo 2022 Kilian Jornet si unì al nutrito gruppo di atleti sponsorizzati da Coros (nell’affermato dream team composto già da Eliud Kipchoge, Molly Seidel e Tommy Caldwell – per citarne alcuni) si infittirono rapidamente i rumors di un prossimo orologio sviluppato assieme allo stesso Catalano. Tanti appassionati e Geeks del settore, soppesando la solida gamma offerta da Coros, immaginavano che sarebbe toccato ad un nuovo Vertix –top di gamma del marchio- pensato per le più difficili condizioni meteo e ambientali, con la sua ghiera robusta e i materiali ricercati adatti all’alpinismo veloce e alle spedizioni, oltre che a sport più popolari.

E invece a pochi mesi arriva la grande news: Apex e Apex Pro rinascono in un full restyle e la collaborazione dietro lo sviluppo arriva proprio dal poliedrico Kilian.


La linea Apex nasce come offerta multi-sport per atleti esigenti in cerca di un prodotto affidabile in molte situazioni, e già nella prima iterazione proponevano i più avanzati materiali e le tecnologie del brand cinese. Nel mentre, con lo sviluppo seguito dal buon Kiki (che ci teneva tanto a stampare qualche bel record sul display LCD dell’orologio, probabilmente), gli ingegneri di Coros hanno spinto ulteriormente i prodotti Apex già ultra-driven e con questo rinnovamento fanno davvero il botto e sistemano quei -pochi- flaws che presentavano.

Apex 2 e Apex 2 Pro ricevono un nuovo sensore HR più accurato e versatile per utilizzi aerobici impegnativi (potete rinfacciarlo al coach quando vi analizza le ripetute su TrainingPeaks e vi dice che ‘Fascia cardio or nothing!’) nonché per curare gli aspetti di monitoraggio dell’HR-Variability (con sensore ElettroCardioGramma in grado di indicare con accuratezza i livelli di stress). Il sensore permette anche di monitorare la concentrazione di ossigeno del sangue e i suoi cambiamenti alle varie altitudini: potete fare i vostri ritiri in altura senza pensieri (ma ricordatevi che sotto le 2 settimane è vacanza, non acclimatamento).

Il nuovo sensore HR guadagna una maggiore superficie di appoggio al polso, garantendo maggiore precisione nei dati e un miglior monitoraggio di sonno e stress.

Viene ridisegnato il design del tasto-rotella, ora più grippante e solido, per essere utilizzato anche coi guanti: sciate sereni, che riuscite a mettere in pausa senza dover smadonnare a toglierli. E se i guanti non li usate e avete le mani libere, al brillante LCD è stato aggiunto pure un fancy touchscreen: veramente ben integrato coi tasti fisici.

Anche le mappe arrivano, con navigazione offline integrata e la possibilità di sistemare checkpoint sul percorso e ricevere una qualità del segnale migliorata grazie al rinnovamento dell’antenna. Per contenere questi aggiornamenti importanti gli orologi vengono dotati di una memoria interna pensata tra le altre cose anche per scaricare musica in formato Mp3, ascoltabile con cuffie wireless tramite bluetooth 5.0: insomma, ci sono tutti i presupposti per portare con noi le nostre playlist preferite mentre sputiamo un polmone in pista, o ci godiamo il panorama da qualche cresta.

Poi, come per la prima serie, il modello 2 Pro risponde ad esigenze ancor più specifiche e sorpassa Apex 2 con qualche miglioria:

  • monta un chip che supporta un sistema GPS a doppia frequenza, che riduce il rimbalzo del segnale tra pareti ripide, canali e canyons.
  • presenta uno schermo LCD più largo.
  • offre una modalità sportiva adatta al climbing multi-pitch.
  • ha una maggiore capacità di memoria (32GB vs 8GB di Apex 2)
  • presenta una migliore risoluzione del display (260x260p)

I due modelli poi si differenziano per la durata della batteria, da sempre grande riferimento per ogni sportwatch:

  • Apex 2 garantisce 45 ore di autonomia a massimo utilizzo GPS, contro le 35 massime del primo Apex.
  • Apex 2 Pro ne garantisce 75 contro le 40 di Apex Pro.

Coros ha poi pensato a tutto: dotando gli orologi di tutti gli accessi ai diversi sistemi di posizionamento GPS permette agli utilizzatori di selezionare una preferenza tra questi sistemi garantendo quindi una tenuta minima standard della durata della batteria al netto della precisione, o una maggiore a scapito della registrazione dati ad ogni secondo: la così detta modalità Ultra Max che raddoppia la vita del vostro orologio.

A livello di materiali lo standard rimane altissimo: dai primi Apex e Apex Pro i nuovi modelli conservano ghiera e cassa in Titanio e un vetro Zaffiro, e di default vengono dotati del comodissimo e altamente personalizzabile cinturino in nylon strap. Il tutto limando sui grammi in maniera davvero apprezzabile per le dimensioni dei due prodotti: Apex 2 pesa soli 42gr mentre Apex 2 Pro arriva appena a 53gr. Leggerezza e potenza di altissimo livello.

Che siate alla ricerca del vostro primo orologio multisport, o in procinto di trovare il nuovo compagno elettronico con cui mappare (qualcuno ha detto lappare?) i vostri progressi, seguire percorsi e mappe, godersi infinite giornate e lunghissime notti correndo, scalando o nuotando, Coros ha reso più smooth e interessante un prodotto già di per sé eccezionale. Ora, perché no, con qualche fronzolo in più ad aumentarne l’appeal che comanda il mercato, al di là della funzionalità.

Coros Apex 2 esce sul mercato a 479,99 €, mentre Apex 2 Pro a 579,99 €. Trovate entrambi a partire da inizio Dicembre sul nuovo sito dei nostri amici di Gravity Distribution (Distributore ufficiale Coros per l’Italia) su www.gravitystore.it .

Kiki e Emily scoprono che oltre a tutto quello di cui sopra, Coros Apex 2 e Apex 2 Pro segnano anche l’ora.

UTMB 2022: uno sguardo ai materiali.

Ritorna a scrivere su queste pagine Andrea Vagliengo, il nostro “geek” dei materiali: una breve analisi di cosa si è visto di nuovo a Chamonix, e quali sono i trend generali, con uno sguardo anche a quello che vedremo il prossimo anno sul mercato.

La “Semana Grande” del trail running mondiale si è chiusa, eppure tutti quanti siamo già qui a pensare a come tornare a Chamonix l’anno prossimo. Con quale veste? Ci metteremo (finalmente) un pettorale, oppure saremo sui sentieri a dare manforte ad atleti e amici lungo il percorso? Comunque la si voglia mettere, una certezza si è radicata saldamente in tutti noi appassionati di corsa e di montagna: nell’ultima settimana di agosto, “Chamonix is the place to be!”, il luogo in cui tutto succede e in cui il tempo corre più veloce delle lancette dell’orologio. Basta leggere i resoconti dei nostri Coach o andare a guardarsi il debrief su YouTube per percepire il lavoro di un anno intero condensato in pochi giorni ad intensità fotonica.

La kermesse di Chamonix è una delle poche occasioni in cui si può vedere tutto il mondo del trail running che conta radunato contemporaneamente in un unico luogo: ci sono gli atleti più forti del mondo, le promesse, gli underdog che stupiranno tutti con una prestazione monstre tirata fuori dal cilindro. Ci sono le migliaia di atleti e appassionati che hanno combattuto per anni con punti e lotterie, e finalmente ce l’hanno fatta ad essere alla partenza. E poi ci sono i brand, le aziende, che approfittano a mani basse di questo palcoscenico internazionale per dare bella mostra di sé e far sentire la loro voce. Sono passate alcune ere geologiche da allora, ma UTMB è stato il trampolino di lancio di prodotti come i primi zaini “vest” o delle prime Sense di Salomon, entrambi comparsi addosso a Kilian sottoforma di prototipi e divenute, di lì a poco, l’oggetto del desiderio degli appassionati di tutto il mondo. Come si è evoluta, oggi, quella scena? Cosa resta di quell’immenso showcase a distanza di qualche settimana dai grandi festeggiamenti di Place de l’Amitié? Vediamolo insieme, provando a fare un’analisi dei materiali che hanno caratterizzato questa edizione dell’UTMB.

Andreas Reiterer in salita verso il Col Ferret

Non solo top di gamma
Partiamo facendo una premessa, che parte dal fronte delle scarpe ma si applica anche ad altri materiali: è una tendenza che ormai è in corso da diverso tempo, ma quest’anno più che mai è apparso evidente come persino nelle primissime posizioni e sui podi delle gare più prestigiose si trovino modelli che non hanno nulla a che vedere coi top di gamma di ispirazione puramente “race”. Troviamo daily trainers come le Trabuco o le Fuji Lite di Asics, modelli da allenamento come le Ultra Glide di Salomon o le Terrex Speed Flow di Adidas: calzature acquistabili facilmente anche negli store della grande distribuzione, scarpe che indossiamo tutti i giorni per allenarci e che tecnicamente magari non hanno nulla di eccezionale ma che funzionano bene e condividono un unico grande comun denominatore: il comfort. Sempre meno ossessione verso la leggerezza assoluta, verso il peso piuma, e più attenzione verso la comodità, vero ingrediente chiave nel campo delle ultradistanze. Questo elemento salta all’occhio, innanzitutto, dando uno sguardo in particolare alle zone alte delle classifiche. Tanta più varietà rispetto a qualche anno fa, più modelli e tutti di tipo molto diverso: c’è il prototipo evolutivo ultra-racing accanto a scarpe di fascia media, ed è una novità che ci piace e nella quale ci riconosciamo.

La grande novità
Quest’anno non si può parlare di UTMB senza citare l’ennesima impresa di Kilian Jornet. Gli anni passano, la vita cambia ma i risultati no, anzi migliorano addirittura: dopo la scoppola presa a Sierre Zinal, i maligni già vedevano il Re in declino nonostante una Hard Rock ai limiti del sublime. E invece Kiki ha pensato bene di gestire il suo UTMB come solo lui sa fare, rimanendo sempre nel gruppo di testa e piazzando la zampata finale appena uscito da Vallorcine. Non è bastato un enorme Blanchard, arrivato in pieno recupero a pochi minuti di distanza dal catalano, a sconfiggerlo: record del percorso e prima volta sotto le 20h, con buona pace di Pau Capell e del suo tentativo di sub-20h, purtroppo fallito.
Stavolta, però, Kilian non indossava abbigliamento Salomon: NNormal, il brand fondato quest’anno in collaborazione con Camper, saliva per la prima volta alla ribalta di Chamonix esibendo gli esemplari di materiale tecnico che verrà presentato a brevissimo al grande pubblico e che era già stato utilizzato da Kilian nelle precedenti gare di quest’anno. Tutta l’attenzione è stata, naturalmente, per la nuovissima scarpa Kjerag, presentata ufficialmente proprio alla kermesse francese: 200 grammi di peso con suola Vibram Litebase e un’intersuola con un’altezza massima di 18 mm e 6 mm di differenziale. Una scarpa ottenuta con un processo di produzione ecosostenibile con l’idea di durare più a lungo possibile (una caratteristica ben nota agli amanti di Camper, l’azienda spagnola scelta da Kilian come partner tecnico per la realizzazione della collezione di calzature NNormal). A giudicare dalle prime impressioni e dal look generale della scarpa, potremmo trovarci di fronte ad un modello di grande successo per il prossimo anno: staremo a vedere, inutile dire che siamo curiosissimi di metterci le mani sopra e provarla sui sentieri.

Marianne Hogan, una delle sorprese di quest’anno

Strapotere massimalista
Avete presente quando guardiamo il top field di una maratona di altissimo livello e gli atleti indossano più o meno tutti le stesse scarpe? Con tre, quattro modelli (e due brand!) copriamo la quasi totalità degli atleti. Se questo non sembra essere il caso per i top runners in partenza a Chamonix, basta dare un’occhiata ai piedi dei midpackers e della stragrande maggioranza degli atleti amatori per vedere come i modelli massimalisti siano diventati un riferimento assoluto nelle gare sulle lunghissime distanze. Parliamo ovviamente di Hoka, che negli ultimi anni ha saputo combinare con sapienza una promozione intelligente a livello di atleti e marketing con una serie di prodotti di qualità sempre crescente. Oggi immaginare una scarpa da trail running che sia al contempo iper-ammortizzata e anche leggera non solo è possibile, ma sembra essere addirittura essere diventata la normalità. E questo lo dobbiamo innanzitutto a Hoka, che con la filosofia del “cushioned and light” ha influenzato positivamente tutto il mercato. Tra tutti, notiamo in particolare come le Speedgoat e le Mafate Speed siano i modelli più utilizzati, e a buon diritto: tanta ammortizzazione, calzate precise e suole Vibram ultraperformanti. Chiedere a Ludo Pommeret per avere una conferma, che taglia il traguardo di Chamonix con ai piedi le sue Speedgoat 5, vincendo la TDS a 47 anni e arrivando ancora abbastanza fresco da festeggiare come un diciottenne. Idolo assoluto.

(Almost) Natural running
Sono passati gli anni d’oro della corrente minimalista, che voleva i top runner con ai piedi scarpette drop-zero e praticamente prive di ammortizzazione, ma per fortuna non tutto è andato perduto della corrente “natural running” che ha caratterizzato i primi 2010s. Drop limitati, se non addirittura nulli, abbinati a geometrie di calzata ampie che fanno lavorare bene il piede e le sue dita, il tutto combinato con intersuole generose e confortevoli: Altra e Topo oggi sono ben presenti sul mercato con una serie di modelli molto interessanti che abbiamo visto ai piedi di parecchi runner in partenza da Chamonix. La “corsa naturale” ha forse smarrito un po’ la sua anima più purista, ma in compenso sembra aver trovato una sua nicchia di mercato.

Merillas e Martinez Perez, doppietta SCARPA all’OCC

E gli altri?
The North Face e Adidas si portano a casa una vagonata di premi. Se guardiamo le scarpe indossate dagli atleti di punta nelle posizioni di classifica che contano, appare evidente come l’investimento di questi due brand sul fronte degli elite si sia rivelato ancora una volta vincente: tanti prototipi, dalle geometrie generose e che richiamano in qualche modo i modelli stradali più veloci, spesso con carbon plate associato. A livello di adozione da parte degli amatori, siamo ancora lontani dai grandi numeri di Hoka e Salomon, ma chissà che non si stiano ponendo i presupposti per l’inizio di una nuova tendenza anche sul fronte degli amatori.
E Salomon? Dopo anni di strapotere assoluto sul fronte delle classifiche, oggi il colosso francese deve condividere il podio con altri brand, ma è sempre lì nelle posizioni che contano. Se sul fronte delle scarpe c’è in effetti più varietà rispetto a qualche anno fa, quando andiamo a vedere gli zaini non ce n’è per nessuno: i modelli vest sono diventati lo standard de facto, al punto che il successo di questo tipo di zaini è stato tale da far sì che anche tutti gli altri marchi del settore si mettessero a produrli. Sul fronte delle calzature, abbiamo visto meno enfasi sui modelli super cool della linea S/Lab e abbiamo invece notato con piacere che modelli come le Ultra Glide (dichiaratamente prodotte pensando al grande pubblico) abbiano conquistato posizioni di prestigio sui podi di TDS (3° uomo) e UTMB (2° donna).
Infine, menzione speciale a SCARPA che si porta a casa, con la sua Ribelle Run, le prime due posizioni della OCC: niente male, per la casa di Asolo! Sarà perché abbiamo l’occhio sensibile per quell’azzurro inconfondibile, ma non abbiamo potuto fare a meno di notare sempre più Spin Infinity ai piedi degli atleti. Il modello da lunghissima distanza di SCARPA ha convinto da subito e si sta affermando come riferimento sui percorsi alpini più impegnativi.

E gli accessori?
Due note conclusive rispetto a due accessori che ci ha fatto piacere individuare in numero crescente sui sentieri dell’UTMB.Il primo sono i bastoncini, che almeno sulle distanze più lunghe, sono oramai utilizzati dal 99,9% degli atleti. Tra i marchi più visti Leki e Black Diamond: i primi li conosciamo e apprezziamo da anni, soprattutto per il sistema di impugnatura “nordic” con guantino integrato che è, a mani basse, il più comodo che ci sia sul mercato. Non stupisce vedere gli inconfondibili bastoncini a sonda della casa austriaca in mano e nelle faretre dei migliori runner del mondo: persino Jim si è messo ad usarli! I secondi sono sempre quelli che vedi più spesso in mano a giapponesi ed americani, e restano una garanzia assoluta di qualità e praticità.
Nel campo smartwatch, è invece impressionante la marcia di Coros che solo da qualche anno si è affacciata sul mondo del trail, prima con l’Apex e l’Apex Pro e poi con il Vertix 2: due sportwatch che hanno convinto da subito per la loro qualità costruttiva e per le funzionalità offerte in termini di software e di integrazione con piattaforme di allenamento come TrainingPeaks. Noi di Destination Unknown li conosciamo bene, usandoli da tempo, e ci ha fatto piacere constatare come si siano diffusi nel mondo degli amatori ma anche dei top runners: quando Kilian ha schiacciato il pulsante di stop e il suo Apex Pro segnava 19:49:30, per noi è l’esaltazione è stata doppia, e Coros era al polso anche del secondo classificato Mathieu Blanchard! In arrivo a fine anno dovrebbe esserci un modello nuovo ispirato proprio da Kilian, siamo curiosi di vedere quali funzionalità integrerà il nuovo modello.

Blanchard ed il suo Coros Apex Pro

Zen Circus – considerazioni sparse su UTMB Chamonix 2022

Da atleta, da allenatore, da giornalista o da semplice appassionato, questo era il mio quattordicesimo UTMB.

Chamonix è sempre stato in questi anni quella settimana folle cerchiata di rosso segnata sul calendario, convenientemente piazzata a scandire la fine dell’estate. Vissuta a volte con palpitazione (specie quando l’ho corso), a volte con emozione (quelli vissuti da allenatore), a volte con curiosità (quelli da giornalista), talvolta con spensieratezza (quelli da turista o le ore rubate al lavoro per uscite semiclandestine di corsa o per i party). Ma mi ha regalato in ogni caso incontri, ricordi, momenti, luoghi che hanno segnato la mia vita.

E’ovvio che, in quindici anni, ho visto UTMB e Chamonix cambiare in maniera radicale. Ma mai come quest’anno, avevo “sentito” il passaggio di un era. Nei prossimi giorni sarà il momento della parte “tecnica”, e sicuramente troverete qui o sulla newsletter approfondimenti ed osservazioni, ma mi faceva piacere aggiungere le mie considerazioni a quelle scambiate con colleghi ed amici o a quelle lette sul web, sul grande circus UTMB.

Discutendo di UTMB con Holly Rush: Simon Freeman perplesso si astiene.
  • Abbiamo il vizio di considerare i francesi boriosi e spesso siamo così provinciali da ripetere sempre gli stessi clichés idioti, ma sfido CHIUNQUE sia stato in questi giorni a Chamonix a negare l’affermazione che UTMB è il “sommet mondiale du trail”. Volente o nolente, è vero. L’hanno forse deciso arbitrariamente, all’inizio, ma le aziende, gli atleti, gli sponsor ed i media, ci hanno creduto ed ora è un dato di fatto.
  • L’hanno raccontata tutti quella del livello, ed è vero, siamo arrivati ad un punto in cui dietro ai top, c’è un esercito di corridori di alto livello che si allenano come matti. Ma prima di partire con i classici “l’anno scorso con XX ero arrivato XX” ricordiamoci (come ha ricordato a me il buon Enrico Deffe) che la scorsa edizione non vedeva al via quasi nessun americano/australiano/neozelandese/thailandese/cinese. Piuttosto, la notizia è che alcune di queste nazioni stanno infilando davvero tanta gente in quella zona appena dietro i top assoluti. Che è emozionante.
  • L’osservazione di Rigo nel suo bel post sulla pagina FB di Spirito Trail che “L’anno scorso per dimenticare emotivamente un morto ci sono volute 27 ore ma si vede che il movimento è cresciuto bene e quest’anno ne sono bastate 2” è incontrovertibile e a modo suo è segnale di quanto siano diventati bravi nella comunicazione. Anche se questa declinazione cinica della parola “comunicazione” mi fa abbastanza schifo.

Non la classica relazione Coach – Atleta. Ma sembra funzionare. Coach Tommy & Francesca Pretto, 9a donna all’UTMB.
  • Non sono invece d’accordo con lui sul fatto che la TDS si sia presa comunque un bel palcoscenico grazie ai suoi vincitori Pommeret e Valmassoi. Forse è stato vero fino a venerdì, poi una CCC vissuta sul filo di lana ed una UTMB che, a parere personale e di qualche altro collega, è stata la più emozionante di sempre, l’hanno un po’cancellata dallo schermo. La TDS aveva onestamente contenuti tecnici inferiori, che non leva niente all’impresa di Ludo, Martina e di chiunque l’abbia fatta e finita, perché è un bel mostro di gara. Verissimo invece che UTMB (inteso come organizzazione) abbia voluto affossarla levandole visibilità, collocandola in una posizione assurda e con uno start ad un ora indegna che ha costretto troppi atleti a due notti fuori. Ma già con l’allungamento ed indurimento l’avevano svuotata di contenuti per farne una sorella macho di UTMB. Poi hanno capito che potevano comunque guadagnare di più facendo gare nuove altrove invece di infilare a forza gare nuove nella settimana di Chamonix ed è diventata una presenza imbarazzante. Io credevo addirittura la spostassero in altra data, invece ne faranno il contentino per chi non ha le Stones. Peccato, le prime edizioni erano state davvero belle gare su un percorso di livello.
  • Non parlo della PTL perché non è il momento e non ho voglia di sentire tutte quelle menate su chi è “montagnard” e chi no.
  • A tutti i cari amici che mi dicevano “te ne vai in vacanza eh, beato te”: le vacanze le vado a fare in un posto che scelgo io, in un momento che scelgo io, e solitamente non comprendono il fatto di dormire male 3 ore a notte, inseguire persone sudate, nervose e distrutte dalla fatica, rispondere a messaggi alle 11 di sera come alle 5 del mattino e fare la coda per comprare due brioches che costano quanto un pranzo in un paese normale. Il mio lavoro non lo cambierei con nessun altro, ma resta un lavoro: puoi anche fare l’assaggiatore di creme alla nocciola o il tester di materassi, ma se lavori 20 ore al giorno weekend incluso, una settimana resta lunga. Got it?

Si, c’è anche da far festa. Ma poca e senza esagerare.
  • Per gli addetti ai lavori era abbastanza palese, ma la presenza di IRONMAN si faceva discretamente sentire. Non vedevi il loro marchio manco per sbaglio, perché probabilmente c’era la paura di “spaventare” un mercato abbastanza tradizionalista e mugugnone, ma nell’impostazione dell’evento, in alcune piccole cose come l’organizzazione dell’Expo, il risalto dato alle categorie di età, non ci voleva molto per notarlo. Prima di tutti, ci sono arrivati alcuni miei atleti anglosassoni che sono migrati alle ultra dal triathlon per sfuggire dalla morsa di IM: non ne erano contenti, ma fortunatamente in questi anni hanno capito che esistono alternative.
  • E questa è forse la lezione più importante che porto a casa: venerdì, in uno di quei momenti di spensieratezza rubati al lavoro, io, Mari e Tommy siamo saliti al Mer de Glace e poi abbiamo corso il Balcon Nord fino alla cabinovia. A metà strada abbiamo passato una coppia ed ho riconosciuto immediatamente Diana e Tim Fitzpatrick. Ora, servirebbe troppo per raccontare di loro e lo lascio a questo bell’articolo di iRunfar, ma Diana è in questo momento la Presidente del Board della Western States 100. Con la solita cordialità americana, quando ci hanno raggiunti mentre io e Mari dividevamo una barretta, hanno attaccato discorso e quando hanno scoperto che avevo corso WS e che conoscevamo tante amicizie comuni, abbiamo passato una mezz’oretta che credo non dimenticherò mai. Per loro era la prima volta ad UTMB e quasi con timore Diana ci ha confidato come la magnitudine dell’organizzazione UTMB l’avesse impressionata, al punto di non sapere come Western States potrà mai avvicinarsi a quello che aveva visto. La mia risposta, e lo penso dal profondo del cuore, è che Western States non dovrà mai cercare di replicare UTMB: Western States non ha nessun bisogno di inseguire nessuno, l’atmosfera, il senso di comunità che ha saputo creare, la sua storia, non hanno niente da invidiare a UTMB. Sono due standard diversi, entrambi di altissimo livello, ma è bello che possano convivere. Assieme ad altri 100 ancora diversi. Vale per le gare grosse, storiche, ma anche per quelle nuove: quando una gara ha un bel percorso, o una storia particolare, o un attenzione speciale per i corridori, quando sa “raccontare” qualcosa ed emozionare, che bisogno c’è di scimmiottare qualcosa che è pressoché unico ed irripetibile?
    L’ho detto tante volte e non mi stancherò di ripeterlo: il nostro mondo è in espansione, ma sarà davvero una crescita se sapremo rendere il nostro sport inclusivo. E allora quale modo migliore se non iniziare a godere della diversità nelle gare che scegliamo?
All work and no play makes Davide a dull boy.
  • Ci sono due motivi principali per cui io, Mari e gli altri allenatori di DU decidiamo ogni anno di spendere un sacco di soldi (Chamonix è diventata inavvicinabile, a proposito) e bruciare una settimana del nostro tempo per essere a UTMB.
    Il primo è stare vicino ai nostri atleti e vivere insieme il culmine di mesi di mail, telefonate, messaggi ed allenamenti: vederli tagliare quel traguardo, è una delle cose più belle che possono capitare ad un allenatore.
    Il secondo è la gente: quella che rivedi dopo un anno, quella che conosci in giro, quella di cui avevi sentito parlare o quella che hai sempre ammirato (come Tim e Diana). Ma non ritorni mai indietro da Chamonix senza qualche nuovo amico e qualche storia in più da raccontare. E questo è uno dei motivi (come dice il buon Simon di LIKE THE WIND) per cui corriamo: la comunità che ci circonda e rinnovare il nostro ruolo in essa.

    Ci vediamo il prossimo anno, maledetta Chamonix.
UTMB: la migliore scusa per rivedere un amico. Il mio pacer di Rio Del Lago 2016, nonché Race Director di Canyons 100, Chaz Sheya.

Ultrabericus Trail

Anche quest’anno Ultrabericus si prepara a dare il via ad uno degli appuntamenti immancabili del nostro panorama gare. Dopo edizioni memorabili per il livello atletico importante culminate con il 2018, dove Vicenza ha ospitato una gara di osservazione e selezione per la squadra Azzurra di Trail Running in vista dei mondiali di Penyagolosa, e un 2019 con tempi da record, gli ultimi anni hanno confermato l’apprezzamento da parte del popolo ‘trailer’ dell’evento e l’organizzazione Ultraberica ha rilanciato sulla fiducia degli appassionati con un’inedita edizione del decennale arricchita con la nuova distanza dei 100km. Di fronte a questa novità, e con diversi dei nostri DU Believers in start line delle diverse distanze, era DOVEROSO parlare di un appuntamento come questo e offrire una comoda guida a Ultrabericus dal punto di vista di Coach Tommaso: fermo amante del percorso, local e partecipante in più edizioni. Enjoy!

Da sempre Araldo della Primavera, Ultrabericus Trail (abbreviatelo UBT e non UTB che noi local altrimenti ci arrabbiamo) spalanca le porte del cambio stagione e prova a ricordarci -timidamente- che è quasi ora di shorts e t-shirt tecniche un po’ più leggere. Giunto all’11esima edizione, UBT è un classico ‘di primavera’ che negli anni è arrivato a portare sui sentieri complessivamente anche più di 2000 persone con le varie distanze proposte dall’evento. Gli speed racers trovano pane per i loro denti sui 22 km dell’ Urban Trail, i curiosi della media distanza possono affrontare la staffetta Twin lui&lei da 30-35km con un cambio di testimone presso l’affascinante Eremo di San Donato, mentre gli atleti alla ricerca di qualche ora in più da passare sui Colli Berici possono scegliere se percorrere il classico Loop dei 65 km -quest’anno in senso orario- o lanciarsi nel giro grando dell’edizione speciale da 100km. Qualsiasi la distanza scelta, quest’anno arrivo e partenza tornano in Piazza dei Signori, nel cuore di Vicenza, rendendo entrambi i momenti davvero memorabili.

Due DU Believers dell’anno scorso, li riconoscete?

Tra i punti forti della gara segnaliamo:

– Una gara di corsa tra le old schoolers d’Italia, dove ti ‘basta correre’ su sentieri di difficoltà contenuta, portare con te quel poco che serve per goderti una bella giornata di corsa, e vivere con paradossale leggerezza un’esperienza *Ultra * definita dall’organizzazione Un passo fuori dall’asfalto, due passi oltre la Maratona.
Un’ottima occasione per lasciare a casa le macchinosità dell’ambiente Ultratrail e mantenersi a contatto con un evento semplice, curato, autentico

– un materiale obbligatorio ridotto all’osso che consente di godersi l’esperienza senza dover ricorrere a zaini enormi, sistemi di trasporto extra o crew con cambi multipli sul percorso (more on this later)

– un comparto organizzativo, di balisaggio e di volontari davvero eccezionale, che raramente ha deluso le aspettative (non ricordiamo veramente un momento in cui l’han fatto, a dirla tutta) rendendo UBT uno degli eventi di Trail meglio gestiti del Paese.

FAQ – Frequently Asked Questions

UBT è una gara difficile? UBT è una gara difficile per chi vuole rendersela tale: la difficoltà media dei sentieri è contenuta, a parte qualche passaggio in discesa ‘esposta’ tra Covoli e Falesie e un paio di salite ‘cancare’. Questa difficoltà medio bassa del playground è tuttavia anche la maggiore causa dei problemi che possono sorgere: un pacing errato è molto facile e ritrovarsi coi crampi al 35° km con un’altra metà di gara davanti è un incubo che può concretizzarsi per tanti. Una gestione conservativa nella prima metà di gara consente ampio margine di lavoro nella seconda: prendete il vostro ritmo, mangiate e bevete bene, correte rilassati senza fare la gara degli altri, e UBT non diventerà una gara difficile.

Il miglior consiglio per il pacing della gara lunga? Prendersi i primi 10-15 km per capire in che genere di giornata vi trovate, senza esagerare. per quanto vi siate preparati a puntino gli imprevisti potrebbero cominciare presto, tardi o non presentarsi mai ma rimangono un’eventualità. Starsene tranquilli fino a dopo Torri di Arcugnano e perchè no, fino a San Donato vi consente di rimanere sul pezzo, conservare energie e prendere le misure. Tutto il guadagnato lo potrete incanalare sulla seconda metà.

Scarpe da Trail o da Strada? Annosa questione: per anni la risposta è stata strada, ma con lo specializzarsi delle calzature pensate per i diversi ambiti del trail running (una volta si considerava una scarpa da Trail un prodotto da montagna poco affine alla corsa in collina) ora è facile trovare una scarpa che ricordi le caratteristiche di una stradale per fluidità e peso, ma che dia maggiore grip, protezione e sostegno per una corsa di molte ore. Questo è l’ago della bilancia della questione: se siete in grado di correre per 8-10 ore (e più per la 100km) in scarpe da strada sui sentieri: fatelo, se temete il cedimento di suole e supporti allora meglio una scarpe da Trail essenziale ma robusta. Diverso discorso per Urban e Twin: in condizioni secche una scarpa da strada vi può bastare. 

Anche in caso di fango? Questa è l’unica casistica in cui consigliamo a tutti una scarpa dotata di un battistrada da off-road. Il fango Berico non perdona.

Da temere di più le salite o le discese? Per la natura nervosa del percorso in diverse sezioni, probabilmente le discese. In salita, nel male potete camminare e portarle a casa dignitosamente anche a passo svelto, ma camminato. Se vi tassate i quadricipiti tirando troppo le discese, allora saranno dolori ad ogni dislivello a scendere. E ce ne sono davvero tanti.

Ma i bastoncini, li porto? Nonostante l’anno scorso un certo Francesco Rigodanza ci abbia dimostrato che sui Berici i bastoncini si possono portare eccome, (e ci si può anche vincere l’Integrale, ndr) il loro uso può essere un aiuto solo se avete l’ossessione di averli sempre appresso, o perchè temete di ‘piantarvi’ sugli ultimi dislivelli. Sulla carta, tolta qualche salita mediamente impegnativa per sviluppo rispetto al resto, i dislivelli di UBT non sono così ripidi e lunghi da giustificare / consigliare il loro utilizzo. Inoltre, anche se dovessimo aprire un’enorme parentesi sulle ricerche dedicate all’ambito, è dimostrato che su dislivelli di media pendenza l’utilizzo dei bastoncini non apporta un sostanziale aiuto in termine di economia di corsa/camminata. Morale: potete tranquillamente camminare tutti i dislivelli con le mani sulle ginocchia e otterrete un ottimo effetto in ogni caso.

Posso farmi seguire sul percorso da un assistente? Certo, l’assistenza personale è consentita in tutti i ristori, non fuori da essi. Se avete un’anima pia che vi segue il giorno della gara allora potete tranquillamente portarvi la nutrizione sufficiente tra un punto ristoro e l’altro senza pensare a dover partire con tutto il carico, ma occhio agli imprevisti!

La birra all’arrivo c’è? Nella più sana tradizione Ultraberica, la birra non manca mai. Menabrea torna sponsor della manifestazione e vi aspetta tutti all’arrivo (forse forse qualche Alpino o qualche volontario sul percorso ne avrà già pronta anche ai Ristori, ma non costringeteci a scrivere una FAQ sulla birra in gara: your pick!)

I Colli Berici tutti d’un fiato.

Percorsi

Integrale – Twin Lui&Lei / 65km 2500d+/-

La vera gara Classica si snoda quest’anno attraverso i Colli Berici in senso orario, da tradizionale anno pari. Da sempre ha avuto la nomea del giro più difficile, per via del Sole che segue lo stesso giro della gara offrendo poco riparo nei giorni caldi, e delle tre salite di maggiore sviluppo rispetto alla sorella del giro antiorario/dispari; non entriamo nel merito, ma possiamo già dirvi che una di queste tre salite (lo strappo maledetto che doveva condurre dall’abitato di Villaga all’Eremo di San Donato -km 33-34 -) è stata rivista e accorciata, dando sicuramente un po’ di respiro in più nella prima metà di percorso.

Il percorso nei primi 16km è una Fuga da Alcatraz col progressivo spostarsi verso il complesso collinare dei Berici. Se non vi farete distrarre dalla tonnara dei primi km dopo la salita iniziale a Monte Berico non vi perderete Ville palladiane, sentieri Urban e i primi strappetti che conducono al ristoro di Torri di Arcugnano e poi alla spina nel fianco della prima salita di giornata: La Forestale del Lago di Fimon.

Prendetela come vi riesce, ascoltatevi: è il vostro lasciapassare per spostarvi nella zona ‘alta’ dei Colli e per non dover pensare più (per 15 km almeno) a dislivelli impegnativi.

Lungo la Dorsale Berica passerete contrade, carrarecce , boschi in fiore, covoli e falesie baciate dal sole. C’è giusto un ristoro intermedio presso Torretta, al 22°. L’incanto viene momentaneamente spezzato dal seghetto di discesa verso Barbarano (km 32-33) e risalita a San Donato, luogo davvero suggestivo con le falesie d’arrampicata che abbracciano l’Eremo e gli staffettisti trepidanti che aspettano il loro compagno della prima metà. Questo passaggio segna generalmente la metà gara: km 35.

Se siete dell’integrale auguratevi di non sentire già i primi crampi arrivati qui, o sarà lunga tornare a Vicenza, se invece siete staffettisti godetevi il vostro lavoro ben fatto e passate il testimone a chi completerà il giro coi secondi 30km. La seconda metà è molto, molto, molto veloce. Dall’Eremo ci si avventura con fluide discese verso la Valle del Calto con i suoi mulini storici, e verso l’incrocio di Pederiva per affrontare l’unico grosso dislivello di questa frazione: Pederiva – San Gottardo, La Maledetta. Più o meno 4,5 km con quasi 400 di dislivello complessivo. Si sale costanti e pendenti all’inizio con un breve momento di rifiato a metà, per poi risalire ancora e ancora fino al ristoro del 45° a San Gottardo – Villa Bonin. Momento per ricomporsi, lasciare le madonne volare via e poi -come vedete dall’altimetria- godersi il lungo percorso a scendere che vi condurrà attraverso Perarolo, Arcugnano, le sabbie mobili del Canile di Vicenza e gli ultimi strappi per raggiungere il Centro città: Val dei Vicari (con annesso ristoro al 56°) e la graduale salita a Monte Berico, da cui si scende per le iconiche scalette per inoltrarsi in centro storico. Piazza dei Signori è lì, a un tiro di sasso, vi attende per accogliervi tra le Colonne di San Marco e del Redentore e a ripararvi a fianco della Basilica Palladiana: stampatevela bene in testa perchè è un arrivo di rara bellezza su TUTTO il panorama trail Italiano. Ultrabericus Trail è vostro.

Oooh, Aaah. That’s how it always starts, then later there’s just running and screaming. Jurassic Park
Iconico passaggio all’Eremo di San Donato.

Edizione Speciale 100km / 100 km 4400d+/-

Per commemorare i dieci anni di Ultrabericus, nel 2020 venne proposta quest’edizione speciale, che si terrà ufficialmente quest’anno. In generale, per cumulare 100km e 4000 metri di dislivello sui Berici, l’organizzazione è dovuta andare proprio a cercare angoli reconditi del comprensorio collinare, uscendo dal percorso dell’ Integrale con varie aggiunte in sezioni importanti della gara:

– km 13-25 / niente risalita della Forestale del Lago di Fimon (pheww!), dopo il ristoro di Torri di Arcugnano il percorso vira sulla dorsale Est dei colli, in direzione Costozza e Lumignano. Qui aspettatevi alcuni tra i sentieri più belli di tutti i Berici, con scorci sulle grotte del Brojon, sul sentiero Trioci fino alla risalita in Croce di Lumignano. Un’angolo dei Colli davvero immersivo, peccato sia molto breve: dopo la risalita dal ristoro di Lumignano verso Torretta il percorso rientra sull’Integrale.

– km 43-67 / dopo l’Eremo di San Donato inizia quello che è forse l’angolo più sperduto dei Berici: la Curva Sud che va ad abbracciare Toara, Villa del Ferro e Grancona. Tra vigne, campi, qualche argine e qualche muretto da risalire per tornare in dorsale, forse è dove la testa farà il suo maggior lavoro, specie dopo il giro di boa di Villa del Ferro (e la risalita bella tesa annessa). Calma e concentrazione, c’è da resistere fino al 67-68° per tornare sull’Integrale e, purtroppo, beccarsi la Maledetta risalita da Pederiva a San Gottardo.

– km 77-90 / Ultimo petalo distaccato dalla traccia Integrale, quella parte del percorso pensato per fare incazzare [Coach G. cit] qui ci si sposta sul percorso Circolare di Brendola-Altavilla. Bosco, bosco, ancora bosco ma ora per sentieri meno tecnici. Ha due risalite cattive prima e dopo il ristoro di Brendola, e uno snervante attraversamento di campi nella sezione di Valmarana (86-88°) quindi ricordatevi di tutte le ripetute in piano che avete fatto, quando ci arrivate. Verranno buone. Dal 90°, col passaggio ad Arcugnano, si può finalmente iniziare a respirare aria di Vicenza: gambe in spalla e pronti ad affrontare le ultime due rampe, poi il periplo dei Colli Berici -quello completo- sarà vostro.

Ndr: i km dei ristori qui segnalati sono ricavati dalla geo-localizzazione tra traccia e mappa. Potrebbero non coincidere alla perfezione con quelli segnalati dall’organizzazione (margine di errore di un km). Usateli come riferimento, ma non sbroccate se non sono precisi al 200% 😉

UBT Urban 22km

La gara veloce e cattiva di casa, ma anche ottima per offrire una prima esperienza di Trail ai neofiti. Ultrabericus Urban nasce dai primi e dagli ultimi km della classica Integrale, connettendo Vicenza ad Arcugnano tramite sentieri e strade ad Est della Dorsale Berica e riportando i concorrenti in Piazza dei Signori via i percorsi ad Ovest della Dorsale. Panorami forse meno ricercati, ma per chi sa guardarsi attorno c’è molto da vedere, specie per il patrimonio storico di Palladio e soci. Consigliata a tutti quelli che cercano una gara da batticuore, e per chi vuole guadagnarsi facilmente lo splendido arrivo nel centro storico di Vicenza.

Ultrabericus Urban fa rima con ‘pedal to the metal’.
Punto fermo di ogni edizione UBT: la prima salita di giornata scollinando i Portici di Monte Berico.

Materiale Obbligatorio

Ad accompagnare le gare Ultrabericus Team c’è sempre un leitmotiv attento dedicato al materiale obbligatorio, che nel caso di UBT è davvero essenziale: si tratta veramente di 6-7 cose così leggere da essere riposte in un marsupio: e nonostante questo tutti gli anni c’è chi riesce a ‘lasciare qualcosa a casa’. Non fatelo: portate tutto nel vostro zaino/marsupio e godetevi la giornata. L’unica difficoltà può esserci per chi correrà la 100km, per il trasporto della nutrizione, ma ricordiamo che l’assistenza personal è consentita in TUTTI i ristori.

Dal sito dell’organizzazione:

Materiale obbligatorio per CentoIntegrale e secondo staffettista Twin lui & lei:

1 – borraccia o altro contenitore con 0,5 litri d’acqua,

2 – telo termico di sopravvivenza,

3 – fischietto,

4 – giacca antivento,

5 – bicchiere personale (la borraccia se a tappo largo è valida come bicchiere),

6 – lampada frontale funzionante, con batterie cariche,

7 – mascherina protettiva bocca e naso.

Materiale obbligatorio per primo staffettista Twin lui & lei:

1 – borraccia o altro contenitore con 0,5 litri d’acqua,

2 – telo termico di sopravvivenza,

3 – fischietto,

4 – giacca antivento,

5 – bicchiere personale (la borraccia se a tappo largo è valida come bicchiere),

6 – mascherina protettiva bocca e naso,

per il primo staffettista Twin lui & lei NON è obbligatoria la lampada frontale.

Materiale obbligatorio per Urban:

1 – telo termico di sopravvivenza,

2 – fischietto,

3 – giacca antivento,

4 – bicchiere personale,

5 – mascherina protettiva bocca e naso,

per la prova Urban NON sono necessari la borraccia 0,5 l e la lampada frontale.

Orari di partenza:

  • UBT edizione 100km: start ore 5:00 AM
  • UBT integrale 65km: start ore 10:00 AM
  • UBT prima staffetta: start ore 10:00 AM
  • UBT Urban 22km: start ore 11:00 AM

Come da tradizione: orari dei cancelli e di cut-off non ve ne diamo, siamo CERTI che non ce ne sia bisogno.

Che il vostro viaggio su e giù per i Berici inizi e finisca col piede giusto.

Gradatim Ferociter

Coach T.

First Timers: Camilla Bolzoli – Tuscany Crossing 103k

Una parte importante del nostro lavoro di Coach, è quello di aiutare i nostri atleti a raggiungere un obbiettivo. A volte è un tempo, un piazzamento, un risultato, e la soddisfazione di vederli raggiunti (quando succede) è enorme. Ma la cosa più bella è quando lavoriamo per le “prime volte”: la prima volta oltre la maratona, la prima volta oltre la tripla cifra, la prima volta su cento miglia. Perché si fa insieme un percorso verso l’ignoto, e poi si lascia andare l’atleta da solo a scoprire qualcosa. E così abbiamo deciso di inaugurare la rubrica dei First Timers, dove i nostri atleti raccontano la loro prima volta.

Il mio viaggio nel mondo di Destination Unknown è iniziato in Aprile 2021, senza una destinazione precisa se non quella di aumentare le distanze.

Fino a quel momento, infatti, corricchiavo per conto mio, senza aver mai fatto veri allenamenti e la gara più lunga ed impegnativa portata a termine era stata la Dolomiti Brenta Trail nel 2019 (45 km e 2.800+).

Dentro di me, già da tempo, sentivo forte il desiderio di percorrere una lunga distanza: volevo avventurarmi in una zona a me sconosciuta ma che mi affascinava tantissimo. Ero ben consapevole, però, che da sola non avrei saputo come cominciare.

Mi ricordo quando, dopo due mesi di allenamenti, scrissi a Paco che nel 2022 avrei voluto preparare una 100 km. La sua risposta mi ha spiazzata: “Il prossimo anno? Ma è troppo lontano. Troviamo una gara adatta a te in autunno”. Ho riletto quel messaggio per giorni e, non conoscendolo di persona, mi sono chiesta se volesse eliminarmi in qualche modo o se stesse pensando di rispondere ad un’altra persona…

Zitta zitta (anche perché, in quel periodo, non si vedevano ancora gare all’orizzonte) ho continuato i miei allenamenti. In sei mesi ho saltato solo un’uscita: un po’ perché quando decido di raggiungere un obiettivo faccio di tutto per ottenerlo ma, soprattutto, perché questi workout – giorno dopo giorno – sono diventati parte integrante della mia vita quotidiana.

Un caldo pomeriggio di fine Luglio, sui social mi compare “Tuscany Crossing”, 24/25 Settembre, 103 Km 3.400+.

Subito scrivo a Paco: “Dici che posso farla? Sincero eh”. Risposta: “Vai Cami!!”. Nel giro di dieci minuti mi ero già iscritta (da “brava” persona impulsiva che ha passato il giorno dopo a chiedersi che enorme cazzata avesse fatto!).

Da quella decisione iniziano 2 mesi di allenamenti quotidiani ed intesi: una mole di lavoro che pensavo fosse fuori dalla mia portata ma che, sorprendentemente, sono riuscita a reggere senza mai sentirmi stanca o affaticata (solo affamata, quello tanto!!).

Lì è iniziata la mia prima 100 Km.

Soffrendo molto il caldo (a Brescia è anche particolarmente umido), ogni mattina mi alzavo tra le 4.45 e le 5 e uscivo. I lunghi mi aspettavano nel weekend (o, forse, ero io che li aspettavo con grande entusiasmo). Mi sono sempre allenata da sola, anche se sola non mi sono mai sentita. Non ho mai cambiato zona, sia su strada sia su sentiero: non trovavo il senso di fare km in auto per una gara che non richiedeva una specifica preparazione tecnica. Mi sono detta: vuoi fare 100 km in Toscana? Ok, inizia con lasciare giù l’auto e raggiungi i posti a piedi. Così ho allenato anche la mente.

Su questi percorsi (sempre in salita, perlopiù corribile) ho imparato a conoscere il mio corpo e la mia testa.

Sulle strade deserte eravamo io, le solite 3 canzoni sparate a tutto volume senza auricolari, la luna e il canto dei grilli (sì, a quell’ora c’erano ancora i grilli e non le cicale! Il gallo stava ancora dormendo).

Sapevo esattamente a che tornante avrei sofferto di più, a quale curva avrei potuto godere di una meravigliosa alba e di quel magico momento che la precede. Ho riempito il mio cuore di emozioni intense che mi hanno dato la carica per vivere le giornate: arrivare al lavoro con questa energia è impagabile.

Durante i lunghi ho dovuto rivedere la mia alimentazione: fino a quel momento non avevo mai usato gel, barrette, sali minerali e maltodestrine. Alla prima crisi, con Paco abbiamo dovuto trovare un piano B. Anche queste “prove” sono state fondamentali per poi sapermi gestire in gara.

Due settimane prima del fatidico giorno, ogni paura è magicamente passata: avevo solo una gran voglia di partire, ero molto carica sia fisicamente sia psicologicamente. Ero consapevole che, da quel momento in poi, il buon andamento della gara dipendeva solo ed esclusivamente da me (oltre che, ovviamente, da una buona dose di fortuna – perché sapevo che le variabili potevano essere tante e non era possibile pianificarle tutte).

Ci tengo a dire che con Paco c’è stata intesa fin dall’inizio ma, in questi due mesi, ho capito che il bravo coach non è (solo) quello che ti fa arrivare al traguardo ma, soprattutto, quella persona che – nei giorni antecedenti alla gara – ti fa sentire motivato e soddisfatto di quello che hai vissuto fino a quel momento. Per me è stato una grande percorso di crescita personale. Paco c’è sempre stato, senza che glielo chiedessi. Sinceramente, non conoscendoci di persona, ancora mi chiedo come facesse a capire quando era il momento esatto in cui avevo bisogno di lui.

Del Tuscany, che dire?

Siamo partiti alle 5.30 (orario per me perfetto), in uno scenario che sembrava un dipinto. Un’alba indescrivibile. Molti si fermavano a fare le foto ma io ho preferito godermi quello spettacolo solo con gli occhi e con il cuore: non è possibile racchiudere tanta bellezza in uno scatto. Vale la pena viverlo, soprattutto dopo 1 anno e mezzo di Covid che ci ha privato di meraviglia e di speranza.

In gara non ho mai pensato di non potercela fare, nemmeno nei momenti di difficoltà: il caldo l’ha fatta da padrone per più di metà giornata ma, una costante idratazione e “docce” improvvisate mi hanno permesso di non sentirmi male. Purtroppo non mi sono goduta gli ultimi 25 km per un forte dolore al ginocchio ma ho riflettuto sul fatto che, in fondo, mancavano “solo” 25 km (a proposito, quanto è lungo anche un solo km quando non stai bene?!?!?!) e che ero fortunata ad essere stata in forma fino a quel momento.

Sinceramente non ho vissuto questa gara come un viaggio: in mezzo a tante persone non era possibile… Il vero viaggio, per me, è racchiuso nei mesi di preparazione.

Ah, dimenticavo un particolare: fino a qualche giorno prima del Tuscany Crossing, avevo detto di questa sfida a pochissime persone. Era un mio sogno e volevo viverlo nel profondo.

E così, quando ho oltrepassato il traguardo, ho trovato ad accogliermi la mia felicità, mista a soddisfazione e incredulità.

Le lacrime? Quelle sono arrivate qualche giorno dopo: lacrime di liberazione di emozioni forti.

La soddisfazione più grande? Aver ripreso gli allenamenti, era tutto ciò che desideravo.

Coach Gentilucci, Tuscany Crossing 50k, 2nd place.
Dovunque tu sia, “continua a correre, testa di c***o”. I tuoi atleti continuano a farlo.

CUFFIETTE E VIABENE – terza puntata

Un grande ritorno, la nostra rubrica di musica.

Con la solita poliedricità che ci contraddistingue (no, non è schizofrenia), viriamo su suoni elettronici questa volta, perché abbiamo sottomano l’atleta DU e DJ Stefano “The Ruffman” Raffaini.

Coach Grazielli si è commosso a ritrovare alcune sonorità di quando era giovane e frequentava locali, ma c’è tanta roba per tutti: ideale per una bella Easy serale alla luce della frontale, o per pulirsi il cervello dai jingle natalizi che in queste settimane inquinano i nostri padiglioni auricolari.

Buon ascolto!

STEFANO “THE RUFFMAN” RAFFAINI – HOUSE

Quello che ricordo maggiormente dell’estate del 1988 è il caldo, le partite di calcio interminabili al campetto e il mio incontro con la musica House. “Your Love” di Frankie Knuckles fu un pezzo devastante per me, avevo 14 anni e non avevo mai sentito suoni del genere. Fino a pochi mesi prima mi ero rassagnato all’idea che musica voleva dire ascoltare roba tipo Baglioni, Cocciante etc, insomma, tutto quello che in me non suscitava il minimo interesse o la minima emozione. All’epoca si poteva ascoltare quello che passavano le radio e generalmente i palinsesti erano orientati al pop italiano o inglese con variazioni rocchettare culturalmente accettate dal bel paese.

The Godfather

Il gancio per poter uscire dalle solite scalette mi fu inaspettatamente dato dal mio vicino di casa. Di un anno più grande di me, frequentava il primo anno delle superiori, mi aveva passato una cassetta mixata di un dj di una nota discoteca della zona. Ricordo come fosse ieri la mia reazione, fu come se qualcosa in me si svegliasse dal torpore ed iniziasse a dar vita a sensazioni mai provate, ad oggi penso si trattasse di botte di adrenalina misto tempeste ormonali.

Il primo anno di liceo mi aveva proiettato in una nuova dimensione, tutto ero nuovo per me ed il fatto che si trovasse in città mi aveva permesso di esplorare un enorme mondo musicale. Elenco telefonico alla mano feci passare letteralmente tutti i negozi di dischi fino a trovare la mecca. Era un piccolo scantinato in centro città. Dovevi scendere delle scale pitturate di nero che ti portavano in questa stanza ricolma di dischi posizionati in ceste di plastica, quelle che usavano i lattai per intenderci. Due enormi diffusori ai lati del bancone con due giradischi ed un mixer. “Good Life” di Inner City faceva tremare i muri fino a farti venire la pelle d’oca. Cosa chiedere di più. Odore di muffa e le mani impolverate dopo aver fatto passare migliaia di dischi. Diggin’ in the crates divenne il rito del venerdì pomeriggio per molti anni a venire.

The Ruffman himself

I venditori di dischi sono spesso persone strane, il più singolare era il titolare di “Camarillo dischi”. Per entrare dovevi suonare e farti aprire. Dopo essere stato rapinato e messo ko con una bomboletta spray sparata negli occhi il “Cama” era diventato stranamente sospettoso pure con chi come me passava più tempo nel suo buco di locale che con la mia ragazza (capita la solfa mi ha lasciato, per anni non ne avevo capito il motivo… LOL). Camarillo per me sta a Detroit come i pistoni ad Isaiah Thomas. Ed ecco Underground Resistance e Ritchie Hawtin, Derrick May, Carl Craig e l’alieno Jeff Mills con cui anni dopo ebbi l’onore di suonare. Chicago e New York non restano a guardare, la black music è parte del mio dna e rimanendo in ambito street habits l’ Acid House ha fatto il suo anche se parte del merito lo si deve a mister Tadao Kikumoto, ingegnere in Roland Corporation ed inventore di sintetizzatori ormai entrati nell’olimpo della musica elettronica. Suoi i progetti di tb303, tr808 e tr909, in pratica Dio, punto.

Parlo di musica elettronica, ma potrei citare tutti quei generi o arti in generale che hanno avuto e hanno tutt’ora il potere di trasformare la vita di qualsiasi persona, parlo della possibilità di avere chances per realizzarsi anche venendo dal basso, parlo di puro istinto e talento, se ne hai vai, sono innamorato di tutte queste storie pazzesche scritte da persone che con poco hanno fatto la differenza andando contro ogni pronostico o aspettativa.

Richie Hawtin (totally approved by Coach Grazielli)

Sono innamorato della corsa perchè come la musica mi proietta in un limbo, in una dimensione parallela, lo scandire dei passi e del respiro è probabilmente come la stesura di battute al minuto, la ripetibilità del gesto come il loop del sequencer, Mirk chiama Mork, succede che me ne vado a male come la ricotta, succede non spesso ma succede che mentre corro inizio a vedermi dal di fuori, la fatica non è più fatica, le gambe vanno e non le sento più, la testa leggera, ma forse è solo un banale calo di zuccheri (LOL). Con Paco si doveva parlare di musica, …”appena ci ribecchiamo”, lo prendevo in giro per i pezzi hardcore che pubblicava su IG, alcuni però li ho nella mia playlist.

Bene cari, nel disordine mentale sono riuscito ad arrabattare una delle mie infinite playlist che ho in testa. La chiusura non c’è, spero solo di avervi fatto viaggiare un po’ nel mio mondo.

Ci vediamo al traguardo !!!

Gear (non) Geek: COROS VERTIX 2

Di tutte le persone che possono mettersi a fare una recensione di un orologio GPS, non sono certo io il più titolato. Per quanto sia per noi uno strumento lavorativo, ho sempre beneficiato dei suoi servizi, ma non mi sono mai addentrato molto nei meandri tecnico/tattici. Ed è forse questo il motivo per cui mi sono trovato subito bene con COROS, che ha fatto della facilità di utilizzo uno dei punti forti. Però, come tutti i miscredenti, una volta vista la luce, ho iniziato a interessarmi a tutte quelle piccole cose che prima erano “inutili orpelli” ed ora sono anche ai miei occhi “features indispensabili”. Resto dell’idea che ci si può allenare anche con un orologio digitale no GPS da venti euro: ma devo arrendermi al fatto che smanettare tra opzioni, configurazioni, dati e app, è un piacere perverso. Ed è per questo che la presentazione del nuovo VERTIX 2 mi ha incuriosito parecchio. E allora eccolo qui nei dettagli.

Uno dei motivi per cui non ho mai amato gli orologi GPS, era dover portare al polso un mattone con cui avrei potuto sfondare la vetrina di una banca (non che ci abbia mai pensato, sia chiaro). Tanto che ho sempre barattato la famigerata durata per la portabilità di un orologio normale: registravo gli allenamenti e nei lunghi avevo comunque altro a cui pensare. Però rosicavo. COROS è stato il primo orologio che sia nella versione PACE che nella versione APEX PRO mi ha permesso di tenere l’orologio al polso tutto il giorno e non usarlo solo per correre, perché sono stati bravissimi ad abbinare una durata ottima con un ingombro minimo. Il VERTIX 2 ovviamente è un pochino più ingombrante dell’APEX, ma rientra comunque in una dimensione per me accettabile, quindi la prima impressione è positiva.

Parlavamo della durata della batteria: il VERTIX 2 sposta ancora l’asticella, arrivando a 140 ore in modalità full GPS (diventano “solo” 50 con il dual-GNSS mode che vedremo dopo) e addirittura 240 in ultra tracking. Dovreste riuscire a farci stare dentro qualsiasi tipo di attività. Se avete in mente qualcosa che va oltre i 10 giorni, forse dobbiamo rivedere il planning del prossimo anno.

Ma cos’è questo dual-GNSS? Ci vorrebbe uno bravo, iniziamo col prendere per buono che è il più accurato sistema di localizzazione disponibile sul mercato, e che ad oggi nessun altro orologio lo utilizza. Diventa particolarmente importante per chi arrampica vie lunghe perché permette di correggere alcuni problemi dovuti alla rifrazione del segnale, ma in tutta onestà, per noi runners, l’accuratezza degli orologi COROS era già nettamente superiore alla maggior parte dei rivali.

Altre grandi novità?


La più importante credo sia l’introduzione delle mappe, che forse era l’unico punto in cui il COROS APEX era un po’carente. Ma troviamo anche la possibilità di caricare musica ed accoppiare un paio di cuffie bluetooth grazie ad una memoria da 32 GB, il calcolo dell’HRV (andate a vedervi gli articoli di Marco Altini per ricordare di cosa stiamo parlando qui e qui), un nuovo sensore ottico per leggere il battito cardiaco al polso (e calcolare anche la saturazione del sangue, un vero pulsiossimetro), la possibilità di connettersi ad una rete WIFI e quella di poter comandare via orologio le fotocamere Insta360.

Tolta l’ultima, di cui non so dirvi molto non avendo una Insta360 Action Cam (manco di altre marche, neanche una povera cam cinese di AliBabà), sugli altri punti vi metto velocemente gli aspetti “yeah” e quelli “yeah, però…”.

Mappe: ci voleva. Possibilità di settare tre modalità di visione diverse (con o senza curve di livello), possibilità di caricare una traccia e seguirla e sistema tutto sommato intuitivo comandato dalla app via telefono. Decisamente un grande “yeah”. Cosa non dovete aspettarvi è la possibilità di guida turn-by-turn e indicazioni sulle mappe (nomi/località). Però fa il suo lavoro egregiamente nella situazione classica in cui vogliamo un modo per avere sott’occhio il percorso di gara o di un giro particolare. Per la navigazione vera, ci sono app sul telefono che svolgono il lavoro molto meglio, onestamente. Quindi promosso, anche perché touch screen e la rotella laterale come zoom rendono la consultazione facile ed immediata.

Musica: ottimo il sistema di pairing delle cuffie, la musica va caricata manualmente utilizzando file MP3. Per me che vengo dai magnifici anni 2000 e dallo scambio di file è una soluzione egregia, per chi vive solo più di Spotify, sarà richiesto uno sforzo aggiuntivo. Non se ne può certo fare una colpa a COROS, è solo per dirvi cosa aspettarvi. Come nelle mappe, lo schermo touch screen è ottimo per comandare le funzioni.

Calcolo del HRV: facile, intuitivo, rapido. Peccato che non ti dia dei reali dati di ECG ma un valore fittizio calcolato con un algoritmo che nella sua indiscussa bontà, non ha lo stesso peso. Valido, ma su questo punto, continuerò ad usare HRV4Training (sorry COROS).

Sensore ottico: oh, finalmente ci siamo. Lettura accurata, anche comparata alla fascia cardio, sono scomparsi anche quei piccoli momenti di “vuoto” che ogni tanto si registravano sull’APEX. Ottimo davvero, e la funzione pulsiossimetro permette a volte di valutare con completezza i recuperi in certe situazioni. Validissimo.

Rete WIFI: decisamente interessante, specie accoppiato con le carte topografiche e la possibilità di fare update continui al firmware, cosa su cui COROS si è dimostrata assolutamente sul pezzo (vedi traduzione italiana arrivata quest’anno).

Tommy Caldwell è indubbiamente un figo.

In generale, il VERTIX 2 è una bella bestia, poco da dire. E sicuramente gli aggiornamenti continui andranno ad aggiungere e limare dove al momento c’è qualche piccola mancanza. E’un orologio no frills, adatto per svariate attività e pensato per essere utilizzato in ogni condizione. Restano i punti cardine come la facilità di utilizzo, la lunghissima durata, alcune gemme come il sistema di calcolo della potenza nella corsa (non ha niente da invidiare a STRYD). Ci si aggiunge qualche piccola chicca (ma le mappe compariranno in una versione essenziale anche sugli APEX PRO) e qualche innovazione interessante. Il prezzo non è economico, certo, ma in linea con un GPS con questo tipo di impostazioni. E COROS ha comunque sempre l’alternativa PACE 2 che come entry level è sicuramente imbattibile. Se siete malati di dati, fate svariate attività in montagna o volete qualche gadget in più rispetto all’APEX, è un buon investimento. Anche in virtù del fatto che COROS è in continua evoluzione con aggiornamenti e firmware: la macchina VERTIX è una base ottima su cui potranno sviluppare cose interessanti.

A questo proposito, COROS ha sviluppato un software web-based di analisi molto interessante, il COROS TRAINING HUB: si preannuncia una piattaforma ben costruita e di facile utilizzo. Stiamo testando sia la versione ATLETA che quella COACH, entrambe dovrebbero essere disponibili al pubblico dal nuovo anno, quindi facile che ci torneremo sopra nelle prossime settimane.

E scusate per la mia inettitudine tecnologica, ma vi avevo avvisato: è una recensione non geek.

Amore GR-anitico

Nel cuore aspro della Corsica, distante dalle più famose località balneari del Mediterraneo della vicina Sardegna, si nasconde uno dei percorsi trail-hiking più maestosi e impegnativi d’Europa (qualcuno non si è fatto problemi a definirlo il più difficile del continente, ma era un Francese e sappiamo che esagerano sempre, specie quando si parla di territorio nazionale); il GR 20 è un sentiero o meglio: una Gran Randonneè di circa 180 km e approssimativamente 13’000 metri di dislivello che collega Calenzana a Conca con una progressione dal Nord Ovest al Sud Est dell’isola. A dominare il percorso sono creste e graniti, un ‘seghetto’ di salita e discesa impegnativo con passaggi di media esposizione che lo rendono consigliabile a chi sa destreggiarsi in montagna con una buona esperienza. Neanche a dirlo, come tutti i percorsi duri anche solo in modalità Trekking di più giorni, ci deve essere chi decide di provare l’attraversata in un single-push e negli anni grandi nomi si sono accaparrati il record: nei tempi femminili l’unico ufficiale registrato è un 41 ore e 20 di Emilie Lecomte (nel 2012), mentre tra gli uomini dopo le 32 ore di Guillame Peretti e Kilian Jornet in 32 h e 54 min, il miglior tempo è rimasto per diverso tempo a François D’Haene con 31 ore spaccate (2016). Fortuna che l’attenzione per i FKT si è alzata nella Covid-era, e un nuovo nome si è preso il primato proprio quest’anno: Lambert Santelli con il tempo di 30 ore e 25 minuti.

Anche DU se ne è andata in avanscoperta, con l’inviato speciale nonchè new Coach, Andrea.

Scritto da Andrea Tarlao.

Era ancora presto per ricominciare con la fase di allenamento di ripetute solita della stagione invernale e l’energia e motivazione erano ancora sufficienti per potersi imbarcare in un ultimo progetto.

Era la prima settima di ottobre, quando per puro caso un amico mi ha proposto di passare qualche tempo in Corsica. Poco ci ha messo a farsi viva l’idea di provare a correre il GR20.

Una breve ricerca su internet, una chiamata con il mio coach ed ecco pronto un bel piano di attacco. I tempi si, erano stretti dopo l’ultima avventura in Svizzera ma a me piacciono queste sfide dove la linea tra successo ed insuccesso si assottiglia.

Partenza prevista per il tracciato prima settimana di Novembre, arrivo .. sperabilmente non più di 50 ore dopo.

Insomma mi aspettavano dure settimane di allenamento e programmazione. Gli allenamenti duri in genere non mi danno problemi, anzi, avere un progetto tiene alta la motivazione e costanza. E’ sulla programmazione che sono una frana. Solitamente quando faccio i miei lunghi non dedico tempo a studiare il percorso.

Ho ordinato una mappa ed una guida del trekking ( che per qualche motivo mi è arrivata in Francese), ma credo di aver speso più tempo a guardare le foto per capire realmente come potesse essere il tipo di terreno che a leggere la descrizione delle varie tappe, d’altronde anche nel mondo dell’ Ultrarunning la tecnicità è soggettiva e va in base all’esperienza.

Le cose che realmente mi interessava sapere prima di cominciare la corsa erano poche ed essenziali, per il resto mi piaceva la sensazione di avventura.

-Condizioni meteo

-Fonti d’acqua (se ne trovano lungo il percorso in questo periodo, sono ruscelli e fiumiciattoli di montagna più qualche fonte vicino ai rifugi)

-Possibili ristori (rifugi chiusi da ottobre)

Data la situazione rifugi ed il budget economico pressoché nullo per il mio obiettivo ho deciso di lasciare una drop-bag al km 100 circa, quando il sentiero incrocia la strada per la terza ed ultima volta lungo la parte nord del percorso, prima di cominciare la cosiddetta parte sud.

La mia drop-bag era minimal come tutta l’organizzazione e conteneva:

-40gel

-patate lesse ed un po’ di riso in bianco

-calzini di ricambio

-batterie per la mia frontale

Continuavo a guardare il meteo e pareva che un’ ondata molto fredda stesse arrivando, solita chiamata al coach per riferirgli che la mia partenza era stata anticipata causa meteo al 19 Ottobre, come sempre le parole di Paco sono state di grande aiuto: “Vai , goditela e prenditela con calma, sarà un esperienza unica.. le gambe non sono al 100% però di testa ne hai!” Finisco i preparativi usando la mia solita check list per verificare se ho dimenticato qualcosa:

  • 40 gel
  • frutta secca
  • tramezzino (1 con formaggio)
  • pillole di magnesio e potassio
  • giacca a vento
  • pantaloni lunghi
  • maglia termica
  • maglietta di ricambio
  • buff
  • guanti
  • bastoncini
  • pile per frontale ( questa volta opto per le duracell e non per le ricaricabili petzel, le prime durano una notte intera)
  • carta igienica
  • accendino
  • telefono cellulare ( anche se non si ha linea se non vicino ai punti dove si incrociano le strade)
  • mappa del percorso

Il giorno successivo mi faccio accompagnare a Calenzana da un amico.

Si parte….

Parto piano lascio che le gambe si riscaldino al meglio, i primi km sono in salita però il terreno è ottimo, una corsa su un tipico sentierino di montagna. Cerco di mantenere un passo costante raggiungo la mia prima vetta “Bocca U Saltu” (1250Mt).

Da qua comincia una lunga traversata con qualche sali e scendi prima di arrivare al primo rifugio dove si trova una fonte.

La seconda tappa è quella che mi ha rallentato: una magnifica rampa granitica ed una traversata su cresta a mio parere non molto corribile, dove forse considerata l’anzianità delle mie scarpe ho cominciato a sentire un leggero dolore al ginocchio destro. Mi siedo prendo una pausa, respiro a fondo e spero che il dolore rimanga stabile.. ovviamente si sa che quando comincia un dolore difficilmente rimane stabile, ma aumenta.

Così come aumenta il dolore aumenta la difficoltà del percorso, ed ora ho una lunga discesa sassosa per arrivare a Haut Asco , dove deciderò a malincuore di fermarmi prima di causare ulteriori danni al corpo forzando una postura non più naturale.

Che dire, la mia avventura e’durata davvero poco. Ma dopo tutta la pianificazione, e dopo aver visto in che ambiente magnifico si sviluppa il GR 20, non posso non ritornare: alla prossima cara Corsica.

Sembra che dovremo torkare, Aska!

Wannabe a Viandante

La corsa è una cosa incredibilmente semplice. Quello che però ci affascina, è il significato che ciascuno di noi sa trovargli all’interno della propria vita. Come runner e come allenatori, è sempre affascinante scavare più a fondo, cercare di capire dove un semplice gesto atletico è capace di trasportarci. Forse per questo, forse perché il Viandante è uno di quei sentieri che avrei sempre voluto fare ma che non ho ancora smarcato, forse per l’essenzialità con cui se l’è vissuta Alessio, ma il suo racconto del sentiero del Viandante ha toccato le corde giuste. Quindi godetevi anche voi le sue parole e continuate a scavare. Coach D

Scritto da Alessio Di Pierdomenico.

5:50 AM: vibra il cellulare e rotoli giù dal letto.

Via il sonno e su la divisa, ovatta sotto i piedi in stile ninja e andare: fuori di casa dove tutto è pronto.

Non stancano mai le albe, con qualsiasi meteo. In soli otto mesi hai compreso che tutti i giorni possono partire nel migliore dei modi… E ora è difficile farne a meno.
Non importa se ti serve la frontale per trovare la traccia perché sei sempre nel tuo elemento. E la temperatura non fa mai paura: se hai dimenticato qualche strato, ti basta spingere un po’di più.

Nonostante il momento storico in cui ti trovi, non ti sei tirato indietro dall’inseguire una cosa nuova a cui dedicarti con tenacia e, soprattutto, hai capito che son tutte magnifiche prime volte quando, zuppo di sudore, rincasi e riponi le scarpette.

I mesi di quella brutta roba che il Coach chiama ‘ciclo’ volano coi km, anche quando non sembra. Anche d’inverno. È già tempo di testare tempi più lunghi sulle gambe e inizi a domandarti “Come risponderà il tuo corpo?” o “Cosa passerà dietro i tuoi lobi frontali di fronte tutte quelle ore a zonzo?”.

Sono lecite preoccupazioni, se la tua storia sportiva è stata per vent’anni legata a un rettangolo di erba verde. Anni in cui l’attività in sé era l’occasione per condividere e crescere. Poi però la magia ha iniziato a sbiadire… L’agonismo ha preso spazio alla spensieratezza e ti sei sentito pronto ad appendere la divisa; quasi dieci anni passano senza che nessuno sport ti coinvolga veramente.. Senza qualcosa da guardare con lungimiranza.

Poi, il caso, fa sì che ti imbatta in un libro e inizi a divorarne altri… Leggi articoli, ti butti su video, documentari e film. Semplicemente rimani folgorato e senza spiegarti il motivo capisci che vuoi a tutti costi entrare a far parte di quello strambo mondo fatto di vesciche e unghie che cadono.

Correre può insegnare a essere umili e farti capire che il sostegno alla crescita deve arrivare da un qualcuno in grado di guidarti dopo l’imprinting… E se hai la fortuna di trovare qualcuno che ti fa contemporaneamente da coach e da mentore, allora hai imboccato la via giusta!

Il battesimo di fuoco lo fissi dopo che ti imbatti nella parola “Viandante”, nel vocabolario come “persona che passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani”… Praticamente descrive la tua idea di ultra e lo fa proiettando nella mente una visione poetica di Te stesso, in pellegrinaggio per il puro divertimento di farlo, esplorando senza assilli.

Così scopri che sulla strada per la casa in montagna esiste uno splendido cammino tracciato chiamato Sentiero del Viandante. I segnali vanno assecondati, sempre!

E allora ti godi tutto, a partire dalla preparazione dell’evento: studio della traccia, strategia di passo sul percorso, alimentazione e idratazione, gestione degli imprevisti. Impari ad apprezzare meglio anche gli sforzi amorevoli di chi ti sopporta con il sorriso tutti i giorni, tra macchinate di capi tecnici, capitali spesi in gel, podcast a tema e S&C casalingo… La stessa moglie che la mattina presto di un sabato di metà Aprile ti scorta all’inizio della via, in quel di Abbadia Lariana.

La mattinata è fresca, limpida e scorre veloce nell’ammirare tutte le sfumature dei belvedere affacciati sul lago. La traccia è scolpita nell’amato sottobosco che zigzaga alla base delle guglie calcaree delle Grigne. Il sole scalda anche più di quello che ci si aspettava, ma si beve e mangia regolarmente e questo sembra bastare per mantenere alta la motivazione.

È incredibile come una superstrada percorsa in auto decine di volte all’anno abbia sempre celato quei paesaggi laghee, fatti di paeselli di riviera arroccati, muri a secco e ville nobiliari. È una cerniera di mulattiere e sentieri che unisce i due estremi di questo mondo: acqua e montagna.

La percezione di quello che vedi e senti si perde nei meandri della mente quando trovi quel flow che aziona i piedi in maniera meccanica e automatica… Le immagini, i rumori e i profumi ti elevano a uno stato di pace mentale che sa di inconscio e profondamente intimo, quasi primordiale.

Dopo aver percorso i boschi sopra l’insenatura del laghetto di Piona, comprendi che il sentiero sta per virare deciso verso la bassa Valtellina quando il massiccio campanile della Chiesa della Madonna di Valpozzo inizia a svettare tra le fronde dei castagni.

E dopo tutte quelle ore non puoi che desiderare il dolce bentornato della tua famiglia: quando i tuoi due devoti whippet ti si scagliano addosso a tutta, anticipando con piacere la finish line sai di essere arrivato, ad attenderti tua moglie e un meritatissimo pacco di patatine!

____________________________________________________________________________

Nota a margine: dati tecnici del percorso.

Distanza: 45 km

Elevazione: 2500 d+ / 2500 d-

Località di partenza: Abbadia Lariana

Località di arrivo: Piantedo

Traccia GPX: https://connect.garmin.com/modern/course/51076546

Difficoltà: E (che vuol dire ‘esticazzi?’: per tutti)

Drop that bag

Sempre più spesso le gare danno la possibilità agli atleti di avere sul percorso delle drop bags (o per dirla all’italiana, la famosa “sacca”).

Che cos’è? Semplicissimo, una o più sacche dove mettere dentro materiale che potrà venirvi utile durante la gara , che va consegnata prima della partenza (informarsi bene sulle tempistiche, mi raccomando) e che troverete in una o più aid station (o per dirla anche qui all’italiana, ai “ristori”). In qualche gara lunghissima (vedi Tor), avrete la stessa consegnata in ogni base vita, ma nella maggior parte delle gare ne avrete una per ogni aid station dove è prevista. Al massimo, se il percorso prevede di ripassare in certi punti, avrete accesso alla stessa borsa due o più volte.

Le sacche spesso sono lasciate all’aperto, ma anche solo durante il trasporto sono talvolta esposte alle intemperie: regolatevi di conseguenza. E fate anche attenzione che le gare che non forniscono direttamente un sacco (come fa UTMB/TDS) talvolta prevedono delle misure massime per evitare che qualcuno esageri e metta dei veri e propri bauli (vi garantisco che in America abbiamo visto di tutto messo nelle Aid Stations, dal sacchetto dell’immondizia alla scatola di plastica con lucchetto.

Ricordatevi di mettere numero di gara, nome e cognome e per non sbagliare anche a quale Aid Station è destinata. Ma soprattutto, informatevi anche su quando andare a riprenderle: ad ogni gara c’è una pila di borse non reclamate che vengono giustamente cestinate, se tenete a quello che avete dentro, pensateci prima!

“No, la mia è quella a destra di quella rossa!” Montane Lakeland 100 – All photos by Mari

Vediamo cosa mettono nella sacca gli allenatori di Destination Unknown…

Tommaso Tommy Bassa

Da LUT alle 100 miglia, da Mozart alla TDS ho sempre impostato la drop bag in maniera che contenesse sì lo stretto indispensabile, ma che fosse pronta secondo diversi aspetti:

qualcosa di utile: vestiti di ricambio, soprattutto nell’eventualità di doversi cambiare più del previsto (e a tenerli nella drop bag si risparmia volume nello zainetto), magari una giacca extra ad esempio o quell’intimo tecnico che in mezza stagione ti permette di affrontare la seconda parte di gara asciutto e di buon umore, invece che lercio, specie se ci si attarda in tante ore di gara.
qualcosa di necessario: solitamente nutrizione. Voglio utilizzare in gara le cose che piacciono a me, avere una scorta in base vita dei miei gel preferiti o di quell’integratore che so potrà aiutarmi in caso di crisi farà sempre la differenza (o per lo meno so non mi darà fastidio). 
qualcosa di vitale: crema anti chafing per dare un ‘ritocco’ ai punti critici o magari ai piedi, con un bel cambio calzino annesso se voglio prendermela comoda e fare le cose fatte bene (specie in condizioni di bagnato questo passaggio può cambiare radicalmente l’esperienza). E poi ancora un bel kit di pronto soccorso che comprenda veramente cose utili come delle forbicine e un cerotto idrocolloide come il DuoDerm Extra Sottile (si trova in farmacia). Si tratta di un cerotto con principio attivo simile a quello dei più famosi Compeed, ma a differenza di questi non si gonfia a contatto con la cute lesa o con una vescica, e quindi non occupa spazio nella scarpa: spesso il Compeed quando entra in azione crea spessori e volumi indesiderati, aggiungendo fastidi e frizioni che alla testa proprio non piace sopportare durante un’ultra.
qualcosa di inutile: che so per certo non userò mai ma che deve stare lì ‘perchè sì, perchè alla testa serve avere quella sicurezza’. A volte è un paio di scarpe in più, altre è un bastoncino spaiato nel caso di rotture (memento di una sezione di TDS senza un bastoncino, ndr) molte volte è una lampada frontale o delle batterie di ricambio per fronteggiare ogni evenienza.
qualcosa di extra: tendenzialmente la carta resurrezione. Ognuno ne ha una, io faccio in modo di averla sempre in sacca, ad ogni gara.

Quale sarà la vostra?

Francesco Paco Gentilucci

Nella mia drop bag, tendenzialmente, cerco di mettere cibo che so che potrebbe andare giù anche se non sto bene di pancia e che non trovo ai ristori, oltre ad abbigliamento di riserva.

Essenziali:

– calzini di ricambio
– maglia di ricambio
– berretto invernale di ricambio (anche se corro sul deserto)
– almeno mezzo litro di te alla pesca (per qualche ragione alle aid stations non c’è mai)
– panini con avocado e hummus
– nastro americano (ripara ogni cosa, dai bastoncini ai piedi)
– almeno 3 snickers / un pacchetto di OREO
– spazzolino da denti e dentrificio, soprattutto se incontrerò la drop all’alba (mi piace correre con i denti puliti)
– liquirizia. Sia in caramelle gommose (liquirizie ripiene) che 100% pura

Non è sempre così facile gestire un migliaio di drop bags – UTMB TDS

Andrea Guglielmetti

La mia generalmente contiene molte cose che non mi serviranno, ma che so potrebbero aiutarmi a partire più tranquillo: perché non succede…ma se succede… sono pronto!

Non sempre possiamo fare affidamento sulla crew a cui affidiamo di tutto e di più, per cui capita di dover affrontare da soli tutta la gara: dal momento che le variabili da gestire in una ultra sono molte, una drop bag pensata bene potrebbe tornarci utile per risolvere in maniera semplice e veloce alcuni problemi e permetterci di spostare l’attenzione e la concentrazione sulla gara.

Essendo maniaco dell’ordine divido tutto in pacchettini con su scritto il contenuto così riesco a perdere meno tempo e a sprecare meno energie mentali in un momento magari di scarsa lucidità.

-un paio di scarpe con abbinati dei calzini asciutti: in situazioni di grande caldo o in una gara bagnata l’uno e/o l’altro potrebbero salvarti il piede.
-indumenti di ricambio: qualcosa di fresco, caldo, asciutto potrebbe migliorare la mia sensazione di comfort. Magari anche qualcosa di diverso per far fronte a mutate o non previste condizioni climatiche.
-riserva alimentare: per non appesantire lo zaino divido il mio fabbisogno di gel/barrette in funzione delle basi vita in cui troverò la drop bag (sempre con un piccolo extra).
-gear: un paio di bastoncini, una frontale, una flask, un bicchiere, lacci per scarpe.
-kit pronto soccorso: se ne trovano in commercio di molto compatti ed essenziali e a prezzi accessibili (cerotti, bende, forbici, …). Quello che non può mancarmi sono ago e filo per gestire le mie vesciche
-plus: preparo sempre un pacchetto “replica” del materiale obbligatorio che ho nello zaino. Dovesse capitare di usare qualcosa per non stare a ripiegarlo, per viaggiare più comodo, per averlo asciutto, ho pronto il sostituto completo.

E via che si riparte!

Andrea Tarlao

La mia esperienza su gare lunghe è ancora limitata, e così osservo spesso quello che hanno gli altri per rubare qualche idea.

Quello che però non deve mai mancare nella mia drop bag è questo:

– Quantità indefinita di gel (nella speranza di riuscire a mangiarne ancora ) 

– Vaselina 

– Calzini di ricambio (anche se la mia filosofia resta quella di non cambiarli anche se sento di avere delle vesciche, preferisco non intervenire sui piedi) 

– Cibo solido che possa ovviare alla nausea da gel 

– Scarpe di ricambio ( speciese so di dover attraversare nevai/guadi) 

– Spazzolino da denti 

– Mutande , maglietta e pantaloncini. 

– Pile di ricambio per frontale ( le mie previsioni raramente hanno un riscontro reale sulla durata della mia gara) 

Western States 100, la fila di drop bags più iconica al mondo.

Davide Grazielli

Drop bag, momento perfetto per sfogare tutta la mia maniacalità. Ma vedo sopra che sono in ottima compagnia.

Per me è sempre più una coperta di Linus che una reale necessità, perché nove volte su dieci prendo su il sacchetto con i gel e le pasticche di sali (che metto in una busta Ziploc già pronta) e non tocco altro. Ma quella singola volta su dieci in cui ho bisogno di altro, la drop bag mi salva la gara, o almeno mi evita qualche ora in completa sofferenza.

Siccome cerco di evitare il cambio scarpe in gara, non le ho mai messe nella drop bag. Però un paio di calze le infilo sempre: sembra sciocco, ma il piacere di un paio di calze pulite dopo 10 ore è impagabile. E lo so che non durerà tanto, ma è un boost al morale non da poco.

Altro punto essenziale per i piedi, ma non solo, è una buona crema: ultimamente ne ho usato una specifica per la corsa e mi sono trovato anche bene, ma sono andato avanti per anni con la crema allo zinco per il cambio pannolini ed è perfetta perché resiste all’acqua e non viene assorbita: negli hotel rubo i vasetti delle marmellate piccole e metto la crema lì dentro così ne ho uno per sacca.

Inserisco sempre delle pile di scorta per la frontale, e per evitare di perderle nella sacca le unisco con del nastro americano o del tensoplast (faccio lo stesso con quelle che metto nello zaino).

Solitamente non cambio t-shirt neanche nelle gare più lunghe, più facile che nelle drop metta un ricambio del secondo strato: se ho dovuto indossarlo vuole spesso dire che le condizioni climatiche non sono ottimali e che magari è bagnato fradicio. Di solito uso un capo di lana che anche bagnato tiene caldo, ma a livello di comfort mentale mettersi una maglia asciutta non ha prezzo.

Insomma, sto abbastanza sull’essenziale: cerco di evitare di perdere ore a pensare a cosa dovrei o non dovrei fare, ed è per questo che metto anche gel/sali già contati in un sacchetto, mi evita il fastidio di ragionare su quanti devo o non devo prenderne, specie in un momento dove la lucidità è quella che è. Però negli ultimi anni ho imparato a mettermi un piccolo “regalo” in ogni drop, che sia un micropanino o un pacchettino di patatine o degli anacardi, mi piace trovare qualcosa che spezzi la monotonia dei gel e delle bibite dolci.

Una certa “essenzialità” fa parte del mio modo di affrontare la gara: per questo anche a livello di drop bag, cerco di stare leggero. Meno con la borsa che lascio alla mia one-girl crew (e se chiedete a lei ricorderà sicuro qualche camminata con diversi chili a spalle sotto il sole cocente o il freddo pungente), ma questo è un altro discorso.

Un’idea banale ma che può salvare un po’di tempo? Mari mi dice sempre di usare borse dai colori vivaci e sgargianti, così le riconosco subito tra le altre: me ne ha cucito alcune con del tessuto Polartec arancio che sono impermeabili, comode da usare e che si notano immediatamente nel mucchio. Un buon consiglio per riutilizzare qualche vecchio guscio con le cuciture andate ma con il tessuto ancora buono.

Cosa c’è di più riconoscibile della borsa di Star Wars? Sci-Fi geek Luigi alla SDW 100.