Amore GR-anitico

Nel cuore aspro della Corsica, distante dalle più famose località balneari del Mediterraneo della vicina Sardegna, si nasconde uno dei percorsi trail-hiking più maestosi e impegnativi d’Europa (qualcuno non si è fatto problemi a definirlo il più difficile del continente, ma era un Francese e sappiamo che esagerano sempre, specie quando si parla di territorio nazionale); il GR 20 è un sentiero o meglio: una Gran Randonneè di circa 180 km e approssimativamente 13’000 metri di dislivello che collega Calenzana a Conca con una progressione dal Nord Ovest al Sud Est dell’isola. A dominare il percorso sono creste e graniti, un ‘seghetto’ di salita e discesa impegnativo con passaggi di media esposizione che lo rendono consigliabile a chi sa destreggiarsi in montagna con una buona esperienza. Neanche a dirlo, come tutti i percorsi duri anche solo in modalità Trekking di più giorni, ci deve essere chi decide di provare l’attraversata in un single-push e negli anni grandi nomi si sono accaparrati il record: nei tempi femminili l’unico ufficiale registrato è un 41 ore e 20 di Emilie Lecomte (nel 2012), mentre tra gli uomini dopo le 32 ore di Guillame Peretti e Kilian Jornet in 32 h e 54 min, il miglior tempo è rimasto per diverso tempo a François D’Haene con 31 ore spaccate (2016). Fortuna che l’attenzione per i FKT si è alzata nella Covid-era, e un nuovo nome si è preso il primato proprio quest’anno: Lambert Santelli con il tempo di 30 ore e 25 minuti.

Anche DU se ne è andata in avanscoperta, con l’inviato speciale nonchè new Coach, Andrea.

Scritto da Andrea Tarlao.

Era ancora presto per ricominciare con la fase di allenamento di ripetute solita della stagione invernale e l’energia e motivazione erano ancora sufficienti per potersi imbarcare in un ultimo progetto.

Era la prima settima di ottobre, quando per puro caso un amico mi ha proposto di passare qualche tempo in Corsica. Poco ci ha messo a farsi viva l’idea di provare a correre il GR20.

Una breve ricerca su internet, una chiamata con il mio coach ed ecco pronto un bel piano di attacco. I tempi si, erano stretti dopo l’ultima avventura in Svizzera ma a me piacciono queste sfide dove la linea tra successo ed insuccesso si assottiglia.

Partenza prevista per il tracciato prima settimana di Novembre, arrivo .. sperabilmente non più di 50 ore dopo.

Insomma mi aspettavano dure settimane di allenamento e programmazione. Gli allenamenti duri in genere non mi danno problemi, anzi, avere un progetto tiene alta la motivazione e costanza. E’ sulla programmazione che sono una frana. Solitamente quando faccio i miei lunghi non dedico tempo a studiare il percorso.

Ho ordinato una mappa ed una guida del trekking ( che per qualche motivo mi è arrivata in Francese), ma credo di aver speso più tempo a guardare le foto per capire realmente come potesse essere il tipo di terreno che a leggere la descrizione delle varie tappe, d’altronde anche nel mondo dell’ Ultrarunning la tecnicità è soggettiva e va in base all’esperienza.

Le cose che realmente mi interessava sapere prima di cominciare la corsa erano poche ed essenziali, per il resto mi piaceva la sensazione di avventura.

-Condizioni meteo

-Fonti d’acqua (se ne trovano lungo il percorso in questo periodo, sono ruscelli e fiumiciattoli di montagna più qualche fonte vicino ai rifugi)

-Possibili ristori (rifugi chiusi da ottobre)

Data la situazione rifugi ed il budget economico pressoché nullo per il mio obiettivo ho deciso di lasciare una drop-bag al km 100 circa, quando il sentiero incrocia la strada per la terza ed ultima volta lungo la parte nord del percorso, prima di cominciare la cosiddetta parte sud.

La mia drop-bag era minimal come tutta l’organizzazione e conteneva:

-40gel

-patate lesse ed un po’ di riso in bianco

-calzini di ricambio

-batterie per la mia frontale

Continuavo a guardare il meteo e pareva che un’ ondata molto fredda stesse arrivando, solita chiamata al coach per riferirgli che la mia partenza era stata anticipata causa meteo al 19 Ottobre, come sempre le parole di Paco sono state di grande aiuto: “Vai , goditela e prenditela con calma, sarà un esperienza unica.. le gambe non sono al 100% però di testa ne hai!” Finisco i preparativi usando la mia solita check list per verificare se ho dimenticato qualcosa:

  • 40 gel
  • frutta secca
  • tramezzino (1 con formaggio)
  • pillole di magnesio e potassio
  • giacca a vento
  • pantaloni lunghi
  • maglia termica
  • maglietta di ricambio
  • buff
  • guanti
  • bastoncini
  • pile per frontale ( questa volta opto per le duracell e non per le ricaricabili petzel, le prime durano una notte intera)
  • carta igienica
  • accendino
  • telefono cellulare ( anche se non si ha linea se non vicino ai punti dove si incrociano le strade)
  • mappa del percorso

Il giorno successivo mi faccio accompagnare a Calenzana da un amico.

Si parte….

Parto piano lascio che le gambe si riscaldino al meglio, i primi km sono in salita però il terreno è ottimo, una corsa su un tipico sentierino di montagna. Cerco di mantenere un passo costante raggiungo la mia prima vetta “Bocca U Saltu” (1250Mt).

Da qua comincia una lunga traversata con qualche sali e scendi prima di arrivare al primo rifugio dove si trova una fonte.

La seconda tappa è quella che mi ha rallentato: una magnifica rampa granitica ed una traversata su cresta a mio parere non molto corribile, dove forse considerata l’anzianità delle mie scarpe ho cominciato a sentire un leggero dolore al ginocchio destro. Mi siedo prendo una pausa, respiro a fondo e spero che il dolore rimanga stabile.. ovviamente si sa che quando comincia un dolore difficilmente rimane stabile, ma aumenta.

Così come aumenta il dolore aumenta la difficoltà del percorso, ed ora ho una lunga discesa sassosa per arrivare a Haut Asco , dove deciderò a malincuore di fermarmi prima di causare ulteriori danni al corpo forzando una postura non più naturale.

Che dire, la mia avventura e’durata davvero poco. Ma dopo tutta la pianificazione, e dopo aver visto in che ambiente magnifico si sviluppa il GR 20, non posso non ritornare: alla prossima cara Corsica.

Sembra che dovremo torkare, Aska!

Wannabe a Viandante

La corsa è una cosa incredibilmente semplice. Quello che però ci affascina, è il significato che ciascuno di noi sa trovargli all’interno della propria vita. Come runner e come allenatori, è sempre affascinante scavare più a fondo, cercare di capire dove un semplice gesto atletico è capace di trasportarci. Forse per questo, forse perché il Viandante è uno di quei sentieri che avrei sempre voluto fare ma che non ho ancora smarcato, forse per l’essenzialità con cui se l’è vissuta Alessio, ma il suo racconto del sentiero del Viandante ha toccato le corde giuste. Quindi godetevi anche voi le sue parole e continuate a scavare. Coach D

Scritto da Alessio Di Pierdomenico.

5:50 AM: vibra il cellulare e rotoli giù dal letto.

Via il sonno e su la divisa, ovatta sotto i piedi in stile ninja e andare: fuori di casa dove tutto è pronto.

Non stancano mai le albe, con qualsiasi meteo. In soli otto mesi hai compreso che tutti i giorni possono partire nel migliore dei modi… E ora è difficile farne a meno.
Non importa se ti serve la frontale per trovare la traccia perché sei sempre nel tuo elemento. E la temperatura non fa mai paura: se hai dimenticato qualche strato, ti basta spingere un po’di più.

Nonostante il momento storico in cui ti trovi, non ti sei tirato indietro dall’inseguire una cosa nuova a cui dedicarti con tenacia e, soprattutto, hai capito che son tutte magnifiche prime volte quando, zuppo di sudore, rincasi e riponi le scarpette.

I mesi di quella brutta roba che il Coach chiama ‘ciclo’ volano coi km, anche quando non sembra. Anche d’inverno. È già tempo di testare tempi più lunghi sulle gambe e inizi a domandarti “Come risponderà il tuo corpo?” o “Cosa passerà dietro i tuoi lobi frontali di fronte tutte quelle ore a zonzo?”.

Sono lecite preoccupazioni, se la tua storia sportiva è stata per vent’anni legata a un rettangolo di erba verde. Anni in cui l’attività in sé era l’occasione per condividere e crescere. Poi però la magia ha iniziato a sbiadire… L’agonismo ha preso spazio alla spensieratezza e ti sei sentito pronto ad appendere la divisa; quasi dieci anni passano senza che nessuno sport ti coinvolga veramente.. Senza qualcosa da guardare con lungimiranza.

Poi, il caso, fa sì che ti imbatta in un libro e inizi a divorarne altri… Leggi articoli, ti butti su video, documentari e film. Semplicemente rimani folgorato e senza spiegarti il motivo capisci che vuoi a tutti costi entrare a far parte di quello strambo mondo fatto di vesciche e unghie che cadono.

Correre può insegnare a essere umili e farti capire che il sostegno alla crescita deve arrivare da un qualcuno in grado di guidarti dopo l’imprinting… E se hai la fortuna di trovare qualcuno che ti fa contemporaneamente da coach e da mentore, allora hai imboccato la via giusta!

Il battesimo di fuoco lo fissi dopo che ti imbatti nella parola “Viandante”, nel vocabolario come “persona che passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani”… Praticamente descrive la tua idea di ultra e lo fa proiettando nella mente una visione poetica di Te stesso, in pellegrinaggio per il puro divertimento di farlo, esplorando senza assilli.

Così scopri che sulla strada per la casa in montagna esiste uno splendido cammino tracciato chiamato Sentiero del Viandante. I segnali vanno assecondati, sempre!

E allora ti godi tutto, a partire dalla preparazione dell’evento: studio della traccia, strategia di passo sul percorso, alimentazione e idratazione, gestione degli imprevisti. Impari ad apprezzare meglio anche gli sforzi amorevoli di chi ti sopporta con il sorriso tutti i giorni, tra macchinate di capi tecnici, capitali spesi in gel, podcast a tema e S&C casalingo… La stessa moglie che la mattina presto di un sabato di metà Aprile ti scorta all’inizio della via, in quel di Abbadia Lariana.

La mattinata è fresca, limpida e scorre veloce nell’ammirare tutte le sfumature dei belvedere affacciati sul lago. La traccia è scolpita nell’amato sottobosco che zigzaga alla base delle guglie calcaree delle Grigne. Il sole scalda anche più di quello che ci si aspettava, ma si beve e mangia regolarmente e questo sembra bastare per mantenere alta la motivazione.

È incredibile come una superstrada percorsa in auto decine di volte all’anno abbia sempre celato quei paesaggi laghee, fatti di paeselli di riviera arroccati, muri a secco e ville nobiliari. È una cerniera di mulattiere e sentieri che unisce i due estremi di questo mondo: acqua e montagna.

La percezione di quello che vedi e senti si perde nei meandri della mente quando trovi quel flow che aziona i piedi in maniera meccanica e automatica… Le immagini, i rumori e i profumi ti elevano a uno stato di pace mentale che sa di inconscio e profondamente intimo, quasi primordiale.

Dopo aver percorso i boschi sopra l’insenatura del laghetto di Piona, comprendi che il sentiero sta per virare deciso verso la bassa Valtellina quando il massiccio campanile della Chiesa della Madonna di Valpozzo inizia a svettare tra le fronde dei castagni.

E dopo tutte quelle ore non puoi che desiderare il dolce bentornato della tua famiglia: quando i tuoi due devoti whippet ti si scagliano addosso a tutta, anticipando con piacere la finish line sai di essere arrivato, ad attenderti tua moglie e un meritatissimo pacco di patatine!

____________________________________________________________________________

Nota a margine: dati tecnici del percorso.

Distanza: 45 km

Elevazione: 2500 d+ / 2500 d-

Località di partenza: Abbadia Lariana

Località di arrivo: Piantedo

Traccia GPX: https://connect.garmin.com/modern/course/51076546

Difficoltà: E (che vuol dire ‘esticazzi?’: per tutti)

Drop that bag

Sempre più spesso le gare danno la possibilità agli atleti di avere sul percorso delle drop bags (o per dirla all’italiana, la famosa “sacca”).

Che cos’è? Semplicissimo, una o più sacche dove mettere dentro materiale che potrà venirvi utile durante la gara , che va consegnata prima della partenza (informarsi bene sulle tempistiche, mi raccomando) e che troverete in una o più aid station (o per dirla anche qui all’italiana, ai “ristori”). In qualche gara lunghissima (vedi Tor), avrete la stessa consegnata in ogni base vita, ma nella maggior parte delle gare ne avrete una per ogni aid station dove è prevista. Al massimo, se il percorso prevede di ripassare in certi punti, avrete accesso alla stessa borsa due o più volte.

Le sacche spesso sono lasciate all’aperto, ma anche solo durante il trasporto sono talvolta esposte alle intemperie: regolatevi di conseguenza. E fate anche attenzione che le gare che non forniscono direttamente un sacco (come fa UTMB/TDS) talvolta prevedono delle misure massime per evitare che qualcuno esageri e metta dei veri e propri bauli (vi garantisco che in America abbiamo visto di tutto messo nelle Aid Stations, dal sacchetto dell’immondizia alla scatola di plastica con lucchetto.

Ricordatevi di mettere numero di gara, nome e cognome e per non sbagliare anche a quale Aid Station è destinata. Ma soprattutto, informatevi anche su quando andare a riprenderle: ad ogni gara c’è una pila di borse non reclamate che vengono giustamente cestinate, se tenete a quello che avete dentro, pensateci prima!

“No, la mia è quella a destra di quella rossa!” Montane Lakeland 100 – All photos by Mari

Vediamo cosa mettono nella sacca gli allenatori di Destination Unknown…

Tommaso Tommy Bassa

Da LUT alle 100 miglia, da Mozart alla TDS ho sempre impostato la drop bag in maniera che contenesse sì lo stretto indispensabile, ma che fosse pronta secondo diversi aspetti:

qualcosa di utile: vestiti di ricambio, soprattutto nell’eventualità di doversi cambiare più del previsto (e a tenerli nella drop bag si risparmia volume nello zainetto), magari una giacca extra ad esempio o quell’intimo tecnico che in mezza stagione ti permette di affrontare la seconda parte di gara asciutto e di buon umore, invece che lercio, specie se ci si attarda in tante ore di gara.
qualcosa di necessario: solitamente nutrizione. Voglio utilizzare in gara le cose che piacciono a me, avere una scorta in base vita dei miei gel preferiti o di quell’integratore che so potrà aiutarmi in caso di crisi farà sempre la differenza (o per lo meno so non mi darà fastidio). 
qualcosa di vitale: crema anti chafing per dare un ‘ritocco’ ai punti critici o magari ai piedi, con un bel cambio calzino annesso se voglio prendermela comoda e fare le cose fatte bene (specie in condizioni di bagnato questo passaggio può cambiare radicalmente l’esperienza). E poi ancora un bel kit di pronto soccorso che comprenda veramente cose utili come delle forbicine e un cerotto idrocolloide come il DuoDerm Extra Sottile (si trova in farmacia). Si tratta di un cerotto con principio attivo simile a quello dei più famosi Compeed, ma a differenza di questi non si gonfia a contatto con la cute lesa o con una vescica, e quindi non occupa spazio nella scarpa: spesso il Compeed quando entra in azione crea spessori e volumi indesiderati, aggiungendo fastidi e frizioni che alla testa proprio non piace sopportare durante un’ultra.
qualcosa di inutile: che so per certo non userò mai ma che deve stare lì ‘perchè sì, perchè alla testa serve avere quella sicurezza’. A volte è un paio di scarpe in più, altre è un bastoncino spaiato nel caso di rotture (memento di una sezione di TDS senza un bastoncino, ndr) molte volte è una lampada frontale o delle batterie di ricambio per fronteggiare ogni evenienza.
qualcosa di extra: tendenzialmente la carta resurrezione. Ognuno ne ha una, io faccio in modo di averla sempre in sacca, ad ogni gara.

Quale sarà la vostra?

Francesco Paco Gentilucci

Nella mia drop bag, tendenzialmente, cerco di mettere cibo che so che potrebbe andare giù anche se non sto bene di pancia e che non trovo ai ristori, oltre ad abbigliamento di riserva.

Essenziali:

– calzini di ricambio
– maglia di ricambio
– berretto invernale di ricambio (anche se corro sul deserto)
– almeno mezzo litro di te alla pesca (per qualche ragione alle aid stations non c’è mai)
– panini con avocado e hummus
– nastro americano (ripara ogni cosa, dai bastoncini ai piedi)
– almeno 3 snickers / un pacchetto di OREO
– spazzolino da denti e dentrificio, soprattutto se incontrerò la drop all’alba (mi piace correre con i denti puliti)
– liquirizia. Sia in caramelle gommose (liquirizie ripiene) che 100% pura

Non è sempre così facile gestire un migliaio di drop bags – UTMB TDS

Andrea Guglielmetti

La mia generalmente contiene molte cose che non mi serviranno, ma che so potrebbero aiutarmi a partire più tranquillo: perché non succede…ma se succede… sono pronto!

Non sempre possiamo fare affidamento sulla crew a cui affidiamo di tutto e di più, per cui capita di dover affrontare da soli tutta la gara: dal momento che le variabili da gestire in una ultra sono molte, una drop bag pensata bene potrebbe tornarci utile per risolvere in maniera semplice e veloce alcuni problemi e permetterci di spostare l’attenzione e la concentrazione sulla gara.

Essendo maniaco dell’ordine divido tutto in pacchettini con su scritto il contenuto così riesco a perdere meno tempo e a sprecare meno energie mentali in un momento magari di scarsa lucidità.

-un paio di scarpe con abbinati dei calzini asciutti: in situazioni di grande caldo o in una gara bagnata l’uno e/o l’altro potrebbero salvarti il piede.
-indumenti di ricambio: qualcosa di fresco, caldo, asciutto potrebbe migliorare la mia sensazione di comfort. Magari anche qualcosa di diverso per far fronte a mutate o non previste condizioni climatiche.
-riserva alimentare: per non appesantire lo zaino divido il mio fabbisogno di gel/barrette in funzione delle basi vita in cui troverò la drop bag (sempre con un piccolo extra).
-gear: un paio di bastoncini, una frontale, una flask, un bicchiere, lacci per scarpe.
-kit pronto soccorso: se ne trovano in commercio di molto compatti ed essenziali e a prezzi accessibili (cerotti, bende, forbici, …). Quello che non può mancarmi sono ago e filo per gestire le mie vesciche
-plus: preparo sempre un pacchetto “replica” del materiale obbligatorio che ho nello zaino. Dovesse capitare di usare qualcosa per non stare a ripiegarlo, per viaggiare più comodo, per averlo asciutto, ho pronto il sostituto completo.

E via che si riparte!

Andrea Tarlao

La mia esperienza su gare lunghe è ancora limitata, e così osservo spesso quello che hanno gli altri per rubare qualche idea.

Quello che però non deve mai mancare nella mia drop bag è questo:

– Quantità indefinita di gel (nella speranza di riuscire a mangiarne ancora ) 

– Vaselina 

– Calzini di ricambio (anche se la mia filosofia resta quella di non cambiarli anche se sento di avere delle vesciche, preferisco non intervenire sui piedi) 

– Cibo solido che possa ovviare alla nausea da gel 

– Scarpe di ricambio ( speciese so di dover attraversare nevai/guadi) 

– Spazzolino da denti 

– Mutande , maglietta e pantaloncini. 

– Pile di ricambio per frontale ( le mie previsioni raramente hanno un riscontro reale sulla durata della mia gara) 

Western States 100, la fila di drop bags più iconica al mondo.

Davide Grazielli

Drop bag, momento perfetto per sfogare tutta la mia maniacalità. Ma vedo sopra che sono in ottima compagnia.

Per me è sempre più una coperta di Linus che una reale necessità, perché nove volte su dieci prendo su il sacchetto con i gel e le pasticche di sali (che metto in una busta Ziploc già pronta) e non tocco altro. Ma quella singola volta su dieci in cui ho bisogno di altro, la drop bag mi salva la gara, o almeno mi evita qualche ora in completa sofferenza.

Siccome cerco di evitare il cambio scarpe in gara, non le ho mai messe nella drop bag. Però un paio di calze le infilo sempre: sembra sciocco, ma il piacere di un paio di calze pulite dopo 10 ore è impagabile. E lo so che non durerà tanto, ma è un boost al morale non da poco.

Altro punto essenziale per i piedi, ma non solo, è una buona crema: ultimamente ne ho usato una specifica per la corsa e mi sono trovato anche bene, ma sono andato avanti per anni con la crema allo zinco per il cambio pannolini ed è perfetta perché resiste all’acqua e non viene assorbita: negli hotel rubo i vasetti delle marmellate piccole e metto la crema lì dentro così ne ho uno per sacca.

Inserisco sempre delle pile di scorta per la frontale, e per evitare di perderle nella sacca le unisco con del nastro americano o del tensoplast (faccio lo stesso con quelle che metto nello zaino).

Solitamente non cambio t-shirt neanche nelle gare più lunghe, più facile che nelle drop metta un ricambio del secondo strato: se ho dovuto indossarlo vuole spesso dire che le condizioni climatiche non sono ottimali e che magari è bagnato fradicio. Di solito uso un capo di lana che anche bagnato tiene caldo, ma a livello di comfort mentale mettersi una maglia asciutta non ha prezzo.

Insomma, sto abbastanza sull’essenziale: cerco di evitare di perdere ore a pensare a cosa dovrei o non dovrei fare, ed è per questo che metto anche gel/sali già contati in un sacchetto, mi evita il fastidio di ragionare su quanti devo o non devo prenderne, specie in un momento dove la lucidità è quella che è. Però negli ultimi anni ho imparato a mettermi un piccolo “regalo” in ogni drop, che sia un micropanino o un pacchettino di patatine o degli anacardi, mi piace trovare qualcosa che spezzi la monotonia dei gel e delle bibite dolci.

Una certa “essenzialità” fa parte del mio modo di affrontare la gara: per questo anche a livello di drop bag, cerco di stare leggero. Meno con la borsa che lascio alla mia one-girl crew (e se chiedete a lei ricorderà sicuro qualche camminata con diversi chili a spalle sotto il sole cocente o il freddo pungente), ma questo è un altro discorso.

Un’idea banale ma che può salvare un po’di tempo? Mari mi dice sempre di usare borse dai colori vivaci e sgargianti, così le riconosco subito tra le altre: me ne ha cucito alcune con del tessuto Polartec arancio che sono impermeabili, comode da usare e che si notano immediatamente nel mucchio. Un buon consiglio per riutilizzare qualche vecchio guscio con le cuciture andate ma con il tessuto ancora buono.

Cosa c’è di più riconoscibile della borsa di Star Wars? Sci-Fi geek Luigi alla SDW 100.

Mozart 100: una sinfonia per due

La Mozart 100 è un evento di Endurance che ogni anno raduna a Salisburgo oltre 1500 partecipanti con distanze che spaziano dal CityTrail di 20 km alla Marathon Trail fino all’Ultra di 50 miglia e la 108 km fa da evento madre del weekend. Tutti i percorsi si snodano attorno al capoluogo austriaco, tra i laghi Fuschl e Wolfgang, le montagne dello Zwölferhorn e di Schafberg e la rete di sentieri che domina pascoli e boschi al di fuori dalla zona urbana.

Normalmente l’evento si corre in Giugno, ma a causa del piano di contingenza Covid che conosciamo, è stata spostata quest’anno a Settembre senza sostanziali differenze nel percorso principale (e a cascata in tutti gli altri) che misura circa 108 km con poco meno di 5000 metri di dislivello positivo. Una buona prova di Ultra trail che mette nel mixer una bella varietà di percorsi e sezioni differenti: perfetto per chi è di ritorno alle competizioni dopo un prolungato stop.

Non chiamatela periferia.

Tommaso

Mai sentita l’espressione ‘Arrivare dopo la musica?’ Nell’ambiente altamente competitivo (qualcuno dirà tossico) da cui vengo, quell’espressione è usata di frequente per indicare un risultato sportivo scadente, dovuto ad impreparazione, errori di gestione o più semplicemente: essere scarsi di natura. Arrivare dopo la musica significa tagliare il traguardo quando ormai non c’è più nessuno ad accoglierti, magari nemmeno lo speaker: c’è giusto il gonfiabile che ti aiuta a capire di essere arrivato, e un volontario col ‘Bravo lo stesso dai’ già in canna.

Entrambi a digiuno da eventi fin dal pre-pandemia (no, le 4 ore autogestite con gli amici non contano -e non sono sane, ndGrazielli-) sia io che Francesca siamo arrivati a Mozart in cerca di qualcosa, chi un’occasione per misurarsi con sè stesso e ricordarsi come si fa, chi a caccia di un ticket per Western States, chi per entrambi.
Nel mio caso, dopo un 2021 passato a bassi chilometraggi, zero interessi e di conseguenza pochi stimoli ad allenamenti di fino, la sfida principale nella preparazione dipendeva dall’essere nuovamente consistente e stabile nella ripresa degli allenamenti: non aver più dosato volumi e intensità variabili nel corso dell’anno mi poneva in una posizione anomala per i miei standard di preparazione. Da un certo punto di vista ero fresco e pronto a riprendere i carichi, dall’altro non potevo permettermi di farmi prendere la mano e buttarmi subito nella mischia con l’ansia di dover recuperare i km non fatti nel corso dell’anno. Brutto da dire, ma molti risultati nelle gare di endurance dipendono prima di tutto dalla mole di volume di allenamento sostenuto nei mesi (per non dire nell’anno o due) precedenti all’evento: è un long shot, lo so, ma paradossalmente arrivare bene in un evento settembrino può dipendere molto più di quello che si pensa dall’essersi preparati almeno con costanza da inizio anno; gli ‘esami di recupero’ non esistono.

Passaggio sulla prima cima di giornata: Zwölferhorn

Così, l’idea di avere solo 9 settimane (da inizio Luglio) a disposizione per imbastire il tutto mi ha fatto pensare alle priorità che dovevo darmi per far quadrare il tutto: 

  • riprendere a polarizzare le uscite settimanali, o molto semplicemente variare giorni hard e giorni facili, in maniera da rimettere il fisico nuovamente nel loop di stress e riposo, e generare così fitness in maniera solida e regolare;
  • aumentare il volume settimanale in maniera graduale per evitare infortuni e stop sul più bello, dopo gli ultimi 3 mesi passati con una blanda media di 65 km settimanali non potevo rischiare di strafare imponendomi chilometraggi folli come se avessi avuto una base più solida lungo il corso dell’anno.
  • rilanciare l’intensità dalle basi: senza andare direttamente a lavorare sui ritmi utili a sviluppare il ritmo per una 100 km, ma partendo da lavori semplici, corti.
  • costruire long runs di spessore a ridosso delle gara (dopo non aver mai corso più di 50 km negli ultimi 12 mesi) senza togliere volume al resto della settimana e garantendo quindi dei blocchi di allenamento ben strutturati.

Programmare una preparazione che stimoli tutti gli adattamenti fisiologici in poco tempo è una bella sfida e fin dal principio sapevo che avrei dovuto mettere da parte la mia analità per le cose fatte bene e mettere il focus sulle cose importanti, dedicando tempo per potenziare le criticità distanti dalla gara e le cose in cui riesco meglio a ridosso dell’evento. Ho optato per un paio di settimane di ripresa con lavori corti e intensi, per stimolare il VO2max e avere un’idea di quanto potessi spingere, nonchè per ‘scrostare’ un po’ il sistema che stava vivacchiando di corse blande e aspecifiche. Il grosso dei blocchi centrali li ho poi dedicati invece a fare classici allenamenti in Treshold per creare resistenza al lattato, chiudendo il mesociclo di tre settimane con un bel back to back al Camp DU sul Marguareis. Quei due giorni da 6 ore l’uno sono stati la perfetta fine del blocco di lavoro di Treshold e l’inizio ideale di quello mirato a sviluppare gli adattamenti della soglia Aerobica, aprendo la porta all’ultimo mese verso Mozart: quello più divertente con alti volumi, uscite senza troppi fronzoli e gli immancabili lunghi del weekend che hanno portato spunti di problem solving e adattamenti necessari alla buona riuscita della gara. Riprendere anche solo a stare sulle gambe diverse ore è stata credo la soddisfazione più grande considerato il poco tempo concesso al fisico per svegliarsi dal torpore dell’anno sottotono.

Dimenticato qualcosa? certo, ai più attenti non sarà sfuggito l’assenza delle parole magiche: strenght & conditioning, ossia tutto l’allenamento funzionale alla corsa, da farsi con esercizi mirati a sviluppare forza, stabilità e mobilità. Fortunatamente questo aspetto l’avevo curato meglio nel corso dell’anno, mantenendo una certa regolarità, per cui dopo un consulto col fisioterapista di fiducia (Giacomo – The Well Run) nei due mesi precedenti alla gara ho optato per concentrarmi unicamente su quei lavori di rinforzo delle strutture più deboli (addutori e anche nel mio caso) e della sana vecchia mobilità annessa allo stretching dinamico.

Discorso a parte per Francesca invece: dopo un inverno di stop completo dalla corsa con flebili risultati di corri-e-cammina raccolti tra Marzo e Aprile, per lei emergevano i bisogni di

  • ripartire quasi da zero con un programma che le permettesse di riacquisire feeling con la fatica e di progredire a step con volumi gradualmente maggiori;
  • costruire nuovamente un livello di fitness adatto a permetterle di affrontare una lunga distanza in maniera sicura (nella sua testa la Mozart 75 era un obiettivo plausibile da preparare, dato il moderato gradiente tecnico e di distanza), nelle migliori condizioni possibili anche gareggiare per l’intera distanza;
  • integrare gli allenamenti di potenziamento per mantenere struttura ad una periodizzazione che tenesse maggiormente conto dei cicli di carico e scarico, nel suo caso estesi da Maggio a Settembre: un tempo utile a disposizione per rimettersi in carreggiata.

Apparentemente tutto facile no? eppure potreste scoprire che rimettersi in sesto dopo mesi di stop non è cosa sempre scontata: dopo tutto, come dice sempre lei ‘Ho 44 anni sai?!’

Francesca

44 anni e sentirli tutti!

Ride bene lui che di anni ne ha un bel po’ meno ma, alla mia età, è necessario rivedere il modo in cui ci si approccia a questo sport, se si intende raggiungere obiettivi ambiziosi. Mi sono già data il limite d’età in cui non pretenderò ancora da me stessa i risultati di un tempo, ma fino a che mi sentirò di provarci continuerò ad insistere. Se ho imparato una cosa però è che dovrò farlo con metodo, cioè come non avevo fatto finora: fino a questo 2021 non avevo mai seguito per più di un mese uno straccio di guida da chi ha competenze in merito.

Aldilà dell’infortunio, che comunque ha fatto il suo, quello che mi è mancato negli ultimi 2 anni è stato l’entusiasmo e la continuità inserite in una sorta di routine di allenamenti; chiamo “allenamenti” quelle che erano le mie corsette perlopiù su terreno collinare tipiche della mia quotidiana ora d’aria: la mia terapia del benessere. Il DNF alla TDS 2019, preparata a suon di ‘corsette’ e gare di avvicinamento (troppe,ndTommaso) è stato il punto più alto di sconforto e stanchezza a cui poi è seguito un periodo fatto di cambiamenti professionali non facili, situazioni conosciute di lockdown intermittenti, mancanza di obiettivi e, infine, l’infortunio. Rimettersi in ballo dopo tutto questo è stato uno sforzo ENORME. E sopra a tutto, il pesante quesito che, ancora incerta verso la ripresa, mi opprimeva: mi piace / piacerà ancora correre? Lo stop forzato mi ha sicuramente chiarito il dilemma, un intero inverno a digiuno dalla mia attività preferita mi ha fatto capire quanto mi mancasse.

Ho deciso di iscrivermi a Mozart quando ci è parso chiaro che la cosa fosse fattibile e congrua coi tempi di recupero. È stato un lavoro sinergico tra il mio fisioterapista Giacomo, il coach Tommaso ed io, che per la prima volta mi sono arresa a rispettare un programma, portando tanta e santa pazienza. Giacomo mi ha seguita nella riabilitazione al gesto: per prima cosa rimettendomi in bolla, poi lavorando sulla “struttura” per tenere insieme fisico e corsa con esercizi a secco di mobilità e di potenziamento muscolare, caricando gradualmente fino a quando siamo riusciti a rendere il sintomo pressoché’ impercettibile. A fine febbraio abbiamo introdotto le prime e timide sessioni di corri & cammina e a fine aprile riuscivo a correre 1 ora continuativa senza particolare dolore.

Il 4 settembre l’appuntamento evidenziato sul calendario: Mozart Ultra 75 km, perché i 105km della gara madre erano davvero una sfida che lasciava troppi dubbi nella gestione della condizione fisica. Così Tommaso ha preso il commando della situazione e mi ha iniziato nel favoloso mondo della periodizzazione, di caselle colorate su Training Peaks, degli allenamenti dai nomi più strambi! Anche io ho avuto il mio Jimbro, il mio Tom Low e il mio preferito: Il Guglie che io ho prontamente storpiato pensando alle due Piramidi che uscivano sul grafico di Strava. Ho trascorso l’estate a suon di alzatacce, corse mattutine con Garmin strimpellante ritmi improbabili per quell’ora e week end densi di appuntamenti su lunghi percorsi corribili, cercando di simulare quello che avremmo trovato in gara. Non sono mancati momenti di depressione e stanchezza e anche qualche scenata nevrotica in cui ho messo la pazienza del Coach a dura prova. E’ stata un’estate esageratamente calda e intensa e io l’ho vissuta mirando a quel circoletto sul calendario. Ad alta voce professavo il mio unico obiettivo di portare a termine la gara, ma la mia vocina interiore pretendeva tutt’altra prospettiva. Era comunque una grande scommessa tornare a gareggiare dopo 2 anni, in un certo senso come se fosse di nuovo la prima volta.

Il fatidico giorno è arrivato e io mi sono presentata in start line agitata, con l’intestino scombussolato e una note insonne ma con la certezza di aver fatto bene tutti i compiti e di sentirmi fisicamente pronta a partire – o almeno a presentarmi in partenza. Fortunatamente l’istinto mi ha aiutata richiamando schemi e gestione: ho affrontato la gara ripassando a mente quello che non si poteva sbagliare: mangiare ogni 50’ alternando gel e fruttini, bere a sorsi continuamente, correre sempre tutto quello che si può correre, sbacchettare vigorosamente quello che non si può, attivare il cruise control in discesa, rifornirsi di acqua a tutti i ristori (Non tutti, ammetto di aver saltato il primo secondo gli insegnamenti del Profeta di Buckled). Poco poetico ma facile! Per fortuna, questo piano rigoroso non mi ha impegnata completamente e ho potuto godere di alcune viste suggestive sullo Zwölferhorn, dove il sole alto splendeva sopra un lago Wolfgang coperto dalla foschia lucente, ho invidiato i bagnanti sul lungo lago di Fuschl quando, dopo il secondo passaggio per la base vita a quasi 50 km, il caldo si faceva sentire e le gambe cominciavano a indurirsi. E quando è arrivata la fatica vera ho semplicemente calato la marcia e attivato la modalità crociera: in fin dei conti, da lì in poi dovevo solo rispettare i patti e arrivare sorridente in Kapitel Plaza giusta per il gelato del pomeriggio.

E dunque come è andata?

Tommaso: Sarebbe troppo facile descrivere una 100 km (o una almost 50miglia nel caso di Francesca) come un’esperienza smooth e secondo i piani. I piani non esistono, e se esistono durano fino ad un certo punto. Probabilmente, però, l’avere aspettative contenute verso questa gara mi ha permesso di godermi l’avvicinamento, lo svolgimento e pure il risultato; nel mezzo c’è stato qualche sofferenza a livello muscolare: la preparazione cardio e l’adattamento alla distanza son riusciti alla perfezione (specie con quel numero di settimane a disposizione) ma il gradiente tecnico di numerose sezioni della gara ha evidenziato diverse carenze nel potenziamento di certi gruppi muscolari coinvolti soprattutto nelle discese. Quelle sensazioni di farsi massacrare in continuazione dal terreno ha sicuramente tolto un po’ di magia, ma la tenuta del fisico e della testa mi han permesso di gestire bene 10 e più ore, saltando giusto nell’ultima sui dislivelli finali. Sul corribile sono stato contento di ritrovare vecchie sensazioni e buone vibes lungo tutto il percorso: se non fosse stato per questo il bel traguardo delle 13 ore spaccate sarebbe stato impossibile.

Francesca: La sensazione che mantengo di questa Mozart è che sia durata 4 mesi, cioè tutto il tempo investito per portarmi in finish line. Ogni singolo workout e ogni singola easy run sono stati pezzi di questo puzzle impegnativo, incorniciato alle 16.22 di quel Sabato di fine estate, con una me sorridente con le gambe stanche sì, ma ancora buone. Una me nuova per certi versi, perché per la prima volta portarsi a casa IL risultato è stato frutto di costanza e di attenzione, poco o nulla lasciato al caso. Il percorso fatto mi ha insegnato che una buona preparazione ti garantisce la capacità di gestire bene una gara. Di viverla con consapevolezza e di poterla rivivere nella memoria. Di portarla nelle gambe, ma senza strascichi.

Nel day after dei due quello più storto era il Giovane, incapace di camminare dritto: Che ridere! Siamo tornati sul percorso dove Tommaso aveva visto una percorso Kneipp a cielo aperto che sapeva avrebbe fatto al caso nostro e ci siamo regalati una crioterapia rigenerante. Acciaccati, ma felici.

Mozart è una gara da non sottovalutare, a prima vista sembra una classica ultramaratona a bassa quota priva di difficoltà, ma il terreno dal 40° in avanti riserva molte sorprese fin proprio alle porte di Salisburgo, ai -3 km dalla fine. Divertente, challenging, varia: i paesaggi ripagano fatica e l’organizzazione offre un evento ben preparato, senza fronzoli rispetto a tante altre gare Ultra Trail World Tour, ma piacevole e con una sua personalità.

Tommaso e Francesca

Per gli amanti delle Playlist, sotto quella assemblata per Mozart 100: enjoy!

Before the music stops.

Mozart 100 is a gorgeous running event taking place in Salzburg and its surrounding area: a route crossing rolling hills full of pastures, lakeside trails along the Fuschl and Wolfgang lakes and the beautiful ascents to Zwölferhorn and Schafberg peaks. Usually being held in middle June, this year Covid contingency forced the Race Direction to organize the Mozart 100 in early September, with no substantial differences in the course progress: 108 km with nearly 5000m of elevation gain make it a good ultra-endurance event with its own personality, beautiful landscapes and a big variety of different terrains along the trails, from easy fire roads to hard technical downhills to exposed mellow trails.

This year was my first in Salzburg: I ventured to the Mozart 100  hunting a qualification ticket for the Western States lottery, and the thrill of finally pinging a bib number after the last race I ran :2019 Rio del Lago 100 miles. I came home with much more than a race under the belt: Mozart 100 is really a bucket race for 100k lovers or beginners! I enriched the narration with some music I listened to while running the race. Enjoy!

5 AM starts with the bad boys lining up ahead:
from the left Julian Beuchert (bib 5), Sam Mccutcheon (bib 1) and Philipp Ausserhofer (bib 2).
They will complete the podium by the end of the day as 3rd-2nd-1st.

In the very competitive endurance running community where i come from, the expression ‘Arrivare dopo la musica – Getting to the finish line after the music’ is a pretty common idiom to indicate a way of racing with lots of struggle, or sometimes with so much issues slowing the runner that in the end he crosses the finish line way back in the ranking and far from the top positions. While in every running race there is always a lot of music that awaits for the competitors at the finish line, sometimes it stops before the last of them comes by. So, simple as that: finish after the music is a funny way to mock a friend coming to the end of his racing in a lot of time. This thought had its own space in my head approaching Mozart 100: after a two-years hiatus without putting on a bib number nor even trying to race minor events, I approached the race with respect and fear, but willing to cross that finish line ‘Before the end of the music’. On the other side, there was another thought cheering me up: in the City of Wolfgang Amadeus Mozart, there could not be any silence, nor could the music ever be stopped. So I chose wisely my playlists (you should do too), and I ventured to the 5.00 am start line.

Early morning Salzburg was a surreal place: empty squares and high white buildings looked at the runners, meanwhile they slipped through the alleys under the towering watchful Castle, headlamps showing the way outside the city across the mist, leading them out to the nearby hills. It was a quiet running, small packs quickly formed and everyone started to battle with the will to run his best race and the need to keep things calm for some more hours before going all in. Chilly valleys and riversides were welcomed with the first pale light while we passed by the first refreshment points, and as the Sun started to shine the mists became sparking clouds over the plain leading to the lake of Fuschl. It was a gorgeous day, and the Salzburg outskirts were reflecting beautiful lights over their green hills and grassy fields.
I approached 1st female Meg Lane, probably the only runner I could recognize after the élite presentation of the day before, on the way to descend to the Lakeside trails. We chatted a bit under the lens of the cameraman filming her, and it was probably the first time since the start that I chose to focus not on my running form but on keeping my mood relaxed and empty-headed. The easy kilometers flowed under our legs, leading us to the next aid station nearly without breaking a sweat, only to deliver us the first real pain in the ass at 34th km: the long climb to Zwölferhorn . The higher we climbed, the wider we saw around the mountain: and once we passed upon the peak cross, a great panorama opened up: the Wolfgang lake still half covered by the clouds, showing here and there good spots of its turquoise waters, pastures all over the nearby hills and topping the picture frame a deep blue sky: a pity that the 4 km downhill full with roots and rocks was so technical that i could not dig the view.

Zwölferhorn peak and the beginning of the day’s first long descend.

Crossing by St. Gilden 1 I got the idea of the perfect organization put on during the race day: a lakeside aid station where runners were supposed to come across twice during their day is no joke, and things were kept cool and calm all the time. Volunteers and runners have their place and everybody’s task was well executed: I left the aid station both times with the running belt full of orange slices and lots of people cheering, heading to the next climbs. At this time i was alone again, i lost Meg down the Zwölferhorn and she looked the only one i could speak fluently my not-so-fluent english, so when i departed from St. Gilden i know that i’d need my best music to keep me company on the rough ascend to Schafberg peak.

Heads will roll started pounding in my ears as I climb up, and I played it in loop some more times to keep the rhythm. Going slow but steady, I didn’t imagine that uphill and downhills of the Mozart 100 would have been so technical and gnarly, I really hoped for a more forgiving runnable course (imaging some steeper sections now and then). What I got was just a lot of running poles use. Schafberg Alp delivered a wide-open view of both the Fuschl and Wolfgang Lakes and Salzburg, it was the furthest point from the start apparently, from this climb down to Gilden 2 there were just more rocks and roots, and a beautiful second round on the lakeside path on Wolfgang lake: i had so much fun running along this trail and come across the runners coming the other way from St. Gilden 1, cheering each other on this out and back section.

The way to get back to Salzburg now started from getting to Fuschl lake first, and then backwards to the City. I paired up with an Austrian guy, Thomas, and as we hitted a low spot climbing up from St. Gilden across the aerial trails to Weisswand Hutte we then started to work nicely on the smooth paths heading out of the forest. Catching and losing each other, we reached Fuschl passing up some more tired guys, and the lakeside just after the aid station was even better than the one we ran in the early morning with Meg. Luxuriant mellow trails climbed & descended gently until we started climbing again to Hoff and Koppl, at this point the Sun was up and grinding. Luckily a lot of landowners put out on the trails some fresh water cans and spouts, offering more refreshment points away from the main Aid Stations.

Grouping up with some guys from the Ultra race, i enjoyed some more of this return to Salzburg, otherwise it would probably be pretty wild to do alone: multiple forest sections at this point were gnarly and difficult due to the 10+ hours you already heavy on the legs: and roots at this point seems to have hands to bring your ankles down at every step.

Nockstein climb is a final blast, but don’t let them fool you, is not over until you climb also Kapuzinemberg.

Coming into the Aid Station Koppl, at 10 km from the finish line, things looked stable and calm in the afternoon heat.

A Volunteer gave me some info ‘The hard part is now on the next climb to Nockstein, then to Kapuzinemberg but other than that it’s all downhill’.

He probably missed that bit of information regarding the steps; multiple steps, hundreds of steps going up both the last two uphills sections. Doing the first one, I started to lose my head. Every uphill step was a monument to all my sins, or I should say a monumento to all the uphill training i didn’t do properly. The downhills, if possible, were even worse: brutal.

On Kapuzinemberg my phone was exhausted, the playlist stopped in my ears and for the first time i really felt alone. I recomposed myself hearing the speaker’s voice and the music coming from the City: it looked so far in that moment. I bombed down the last kilometers ‘cross the bridge, coming through early aperitifs and joyful crowds, rushing into Kapitelplatz. On a sunny warm evening, on a beautiful finish line in the heart of the city, I put an end to the journey clocking 13 hour straight. The first race completed in two years. With an overwhelming welcome by the speaker as I stepped the finish line and hugged Francesca with a relieved smile on my face, I knew that I didn’t come by after the music. 

Thank you Salzburg, thank you Mozart 100, for keeping the music up for me again.

Mission accomplished.

Tommaso Bassa x Mozart 100 – Complete Playlist

Something I learned today: la settimana UTMB vista dal Coach.

Attesa da mesi di tabelle e grafici, preceduta da due settimane di sano panico, vissuta con l’intensità di un concerto hardcore: la settimana UTMB regala a noi allenatori ansie, gioie, dolori e stress. Tanto che il lunedì siamo sempre completamente svuotati di fronte allo schermo a chiederci se reggeremo un altro anno di Chamonix.

Eppure, ogni anno, ad un certo punto della stagione la questione si ripresenta: e allora bisogna ricominciare a mettere su il planning annuale a qualcuno, bisogna trovare una gara alternativa a qualcun’altro e la testa va già a prenotare dove stare l’ultima settimana di Agosto. Anno, dopo anno, dopo anno. Perché alla fine l’opportunità di vedere i propri atleti in gara, di condividere qualche momento sul percorso o all’arrivo, di stare un po’insieme, è troppo bella per essere lasciata: non capita spesso nel mondo ultra che l’allenatore possa vivere l’esperienza gara con il proprio atleta, e quindi quando si può, va colta al volo.

Cosa ci portiamo a casa da questo UTMB 2021? Lo abbiamo chiesto ai nostri allenatori: a ciascuno la sua visione, come al solito. Per proteggere gli innocenti sono stati evitati alcuni nomi… ma voi sapete chi siete, l’ira del Coach non vi risparmierà.

Chamonix non è solo stress e ansia eh…

Tommaso Tommy Bassa

Da ogni evento mi piace conservare qualcosa che arricchisca la cassetta degli attrezzi per le prossime occasioni e dopo una gara complessa e ricca di problematiche come una 100 Miglia, trarre degli insegnamenti viene sempre molto facile, figuriamoci quando il setting è quello di UTMB.
Un anno extra di attesa per la start line post pandemia, grandi aspettative e l’hype che questa grande kermesse promette alimentano tanti pensieri deleteri che anche negli atleti più tranquilli conducono a grandi agitazioni e aspettative: sarò all’altezza? mi comporterò bene? mi seguiranno? abbasserò il tempo del mio vicino di casa?

  • L’iper-preparazione che consegue a questo stato di agitazione è il primo pericolo che eventi popolari come UTMB si trascinano dietro, trasformando ogni partente in una potenziale bomba.  Presentarsi su quella start line con l’umiltà di conoscere i propri limiti e la convinzione di saper tirar fuori il meglio dalle proprie possibilità nel rispetto di un percorso difficile, rimane il miglior consiglio che continuerò a dare agli atleti che vogliono presentarsi a Chamonix l’ultimo weekend di Agosto. 

Quest’anno, sulla carta, poteva ospitare un’edizione più benevola di altre viste le condizioni meteo favorevoli: cielo terso, temperature diurne gradevoli al limite del vero caldo, terreno arso da settimane con scarse perturbazioni, e invece già alla base vita di Courmayeur i ritiri e gli atleti in estrema difficoltà erano più che abbondanti:

  • Non sempre avere con sè il semplice materiale obbligatorio è sufficiente: diventa importante continuare a raccomandare di affidarsi a prodotti caldi e adatti alla situazione (specie quando consigliano il Kit Freddo), avere con sè una giacca robusta extra e vestire un intimo più pesante che magari si può sostituire a Courmayeur con uno più leggero per la giornata davanti.
    Una prima nottata fredda, ventosa e inaspettatamente difficile ha tagliato il fiato a molti e costretto ai ripari i runners colti impreparati: ipotermia, difficoltà a mangiare e bere a causa di blocchi intestinali, difficoltà ad orientarsi nella nebbia: forse la fama di UTMB come gara dal percorso scorrevole e ‘facile’ ha spinto tanti a sottovalutare certe sezioni nella parte più delicata di ogni trail: la notte, specie in luoghi distanti dalle grandi basi vita come lo stretch in quota tra il Col de la Seigne e il Lac Combal, km 55-65.

Non voglio fermarmi solo a scelte di materiali, la strategie di gara chiaramente fa il suo sporco lavoro, perchè non conta solo come mi vesto nel momento del bisogno ma anche come mi comporto in certe situazioni:

  • Una condotta di gara al limite o un ritmo appena fuori dalle proprie possibilità non modulato sulla base dei fattori ambientali avversi (o favorevoli, in alcuni casi) può facilmente condurre fuori rotta e trasformare grandi sensazioni in miseri risultati nell’arco di qualche ora. Bisogna affrontare la prima metà di gara con calma e non lasciarsi andare: UTMB non è temuta per il suo gradiente tecnico, ma per la difficoltà di pacing e gestione che impone a tutti i partenti: sfinirsi di ritmi poco plausibili nei primi 50 km, inseguire i gruppetti sbagliati, fa sì che a metà gara avremo un serbatoio già drenato e dovremo fare affidamento alla riserva, rendendo il tutto fisicamente più difficoltoso. E quando il fisico va in crisi, c’è da avere una mente lucida per rimettersi in carreggiata e salvare la giornata, altrimenti si arriva al momento in cui ci si obbliga a prendere delle decisioni. E non sempre le cose vanno per il verso giusto arrivati a quel punto…

Il che mi conduce all’ultimo punto, il problem solving che ci viene richiesto quando tutto inizia a smontarsi e arriva il momento di fare i conti con le difficoltà o gli errori commessi.

  • Rimane fondamentale prendere decisioni senza fretta: talvolta sedersi, ragionare sulla situazione, considerare pros e cons può fare la differenza tra il gestire una crisi e rovinarsi un’esperienza. Nessuno vi corre dietro, rimanere fermi alla aid station per una decina, anche ventina di minuti e darsi il tempo di ricomporsi per proseguire non porta nessuna vergogna: dimostra solo di avere la freddezza di calcolare come muoversi di fronte al momento di crisi. Fare una telefonata, avere qualcuno che dia una raddrizzata all’umore, sono una estrema ratio che ogni tanto può salvarci da un ritiro motivato da questioni futili: mangiarsi le mani a posteriori per aver preso una decisione sbagliata è un ricordo che rimane indelebile, di quei 10 minuti passati seduti al ristoro per decidere il da farsi non si ricorda nessuno. 

Francesco Paco Gentilucci

Per quanto mi riguarda, avendo pochissimi atleti impegnati in gara, mi focalizzo su un aspetto dell’allenamento che ho avuto con Filippo, che secondo me ha ripagato molto.
La scelta del piano sul lungo periodo, che va poi nella direzione di scegliere gli appuntamenti che più ci faranno trovare pronti all’evento “A” è molto importante. Filippo preparava UTMB e abbiamo scelto di fare un Translagorai Classic (che è un fkt collettivo e non una vera gara) invece che appunto una gara “ufficiale”.
Dopo l’inverno passato a lavorare sui ritmi veloci, culminato con una gara breve ma veramente dura, abbiamo iniziato a lavorare sull’endurance. Come ultimo punto prima della gara abbiamo appunto inserito Translagorai Classic, ma con coscienza, e questo credo che abbia di molto ripagato. Oltre ad aver potuto sperimentare la notte, tutto il materiale per UTMB e i problemi che ne conseguono per chi è abituato a correre di solito leggero (dal mal di schiena/addominali da zainetto, ai ritocchi sul materiale) il fatto di essere su un percorso “vero di montagna” e non in una gara con dei ristori organizzati credo che abbia dato a Filippo la capacità di problem-solving di cui parla Tommaso.

Se è vero che a livello di allenamento i km e il dislivello di una gara sono equiparabili, trovarsi in un sentiero che ti obbliga a spendere energie mentali dove non puoi distrarti, invece che correre semplicemente “verso il prossimo ristoro” è un’esperienza molto diversa.

Credo che questo aspetto abbia dato da una parte la tranquillità a Filippo di non sprecare mai energie mentali durante UTMB, ma di essere sicuro del lavoro fatto e delle dinamiche di gare in montagna, della distanza e dei problemi che sorgono (notte fredda/ crisi mentali) e di averlo messo nella condizione di correre in modo rilassato nel pieno delle sue possibilità.



Per la cronaca: ha fatto un garone.

Andrea Guglielmetti

La mia prima volta, il mio primo UTMB, è stato quello del 2017: mai prima di allora ero stato a Cham a vedere la corsa dal vivo. 24h one shot che mi hanno contagiato, e da lì non ne ho potuto più fare a meno! Con buona probabilità aver assistito a quella che ritengo sia stata “la gara” di sempre ha condizionato il mio modo di vivere la Settimana Santa del Trail e la trepidante attesa di Vangelis e dello show degli elite attorno al Bianco.

Nonostante la presenza continua negli anni di amici che si sono cimentati sulle varie distanze, ho sempre badato di più a godermi la competizione della gara regina, ma il 2021 mi ha regalato qualcosa di diverso. È stato il primo anno in cui ho partecipato da coach: è vero non avevo nessun atleta con il pettorale, ma il mio modo di vivere il weekend è stato completamente diverso. In maniera involontaria la mia attenzione si è focalizzata su tutta una serie di aspetti e di dettagli che prima avevo sempre trascurato e che mi hanno subito colpito, ma più di tutto sono stato in grado di vedere da spettatore esterno il rapporto che si crea tra atleta e coach, qualcosa che avevo già vissuto e che vivo tutt’ora ma dalla parte opposta della barricata. Dopo mesi di tabelle, workout, ragionamenti, confessioni e benedizioni, un viaggio durato settimane o mesi, in cui la gara è il concretizzarsi di tutto questo impegno, si crea un certo tipo di empatia, vengono abbattute barriere e si raggiunge una intimità strana e un livello di fiducia raro. Pochi istanti, sguardi e qualche parola di conforto: il coach, attore non protagonista, nel suo ruolo di guida spirituale, accoglie l’atleta in quei pochi momenti in cui ritorna alla realtà prima di rituffarsi al proprio interno in un mood in cui è solo con se stesso. Il piano gara è già stato ampiamente snocciolato nei mesi precedenti, e chi corre è preparato, ma si sa che questo sport riserva imprevisti e difficoltà che invece non sono prevedibili. Lucidità, tempestività e preparazione sono i requisiti richiesti al coach che deve sapere ascoltare e consigliare il proprio adepto, per ricaricarlo di quelle energie mentali e di quelle certezze che la fatica e la stanchezza fanno venire meno, che sono la linfa e che lo fanno ripartire più carico di prima. Quasi come se fossero gli unici due a capirsi in quel momento, gli unici due a poter parlare una lingua incomprensibile a tutti gli altri.

E quanta soddisfazione quando si taglia il traguardo, quanta soddisfazione nel vedere qualcuno realizzare il proprio sogno, quanta soddisfazione nel sentirsi dire grazie. Perché questo vale più di ogni cosa. Anche se però non sempre le cose vanno bene e non sempre si raggiunge l’obiettivo: senza che per forza si consideri tutto un fallimento, analizzare capire e spiegare, confrontarsi, serve a dar valore a quello che si è fatto e perché no, a riportare l’umore ad un livello accettabile, anche sospinti da nuovi e ritrovati stimoli verso la prossima volta.

Questo mi sono portato a casa, questo ho visto fare ai miei “colleghi”: e mi sono immaginato nei loro panni e per qualche momento li ho anche invidiati. Non tutto si impara sui libri, molto si impara sul campo, tanto deve essere vissuto!

Il conto alla rovescia è già partito: ci vediamo il prossimo anno Cham!

Maria Carla Ferrero

ADATTARSI penso sia il concetto che ha guidato qualsiasi gara che ho corso, o a cui ho fatto assistenza. Ancor più a Chamonix, dove gli atleti sulla TDS hanno dovuto fare i conti con un dramma vero: la morte di un ragazzo sul loro stesso percorso. Tutti gli altri “problemi” dal mal di stomaco, le vesciche, i quadricipiti andati, ai crampi si risolvono e lo sappiamo bene tutti, anche se in certi momenti li vediamo come questioni insormontabili ed irrisolvibili.

Detto questo, vi do la mia visione, avendo avuto l’opportunità di osservarvi, e sedermi con voi dopo la finish line.

Parto dal fatto che per quanto se ne dica, trovarsi sulla linea di partenza di una delle gare del circuito UTMB è un privilegio, una cosa che si aspetta a volte per anni. Quindi bisogna farsi trovare preparati. Col cuore pieno di emozione la voglia di spaccare tutto ma la consapevolezza che in tutte quelle ore di gara, le variabili sono infinite e qualche problema da affrontare si presenterà sempre.

Penso che la gara perfetta non esista. Invece esiste essere in grado di gestire ed affrontare ciò che ci si presenta davanti. Non ci sono allo stesso modo soluzioni perfette, ci sono soluzioni che in quel momento sono ideali e che possono portarci alla gara migliore.

Il punto sta proprio nell’imparare ad affrontare i problemi e farlo subito, in modo che non si accumulino fino al punto da sovrastarci e levarci lucidità di pensiero.

E l’altro punto essenziale, è imparare a farlo da soli, perché in quel momento in gara ci siamo noi: nessun altro può sapere meglio di noi stessi cosa stiamo provando, nella gioia e nel dolore. Non riuscirai mai a spiegare quanto stai male o perché ti scendevano le lacrime dall’emozione un attimo dopo, neanche al Coach più empatico, al tuo migliore amico o a tuo marito/moglie.

Ultimamente è sempre più difficile stare da soli con se stessi, viviamo nell’era in cui bisogna sempre condividere tutto. Ma perché? Forse speriamo che il problema ce lo risolva un altro? Difficilmente è così: la persona dall’altra può darci un incitamento, un incoraggiamento, un consiglio prezioso o un aiuto pratico, certo. Ma in una gara di lunghissima durata, dobbiamo sempre fare affidamento su di noi. A mio parere il processo di un’ultra è proprio quello di metterci a contatto con le nostre debolezze e portarci a scoprire invece i nostri punti di forza.

Dobbiamo rimanere concentrati su noi stessi, tenere la mente impegnata e gestire i pensieri, ad esempio prima di entrare nei ristori iniziamo a ragionare su cosa dobbiamo fare, cambiare la maglia, se è sudata, piuttosto che mettersi in “assetto” strato pesante e frontale in testa se stiamo per affrontare la notte, caricare le borracce ecc. Non ci servirà solo a tenere la testa in movimento ma anche a perdere meno tempo alla aid station, specie se non abbiamo assistenza.

In gara credo sia utile restare concentrati su qualcosa di reale, pratico, immediato: guardiamoci da fuori e “sezioniamoci” partendo dalla testa ed arrivando ai piedi, controlliamo che tutto sia a posto, la nostra postura, il nostro passo, le necessità basiche del mangiare e bere. Creare quella continuità, quel flusso che ci porterà ad avanzare sempre inesorabilmente, macinando i chilometri che ci separano dall’arrivo. Tutti lo abbiamo provato in qualche momento correndo: il trucco è cercare di amplificare questi momenti, e spesso per farlo serve isolarsi.

Sono gare che vanno attese, costruite, pianificate, ma che vanno vissute realmente passo dopo passo, adattandosi alle condizioni ed accettando che possano mutare. Abbiamo così tante ore davanti che spesso la soluzione al problema è dietro l’angolo, ma raramente abbiamo la pazienza di aspettare e adattarci.

Detto questo, se poi decidi di partire con un paio di scarpe che hai messo solo in giro per Chamonix il giorno prima e alla prima discesa ti rendi conto che sono corte e ti tocca fare metà gara con le dita tirate indietro… un po’te lo meriti Enrico, però alla fine ti è uscita lo stesso una gran gara.

Davide Grazielli

Ci sono tante cose che mi riporto a casa da Chamonix dal punto di vista tecnico. Ma purtroppo ce n’è anche una che mi porto dietro dal punto di vista umano. Aver vissuto la notte di martedì sul campo alla TDS, in pensiero per chi si trovava in una situazione del tutto inattesa, ha lasciato il segno. In quelle ore spesso io e Mari abbiamo pensato “E se fosse stato uno dei nostri?”. E poi “Se fosse stato uno di noi due e l’altro avesse ricevuto la chiamata dall’Organizzazione?”. Domande inutili, chiaro. Ma a volte un po’di riflessione ci fa capire meglio che niente è scontato.

Passando a cose più futili.

A mio modo di vedere, la prima cosa che conta per fare una bella gara a Chamonix è una: la voglia. O meglio ancora la fame. Quel desiderio di mettersi sui sentieri e chiudere un processo iniziato 2/4/6/9 mesi prima senza farsi influenzare da aspettative, pressione, paure e imprevisti. Bisogna arrivare al giorno X sapendo che non vuoi altro che passare un tot di ore sui sentieri e che quel momento è tuo, che te lo meriti e che va vissuto a pieno. Poi, potrà capitare di tutto, e tanti di questi eventi saranno completamente fuori dal tuo controllo. Ma per fare bene, bisogna essere felici di essere lì. Rispettare la gara e la distanza, il percorso e la difficoltà. Ma essere entusiasti di esserci. Sembra scontato, ma tanti di noi non sono atleti professionisti o elite e spesso si trovano a tenere in equilibrio vita privata, professionale e sociale con la passionaccia per la corsa: le 24 ore che passerete in giro, sono un momento vostro, quindi levate il resto di torno e dedicatevi a voi stessi. Se non siete nella situazione per farlo, è meglio non partire: due dei mie hanno dovuto rinunciare alla loro gara a 24 ore dalla partenza. E sono stati bravi a farlo perché avrebbero corso senza quella tranquillità che serve a godersi una gara così importante.

La seconda, è uno dei miei pilastri: la continuità. Chi ha chiuso bene la gara, è chi è riuscito nei mesi a creare una routine, a far diventare la corsa parte integrante della giornata, quando si ha l’uscita. Chi è riuscito ad automatizzare il gesto di prendere ed uscire a correre come se fosse parte integrante della propria vita. A qualcuno sono bastati due mesi dopo sei di infortunio: ma in quei due mesi ogni pezzo del puzzle è andato a posto senza sforzo. Certo, all’inizio con più ragionamento, ma una volta che la figura prendeva forma, i pezzi “chiamavano” invece di dover stare a cercarli.

La terza, è che sul tipo di percorso delle tre gare più lunghe, allenare salite continue lunghe ed un ritmo efficace ma economico è spesso la chiave giusta. Coi miei abbiamo sacrificato nell’ultimo mese i lavori in ripetuta lunghi, ed inserito quando possibile dei Climb Block da 30/40/50 minuti cercando di non far salire troppo il cuore. E ha pagato. Allo stesso modo, nell’ultimo mese con qualcuno abbiamo sperimentato un lavoro di condizionamento eccentrico a secco leggero ma efficace: matrici di affondi e pliometria leggera. Fare bene le salite significa efficacia, riuscire a limitare i danni muscolari in discesa è l’altro lato della medaglia, e siccome il rapporto costo/beneficio si è dimostrato alto, è qualcosa che in futuro inserirò sempre coi miei atleti che vanno a Chamonix.

Hurry up and wait. E se ti va bene, c’è il sole.

La quarta è più generica e riguarda la distanza che c’è tra una CCC ed un UTMB (o anche una TDS). Non sono 60 km e 4.000 metri di dislivello, è molto di più. Se la CCC ha una magnitudine per cui può essere affrontata a quasi tutti i livelli ancora come gara, l’UTMB, richiede un impegno diverso, ed una preparazione che vada ad affrontare in maniera specifica una gara con spazi dilatati. L’ho visto chiaramente a livello elite, dove la CCC è stata scoppiettante ed anche molto tattica, mentre l’UTMB è stato anche davanti l’ennesima gara a chi mollava per ultimo (e comunque mettetevi il cuore in pace che quasi mai molla D’Haene): aka parto, ci provo, se va bene vinco o salgo sul podio, sennò pazienza e ci rivediamo prossimo anno. Gara di attrito più che di intelligenza. E la cosa si può trasportare comunque tra i midpacker e anche con i lottatori di cancelli, aggiustando i target: poco cambia. Questo per dire che è giusto sognare in grande, è giusto aspirare a chiudere il giro… ma gestite le aspettative e mettetevi nello stato mentale di “esplorazione”. UTMB svela raramente i suoi segreti alla prima uscita, come tutte le donne (e uomini) intriganti. Il corteggiamento dovuto è lungo, ma come spesso vi dico, amate il processo, e non sarà mai un semplice allenamento.

Vi chiedete da dove viene il titolo? Eccolo qui, in tutto il suo splendore

AID STATION FOODIE: Cous cous

E’ sempre difficile gestire il pasto prima di una gara lunga. Non si sa mai bene cosa mangiare, specie se non si ha una cucina a disposizione. Spesso si finisce al ristorante a mangiare cose non proprio adatte ad un pre gara.

Io negli anni ho provato un po’ di soluzioni e questa a mio parere è una delle più riuscite.

Il cous cous sono semplici granelli di semola di grano duro, lavorati con acqua e poi cotti al vapore: piatto simbolo della cultura culinaria Magrebina, si è poi diffuso in tutto il Mediterraneo.

Ricco di carboidrati, sostanzialmente ha gli stessi valori nutritivi della pasta ma è più digeribile, perché assorbe molta acqua. Contiene inoltre calcio, potassio e una buona dose di ferro. E’ un piatto unico leggero e gusto perché possiamo abbinarci verdure, legumi e/o frutta secca, spezie ed erbe aromatiche a piacere.

E’ semplicissimo da preparare ovunque anche in camera d’albergo o campeggio. Io porto sempre con me in viaggio un piccolo bollitore elettrico, occupa poco spazio ed è facile da imbarcare.

Certo se mi vedesse una donna Berbera seduta nel bagno di un campeggio mentre faccio scaldare l’acqua nel bollitore elettrico per preparare un cous cous precotto, credo potrebbe avere un mancamento. Per loro è un piatto conviviale con una forte valenza sociale, si radunano tutte assieme per prepararlo e poi lo consumano con la famiglia o chi si considera parte della comunità. Ma noi dobbiamo fare di necessità virtù, e allora vediamo come preparare una versione fast.

Una delle mie tante versioni di cous cous:

Ingredienti a persona:

125 gr* di cous cous

125 gr* di acqua bollente

una manciata di pomodorini

noci, anacardi, mandole (a vostro piacere)

qualche cucchiaio di olio evo

qualche foglia di menta

sale

*si Paco lo so che non hai la bilancia… e chi ne ha una solitamente non la porta in viaggio. Quindi potete fare 1/2 tazza da tè (mug) di cous cous ed altrettanta di acqua.

Procedimento:

In un contenitore mettete il cous cous con un pizzico di sale ed un cucchiaio di olio, versateci sopra l’acqua bollente e lasciate riposare possibilmente coperto per 5/6 min. Nel frattempo in un secondo contenitore condite con olio e sale i pomodori tagliati a cubetti, la frutta secca e la menta tritata.

A questo punto con una forchetta potete “sgranare” il cous cous, in modo da renderlo soffice e senza grumi.

Unite il condimento al cous cous ed il piatto è pronto.

Potete anche sostituire i pomodorini con della verdura bollita come zucchine o carote, così come aggiungere dei ceci se volete anche una fonte proteica. O fare una versione ancora più semplice con solo olio evo, anacardi ed uva passa, fatta rinvenire in acqua calda. Per insaporire il vostro cous cous potete anche sciogliere nell’acqua bollente della curcuma o dello zafferano.

Ci sono davvero molteplici varianti per creare un piatto unico leggero e facile da realizzare quasi ovunque. Si può anche prepare in anticipo e trasportare facilmente in un contenitore ermetico.

Buona gara!

Mari – Aid Station Foodie

AID STATION FOODIE: Hummus di ceci

L’hummus è una crema di ceci e tahina (salsa di sesamo) aromatizzata con limone e spezie. E’ una delle ricette più antiche e diffuse del Medio Oriente grazie alla semplicità dei suoi ingredienti.

Chi è stato ai nostri Camp oramai lo sa, l’hummus in tutte le sue varianti è il mio cavallo di battaglia: non manca mai in tavola, anche perché si può preparare in anticipo ed eventualmente trasportare in un vaso di vetro.

E’ una salsa semplice e veloce da preparare ma un piatto perfettamente completo dal punto di vista nutrizionale, ricco di vitamine, proteine, minerali e fibre. Consumato con del buon pane o con verdure fresche, è un ottimo modo per assumere proteine vegetali di qualità: ideale per chi segue una dieta vegetariana/vegana, ma gustoso per chiunque.

La mia versione di hummus:

Ingredienti:

250 gr di ceci lessati (vanno bene anche quelli in barattolo)

1 cucchiaio di tahina

2 cucchiai di olio evo

3 o 4 cucchiai di succo di limone (a vostro gusto)

qualche cucchiaio di acqua

½ cucchiaino di cumino in polvere

½ cucchiaino di semi di cumino

un pizzico di paprika

sale

½ spicchio d’aglio (facoltativo)

Procedimento:

Mettere tutti gli ingredienti nel bicchiere del mixer e frullare, deve rimanere una crema densa e liscia, non grumosa: se necessario aggiungere mentre frullate qualche cucchiaio di acqua, o limone, in base ai gusti fino ad ottenere la giusta consistenza.

E’ una pietanza molto versatile, si può mangiare semplicemente spalmato sul pane tostato o tipo pita, intingervi verdure fresche di stagione tipo carote e finocchi, o per accompagnare un secondo come polpettine di verdure e falafel.

Con un po’ di fantasia si possono fare diverse varianti “stagionali” e colorate, unendo ai ceci delle verdure come zucca, broccolo, carote arrosto, barbabietola ecc.

Devo confessare che l’ho usato anche in gara, ovviamente in versione senza aglio. Ho fatto dei mini tramezzini, incartati uno ad uno, e si sono rivelati un modo ottimo per spezzare la monotonia del classico gusto dolce di barrette e gel. In questo caso è importante utilizzare pane bianco senza crosta, che sia facilmente masticabile ed assimilabile, evitando di far lavorare troppo lo stomaco.

Mari – Aid Station Foodie

Friends of DU: CASCADA – All Road Apparel

Abbiamo conosciuto i ragazzi di CASCADA in occasione di un progetto al POLITECNICO di Milano: ci piaceva il loro approccio e li abbiamo invitati a lezione per parlare ai giovani designer. Ci ha colpito subito come si avvicinavano da “utilizzatori” al prodotto, la ricerca di soluzioni nuove senza perdere d’occhio il design, l’attenzione per le tematiche ambientali, e non ultimo un certo entusiasmo che dovrebbe sempre animare chi intraprende una strada nuova. Insomma, ci sono piaciuti.

Da lì a provare i loro capi il passo è stato breve, e se noi due non siamo grandi ciclisti, una certa esperienza di materiali ce l’abbiamo, avendo lavorato nell’ambiente per anni: questo è quello che ne è venuto fuori.

Merino Base Layer Unisex:

Merino Base Layer è disponibile sia in versione manica corta che lunga, entrambe realizzate in lana merino e poliestere: questa combinazione di materiali crea un isolamento termico che aiuta a non disperdere calore grazie alle capacità termiche della lana, mentre la fibra di poliestere aiuta ad allontanare l’umidità mantenendo calda e asciutta la pelle.

Vestibilità “unisex”: sono sempre terrorizzata da questa parola perché sappiamo bene che la conformazione fisica maschile e femminile sono molto diverse tra loro! Invece qui, grazie alla costruzione seamless ben studiata, il capo veste molto bene anche da donna.

E’ un capo caldo e molto confortevole. Primo strato ma questo non ci deve far pensare ad un “intimo”, anzi è tutto da sfoggiare. Colori melange molto ricercati, con lettering del marchio in contrasto decisamente lineare. Quando si viaggia in bicicletta e gli spazi nelle sacche sono limitatissimi, avere un capo versatile, tecnico e caldo ma al tempo stesso sobrio che si possa utilizzare anche una volta smontati dalla sella è veramente un valore aggiunto.

Altro punto a favore, e non da poco, è un capo Made in Italy.

Merino Cross Socks / Cross Socks:

Sono una perfezionista della calza, sempre alla ricerca di quella giusta. Sto attenta al materiale, non le voglio troppo spesse, devono essere aderenti e protettive al punto giusto, e anche il colore non deve essere buttato lì a caso, ci tengo ai miei abbinamenti: una rompi coglioni insomma. E non sono l’unica: ho capito che nel mondo del ciclismo c’è gente che lavora sulla combinazione calza/telaio/tape. Mi sono sentita quasi una novellina.

La merino Cross è una calza invernale, realizzata in lana 100% naturale, rinnovabile e biodegradabile e poliammide con una percentuale di elastane per migliorarne la calzata.
Personalmente le ho utilizzate sia su trail che in bici e sono caldissime. Ben costruite, con la cucitura del puntale molto piatta ad evitare sfregamenti (è un punto a cui faccio sempre molta attenzione). Resistono molto bene all’usura ed ai molteplici lavaggi nonostante la lana sia solitamente delicata.

Il modello Cross, in Dryarn® e poliammide ed elastane è invece leggera e traspirante, tallone e puntale rinforzati con la stessa cucitura antisfregamento in punta.
Altezza al polpaccio perfetta, come ormai mettiamo tutti, tranne Coach Grazielli che a livello di moda è rimasto ai tempi di Geoff Roes nel duello di Unbreakable.

Inutile dire che i colori di entrambe i modelli si abbinano alla perfezione con tutti gli altri capi d’abbigliamento CASCADA.

Anche loro Made in Italy

Headband:

Accessorio molto utile, aderente ma leggera, perfetta anche sotto al casco, in materiale Dryarn® come la calza, costruzione seamless senza cuciture: arrotolata occupa pochissimo spazio, e si asciuga in un attimo. Anche qui il pattern è molto particolare ma sobrio ed elegante.

Land Wool Shirt:

La camicia: un capo ormai sdoganato nell’ambiente del ciclismo dai bikepackers americani, e dai gravel riders. In questo caso però oltre allo stile, abbiamo anche la tecnicità.


Il connubio tra lana e poliestere la rende calda ma leggera, con l’elasticità del poliestere a garantire il massimo del comfort nel movimento.

Lo shape del corpo più lungo ed arrotondato nella parte posteriore aiuta, specie quando siamo in sella, a tenere ben coperta la parte bassa della schiena.

Chiusura ed apertura facilitata dai bottoni frontali automatici.

CASCADA si è rivelata un’ azienda giovane, con la voglia di proporsi a tutte le discipline dell’outdoor: capi semplici e multifunzionali fatti per durare ed essere comodi. Insomma, ci hanno conquistato, e con la collezione nuova ci sono parecchie novità che non vediamo l’ora di usare nei nostri giri in bici.

Li trovate sul sito cascada.cc e tenete d’occhio il loro journal se siete in cerca di ispirazione per nuovi progetti.

FLEX YOUR HEAD

Premessa: spero che ciò che scriverò serva puramente come riflessione. Abbiate l’intelligenza di leggere il tutto per ciò che è: un esercizio di osservazione del mondo in cui opero e lavoro, lo spunto per creare una discussione aperta.

Non sono ovviamente uno specialista, ma nonostante la psicologia sportiva in Italia sia assolutamente sottovalutata e poco considerata, a me invece affascina molto e nell’ultimo periodo mi sono dedicato ad approfondire alcuni temi.
Ho provato a creare dei profili di corridori basati su alcuni schemi mentali e atteggiamenti che ho vissuto e notato da altri corridori.

Non volendo essere uno di quegli allenatori “tabellari” che ti danno la scheda di allenamento e apposto così, credo che questi stimoli siano utili per capire i propri limiti di valutazione e giudizio e per provare a migliorare nel proprio lavoro. Attendo quindi le vostre osservazioni e riflessioni .

Corpo e mente separati
Partiamo da questa evidenza: corpo e mente fanno parte della stessa persona e non sono due cose scollegate. In Occidente siamo molto inclini a viverlo come dualismo e quindi come due entità nettamente separate e questo si ripercuote anche nella medicina: ci fa male una caviglia e curiamo la caviglia, non la persona. La verità (evidente) è che se il corpo sta male, anche la mente sta male, e viceversa. Non si parla solo di effetto placebo, ma del dare un peso anche al lato emotivo del paziente, con la comunicazione giusta e della percezione di se stessi nel superamento degli infortuni fisici.
Tuttavia ci raffrontiamo a noi stessi come se avessimo in noi due entità separate. Quante volte diciamo che un atleta è “forte di gambe ma debole di testa” o ci convinciamo che una cosa si fa “di testa”, come se si stesse vivendo un conflitto tra la mente e il corpo e la mente faccia fare al corpo qualcosa che non vuole?
Ovviamente questa visione è molto radicata in noi, ma ha anche molti limiti, che emergono soprattutto in un periodo di stress enorme, come quello che stiamo vivendo. Restrizioni della libertà individuale, slegamento e affievolimento di rapporti sociali e traumi dovuti a lutti, perdita del lavoro e mille altre motivazioni possono portare l’atleta alla perdita di interesse per il proprio sport.
Sentirsi deboli, svogliati e stanchi molto spesso non è dovuto solo alla condizione fisica, visto che i nostri carichi di allenamento possono anche essere sempre gli stessi: può essere soprattutto mentale.

L’unica gara è con te stesso
Grande, bellissima frase e concetto importante. Tuttavia, in un momento come questo suona assolutamente fuorviante per un corridore che, in assenza di gare, non trova più lo stimolo per uscire ad allenarsi.

È chiaro: molto spesso l’idea di un arrivo o di una gara ci aiutano ad uscire a fare quell’allenamento in più quando magari piove, o fare quel lavoro che troviamo proprio duro. Tuttavia, bisogna andare più a fondo e capire il motivo del perché corriamo, in quanto la corsa non è solamente uno sport, ma uno stile di vita: c’è una bella differenza tra il tennis e la corsa, perché puoi anche essere appassionato di tennis, ma non puoi metterti a fare battimuro come stile di vita, o fare pugilato se sai che non combatterai mai. Al massimo fai fit boxe e ti alleni con un saccone, ma non è boxe. Correre senza un avversario o un partner o in una situazione non di gara rappresenta invece, nella corsa, gran parte della vita di un corridore.

Cosa rappresentano quindi quella gara, o le gare, per me?
può rappresentare una realizzazione personale, o una realizzazione rispetto agli altri. Come prima cosa bisogna riconoscerne la matrice. È chiaro che se ho smesso di trovare le motivazioni per uscire a correre perché gli eventi sono sospesi (nel momento in cui non esiste una limitazione legislativa reale) l’importanza che do alle gare supera quella che do alla corsa di per se stessa, come pratica individuale.

Attenzione, ognuna di queste cose va vista solo in un mondo teorico, perché nella realtà non esistono distinzioni così nette e marcate nella personalità di un individuo. Sono idealtipi che aiutano la categorizzazione e la riflessione.
Da una parte quindi abbiamo l’individuo che smette totalmente di correre, dall’altra quello che ha avuto una risposta a questo stress allenandosi ancora di più e in mezzo tutte le varie sfumature possibili.

Il fennec, o volpe del deserto ha orecchie smisurate che lo aiutano a disperdere il calore del deserto

Introversione/estroversione

sperando che Jung non si ribalti nella tomba, ecco una rudimentale spiegazione del concetto:

“L’individuo estroverso è principalmente orientato verso il mondo esterno, tende perciò a focalizzare la sua percezione e il suo giudizio sulle persone e sulle cose, mentre l‘introverso è una persona principalmente orientata verso il mondo interno con la tendenza a focalizzare la propria percezione ed il proprio giudizio sui concetti e sulle idee.”

Quindi a questo punto la domanda diventa:
la gara è importante per me o per gli altri?

Bisogna riflettere un attimo se l’appagamento che riceviamo dall’arrivare in fondo a una gara sia egoistico o rivolto all’approvazione altrui.
Attenzione: non esiste un giusto o sbagliato, sono solo spunti di riflessione che servono a capirci meglio e porci delle domande (se non l’abbiamo mai fatto) sulla nostra personalità.


Atleti molto competitivi estroversi
Gli atleti molto competitivi sono quelli che tendenzialmente sono molto estroversi, ovvero, portano il focus sugli altri. In molti casi l’affermazione dipende dal battere gli altri. Il limite è ovvio: in un anno in cui non ci sono gare se ne va la possibilità di confronto con gli altri, di misurarsi con una classifica.
Una soluzione potrebbe essere quella delle sfide virtuali o del focalizzarsi sui segmenti di Strava. Se le gare virtuali per gran parte dei corridori rappresentano al massimo un passatempo momentaneo legato alla situazione, per questi atleti possono invece rappresentare uno stimolo su cui impegnarsi con dedizione e serietà anche in allenamento.
Questa è ovviamente la categoria di atleti che più risente della situazione pandemica, anche se l’impegno maggiore è quello di trovare un obbiettivo che ci appaga e che non venga vissuto in modo superfluo.

Atleti molto competitivi introversi
In questo idealtipo raccoglierei quegli atleti che mirano alla competizione, ma come crescita personale, e non sono poi molto interessati dalla classifica di gara. In poche parole traggono piacere e motivazioni dal miglioramento, che è tuttavia basato non dal confronto diretto con gli altri, ma con se stessi. Una possibile soluzione alla carenza di motivazione, se sono una persona molto introversa, potrebbe essere quello di concentrarmi su un FKT, che sia nuovo o da ripetere, e dedicarsi a quello. Un mio progetto personale, un percorso che sogno da tempo, un determinato crono su una distanza e così via.
Tendenzialmente un atleta molto competitivo introverso non dovrebbe perdere lo stimolo anche di fare massacranti lavori in allenamento, perché il piacere che trae da questi è la sua crescita personale. Questi atleti potrebbero vivere l’impegno di un FKT in modo più totalizzante e competitivo di altre persone, e goderne la parte più agonistica.
Pensate ad atleti come Luke Nelson che già da anni prima della pandemia trovano più appassionanti gli FKT che alle gare, dove possono vivere esperienze più totalizzanti e non solo legati all’agonismo.

La pitecia dalla faccia bianca è un mammifero che vive in Sud America

Atleti poco competitivi estroversi

Un’altra categoria di persone che definirei competitiva ma estroversa è rappresentata dal corridore di qualsiasi livello (ma non alto da essere rilevante in classifica) a cui piace gareggiare sia come scusa per un confronto con gli altri, ma soprattutto per l’evento e la condivisione del tempo (gara come raro momento in cui non si corre da soli).

È evidente che in questo caso è molto più difficile trovare qualcosa di simile, e forse l’unica soluzione è rappresentata dall’organizzare qualcosa con gli amici, in autonomia.
Queste persone risentono della socialità degli eventi e hanno bisogno di sforzarsi a trovare un gruppo di riferimento con cui condividere la propria passione.

Atleti poco competitivi introversi
Questi sono quelle tipologie di atleti che traggono passione dalla crescita personale e dai miglioramenti quotidiani in allenamento, a prescindere dal resto del mondo. Questi sono quegli atleti che invece di perdere motivazione per la corsa ci hanno contattato per iniziare un percorso con DU proprio durante la pandemia.

Vediamo adesso qualche nozione di livello generale sul rapporto emozionale dell’atleta con la corsa:
La gestione delle emozioni
La gestione delle emozioni è una capacità che solitamente diamo per “innata”, ma sbagliando, in quanto allenabile, come un’altra competenza. Se mettiamo sulla linea di partenza di una campestre 100 adolescenti e misuriamo il loro stato d’ansia (anche banalmente con un cardiofrequenzimetro) avremo ovviamente dei valori molto diversi tra loro. La forchetta dei valori (quasi impossibile che i battiti saranno quelli “di riposo” ma tutti li avranno più alti) va da un incremento relativo a uno altissimo.
Questo aumento di frequenza cardiaca è dovuto per larga parte dallo stress della gara.


Non tutto lo stress è negativo
La nostra percezione comune nel linguaggio di stress è negativo, ma non è così. In buona sostanza, se sottoposti a “stressors” ovvero a fattori che provocano stress – come può essere la starting line di una gara- il sistema corpo/mente cerca una risposta di adattamento di vario tipo (endocrino, umorale, organico, biologico). Questa compensazione allo stress è per esempio la base dell’allenamento, in cui, sottoposto allo stress, andiamo a migliorare le nostre capacità fisiche di adattamento a esso tramite una super compensazione.
Detto ciò chiaro che le fonti di stress e le capacità delle persone di riuscire a trasformare questo stress in positivo e non negativo sono molto personali.

l tamarino di Goeldi o tamarino saltatore deve il suo nome al tizio che l’ha scoperto, ovvero Emil August Goeldi.

Quindi, andiamo a vedere un paio di fattori di stress diversi tra loro:


Gestione della gara e degli allenamenti
Esistono atleti che in partenza sono tranquilli, altri provano inadeguatezza, si sentono inadatti, impauriti, terrorizzati.
A parità di allenamento, cosa cambia nella mente di uno e quella dell’altro?
La volontà e l’accettazione di non poter controllare fattori esterni che non dipendono da noi stessi. Questo permette agli atleti della prima categoria di trovare il giusto distaccamento e di concentrarsi sui fattori rilevanti (ascoltare il proprio corpo) e non i fattori esterni (il pubblico/ lo stato di preparazione degli altri/ le condizioni meteo/ la durezza della gara).

Ora, voglio portare qualche esempio di atleti vicini a me o spesso risultanti di riflessione derivate sui miei stessi comportamenti. Molto spesso come allenatori facciamo l’errore di valutare le persone come “ingestibili” o assegnargli dei limiti che possono sembrarci incomprensibili, ma che se riconosciuti possono essere comprensibili e quindi anche elementi su cui lavorare con l’atleta:

Atleta che non sa riposare
Ci sono atleti che fanno veramente fatica a concepire il riposo come parte integrante dell’allenamento. Devono fare per forza qualcosa ogni giorno e se gli avanza del tempo libero lo investono sull’allenamento. I pro sono ovviamente una dedizione senza fine che li aiuta nel momento in cui si va incontro a fasi di preparazione intense, i contro sono invece che, nel momento di un banale infortunio (cosa che nella corsa su lunga distanza capita spesso) o di impedimenti di qualsiasi tipo nello svolgere l’allenamento, l’atleta va in crisi.

Questo tipo di atleti soffre più degli altri gli intoppi nella preparazione, e rischia di non sentirsi pronto nei momenti importanti. Inoltre, sono quelli che fanno fatica ad autogestirsi se lasciati da soli.
la domanda da porsi è:
come vivo il riposo? Mi infastidisce? Come vivo qualcosa che non va secondo i miei piani nella preparazione o in gara?

Atleta che stacca a fine anno e quello che non sa staccare
Ci sono atleti che in off season hanno bisogno di dimenticare le corsa e concentrarsi su altri stimoli, mentre altri continuano sempre a correre.
Sono naturalmente due tipi di comportamento assolutamente accettabili e normali, se non diventano problematici. Un atleta che non fa off season si espone spesso a infortuni così come quello che stacca troppo e rischia di fare fatica a “rimettersi in carreggiata” anno dopo anno, e come sappiamo tutti, ciò che più ripaga in uno sport come la corsa è la continuità. Più ci si prendono periodi lunghi di stacco dalla corsa, più è difficile riprendere con intensità quando necessario: non siamo macchine con interruttori ON/OFF.
Che tipo di atleta sei? Fai fatica a staccare o a riprendere, da dove viene questo bisogno?

Concetto di insicurezza
Normalmente molti atteggiamenti partono da una comune origine che risiede nelle insicurezze personali. Molte di queste sono la risultante di esperienze vissute in passato, altre sono dovute agli schemi mentali con cui ragioniamo di solito e spesso vengono definite come caratteriali. Vediamone alcune:

Atleta che compete solo in gare dove sa di vincere
Questa è una cosa che vediamo di costante in molti atleti italiani “di alto livello”. Se possono scegliere tra il competere con i top al mondo e riportare a casa mazzate o vincere la garetta di paese senza fatica protendono per la seconda opzione. Perché?
Il senso di appagamento dovuto alla vittoria del trail dell’Eroe Locale agisce come stimolo che frena la competizione per cui ci sentiamo inadeguati.
Non è facile per un atleta molto competitivo estroverso consultare una classifica dove ha preso varie ore di distacco dagli altri. Allo stesso modo, questo tipo di insicurezze personali va a innescare altri comportamenti, spesso ancora più nascosti:

Atleta che preferisce non esplorare il suo potenziale per il rischio di fallire
Questo è il caso dell’atleta che ha un grosso bisogno di conferme alle proprie insicurezze (acclamazione del mondo a lui vicino / sapere di essere uno che “avrebbe potuto ma”) perché trova più semplice e gratificanti piccole vittorie irrilevanti che il rischio di fallire sottoponendosi ad un test con esito incerto.
Un po’ come l’esempio sopra, ma a livello introspettivo: è il concetto di autosabotazione, che molto spesso porta persone a essere i principali limitatori di sé stessi.
Lavorare su questo aspetto è difficile perché l’atleta deve saper lavorare sulla sua personalità, accettare un potenziale fallimento e non dargli un eccessivo valore (“ho sbagliato sono un fallito”), ma riuscire a ricercare in sfide a lui adeguate, uno stress positivo e non negativo, che lo porterà a migliorarsi. Posso utilizzare un fallimento per motivarmi per fare meglio la prossima volta; posso dare un valore effettivo a un fallimento; non esiste al mondo un singolo atleta nella corsa che non abbia mai fallito.
Domanda: come gestisco i miei fallimenti? Quanto peso do a queste esperienze? Riesco a coglierne degli aspetti positivi?

Atleta che non sa accettare i miglioramenti
Diverso dalla tipologia descritta sopra, questi sono atleti che, anche di fronte a un’evidenza, fanno fatica ad accettare i propri miglioramenti. Non significa essere umili, ma andare a stravolgere la realtà valutandola con i propri personali strumenti interpretativi. Un po’ come nel caso di un disturbo alimentare, la separazione tra realtà e pensiero interno arrivano a diventare patologici. Sono atleti quasi totalmente intrinseci, portati a guardare se stessi e quasi ad annullare la realtà esterna. Sono quegli atleti che non riescono a trarre felicità anche dopo aver raggiunto un obbiettivo per cui si sono allenati molto.
Ogni tanto bisogna fermarsi e accettare i progressi dei propri sforzi profusi in allenamento, e i conseguenti miglioramenti. È molto difficile, ma avere a fianco una figura esterna ma consapevole, come quella di un allenatore, può aiutare. L’allenatore aiuta a giudicare in modo oggettivo, anche tramite l’aiuto di dati, il percorso dell’atleta.

La grande scimmia leonina è stata portata all’estinzione dai cacciatori per via del suo bell’aspetto

Atleta che salta in aria / atleta troppo premuroso
Esistono atleti che non sono bravi a gestirsi in una situazione di gara o allenamento e quelli che invece non riescono quasi mai a rendere per il loro potenziale.
Anche in questo caso i primi fanno fatica a valutare il reale livello proprio e degli altri e si distruggono uscendo a un passo troppo alto dopo lo start; mentre i secondi hanno paura di poter fallire e corrono sotto le proprie potenzialità.
Se ci accorgiamo di protendere troppo in una delle due categorie possiamo provare a chiedere al nostro coach di inserire degli allenamenti fatti apposta per migliorare.
Fare un allenamento molto al di sopra delle nostre possibilità o che ci costringa a imparare a gestirci, obbligandoci ad andare a un passo “sensato” possono aiutarci in tal senso.

Atleta troppo / troppo poco flessibile
Il giorno della gara qualcosa va storto: hai dimenticato le scarpe con cui volevi correre e devi fare la gara su delle scarpe da strada invece che da trail; sei nel gruppo di testa e sbagli a un bivio perdendo 5 minuti; non trovi la tua crew ad attenderti dove ti aveva detto che sarebbe stata e così via.
Come reagisci?

Ci sono atleti che sono così schematici da non riuscire a risolvere dei problemi che spesso capitano nel nostro sport. Allo stesso tempo, ci sono atleti che devono migliorare la propria strategia e imporsi una maggiore disciplina perché ne valgono i miglioramenti cercati con l’allenamento. Un atleta troppo flessibile rischia di non essere in grado di trovare una routine che invece è basilare nelle gare di una certa distanza, un atleta inflessibile ha bisogno di sentirsi dire delle cose che già sa.
che tipo di atleta sono? Come potrei diventare più o meno flessibile?

La corsa come strumento di rimozione dello stress negativo
Senza entrare nelle retoriche trite e ritrite delle endorfine che tanto ci piace leggere sulle testate generaliste, diciamo che la corsa per molti di noi è lo strumento principale per la gestione di paure, stress e anche il superamento di traumi di vario tipo a livello emotivo.

Questo è un concetto molto delicato e che secondo me merita un discorso a parte, e mi piacerebbe affrontarlo in un secondo momento. Se avete trovato utile quanto detto finora e pensate che un ragionamento su questi temi possa essere utile per la vostra auto profilazione come atleti possiamo andare ad approfondirlo.
E tu che atleta sei?
Spazio ai commenti!

Qualora non fosse stato chiaro ho inserito delle immagini fuorvianti di animali per alleggerire la lettura, vista la tematica delicata. Il fatto di dare al cervello stimoli diversi per fargli perdere il focus principale è una tecnica largamente utilizzata, sopratutto a fini commerciali, per vendere all’individuo oggetti di cui non ha bisogno distogliendolo dalla capacità di razionalizzare.
Spero abbia funzionato (anche se non sto vendendo nulla) ad alleggerire la tematica.