Mozart 100: una sinfonia per due

La Mozart 100 è un evento di Endurance che ogni anno raduna a Salisburgo oltre 1500 partecipanti con distanze che spaziano dal CityTrail di 20 km alla Marathon Trail fino all’Ultra di 50 miglia e la 108 km fa da evento madre del weekend. Tutti i percorsi si snodano attorno al capoluogo austriaco, tra i laghi Fuschl e Wolfgang, le montagne dello Zwölferhorn e di Schafberg e la rete di sentieri che domina pascoli e boschi al di fuori dalla zona urbana.

Normalmente l’evento si corre in Giugno, ma a causa del piano di contingenza Covid che conosciamo, è stata spostata quest’anno a Settembre senza sostanziali differenze nel percorso principale (e a cascata in tutti gli altri) che misura circa 108 km con poco meno di 5000 metri di dislivello positivo. Una buona prova di Ultra trail che mette nel mixer una bella varietà di percorsi e sezioni differenti: perfetto per chi è di ritorno alle competizioni dopo un prolungato stop.

Non chiamatela periferia.

Tommaso

Mai sentita l’espressione ‘Arrivare dopo la musica?’ Nell’ambiente altamente competitivo (qualcuno dirà tossico) da cui vengo, quell’espressione è usata di frequente per indicare un risultato sportivo scadente, dovuto ad impreparazione, errori di gestione o più semplicemente: essere scarsi di natura. Arrivare dopo la musica significa tagliare il traguardo quando ormai non c’è più nessuno ad accoglierti, magari nemmeno lo speaker: c’è giusto il gonfiabile che ti aiuta a capire di essere arrivato, e un volontario col ‘Bravo lo stesso dai’ già in canna.

Entrambi a digiuno da eventi fin dal pre-pandemia (no, le 4 ore autogestite con gli amici non contano -e non sono sane, ndGrazielli-) sia io che Francesca siamo arrivati a Mozart in cerca di qualcosa, chi un’occasione per misurarsi con sè stesso e ricordarsi come si fa, chi a caccia di un ticket per Western States, chi per entrambi.
Nel mio caso, dopo un 2021 passato a bassi chilometraggi, zero interessi e di conseguenza pochi stimoli ad allenamenti di fino, la sfida principale nella preparazione dipendeva dall’essere nuovamente consistente e stabile nella ripresa degli allenamenti: non aver più dosato volumi e intensità variabili nel corso dell’anno mi poneva in una posizione anomala per i miei standard di preparazione. Da un certo punto di vista ero fresco e pronto a riprendere i carichi, dall’altro non potevo permettermi di farmi prendere la mano e buttarmi subito nella mischia con l’ansia di dover recuperare i km non fatti nel corso dell’anno. Brutto da dire, ma molti risultati nelle gare di endurance dipendono prima di tutto dalla mole di volume di allenamento sostenuto nei mesi (per non dire nell’anno o due) precedenti all’evento: è un long shot, lo so, ma paradossalmente arrivare bene in un evento settembrino può dipendere molto più di quello che si pensa dall’essersi preparati almeno con costanza da inizio anno; gli ‘esami di recupero’ non esistono.

Passaggio sulla prima cima di giornata: Zwölferhorn

Così, l’idea di avere solo 9 settimane (da inizio Luglio) a disposizione per imbastire il tutto mi ha fatto pensare alle priorità che dovevo darmi per far quadrare il tutto: 

  • riprendere a polarizzare le uscite settimanali, o molto semplicemente variare giorni hard e giorni facili, in maniera da rimettere il fisico nuovamente nel loop di stress e riposo, e generare così fitness in maniera solida e regolare;
  • aumentare il volume settimanale in maniera graduale per evitare infortuni e stop sul più bello, dopo gli ultimi 3 mesi passati con una blanda media di 65 km settimanali non potevo rischiare di strafare imponendomi chilometraggi folli come se avessi avuto una base più solida lungo il corso dell’anno.
  • rilanciare l’intensità dalle basi: senza andare direttamente a lavorare sui ritmi utili a sviluppare il ritmo per una 100 km, ma partendo da lavori semplici, corti.
  • costruire long runs di spessore a ridosso delle gara (dopo non aver mai corso più di 50 km negli ultimi 12 mesi) senza togliere volume al resto della settimana e garantendo quindi dei blocchi di allenamento ben strutturati.

Programmare una preparazione che stimoli tutti gli adattamenti fisiologici in poco tempo è una bella sfida e fin dal principio sapevo che avrei dovuto mettere da parte la mia analità per le cose fatte bene e mettere il focus sulle cose importanti, dedicando tempo per potenziare le criticità distanti dalla gara e le cose in cui riesco meglio a ridosso dell’evento. Ho optato per un paio di settimane di ripresa con lavori corti e intensi, per stimolare il VO2max e avere un’idea di quanto potessi spingere, nonchè per ‘scrostare’ un po’ il sistema che stava vivacchiando di corse blande e aspecifiche. Il grosso dei blocchi centrali li ho poi dedicati invece a fare classici allenamenti in Treshold per creare resistenza al lattato, chiudendo il mesociclo di tre settimane con un bel back to back al Camp DU sul Marguareis. Quei due giorni da 6 ore l’uno sono stati la perfetta fine del blocco di lavoro di Treshold e l’inizio ideale di quello mirato a sviluppare gli adattamenti della soglia Aerobica, aprendo la porta all’ultimo mese verso Mozart: quello più divertente con alti volumi, uscite senza troppi fronzoli e gli immancabili lunghi del weekend che hanno portato spunti di problem solving e adattamenti necessari alla buona riuscita della gara. Riprendere anche solo a stare sulle gambe diverse ore è stata credo la soddisfazione più grande considerato il poco tempo concesso al fisico per svegliarsi dal torpore dell’anno sottotono.

Dimenticato qualcosa? certo, ai più attenti non sarà sfuggito l’assenza delle parole magiche: strenght & conditioning, ossia tutto l’allenamento funzionale alla corsa, da farsi con esercizi mirati a sviluppare forza, stabilità e mobilità. Fortunatamente questo aspetto l’avevo curato meglio nel corso dell’anno, mantenendo una certa regolarità, per cui dopo un consulto col fisioterapista di fiducia (Giacomo – The Well Run) nei due mesi precedenti alla gara ho optato per concentrarmi unicamente su quei lavori di rinforzo delle strutture più deboli (addutori e anche nel mio caso) e della sana vecchia mobilità annessa allo stretching dinamico.

Discorso a parte per Francesca invece: dopo un inverno di stop completo dalla corsa con flebili risultati di corri-e-cammina raccolti tra Marzo e Aprile, per lei emergevano i bisogni di

  • ripartire quasi da zero con un programma che le permettesse di riacquisire feeling con la fatica e di progredire a step con volumi gradualmente maggiori;
  • costruire nuovamente un livello di fitness adatto a permetterle di affrontare una lunga distanza in maniera sicura (nella sua testa la Mozart 75 era un obiettivo plausibile da preparare, dato il moderato gradiente tecnico e di distanza), nelle migliori condizioni possibili anche gareggiare per l’intera distanza;
  • integrare gli allenamenti di potenziamento per mantenere struttura ad una periodizzazione che tenesse maggiormente conto dei cicli di carico e scarico, nel suo caso estesi da Maggio a Settembre: un tempo utile a disposizione per rimettersi in carreggiata.

Apparentemente tutto facile no? eppure potreste scoprire che rimettersi in sesto dopo mesi di stop non è cosa sempre scontata: dopo tutto, come dice sempre lei ‘Ho 44 anni sai?!’

Francesca

44 anni e sentirli tutti!

Ride bene lui che di anni ne ha un bel po’ meno ma, alla mia età, è necessario rivedere il modo in cui ci si approccia a questo sport, se si intende raggiungere obiettivi ambiziosi. Mi sono già data il limite d’età in cui non pretenderò ancora da me stessa i risultati di un tempo, ma fino a che mi sentirò di provarci continuerò ad insistere. Se ho imparato una cosa però è che dovrò farlo con metodo, cioè come non avevo fatto finora: fino a questo 2021 non avevo mai seguito per più di un mese uno straccio di guida da chi ha competenze in merito.

Aldilà dell’infortunio, che comunque ha fatto il suo, quello che mi è mancato negli ultimi 2 anni è stato l’entusiasmo e la continuità inserite in una sorta di routine di allenamenti; chiamo “allenamenti” quelle che erano le mie corsette perlopiù su terreno collinare tipiche della mia quotidiana ora d’aria: la mia terapia del benessere. Il DNF alla TDS 2019, preparata a suon di ‘corsette’ e gare di avvicinamento (troppe,ndTommaso) è stato il punto più alto di sconforto e stanchezza a cui poi è seguito un periodo fatto di cambiamenti professionali non facili, situazioni conosciute di lockdown intermittenti, mancanza di obiettivi e, infine, l’infortunio. Rimettersi in ballo dopo tutto questo è stato uno sforzo ENORME. E sopra a tutto, il pesante quesito che, ancora incerta verso la ripresa, mi opprimeva: mi piace / piacerà ancora correre? Lo stop forzato mi ha sicuramente chiarito il dilemma, un intero inverno a digiuno dalla mia attività preferita mi ha fatto capire quanto mi mancasse.

Ho deciso di iscrivermi a Mozart quando ci è parso chiaro che la cosa fosse fattibile e congrua coi tempi di recupero. È stato un lavoro sinergico tra il mio fisioterapista Giacomo, il coach Tommaso ed io, che per la prima volta mi sono arresa a rispettare un programma, portando tanta e santa pazienza. Giacomo mi ha seguita nella riabilitazione al gesto: per prima cosa rimettendomi in bolla, poi lavorando sulla “struttura” per tenere insieme fisico e corsa con esercizi a secco di mobilità e di potenziamento muscolare, caricando gradualmente fino a quando siamo riusciti a rendere il sintomo pressoché’ impercettibile. A fine febbraio abbiamo introdotto le prime e timide sessioni di corri & cammina e a fine aprile riuscivo a correre 1 ora continuativa senza particolare dolore.

Il 4 settembre l’appuntamento evidenziato sul calendario: Mozart Ultra 75 km, perché i 105km della gara madre erano davvero una sfida che lasciava troppi dubbi nella gestione della condizione fisica. Così Tommaso ha preso il commando della situazione e mi ha iniziato nel favoloso mondo della periodizzazione, di caselle colorate su Training Peaks, degli allenamenti dai nomi più strambi! Anche io ho avuto il mio Jimbro, il mio Tom Low e il mio preferito: Il Guglie che io ho prontamente storpiato pensando alle due Piramidi che uscivano sul grafico di Strava. Ho trascorso l’estate a suon di alzatacce, corse mattutine con Garmin strimpellante ritmi improbabili per quell’ora e week end densi di appuntamenti su lunghi percorsi corribili, cercando di simulare quello che avremmo trovato in gara. Non sono mancati momenti di depressione e stanchezza e anche qualche scenata nevrotica in cui ho messo la pazienza del Coach a dura prova. E’ stata un’estate esageratamente calda e intensa e io l’ho vissuta mirando a quel circoletto sul calendario. Ad alta voce professavo il mio unico obiettivo di portare a termine la gara, ma la mia vocina interiore pretendeva tutt’altra prospettiva. Era comunque una grande scommessa tornare a gareggiare dopo 2 anni, in un certo senso come se fosse di nuovo la prima volta.

Il fatidico giorno è arrivato e io mi sono presentata in start line agitata, con l’intestino scombussolato e una note insonne ma con la certezza di aver fatto bene tutti i compiti e di sentirmi fisicamente pronta a partire – o almeno a presentarmi in partenza. Fortunatamente l’istinto mi ha aiutata richiamando schemi e gestione: ho affrontato la gara ripassando a mente quello che non si poteva sbagliare: mangiare ogni 50’ alternando gel e fruttini, bere a sorsi continuamente, correre sempre tutto quello che si può correre, sbacchettare vigorosamente quello che non si può, attivare il cruise control in discesa, rifornirsi di acqua a tutti i ristori (Non tutti, ammetto di aver saltato il primo secondo gli insegnamenti del Profeta di Buckled). Poco poetico ma facile! Per fortuna, questo piano rigoroso non mi ha impegnata completamente e ho potuto godere di alcune viste suggestive sullo Zwölferhorn, dove il sole alto splendeva sopra un lago Wolfgang coperto dalla foschia lucente, ho invidiato i bagnanti sul lungo lago di Fuschl quando, dopo il secondo passaggio per la base vita a quasi 50 km, il caldo si faceva sentire e le gambe cominciavano a indurirsi. E quando è arrivata la fatica vera ho semplicemente calato la marcia e attivato la modalità crociera: in fin dei conti, da lì in poi dovevo solo rispettare i patti e arrivare sorridente in Kapitel Plaza giusta per il gelato del pomeriggio.

E dunque come è andata?

Tommaso: Sarebbe troppo facile descrivere una 100 km (o una almost 50miglia nel caso di Francesca) come un’esperienza smooth e secondo i piani. I piani non esistono, e se esistono durano fino ad un certo punto. Probabilmente, però, l’avere aspettative contenute verso questa gara mi ha permesso di godermi l’avvicinamento, lo svolgimento e pure il risultato; nel mezzo c’è stato qualche sofferenza a livello muscolare: la preparazione cardio e l’adattamento alla distanza son riusciti alla perfezione (specie con quel numero di settimane a disposizione) ma il gradiente tecnico di numerose sezioni della gara ha evidenziato diverse carenze nel potenziamento di certi gruppi muscolari coinvolti soprattutto nelle discese. Quelle sensazioni di farsi massacrare in continuazione dal terreno ha sicuramente tolto un po’ di magia, ma la tenuta del fisico e della testa mi han permesso di gestire bene 10 e più ore, saltando giusto nell’ultima sui dislivelli finali. Sul corribile sono stato contento di ritrovare vecchie sensazioni e buone vibes lungo tutto il percorso: se non fosse stato per questo il bel traguardo delle 13 ore spaccate sarebbe stato impossibile.

Francesca: La sensazione che mantengo di questa Mozart è che sia durata 4 mesi, cioè tutto il tempo investito per portarmi in finish line. Ogni singolo workout e ogni singola easy run sono stati pezzi di questo puzzle impegnativo, incorniciato alle 16.22 di quel Sabato di fine estate, con una me sorridente con le gambe stanche sì, ma ancora buone. Una me nuova per certi versi, perché per la prima volta portarsi a casa IL risultato è stato frutto di costanza e di attenzione, poco o nulla lasciato al caso. Il percorso fatto mi ha insegnato che una buona preparazione ti garantisce la capacità di gestire bene una gara. Di viverla con consapevolezza e di poterla rivivere nella memoria. Di portarla nelle gambe, ma senza strascichi.

Nel day after dei due quello più storto era il Giovane, incapace di camminare dritto: Che ridere! Siamo tornati sul percorso dove Tommaso aveva visto una percorso Kneipp a cielo aperto che sapeva avrebbe fatto al caso nostro e ci siamo regalati una crioterapia rigenerante. Acciaccati, ma felici.

Mozart è una gara da non sottovalutare, a prima vista sembra una classica ultramaratona a bassa quota priva di difficoltà, ma il terreno dal 40° in avanti riserva molte sorprese fin proprio alle porte di Salisburgo, ai -3 km dalla fine. Divertente, challenging, varia: i paesaggi ripagano fatica e l’organizzazione offre un evento ben preparato, senza fronzoli rispetto a tante altre gare Ultra Trail World Tour, ma piacevole e con una sua personalità.

Tommaso e Francesca

Per gli amanti delle Playlist, sotto quella assemblata per Mozart 100: enjoy!

Before the music stops.

Mozart 100 is a gorgeous running event taking place in Salzburg and its surrounding area: a route crossing rolling hills full of pastures, lakeside trails along the Fuschl and Wolfgang lakes and the beautiful ascents to Zwölferhorn and Schafberg peaks. Usually being held in middle June, this year Covid contingency forced the Race Direction to organize the Mozart 100 in early September, with no substantial differences in the course progress: 108 km with nearly 5000m of elevation gain make it a good ultra-endurance event with its own personality, beautiful landscapes and a big variety of different terrains along the trails, from easy fire roads to hard technical downhills to exposed mellow trails.

This year was my first in Salzburg: I ventured to the Mozart 100  hunting a qualification ticket for the Western States lottery, and the thrill of finally pinging a bib number after the last race I ran :2019 Rio del Lago 100 miles. I came home with much more than a race under the belt: Mozart 100 is really a bucket race for 100k lovers or beginners! I enriched the narration with some music I listened to while running the race. Enjoy!

5 AM starts with the bad boys lining up ahead:
from the left Julian Beuchert (bib 5), Sam Mccutcheon (bib 1) and Philipp Ausserhofer (bib 2).
They will complete the podium by the end of the day as 3rd-2nd-1st.

In the very competitive endurance running community where i come from, the expression ‘Arrivare dopo la musica – Getting to the finish line after the music’ is a pretty common idiom to indicate a way of racing with lots of struggle, or sometimes with so much issues slowing the runner that in the end he crosses the finish line way back in the ranking and far from the top positions. While in every running race there is always a lot of music that awaits for the competitors at the finish line, sometimes it stops before the last of them comes by. So, simple as that: finish after the music is a funny way to mock a friend coming to the end of his racing in a lot of time. This thought had its own space in my head approaching Mozart 100: after a two-years hiatus without putting on a bib number nor even trying to race minor events, I approached the race with respect and fear, but willing to cross that finish line ‘Before the end of the music’. On the other side, there was another thought cheering me up: in the City of Wolfgang Amadeus Mozart, there could not be any silence, nor could the music ever be stopped. So I chose wisely my playlists (you should do too), and I ventured to the 5.00 am start line.

Early morning Salzburg was a surreal place: empty squares and high white buildings looked at the runners, meanwhile they slipped through the alleys under the towering watchful Castle, headlamps showing the way outside the city across the mist, leading them out to the nearby hills. It was a quiet running, small packs quickly formed and everyone started to battle with the will to run his best race and the need to keep things calm for some more hours before going all in. Chilly valleys and riversides were welcomed with the first pale light while we passed by the first refreshment points, and as the Sun started to shine the mists became sparking clouds over the plain leading to the lake of Fuschl. It was a gorgeous day, and the Salzburg outskirts were reflecting beautiful lights over their green hills and grassy fields.
I approached 1st female Meg Lane, probably the only runner I could recognize after the élite presentation of the day before, on the way to descend to the Lakeside trails. We chatted a bit under the lens of the cameraman filming her, and it was probably the first time since the start that I chose to focus not on my running form but on keeping my mood relaxed and empty-headed. The easy kilometers flowed under our legs, leading us to the next aid station nearly without breaking a sweat, only to deliver us the first real pain in the ass at 34th km: the long climb to Zwölferhorn . The higher we climbed, the wider we saw around the mountain: and once we passed upon the peak cross, a great panorama opened up: the Wolfgang lake still half covered by the clouds, showing here and there good spots of its turquoise waters, pastures all over the nearby hills and topping the picture frame a deep blue sky: a pity that the 4 km downhill full with roots and rocks was so technical that i could not dig the view.

Zwölferhorn peak and the beginning of the day’s first long descend.

Crossing by St. Gilden 1 I got the idea of the perfect organization put on during the race day: a lakeside aid station where runners were supposed to come across twice during their day is no joke, and things were kept cool and calm all the time. Volunteers and runners have their place and everybody’s task was well executed: I left the aid station both times with the running belt full of orange slices and lots of people cheering, heading to the next climbs. At this time i was alone again, i lost Meg down the Zwölferhorn and she looked the only one i could speak fluently my not-so-fluent english, so when i departed from St. Gilden i know that i’d need my best music to keep me company on the rough ascend to Schafberg peak.

Heads will roll started pounding in my ears as I climb up, and I played it in loop some more times to keep the rhythm. Going slow but steady, I didn’t imagine that uphill and downhills of the Mozart 100 would have been so technical and gnarly, I really hoped for a more forgiving runnable course (imaging some steeper sections now and then). What I got was just a lot of running poles use. Schafberg Alp delivered a wide-open view of both the Fuschl and Wolfgang Lakes and Salzburg, it was the furthest point from the start apparently, from this climb down to Gilden 2 there were just more rocks and roots, and a beautiful second round on the lakeside path on Wolfgang lake: i had so much fun running along this trail and come across the runners coming the other way from St. Gilden 1, cheering each other on this out and back section.

The way to get back to Salzburg now started from getting to Fuschl lake first, and then backwards to the City. I paired up with an Austrian guy, Thomas, and as we hitted a low spot climbing up from St. Gilden across the aerial trails to Weisswand Hutte we then started to work nicely on the smooth paths heading out of the forest. Catching and losing each other, we reached Fuschl passing up some more tired guys, and the lakeside just after the aid station was even better than the one we ran in the early morning with Meg. Luxuriant mellow trails climbed & descended gently until we started climbing again to Hoff and Koppl, at this point the Sun was up and grinding. Luckily a lot of landowners put out on the trails some fresh water cans and spouts, offering more refreshment points away from the main Aid Stations.

Grouping up with some guys from the Ultra race, i enjoyed some more of this return to Salzburg, otherwise it would probably be pretty wild to do alone: multiple forest sections at this point were gnarly and difficult due to the 10+ hours you already heavy on the legs: and roots at this point seems to have hands to bring your ankles down at every step.

Nockstein climb is a final blast, but don’t let them fool you, is not over until you climb also Kapuzinemberg.

Coming into the Aid Station Koppl, at 10 km from the finish line, things looked stable and calm in the afternoon heat.

A Volunteer gave me some info ‘The hard part is now on the next climb to Nockstein, then to Kapuzinemberg but other than that it’s all downhill’.

He probably missed that bit of information regarding the steps; multiple steps, hundreds of steps going up both the last two uphills sections. Doing the first one, I started to lose my head. Every uphill step was a monument to all my sins, or I should say a monumento to all the uphill training i didn’t do properly. The downhills, if possible, were even worse: brutal.

On Kapuzinemberg my phone was exhausted, the playlist stopped in my ears and for the first time i really felt alone. I recomposed myself hearing the speaker’s voice and the music coming from the City: it looked so far in that moment. I bombed down the last kilometers ‘cross the bridge, coming through early aperitifs and joyful crowds, rushing into Kapitelplatz. On a sunny warm evening, on a beautiful finish line in the heart of the city, I put an end to the journey clocking 13 hour straight. The first race completed in two years. With an overwhelming welcome by the speaker as I stepped the finish line and hugged Francesca with a relieved smile on my face, I knew that I didn’t come by after the music. 

Thank you Salzburg, thank you Mozart 100, for keeping the music up for me again.

Mission accomplished.

Tommaso Bassa x Mozart 100 – Complete Playlist

Virtual Racing, di necessità virtù?

Se vivi sul mio stesso pianeta, il 2020 non sarà l’anno perfetto per gareggiare, strappare un più o meno agognato premio finisher o anche solo appuntarsi un pettorale addosso. Non è stato finora nemmeno il miglior anno per qualche PB sulla distanza preferita, o magari sì, (se ce l’hai fatta vuol dire che ti sei arrangiato, that is the way), perchè di eventi comunitari quest’anno ce ne ricorderemo gran pochi.

A questo punto qualcuno potrebbe tranquillamente alzarsi in piedi, puntare il dito ed esclamare che delle gare ‘vere’ non gli manca nulla, che le persone rimangono, lo sport è resistito e l’importante è correre. Potremmo anche affermare che gli eventi sono rimasti solo che non sono veramente ‘lì’: sono stati sostituiti dalla proliferazione estesa di ritrovi virtuali. Tutto ciò è vero, ma se a molti di noi il mondo racing davvero non manca, altri invece hanno cercato ostinatamente diversi escamotage per sopperire alla mancanza di medaglie da appendere e classifiche in cui specchiarsi, divertirsi, confrontarsi.

Going virtual, going mad.

E così in un mondo momentaneamente bloccato nelle relazioni in carne e ossa, il virtual diventa l’unico mezzo di interazione e l’ambito sportivo non si è tirato indietro: dopo qualche timido tentativo da parte di grosse aziende con sponsorizzazioni a charity runs e allenamenti condivisi su piattaforme social, arrivano i pezzi da novanta a fare le proposte più coinvolgenti: gli organizzatori delle gare, probabilmente i più interessati dall’annullamento o dalle posticipazioni della gran parte degli eventi di corsa.

Molte organizzazioni hanno seguito l’inflazionatissimo standard di ‘corri qualche km il giorno della gara e fai presenza sui social mostrandolo’ in maniera da creare un senso di comunità e non far finire l’annullata competizione nel dimenticatoio. Molti invece han cercato format differenti e accattivanti, premi (ed esche) diversi, e hanno raggiunto successo su differenti livelli. Ha raccolto grandi consensi Lazarus Lake, organizzatore della Barkley Marathon, con la sua nuova Great Virtual Race Across Tenessee, 1000 km da completare durante l’estate (ma che ha già diversi finishers), due weekend fa il Passatore ha organizzato il suo evento per commemorare la gara annullata con un challenge a staffetta, in coppia o in solitaria, mentre la settimana scorsa si è svolta la Centurion One Community run, che ha raccolto più di 3600 partenti su diverse distanze.

E con appuntamenti come questi, tutti gli Zen runners del ‘corro per me stesso’, che avevano (ri)scoperto la libertà del trovare i propri spazi, i propri tempi e il gusto di allenarsi senza una vera meta (o una Destinazione Sconosciuta, ndr) han deciso di mettere da parte il saio del monaco e di intraprendere nuove sfide. Diciamolo: quando qualcuno ci ha ricordato la nostra natura del macinatore della domenica, del ‘sacchettaro’ e del competitor, facendo scintillare qualche medaglia, una classifica virtuale e persino i pettorali ben confezionati col nostro nome sopra, non abbiamo saputo resistere alla virtual frenzy : ci siamo buttati direttamente sul tasto ‘Iscriviti qui’.

Run from your coach.

Le comodità di queste gare le abbiamo trovatae subito: si arriva comodi, parcheggiamo senza problemi, non c’è fila per il bagno chimico alla partenza nè la ‘griglia’ che ci bolla nei nostri tempi. E poi la gente, quanta gente senza occupare spazio! Le classifiche, gli aggiornamenti social, le chat che vibrano di interesse per i risultati degli altri, le storie che diventeranno culto alla prossima birra assieme, e senza neanche vedersi di striscio.

Gareggiare in questa maniera assume una dimensione aggregante se possibile maggiore: lo stesso evento virtual raccoglie assieme atleti su distanze multiple e possibilmente anche persone di diversa estrazione, dal fondista a caccia di una facile 10km all ultra maniac che metterà in qualche giorno diverse decine di km sotto la cintura (qualcuno ha detto fibbia?). 

Il ritorno dell’ empowerment della propria inventiva?

Forse a causa delle contingenze da lockdown, gli ultimi tempi ci han visto inventare le più disparate forme di performance: completare maratone nel giardino di casa, andare di corsa al lavoro facendoci capire quanto sprechiamo in quei 15 minuti di auto, contare quanti giri del quartiere riusciamo a fare per arrivare alle iconiche distanze del nostro sport. Impariamo addirittura che correre in qualche Loop non è così da dementi: abbiamo fatto di necessità virtù. Tutte le ore passate a correre attorno a casa (quelle che non ci hanno infortunato, almeno) ci hanno tenuto ‘affamati’, e pronti a sfogare le energie represse.

Eppure nel guardare la nostra community ripartire un po’ di amaro rimane: seguendo la scena online si ha l’impressione che ci sia un grande bisogno di mostrare i muscoli, e di arraffare il premio, mostrando il risultato e i numeri. Non che non esistesse già prima, più fluida grazie all’interazione social del post gara, ma ora che manca una classifica ufficiale e immediata fruibile da tutti, i contenuti auto celebrativi semplicemente pullulano.

Gli organizzatori forse non hanno aiutato, giocando un po’ sul ‘the blinger, the better’ per i premi: più scintilla e meglio è, distogliendoci un po’ da noi stessi e dal processo con cui costruiamo i nostri risultati, focalizzandoci solamente sull’obiettivo .

Una cosa che sicuramente ci rimarrà dentro è la felicità di ripartire, per chi si era fermato, e l’entusiasmo di cercare ancora quella sensazione meravigliosa che solo l’attraversare una finish line sa dare.

Ci ha ridato un po’ di struttura e a tanti l’entusiasmo per ripartire dopo una pausa forzata in un mare di nulla: questo virtual racing forse in qualche maniera s’ha da fare

Provocato, mi tocca dire la mia.

Ho un’età, anagrafica e sportiva, per cui il mondo del virtual, mi riesce ostico. Ma spero sempre di non essere così ottuso da finire a fare il grumpy coach.

Quindi, in tempo di quarantena ho addirittura fatto il mio buon account ZWIFT, e si, mi sono messo a correre virtualmente, ad inseguire livelli per sbloccare la scarpa rosa o l’occhiale televisorato, e soprattutto, ho aspettato il weekend per poter fare una 5/10 km virtuale quando manco morto sarei andato in tempi non sospetti a fare la gara FIDAL del paese qui a fianco.

Perché? Non lo so, forse per noia o per non correre sempre e solo aspettando di vedere passare i chilometri sul treadmill, però mi è piaciuto. Mi ha costretto ad uscire dalla mia comfort zone e mi ha anche migliorato come runner. Ho trovato un manipolo di personaggi che mi si ripresentavano sulla start line ed ho imparato che c’era quello che partiva alla Jimbro e quello che veniva fuori facendo l’ultimo km a 3:20, ho sfruttato la scia virtuale di qualcuno dei miei che mi trainava a ritmi per me poco consoni (effetto Roberto da Varese) e sono esploso gioiosamente quando ho chiesto davvero troppo. Tutto bello, fondamentalmente perché poco impegnativo.

Ora vedo virtual sfide crescere e spuntare, iscrizioni, classifiche, premi, riconoscimenti, e mi chiedo se ne farò qualcuna. Probabilmente si, per far compagnia a qualcuno o tanto per muovermi un po’. Ma la verità? Non mi entusiasmano e faccio fatica a farmi prendere.

Perché alla fine mi piace la ritualità di mettersi un numero, partire su una linea, prenderle e poi sedermi a terra dopo la linea d’arrivo. Dire una stupidaggine a quello con cui corro o anche solo sorridere quando incrocio un volontario o un passante. La competizione come momento in cui confrontarsi con te stesso e con l’ambiente creato dalle persone ed i luoghi. Non è teatralità, ma ogni attività acquista valore, per me, se inserita in un contesto.

Quindi, come dico sempre ai miei atleti, guardo con curiosità a tempi, prestazioni, chilometraggi, follie e tutto quello che sta uscendo dal web e dai social. Mi piacciono e alcune mi esaltano.

Ma ricordatevi che è solo virtualità. La poesia vera, quella che ci emoziona, che ci ha fatto innamorare della corsa, beh, quella si fa guardando negli occhi compagni ed avversari. Ad armi pari e condizioni uguali per tutti.

Tornerà presto il momento in cui ci ritroveremo dietro una linea di partenza vera: nel frattempo, teniamoci la versione virtuale, divertiamoci, stiamo sul pezzo e facciamo passare questo periodo: in the land of hope, there is never any winter. E comunque correre ci è sempre piaciuto anche senza classifiche o conta dei like, no?