Coach on the Run – Big Rock 100

Coach on the Run – Big Rock 100

Coach on the Run – Big Rock 100

SCELTA GARA

Partire dalle cose più semplici aiuta a superare in un balzo il blocco dello scrittore, quello del corridore forsanche. La mia esperienza di corridore di cento miglia è limitata, più limitata ancora della mia esperienza da scrittore.
Avere scelto Big Rock Endurance Run è stata una scelta elementare, nel senso letterale del termine. Se ancora, per qualche assurdo motivo, qualche lettore non lo sapesse, Big Rock è la gara di cento miglia, cinquanta miglia e cinquanta chilometri organizzata da Davide e Maria Carla e dal gruppo dei morenici a Vialfrè, nell’anfiteatro morenico.

Elementare perché partecipare alla gara organizzata dalle colonne portanti di Destination Unknown era, almeno per me, cosa dovuta, moralmente obbligatoria.

Elementare perché l’idea stessa della gara, essenziale e senza fronzoli, costituita unicamente degli elementi basilari della corsa, mi ha conquistato, fin dal primo momento in cui me ne hanno fatto parlato.
Tenuto conto anche della mia fascinazione per quelle colline e le poche, pochissime, gare di cento miglia organizzate in Italia, quando ho ricevuto il loro invito, mi è stato impossibile rifiutare.

The Big Rock Experience



AVVICINAMENTO

Un passo indietro. L’obiettivo principale della stagione era presentarsi a South Downs Way 100 al massimo della forma e riscattare l’insoddisfacente risultato ottenuto al mio esordio sulla distanza nelle terre anglosassoni. La preparazione è stata lunga, da inizio dicembre a inizio giugno, e incentrato su un alto volume condito da una costante presenza di intensità. Un classico modello Destination Unknown.
Terminata, con grande soddisfazione, l’esperienza in Inghilterra, la preparazione si è quindi rivolta a recuperare mentalmente e fisicamente dagli sforzi di allenamenti e gare e portare qualche piccolo ritocco per raccogliere nuovamente quanto seminato in inverno e in primavera.

Dopo un periodo destrutturato e di poca corsa nel mese di giugno, da Cortina in poi ho ripreso la preparazione mirata.
Il primo blocco di lavoro è servito a rimettere il mio corpo in grado di tornare ai volumi e alle intensità a cui mi ero abituato nella prima parte di stagione.  Ho inserito alcuni lavori veloci e poi ho allungato gradualmente, fino ad arrivare a fare una importante settimana di carico, sia per quanto riguarda il volume che per quanto riguarda la qualità, al camp di Destination Unknown organizzato a Chamonix. (140km, 5700m d+, 22h)
Nella prima parte del mese di agosto ho deciso di concedermi un piccolo stacco dalla sola corsa strutturata, con l’obbiettivo di fare del volume aspecifico e tanto dislivello, dedicandomi prima a un progetto alpinistico, salita di Dôme de neige e Barre des Écrins in giornata, e poi al pacing di Davide Grazielli a Swiss Alps 100 miglia, dove ho potuto “correre” per poco più di metà gara. 

Into the unknown

Alla fine di questa scorpacciata di volume a bassa intensità e di salite, e dopo un paio di giorni di riposo, mi sono dedicato alla fase specifica della preparazione per Big Rock, passando dieci giorni in montagna dove ho potuto dare fondo al mio desiderio di correre. Ho effettuato quattro lunghi, posizionati a due a due in giorni attigui, e due lavori specifici, uno in salita e uno su terreno collinare. Negli altri quattro giorni ho inserito le easy run, correndone sempre una al mattino e una al pomeriggio. Per i data nerd, come me, il totale di questo training camp di dieci giorni autorganizzato fa 220km con 9000 metri di dislivello per 28 ore di allenamento.

Dopo una settimana di recupero, necessaria, ho ancora inserito un blocco di lavoro di due settimane, con un lungo singolo, un lungo diviso in due giorni attigui e qualità, seguito da un tapering classico di due settimane. Per il tapering ho tagliato il volume del 30% la prima settimana e del 70% la seconda settimana, mantenendo sempre un pizzico di qualità e la frequenza degli allenamenti. 

Totale in tre mesi: 1445km, 189 ore, 45000m d+

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GARA IN SÈ

Early race freshness

La gara si è svolta su dieci giri da 16 chilometri o, meglio, 10 miglia, su terreno collinare, sempre mosso, quasi mai pianeggiante, con 300 metri di dislivello a giro.
Fin dalla partenza mi son trovato in testa ad impostare il mio ritmo, concentrato sullo sforzo percepito e basta; essendo questa la prima edizione era difficile fare previsioni e prevedere split precisi. Dopo un primo giro in compagnia e un velocissimo ristoro, grazie ai colleghi di Destination Unknown, mi sono trovato da solo e ho iniziato ad aumentare il mio vantaggio, senza aspettare, cercando sì di non esagerare, ma anche di costruire un margine di sicurezza che mi permettesse di gestire i momenti di difficoltà che sarebbero arrivati nel corso della giornata.
Il particolare svolgimento su più giri mi ha consentito di controllare il mio ritmo, o il mio lento decadimento, valuti il lettore.
Ho trovato il percorso muscolarmente impegnativo, senza mai tregua, e da metà gara in poi ho dovuto fare i conti con la mancanza di freschezza muscolare.
Qui è sicuramente iniziato il difficile, che è il difficile di tutte le 100 miglia ma soprattutto di quelle in questo formato a circuito; conscio della stanchezza accumulata e della freschezza muscolare che man mano se ne andava e consapevole di quello che ancora mi aspettava, ripetitivamente, per diverse ore.
Qui mi è venuto provvidenzialmente in aiuto il mio pacer, Jacopo Bozzoli, che ha condiviso con me gli ultimi due giri e mezzo, aiutandomi ad alleviare la fatica mentale e incoraggiandomi fino all’ultimo metro. Sono infinitamente grato di aver partecipato a quella che posso definire la gara di casa, dove ad ogni giro non sono mancati gli incitamenti delle tante persone amiche presenti ai ristori e degli altri corridori doppiati, persone con le quali quest’anno ho condivo camp, long run e trasferte.
Alla mia terza 100 miglia penso di aver capito che la forza delle gambe non è sufficiente per tagliare il traguardo ma c’è bisogno di trovare un pizzico in più per continuare a spingere quando sopraggiunge la fatica, quella vera. E avere tanto tifo e qualcuno al proprio fianco aiuta enormemente in questo.

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3h passate in z2 e 30’ in z3 – Pacing intelligente e qualità in allenamento, ecco a cosa servono


CONSIDERAZIONI POST

DU athletes rocks!

Concludo dicendo che due 100 miglia, anche ben spaziate tra loro, sono impegnative dal punto di vista fisico in una sola stagione e che bisogna prendersi cura del riposo tra una e l’altra quasi più che dell’allenamento. Penso che un taper più lungo e diluito mi avrebbe potuto giovare ma che alla fine ho poco da lamentarmi. Il record del percorso porta il mio nome. In attesa, trepidante, che un atleta venga a Vialfrè per batterlo l’anno prossimo.