Ultrabericus Trail

Anche quest’anno Ultrabericus si prepara a dare il via ad uno degli appuntamenti immancabili del nostro panorama gare. Dopo edizioni memorabili per il livello atletico importante culminate con il 2018, dove Vicenza ha ospitato una gara di osservazione e selezione per la squadra Azzurra di Trail Running in vista dei mondiali di Penyagolosa, e un 2019 con tempi da record, gli ultimi anni hanno confermato l’apprezzamento da parte del popolo ‘trailer’ dell’evento e l’organizzazione Ultraberica ha rilanciato sulla fiducia degli appassionati con un’inedita edizione del decennale arricchita con la nuova distanza dei 100km. Di fronte a questa novità, e con diversi dei nostri DU Believers in start line delle diverse distanze, era DOVEROSO parlare di un appuntamento come questo e offrire una comoda guida a Ultrabericus dal punto di vista di Coach Tommaso: fermo amante del percorso, local e partecipante in più edizioni. Enjoy!

Da sempre Araldo della Primavera, Ultrabericus Trail (abbreviatelo UBT e non UTB che noi local altrimenti ci arrabbiamo) spalanca le porte del cambio stagione e prova a ricordarci -timidamente- che è quasi ora di shorts e t-shirt tecniche un po’ più leggere. Giunto all’11esima edizione, UBT è un classico ‘di primavera’ che negli anni è arrivato a portare sui sentieri complessivamente anche più di 2000 persone con le varie distanze proposte dall’evento. Gli speed racers trovano pane per i loro denti sui 22 km dell’ Urban Trail, i curiosi della media distanza possono affrontare la staffetta Twin lui&lei da 30-35km con un cambio di testimone presso l’affascinante Eremo di San Donato, mentre gli atleti alla ricerca di qualche ora in più da passare sui Colli Berici possono scegliere se percorrere il classico Loop dei 65 km -quest’anno in senso orario- o lanciarsi nel giro grando dell’edizione speciale da 100km. Qualsiasi la distanza scelta, quest’anno arrivo e partenza tornano in Piazza dei Signori, nel cuore di Vicenza, rendendo entrambi i momenti davvero memorabili.

Due DU Believers dell’anno scorso, li riconoscete?

Tra i punti forti della gara segnaliamo:

– Una gara di corsa tra le old schoolers d’Italia, dove ti ‘basta correre’ su sentieri di difficoltà contenuta, portare con te quel poco che serve per goderti una bella giornata di corsa, e vivere con paradossale leggerezza un’esperienza *Ultra * definita dall’organizzazione Un passo fuori dall’asfalto, due passi oltre la Maratona.
Un’ottima occasione per lasciare a casa le macchinosità dell’ambiente Ultratrail e mantenersi a contatto con un evento semplice, curato, autentico

– un materiale obbligatorio ridotto all’osso che consente di godersi l’esperienza senza dover ricorrere a zaini enormi, sistemi di trasporto extra o crew con cambi multipli sul percorso (more on this later)

– un comparto organizzativo, di balisaggio e di volontari davvero eccezionale, che raramente ha deluso le aspettative (non ricordiamo veramente un momento in cui l’han fatto, a dirla tutta) rendendo UBT uno degli eventi di Trail meglio gestiti del Paese.

FAQ – Frequently Asked Questions

UBT è una gara difficile? UBT è una gara difficile per chi vuole rendersela tale: la difficoltà media dei sentieri è contenuta, a parte qualche passaggio in discesa ‘esposta’ tra Covoli e Falesie e un paio di salite ‘cancare’. Questa difficoltà medio bassa del playground è tuttavia anche la maggiore causa dei problemi che possono sorgere: un pacing errato è molto facile e ritrovarsi coi crampi al 35° km con un’altra metà di gara davanti è un incubo che può concretizzarsi per tanti. Una gestione conservativa nella prima metà di gara consente ampio margine di lavoro nella seconda: prendete il vostro ritmo, mangiate e bevete bene, correte rilassati senza fare la gara degli altri, e UBT non diventerà una gara difficile.

Il miglior consiglio per il pacing della gara lunga? Prendersi i primi 10-15 km per capire in che genere di giornata vi trovate, senza esagerare. per quanto vi siate preparati a puntino gli imprevisti potrebbero cominciare presto, tardi o non presentarsi mai ma rimangono un’eventualità. Starsene tranquilli fino a dopo Torri di Arcugnano e perchè no, fino a San Donato vi consente di rimanere sul pezzo, conservare energie e prendere le misure. Tutto il guadagnato lo potrete incanalare sulla seconda metà.

Scarpe da Trail o da Strada? Annosa questione: per anni la risposta è stata strada, ma con lo specializzarsi delle calzature pensate per i diversi ambiti del trail running (una volta si considerava una scarpa da Trail un prodotto da montagna poco affine alla corsa in collina) ora è facile trovare una scarpa che ricordi le caratteristiche di una stradale per fluidità e peso, ma che dia maggiore grip, protezione e sostegno per una corsa di molte ore. Questo è l’ago della bilancia della questione: se siete in grado di correre per 8-10 ore (e più per la 100km) in scarpe da strada sui sentieri: fatelo, se temete il cedimento di suole e supporti allora meglio una scarpe da Trail essenziale ma robusta. Diverso discorso per Urban e Twin: in condizioni secche una scarpa da strada vi può bastare. 

Anche in caso di fango? Questa è l’unica casistica in cui consigliamo a tutti una scarpa dotata di un battistrada da off-road. Il fango Berico non perdona.

Da temere di più le salite o le discese? Per la natura nervosa del percorso in diverse sezioni, probabilmente le discese. In salita, nel male potete camminare e portarle a casa dignitosamente anche a passo svelto, ma camminato. Se vi tassate i quadricipiti tirando troppo le discese, allora saranno dolori ad ogni dislivello a scendere. E ce ne sono davvero tanti.

Ma i bastoncini, li porto? Nonostante l’anno scorso un certo Francesco Rigodanza ci abbia dimostrato che sui Berici i bastoncini si possono portare eccome, (e ci si può anche vincere l’Integrale, ndr) il loro uso può essere un aiuto solo se avete l’ossessione di averli sempre appresso, o perchè temete di ‘piantarvi’ sugli ultimi dislivelli. Sulla carta, tolta qualche salita mediamente impegnativa per sviluppo rispetto al resto, i dislivelli di UBT non sono così ripidi e lunghi da giustificare / consigliare il loro utilizzo. Inoltre, anche se dovessimo aprire un’enorme parentesi sulle ricerche dedicate all’ambito, è dimostrato che su dislivelli di media pendenza l’utilizzo dei bastoncini non apporta un sostanziale aiuto in termine di economia di corsa/camminata. Morale: potete tranquillamente camminare tutti i dislivelli con le mani sulle ginocchia e otterrete un ottimo effetto in ogni caso.

Posso farmi seguire sul percorso da un assistente? Certo, l’assistenza personale è consentita in tutti i ristori, non fuori da essi. Se avete un’anima pia che vi segue il giorno della gara allora potete tranquillamente portarvi la nutrizione sufficiente tra un punto ristoro e l’altro senza pensare a dover partire con tutto il carico, ma occhio agli imprevisti!

La birra all’arrivo c’è? Nella più sana tradizione Ultraberica, la birra non manca mai. Menabrea torna sponsor della manifestazione e vi aspetta tutti all’arrivo (forse forse qualche Alpino o qualche volontario sul percorso ne avrà già pronta anche ai Ristori, ma non costringeteci a scrivere una FAQ sulla birra in gara: your pick!)

I Colli Berici tutti d’un fiato.

Percorsi

Integrale – Twin Lui&Lei / 65km 2500d+/-

La vera gara Classica si snoda quest’anno attraverso i Colli Berici in senso orario, da tradizionale anno pari. Da sempre ha avuto la nomea del giro più difficile, per via del Sole che segue lo stesso giro della gara offrendo poco riparo nei giorni caldi, e delle tre salite di maggiore sviluppo rispetto alla sorella del giro antiorario/dispari; non entriamo nel merito, ma possiamo già dirvi che una di queste tre salite (lo strappo maledetto che doveva condurre dall’abitato di Villaga all’Eremo di San Donato -km 33-34 -) è stata rivista e accorciata, dando sicuramente un po’ di respiro in più nella prima metà di percorso.

Il percorso nei primi 16km è una Fuga da Alcatraz col progressivo spostarsi verso il complesso collinare dei Berici. Se non vi farete distrarre dalla tonnara dei primi km dopo la salita iniziale a Monte Berico non vi perderete Ville palladiane, sentieri Urban e i primi strappetti che conducono al ristoro di Torri di Arcugnano e poi alla spina nel fianco della prima salita di giornata: La Forestale del Lago di Fimon.

Prendetela come vi riesce, ascoltatevi: è il vostro lasciapassare per spostarvi nella zona ‘alta’ dei Colli e per non dover pensare più (per 15 km almeno) a dislivelli impegnativi.

Lungo la Dorsale Berica passerete contrade, carrarecce , boschi in fiore, covoli e falesie baciate dal sole. C’è giusto un ristoro intermedio presso Torretta, al 22°. L’incanto viene momentaneamente spezzato dal seghetto di discesa verso Barbarano (km 32-33) e risalita a San Donato, luogo davvero suggestivo con le falesie d’arrampicata che abbracciano l’Eremo e gli staffettisti trepidanti che aspettano il loro compagno della prima metà. Questo passaggio segna generalmente la metà gara: km 35.

Se siete dell’integrale auguratevi di non sentire già i primi crampi arrivati qui, o sarà lunga tornare a Vicenza, se invece siete staffettisti godetevi il vostro lavoro ben fatto e passate il testimone a chi completerà il giro coi secondi 30km. La seconda metà è molto, molto, molto veloce. Dall’Eremo ci si avventura con fluide discese verso la Valle del Calto con i suoi mulini storici, e verso l’incrocio di Pederiva per affrontare l’unico grosso dislivello di questa frazione: Pederiva – San Gottardo, La Maledetta. Più o meno 4,5 km con quasi 400 di dislivello complessivo. Si sale costanti e pendenti all’inizio con un breve momento di rifiato a metà, per poi risalire ancora e ancora fino al ristoro del 45° a San Gottardo – Villa Bonin. Momento per ricomporsi, lasciare le madonne volare via e poi -come vedete dall’altimetria- godersi il lungo percorso a scendere che vi condurrà attraverso Perarolo, Arcugnano, le sabbie mobili del Canile di Vicenza e gli ultimi strappi per raggiungere il Centro città: Val dei Vicari (con annesso ristoro al 56°) e la graduale salita a Monte Berico, da cui si scende per le iconiche scalette per inoltrarsi in centro storico. Piazza dei Signori è lì, a un tiro di sasso, vi attende per accogliervi tra le Colonne di San Marco e del Redentore e a ripararvi a fianco della Basilica Palladiana: stampatevela bene in testa perchè è un arrivo di rara bellezza su TUTTO il panorama trail Italiano. Ultrabericus Trail è vostro.

Oooh, Aaah. That’s how it always starts, then later there’s just running and screaming. Jurassic Park
Iconico passaggio all’Eremo di San Donato.

Edizione Speciale 100km / 100 km 4400d+/-

Per commemorare i dieci anni di Ultrabericus, nel 2020 venne proposta quest’edizione speciale, che si terrà ufficialmente quest’anno. In generale, per cumulare 100km e 4000 metri di dislivello sui Berici, l’organizzazione è dovuta andare proprio a cercare angoli reconditi del comprensorio collinare, uscendo dal percorso dell’ Integrale con varie aggiunte in sezioni importanti della gara:

– km 13-25 / niente risalita della Forestale del Lago di Fimon (pheww!), dopo il ristoro di Torri di Arcugnano il percorso vira sulla dorsale Est dei colli, in direzione Costozza e Lumignano. Qui aspettatevi alcuni tra i sentieri più belli di tutti i Berici, con scorci sulle grotte del Brojon, sul sentiero Trioci fino alla risalita in Croce di Lumignano. Un’angolo dei Colli davvero immersivo, peccato sia molto breve: dopo la risalita dal ristoro di Lumignano verso Torretta il percorso rientra sull’Integrale.

– km 43-67 / dopo l’Eremo di San Donato inizia quello che è forse l’angolo più sperduto dei Berici: la Curva Sud che va ad abbracciare Toara, Villa del Ferro e Grancona. Tra vigne, campi, qualche argine e qualche muretto da risalire per tornare in dorsale, forse è dove la testa farà il suo maggior lavoro, specie dopo il giro di boa di Villa del Ferro (e la risalita bella tesa annessa). Calma e concentrazione, c’è da resistere fino al 67-68° per tornare sull’Integrale e, purtroppo, beccarsi la Maledetta risalita da Pederiva a San Gottardo.

– km 77-90 / Ultimo petalo distaccato dalla traccia Integrale, quella parte del percorso pensato per fare incazzare [Coach G. cit] qui ci si sposta sul percorso Circolare di Brendola-Altavilla. Bosco, bosco, ancora bosco ma ora per sentieri meno tecnici. Ha due risalite cattive prima e dopo il ristoro di Brendola, e uno snervante attraversamento di campi nella sezione di Valmarana (86-88°) quindi ricordatevi di tutte le ripetute in piano che avete fatto, quando ci arrivate. Verranno buone. Dal 90°, col passaggio ad Arcugnano, si può finalmente iniziare a respirare aria di Vicenza: gambe in spalla e pronti ad affrontare le ultime due rampe, poi il periplo dei Colli Berici -quello completo- sarà vostro.

Ndr: i km dei ristori qui segnalati sono ricavati dalla geo-localizzazione tra traccia e mappa. Potrebbero non coincidere alla perfezione con quelli segnalati dall’organizzazione (margine di errore di un km). Usateli come riferimento, ma non sbroccate se non sono precisi al 200% 😉

UBT Urban 22km

La gara veloce e cattiva di casa, ma anche ottima per offrire una prima esperienza di Trail ai neofiti. Ultrabericus Urban nasce dai primi e dagli ultimi km della classica Integrale, connettendo Vicenza ad Arcugnano tramite sentieri e strade ad Est della Dorsale Berica e riportando i concorrenti in Piazza dei Signori via i percorsi ad Ovest della Dorsale. Panorami forse meno ricercati, ma per chi sa guardarsi attorno c’è molto da vedere, specie per il patrimonio storico di Palladio e soci. Consigliata a tutti quelli che cercano una gara da batticuore, e per chi vuole guadagnarsi facilmente lo splendido arrivo nel centro storico di Vicenza.

Ultrabericus Urban fa rima con ‘pedal to the metal’.
Punto fermo di ogni edizione UBT: la prima salita di giornata scollinando i Portici di Monte Berico.

Materiale Obbligatorio

Ad accompagnare le gare Ultrabericus Team c’è sempre un leitmotiv attento dedicato al materiale obbligatorio, che nel caso di UBT è davvero essenziale: si tratta veramente di 6-7 cose così leggere da essere riposte in un marsupio: e nonostante questo tutti gli anni c’è chi riesce a ‘lasciare qualcosa a casa’. Non fatelo: portate tutto nel vostro zaino/marsupio e godetevi la giornata. L’unica difficoltà può esserci per chi correrà la 100km, per il trasporto della nutrizione, ma ricordiamo che l’assistenza personal è consentita in TUTTI i ristori.

Dal sito dell’organizzazione:

Materiale obbligatorio per CentoIntegrale e secondo staffettista Twin lui & lei:

1 – borraccia o altro contenitore con 0,5 litri d’acqua,

2 – telo termico di sopravvivenza,

3 – fischietto,

4 – giacca antivento,

5 – bicchiere personale (la borraccia se a tappo largo è valida come bicchiere),

6 – lampada frontale funzionante, con batterie cariche,

7 – mascherina protettiva bocca e naso.

Materiale obbligatorio per primo staffettista Twin lui & lei:

1 – borraccia o altro contenitore con 0,5 litri d’acqua,

2 – telo termico di sopravvivenza,

3 – fischietto,

4 – giacca antivento,

5 – bicchiere personale (la borraccia se a tappo largo è valida come bicchiere),

6 – mascherina protettiva bocca e naso,

per il primo staffettista Twin lui & lei NON è obbligatoria la lampada frontale.

Materiale obbligatorio per Urban:

1 – telo termico di sopravvivenza,

2 – fischietto,

3 – giacca antivento,

4 – bicchiere personale,

5 – mascherina protettiva bocca e naso,

per la prova Urban NON sono necessari la borraccia 0,5 l e la lampada frontale.

Orari di partenza:

  • UBT edizione 100km: start ore 5:00 AM
  • UBT integrale 65km: start ore 10:00 AM
  • UBT prima staffetta: start ore 10:00 AM
  • UBT Urban 22km: start ore 11:00 AM

Come da tradizione: orari dei cancelli e di cut-off non ve ne diamo, siamo CERTI che non ce ne sia bisogno.

Che il vostro viaggio su e giù per i Berici inizi e finisca col piede giusto.

Gradatim Ferociter

Coach T.

First Timers: Camilla Bolzoli – Tuscany Crossing 103k

Una parte importante del nostro lavoro di Coach, è quello di aiutare i nostri atleti a raggiungere un obbiettivo. A volte è un tempo, un piazzamento, un risultato, e la soddisfazione di vederli raggiunti (quando succede) è enorme. Ma la cosa più bella è quando lavoriamo per le “prime volte”: la prima volta oltre la maratona, la prima volta oltre la tripla cifra, la prima volta su cento miglia. Perché si fa insieme un percorso verso l’ignoto, e poi si lascia andare l’atleta da solo a scoprire qualcosa. E così abbiamo deciso di inaugurare la rubrica dei First Timers, dove i nostri atleti raccontano la loro prima volta.

Il mio viaggio nel mondo di Destination Unknown è iniziato in Aprile 2021, senza una destinazione precisa se non quella di aumentare le distanze.

Fino a quel momento, infatti, corricchiavo per conto mio, senza aver mai fatto veri allenamenti e la gara più lunga ed impegnativa portata a termine era stata la Dolomiti Brenta Trail nel 2019 (45 km e 2.800+).

Dentro di me, già da tempo, sentivo forte il desiderio di percorrere una lunga distanza: volevo avventurarmi in una zona a me sconosciuta ma che mi affascinava tantissimo. Ero ben consapevole, però, che da sola non avrei saputo come cominciare.

Mi ricordo quando, dopo due mesi di allenamenti, scrissi a Paco che nel 2022 avrei voluto preparare una 100 km. La sua risposta mi ha spiazzata: “Il prossimo anno? Ma è troppo lontano. Troviamo una gara adatta a te in autunno”. Ho riletto quel messaggio per giorni e, non conoscendolo di persona, mi sono chiesta se volesse eliminarmi in qualche modo o se stesse pensando di rispondere ad un’altra persona…

Zitta zitta (anche perché, in quel periodo, non si vedevano ancora gare all’orizzonte) ho continuato i miei allenamenti. In sei mesi ho saltato solo un’uscita: un po’ perché quando decido di raggiungere un obiettivo faccio di tutto per ottenerlo ma, soprattutto, perché questi workout – giorno dopo giorno – sono diventati parte integrante della mia vita quotidiana.

Un caldo pomeriggio di fine Luglio, sui social mi compare “Tuscany Crossing”, 24/25 Settembre, 103 Km 3.400+.

Subito scrivo a Paco: “Dici che posso farla? Sincero eh”. Risposta: “Vai Cami!!”. Nel giro di dieci minuti mi ero già iscritta (da “brava” persona impulsiva che ha passato il giorno dopo a chiedersi che enorme cazzata avesse fatto!).

Da quella decisione iniziano 2 mesi di allenamenti quotidiani ed intesi: una mole di lavoro che pensavo fosse fuori dalla mia portata ma che, sorprendentemente, sono riuscita a reggere senza mai sentirmi stanca o affaticata (solo affamata, quello tanto!!).

Lì è iniziata la mia prima 100 Km.

Soffrendo molto il caldo (a Brescia è anche particolarmente umido), ogni mattina mi alzavo tra le 4.45 e le 5 e uscivo. I lunghi mi aspettavano nel weekend (o, forse, ero io che li aspettavo con grande entusiasmo). Mi sono sempre allenata da sola, anche se sola non mi sono mai sentita. Non ho mai cambiato zona, sia su strada sia su sentiero: non trovavo il senso di fare km in auto per una gara che non richiedeva una specifica preparazione tecnica. Mi sono detta: vuoi fare 100 km in Toscana? Ok, inizia con lasciare giù l’auto e raggiungi i posti a piedi. Così ho allenato anche la mente.

Su questi percorsi (sempre in salita, perlopiù corribile) ho imparato a conoscere il mio corpo e la mia testa.

Sulle strade deserte eravamo io, le solite 3 canzoni sparate a tutto volume senza auricolari, la luna e il canto dei grilli (sì, a quell’ora c’erano ancora i grilli e non le cicale! Il gallo stava ancora dormendo).

Sapevo esattamente a che tornante avrei sofferto di più, a quale curva avrei potuto godere di una meravigliosa alba e di quel magico momento che la precede. Ho riempito il mio cuore di emozioni intense che mi hanno dato la carica per vivere le giornate: arrivare al lavoro con questa energia è impagabile.

Durante i lunghi ho dovuto rivedere la mia alimentazione: fino a quel momento non avevo mai usato gel, barrette, sali minerali e maltodestrine. Alla prima crisi, con Paco abbiamo dovuto trovare un piano B. Anche queste “prove” sono state fondamentali per poi sapermi gestire in gara.

Due settimane prima del fatidico giorno, ogni paura è magicamente passata: avevo solo una gran voglia di partire, ero molto carica sia fisicamente sia psicologicamente. Ero consapevole che, da quel momento in poi, il buon andamento della gara dipendeva solo ed esclusivamente da me (oltre che, ovviamente, da una buona dose di fortuna – perché sapevo che le variabili potevano essere tante e non era possibile pianificarle tutte).

Ci tengo a dire che con Paco c’è stata intesa fin dall’inizio ma, in questi due mesi, ho capito che il bravo coach non è (solo) quello che ti fa arrivare al traguardo ma, soprattutto, quella persona che – nei giorni antecedenti alla gara – ti fa sentire motivato e soddisfatto di quello che hai vissuto fino a quel momento. Per me è stato una grande percorso di crescita personale. Paco c’è sempre stato, senza che glielo chiedessi. Sinceramente, non conoscendoci di persona, ancora mi chiedo come facesse a capire quando era il momento esatto in cui avevo bisogno di lui.

Del Tuscany, che dire?

Siamo partiti alle 5.30 (orario per me perfetto), in uno scenario che sembrava un dipinto. Un’alba indescrivibile. Molti si fermavano a fare le foto ma io ho preferito godermi quello spettacolo solo con gli occhi e con il cuore: non è possibile racchiudere tanta bellezza in uno scatto. Vale la pena viverlo, soprattutto dopo 1 anno e mezzo di Covid che ci ha privato di meraviglia e di speranza.

In gara non ho mai pensato di non potercela fare, nemmeno nei momenti di difficoltà: il caldo l’ha fatta da padrone per più di metà giornata ma, una costante idratazione e “docce” improvvisate mi hanno permesso di non sentirmi male. Purtroppo non mi sono goduta gli ultimi 25 km per un forte dolore al ginocchio ma ho riflettuto sul fatto che, in fondo, mancavano “solo” 25 km (a proposito, quanto è lungo anche un solo km quando non stai bene?!?!?!) e che ero fortunata ad essere stata in forma fino a quel momento.

Sinceramente non ho vissuto questa gara come un viaggio: in mezzo a tante persone non era possibile… Il vero viaggio, per me, è racchiuso nei mesi di preparazione.

Ah, dimenticavo un particolare: fino a qualche giorno prima del Tuscany Crossing, avevo detto di questa sfida a pochissime persone. Era un mio sogno e volevo viverlo nel profondo.

E così, quando ho oltrepassato il traguardo, ho trovato ad accogliermi la mia felicità, mista a soddisfazione e incredulità.

Le lacrime? Quelle sono arrivate qualche giorno dopo: lacrime di liberazione di emozioni forti.

La soddisfazione più grande? Aver ripreso gli allenamenti, era tutto ciò che desideravo.

Coach Gentilucci, Tuscany Crossing 50k, 2nd place.
Dovunque tu sia, “continua a correre, testa di c***o”. I tuoi atleti continuano a farlo.

Amore GR-anitico

Nel cuore aspro della Corsica, distante dalle più famose località balneari del Mediterraneo della vicina Sardegna, si nasconde uno dei percorsi trail-hiking più maestosi e impegnativi d’Europa (qualcuno non si è fatto problemi a definirlo il più difficile del continente, ma era un Francese e sappiamo che esagerano sempre, specie quando si parla di territorio nazionale); il GR 20 è un sentiero o meglio: una Gran Randonneè di circa 180 km e approssimativamente 13’000 metri di dislivello che collega Calenzana a Conca con una progressione dal Nord Ovest al Sud Est dell’isola. A dominare il percorso sono creste e graniti, un ‘seghetto’ di salita e discesa impegnativo con passaggi di media esposizione che lo rendono consigliabile a chi sa destreggiarsi in montagna con una buona esperienza. Neanche a dirlo, come tutti i percorsi duri anche solo in modalità Trekking di più giorni, ci deve essere chi decide di provare l’attraversata in un single-push e negli anni grandi nomi si sono accaparrati il record: nei tempi femminili l’unico ufficiale registrato è un 41 ore e 20 di Emilie Lecomte (nel 2012), mentre tra gli uomini dopo le 32 ore di Guillame Peretti e Kilian Jornet in 32 h e 54 min, il miglior tempo è rimasto per diverso tempo a François D’Haene con 31 ore spaccate (2016). Fortuna che l’attenzione per i FKT si è alzata nella Covid-era, e un nuovo nome si è preso il primato proprio quest’anno: Lambert Santelli con il tempo di 30 ore e 25 minuti.

Anche DU se ne è andata in avanscoperta, con l’inviato speciale nonchè new Coach, Andrea.

Scritto da Andrea Tarlao.

Era ancora presto per ricominciare con la fase di allenamento di ripetute solita della stagione invernale e l’energia e motivazione erano ancora sufficienti per potersi imbarcare in un ultimo progetto.

Era la prima settima di ottobre, quando per puro caso un amico mi ha proposto di passare qualche tempo in Corsica. Poco ci ha messo a farsi viva l’idea di provare a correre il GR20.

Una breve ricerca su internet, una chiamata con il mio coach ed ecco pronto un bel piano di attacco. I tempi si, erano stretti dopo l’ultima avventura in Svizzera ma a me piacciono queste sfide dove la linea tra successo ed insuccesso si assottiglia.

Partenza prevista per il tracciato prima settimana di Novembre, arrivo .. sperabilmente non più di 50 ore dopo.

Insomma mi aspettavano dure settimane di allenamento e programmazione. Gli allenamenti duri in genere non mi danno problemi, anzi, avere un progetto tiene alta la motivazione e costanza. E’ sulla programmazione che sono una frana. Solitamente quando faccio i miei lunghi non dedico tempo a studiare il percorso.

Ho ordinato una mappa ed una guida del trekking ( che per qualche motivo mi è arrivata in Francese), ma credo di aver speso più tempo a guardare le foto per capire realmente come potesse essere il tipo di terreno che a leggere la descrizione delle varie tappe, d’altronde anche nel mondo dell’ Ultrarunning la tecnicità è soggettiva e va in base all’esperienza.

Le cose che realmente mi interessava sapere prima di cominciare la corsa erano poche ed essenziali, per il resto mi piaceva la sensazione di avventura.

-Condizioni meteo

-Fonti d’acqua (se ne trovano lungo il percorso in questo periodo, sono ruscelli e fiumiciattoli di montagna più qualche fonte vicino ai rifugi)

-Possibili ristori (rifugi chiusi da ottobre)

Data la situazione rifugi ed il budget economico pressoché nullo per il mio obiettivo ho deciso di lasciare una drop-bag al km 100 circa, quando il sentiero incrocia la strada per la terza ed ultima volta lungo la parte nord del percorso, prima di cominciare la cosiddetta parte sud.

La mia drop-bag era minimal come tutta l’organizzazione e conteneva:

-40gel

-patate lesse ed un po’ di riso in bianco

-calzini di ricambio

-batterie per la mia frontale

Continuavo a guardare il meteo e pareva che un’ ondata molto fredda stesse arrivando, solita chiamata al coach per riferirgli che la mia partenza era stata anticipata causa meteo al 19 Ottobre, come sempre le parole di Paco sono state di grande aiuto: “Vai , goditela e prenditela con calma, sarà un esperienza unica.. le gambe non sono al 100% però di testa ne hai!” Finisco i preparativi usando la mia solita check list per verificare se ho dimenticato qualcosa:

  • 40 gel
  • frutta secca
  • tramezzino (1 con formaggio)
  • pillole di magnesio e potassio
  • giacca a vento
  • pantaloni lunghi
  • maglia termica
  • maglietta di ricambio
  • buff
  • guanti
  • bastoncini
  • pile per frontale ( questa volta opto per le duracell e non per le ricaricabili petzel, le prime durano una notte intera)
  • carta igienica
  • accendino
  • telefono cellulare ( anche se non si ha linea se non vicino ai punti dove si incrociano le strade)
  • mappa del percorso

Il giorno successivo mi faccio accompagnare a Calenzana da un amico.

Si parte….

Parto piano lascio che le gambe si riscaldino al meglio, i primi km sono in salita però il terreno è ottimo, una corsa su un tipico sentierino di montagna. Cerco di mantenere un passo costante raggiungo la mia prima vetta “Bocca U Saltu” (1250Mt).

Da qua comincia una lunga traversata con qualche sali e scendi prima di arrivare al primo rifugio dove si trova una fonte.

La seconda tappa è quella che mi ha rallentato: una magnifica rampa granitica ed una traversata su cresta a mio parere non molto corribile, dove forse considerata l’anzianità delle mie scarpe ho cominciato a sentire un leggero dolore al ginocchio destro. Mi siedo prendo una pausa, respiro a fondo e spero che il dolore rimanga stabile.. ovviamente si sa che quando comincia un dolore difficilmente rimane stabile, ma aumenta.

Così come aumenta il dolore aumenta la difficoltà del percorso, ed ora ho una lunga discesa sassosa per arrivare a Haut Asco , dove deciderò a malincuore di fermarmi prima di causare ulteriori danni al corpo forzando una postura non più naturale.

Che dire, la mia avventura e’durata davvero poco. Ma dopo tutta la pianificazione, e dopo aver visto in che ambiente magnifico si sviluppa il GR 20, non posso non ritornare: alla prossima cara Corsica.

Sembra che dovremo torkare, Aska!

Wannabe a Viandante

La corsa è una cosa incredibilmente semplice. Quello che però ci affascina, è il significato che ciascuno di noi sa trovargli all’interno della propria vita. Come runner e come allenatori, è sempre affascinante scavare più a fondo, cercare di capire dove un semplice gesto atletico è capace di trasportarci. Forse per questo, forse perché il Viandante è uno di quei sentieri che avrei sempre voluto fare ma che non ho ancora smarcato, forse per l’essenzialità con cui se l’è vissuta Alessio, ma il suo racconto del sentiero del Viandante ha toccato le corde giuste. Quindi godetevi anche voi le sue parole e continuate a scavare. Coach D

Scritto da Alessio Di Pierdomenico.

5:50 AM: vibra il cellulare e rotoli giù dal letto.

Via il sonno e su la divisa, ovatta sotto i piedi in stile ninja e andare: fuori di casa dove tutto è pronto.

Non stancano mai le albe, con qualsiasi meteo. In soli otto mesi hai compreso che tutti i giorni possono partire nel migliore dei modi… E ora è difficile farne a meno.
Non importa se ti serve la frontale per trovare la traccia perché sei sempre nel tuo elemento. E la temperatura non fa mai paura: se hai dimenticato qualche strato, ti basta spingere un po’di più.

Nonostante il momento storico in cui ti trovi, non ti sei tirato indietro dall’inseguire una cosa nuova a cui dedicarti con tenacia e, soprattutto, hai capito che son tutte magnifiche prime volte quando, zuppo di sudore, rincasi e riponi le scarpette.

I mesi di quella brutta roba che il Coach chiama ‘ciclo’ volano coi km, anche quando non sembra. Anche d’inverno. È già tempo di testare tempi più lunghi sulle gambe e inizi a domandarti “Come risponderà il tuo corpo?” o “Cosa passerà dietro i tuoi lobi frontali di fronte tutte quelle ore a zonzo?”.

Sono lecite preoccupazioni, se la tua storia sportiva è stata per vent’anni legata a un rettangolo di erba verde. Anni in cui l’attività in sé era l’occasione per condividere e crescere. Poi però la magia ha iniziato a sbiadire… L’agonismo ha preso spazio alla spensieratezza e ti sei sentito pronto ad appendere la divisa; quasi dieci anni passano senza che nessuno sport ti coinvolga veramente.. Senza qualcosa da guardare con lungimiranza.

Poi, il caso, fa sì che ti imbatta in un libro e inizi a divorarne altri… Leggi articoli, ti butti su video, documentari e film. Semplicemente rimani folgorato e senza spiegarti il motivo capisci che vuoi a tutti costi entrare a far parte di quello strambo mondo fatto di vesciche e unghie che cadono.

Correre può insegnare a essere umili e farti capire che il sostegno alla crescita deve arrivare da un qualcuno in grado di guidarti dopo l’imprinting… E se hai la fortuna di trovare qualcuno che ti fa contemporaneamente da coach e da mentore, allora hai imboccato la via giusta!

Il battesimo di fuoco lo fissi dopo che ti imbatti nella parola “Viandante”, nel vocabolario come “persona che passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani”… Praticamente descrive la tua idea di ultra e lo fa proiettando nella mente una visione poetica di Te stesso, in pellegrinaggio per il puro divertimento di farlo, esplorando senza assilli.

Così scopri che sulla strada per la casa in montagna esiste uno splendido cammino tracciato chiamato Sentiero del Viandante. I segnali vanno assecondati, sempre!

E allora ti godi tutto, a partire dalla preparazione dell’evento: studio della traccia, strategia di passo sul percorso, alimentazione e idratazione, gestione degli imprevisti. Impari ad apprezzare meglio anche gli sforzi amorevoli di chi ti sopporta con il sorriso tutti i giorni, tra macchinate di capi tecnici, capitali spesi in gel, podcast a tema e S&C casalingo… La stessa moglie che la mattina presto di un sabato di metà Aprile ti scorta all’inizio della via, in quel di Abbadia Lariana.

La mattinata è fresca, limpida e scorre veloce nell’ammirare tutte le sfumature dei belvedere affacciati sul lago. La traccia è scolpita nell’amato sottobosco che zigzaga alla base delle guglie calcaree delle Grigne. Il sole scalda anche più di quello che ci si aspettava, ma si beve e mangia regolarmente e questo sembra bastare per mantenere alta la motivazione.

È incredibile come una superstrada percorsa in auto decine di volte all’anno abbia sempre celato quei paesaggi laghee, fatti di paeselli di riviera arroccati, muri a secco e ville nobiliari. È una cerniera di mulattiere e sentieri che unisce i due estremi di questo mondo: acqua e montagna.

La percezione di quello che vedi e senti si perde nei meandri della mente quando trovi quel flow che aziona i piedi in maniera meccanica e automatica… Le immagini, i rumori e i profumi ti elevano a uno stato di pace mentale che sa di inconscio e profondamente intimo, quasi primordiale.

Dopo aver percorso i boschi sopra l’insenatura del laghetto di Piona, comprendi che il sentiero sta per virare deciso verso la bassa Valtellina quando il massiccio campanile della Chiesa della Madonna di Valpozzo inizia a svettare tra le fronde dei castagni.

E dopo tutte quelle ore non puoi che desiderare il dolce bentornato della tua famiglia: quando i tuoi due devoti whippet ti si scagliano addosso a tutta, anticipando con piacere la finish line sai di essere arrivato, ad attenderti tua moglie e un meritatissimo pacco di patatine!

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Nota a margine: dati tecnici del percorso.

Distanza: 45 km

Elevazione: 2500 d+ / 2500 d-

Località di partenza: Abbadia Lariana

Località di arrivo: Piantedo

Traccia GPX: https://connect.garmin.com/modern/course/51076546

Difficoltà: E (che vuol dire ‘esticazzi?’: per tutti)

Mozart 100: una sinfonia per due

La Mozart 100 è un evento di Endurance che ogni anno raduna a Salisburgo oltre 1500 partecipanti con distanze che spaziano dal CityTrail di 20 km alla Marathon Trail fino all’Ultra di 50 miglia e la 108 km fa da evento madre del weekend. Tutti i percorsi si snodano attorno al capoluogo austriaco, tra i laghi Fuschl e Wolfgang, le montagne dello Zwölferhorn e di Schafberg e la rete di sentieri che domina pascoli e boschi al di fuori dalla zona urbana.

Normalmente l’evento si corre in Giugno, ma a causa del piano di contingenza Covid che conosciamo, è stata spostata quest’anno a Settembre senza sostanziali differenze nel percorso principale (e a cascata in tutti gli altri) che misura circa 108 km con poco meno di 5000 metri di dislivello positivo. Una buona prova di Ultra trail che mette nel mixer una bella varietà di percorsi e sezioni differenti: perfetto per chi è di ritorno alle competizioni dopo un prolungato stop.

Non chiamatela periferia.

Tommaso

Mai sentita l’espressione ‘Arrivare dopo la musica?’ Nell’ambiente altamente competitivo (qualcuno dirà tossico) da cui vengo, quell’espressione è usata di frequente per indicare un risultato sportivo scadente, dovuto ad impreparazione, errori di gestione o più semplicemente: essere scarsi di natura. Arrivare dopo la musica significa tagliare il traguardo quando ormai non c’è più nessuno ad accoglierti, magari nemmeno lo speaker: c’è giusto il gonfiabile che ti aiuta a capire di essere arrivato, e un volontario col ‘Bravo lo stesso dai’ già in canna.

Entrambi a digiuno da eventi fin dal pre-pandemia (no, le 4 ore autogestite con gli amici non contano -e non sono sane, ndGrazielli-) sia io che Francesca siamo arrivati a Mozart in cerca di qualcosa, chi un’occasione per misurarsi con sè stesso e ricordarsi come si fa, chi a caccia di un ticket per Western States, chi per entrambi.
Nel mio caso, dopo un 2021 passato a bassi chilometraggi, zero interessi e di conseguenza pochi stimoli ad allenamenti di fino, la sfida principale nella preparazione dipendeva dall’essere nuovamente consistente e stabile nella ripresa degli allenamenti: non aver più dosato volumi e intensità variabili nel corso dell’anno mi poneva in una posizione anomala per i miei standard di preparazione. Da un certo punto di vista ero fresco e pronto a riprendere i carichi, dall’altro non potevo permettermi di farmi prendere la mano e buttarmi subito nella mischia con l’ansia di dover recuperare i km non fatti nel corso dell’anno. Brutto da dire, ma molti risultati nelle gare di endurance dipendono prima di tutto dalla mole di volume di allenamento sostenuto nei mesi (per non dire nell’anno o due) precedenti all’evento: è un long shot, lo so, ma paradossalmente arrivare bene in un evento settembrino può dipendere molto più di quello che si pensa dall’essersi preparati almeno con costanza da inizio anno; gli ‘esami di recupero’ non esistono.

Passaggio sulla prima cima di giornata: Zwölferhorn

Così, l’idea di avere solo 9 settimane (da inizio Luglio) a disposizione per imbastire il tutto mi ha fatto pensare alle priorità che dovevo darmi per far quadrare il tutto: 

  • riprendere a polarizzare le uscite settimanali, o molto semplicemente variare giorni hard e giorni facili, in maniera da rimettere il fisico nuovamente nel loop di stress e riposo, e generare così fitness in maniera solida e regolare;
  • aumentare il volume settimanale in maniera graduale per evitare infortuni e stop sul più bello, dopo gli ultimi 3 mesi passati con una blanda media di 65 km settimanali non potevo rischiare di strafare imponendomi chilometraggi folli come se avessi avuto una base più solida lungo il corso dell’anno.
  • rilanciare l’intensità dalle basi: senza andare direttamente a lavorare sui ritmi utili a sviluppare il ritmo per una 100 km, ma partendo da lavori semplici, corti.
  • costruire long runs di spessore a ridosso delle gara (dopo non aver mai corso più di 50 km negli ultimi 12 mesi) senza togliere volume al resto della settimana e garantendo quindi dei blocchi di allenamento ben strutturati.

Programmare una preparazione che stimoli tutti gli adattamenti fisiologici in poco tempo è una bella sfida e fin dal principio sapevo che avrei dovuto mettere da parte la mia analità per le cose fatte bene e mettere il focus sulle cose importanti, dedicando tempo per potenziare le criticità distanti dalla gara e le cose in cui riesco meglio a ridosso dell’evento. Ho optato per un paio di settimane di ripresa con lavori corti e intensi, per stimolare il VO2max e avere un’idea di quanto potessi spingere, nonchè per ‘scrostare’ un po’ il sistema che stava vivacchiando di corse blande e aspecifiche. Il grosso dei blocchi centrali li ho poi dedicati invece a fare classici allenamenti in Treshold per creare resistenza al lattato, chiudendo il mesociclo di tre settimane con un bel back to back al Camp DU sul Marguareis. Quei due giorni da 6 ore l’uno sono stati la perfetta fine del blocco di lavoro di Treshold e l’inizio ideale di quello mirato a sviluppare gli adattamenti della soglia Aerobica, aprendo la porta all’ultimo mese verso Mozart: quello più divertente con alti volumi, uscite senza troppi fronzoli e gli immancabili lunghi del weekend che hanno portato spunti di problem solving e adattamenti necessari alla buona riuscita della gara. Riprendere anche solo a stare sulle gambe diverse ore è stata credo la soddisfazione più grande considerato il poco tempo concesso al fisico per svegliarsi dal torpore dell’anno sottotono.

Dimenticato qualcosa? certo, ai più attenti non sarà sfuggito l’assenza delle parole magiche: strenght & conditioning, ossia tutto l’allenamento funzionale alla corsa, da farsi con esercizi mirati a sviluppare forza, stabilità e mobilità. Fortunatamente questo aspetto l’avevo curato meglio nel corso dell’anno, mantenendo una certa regolarità, per cui dopo un consulto col fisioterapista di fiducia (Giacomo – The Well Run) nei due mesi precedenti alla gara ho optato per concentrarmi unicamente su quei lavori di rinforzo delle strutture più deboli (addutori e anche nel mio caso) e della sana vecchia mobilità annessa allo stretching dinamico.

Discorso a parte per Francesca invece: dopo un inverno di stop completo dalla corsa con flebili risultati di corri-e-cammina raccolti tra Marzo e Aprile, per lei emergevano i bisogni di

  • ripartire quasi da zero con un programma che le permettesse di riacquisire feeling con la fatica e di progredire a step con volumi gradualmente maggiori;
  • costruire nuovamente un livello di fitness adatto a permetterle di affrontare una lunga distanza in maniera sicura (nella sua testa la Mozart 75 era un obiettivo plausibile da preparare, dato il moderato gradiente tecnico e di distanza), nelle migliori condizioni possibili anche gareggiare per l’intera distanza;
  • integrare gli allenamenti di potenziamento per mantenere struttura ad una periodizzazione che tenesse maggiormente conto dei cicli di carico e scarico, nel suo caso estesi da Maggio a Settembre: un tempo utile a disposizione per rimettersi in carreggiata.

Apparentemente tutto facile no? eppure potreste scoprire che rimettersi in sesto dopo mesi di stop non è cosa sempre scontata: dopo tutto, come dice sempre lei ‘Ho 44 anni sai?!’

Francesca

44 anni e sentirli tutti!

Ride bene lui che di anni ne ha un bel po’ meno ma, alla mia età, è necessario rivedere il modo in cui ci si approccia a questo sport, se si intende raggiungere obiettivi ambiziosi. Mi sono già data il limite d’età in cui non pretenderò ancora da me stessa i risultati di un tempo, ma fino a che mi sentirò di provarci continuerò ad insistere. Se ho imparato una cosa però è che dovrò farlo con metodo, cioè come non avevo fatto finora: fino a questo 2021 non avevo mai seguito per più di un mese uno straccio di guida da chi ha competenze in merito.

Aldilà dell’infortunio, che comunque ha fatto il suo, quello che mi è mancato negli ultimi 2 anni è stato l’entusiasmo e la continuità inserite in una sorta di routine di allenamenti; chiamo “allenamenti” quelle che erano le mie corsette perlopiù su terreno collinare tipiche della mia quotidiana ora d’aria: la mia terapia del benessere. Il DNF alla TDS 2019, preparata a suon di ‘corsette’ e gare di avvicinamento (troppe,ndTommaso) è stato il punto più alto di sconforto e stanchezza a cui poi è seguito un periodo fatto di cambiamenti professionali non facili, situazioni conosciute di lockdown intermittenti, mancanza di obiettivi e, infine, l’infortunio. Rimettersi in ballo dopo tutto questo è stato uno sforzo ENORME. E sopra a tutto, il pesante quesito che, ancora incerta verso la ripresa, mi opprimeva: mi piace / piacerà ancora correre? Lo stop forzato mi ha sicuramente chiarito il dilemma, un intero inverno a digiuno dalla mia attività preferita mi ha fatto capire quanto mi mancasse.

Ho deciso di iscrivermi a Mozart quando ci è parso chiaro che la cosa fosse fattibile e congrua coi tempi di recupero. È stato un lavoro sinergico tra il mio fisioterapista Giacomo, il coach Tommaso ed io, che per la prima volta mi sono arresa a rispettare un programma, portando tanta e santa pazienza. Giacomo mi ha seguita nella riabilitazione al gesto: per prima cosa rimettendomi in bolla, poi lavorando sulla “struttura” per tenere insieme fisico e corsa con esercizi a secco di mobilità e di potenziamento muscolare, caricando gradualmente fino a quando siamo riusciti a rendere il sintomo pressoché’ impercettibile. A fine febbraio abbiamo introdotto le prime e timide sessioni di corri & cammina e a fine aprile riuscivo a correre 1 ora continuativa senza particolare dolore.

Il 4 settembre l’appuntamento evidenziato sul calendario: Mozart Ultra 75 km, perché i 105km della gara madre erano davvero una sfida che lasciava troppi dubbi nella gestione della condizione fisica. Così Tommaso ha preso il commando della situazione e mi ha iniziato nel favoloso mondo della periodizzazione, di caselle colorate su Training Peaks, degli allenamenti dai nomi più strambi! Anche io ho avuto il mio Jimbro, il mio Tom Low e il mio preferito: Il Guglie che io ho prontamente storpiato pensando alle due Piramidi che uscivano sul grafico di Strava. Ho trascorso l’estate a suon di alzatacce, corse mattutine con Garmin strimpellante ritmi improbabili per quell’ora e week end densi di appuntamenti su lunghi percorsi corribili, cercando di simulare quello che avremmo trovato in gara. Non sono mancati momenti di depressione e stanchezza e anche qualche scenata nevrotica in cui ho messo la pazienza del Coach a dura prova. E’ stata un’estate esageratamente calda e intensa e io l’ho vissuta mirando a quel circoletto sul calendario. Ad alta voce professavo il mio unico obiettivo di portare a termine la gara, ma la mia vocina interiore pretendeva tutt’altra prospettiva. Era comunque una grande scommessa tornare a gareggiare dopo 2 anni, in un certo senso come se fosse di nuovo la prima volta.

Il fatidico giorno è arrivato e io mi sono presentata in start line agitata, con l’intestino scombussolato e una note insonne ma con la certezza di aver fatto bene tutti i compiti e di sentirmi fisicamente pronta a partire – o almeno a presentarmi in partenza. Fortunatamente l’istinto mi ha aiutata richiamando schemi e gestione: ho affrontato la gara ripassando a mente quello che non si poteva sbagliare: mangiare ogni 50’ alternando gel e fruttini, bere a sorsi continuamente, correre sempre tutto quello che si può correre, sbacchettare vigorosamente quello che non si può, attivare il cruise control in discesa, rifornirsi di acqua a tutti i ristori (Non tutti, ammetto di aver saltato il primo secondo gli insegnamenti del Profeta di Buckled). Poco poetico ma facile! Per fortuna, questo piano rigoroso non mi ha impegnata completamente e ho potuto godere di alcune viste suggestive sullo Zwölferhorn, dove il sole alto splendeva sopra un lago Wolfgang coperto dalla foschia lucente, ho invidiato i bagnanti sul lungo lago di Fuschl quando, dopo il secondo passaggio per la base vita a quasi 50 km, il caldo si faceva sentire e le gambe cominciavano a indurirsi. E quando è arrivata la fatica vera ho semplicemente calato la marcia e attivato la modalità crociera: in fin dei conti, da lì in poi dovevo solo rispettare i patti e arrivare sorridente in Kapitel Plaza giusta per il gelato del pomeriggio.

E dunque come è andata?

Tommaso: Sarebbe troppo facile descrivere una 100 km (o una almost 50miglia nel caso di Francesca) come un’esperienza smooth e secondo i piani. I piani non esistono, e se esistono durano fino ad un certo punto. Probabilmente, però, l’avere aspettative contenute verso questa gara mi ha permesso di godermi l’avvicinamento, lo svolgimento e pure il risultato; nel mezzo c’è stato qualche sofferenza a livello muscolare: la preparazione cardio e l’adattamento alla distanza son riusciti alla perfezione (specie con quel numero di settimane a disposizione) ma il gradiente tecnico di numerose sezioni della gara ha evidenziato diverse carenze nel potenziamento di certi gruppi muscolari coinvolti soprattutto nelle discese. Quelle sensazioni di farsi massacrare in continuazione dal terreno ha sicuramente tolto un po’ di magia, ma la tenuta del fisico e della testa mi han permesso di gestire bene 10 e più ore, saltando giusto nell’ultima sui dislivelli finali. Sul corribile sono stato contento di ritrovare vecchie sensazioni e buone vibes lungo tutto il percorso: se non fosse stato per questo il bel traguardo delle 13 ore spaccate sarebbe stato impossibile.

Francesca: La sensazione che mantengo di questa Mozart è che sia durata 4 mesi, cioè tutto il tempo investito per portarmi in finish line. Ogni singolo workout e ogni singola easy run sono stati pezzi di questo puzzle impegnativo, incorniciato alle 16.22 di quel Sabato di fine estate, con una me sorridente con le gambe stanche sì, ma ancora buone. Una me nuova per certi versi, perché per la prima volta portarsi a casa IL risultato è stato frutto di costanza e di attenzione, poco o nulla lasciato al caso. Il percorso fatto mi ha insegnato che una buona preparazione ti garantisce la capacità di gestire bene una gara. Di viverla con consapevolezza e di poterla rivivere nella memoria. Di portarla nelle gambe, ma senza strascichi.

Nel day after dei due quello più storto era il Giovane, incapace di camminare dritto: Che ridere! Siamo tornati sul percorso dove Tommaso aveva visto una percorso Kneipp a cielo aperto che sapeva avrebbe fatto al caso nostro e ci siamo regalati una crioterapia rigenerante. Acciaccati, ma felici.

Mozart è una gara da non sottovalutare, a prima vista sembra una classica ultramaratona a bassa quota priva di difficoltà, ma il terreno dal 40° in avanti riserva molte sorprese fin proprio alle porte di Salisburgo, ai -3 km dalla fine. Divertente, challenging, varia: i paesaggi ripagano fatica e l’organizzazione offre un evento ben preparato, senza fronzoli rispetto a tante altre gare Ultra Trail World Tour, ma piacevole e con una sua personalità.

Tommaso e Francesca

Per gli amanti delle Playlist, sotto quella assemblata per Mozart 100: enjoy!

Before the music stops.

Mozart 100 is a gorgeous running event taking place in Salzburg and its surrounding area: a route crossing rolling hills full of pastures, lakeside trails along the Fuschl and Wolfgang lakes and the beautiful ascents to Zwölferhorn and Schafberg peaks. Usually being held in middle June, this year Covid contingency forced the Race Direction to organize the Mozart 100 in early September, with no substantial differences in the course progress: 108 km with nearly 5000m of elevation gain make it a good ultra-endurance event with its own personality, beautiful landscapes and a big variety of different terrains along the trails, from easy fire roads to hard technical downhills to exposed mellow trails.

This year was my first in Salzburg: I ventured to the Mozart 100  hunting a qualification ticket for the Western States lottery, and the thrill of finally pinging a bib number after the last race I ran :2019 Rio del Lago 100 miles. I came home with much more than a race under the belt: Mozart 100 is really a bucket race for 100k lovers or beginners! I enriched the narration with some music I listened to while running the race. Enjoy!

5 AM starts with the bad boys lining up ahead:
from the left Julian Beuchert (bib 5), Sam Mccutcheon (bib 1) and Philipp Ausserhofer (bib 2).
They will complete the podium by the end of the day as 3rd-2nd-1st.

In the very competitive endurance running community where i come from, the expression ‘Arrivare dopo la musica – Getting to the finish line after the music’ is a pretty common idiom to indicate a way of racing with lots of struggle, or sometimes with so much issues slowing the runner that in the end he crosses the finish line way back in the ranking and far from the top positions. While in every running race there is always a lot of music that awaits for the competitors at the finish line, sometimes it stops before the last of them comes by. So, simple as that: finish after the music is a funny way to mock a friend coming to the end of his racing in a lot of time. This thought had its own space in my head approaching Mozart 100: after a two-years hiatus without putting on a bib number nor even trying to race minor events, I approached the race with respect and fear, but willing to cross that finish line ‘Before the end of the music’. On the other side, there was another thought cheering me up: in the City of Wolfgang Amadeus Mozart, there could not be any silence, nor could the music ever be stopped. So I chose wisely my playlists (you should do too), and I ventured to the 5.00 am start line.

Early morning Salzburg was a surreal place: empty squares and high white buildings looked at the runners, meanwhile they slipped through the alleys under the towering watchful Castle, headlamps showing the way outside the city across the mist, leading them out to the nearby hills. It was a quiet running, small packs quickly formed and everyone started to battle with the will to run his best race and the need to keep things calm for some more hours before going all in. Chilly valleys and riversides were welcomed with the first pale light while we passed by the first refreshment points, and as the Sun started to shine the mists became sparking clouds over the plain leading to the lake of Fuschl. It was a gorgeous day, and the Salzburg outskirts were reflecting beautiful lights over their green hills and grassy fields.
I approached 1st female Meg Lane, probably the only runner I could recognize after the élite presentation of the day before, on the way to descend to the Lakeside trails. We chatted a bit under the lens of the cameraman filming her, and it was probably the first time since the start that I chose to focus not on my running form but on keeping my mood relaxed and empty-headed. The easy kilometers flowed under our legs, leading us to the next aid station nearly without breaking a sweat, only to deliver us the first real pain in the ass at 34th km: the long climb to Zwölferhorn . The higher we climbed, the wider we saw around the mountain: and once we passed upon the peak cross, a great panorama opened up: the Wolfgang lake still half covered by the clouds, showing here and there good spots of its turquoise waters, pastures all over the nearby hills and topping the picture frame a deep blue sky: a pity that the 4 km downhill full with roots and rocks was so technical that i could not dig the view.

Zwölferhorn peak and the beginning of the day’s first long descend.

Crossing by St. Gilden 1 I got the idea of the perfect organization put on during the race day: a lakeside aid station where runners were supposed to come across twice during their day is no joke, and things were kept cool and calm all the time. Volunteers and runners have their place and everybody’s task was well executed: I left the aid station both times with the running belt full of orange slices and lots of people cheering, heading to the next climbs. At this time i was alone again, i lost Meg down the Zwölferhorn and she looked the only one i could speak fluently my not-so-fluent english, so when i departed from St. Gilden i know that i’d need my best music to keep me company on the rough ascend to Schafberg peak.

Heads will roll started pounding in my ears as I climb up, and I played it in loop some more times to keep the rhythm. Going slow but steady, I didn’t imagine that uphill and downhills of the Mozart 100 would have been so technical and gnarly, I really hoped for a more forgiving runnable course (imaging some steeper sections now and then). What I got was just a lot of running poles use. Schafberg Alp delivered a wide-open view of both the Fuschl and Wolfgang Lakes and Salzburg, it was the furthest point from the start apparently, from this climb down to Gilden 2 there were just more rocks and roots, and a beautiful second round on the lakeside path on Wolfgang lake: i had so much fun running along this trail and come across the runners coming the other way from St. Gilden 1, cheering each other on this out and back section.

The way to get back to Salzburg now started from getting to Fuschl lake first, and then backwards to the City. I paired up with an Austrian guy, Thomas, and as we hitted a low spot climbing up from St. Gilden across the aerial trails to Weisswand Hutte we then started to work nicely on the smooth paths heading out of the forest. Catching and losing each other, we reached Fuschl passing up some more tired guys, and the lakeside just after the aid station was even better than the one we ran in the early morning with Meg. Luxuriant mellow trails climbed & descended gently until we started climbing again to Hoff and Koppl, at this point the Sun was up and grinding. Luckily a lot of landowners put out on the trails some fresh water cans and spouts, offering more refreshment points away from the main Aid Stations.

Grouping up with some guys from the Ultra race, i enjoyed some more of this return to Salzburg, otherwise it would probably be pretty wild to do alone: multiple forest sections at this point were gnarly and difficult due to the 10+ hours you already heavy on the legs: and roots at this point seems to have hands to bring your ankles down at every step.

Nockstein climb is a final blast, but don’t let them fool you, is not over until you climb also Kapuzinemberg.

Coming into the Aid Station Koppl, at 10 km from the finish line, things looked stable and calm in the afternoon heat.

A Volunteer gave me some info ‘The hard part is now on the next climb to Nockstein, then to Kapuzinemberg but other than that it’s all downhill’.

He probably missed that bit of information regarding the steps; multiple steps, hundreds of steps going up both the last two uphills sections. Doing the first one, I started to lose my head. Every uphill step was a monument to all my sins, or I should say a monumento to all the uphill training i didn’t do properly. The downhills, if possible, were even worse: brutal.

On Kapuzinemberg my phone was exhausted, the playlist stopped in my ears and for the first time i really felt alone. I recomposed myself hearing the speaker’s voice and the music coming from the City: it looked so far in that moment. I bombed down the last kilometers ‘cross the bridge, coming through early aperitifs and joyful crowds, rushing into Kapitelplatz. On a sunny warm evening, on a beautiful finish line in the heart of the city, I put an end to the journey clocking 13 hour straight. The first race completed in two years. With an overwhelming welcome by the speaker as I stepped the finish line and hugged Francesca with a relieved smile on my face, I knew that I didn’t come by after the music. 

Thank you Salzburg, thank you Mozart 100, for keeping the music up for me again.

Mission accomplished.

Tommaso Bassa x Mozart 100 – Complete Playlist

Something I learned today: la settimana UTMB vista dal Coach.

Attesa da mesi di tabelle e grafici, preceduta da due settimane di sano panico, vissuta con l’intensità di un concerto hardcore: la settimana UTMB regala a noi allenatori ansie, gioie, dolori e stress. Tanto che il lunedì siamo sempre completamente svuotati di fronte allo schermo a chiederci se reggeremo un altro anno di Chamonix.

Eppure, ogni anno, ad un certo punto della stagione la questione si ripresenta: e allora bisogna ricominciare a mettere su il planning annuale a qualcuno, bisogna trovare una gara alternativa a qualcun’altro e la testa va già a prenotare dove stare l’ultima settimana di Agosto. Anno, dopo anno, dopo anno. Perché alla fine l’opportunità di vedere i propri atleti in gara, di condividere qualche momento sul percorso o all’arrivo, di stare un po’insieme, è troppo bella per essere lasciata: non capita spesso nel mondo ultra che l’allenatore possa vivere l’esperienza gara con il proprio atleta, e quindi quando si può, va colta al volo.

Cosa ci portiamo a casa da questo UTMB 2021? Lo abbiamo chiesto ai nostri allenatori: a ciascuno la sua visione, come al solito. Per proteggere gli innocenti sono stati evitati alcuni nomi… ma voi sapete chi siete, l’ira del Coach non vi risparmierà.

Chamonix non è solo stress e ansia eh…

Tommaso Tommy Bassa

Da ogni evento mi piace conservare qualcosa che arricchisca la cassetta degli attrezzi per le prossime occasioni e dopo una gara complessa e ricca di problematiche come una 100 Miglia, trarre degli insegnamenti viene sempre molto facile, figuriamoci quando il setting è quello di UTMB.
Un anno extra di attesa per la start line post pandemia, grandi aspettative e l’hype che questa grande kermesse promette alimentano tanti pensieri deleteri che anche negli atleti più tranquilli conducono a grandi agitazioni e aspettative: sarò all’altezza? mi comporterò bene? mi seguiranno? abbasserò il tempo del mio vicino di casa?

  • L’iper-preparazione che consegue a questo stato di agitazione è il primo pericolo che eventi popolari come UTMB si trascinano dietro, trasformando ogni partente in una potenziale bomba.  Presentarsi su quella start line con l’umiltà di conoscere i propri limiti e la convinzione di saper tirar fuori il meglio dalle proprie possibilità nel rispetto di un percorso difficile, rimane il miglior consiglio che continuerò a dare agli atleti che vogliono presentarsi a Chamonix l’ultimo weekend di Agosto. 

Quest’anno, sulla carta, poteva ospitare un’edizione più benevola di altre viste le condizioni meteo favorevoli: cielo terso, temperature diurne gradevoli al limite del vero caldo, terreno arso da settimane con scarse perturbazioni, e invece già alla base vita di Courmayeur i ritiri e gli atleti in estrema difficoltà erano più che abbondanti:

  • Non sempre avere con sè il semplice materiale obbligatorio è sufficiente: diventa importante continuare a raccomandare di affidarsi a prodotti caldi e adatti alla situazione (specie quando consigliano il Kit Freddo), avere con sè una giacca robusta extra e vestire un intimo più pesante che magari si può sostituire a Courmayeur con uno più leggero per la giornata davanti.
    Una prima nottata fredda, ventosa e inaspettatamente difficile ha tagliato il fiato a molti e costretto ai ripari i runners colti impreparati: ipotermia, difficoltà a mangiare e bere a causa di blocchi intestinali, difficoltà ad orientarsi nella nebbia: forse la fama di UTMB come gara dal percorso scorrevole e ‘facile’ ha spinto tanti a sottovalutare certe sezioni nella parte più delicata di ogni trail: la notte, specie in luoghi distanti dalle grandi basi vita come lo stretch in quota tra il Col de la Seigne e il Lac Combal, km 55-65.

Non voglio fermarmi solo a scelte di materiali, la strategie di gara chiaramente fa il suo sporco lavoro, perchè non conta solo come mi vesto nel momento del bisogno ma anche come mi comporto in certe situazioni:

  • Una condotta di gara al limite o un ritmo appena fuori dalle proprie possibilità non modulato sulla base dei fattori ambientali avversi (o favorevoli, in alcuni casi) può facilmente condurre fuori rotta e trasformare grandi sensazioni in miseri risultati nell’arco di qualche ora. Bisogna affrontare la prima metà di gara con calma e non lasciarsi andare: UTMB non è temuta per il suo gradiente tecnico, ma per la difficoltà di pacing e gestione che impone a tutti i partenti: sfinirsi di ritmi poco plausibili nei primi 50 km, inseguire i gruppetti sbagliati, fa sì che a metà gara avremo un serbatoio già drenato e dovremo fare affidamento alla riserva, rendendo il tutto fisicamente più difficoltoso. E quando il fisico va in crisi, c’è da avere una mente lucida per rimettersi in carreggiata e salvare la giornata, altrimenti si arriva al momento in cui ci si obbliga a prendere delle decisioni. E non sempre le cose vanno per il verso giusto arrivati a quel punto…

Il che mi conduce all’ultimo punto, il problem solving che ci viene richiesto quando tutto inizia a smontarsi e arriva il momento di fare i conti con le difficoltà o gli errori commessi.

  • Rimane fondamentale prendere decisioni senza fretta: talvolta sedersi, ragionare sulla situazione, considerare pros e cons può fare la differenza tra il gestire una crisi e rovinarsi un’esperienza. Nessuno vi corre dietro, rimanere fermi alla aid station per una decina, anche ventina di minuti e darsi il tempo di ricomporsi per proseguire non porta nessuna vergogna: dimostra solo di avere la freddezza di calcolare come muoversi di fronte al momento di crisi. Fare una telefonata, avere qualcuno che dia una raddrizzata all’umore, sono una estrema ratio che ogni tanto può salvarci da un ritiro motivato da questioni futili: mangiarsi le mani a posteriori per aver preso una decisione sbagliata è un ricordo che rimane indelebile, di quei 10 minuti passati seduti al ristoro per decidere il da farsi non si ricorda nessuno. 

Francesco Paco Gentilucci

Per quanto mi riguarda, avendo pochissimi atleti impegnati in gara, mi focalizzo su un aspetto dell’allenamento che ho avuto con Filippo, che secondo me ha ripagato molto.
La scelta del piano sul lungo periodo, che va poi nella direzione di scegliere gli appuntamenti che più ci faranno trovare pronti all’evento “A” è molto importante. Filippo preparava UTMB e abbiamo scelto di fare un Translagorai Classic (che è un fkt collettivo e non una vera gara) invece che appunto una gara “ufficiale”.
Dopo l’inverno passato a lavorare sui ritmi veloci, culminato con una gara breve ma veramente dura, abbiamo iniziato a lavorare sull’endurance. Come ultimo punto prima della gara abbiamo appunto inserito Translagorai Classic, ma con coscienza, e questo credo che abbia di molto ripagato. Oltre ad aver potuto sperimentare la notte, tutto il materiale per UTMB e i problemi che ne conseguono per chi è abituato a correre di solito leggero (dal mal di schiena/addominali da zainetto, ai ritocchi sul materiale) il fatto di essere su un percorso “vero di montagna” e non in una gara con dei ristori organizzati credo che abbia dato a Filippo la capacità di problem-solving di cui parla Tommaso.

Se è vero che a livello di allenamento i km e il dislivello di una gara sono equiparabili, trovarsi in un sentiero che ti obbliga a spendere energie mentali dove non puoi distrarti, invece che correre semplicemente “verso il prossimo ristoro” è un’esperienza molto diversa.

Credo che questo aspetto abbia dato da una parte la tranquillità a Filippo di non sprecare mai energie mentali durante UTMB, ma di essere sicuro del lavoro fatto e delle dinamiche di gare in montagna, della distanza e dei problemi che sorgono (notte fredda/ crisi mentali) e di averlo messo nella condizione di correre in modo rilassato nel pieno delle sue possibilità.



Per la cronaca: ha fatto un garone.

Andrea Guglielmetti

La mia prima volta, il mio primo UTMB, è stato quello del 2017: mai prima di allora ero stato a Cham a vedere la corsa dal vivo. 24h one shot che mi hanno contagiato, e da lì non ne ho potuto più fare a meno! Con buona probabilità aver assistito a quella che ritengo sia stata “la gara” di sempre ha condizionato il mio modo di vivere la Settimana Santa del Trail e la trepidante attesa di Vangelis e dello show degli elite attorno al Bianco.

Nonostante la presenza continua negli anni di amici che si sono cimentati sulle varie distanze, ho sempre badato di più a godermi la competizione della gara regina, ma il 2021 mi ha regalato qualcosa di diverso. È stato il primo anno in cui ho partecipato da coach: è vero non avevo nessun atleta con il pettorale, ma il mio modo di vivere il weekend è stato completamente diverso. In maniera involontaria la mia attenzione si è focalizzata su tutta una serie di aspetti e di dettagli che prima avevo sempre trascurato e che mi hanno subito colpito, ma più di tutto sono stato in grado di vedere da spettatore esterno il rapporto che si crea tra atleta e coach, qualcosa che avevo già vissuto e che vivo tutt’ora ma dalla parte opposta della barricata. Dopo mesi di tabelle, workout, ragionamenti, confessioni e benedizioni, un viaggio durato settimane o mesi, in cui la gara è il concretizzarsi di tutto questo impegno, si crea un certo tipo di empatia, vengono abbattute barriere e si raggiunge una intimità strana e un livello di fiducia raro. Pochi istanti, sguardi e qualche parola di conforto: il coach, attore non protagonista, nel suo ruolo di guida spirituale, accoglie l’atleta in quei pochi momenti in cui ritorna alla realtà prima di rituffarsi al proprio interno in un mood in cui è solo con se stesso. Il piano gara è già stato ampiamente snocciolato nei mesi precedenti, e chi corre è preparato, ma si sa che questo sport riserva imprevisti e difficoltà che invece non sono prevedibili. Lucidità, tempestività e preparazione sono i requisiti richiesti al coach che deve sapere ascoltare e consigliare il proprio adepto, per ricaricarlo di quelle energie mentali e di quelle certezze che la fatica e la stanchezza fanno venire meno, che sono la linfa e che lo fanno ripartire più carico di prima. Quasi come se fossero gli unici due a capirsi in quel momento, gli unici due a poter parlare una lingua incomprensibile a tutti gli altri.

E quanta soddisfazione quando si taglia il traguardo, quanta soddisfazione nel vedere qualcuno realizzare il proprio sogno, quanta soddisfazione nel sentirsi dire grazie. Perché questo vale più di ogni cosa. Anche se però non sempre le cose vanno bene e non sempre si raggiunge l’obiettivo: senza che per forza si consideri tutto un fallimento, analizzare capire e spiegare, confrontarsi, serve a dar valore a quello che si è fatto e perché no, a riportare l’umore ad un livello accettabile, anche sospinti da nuovi e ritrovati stimoli verso la prossima volta.

Questo mi sono portato a casa, questo ho visto fare ai miei “colleghi”: e mi sono immaginato nei loro panni e per qualche momento li ho anche invidiati. Non tutto si impara sui libri, molto si impara sul campo, tanto deve essere vissuto!

Il conto alla rovescia è già partito: ci vediamo il prossimo anno Cham!

Maria Carla Ferrero

ADATTARSI penso sia il concetto che ha guidato qualsiasi gara che ho corso, o a cui ho fatto assistenza. Ancor più a Chamonix, dove gli atleti sulla TDS hanno dovuto fare i conti con un dramma vero: la morte di un ragazzo sul loro stesso percorso. Tutti gli altri “problemi” dal mal di stomaco, le vesciche, i quadricipiti andati, ai crampi si risolvono e lo sappiamo bene tutti, anche se in certi momenti li vediamo come questioni insormontabili ed irrisolvibili.

Detto questo, vi do la mia visione, avendo avuto l’opportunità di osservarvi, e sedermi con voi dopo la finish line.

Parto dal fatto che per quanto se ne dica, trovarsi sulla linea di partenza di una delle gare del circuito UTMB è un privilegio, una cosa che si aspetta a volte per anni. Quindi bisogna farsi trovare preparati. Col cuore pieno di emozione la voglia di spaccare tutto ma la consapevolezza che in tutte quelle ore di gara, le variabili sono infinite e qualche problema da affrontare si presenterà sempre.

Penso che la gara perfetta non esista. Invece esiste essere in grado di gestire ed affrontare ciò che ci si presenta davanti. Non ci sono allo stesso modo soluzioni perfette, ci sono soluzioni che in quel momento sono ideali e che possono portarci alla gara migliore.

Il punto sta proprio nell’imparare ad affrontare i problemi e farlo subito, in modo che non si accumulino fino al punto da sovrastarci e levarci lucidità di pensiero.

E l’altro punto essenziale, è imparare a farlo da soli, perché in quel momento in gara ci siamo noi: nessun altro può sapere meglio di noi stessi cosa stiamo provando, nella gioia e nel dolore. Non riuscirai mai a spiegare quanto stai male o perché ti scendevano le lacrime dall’emozione un attimo dopo, neanche al Coach più empatico, al tuo migliore amico o a tuo marito/moglie.

Ultimamente è sempre più difficile stare da soli con se stessi, viviamo nell’era in cui bisogna sempre condividere tutto. Ma perché? Forse speriamo che il problema ce lo risolva un altro? Difficilmente è così: la persona dall’altra può darci un incitamento, un incoraggiamento, un consiglio prezioso o un aiuto pratico, certo. Ma in una gara di lunghissima durata, dobbiamo sempre fare affidamento su di noi. A mio parere il processo di un’ultra è proprio quello di metterci a contatto con le nostre debolezze e portarci a scoprire invece i nostri punti di forza.

Dobbiamo rimanere concentrati su noi stessi, tenere la mente impegnata e gestire i pensieri, ad esempio prima di entrare nei ristori iniziamo a ragionare su cosa dobbiamo fare, cambiare la maglia, se è sudata, piuttosto che mettersi in “assetto” strato pesante e frontale in testa se stiamo per affrontare la notte, caricare le borracce ecc. Non ci servirà solo a tenere la testa in movimento ma anche a perdere meno tempo alla aid station, specie se non abbiamo assistenza.

In gara credo sia utile restare concentrati su qualcosa di reale, pratico, immediato: guardiamoci da fuori e “sezioniamoci” partendo dalla testa ed arrivando ai piedi, controlliamo che tutto sia a posto, la nostra postura, il nostro passo, le necessità basiche del mangiare e bere. Creare quella continuità, quel flusso che ci porterà ad avanzare sempre inesorabilmente, macinando i chilometri che ci separano dall’arrivo. Tutti lo abbiamo provato in qualche momento correndo: il trucco è cercare di amplificare questi momenti, e spesso per farlo serve isolarsi.

Sono gare che vanno attese, costruite, pianificate, ma che vanno vissute realmente passo dopo passo, adattandosi alle condizioni ed accettando che possano mutare. Abbiamo così tante ore davanti che spesso la soluzione al problema è dietro l’angolo, ma raramente abbiamo la pazienza di aspettare e adattarci.

Detto questo, se poi decidi di partire con un paio di scarpe che hai messo solo in giro per Chamonix il giorno prima e alla prima discesa ti rendi conto che sono corte e ti tocca fare metà gara con le dita tirate indietro… un po’te lo meriti Enrico, però alla fine ti è uscita lo stesso una gran gara.

Davide Grazielli

Ci sono tante cose che mi riporto a casa da Chamonix dal punto di vista tecnico. Ma purtroppo ce n’è anche una che mi porto dietro dal punto di vista umano. Aver vissuto la notte di martedì sul campo alla TDS, in pensiero per chi si trovava in una situazione del tutto inattesa, ha lasciato il segno. In quelle ore spesso io e Mari abbiamo pensato “E se fosse stato uno dei nostri?”. E poi “Se fosse stato uno di noi due e l’altro avesse ricevuto la chiamata dall’Organizzazione?”. Domande inutili, chiaro. Ma a volte un po’di riflessione ci fa capire meglio che niente è scontato.

Passando a cose più futili.

A mio modo di vedere, la prima cosa che conta per fare una bella gara a Chamonix è una: la voglia. O meglio ancora la fame. Quel desiderio di mettersi sui sentieri e chiudere un processo iniziato 2/4/6/9 mesi prima senza farsi influenzare da aspettative, pressione, paure e imprevisti. Bisogna arrivare al giorno X sapendo che non vuoi altro che passare un tot di ore sui sentieri e che quel momento è tuo, che te lo meriti e che va vissuto a pieno. Poi, potrà capitare di tutto, e tanti di questi eventi saranno completamente fuori dal tuo controllo. Ma per fare bene, bisogna essere felici di essere lì. Rispettare la gara e la distanza, il percorso e la difficoltà. Ma essere entusiasti di esserci. Sembra scontato, ma tanti di noi non sono atleti professionisti o elite e spesso si trovano a tenere in equilibrio vita privata, professionale e sociale con la passionaccia per la corsa: le 24 ore che passerete in giro, sono un momento vostro, quindi levate il resto di torno e dedicatevi a voi stessi. Se non siete nella situazione per farlo, è meglio non partire: due dei mie hanno dovuto rinunciare alla loro gara a 24 ore dalla partenza. E sono stati bravi a farlo perché avrebbero corso senza quella tranquillità che serve a godersi una gara così importante.

La seconda, è uno dei miei pilastri: la continuità. Chi ha chiuso bene la gara, è chi è riuscito nei mesi a creare una routine, a far diventare la corsa parte integrante della giornata, quando si ha l’uscita. Chi è riuscito ad automatizzare il gesto di prendere ed uscire a correre come se fosse parte integrante della propria vita. A qualcuno sono bastati due mesi dopo sei di infortunio: ma in quei due mesi ogni pezzo del puzzle è andato a posto senza sforzo. Certo, all’inizio con più ragionamento, ma una volta che la figura prendeva forma, i pezzi “chiamavano” invece di dover stare a cercarli.

La terza, è che sul tipo di percorso delle tre gare più lunghe, allenare salite continue lunghe ed un ritmo efficace ma economico è spesso la chiave giusta. Coi miei abbiamo sacrificato nell’ultimo mese i lavori in ripetuta lunghi, ed inserito quando possibile dei Climb Block da 30/40/50 minuti cercando di non far salire troppo il cuore. E ha pagato. Allo stesso modo, nell’ultimo mese con qualcuno abbiamo sperimentato un lavoro di condizionamento eccentrico a secco leggero ma efficace: matrici di affondi e pliometria leggera. Fare bene le salite significa efficacia, riuscire a limitare i danni muscolari in discesa è l’altro lato della medaglia, e siccome il rapporto costo/beneficio si è dimostrato alto, è qualcosa che in futuro inserirò sempre coi miei atleti che vanno a Chamonix.

Hurry up and wait. E se ti va bene, c’è il sole.

La quarta è più generica e riguarda la distanza che c’è tra una CCC ed un UTMB (o anche una TDS). Non sono 60 km e 4.000 metri di dislivello, è molto di più. Se la CCC ha una magnitudine per cui può essere affrontata a quasi tutti i livelli ancora come gara, l’UTMB, richiede un impegno diverso, ed una preparazione che vada ad affrontare in maniera specifica una gara con spazi dilatati. L’ho visto chiaramente a livello elite, dove la CCC è stata scoppiettante ed anche molto tattica, mentre l’UTMB è stato anche davanti l’ennesima gara a chi mollava per ultimo (e comunque mettetevi il cuore in pace che quasi mai molla D’Haene): aka parto, ci provo, se va bene vinco o salgo sul podio, sennò pazienza e ci rivediamo prossimo anno. Gara di attrito più che di intelligenza. E la cosa si può trasportare comunque tra i midpacker e anche con i lottatori di cancelli, aggiustando i target: poco cambia. Questo per dire che è giusto sognare in grande, è giusto aspirare a chiudere il giro… ma gestite le aspettative e mettetevi nello stato mentale di “esplorazione”. UTMB svela raramente i suoi segreti alla prima uscita, come tutte le donne (e uomini) intriganti. Il corteggiamento dovuto è lungo, ma come spesso vi dico, amate il processo, e non sarà mai un semplice allenamento.

Vi chiedete da dove viene il titolo? Eccolo qui, in tutto il suo splendore

SDW 100 – cinque personaggi in cerca di autore

Quando King Luigi chiama, la DU Army risponde: non potevamo lasciarlo solo nella sua prima 100 miglia. Com’è andata? Abbiamo provato a raccontarvelo in cinque, vediamo cosa ne esce.

MARIA CARLA: Si, stavolta arriviamo a Londra in aereo (mai darlo per scontato, all’ultima SDW 100 ci arrivammo in auto, giudando da Genova, causa cancellazione del volo poco prima della partenza). Raggiungiamo Luigi nella sua tipica casa inglese con rampicante sul portoncino in legno.

Ci offre un tea in giardino ed inizia a tirare fuori cartine (del percorso nota del Coach), road book, gel, barrette, materiale obbligatorio e si inizia a pianificare per il giorno dopo. Che arriva in un attimo, vista la partenza da casa alle 3:00 am. Passiamo a prenderlo nel pieno della notte, ed è già sugli attenti davanti a casa. Raggiungiamo il campo di Winchester, salutiamo Claire e Drew, due parole con James, ed in un attimo sono tutti dietro alla riga di partenza con James che dà il via!

 

Faccio sempre assistenza a Davide quindi mi sembra strano che stavolta lui salga in auto con me. Ci dirigiamo al miglio 22, ed eccoci al Queen Elizabeth Country Park. L’organizzazione di Centurion è come sempre impeccabile! Volontari davvero super efficienti e ogni ben di dio ai ristori. Arrivano i primi, applausi per tutti, giusto il tempo di rilassarci un attimo sul prato ed eccolo! Arriva il nostro uomo, super rilassato prende due cose e riparte sorridente. Lo rivediamo poco dopo al miglio 27, poi miglio 35, ci dice che ha molto caldo ma lo vediamo bene: lui riparte per una bella salita e noi ci dirigiamo in stazione a prendere Ale che gli farà da pacer nelle prima parte. Raggiungiamo Amberley, io e Davide siamo svegli ormai da molte ore ed iniziamo a delirare: non riusciamo più a fare calcoli su orari passaggi di Luigi quindi non resta che aspettare, ci sediamo tutti e 3 sul ciglio della strada e iniziamo a dare soprannomi ai runners che abbiamo già visto passare più e più volte nelle aid station precedenti. Cerchiamo di ricordare quanto tempo prima di Luigi sono passati, e finalmente eccolo! In lontananza sbuca la t-shirt verde, è lui! Arriva da noi e si siede, è stanco e molto accaldato, e non riesce più a mangiare: Ale gli toglie lo zaino, Davide gli bagna la testa e gli porgo una mandorla salata. Riparte in salita camminando, ancora masticando la mandorla salata che credo finirà di deglutire al 50mo miglio, ma gli promettiamo che ci vedremo poco dopo e Ale potrà partire con lui. Ci dirigiamo rapidamente a Chantry Post, dove abbandoniamo letteralmente Ale al freddo e al vento in punta a una collina al miglio 51, ad attendere Luigi per proseguire con lui. Noi proseguiamo diretti verso Washington Village, miglio 54, qui potrà cambiarsi e riposarsi un po’. Chiedo la drop bag ai volontari, mi metto in un angolo e tiro fuori il necessario dalla borsa di Star Wars che ci ha meticolosamente preparato Luigi (dimenticavo: Darth Vader era il quarto della crew, ci ha fatto compagnia in ogni aid station).

Usciamo ed eccoli sbucare, Ale era preoccupato ma in poche miglia l’ha già tirato su alla grande: si siede, si cambia, mangia un po’ di pasta (gli avanzi li sbrana il coach, che si lamenta che un po’ di parmigiano ci sarebbe stato bene). Ripartono tutti e due super carichi.

Ho perso la cognizione del tempo, non so più da quante ora corra Luigi, ma ricordo che arriviamo al miglio 70, Clayton Windmills, al tramonto: cielo sui toni del rosso, colline, muretti in pietra e pecore, tante pecore! Cambio pacer per Luigi che riparte con Davide e compagno di viaggio nuovo per me che riparto con Ale. Cerchiamo un market aperto, ma inizia ad essere tardi e stanno tutti chiudendo, Ale guarda la mappa e vista la vicinanza dice “potremmo quasi cenare a Brighton”. Cambia subito idea dopo la mia partenza in contro mano… e si accontenta di un Tesco aperto fino a mezzanotte!

Miglio 84, inizia a fare freddo, speriamo di trovare un Pub aperto per un caffè ma niente, aspettiamo un po’ con Tim, che si sorseggia la sua lattina di birra, ed eccoli! Ci fiondiamo su Luigi per capire se ha bisogno di qualcosa ma lui vuole solo un WC. Domandiamo ai volontari ma è chiuso… Ci rimane così male che abbiamo appena il tempo di riempirgli le borracce e riparte. Dai, ci siamo quasi, miglio 89, li aspettiamo col nostro bicchierone di caffè che finalmente abbiamo trovato in un’area di servizio, sbucano dal sentiero e Luigi sta benissimo, è in up totale, corre come un pazzo.

Raggiungiamo Anna al campo di Eastbourne, e facciamo il tifo ai finisher, Ale si congratula con un runner, che invece di ringraziare lo guarda male: capiremo dopo che era appena sceso dal bus “del disonore”.

Le prime luci dell’alba illuminano la pista ed eccoli comparire, ultimo giro di campo ed è fatta! Abbraccia forte Anna, foto di famiglia sotto l’arco e via. Missione compiuta, sub 24.
Per l’organizzazione, che come ho detto sopra è davvero impeccabile: “il trail running è una cosa seria” (cit. Quello che dorme a fianco a me). Non voglio più vedere pirati ai ristori e Hawaaiani all’ arrivo: mi hanno rovinato tutte le foto!

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Pirates suck, senza offesa.

LUIGI: Per celebrare i miei dieci anni da runner avevo deciso di provare a fare un personal best su tutte le distanze classiche, da 5km a 50 miglia, ma per rendere l’anno ancora più interessante mi ero anche iscritto alla mia prima 100 miglia, la South Downs Way, organizzata dai mitici Centurion di cui ho corso tutte le 50 (svariate volte).

La 100 mi ha sempre affascinato e spaventato in egual misura. Ho fatto da pacer in tre occasioni ed ho visto con i miei occhi quale impegno mentale e fisico fosse necessario e non vedevo l’ora di cimentarmi sulla distanza anche io.

Il training serio è cominciato durante le vacanze di Natale 2017, dopo mesi a recuperare due ginocchia mal messe.

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Per sei mesi non ho pensato ad altro che al giorno della gara. Sono stato il più consistente possibile, ho quasi sempre corso 6 giorni alla settimana, ma al contrario degli anni passati, appena sentivo un qualsiasi problemino presentarsi ho sempre preferito saltare uno o due giorni.

Il lavoro e’ stato duro, dai primi blocchi incentrati sulla velocità agli ultimi con più lunghi. Coach Davide mi ha aiutato a dare più varietà alle mie uscite, normalmente tendevo a ripetere la stessa routine per 6 settimane. Invece questa volta avevo sempre un bel mix di cose da fare, alcuni allenamenti esotici che non avevo mai fatto e che a volte richiedevano parecchia concentrazione e uso della matematica, cosa difficile quando corri al mattino prestissimo ancora addormentato.

Avrei voluto fare piu’ lunghi, sopratutto back to back nei week end ma ho comunque fatto delle belle avventure sui sentieri con il mio training partner preferito Alessandro, inclusa un’uscita notturna proprio sulla South Downs Way, esperienza bellissima.

Sono quindi arrivato al giorno della gara mentalmente preparato ed avendo già fatto nel corso dei mesi gare più corte, che mi hanno dato sicurezza.

La cosa che poi mi dava più tranquillità era sapere che avevo una crew fenomenale: coach Davide, MC e il sopracitato Alessandro.

Il giorno prima della gara abbiamo pianificato bene dove incontrarci e cosa avrei messo nella drop bag e tutto il resto della logistica. La notte ho dormito due ore. Un po’ per la sveglia presto e un po’ perché addormentarsi era impossibile.

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Dawn on the Downs

Alla partenza cercavo di non far vedere quanto fossi teso. L’emozione era a mille, avevo pensato a questa giornata così tanto nei mesi precedenti. Mi sono fatto tanti di qui film mentali e immaginato infiniti scenari, da successi inaspettati a disastri epocali. Ma come siamo partiti ho dimenticato tutto: sono entrato in modalità gara, ovvero muoversi il più veloce possibile conservandomi al meglio. La mia strategia era correre con lo stesso effort della 100k fatta l’anno scorso e poi sperare che per gli ultimi 60k i miei pacers facessero il loro lavoro psicologico tirandomi.

Giornata bellissima, le South Downs spettacolari, viste mozzafiato, caldo terribile.

Avere la crew che ti incontra ogni due ore è uno stimolo che aiuta a tirare avanti e i primi 50km sono andati benissimo. Poi per il caldo, penso, il mio stomaco si è ribellato e non riuscivo più a mangiare nulla e sudavo, sudavo tanto.

Non ho mai pensato di rinunciare o ritirarmi ma in quel momento mi son detto che non ne avrei mai piu’ fatta un’altra di 100 miglia. Una volta basta, mi sono detto. Mi sento sempre cosi’ mal messo quando sono alla fine di una 50 miglia, ma quel giorno non ero neanche ad un terzo di gara!

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Non vedevo l’ora di raggiungere gli 80km e partire con il primo pacer, Alessandro.

A Washington, 54 miglia, mi sono fermato più a lungo, cambiato maglietta e calze e mangiato un piatto di pasta terribile, ma almeno qualcosa ho mandato giù. Di lì in poi solo liquidi e qualche biscotto.

Tim Washington
Washington pit-stop

Mi spiace per Alessandro ma i primi chilometri che abbiamo fatto insieme sono stati i più duri. Non riuscivo a mangiare e non avevo più forze, mi girava la testa o mi veniva da vomitare. Mi sono seduto un paio di volte per riprendermi.

Arrivati in cima a Devil’s Dyke con vista Brighton e il sole calante ho avuto un momento di euforia. Pensavo fossimo molto più lontani e ritrovarmi li mi ha dato la carica. In discesa siamo andati come missili fino alla aid station di Saddlescombe (66.6 miglia) dove Alessandro mi ha fatto mangiare di tutto, dal rice pudding dolcissimo a patate bollite immerse nel sale grosso (più sale che patate). Tutto sto cibo mi ha dato una botta allo stomaco che mi ha piegato in due, ma una volta assestato stavo davvero meglio ed abbiamo corso felici e contenti come fossimo appena partiti, più o meno.

Arrivati a 70 miglia Alessandro e Davide si sono dati il cambio e il coach da qui in poi mi ha trainato fino alla fine. Se rallentavo lui se ne andava per cui ero costretto a stargli dietro (o per lo meno quella era la mia impressione). E’ calata la sera e tra una chiacchierata e l’altra siamo arrivati a Housedean Farms (76.6 miglia) dove abbiamo acceso le headlamps e iniziato salite infinite.

Il resto della crew ci ha incontrato al miglio 84 dove speravo l’aid station avesse un bagno, ma siccome era chiuso ce ne siamo andati subito, un biscottino e via.

Ero intento almeno a stare sotto le 23 ore visto che il piano da 22 ore stava sfumando, ma quel tratto fino alla aid station successiva e’quello che odio di più, sia di giorno che di notte: non finisce mai e con 85 miglia nelle gambe e al buio, ti sembra davvero di non fare progressi.

Le gambe andavano bene, riuscivo a correre ancora lento ma andavo e questo mi ha reso felice. I mesi e mesi di allenamenti, le sveglie presto, i sacrifici, di colpo avevano un senso: riuscire a correre ancora dopo cosi’ tante ore e’ una sensazione bellissima. Peccato per lo stomaco ed un singhiozzo assassino che non se ne voleva andare.

Non era ancora ora di piangere di felicita’, mancavano poco meno di 10 miglia alla fine e quelle sono state eterne. Abbiamo anche saltato l’ultima aid station, ma il tempo sembrava infinito. Le salite le camminavo ma non mi sembrava di fare progressi, era come cercare di salire una scalinata rimettendo i piedi sempre sullo stesso scalino. La testa stava perdendo i colpi.

Arrivati in cima all’ultima collina da cui si vede sul fondo Eastbourne e l’arrivo sapevo che era fatta. Stava arrivando l’alba ed ho trovato energie non so dove: abbiamo corso giù per l’ultima discesa ad una velocità che mi sembrava assurda (ma non lo era). Ultimi km su strada ed ecco il campo sportivo, la crew ed Anna ad aspettarmi. Ho fatto il giro del track trattenendo le lacrime, mai stato cosi’ felice e stanco. Che emozioni, ci ho messo poi giorni a ri-catalogare tutte le sensazioni provate in quella giornata. Lunga, lunghissima, ma tutto mi e’ sembrato raggiungibile a quel punto, tagliando il traguardo.

22 ore e 25 minuti, l’obbiettivo principale di stare sotto le 24 ore ampiamente realizzato. Come sempre finita una gara ripenso a tutti gli errori e le piccole o grandi cose che potrei cambiare e finire piu’ in fretta, sono fatto cosi’.

Al di la’ dei tempi, del caldo, sudore, conati, storte, unghie nere e mucche sul sentiero, la cosa che ricorderò di più e che mi farà sempre commuovere, sara’ il supporto che ho avuto dagli amici, venuti dall’Italia apposta per stare svegli ore e ore e aspettarmi in posti insensati in mezzo alla campagna inglese. Con Davide, in quasi 30 anni che ci conosciamo, di cose ne abbiamo fatte parecchie insieme, ma questa giornata e’stata speciale, condividerla con lui le ha dato un significato in più.

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The motley crew

In macchina verso il ritorno, mentre Anna guidava, io e Alessandro in coma abbiamo iniziato e progettare quale 100 miglia fare il prossimo anno, perché ovviamente avevo già cambiato idea.

100 miglia sono una bella distanza, va provata almeno una volta. O due, o tre…

ALESSANDRO: Da quando ho iniziato a correre ho sempre avuto il desiderio di vivere l’esperienza della gara come pacer e fare assistenza, per provare dall’esterno come altri affrontano gli alti ed i bassi che si incontrano in gara, dove momenti di entusiasmo e carica si alternano a fasi di stanchezza e difficoltà nel continuare a muovere un piede dopo l’altro. Finalmente l’occasione è arrivata: non appena Luigi, un altro matto con cui ho passato ore e macinato km per mesi e mesi (e quanti ancora ne faremo) tutte le domeniche lungo la NDW e dintorni durante la sua prima 100miglia, mi ha accennato della possibilità di affiancare Davide e MC come assistenza durante la SDW100, ho colto subito la palla al balzo. Quale occasione migliore?

All’inizio mi sentivo un po’ spaesato, non sapevo bene cosa fare: yes ok correre, ma a che velocità? Cercare di spingerlo o solo stare al suo passo? Parlare per distrarlo dai dolori vari che stava provando o stare zitto per non fargli sprecare energie? Una volta partiti, con ancora 50 miglia da fare, tutti questi dubbi e domande sono evaporate in un secondo, tutto è andato come fosse un’altra normale domenica di allenamento passata in giro per Box Hill, abbiamo chiacchierato e intavolato le prossime gare a cui iscriverci (una su tutte la Western hahahahaha), abbiamo spinto quando possibile e rallentato quando ne aveva bisogno, mai camminato perché sapevamo che “il coach ci stava guardando”; taking our time ad ogni ristoro dove ho cercato di fargli mangiare kg di patate strasalate e rice pudding mentre gli riempivo le borracce.

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Camminare in salita? Ancora ok in determinate circostanze. Fermarsi per fare una foto? Hell, no!

È stato ancora più chiaro durante quelle 4/5 ore cosa si attraversa durante gare del genere, momenti in cui sei a pezzi e maledici il giorno in cui hai deciso di iniziare a correre o almeno provarci, a momenti in cui ti senti un dio e ti sembra di volare e già pensi a quando taglierai il traguardo, al prossimo challenge, o che appena torni a casa ti iscrivi subito alla prossima gara. E come dimenticare la vista del ristoro all’orizzonte? Che gioia!

Una volta mollato Luigi a Davide, con ancora circa 30 miglia da fare, ho continuato con MC come assistenza, ed anche questa è un’esperienza che consiglierei a tutti di provare. So quanto aiuta psicologicamente incontrare lungo il percorso facce conosciute che con una parola ed una pacca di incoraggiamento ti ricaricano le pile e ti fanno ripartire come nuovo. Consiglio solo di farlo con qualcuno che sappia guidare la macchina andando nel giusto senso di marcia (vero MC? Hahaha).

DAVIDE: Potrei chiuderla lì dicendo che è stata una delle giornate di corsa più belle della mia vita, ma non direbbe granché. Allora provo a spiegare.
In primis, c’è un amicizia che è passata attraverso anni, nazioni, continenti, vacanze, pomeriggi sprecati, mattinate peggio ancora (visto che saremmo dovuti essere a scuola), concerti, corse, mail, messaggi, telefonate e training plan mostruosi da nove mesi messi giù giorno per giorno (nessuno ha ancora scritto che Luigi è maniacale?).
Poi c’è il dove: la South Downs Way è il mio luogo del cuore, con i suoi paesaggi verdi e l’aria sorniona, i paesini con i pub che ti chiamano dentro come un novello Ulisse e le fattorie che sbucano nel mezzo della campagna, l’erba tagliata ed i sentieri di terra battuta morbida. Ricordi di una giornata fantastica nel 2013, condivisa magicamente con l’amico Massi e tutta la crew. Gli amici di Centurion.

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Sirene 1 – Ulisse 0

E poi la distanza: dite quello che volete, cento miglia restano una pietra miliare. E’una distanza arbitraria, dite voi? Si, vero, ma anche 42,195 è una distanza arbitraria. Idem 1,609 metri. Eppure si portano dietro la leggenda. E lo stesso le cento miglia: la gara dove vedi passare tutta una giornata come metafora della tua vita, come dice Ann Trason. Quella dove puoi (sportivamente) morire e risorgere. Svariate volte.

Con questi ingredienti, guardando indietro, sembra quasi obbligato che la giornata andasse come è andata. Ma per chi era lì (specie per Luigi, direi) non è stato così semplice.
Il merito va tutto a lui, che non ha sbagliato niente: è partito al ritmo giusto e lo ha semplicemente tenuto, rimanendo attento e reattivo a tutto quello che succedeva. Da manuale. E così invece di fare “good cop, bad cop” mi sono semplicemente goduto qualche ora sulla SDW come se andassimo a spasso: pure magic.
Il momento più bello? Quando abbiamo visto lo stadio di Eastbourne dal trigger point sopra la città: mi è venuto in mente lo stesso identico momento del 2013 ed Andrew al mio fianco nel mio ruolo. Ho capito cosa provava Luigi in quel momento ed il cinque che ci siamo scambiati lassù valeva più di diecimila parole, post, foto e tabelle.
E il fatto che avesse lo stesso maledetto singhiozzo di trent’anni fa, in qualche modo ha reso la cosa ancora più fantastica.

Come in uno degli LP che insieme abbiamo consumato: “We’ll go our way. We may have changed, but we’re still here and we came to play… It’s how we are”.

ANNA: Premessa: non corro e non sono un’appassionata di corsa. Pur essendo una persona sportiva – nuoto, ballo e vado in palestra almeno 4 volte alla settimana – non ho mai capito fino in fondo cosa spinga una persona a correre per ore e ore. Per di più su percorsi che prevedono salite e discese…

Quindi quando Luigi ha cominciato a correre in modo serio, fino ad annunciarmi che avrebbe fatto la 100m race, non ho dimostrato un grande entusiasmo. Mi preoccupava (e preoccupa tuttora) la possibilità di farsi male e di avere dei problemi post-gara.

Luigi si è allenato seriamente x questa gara (e tutte le precedenti), dimostrando una dedizione ammirevole.

La cosa più bella? Vederlo tagliare il traguardo alle 4 del mattino e ricevere il suo primo abbraccio.

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Speravo non mi dicesse “la prossima 100 mile race che farò sarà…”, ma quella è un’altra storia!

“Seeking Alessandro”, ovvero le lunghe ore della Lavaredo Ultra Trail

Se pensi di leggere un resoconto di una gara di ultra running, dell’emozionante Ecstasy of Gold di Morricone, dell’incredibile alba alle tre cime di lavaredo e dell’arrivo trionfale in corso italia, puoi anche chiudere qui, perché io, la LUT non l’ho corsa.

Però, quando qualcuno mi domandava “dove sei l’ultimo week end di giugno?io rispondevo: “alla LUT”.

Il seguito della conversazione andava più o meno così:

– LUT che?

– dai la Lavaredo Ultra Trail, la gara di corsa.

– ah, ma la corri?

– no.

– e che vai a fare, ci lavori?

– no vado a fare assistenza a dei ragazzi che la corrono.

– ah.

 

“Seeking Alessandro”, ovvero le lunghe ore del Lavaredo Ultra Trail

Dopo aver fatto calcoli improbabili di arrivo degli atleti ad un determinato punto e quanto ci si metterà a raggiungerlo, montiamo in macchina, scendiamo e aspettiamo.

Il Coach guarda l’orologio: “mmm strano che Jimbrosini non sia insieme ai primi. Sarà mica partito con calma?

Il primo ristoro fila via veloce, tra schiamazzi, rapidi incontri e applausi. Stanno tutti bene. Qualcuno ci chiede “quanto sta avanti Alessandro?

Qualcun altro invece:

“ma gli altri dove sono?”

“sono passati di qui un quarto d’ora fa…”

 “dio caro che rabbiosi, sono partiti forte, vedranno…”

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Ale Locatelli parte alla caccia di Canetta

Al lago di misurina non si riesce a scendere dalla macchina da quanto fa freddo fuori. Colpi di sonno e paura di non beccare i ragazzi che cominciano ad arrivare ad intervalli più ampi.

Tommy “the geek” Bassa controlla gli orari di passaggio e menomale che sul sito viene fatto il calcolo di arrivo previsto perché vista l’ora tarda cominciamo a perdere ogni capacità di calcolo. Ci resta solo l’antica tecnica del calcolo a mano ma quelle è meglio lasciarle al caldo nelle tasche.

La notte comincia ad essere lunga e MC vede un sacco di Bette passare che poi in realtà si scoprono essere ragazzi esili e con una cadenza a 120 rpm. Senza esserci presi nessuna droga proviamo l’esperienza dell’allucinazione collettiva e tutti quanti vediamo un panda. Seduto. In macchina.

La scure del Dem comincia a mietere vittime. Torniamo – purtroppo – a Cortina in 5. Un Alessandro con noi. Il panda invece, resta lì.

A Col Gallina sarà una giornata lunga, ma vediamo passare tutti. Sono passati tanti chilometri da misurina (una 50ina più o meno, come dicevo non siamo più in grado di fare calcoli precisi) e non abbiamo idea di come stiano tutti. Ci arrivano informazioni frammentarie e racconti di terrore (esempio: ho visto la Betta, aveva gli occhi rossi grossi come due palle da tennis, secondo me si è ritirata).

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Angelo lungo il sentiero

Hayden Hawks arriva che il ristoro ancora non è pronto e noi ci stiamo stropicciando gli occhi. Passano le prime donne e il primo dei nostri ad arrivare subito dopo la Gallagher è Jimbrosini. È la prima volta che lo vediamo arrivare fresco e non sfatto, senza nessuna scritta in faccia. A Cimabanche si è addirittura cambiato. Sembra uno serio.

Stavolta invece che scommettere ripetute (cioè, ma chi, sano di mente, metterebbe in posta delle ripetute?) il Coach scommette birre sul suo tempo di arrivo. Dovrà poi pagarle.

Arrivano in molti. Svariati Alessandri (non me ne vogliate, vi conosco da troppo poco per ricordarmi i vostri dati anagrafici), qualche Andrea, Angelo, Marcello… insomma, arrivano tutti e il Coach li convince che mancano solo 20 chilometri (che poi risulteranno essere tipo 28) e un paio di strappi. Sappiamo tutti che la prossima salita è un palo nei denti ma non si può far niente di diverso dal mentire. Partono tutti convinti e rincuorati.

Nel frattempo MC ed io stiamo curando la nostra abbronzatura.

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Ecco cosa succedeva mentre noi eravamo a prendere il sole.

Manca la Betta. Non l’abbiamo vista bene e ci sono arrivate notizie che la situazione non è migliorata con il passare del tempo. Il Coach sta ripassando a mente il discorso che dovrà fare per farla continuare. MC ed io partiamo per andarle incontro ed ecco che arriva. Testa e piedi sono andati.

Il Coach le parla, le da una previsione di arrivo e lei prende e riparte. Questi ragazzi credono veramente a tutto ciò che dice il Coach. Sono matti.

Avevo detto che non avrei parlato di arrivi trionfali in piazza Di Bona e mantengo la parola. Ti basti sapere che alla fine, sono arrivati tutti.

Assistere ad una gara è un’esperienza che consiglierei di fare a chiunque. Su svariate ore di gara sono solo pochi minuti che si passano con chi corre, ma sono momenti di qualità. Basta un gesto semplice come un applauso o riempire le borracce per far sentire importante chi corre. In quel momento lui è il primo per te.

Certo, non potrai andare in giro per Cortina con lo smanicato da Finisher e tutti guardando la tua abbronzatura penseranno che sei stato sdraiato su un prato a prendere il sole, (che poi in parte è anche vero) ma basta un grazie sincero a ricordarti quanto sia importante, a volte, esserci.

Crewing it’s a serious thing

abbronzatura post LUT per MC
La tipica abbronzatura che contraddistingue la DU crew

 

10 cose che vorresti sapere per la tua prossima LUT

  • Il Buff sta male a tutti. Se mai ci fosse stata una possibilità di inserzione/collaborazione con questo marchio ce la siamo giocata. Scusa Davide.
  • Gli split shorts stanno male a tutti, ed infatti non li indossava nessuno.
  • Il lago di misurina è un posto bellissimo per vedere l’alba. Invece che vederlo durante la Lut, ti consiglio di portarci una bella ragazza (o bel ragazzo) a scambiarvi dei limoni.
  • La moda del momento è la giacca “plaid”. Che MC ha scoperto non essere una parola solo piemontese.
  • A cortina tutti i bar aprono alle 7,30. I migliori alle 9.15.
  • Non incitare la Wolf, ti ucciderà con lo sguardo, poi supererà tutte e vincerà.
  • Per fare assistenza ricordati di portare: spazzolino, crema solare totale e soprattutto abbigliamento da spedizione in quota.
  • Se hai corso con un partner (morosa/o, amica/o, etc) e non vi siete parlati per gli ultimi 20 chilometri perché correvate insieme ai vostri mostri, ricordatevi di prenderlo per mano a qualche metro dell’arrivo.
  • Il Coach sa tutti i modi più fichi per incitare in inglese. Con accento della Squaw Valley. È inoltre bravissimo a mentire su km mancanti/percorsi e orari di arrivo previsti.
  • Se Avril lavigne avesse corso sarebbe stata Kelly Wolf.

Eva

 

 

Sulle orme del brigante Passatore. Storia di due corridori, tante facce amiche ed un ciclista impedito: la perfetta famiglia disfunzionale.

Il Passatore è ingombrante.

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Fisicamente, perché per muovere la sua statua ci vuole un pick-up. E poi, con 3000 partenti, occupa il centro di Firenze e poi le strade fino a Faenza per venti ore e passa. Ma ancora di più, forse, dal punto di vista metaforico.

Perché è comunque un mito con cui prima o poi vieni a contatto, se mastichi qualcosa di corsa e distanze. Una 100 km strana, ma forse più un viaggio affascinante che si insinua nella mente di tanti. Ed è anche il motivo per cui intriga il maratoneta affermato come l’ultratrailer incallito: ha dalla sua la storia, l’atmosfera e un organizzazione esemplare.

Non immune a questo fascino, ero curioso di capire qualcosa di più di questa gara, e l’opportunità di seguire fisicamente Rob e vedere Sara affrontare i 100 km tra Firenze e Faenza, mi hanno dato l’occasione di farlo nel modo forse migliore per vedere da vicino cosa significa Passatore senza appuntarsi un pettorale.

Passatore Darta
Con un curioso signore che millantava di essere stato un atleta, tanti anni fa… Maestro Darta.

E me ne torno a casa con un’esperienza unica, di cui ho in testa 100 immagini (virtuali, perché fisicamente ero troppo impegnato a cercare di stare dietro a Rob con le mie limitate capacità ciclistiche…) che racchiudono un po’di quella magia che strega i 3.000 di Piazza del Duomo. Nel mio album virtuale, ci sarebbero da taggare tante persone, forse troppe per elencarle tutte, anche perché i nomi di quelli che alle 10 di sera erano seduti a tavola in giardino per incitare i corridori del Passatore non li so. Ma sappiate che avete reso la mia giornata unica: ancora una volta, più dei km, più dei tempi, più delle classifiche, torno a casa da una gara con volti e persone in mente.

Passatore
C’era un brianzolo di corsa, un fiorentino in bici ed un genovese che mangiava…

 

Anche perché la fatica vera l’hanno fatta i runners, e quindi è meglio che del Passatore parlino loro.

Rob Isolda

Rob
Nonfacaldononfacaldononfacaldononfacaldononfacaldo…

La prima gara non mia.

Questa cavalcata on the road è un gesto atletico condiviso fatto di grandi risate, lunghi silenzi e zampettii regolari lungo le dolci colline tosco-emiliane.

Non c’è da sputar sangue come i sentieri che piacciono a noi, anzi, l’approccio easy finto scanzonato è la risultante di mesi di floating e interval training che il coach mi ha diluito in maniera sapiente.

E tutto scorre con naturalezza.

Le crisi ci sono, chiaro, le si affronta con un ghigno quasi sadico, niente ci può fermare perché siamo una famiglia e tutti i sogni e le aspirazioni sono un passo dopo la linea d’arrivo.

Ho dato tutto, le ultime forze le uso per stringere il coach nell’abbraccio che riassume la gratitudine di avermi accompagnato in questa gara popolar populista dal fascino antico.

L’asfalto scotta ma la DU family brucia di più.

Have Fun
Ultrarunning is about having fun. Specie quando corrono gli altri.

Sara Anselmo

Dal “mio” Passatore 2018 non sapevo proprio cosa aspettarmi. Un cambio di lavoro improvviso, un pendolarismo quotidiano, una stanchezza infinita mi avevano fatto vacillare: non pensavo neanche di presentarmi. Poi complice la mia testa dura, il sostegno degli amici, la serenità del coach a Faenza sono arrivata con stupore e una grande soddisfazione. E me lo sono goduto tutto questo viaggio, come un regalo prezioso e inaspettato! Non pensavo sarei arrivata alla fine!

Sara
Prima…

Il fatto di essere una lumachina mi dà la possibilità in gara di concentrarmi anche su aspetti diversi dal cronometro e dalla prestazione. Se penso ai 100 km conclusi ho ricordi sicuramente di fatica e soprattutto di un caldo allucinante, ma anche di sorrisi, di chiacchiere, di vecchiette sulle sedie a fare il tifo, di bambini che spuntano in ogni paese come folletti, di lucciole, di rane.

 

Ho affrontato da sola i primi 30 km fino a Borgo San Lorenzo, forse la parte che mi è piaciuta di più del percorso paesaggisticamente parlando, ho condiviso circa 50 km, su e giù  dalla Colla, con una amica Enrica con cui avevo fatto tutti i lunghi torinesi, ho voluto concludere l’ultimo pezzo da sola per prendermi la rivincita sull’edizione precedente in cui per colpa dello stomaco dolorante avevo camminato. Gli ultimi 3 km li ho fatti in mistica concentrazione e in accelerazione con l’idea fissa della famiglia all’arrivo e di una birra ghiacciata (che poi mi ha tradita ma questa è un’altra storia).

Arrivo
… dopo!

L’abbraccio meraviglioso con Enrica arrivata poco dopo di me è stato il coronamento di questo bellissimo viaggio. Ora sono su una nuvoletta di endorfina ma pronta a scendere per la prossima corsa …

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COACH SAYS

Non è facile preparare una 100 km. E lo è ancora meno preparare il Passatore, che per altimetria e terreno è molto atipica. Forse è il punto d’incontro perfetto tra l’approccio scientifico della maratona e quello più multilaterale degli ultratrail, ed è stato emozionante mettersi alla prova con Rob e Sara per arrivarci pronti.

Rob ha deciso di fare il Passatore dopo l’ottimo quarto posto di Seregno un mese prima. A Seregno eravamo arrivati lavorando su un target ben delineato, quindi cercando di rendere un’andatura ben precisa sostenibile con allenamenti mirati a riuscire a smaltire lattato in una soglia abbastanza alta. Non avevamo rinunciato a lavori in soglia anche in prossimità della gara, convinti che avrebbe pagato un po’di brio in una gara così serrata. E così è stato, 7:15:02.

Per il Passatore invece abbiamo provato a cercare di condizionare il pacing con lavori di taglio più grande, alzando il chilometraggio ed abbassando un po’l’intensità, anche perché non è facile riassorbire una cento chilometri fatta ai suoi ritmi. Motivo per cui abbiamo fatto un tapering netto e abbastanza lungo.

E’andata bene perché Rob ha dimostrato una saggezza non comune nella gestione della gara. Ha stretto i denti nel caldo atroce iniziale, restando appena dietro al gruppo di testa, e poi dalla salita della Colla ha tenuto il ritmo trovando il suo flow, specie nelle lunghe discese. E’riuscito bene o male a mangiare con continuità, si è tenuto fresco e bagnato nel limite del possibile e non ha mai mollato con la testa, neanche quando dopo il 65mo chilometro abbiamo viaggiato sempre da soli. Non era facile tenere alta l’attenzione, ma lo ha fatto con una naturalezza incredibile. Al 95mo ci ha raggiunto il bravo Marco Lombardi con un passo feroce: io ho temuto, ma Rob si è attaccato dietro senza dire niente, e una volta alla periferia di Faenza ha messo giù quello che manco io credevo avesse più, staccandolo. Un bel segnale alla fine di una gara così. Habemus centista. Ottavo in 7:58:43. Se ci fossimo attaccati al treno Ferrari-Gurioli-Sustic… chissà, forse avremmo tirato fuori ancora qualcosa. Ma sono solo supposizioni del post, perché ha fatto una gran gara e basta.

Per Sara, l’essenziale era ridarle la voglia di correre col sorriso. Perché per motivi lavorativi, sapeva che non avrebbe avuto molto tempo da dedicare alla corsa, ma voleva essere di nuovo al via del Passatore. Non ci è voluto molto, onestamente. Perché messa “alle corde” con un programma sprint per ritrovare motivazione e passo, si è subito calata nella parte, e con l’aiuto della famiglia, ha trovato spazi e tempo per infilare anche cinque o sei lunghi, che assieme ad una session settimanale di speedwork, ed una bella uscita di recupero, l’hanno portata al via felice, contenta ed in forma (anche se un po’preoccupata per un ginocchio dolorante). E’andata che ha gestito benissimo caldo, ritmo, emozioni ed ha fatto la gara perfetta, con l’aiuto dell’amica Enrica per un bel tratto e chiudendo alla grande da sola, 12:39:52 e venti minuti limati allo scorso anno con condizioni davvero dure. Una bella pietra sul credo che per fare bene un’ultra serve solo macinare dei gran chilometri. Vederla sorridente e felice all’arrivo, con marito, figli e cane venuti a supportarla, è stato bello. Ma dentro di me sapevo che avrebbe tagliato quel traguardo, e bene. Ora deve solo imparare che prima di bere una birra dopo 13 ore di corsa bisogna prima mandare giù qualcosa…

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Una parola anche sulla mia prestazione: al debutto oltre i 20 km in bici, posso dire di essermi mosso bene, peccato che la mia fuga sulla Colla sia stata neutralizzata da Stefano e Fede. Essenziale è stato il supporto ed il crewing di Rob, sempre presente quando iniziavo a dare i primi segni di follia da sellino. Godetevi le foto che non mi rivedrete mai più in bici.

The couple