Sulle orme del brigante Passatore. Storia di due corridori, tante facce amiche ed un ciclista impedito: la perfetta famiglia disfunzionale.

Il Passatore è ingombrante.

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Fisicamente, perché per muovere la sua statua ci vuole un pick-up. E poi, con 3000 partenti, occupa il centro di Firenze e poi le strade fino a Faenza per venti ore e passa. Ma ancora di più, forse, dal punto di vista metaforico.

Perché è comunque un mito con cui prima o poi vieni a contatto, se mastichi qualcosa di corsa e distanze. Una 100 km strana, ma forse più un viaggio affascinante che si insinua nella mente di tanti. Ed è anche il motivo per cui intriga il maratoneta affermato come l’ultratrailer incallito: ha dalla sua la storia, l’atmosfera e un organizzazione esemplare.

Non immune a questo fascino, ero curioso di capire qualcosa di più di questa gara, e l’opportunità di seguire fisicamente Rob e vedere Sara affrontare i 100 km tra Firenze e Faenza, mi hanno dato l’occasione di farlo nel modo forse migliore per vedere da vicino cosa significa Passatore senza appuntarsi un pettorale.

Passatore Darta
Con un curioso signore che millantava di essere stato un atleta, tanti anni fa… Maestro Darta.

E me ne torno a casa con un’esperienza unica, di cui ho in testa 100 immagini (virtuali, perché fisicamente ero troppo impegnato a cercare di stare dietro a Rob con le mie limitate capacità ciclistiche…) che racchiudono un po’di quella magia che strega i 3.000 di Piazza del Duomo. Nel mio album virtuale, ci sarebbero da taggare tante persone, forse troppe per elencarle tutte, anche perché i nomi di quelli che alle 10 di sera erano seduti a tavola in giardino per incitare i corridori del Passatore non li so. Ma sappiate che avete reso la mia giornata unica: ancora una volta, più dei km, più dei tempi, più delle classifiche, torno a casa da una gara con volti e persone in mente.

Passatore
C’era un brianzolo di corsa, un fiorentino in bici ed un genovese che mangiava…

 

Anche perché la fatica vera l’hanno fatta i runners, e quindi è meglio che del Passatore parlino loro.

Rob Isolda

Rob
Nonfacaldononfacaldononfacaldononfacaldononfacaldo…

La prima gara non mia.

Questa cavalcata on the road è un gesto atletico condiviso fatto di grandi risate, lunghi silenzi e zampettii regolari lungo le dolci colline tosco-emiliane.

Non c’è da sputar sangue come i sentieri che piacciono a noi, anzi, l’approccio easy finto scanzonato è la risultante di mesi di floating e interval training che il coach mi ha diluito in maniera sapiente.

E tutto scorre con naturalezza.

Le crisi ci sono, chiaro, le si affronta con un ghigno quasi sadico, niente ci può fermare perché siamo una famiglia e tutti i sogni e le aspirazioni sono un passo dopo la linea d’arrivo.

Ho dato tutto, le ultime forze le uso per stringere il coach nell’abbraccio che riassume la gratitudine di avermi accompagnato in questa gara popolar populista dal fascino antico.

L’asfalto scotta ma la DU family brucia di più.

Have Fun
Ultrarunning is about having fun. Specie quando corrono gli altri.

Sara Anselmo

Dal “mio” Passatore 2018 non sapevo proprio cosa aspettarmi. Un cambio di lavoro improvviso, un pendolarismo quotidiano, una stanchezza infinita mi avevano fatto vacillare: non pensavo neanche di presentarmi. Poi complice la mia testa dura, il sostegno degli amici, la serenità del coach a Faenza sono arrivata con stupore e una grande soddisfazione. E me lo sono goduto tutto questo viaggio, come un regalo prezioso e inaspettato! Non pensavo sarei arrivata alla fine!

Sara
Prima…

Il fatto di essere una lumachina mi dà la possibilità in gara di concentrarmi anche su aspetti diversi dal cronometro e dalla prestazione. Se penso ai 100 km conclusi ho ricordi sicuramente di fatica e soprattutto di un caldo allucinante, ma anche di sorrisi, di chiacchiere, di vecchiette sulle sedie a fare il tifo, di bambini che spuntano in ogni paese come folletti, di lucciole, di rane.

 

Ho affrontato da sola i primi 30 km fino a Borgo San Lorenzo, forse la parte che mi è piaciuta di più del percorso paesaggisticamente parlando, ho condiviso circa 50 km, su e giù  dalla Colla, con una amica Enrica con cui avevo fatto tutti i lunghi torinesi, ho voluto concludere l’ultimo pezzo da sola per prendermi la rivincita sull’edizione precedente in cui per colpa dello stomaco dolorante avevo camminato. Gli ultimi 3 km li ho fatti in mistica concentrazione e in accelerazione con l’idea fissa della famiglia all’arrivo e di una birra ghiacciata (che poi mi ha tradita ma questa è un’altra storia).

Arrivo
… dopo!

L’abbraccio meraviglioso con Enrica arrivata poco dopo di me è stato il coronamento di questo bellissimo viaggio. Ora sono su una nuvoletta di endorfina ma pronta a scendere per la prossima corsa …

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COACH SAYS

Non è facile preparare una 100 km. E lo è ancora meno preparare il Passatore, che per altimetria e terreno è molto atipica. Forse è il punto d’incontro perfetto tra l’approccio scientifico della maratona e quello più multilaterale degli ultratrail, ed è stato emozionante mettersi alla prova con Rob e Sara per arrivarci pronti.

Rob ha deciso di fare il Passatore dopo l’ottimo quarto posto di Seregno un mese prima. A Seregno eravamo arrivati lavorando su un target ben delineato, quindi cercando di rendere un’andatura ben precisa sostenibile con allenamenti mirati a riuscire a smaltire lattato in una soglia abbastanza alta. Non avevamo rinunciato a lavori in soglia anche in prossimità della gara, convinti che avrebbe pagato un po’di brio in una gara così serrata. E così è stato, 7:15:02.

Per il Passatore invece abbiamo provato a cercare di condizionare il pacing con lavori di taglio più grande, alzando il chilometraggio ed abbassando un po’l’intensità, anche perché non è facile riassorbire una cento chilometri fatta ai suoi ritmi. Motivo per cui abbiamo fatto un tapering netto e abbastanza lungo.

E’andata bene perché Rob ha dimostrato una saggezza non comune nella gestione della gara. Ha stretto i denti nel caldo atroce iniziale, restando appena dietro al gruppo di testa, e poi dalla salita della Colla ha tenuto il ritmo trovando il suo flow, specie nelle lunghe discese. E’riuscito bene o male a mangiare con continuità, si è tenuto fresco e bagnato nel limite del possibile e non ha mai mollato con la testa, neanche quando dopo il 65mo chilometro abbiamo viaggiato sempre da soli. Non era facile tenere alta l’attenzione, ma lo ha fatto con una naturalezza incredibile. Al 95mo ci ha raggiunto il bravo Marco Lombardi con un passo feroce: io ho temuto, ma Rob si è attaccato dietro senza dire niente, e una volta alla periferia di Faenza ha messo giù quello che manco io credevo avesse più, staccandolo. Un bel segnale alla fine di una gara così. Habemus centista. Ottavo in 7:58:43. Se ci fossimo attaccati al treno Ferrari-Gurioli-Sustic… chissà, forse avremmo tirato fuori ancora qualcosa. Ma sono solo supposizioni del post, perché ha fatto una gran gara e basta.

Per Sara, l’essenziale era ridarle la voglia di correre col sorriso. Perché per motivi lavorativi, sapeva che non avrebbe avuto molto tempo da dedicare alla corsa, ma voleva essere di nuovo al via del Passatore. Non ci è voluto molto, onestamente. Perché messa “alle corde” con un programma sprint per ritrovare motivazione e passo, si è subito calata nella parte, e con l’aiuto della famiglia, ha trovato spazi e tempo per infilare anche cinque o sei lunghi, che assieme ad una session settimanale di speedwork, ed una bella uscita di recupero, l’hanno portata al via felice, contenta ed in forma (anche se un po’preoccupata per un ginocchio dolorante). E’andata che ha gestito benissimo caldo, ritmo, emozioni ed ha fatto la gara perfetta, con l’aiuto dell’amica Enrica per un bel tratto e chiudendo alla grande da sola, 12:39:52 e venti minuti limati allo scorso anno con condizioni davvero dure. Una bella pietra sul credo che per fare bene un’ultra serve solo macinare dei gran chilometri. Vederla sorridente e felice all’arrivo, con marito, figli e cane venuti a supportarla, è stato bello. Ma dentro di me sapevo che avrebbe tagliato quel traguardo, e bene. Ora deve solo imparare che prima di bere una birra dopo 13 ore di corsa bisogna prima mandare giù qualcosa…

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Una parola anche sulla mia prestazione: al debutto oltre i 20 km in bici, posso dire di essermi mosso bene, peccato che la mia fuga sulla Colla sia stata neutralizzata da Stefano e Fede. Essenziale è stato il supporto ed il crewing di Rob, sempre presente quando iniziavo a dare i primi segni di follia da sellino. Godetevi le foto che non mi rivedrete mai più in bici.

The couple

HRV for dummies con Marco Altini

Si parla tanto di Heart Rate Variability, ma quanti di noi sanno realmente cos’è? E’utile a noi atleti e allenatori questo dato? Come va interpretato ed usato?

Per rispondere a queste domande io per primo mi sono rivolto ad un professionista: la mia fortuna è stata quella di trovarne uno preparato, volenteroso e paziente. Se ci aggiungiamo che è molto simpatico e corre, ecco gli ingredienti per una collaborazione perfetta.

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Marco Altini è scienziato ed ingegnere con circa 50 pubblicazioni tra salute, sport ed intelligenza artificiale; ha ottenuto la laurea specialistica con lode in Ingegneria Informatica all’Universita di Bologna (Italia) e il dottorato in Machine Learning con lode a Eindhoven University of Technology (Olanda). E’ data scientist dell’azienda Bloomlife (San Francisco, USA), che si occupa di sviluppare tecnologie per il monitoraggio della salute delle donne in gravidanza. Ma soprattutto ha ideato l’app HRV4Training, che permette di misurare il livello di stress fisiologico (HRV) usando solo lo smartphone, senza sensori esterni, cosi come di interpretare i dati nel contesto del miglioramento della prestazione fisica. HRV4Training ha rivoluzionato il mondo della rilevazione e gestione del dato HRV, trovando largo impiego tra atleti professionisti come amatori, dalla speranza olimpica a chi come noi arranca sui sentieri. Dopo qualche anno in NorCal, lui e la sua compagna Alessandra sono ritornati nel Vecchio Continente, ad Amsterdam. Siamo andati a rompergli le scatole per cercare di capire qualcosa di più, ed ecco cosa ne è uscito.

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Partiamo dai fondamentali. Che cos’è la HRV?
HRV o heart rate variability è un termine usato quando si parla di variabilità cardiaca. In altre parole, il cuore non batte ad una frequenza costante, anche quando abbiamo un battito medio di 60 battiti al minuto, il cuore non batte esattamente ogni secondo, ma ci sono sempre tempi variabili tra un battito e l’altro. Come mai? Per quale motivo ci interessa misurare questa variabilità? Il corpo umano, a livello fisiologico, cerca di mantenere uno stato di equilibrio, chiamato omeostasi, necessario per un funzionamento ottimale. Il corpo percepisce lo stress attraverso i nostri sensi, e manda queste informazioni al cervello, che decide come reagire. Indipendentemente dalla sorgente che causa lo stress, il corpo risponde allo stesso modo.

Tornando alla nostra variabilità cardiaca, i tempi non costanti tra un battito e l’altro riflettono l’attività del sistema nervoso autonomo in risposta agli stimoli, ovvero alle sorgenti di stress. La variabilità cardiaca non è altro che un fenomeno mediato dai neuroni ed in particolare dal nervo vago, quindi dal sistema parasimpatico. Quando incontriamo una forma di stress, il sistema nervoso autonomo porta gli impulsi ricevuti dal cervello ai vari muscoli ed organi del corpo umano. Questo meccanismo del sistema nervoso autonomo comanda quasi il 90% delle funzioni del corpo umano, sia quelli a breve termine come la respirazione che quelli più a lungo termine come la temperatura corporea o il ritmo circadiano.

Abbiamo detto che la variabilità cardiaca è fondamentalmente controllata dal nervo vago, uno dei più importanti nervi cranici. In pratica esso controlla vari organi nel corpo umano, tra cui il cuore, e quello che facciamo quando misuriamo la variabilità cardiaca (HRV), non è altro che fare una misura indiretta e non-invasiva dell’attività del nervo vago, in quanto analizziamo dei processi da questo alterati, cosi come la variabilità tra battiti cardiaci. Ad esempio, un’attività più elevata del nervo vago, tipica di un’attività maggiore da parte del sistema parasimpatico, risulterà in una HRV più alta.

Misurando HRV possiamo quindi catturare cambiamenti a livello di sistema nervoso autonomo in modo non invasivo, e ottenere importanti informazioni sulle capacita fisiche e mentali del corpo.

Per riassumere, il sistema nervoso autonomo controlla e regola moltissimi processi all’interno del corpo umano cosi come le risposte del nostro corpo a varie forme di stress. HRV è regolata dal sistema nervoso autonomo, in particolare dal sistema parasimpatico (quantomeno le variabili più facili da interpretare) e di conseguenza ci può rivelare informazioni importanti sulla reazione del nostro corpo allo stress, indipendentemente da cosa lo ha generato (allenamento, un periodo difficile sul lavoro, ecc.).

Questo è proprio il motivo per cui la variabilità cardiaca ci può fornire informazioni cosi importanti sul nostro stato fisico e mentale: non è un processo focalizzato solo sull’allenamento ma rappresenta una serie di processi tramite i quali il corpo gestisce lo stress (fisiologico), e soprattutto in una società frenetica come quella odierna, può aiutarci a gestirci meglio, evitare sovrallenamento così come esaurimenti nervosi, e migliorare stile di vita e prestazione fisica.

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Una volta capito cos’è, veniamo al sodo: come viene misurata?
L’HRV si può misurare in vari modi. Il sistema di riferimento è l’elettrocardiogramma, anche se negli ultimi anni per fortuna ci sono stati sviluppi tecnologici che hanno portato queste misure un po’ nelle mani di chiunque abbia un interesse. Ad HRV4Training abbiamo creato il primo sistema al mondo in grado di misurare la variabilità cardiaca usando semplicemente il telefono, in pratica analizzando il flusso sanguigno illuminando il dito con il flash del telefono, e usando la videocamera e una serie di algoritmi per individuare i tempi tra i battiti e calcolare HRV. Questi metodi sono stati testati e validati al centro High Performance Sports New Zealand, appunto in Nuova Zelanda, da alcuni dei ricercatori più prominenti nell’area. Fino a pochi anni fa queste misure erano disponibili solo spendendo migliaia di euro in tecnologie poco pratiche, o andando in cliniche o laboratori dove purtroppo si può misurare solo poco frequentemente, di conseguenza perdendo di utilità. Alternative valide al giorno oggi sono sicuramente alcune fasce come le Polar, e (pochi) altri sensori. A breve sicuramente ci saranno più alternative anche a livello di orologi, ma al momento la grande maggioranza è utile solo per il calcolo del battito medio, e non della variabilità cardiaca.

Una volta che abbiamo scelto un sistema per la misura dell’HRV, purtroppo c’è una complessità ulteriore, ovvero che ci sono vari modi per quantificare la variabilità cardiaca. Normalmente, le modalità più affidabili e sulle quali c’è più consenso nella comunità scientifica, sono relative alla misura del sistema parasimpatico, ovvero quello che si occupa dello stato di recupero del corpo. Quando l’HRV viene quantificata in questo modo, ci aspettiamo un valore più alto in caso di minore stress, ed un valore più basso quando c’è un maggiore livello di stress. Questa chiaramente è una semplificazione di processi molto più complessi. Il modo più comune di quantificare la variabilità cardiaca nelle app disponibili sul mercato è la cosiddetta rMSSD, o una sua derivazione. rMSSD indica una formula matematica usata per trasformare le variazioni in battiti su un periodo da 1 a 5 minuti, in un singolo numero che indica il livello di attività del sistema parasimpatico. In HRV4Training ad esempio, l’utente può analizzare i dati sia come rMSSD che utilizzando una metrica alternativa che abbiamo creato per semplificare un po’ le cose, chiamata Recovery Points. Le due metriche forniscono esattamente le stesse informazioni, ovvero un valore più alto indica meno stress.

Scelti una app e un sensore, e una metrica HRV, siamo pronti a raccogliere dati e a provare a capirci un po di più.

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Da quello che ci hai detto prima, il valore risente di diverse condizioni: quali fattori influenzano il dato? 
Per natura stessa di quello che la HRV quantifica, ovvero l’attività del nervo vago, o attività del sistema nervoso autonomo, un po’ tutto la influenza. Proviamo a fare una lista di fattori che sono stati associati ad HRV in pubblicazioni recenti: si va da esercizio fisico, a nicotina, caffeina, medicinali, ora del giorno (ritmo circardiano), alcol, età, digestione di cibo o anche acqua, malattia, ecc. – come facciamo quindi a derivarne conclusioni valide se i processi che misuriamo sono influenzati da cosi tanti parametri? E’ fondamentale misurare la variabilità cardiaca in modo da limitare il più possibile l’effetto di fonti di stress cosiddette esterne: il modo più semplice per creare un cosiddetto contesto riproducibile in cui fare la misura, è di farla appena svegli, prima di fare esercizio, mangiare, mettersi a lavorare, ovvero prima di venire influenzati dalle varie forme di stress di tutti i giorni. Una misura ancora da letto, rilassati, anche solo per 60 secondi, è un ottimo metodo per ottenere dati validi, che rappresentano il livello di stress fisiologico cronico o in risposta a stress acuti molto forti, della durata di vari giorni, come ad esempio un allenamento molto intenso o un viaggio intercontinentale. Questo è il metodo che utilizziamo anche quando facciamo ricerca. Misurare durante la giornata o in altri momenti ha poco significato in quanto spesso non facciamo altro che catturare l’effetto di una qualche forma di stress acuta (una delle tante della lista precedente), il che è solitamente un effetto transitorio della durata di qualche minuto / ora, ed ha poco a che vedere con l’informazione che ci interessa di più, ovvero lo stress cronico. L’attività del nervo vago è molto veloce, ed ha un effetto sul cuore e sulla variabilità cardiaca quasi immediato, nel giro di 1-2 secondi, per questo motivo è facile rilevarla anche con misurazioni molto brevi di un minuto.

Perché per un atleta è importante questo dato? Come va interpretato?
Dal mio punto di vista, questo dato è importante un po’ per tutti, non solo per l’atleta, in quanto ci fornisce informazioni sul livello di stress, e gestire lo stress è una delle attività principali del corpo, con tutti i problemi del caso quando non siamo in grado di gestirlo correttamente. Non a caso è anche uno dei parametri legati alla longevità e condizione di salute.

Detto ciò, nell’atleta, l’applicazione e il monitoraggio dell’HRV è più diffuso a mio riguardo perché è più semplice quantificare la forma di stress, ovvero l’allenamento. La relazione tra allenamento e HRV è evidente ed è stata provata più volte in vari studi scientifici, in quanto l’allenamento è una forma di stress molto elevata per il corpo. Per altre applicazioni, ad esempio legate alla salute fisica e mentale, può essere molto più complesso identificare e quantificare le fonti di stress, rendendo difficile l’implementazione di un feedback cosi come modificare poi i nostri piani per migliorare le cose.

In atleti professionisti, il rischio di sovrallenamento è sempre dietro l’angolo, causa volumi di allenamento molto alti. Abbiamo vari programmi a disposizione per pianificare e analizzare l’allenamento, mi viene in mente Training Peaks (il sistema che usiamo anche noi in Destination Unknown n.d.r) dove possiamo decidere carico di allenamento per i prossimi mesi, e vedere dove ci porta a livello di condizione fisica. In tutto ciò però, non stiamo considerando come sta rispondendo il corpo dell’atleta a tale programma di allenamento. Si sta adattando bene? O sta faticando più del previsto? Una misura oggettiva dello stato di stress può aiutarci a implementare cambiamenti in corsa. Per l’atleta non professionista, magari che si allena quando non deve dedicare tempo al lavoro o alla famiglia, misurare l’HRV può essere ancora più importante, in quanto tutte le forme di stress vengono rilevate in questo modo, e possiamo capire meglio quando è il caso di rallentare con gli allenamenti, o quando possiamo concederci una sessione intensa in più, sempre con l’obiettivo di migliorare la prestazione fisica sul lungo termine.

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Come combinarlo nella pianificazione dell’allenamento?
Nella pianificazione dell’allenamento, vedo l’HRV come un parametro da utilizzare come feedback continuo per ottimizzare carichi e periodizzazione. Cerco di spiegarmi, mentre ad esempio vogliamo ambire ad un certo carico di allenamento (chilometri a settimana) o ritmo in gara (minuti al chilometro), dal punto di vista fisiologico vediamo solitamente un calo del battito a riposo e un calo anche del battito durante la corsa (se manteniamo il ritmo costante) una volta raggiunta una condizione fisica migliore (un livello di fitness cardiorespiratorio più elevato: non mi aspetterei necessariamente un aumento simultaneo di HRV e non lo considererei un obiettivo per l’atleta. L’HRV ci fornisce informazioni sul livello di stress e su come stiamo rispondendo al carico di allenamento, se va tutto bene ci aspettiamo valori pressoché costanti e poche variazioni, una situazione dove è “tutto normale”. In caso di stress elevato, misurare ogni giorno ci farà notare questo cambiamento velocemente, e ci darà la possibilità di implementare cambiamenti che facciano si’ che le cose tornino “normali” prima che sia troppo tardi (ad esempio prima del sovrallenamento). Cambiamenti che possono essere molto semplici, come posticipare una sessione di intervalli per un giorno migliore. Questo feedback continuo ci da la possibilità di adattare in corsa il programma di allenamento in base a quelle che sono le risposte del nostro corpo.

E’ importante inoltre, avere sempre un programma di allenamento e una pianificazione da seguire, ed eventualmente modificare. L’estremo opposto, ovvero partire senza programma ed affidarsi solo ad HRV, non avrebbe senso in quanto non faremmo altro che rovinarci di allenamenti intensi per accorgercene poi troppo tardi. Un programma di allenamento polarizzato, includendo una buona parte di allenamenti a bassa intensità, combinati con sessioni intense di lavoro sulla velocità e il fitness cardiorespiratorio, solitamente è in grado di fornire un ottimo equilibrio, e può essere ottimizzato analizzando la risposta di un atleta al programma, usando l’HRV.

A livello pratico, consiglierei di rendere la misura mattutina un’abitudine, anche se 4-5 misure a settimane sono sufficienti per una stima del livello di stress cronico. Più dati possono aiutare, in quanto quando andiamo a guardare i dati sul medio-lungo termine, possiamo analizzare parametri aggiuntivi che ci possono dire di più sull’adattamento (o mancato adattamento) di un atleta al programma di allenamento. Ad esempio, un valore di HRV che varia molto da un giorno all’altro, spesso è sintomo di problemi di adattamento (o altre fonti di stress presenti), mentre un valore un po più costante durante la settimana, è un segnale migliore. Chiaramente il tutto va sempre analizzato nel contesto del carico di allenamento. Consiglierei anche di non stressarsi troppo sulla misura giornaliera, un valore basso può non significare niente di particolare, magari solo una pessima dormita o cattiva digestione, ed è sempre meglio concentrarsi sulla media settimanale, e l’andamento a medio lungo termine.

Grazie mille Marco… ti aspettiamo sui nostri sentieri, ora che sei decisamente più vicino! 

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Zaino o borraccia a mano?

Il nostro gear geek Andrea Vagliengo analizza una delle questioni più calde per noi ultrarunner: meglio correre con un running vest o una hand bottle?
Comodità, tradizione, filosofia, attitudine personale… vediamo come scegliere la soluzione migliore in base a necessità e condizioni. 

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Per anni, la diatriba che ha acceso gli animi dei runner riguardo all’attrezzatura da utilizzare non tanto in allenamento, quanto soprattutto in gara si è concentrata sul trasporto dell’acqua: prima di ogni altra cosa, infatti, quando siamo in giro per sentieri dobbiamo pensare a rimanere idratati. Storicamente, i metodi più utilizzati per il trasporto dei liquidi sui sentieri sono stati principalmente due: il cosiddetto camelbag o le borracce.

Go far, go big: la Sacca idrica

Per noi europei la questione è storicamente abbastanza lineare: in montagna ci si va con lo zaino, punto. Se serve per correre lo zaino si rimpicciolisce e diventa leggero come una piuma, passando dai 30 litri di un day-backpack tradizionale ai 5, 10 o massimo 15 litri di quelli da trail, ma sempre di zaini stiamo parlando. Possiamo ringraziare il lavoro di ricerca e sviluppo portato avanti negli anni da molti brand internazionali, che ha fatto sì che oggi persino noi peones si possa correre con zaini “vest”, ovvero a forma di gilet, straordinariamente leggeri, funzionali e confortevoli.

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Da sx: Hydrapak Elite 1,5 L – Camelbak Crux 1,5 L

I vantaggi offerti da questa prima soluzione sono molteplici:

  • Grande capienza grazie alla possibilità di trasportare fino a due litri di liquidi
  • Facilità di accesso all’acqua: una volta posizionato, il tubo è sempre a portata di mano, il che aiuta ad assumere i liquidi con la giusta frequenza
  • Una buona autonomia quando non si è sicuri di trovare acqua lungo il percorso

Esistono però degli svantaggi:

  • Sono difficili da pulire e da far asciugare (anche se sono stati fatti notevoli passi avanti dalle aziende specializzate del settore per semplificare la vita ai runner, in questo senso)
  • Utilizzarli in gara è laborioso perché vanno tirati fuori dallo zaino, aperti, riempiti e reinfilati dentro, il tutto nella bolgia di un ristoro affollato e magari quando si ha anche una discreta fretta di ripartire
  • Rimanendo sempre a contatto con la schiena, è pressoché impossibile evitare che l’acqua si scaldi

 

Go fast, go hand held: le Hand Bottles

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Da sx: Camelbak Quick Grip Chill – Ultraspire Iso Versa – Nathan Speedmax Plus

Ora immaginate di correre sempre e solo su sentieri burrosi e filanti, in condizioni metereologiche miti, correndo alla peggio il rischio di prendersi un po’ di pioggia senza mai sentire la necessità di indossare un guscio impermeabile: ecco, magari in questo caso l’idea di portarvi uno zaino in spalla per tutto il tempo potrebbe non suonarvi entusiasmante. Negli States, paese con una tradizione di ultrarunning profonda e molto radicata, la semplicità ha sempre vinto sulla tecnologia: se mi devo portare da bere, allora tanto vale usare una semplice borraccia e portarla a mano. Semplice, no?

Vantaggi delle hand bottles:

  • Grande vantaggio di lasciare libera la schiena e i fianchi, zone del corpo fondamentali per la termoregolazione che, se coperti, possono rendere più difficoltosa la dissipazione del calore e quindi compromettere in un attimo tutto il nostro equilibrio termico, facendoci sudare più del necessario
  • Comodissime in gara, quando la necessità di monitorare facilmente la quantità di liquidi che stiamo consumando è particolarmente sentita
  • Riempire le borracce ad un’aid-station è semplice e veloce, le possiamo anche usare come bicchiere in caso di necessità

Svantaggi delle hand bottles:

  • Non avendo uno zaino con capacità di carico, trasportare del materiale (obbligatorio o meno) diventa più complicato. Affontare un UTMB così sarebbe quantomeno laborioso, seppure possibile: Kilian ottenne la sua prima vittoria all’UTMB trasportando tutto il materiale obbligatorio senza utilizzare alcuno zaino
  • Con le borracce a mano diventa pressoché impossibile utilizzare i bastoncini, così utili nelle nostre gare di montagna con tanto dislivello


The Soft Flask revolution

Negli ultimi anni, il mondo delle attrezzature da trail ha vissuto una vera e propria rivoluzione, che ha letteralmente stravolto il mondo delle borracce da running: l’introduzione sul mercato delle soft-flask, ovvero borracce morbide realizzate con un materiale analogo (nella maggior parte dei casi identico) a quello delle sacche idriche, che vanno a sostituire le classiche borracce rigide combinando comodità di utilizzo a pesi minimi e grande comfort durante la corsa.

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Da sx: Osprey Hydraulics – Salomon Soft Flask – Camelbak Quick Stow

I primi ad introdurle, manco a dirlo, furono i ragazzi di Salomon negli anni della grande innovazione guidata da Kilian e dal team S-Lab. Gli altri produttori seguirono a ruota, cavalcando l’onda e declinando l’idea in una quantità di maniere diverse, a tutto beneficio di noi appassionati. Invece di usare solo borracce in plastica rigida, che sovente diventano fastidiose a contatto con il costato e che tendono ad oscillare parecchio durante la corsa, l’idea di utilizzare delle flask morbide, strette e lunghe, posizionate direttamente sugli spallacci degli zaini vest si è immediatamente rivelata ingegnosa e molto remunerativa: nel giro di una sola stagione, il popolo del trail aveva eletto le soft-flask ad accessorio del momento, e a buon diritto.

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Da sx: Ultimate Direction Amp – Salomon SLab Soft Set – Osprey Duro Handheld

Per non farci mancare nulla, possiamo anche utilizzare le soft-flask in modalità hand held, tenendole in mano come faremmo con una qualunque borraccia rigida. I sistemi di questo tipo ormai abbondano sul mercato e sono tutti interessanti, sebbene la mancanza di struttura tipica della soft-flask ne renda più difficoltoso l’utilizzo quando la borraccia comincia a svuotarsi. Da provare, è il classico “do or don’t”: o le amerete alla follia, oppure non le sopportete.

Quindi? Cosa ci conviene usare e quando?

Zaino:

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Io lo uso molto spesso, praticamente ad ogni uscita più lunga di 20 km, perché mi piace avere le mani libere e, abitando in Piemonte, per otto mesi l’anno mi tocca portarmi dietro almeno una giacca impermeabile e qualche altro ammennicolo di abbigliamento (un buff in più, un paio di guanti, cose del genere). Non sono un grande amante del camelbag, l’ho usato durante i primi anni di corsa sui sentieri poi l’ho progressivamente abbandonato, preferendo quasi sempre le borracce soft.

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Da sx: Osprey Duro 1,5 – Ultimate Direction AK 3.0 – Salomon SLab Sense 8

Sempre più diffusi sono poi gli zaini da donna, strutturati appositamente per adeguarsi in maniera ottimale alle forme femminili. Più spazio e apertura sul petto, dunque, ma anche un giro spalla ben proporzionato e geometrie dedicate al fisico femmile, tendenzialmente più esile e meno corpulento di quello di uomo. Anche qui, grande varietà e massima possibilità di scelta: bellissimo il Vapor Howe, realizzato insieme alla vincitrice della Western States 100 Stephanie Howe (utilizzabile sia con camelbag sia con le soft-flask frontali); interessante e ricca di proposte interessanti anche la linea di Jenny Jurek, moglie di Scott, prodotta da Ultimate Direction, che offre un’ampia gamma di prodotti dedicati alle runners appassionate di sentieri.

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Da sx: Nathan VaporHowe 12 – Ultimate Direction Vesta – Ultraspire Astral

Hand bottle:

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Le borracce a mano le adoro in bella stagione: le uso tantissimo quando esco in modalità “shirtless”, solo in pantaloncini corti e visiera, ricercando nella mia ombra qualche sembianza di Anton Krupicka, Geoff Roes o Hal Koerner.
Ci metto sempre un po’ad abituarmi al fatto di avere un peso in mano, soprattutto se uso una sola borraccia, ma l’adattamento è sempre più veloce, anno dopo anno. Per certi versi usare le borracce a mano mi aiuta addirittura a migliorare la postura di corsa, smanacciando di meno e tenendo le mani più vicine al corpo.

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Quando uno zaino ti salva la gara: Kilian Jornet verso la vittoria alla Hardrock 100 2017 con una spalla lussata infilata negli spallacci del suo Salomon Sense Ultra 8.

THE GEAR GEEK SAYS:

La mia configurazione preferita, rimane quella che combina zaino e soft-flask: molto semplicemente, combina il meglio dei due mondi. Ci si può portare dietro il materiale che ci serve senza lesinare, si hanno le mani libere e la possibilità di utilizzare i bastoncini in caso di necessità, e non si deve rinunciare alla comodità di avere le borracce (riempimento semplice e veloce, visione immediata di quanta acqua rimane al loro interno). Oltretutto, gli ultimi zaini vest permettono di bere dalla borraccia senza neanche estrarla dalla sede, piegando semplicemente la testa per avvicinarla al beccuccio. Priceless.