The Clean Outdoor Manifesto

Photo by Pietro Toffanelli

Cos’è THE CLEAN OUTDOOR MANIFESTO?

Beh, è quello che è scaturito dalla mente di Luca e Zeo per provare a smuovere un po’le acque stagnanti del mondo dell’outdoor. Un modo come un altro per superare la fase della presa di coscienza e iniziare a rimboccarsi le maniche per l’ambiente in cui viviamo, operiamo e ci divertiamo. Hanno provato a contattare un po’di persone provenienti da ambiti diversi, ma con il comune denominatore di vivere l’outdoor 365/12. Dal confronto è nato il Manifesto, e da questo la voglia di provare ad aggregare altre persone. Per una nuova visione dell’outdoor e delle discipline ad esso legate.

Abbiamo avuto il piacere ed il privilegio di essere tra i firmatari del Manifesto e queste sono i motivi per cui lo abbiamo fatto, e perché altri dovrebbero farlo.

Maria Carla Ferrero

Photo by Luca Albrisi

Perché ho firmato da subito il Manifesto? Perché sempre più mi rendo conto che azioni per me scontate, per altre persone non lo sono.

Forse perché ho avuto la fortuna di essere cresciuta con certi principi: La verdura era quella di stagione perché c’era l’orto, le uova erano quella della nonna, il latte andavi a prenderlo dalla vicina, il riscaldamento era con la stufa perché avevamo la legna e così via. Ma non per una questione etica, era normale così. Sia chiaro, non sono cresciuta con Heidi, come pensavano poi i compagni di classe quando ho iniziato a studiare a Torino. E sono cosciente che è sempre più difficile vivere in questo modo, però sono cose che ho radicate dentro e che mi fanno credere in certi ideali.

La stessa cosa per la montagna, con semplicità mi hanno insegnato ad amarla e conoscerla ma con il rispetto più assoluto. Quella frase anche un po’ scontata, che ci veniva ripetuta ogni volta: “alla montagna si dà del LEI!” era per veicolarci da subito l’idea, che le condizioni dovevano essere quelle giuste, sennò inutile accanirsi, non era da fare e basta. Ma soprattutto che in fondo siamo sempre noi gli ospiti. E sempre più mi rendo conto di quanto queste semplici parole siano attuali, e racchiudano così tante cose…

Perché dovrebbero firmarlo tanti altri? Perché voglio un confronto, voglio capire quale esperienza di vita li ha spinti a credere in certe cose. E per riuscire a costruire qualcosa di concreto. Qualcosa che superi un po’ l’auto compiacimento di credersi green solo perché facciamo azioni che dovrebbero essere la quotidianità, non lo straordinario.

“Ci si salva se si va avanti e si agisce insieme e non solo uno per uno” Enrico Berlinguer

Eva Toschi

Photo by Luca Albrisi

Ho firmato il Manifesto perché Luca mi aveva promesso una birra in cambio. Visto che ha funzionato adesso Luca ha cominciato a farsi sponsorizzare da un produttore di birre artigianali e sembra che stiamo ricevendo numerose sottoscrizioni non a caso.

A parte gli scherzi, mi sono fatta coinvolgere in quest’iniziativa perché penso sia un modo efficace per rendere le belle idee belle azioni. A volte delle belle idee non hanno modo di uscire allo scoperto perché da soli non si può far molto, ma con una comunità con cui si condividano gli scopi si può davvero iniziare a far qualcosa. Vivo l’outdoor in tutti i campi della mia vita, sia per professione che per passione, e grazie ad entrambi mi sono accorta che la Natura, per colpa di noi umani, sta rischiando tanto. Come professionista mi sono resa conto che all’aumentare del mio lavoro aumenta anche il rischio di mercificazione dell’outdoor. Come appassionata mi sono resa invece conto che le attività di “piacere” in natura hanno un forte impatto che bisogna cercare di minimizzare a tutti i costi. Non voglio pensare che l’unico modo che la Natura ha di rimanere tutelata sia che l’uomo non ci si rechi più o che solo alcuni possano recarvisi. Noi siamo natura ed abbiamo bisogno di viverla per vivere.  Dobbiamo solo trovare il modo di farlo in punta di piedi e a gran voce.

Ho firmato perché da qualche parte bisogna pure iniziare e credo che le persone debbano firmare il Manifesto perché è giusto metterci nome, faccia e speriamo mani, per qualcosa che si ritiene non solo giusto, ma necessario.

Francesco Paco Gentilucci

Photo by Luca Albrisi

La stima che provo nei confronti di Luca, anche se non è stata la ragione principale, ha agito come benzina su un fuoco acceso. La vera ragione è che ritengo che sfortunatamente i mass media e la mediocrità in generale hanno appiattito i messaggi ambientali e quindi sentire al tg che “i ghiacciai si sciolgono” nella nostra testa non sorbe alcun risultato. Nel posto dove lavoravo le colleghe tenevano il condizionatore a 26 gradi quando fuori era di molto sotto zero. Non serve un genio per capire che questa cosa non è sostenibile, oltre al fatto che regolarmente tornavo a casa con la maglietta sudata, nonostante lavorassi in tshirt. O il fatto che usiamo mezzi a motore anche quando non sarebbe assolutamente necessario, nelle piccole percorrenze, o per arrivare in cima alle montagne. 
Credo che l’unico modo per ribaltare i problemi culturali non risieda in nessuna politica, in nessun controllo dalle forze dell’ordine o dalle sanzioni amministrative, ma solo da un cambiamento culturale nel cervello delle persone. Per me The Clean Outdoor Manifesto significa prima di tutto avvicinare  delle persone per produrre un cambiamento tangibile nella realtà. Per creare un network di vero attivismo ambientale e per confrontarsi su temi importanti con la voglia di fare senza perdere tempo a chiedersi se l’effetto serra è veramente dannoso, tra quanti anni moriremo tutti per l’inquinamento e il surriscaldamento. 
Insomma, anche solo per ritrovarsi e pulire dei posti dalla spazzatura, a prescindere da chi l’abbia prodotta.

Davide Grazielli

Photo by Luca Albrisi

Ho firmato il Manifesto perché nella vita ho fatto tanti errori, ma ho sempre preso una posizione. Ed in questo momento la posizione da prendere, per me, è quella di ripensare il modo in cui interagiamo con l’ambiente in cui ci muoviamo. Il fatto che la proposta venisse da persone che stimo come esseri umani ancora prima che come professionisti del settore, ha reso tutto naturale. Come se fosse qualcosa che capitava nel momento giusto: chi dovrebbe avere a cuore la questione se non noi che viviamo l’outdoor come professionisti e come consumatori?

E’solo un passo, ma è un passo fermo.

Cosa serve per renderla una marcia inarrestabile? Che tanta gente lo legga, commenti, critichi, e se lo ritiene giusto, che lo sottoscriva. Perché si cresce, ci si confronta e si trasformano le parole in azioni solo insieme.

THE CLEAN OUTDOOR MANIFESTO è consultabile, scaricabile e pronto ad essere firmato qui:

https://www.theoutdoormanifesto.org/

Take a stand!

Nike Pegasus – the legend is back!

Siamo stati a Barcellona per la presentazione di Nike delle nuove Pegasus Trail, e così abbiamo colto l’occasione per mettere a confronto le due declinazioni, trail e strada. E per rendere la cosa più divertente, coach Grazielli ci ha abbinato due workout con cui farsi del male.

Iniziamo con la versione stradale, arrivata alla trentaseiesima versione. Già, correva l’anno 1983, e Nike cercava una scarpa versatile che fosse adatta a tutti i runners. Ne uscì qualcosa che nel tempo è stata calzata da tutti: se Joan Benoit Samuelson le portò a Los Angeles sul gradino più alto della prima maratona olimpica femminile, Eliud Kipchoge le usa regolarmente in allenamento, ed è tuttora la scarpa da corsa più venduta dal marchio di Portland. Il mio ricordo delle Pegasus risale a parecchi anni fa, e me la ricordavo come una scarpa buona per tutto si, ma un po’ingombrante e non propriamente veloce. Beh, avrei fatto meglio a riprovarla nel tempo, perché le ultime declinazioni della scarpa sono decisamente più filanti.

Arrivando alle nostre Air Zoom Pegasus 36, la calzata è comoda, ed anche grazie al mesh molto aperto, la scarpa dà subito una sensazione di leggerezza. Linguetta e collaretta sono state aggiustate e ridotte in volume, aumentando la precisione. La regolazione con il sistema Flywire è ottima e l’allacciatura corta favorisce una bella azione di corsa. E’una scarpa “bassa” nella parte del tallone come struttura, ma mantiene il drop 10 mm “storico”. Onestamente, una volta calzata, sembra molto meno alta che sulla carta, forse anche grazie al foam Cushlon della midsole. Sulla stregua di quanto fatto sui modelli di punta con l’inserimento del Pebax sulla suola intera, la Air Zoom Unit è su tutta la lunghezza della suola, e si sente la sua presenza in termini di ammortizzazione e rilancio, con il bonus di avere anche una discreta rigidità alla torsione.

The Temple of Tarmac

Su strada, si fa apprezzare a ritmi allegri dove la struttura affusolata permette appoggi rapidi e precisi, ma perdonando anche qualcosa alla forma grazie all’ottima ammortizzazione. E’ una scarpa che va bene su tutte le distanze classiche della strada, dai 10 km alla maratona ed oltre: fedele all’idea originaria, la sua qualità principale è proprio la versatilità. David Laney, presente al lancio come atleta, ha strappato a tutti una risata ricordando i tempi in cui con la Pegasus ci giocava anche a basket, per dire.

IL WORKOUT

Versatilità, fa venire in mente le basi. E allora alla Pegasus abbiniamo un workout classico del lavoro in soglia, ma con un twist creativo. Perfetto per le fasi finali di preparazione di una mezza, o come test per capire in che zona lavorare sulle gare lunghe, in DU coaching lo abbiamo ribattezzato Alberto’s In&Out, non tanto per l’Alberto Salazar di Oregon Project, ma per un altro Alberto che nelle fredde sere d’inverno di Schio martella ciclabili come se non esistesse un domani.

Il lavoro? Semplice, tre chilometri di riscaldamento tranquillo, qualche allungo e poi si attacca con un miglio attivo intorno o appena sopra alla soglia aerobica inframezzato da un miglio che non deve essere di vero recupero, ma va tenuto bello allegro. Ad esempio, se state a 3:40 nella parte attiva, il recupero dovrebbe essere sui 4:15/4:20, in float, come suol dire. Quante ripetute? Dalle tre alle sei è già una bella mole di lavoro, contando davvero che il recupero non è reale. Insegna a smaltire il lattato a ritmi alti e ci tiene sul pezzo per almeno mezz’ora: cosa volete di più? Chiudere con almeno 2km di defaticante molto tranquillo, mi raccomando.

Passiamo alla versione trail, e notiamo subito che è stato fatto uno sforzo per mantenere la stessa impostazione e linea. Anche per la Air Zoom Pegasus 36 Trail il drop è 10 mm, la forma affusolata, e resta la collaretta bassa nella parte posteriore per tenere libero il tallone d’Achille.


Dove la scarpa è stata modificata è nel mesh, che ovviamente è decisamente più resistente anche se è stata comunque esaltata la traspirabilità e la capacità di drenare, nella parte suola ed intersuola. Qui il cuscinetto Air Zoom è stato spezzato in due per favorire l’appoggio su terreni sconnessi, e la suola, pur mantenendo la stessa mescola, ha una struttura ovviamente diversa. I tasselli sono più bassi che nelle altre scarpe trail di Nike (Terra Kiger e Wildhorse, entrambe quest’anno alla quinta versione) ed offrono maggiore superficie di contatto per una corsa più confortevole.

Nei piedi resta comodissima come quella da strada, con anche qualche imbottitura aggiuntiva sul collo piede e degli overlap di protezione sul puntale ed altre parti più soggette ad abrasione. Provata in condizioni abbastanza toste, la suola tiene molto bene, una sorpresa vera rispetto al passato: sia in discesa, anche su pietre, che in salita su terra pesante e fango, il grip c’è, la precisione anche. Quando poi la mettete alla frusta su sentieri scorrevoli o stradoni sterrati, mette in luce le sue caratteristiche migliori. Si fa comunque apprezzare anche su strada, rendendola una bella scarpa da door-to-trail.

IL WORKOUT

Anche qui, ci piace combinare con un lavoretto dedicato alla soglia, ma la Pegasus richiama al Pacific North West e le sue foreste, sensazioni di libertà e ritmi alti. Così facciamo una cosa semplice e non troppo strutturata come un Fartlek 4-1 con quattro minuti a buon ritmo ed uno di recupero easy, da fare rigorosamente in progressione graduale ed arrivando all’80-85% della velocità max. Meglio su terreno mosso ma senza salite secche. Ottimo pre gara per testare le gambe se si resta sui 15/20 minuti, ma benissimo anche ad inizio stagione quando non c’è ancora molta base ma si vuole stare “in zona” se lo portiamo a 30/40 minuti! Ovviamente solito riscaldamento prima e defaticante dopo da 15/20 minuti.

Questione di flow, anche se siamo nel parco dietro casa e l’Oregon è a nove fusi orari di distanza: garantite sensazioni inebrianti.

CUFFIETTE E VIABENE – seconda puntata

Torniamo con le nostre playlist, e anche questa volta c’è del buon materiale per far passare quel 4 X 10 in cui solitamente si aprono delle porte spazio temporali.

A fare compagnia a Coach Grazielli, che squarcia un velo sul suo misterioso passato di punk, c’è Luca Mich: DJ, basket player sia nelle palestre che nei campi di cemento di mezza Italia e uno dei maggiori conoscitori della musica Rap, Black e Hip Hop che conosciamo, spesso penna per webzine e siti di settore. Chi meglio di lui poteva introdurci al mondo dell’Hip Hop? Buon ascolto.

E comunque, quei 10 minuti d’inferno, non diventeranno mai più brevi. 
#coachknows #coachwantsyoutosuffer

Luca Mich –  HIP HOP

Una volta si chiamavano mixtape e richiedevano ore di lavoro, ora bastano un paio di click su spotify e la compila è bella che fatta.
La differenza però la fanno ancora la successione dei pezzi, la qualità degli stessi e il criterio con cui vengono messi uno dopo l’altro. 
La pretesa di avere una compila ragionata sull’hiphop old school (diciamo più anni 90 – inizio 2000 che è poi il periodo più interessante per il movimento hiphop e con esso la sua musica) è sempre alta, tuttavia abbiamo cercato di ragionarla su ritmiche perfette per tenere il ritmo in corsa, il battito, il pace che è tanta caro al rap così come alla corsa chiaramente.

Si parte sulla costa ovest con i Pharcyde ed il loro classico Runnin’ appunto, prodotto dall’immortale producer di Detroit J Dilla che ricomparirà in altri brani. Via quindi con i Blackstreet ed il loro unico pezzo degno di nota (No Diggity ovvio), non a caso produce Dr. Dre, e sempre a Los Angeles siamo. Doon’it di Common e You can’t ride but you can run, esortano poi a correre senza pensarci troppo su, just do it dicono Common e i Dilated Peoples tra Chicago e Los Angeles ancora. Tocca quindi ai due parolieri per eccellenza della storia del rap, Busta Rhymes prima e Pharahoahe Monch dopo (fuori dal rap lui sarebbe pure balbuziente, prova che il ritmo può fare la differenza in più campi), alzare il ritmo e di conseguenza i BPM.


Pharahoahe Monch

E prima del rientro del rapper-attore Common con la sua The Light, pezzo tra i più significativi della storia dell’hiphop di matrice soul/jazz (produce sempre J Dilla) ci pensano gli Outkast, il duo di Atlanta, con la loro folle B.O.B. (che sta per Bombe su Bagdad) ad accellerare alla follia i battiti.
Still Dre, Da Joint e Rap Superstar sono dei grandi classici che non hanno grande bisogno di introduzione e comparirebbero nelle playlist rap all time di chiunque, mentre  He Got Game, pezzo che racconta la corsa al successo del protagonista dell’omonimo film di Spike Lee nel film di basket più significativo ogni epoca, e E=MC2, sono due classici alternativi, per cultori.

Outkast

Da Full Clip a California Love vanno poi in scena delle mine dell’hiphop old school che raccontano la storia di Tupac il maestro figlio delle black panther, la poetica newyorkese dei Gangstarr, la new york più stradaiola di Biggie Small e di Methodman & Redman: pezzi che usciti bene o male tutti tra il 94 ed il 98, hanno ridefinito suono ed estetica black per sempre.
Portano un po’ di funk quindi i Geto Boys, Lauryn Hill e soprattutto i Jurassic 5, gruppo della Bay Area degno erede del funkettonissimmo George Clinton e what if per eccellenza del mondo G-Funk alla Snoop Dogg.

WuTang Clan

Tra The Heist del duo Dilla + Madlib e Cream del WuTag Clan troviamo poi un excursus tra i beat più storti ed allo stesso tempo marci della sponda est, con un interludio di Eminem e Dr Dre con il loro Forgot About Dre, pezzo che nel ’98 fece conoscere al mondo main stream il talento del rapper bianco di Detroit prima del lancio del suo primo album ufficiale Shady LP. 
Nas con World is Yours e Biggie con Juicy ci ricordano poi tra chi fosse la vera battaglia per il miglior flow di new-york nei primi anni 90, prima della scomparsa di Notorious.

Rakim

Il pezzo di Rakim Guess who’s back è li però a testimoniare come anche l’autore del seminale The 18th letter, nonostante non abbia mai raggiunto la notorietà del grande pubblico, potesse dire la sua con i migliori in fatto di flow ed interpretazione. Da Bed Stuy Brooklyn arriva poi il più matto, talentuoso e sfortunato dei rapper della Mela, Ol’Dirty Bastard che con Shimmy Shimmy Ya (pezzo purtroppo alla mercé dei peggiori dj del pianeta che ne hanno fatto un pezzo pop dance) ha fatto ballare generazione di clubbers. CREAM e Wu Tang Clan ain’t nothing to fuck with portano poi il crack nelle strade e la dopamina alle stelle.

Mobb Dep

Mentre i Mobb Deep suonano uno dei pezzi classici delle jam hiphop di tutto il globo, Shook Ones, pezzo che ha avuto una seconda vita anche dopo il 2003 grazie alla comparsata come base portante delle battles di freestyles nel film 8Mile. E proprio Eminem, attore in quel film, è autore di uno dei pezzi da allenamento per eccellenza: ‘Till I Collapse, fino alla fine, fino a che tutto cade. Chiude il pezzo più underground di tutti, prodotto dal producer per eccellenza di Brooklyn, EL-P, A b-boy Alpha del duo Cannibal OX, tra le meteore più importanti della storia della musica black, tra i pezzi più seminali, sincopati e asincroni della storia del rap. Ce n’è per tutti i gusti, basta iniziare a correre. Keep running, keep it real.

Coach Grazielli – OLD SCHOOL HARDCORE

Con il ritorno degli anni ’80 imposto dal fashion biz, sembra che allora tutto fosse magnifico, scintillante e creativo. Beh, siccome io ci ho fatto l’adolescenza negli anni ’80, vi posso dire che non era assolutamente così: dopo la decade dei grandi sogni e ideali, e quella in cui gli ideali si erano scontrati con violenza contro un muro, gli anni ’80 hanno sdoganato tutto quanto di più becero, individualista, edonistico ci fosse.

La cultura mainstream faceva assolutamente schifo, e se anche solo avevi una linea di pensiero minimamente non conforme, eri un disadattato. Pur non avendo mai avuto un animo ribelle, non me n’è mai fregato niente della musica di plastica che proponeva Discoring o le orribili prime radio commerciali. Quando finalmente, tramite lo skate, ho scoperto che c’era gente più o meno come me che faceva musica veloce, aggressiva, con dei testi sensati, ci sono rimasto attaccato.

Sono stati anni fantastici, in Italia la scena hardcore era una comunità unita, ci si conosceva praticamente tutti: si girava per i pochi concerti, ci si scriveva via lettera, compravamo i dischi spedendo i soldi in busta e si viveva per la “scena”. Senza troppi problemi.

Un tipico fine settimana early nineties… GB a Bologna.

Prendevamo in giro i metallari e i fricchettoni, non sopportavamo i discotecari, la musica pop italiana era vista come uno dei grandi mali della nazione e tendenzialmente venivamo emarginati anche perché la gente non sapeva/capiva cosa volevamo, ma siccome in fondo eravamo tutti bravi ragazzi, non davamo neanche troppo fastidio.

Nell’arco di trent’anni, ho imparato ad apprezzare tanti altri generi musicali: il metal continua a farmi schifo e i metallari (sorry guys) continuano a vincere il premio delle persone peggio vestite al mondo, ma tutto quello che è ’60-’70 mi si è finalmente rivelato (continuo ad odiare i fricchettoni). La musica elettronica è diventata una costante della mia colonna musicale, ho solo imparato ad andare a “cercare” quella giusta. Ho smesso di combattere contro la musica jamaicana e a forza di ascoltarla continuamente alle feste (Genova è sempre stata un fulcro della scena ska/rocksteady/reggae) me la sono anche fatta piacere. Ho persino scovato delle cose geniali nel pop italiano. Il jazz, quello lo ascoltavo già di nascosto negli anni giovanili.

Ma alla fine, se salite sulla mia macchina (che non ho più) troverete sempre gli stessi CD di 30 anni fa: quella è stata la mia colonna sonora crescendo, e a grandi linee è la stessa di adesso. Qui trovate una breve selezione essenziale di cosa gira giorno dopo giorno nelle mie orecchie.

P.S. Quei maledetti pantaloni a vita alta che stavano male a tutti negli anni ’80… continuano a stare male a tutti nel 2018. Volete davvero tornare a vestirvi così?

Il viaggio inizia con i più grandi di sempre. Da Washington DC, sono i Bad Brains con l’inno Banned in DC: tutto quello che avete mai chiesto ad una canzone hardcore, e la playlist potrebbe fermarsi qui.
Altra band che ha influenzato generazioni di hardcorers, ancora Washington DC, sono i Minor Threat di Ian MacKaye. Controcorrente, sempre, come la pecora nera della copertina di Out of Step da cui viene Betray.
I Void avevano invece una visione già molto più oscura, intimista: li metto perché è un pezzo micidiale e anche perché piace pure a Paco.
Dei tanti gruppi di Washington, io ho sempre avuto un debole per i Dag Nasty, qui nella versione migliore con Dave Smalley (che ritroveremo anche più sotto) alla voce. Melodia senza togliere nulla alla potenza e immediatezza di un pezzo unico ed un album fantastico.

Bad Brains

Nel frattempo in California c’era la scena punk che sfoggiava gruppi storici: i Black Flag meriterebbero una playlist a parte, ma qui sono al meglio con Rollins alla voce e l’attacco di Rise Above che apre su due minuti di pura tortura. Più melodici ma graffianti gli Adolescents, altra band leggendaria.

Se ascoltavi HC nel periodo 88-92, sai che il fulcro della rinascita del movimento HC è stato uno solo: New York. CBGB’s, Ritz, Bowery… a noi dall’altra parte dell’oceano non restava che sognare le gesta dei vari John Joseph, Ray Cappo o Civ. Apro con l’inno assoluto alla malvagità, Malfunction dei Cro-Mags è una delle canzoni più cattive e disperate che abbia mai girato sul mio piatto.

Cro Mags

Ma è con gli Youth of Today che il malessere giovanile trova uno sbocco positivo e la volontà di costruire un nuovo mondo: Disengage è uno dei pezzi più tardi e mostra già la direzione che poi prenderanno alcuni membri che si avvicineranno al movimento Hare Krsna (no joke), ma musicalmente è favolosa. I Judge erano forse il contraltare di quello che erano gli Youth of Today: molta più pesantezza, molta più rabbia. Dal punto di vista prettamente musicale il loro 7″ ed il seguente LP restano, a mio parere personale, ineguagliati, un perfetto mix di hardcore classico e tempi più lenti con influenza (solo influenza) metal. Ma se dovessi dire un singolo disco che rappresenta al meglio cos’è l’HC per me, dovrei scegliere Start Today dei Gorilla Biscuits, e se dovessi limitarmi ad una singola canzone, beh, allora è Start Today. Penso di poter nominare qualche centinaio di persone a cui basta una nota accennata della intro di tromba per creare un pit infernale. Assoluta.

Gorilla Biscuits

Nella costa Ovest le cose si muovevano comunque. Gli Uniform Choice sfornavano un LP che era un concentrato perfetto di velocità, melodia e testi militanti, con i No For An Answer a raccogliere la loro eredità e mettendoci dentro la voce inconfondibile di Dan O’Mahoney. Ma per noi giovani straight edge, il vero culto erano i Chain of Strenght: quel tempo di batteria lo riconosceresti ovunque e comunque. Per non dire di quanto eri cool a sfoggiare la t-shirt con il logo e le due barre. Inimitabile. Ma il sottoscritto ha sempre avuto un debole assoluto per gli Insted ed il loro Bonds of Friendship, album fantastico, veloce, melodico, graffiante e con dei testi meravigliosi.

Insted

Non sarebbe una vera carrellata di hardcore vecchia scuola, senza qualche buon vecchio gruppo di Boston: io parto con i DYS solo perché gli SSD non sono su Spotify, ma entrambi meriterebbero una canzone. E poi i Jerry’s Kids perché I don’t belong è un inno generazionale.
Controversi ed ironici, gli Slapshot del buon Choke trovano assolutamente spazio, il loro primo LP sono sette canzoni una più bella dell’altra, ma se parliamo di vera ironia, concludo con Alcohol dei Gang Green, tanto per ricordare che l’HC, un po’come la corsa, non è una cosa così seria: “you’ve got the beer, we’ve got the time, you’ve got the coke, gimmie a line!”

CUFFIETTE E VIABENE – Prima puntata

La radio e le sue canzonette commerciali di plastica ti hanno stancato. Poi ci sono quelle volte in cui per goderti a pieno un momento hai bisogno di ascoltare della musica. Poi quelle in cui non vuoi sentire nessuno e quelle in cui hai bisogno del ritmo giusto.

Destination Unknown Coaching ha chiesto un pò in giro e si è fatta preparare un paio di playlist: enjoy!

Francesco Paco Gentilucci –  EMO, POST HARDCORE, SCREAMO

Ascolto musica tutti i giorni, almeno qualche ora al giorno, spesso anche quando esco a correre. Ci sono canzoni che mi ricordano dei momenti particolari, altre che considero dei veri e propri “pezzoni” che sarebbe un peccato non aver ascoltato, almeno una volta nella vita.
La mia playlist ha influenze EMO perché è un genere che mi piace parecchio, con testi di solito molto belli, musica tutto sommato orecchiabile e molto comunicativa; ho poi aggiunto qualche pezzo screamo e post hardcore, anche se, viste le sonorità spesso cupe e le tematiche profonde, non ho voluto farci un’intera playlist.
Ognuno di questi generi meriterebbe una playlist a sé stante, ma visto che l’ascolto di questi generi non è semplice per chi non è abituato, ho fatto un mix.
Sparatevela durante gli allenamenti serali quando finisce l’estate

 

Sunny Day Real Estate –  Seven
1992/1995 – 1997/2001
La band di Jeremy Enigk e soci, nata a Seattle (WA) ed edita da Sub Pop (stessa casa dei Nirvana).
Una band che prima della svolta cattolica del cantante e quindi del disfacimento della stessa – alcuni membri hanno continuato a suonare in band HC, alcuni sono finiti nei Foo Fighter e del bassista si sono perse le tracce – hanno creato delle canzoni pazzesche.

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Mineral – Walking To Winter
1994/1998
Band Emo da Houston, Texas, rimasta attiva per soli 4 anni. Per me hanno fatto uno degli LP più belli di sempre. Le sonorità morbide a tratti malinconiche, vanno benissimo nelle serate di corsa più lunghe.

Title Fight – GMT (Greenwich Mean Time)
2003/ attivo
Band dalle noiose lande della Pennsylvania, formata da ragazzi che suonano sia in band straight edge che shoegaze punk. È una band che è diventata parecchio grossa, io l’ho conosciuta qualche anno fa ascoltando un CD in macchina di Metti: all’inizio non mi piacevano.

Indian Summer – Angry Son
1993 – 1994
Un testo pazzesco, un’intro che richiede tempo e che ti smuove dentro. Una band durata un solo anno.

“This time well spent
A look to heaven, sighing tears of angel’s and a night sky
Racing
Racing, yelling softly
This is the moment
This is the moment
A look to heaven, sighing tears of angel’s and a night sky
This is the moment”

 

American Football – Honestly?
1997/2000 2014/ attivi
una delle band culto del genere EMO anni 90.

Texas is the Reason – Back and to the left
1994/1997
Uno dei miei pezzi preferiti della band di New York


“Because I’m still waiting
Just like I’ve always been
Can I wait around for one more day?”

La Quiete – Super Omega
1999 – attivi
probabilmente il mio gruppo preferito. È pazzesco pensare che sia uno dei gruppi più importanti della storia dello Screamo, e che sia italiano, da Forlì. Testi assurdi, parti caotiche a parti lente. Un gruppo che ha cambiato la storia e un vinile che ho rigato a forza di ascolti

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Riviera – Ultramaratona
2011 – attivi
Sono bravissimi, sono amici, dategli un giro di ascolto perchè meritano.

Adventures – Walking
2012 – 2016
Altra band da Pittsburg, nata da gente del giro punk hc

Basement – Canada Square
2009/2012
Band inglese, fanno EMO alla nuova scuola.

“In a room so full of people.
I have never felt so alone.”

 

City of Caterpillar – As the Curtains Dim (Little White Lie)
2000 – 2003 2016 – riuniti, grazie a dio

è una delle mie band preferite e per me questo è un pezzo capolavoro. Questa canzone sarà apprezzata da pochi, richiede parecchie energie per essere apprezzata e capita. È un vero e proprio viaggio, per la durata, per la ripetività continua che parte da piccoli suoni semplici e si ingrandisce fino ad esplodere. I City of Caterpillar per me, per il fatto che nessuno fa qualcosa di simile a loro, per le sonorità che ti trascinano dove vogliono e per l’atmosfera che riescono a creare nonostante la semplicità dei giri e della batteria/basso piuttosto dritti, per me sono il pezzo che conclude la playlist, quando oramai la musica finisce e sei a pochi chilometri da casa.

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Trovi la playlist di paco QUI

Ho conosciuto Giulio proprio per la musica: se hai bazzicato nel mondo hardcore italico, impossibile non esserti imbattuto in lui prima o poi. Fondatore di Greenrecords, organizzatore di concerti, poi mente e braccio di Murder Clothing assieme al Mozza e l’immancabile Cate, tutti si aspetterebbero da lui una playlist hardcore. Invece non tutti sanno che uno dei primi amori (mai sopiti) di Giulio è stata la musica jamaicana. Ancora adesso ogni tanto lo potete trovare a mettere dischi in serate varie. E allora sentiamo cosa ci consiglia.

Giulio Repetto – SKA/ ROCKSTEADY

Negli anni ottanta quando ero ancora un ragazzino in piena fase punk rock ci fu una persona che mi fece avvicinare alla musica jamaicana, al reggae, allo ska e alla musica caraibica in generale. Ho provato a buttar giù una playlist inserendo qualche classico insieme a molte piccole gemme nascoste tutte appartenenti al periodo incluso negli anni sessanta, con qualche piccola eccezione come l’ultimo brano degli Specials.

Molti sono pezzi che mi piaceva suonare una volta nei miei djset, In particolare “Song for my father”, perché è un gran bel pezzo  e perché mi piaceva pensare che mio papà potesse ascoltarla da lassù.

Non so dire se si tratti di un sound adatto al trail running visto i ritmi abbastanza rilassati, ma se nel bel mezzo di una fangosa uscita autunnale invece di castagni e abeti vi sembrerà di intravvedere palme gente che balla e una spiaggia baciata dal sole allora vorrà dire che funziona.

Desmond Dekker – The Israelites

Roland Alphonso -Song for my father

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The Ethiopians – I m Free

Don Drummond – Garden of Love 

Skatalites – Exodus

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Derrick Harriott – Do I worry

The Claredonians – Sho-be-do-be 

Bobby Ellis & the Creystalites – Step softly 

The Claredonians – I’m sorry

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The Gaylads – Sound of silence

John Holt -Ali baba

The Upsetters – Police know who dem a  look fat

Bob Andy – You don’t know

Jimmy Cliff – The harder they come

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Keith & Tex – This is my song

Johnny Osbourne – Truths and Rights

Keith and Tex – Tonite

Prince Buster – All my loving

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Toots and the Maytals – Pressure drop

Skatalites – Rock fort Rock

The Specials – Doesn’t make it alright

Trovi la playlist di Giulio QUI

 

SDW 100 – cinque personaggi in cerca di autore

Quando King Luigi chiama, la DU Army risponde: non potevamo lasciarlo solo nella sua prima 100 miglia. Com’è andata? Abbiamo provato a raccontarvelo in cinque, vediamo cosa ne esce.

MARIA CARLA: Si, stavolta arriviamo a Londra in aereo (mai darlo per scontato, all’ultima SDW 100 ci arrivammo in auto, giudando da Genova, causa cancellazione del volo poco prima della partenza). Raggiungiamo Luigi nella sua tipica casa inglese con rampicante sul portoncino in legno.

Ci offre un tea in giardino ed inizia a tirare fuori cartine (del percorso nota del Coach), road book, gel, barrette, materiale obbligatorio e si inizia a pianificare per il giorno dopo. Che arriva in un attimo, vista la partenza da casa alle 3:00 am. Passiamo a prenderlo nel pieno della notte, ed è già sugli attenti davanti a casa. Raggiungiamo il campo di Winchester, salutiamo Claire e Drew, due parole con James, ed in un attimo sono tutti dietro alla riga di partenza con James che dà il via!

 

Faccio sempre assistenza a Davide quindi mi sembra strano che stavolta lui salga in auto con me. Ci dirigiamo al miglio 22, ed eccoci al Queen Elizabeth Country Park. L’organizzazione di Centurion è come sempre impeccabile! Volontari davvero super efficienti e ogni ben di dio ai ristori. Arrivano i primi, applausi per tutti, giusto il tempo di rilassarci un attimo sul prato ed eccolo! Arriva il nostro uomo, super rilassato prende due cose e riparte sorridente. Lo rivediamo poco dopo al miglio 27, poi miglio 35, ci dice che ha molto caldo ma lo vediamo bene: lui riparte per una bella salita e noi ci dirigiamo in stazione a prendere Ale che gli farà da pacer nelle prima parte. Raggiungiamo Amberley, io e Davide siamo svegli ormai da molte ore ed iniziamo a delirare: non riusciamo più a fare calcoli su orari passaggi di Luigi quindi non resta che aspettare, ci sediamo tutti e 3 sul ciglio della strada e iniziamo a dare soprannomi ai runners che abbiamo già visto passare più e più volte nelle aid station precedenti. Cerchiamo di ricordare quanto tempo prima di Luigi sono passati, e finalmente eccolo! In lontananza sbuca la t-shirt verde, è lui! Arriva da noi e si siede, è stanco e molto accaldato, e non riesce più a mangiare: Ale gli toglie lo zaino, Davide gli bagna la testa e gli porgo una mandorla salata. Riparte in salita camminando, ancora masticando la mandorla salata che credo finirà di deglutire al 50mo miglio, ma gli promettiamo che ci vedremo poco dopo e Ale potrà partire con lui. Ci dirigiamo rapidamente a Chantry Post, dove abbandoniamo letteralmente Ale al freddo e al vento in punta a una collina al miglio 51, ad attendere Luigi per proseguire con lui. Noi proseguiamo diretti verso Washington Village, miglio 54, qui potrà cambiarsi e riposarsi un po’. Chiedo la drop bag ai volontari, mi metto in un angolo e tiro fuori il necessario dalla borsa di Star Wars che ci ha meticolosamente preparato Luigi (dimenticavo: Darth Vader era il quarto della crew, ci ha fatto compagnia in ogni aid station).

Usciamo ed eccoli sbucare, Ale era preoccupato ma in poche miglia l’ha già tirato su alla grande: si siede, si cambia, mangia un po’ di pasta (gli avanzi li sbrana il coach, che si lamenta che un po’ di parmigiano ci sarebbe stato bene). Ripartono tutti e due super carichi.

Ho perso la cognizione del tempo, non so più da quante ora corra Luigi, ma ricordo che arriviamo al miglio 70, Clayton Windmills, al tramonto: cielo sui toni del rosso, colline, muretti in pietra e pecore, tante pecore! Cambio pacer per Luigi che riparte con Davide e compagno di viaggio nuovo per me che riparto con Ale. Cerchiamo un market aperto, ma inizia ad essere tardi e stanno tutti chiudendo, Ale guarda la mappa e vista la vicinanza dice “potremmo quasi cenare a Brighton”. Cambia subito idea dopo la mia partenza in contro mano… e si accontenta di un Tesco aperto fino a mezzanotte!

Miglio 84, inizia a fare freddo, speriamo di trovare un Pub aperto per un caffè ma niente, aspettiamo un po’ con Tim, che si sorseggia la sua lattina di birra, ed eccoli! Ci fiondiamo su Luigi per capire se ha bisogno di qualcosa ma lui vuole solo un WC. Domandiamo ai volontari ma è chiuso… Ci rimane così male che abbiamo appena il tempo di riempirgli le borracce e riparte. Dai, ci siamo quasi, miglio 89, li aspettiamo col nostro bicchierone di caffè che finalmente abbiamo trovato in un’area di servizio, sbucano dal sentiero e Luigi sta benissimo, è in up totale, corre come un pazzo.

Raggiungiamo Anna al campo di Eastbourne, e facciamo il tifo ai finisher, Ale si congratula con un runner, che invece di ringraziare lo guarda male: capiremo dopo che era appena sceso dal bus “del disonore”.

Le prime luci dell’alba illuminano la pista ed eccoli comparire, ultimo giro di campo ed è fatta! Abbraccia forte Anna, foto di famiglia sotto l’arco e via. Missione compiuta, sub 24.
Per l’organizzazione, che come ho detto sopra è davvero impeccabile: “il trail running è una cosa seria” (cit. Quello che dorme a fianco a me). Non voglio più vedere pirati ai ristori e Hawaaiani all’ arrivo: mi hanno rovinato tutte le foto!

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Pirates suck, senza offesa.

LUIGI: Per celebrare i miei dieci anni da runner avevo deciso di provare a fare un personal best su tutte le distanze classiche, da 5km a 50 miglia, ma per rendere l’anno ancora più interessante mi ero anche iscritto alla mia prima 100 miglia, la South Downs Way, organizzata dai mitici Centurion di cui ho corso tutte le 50 (svariate volte).

La 100 mi ha sempre affascinato e spaventato in egual misura. Ho fatto da pacer in tre occasioni ed ho visto con i miei occhi quale impegno mentale e fisico fosse necessario e non vedevo l’ora di cimentarmi sulla distanza anche io.

Il training serio è cominciato durante le vacanze di Natale 2017, dopo mesi a recuperare due ginocchia mal messe.

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Per sei mesi non ho pensato ad altro che al giorno della gara. Sono stato il più consistente possibile, ho quasi sempre corso 6 giorni alla settimana, ma al contrario degli anni passati, appena sentivo un qualsiasi problemino presentarsi ho sempre preferito saltare uno o due giorni.

Il lavoro e’ stato duro, dai primi blocchi incentrati sulla velocità agli ultimi con più lunghi. Coach Davide mi ha aiutato a dare più varietà alle mie uscite, normalmente tendevo a ripetere la stessa routine per 6 settimane. Invece questa volta avevo sempre un bel mix di cose da fare, alcuni allenamenti esotici che non avevo mai fatto e che a volte richiedevano parecchia concentrazione e uso della matematica, cosa difficile quando corri al mattino prestissimo ancora addormentato.

Avrei voluto fare piu’ lunghi, sopratutto back to back nei week end ma ho comunque fatto delle belle avventure sui sentieri con il mio training partner preferito Alessandro, inclusa un’uscita notturna proprio sulla South Downs Way, esperienza bellissima.

Sono quindi arrivato al giorno della gara mentalmente preparato ed avendo già fatto nel corso dei mesi gare più corte, che mi hanno dato sicurezza.

La cosa che poi mi dava più tranquillità era sapere che avevo una crew fenomenale: coach Davide, MC e il sopracitato Alessandro.

Il giorno prima della gara abbiamo pianificato bene dove incontrarci e cosa avrei messo nella drop bag e tutto il resto della logistica. La notte ho dormito due ore. Un po’ per la sveglia presto e un po’ perché addormentarsi era impossibile.

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Dawn on the Downs

Alla partenza cercavo di non far vedere quanto fossi teso. L’emozione era a mille, avevo pensato a questa giornata così tanto nei mesi precedenti. Mi sono fatto tanti di qui film mentali e immaginato infiniti scenari, da successi inaspettati a disastri epocali. Ma come siamo partiti ho dimenticato tutto: sono entrato in modalità gara, ovvero muoversi il più veloce possibile conservandomi al meglio. La mia strategia era correre con lo stesso effort della 100k fatta l’anno scorso e poi sperare che per gli ultimi 60k i miei pacers facessero il loro lavoro psicologico tirandomi.

Giornata bellissima, le South Downs spettacolari, viste mozzafiato, caldo terribile.

Avere la crew che ti incontra ogni due ore è uno stimolo che aiuta a tirare avanti e i primi 50km sono andati benissimo. Poi per il caldo, penso, il mio stomaco si è ribellato e non riuscivo più a mangiare nulla e sudavo, sudavo tanto.

Non ho mai pensato di rinunciare o ritirarmi ma in quel momento mi son detto che non ne avrei mai piu’ fatta un’altra di 100 miglia. Una volta basta, mi sono detto. Mi sento sempre cosi’ mal messo quando sono alla fine di una 50 miglia, ma quel giorno non ero neanche ad un terzo di gara!

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Non vedevo l’ora di raggiungere gli 80km e partire con il primo pacer, Alessandro.

A Washington, 54 miglia, mi sono fermato più a lungo, cambiato maglietta e calze e mangiato un piatto di pasta terribile, ma almeno qualcosa ho mandato giù. Di lì in poi solo liquidi e qualche biscotto.

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Washington pit-stop

Mi spiace per Alessandro ma i primi chilometri che abbiamo fatto insieme sono stati i più duri. Non riuscivo a mangiare e non avevo più forze, mi girava la testa o mi veniva da vomitare. Mi sono seduto un paio di volte per riprendermi.

Arrivati in cima a Devil’s Dyke con vista Brighton e il sole calante ho avuto un momento di euforia. Pensavo fossimo molto più lontani e ritrovarmi li mi ha dato la carica. In discesa siamo andati come missili fino alla aid station di Saddlescombe (66.6 miglia) dove Alessandro mi ha fatto mangiare di tutto, dal rice pudding dolcissimo a patate bollite immerse nel sale grosso (più sale che patate). Tutto sto cibo mi ha dato una botta allo stomaco che mi ha piegato in due, ma una volta assestato stavo davvero meglio ed abbiamo corso felici e contenti come fossimo appena partiti, più o meno.

Arrivati a 70 miglia Alessandro e Davide si sono dati il cambio e il coach da qui in poi mi ha trainato fino alla fine. Se rallentavo lui se ne andava per cui ero costretto a stargli dietro (o per lo meno quella era la mia impressione). E’ calata la sera e tra una chiacchierata e l’altra siamo arrivati a Housedean Farms (76.6 miglia) dove abbiamo acceso le headlamps e iniziato salite infinite.

Il resto della crew ci ha incontrato al miglio 84 dove speravo l’aid station avesse un bagno, ma siccome era chiuso ce ne siamo andati subito, un biscottino e via.

Ero intento almeno a stare sotto le 23 ore visto che il piano da 22 ore stava sfumando, ma quel tratto fino alla aid station successiva e’quello che odio di più, sia di giorno che di notte: non finisce mai e con 85 miglia nelle gambe e al buio, ti sembra davvero di non fare progressi.

Le gambe andavano bene, riuscivo a correre ancora lento ma andavo e questo mi ha reso felice. I mesi e mesi di allenamenti, le sveglie presto, i sacrifici, di colpo avevano un senso: riuscire a correre ancora dopo cosi’ tante ore e’ una sensazione bellissima. Peccato per lo stomaco ed un singhiozzo assassino che non se ne voleva andare.

Non era ancora ora di piangere di felicita’, mancavano poco meno di 10 miglia alla fine e quelle sono state eterne. Abbiamo anche saltato l’ultima aid station, ma il tempo sembrava infinito. Le salite le camminavo ma non mi sembrava di fare progressi, era come cercare di salire una scalinata rimettendo i piedi sempre sullo stesso scalino. La testa stava perdendo i colpi.

Arrivati in cima all’ultima collina da cui si vede sul fondo Eastbourne e l’arrivo sapevo che era fatta. Stava arrivando l’alba ed ho trovato energie non so dove: abbiamo corso giù per l’ultima discesa ad una velocità che mi sembrava assurda (ma non lo era). Ultimi km su strada ed ecco il campo sportivo, la crew ed Anna ad aspettarmi. Ho fatto il giro del track trattenendo le lacrime, mai stato cosi’ felice e stanco. Che emozioni, ci ho messo poi giorni a ri-catalogare tutte le sensazioni provate in quella giornata. Lunga, lunghissima, ma tutto mi e’ sembrato raggiungibile a quel punto, tagliando il traguardo.

22 ore e 25 minuti, l’obbiettivo principale di stare sotto le 24 ore ampiamente realizzato. Come sempre finita una gara ripenso a tutti gli errori e le piccole o grandi cose che potrei cambiare e finire piu’ in fretta, sono fatto cosi’.

Al di la’ dei tempi, del caldo, sudore, conati, storte, unghie nere e mucche sul sentiero, la cosa che ricorderò di più e che mi farà sempre commuovere, sara’ il supporto che ho avuto dagli amici, venuti dall’Italia apposta per stare svegli ore e ore e aspettarmi in posti insensati in mezzo alla campagna inglese. Con Davide, in quasi 30 anni che ci conosciamo, di cose ne abbiamo fatte parecchie insieme, ma questa giornata e’stata speciale, condividerla con lui le ha dato un significato in più.

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The motley crew

In macchina verso il ritorno, mentre Anna guidava, io e Alessandro in coma abbiamo iniziato e progettare quale 100 miglia fare il prossimo anno, perché ovviamente avevo già cambiato idea.

100 miglia sono una bella distanza, va provata almeno una volta. O due, o tre…

ALESSANDRO: Da quando ho iniziato a correre ho sempre avuto il desiderio di vivere l’esperienza della gara come pacer e fare assistenza, per provare dall’esterno come altri affrontano gli alti ed i bassi che si incontrano in gara, dove momenti di entusiasmo e carica si alternano a fasi di stanchezza e difficoltà nel continuare a muovere un piede dopo l’altro. Finalmente l’occasione è arrivata: non appena Luigi, un altro matto con cui ho passato ore e macinato km per mesi e mesi (e quanti ancora ne faremo) tutte le domeniche lungo la NDW e dintorni durante la sua prima 100miglia, mi ha accennato della possibilità di affiancare Davide e MC come assistenza durante la SDW100, ho colto subito la palla al balzo. Quale occasione migliore?

All’inizio mi sentivo un po’ spaesato, non sapevo bene cosa fare: yes ok correre, ma a che velocità? Cercare di spingerlo o solo stare al suo passo? Parlare per distrarlo dai dolori vari che stava provando o stare zitto per non fargli sprecare energie? Una volta partiti, con ancora 50 miglia da fare, tutti questi dubbi e domande sono evaporate in un secondo, tutto è andato come fosse un’altra normale domenica di allenamento passata in giro per Box Hill, abbiamo chiacchierato e intavolato le prossime gare a cui iscriverci (una su tutte la Western hahahahaha), abbiamo spinto quando possibile e rallentato quando ne aveva bisogno, mai camminato perché sapevamo che “il coach ci stava guardando”; taking our time ad ogni ristoro dove ho cercato di fargli mangiare kg di patate strasalate e rice pudding mentre gli riempivo le borracce.

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Camminare in salita? Ancora ok in determinate circostanze. Fermarsi per fare una foto? Hell, no!

È stato ancora più chiaro durante quelle 4/5 ore cosa si attraversa durante gare del genere, momenti in cui sei a pezzi e maledici il giorno in cui hai deciso di iniziare a correre o almeno provarci, a momenti in cui ti senti un dio e ti sembra di volare e già pensi a quando taglierai il traguardo, al prossimo challenge, o che appena torni a casa ti iscrivi subito alla prossima gara. E come dimenticare la vista del ristoro all’orizzonte? Che gioia!

Una volta mollato Luigi a Davide, con ancora circa 30 miglia da fare, ho continuato con MC come assistenza, ed anche questa è un’esperienza che consiglierei a tutti di provare. So quanto aiuta psicologicamente incontrare lungo il percorso facce conosciute che con una parola ed una pacca di incoraggiamento ti ricaricano le pile e ti fanno ripartire come nuovo. Consiglio solo di farlo con qualcuno che sappia guidare la macchina andando nel giusto senso di marcia (vero MC? Hahaha).

DAVIDE: Potrei chiuderla lì dicendo che è stata una delle giornate di corsa più belle della mia vita, ma non direbbe granché. Allora provo a spiegare.
In primis, c’è un amicizia che è passata attraverso anni, nazioni, continenti, vacanze, pomeriggi sprecati, mattinate peggio ancora (visto che saremmo dovuti essere a scuola), concerti, corse, mail, messaggi, telefonate e training plan mostruosi da nove mesi messi giù giorno per giorno (nessuno ha ancora scritto che Luigi è maniacale?).
Poi c’è il dove: la South Downs Way è il mio luogo del cuore, con i suoi paesaggi verdi e l’aria sorniona, i paesini con i pub che ti chiamano dentro come un novello Ulisse e le fattorie che sbucano nel mezzo della campagna, l’erba tagliata ed i sentieri di terra battuta morbida. Ricordi di una giornata fantastica nel 2013, condivisa magicamente con l’amico Massi e tutta la crew. Gli amici di Centurion.

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Sirene 1 – Ulisse 0

E poi la distanza: dite quello che volete, cento miglia restano una pietra miliare. E’una distanza arbitraria, dite voi? Si, vero, ma anche 42,195 è una distanza arbitraria. Idem 1,609 metri. Eppure si portano dietro la leggenda. E lo stesso le cento miglia: la gara dove vedi passare tutta una giornata come metafora della tua vita, come dice Ann Trason. Quella dove puoi (sportivamente) morire e risorgere. Svariate volte.

Con questi ingredienti, guardando indietro, sembra quasi obbligato che la giornata andasse come è andata. Ma per chi era lì (specie per Luigi, direi) non è stato così semplice.
Il merito va tutto a lui, che non ha sbagliato niente: è partito al ritmo giusto e lo ha semplicemente tenuto, rimanendo attento e reattivo a tutto quello che succedeva. Da manuale. E così invece di fare “good cop, bad cop” mi sono semplicemente goduto qualche ora sulla SDW come se andassimo a spasso: pure magic.
Il momento più bello? Quando abbiamo visto lo stadio di Eastbourne dal trigger point sopra la città: mi è venuto in mente lo stesso identico momento del 2013 ed Andrew al mio fianco nel mio ruolo. Ho capito cosa provava Luigi in quel momento ed il cinque che ci siamo scambiati lassù valeva più di diecimila parole, post, foto e tabelle.
E il fatto che avesse lo stesso maledetto singhiozzo di trent’anni fa, in qualche modo ha reso la cosa ancora più fantastica.

Come in uno degli LP che insieme abbiamo consumato: “We’ll go our way. We may have changed, but we’re still here and we came to play… It’s how we are”.

ANNA: Premessa: non corro e non sono un’appassionata di corsa. Pur essendo una persona sportiva – nuoto, ballo e vado in palestra almeno 4 volte alla settimana – non ho mai capito fino in fondo cosa spinga una persona a correre per ore e ore. Per di più su percorsi che prevedono salite e discese…

Quindi quando Luigi ha cominciato a correre in modo serio, fino ad annunciarmi che avrebbe fatto la 100m race, non ho dimostrato un grande entusiasmo. Mi preoccupava (e preoccupa tuttora) la possibilità di farsi male e di avere dei problemi post-gara.

Luigi si è allenato seriamente x questa gara (e tutte le precedenti), dimostrando una dedizione ammirevole.

La cosa più bella? Vederlo tagliare il traguardo alle 4 del mattino e ricevere il suo primo abbraccio.

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Speravo non mi dicesse “la prossima 100 mile race che farò sarà…”, ma quella è un’altra storia!

HRV4Training Pro – un nuovo strumento per coach ed atleta

In occasione dell’uscita della nuova piattaforma HRV4Training Pro, abbiamo chiesto all’amico Marco Altini di approfondire un po’il discorso sulla Heart Rate Variability e di spiegarci perché è un dato importante per il coach nella pianificazione ed il monitoraggio dei nostri atleti.
Perché abbiamo scelto HRV4Training tra i tanti partners disponibili? Semplice.
In primis perché, proprio come dovrebbe essere per il coaching, ha una base scientifica provata e dimostrata. Poi perché Marco ed Alessandra sono due runners. Proprio come noi.
Ma soprattutto perché è facile da usare, ci da un sacco di dati su cui lavorare ed è immediato. Un po’come l’articolo che segue: grazie Marco!

Abbiamo parlato di variabilità della frequenza cardiaca (o heart rate variability, HRV) in passato (vedi intervista con il Coach). In questo articolo vorrei evidenziare alcune delle funzionalità principali della nuova piattaforma HRV4Training Pro, per utenti avanzati ed allenatori, che abbiamo appena lanciato la scorsa settimana.

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Piccola intro per chi sente parlare di HRV per la prima volta, a cosa ci riferiamo, e perché ci interessa?
A livello fisiologico, il sistema nervoso autonomo controlla e regola la maggior parte dei processi all’interno del corpo umano, cosi come le risposte del nostro corpo alle varie forme di stress che incontriamo giorno dopo giorno. Come forme di stress, si intende davvero tutto, dagli allenamenti a quello che beviamo e mangiamo, allo stress psicologico, in pratica tutto ciò che il nostro corpo deve gestire per mantenere uno stato di equilibrio. Questi cambiamenti nel sistema nervoso autonomo agiscono sul nervo vago, il nervo principale del sistema parasimpatico, che quindi riflette come il corpo sta gestendo lo stress.

L’analisi della variabilità cardiaca è lo strumento non invasivo migliore a nostra disposizione per monitorare proprio l’attività del nervo vago, ovvero la risposta del corpo alle varie forme di stress. Per questo motivo è interessante misurare la variabilità cardiaca e vedere come cambiano le cose nel tempo, ad esempio il recupero necessario in risposta a fonti di stress importanti come gli allenamenti, cosi come tutte le altre fonti di stress che fanno parte della vita di tutti i giorni (lavoro, famiglia, viaggi, dieta, ecc.). Fonti di stress che hanno un effetto non trascurabile sulla nostra capacità di gestire stress aggiuntivo, come ad esempio gli allenamenti che abbiamo pianificato. In parole semplici, con l’HRV, possiamo analizzare in modo un po più oggettivo quello che è il livello di recupero e di forma del corpo, e fare aggiustamenti al nostro programma di allenamento per evitare di sovraccaricare il corpo in momenti non opportuni.
Come misuriamo la variabilità cardiaca?
Ad HRV4Training, il nostro obiettivo è quello di rendere la misurazione e analisi di dati di HRV semplice e accessibile per tutti. Per questo motivo, abbiamo sviluppato la prima (e unica) app validata scientificamente in grado di misurare usando la fotocamera del telefono, invece di sensori esterni. Negli ultimi 5 anni abbiamo portato HRV4Training su iPhone e Android, e pubblicato vari articoli in cui è stata dimostrata l’abilità di queste misure di riflettere l’effetto di allenamenti più intensi, e quindi del bisogno di più recupero (qui), cosi come la relazione tra carico di allenamento, HRV e rischi di infortunio (qui), e una serie di altri lavori per fornire al runner informazioni aggiuntive che possano aiutare a monitorare allenamento, recupero e condizione fisica (ad esempio la stima del VO2max e della soglia dell’acido lattico).

Con HRV4Training Pro, l’obiettivo è quello di aiutare utenti e allenatori a concentrarsi sugli aspetti più importanti di questi cambiamenti fisiologici, in modo da poter apportare modifiche solo quando necessario. Mentre il primo passo è quello di raccogliere dati, il che ci porta ad avere più consapevolezza sullo stato di recupero e stress del corpo, dobbiamo essere in grado di interpretare questi dati cosi che possiamo implementare cambiamenti, quando necessario. In particolare, vorrei evidenziare tre aspetti molto importanti che ci possono aiutare a raggiungere questo obiettivo, quali:

  • Analizzare sempre i dati in modo relativo rispetto ai nostri dati storici
  • Astrarre, concentrandosi su cambiamenti settimanali più che variazioni giornaliere
  • Analizzare più parametri contemporaneamente, e non affidarsi solo ad una variabile

Vediamo un pò più in dettaglio che cosa vogliamo dire con i tre punti sopra.

Analizzare sempre i dati in modo relativo rispetto ai nostri dati storici
I dati fisiologici vanno sempre confrontati con i nostri dati storici. Non ha molto senso confrontarci con altri, in quanto gli unici cambiamenti che ci interessano, sono quelli a livello individuale in risposta alle varie forme di stress. In HRV4Training Pro, abbiamo implementato una serie di visualizzazioni nuove, che cercano proprio di rendere più semplice questo confronto con i nostri dati storici. Nella nuova Dashboard ad esempio, possiamo scegliere fino a 6 parametri, sia dati fisiologici che relativi all’allenamento o semplicemente riportati soggettivamente dall’atleta (motivazione, qualità del sonno, ecc.), e vedere come questa combinazione di parametri è cambiata questa settimana rispetto al mese scorso. In questa visualizzazione interpretiamo sempre i cambiamenti utilizzando tutti i dati storici dell’utente, in modo da identificare più facilmente parametri per cui ci sono stati piccoli cambiamenti, e parametri dove ci sono stati cambiamenti più significativi.

Facciamo un esempio per chiarire un po le idee. Questi sono i miei dati dopo qualche giorno ammalato, possiamo vedere come la media settimanale dei miei dati fisiologici evidenzi classici andamenti ’negativi’ come un battito a riposo (HR) elevato, una variabilità (HRV) più bassa rispetto al mese precedente, ecc. In questo modo possiamo vedere facilmente come stanno andando le cose da vari punti di vista (c’è poco da vantarsi quando l’unico aspetto positivo è ‘poco indolenzimento muscolare’ durante una settimana che dovrebbe essere di carico):

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Astrarre, concentrandosi su cambiamenti settimanali più che variazioni giornaliere
Un altro aspetto molto importante, in parte già evidenziato nell’analisi precedente, è la capacità di analizzare variazioni non solo giornaliere (cosiddette acute, spesso in grado di riflettere bene sforzi estremamente intensi, una gara ad esempio), ma soprattutto variazioni a livello settimanale, sul medio lungo termine. Questo tipo di analisi ci può aiutare a capire meglio il livello di forma e come ci stiamo adattando ad un dato programma di allenamento. Questo tipo di analisi è importante sia a livello fisiologico che per altri modelli come quello dell’analisi del carico di allenamento, dove analizziamo freschezza e rischio di infortunio.Vediamo un altro esempio. A dicembre scorso ho avuto la fantastica idea di correre una maratona il giorno prima del trasloco da San Francisco ad Amsterdam. Un momento da ricordare con il classico entusiasmo pre-tracollo al 30esimo km:
 
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Nel grafico sotto possiamo vedere come un’HRV inizialmente in salita nella settimana prima della gara, probabilmente dovuta allo scarico pre gara, subisca un calo significativo, non tanto il giorno dopo la gara (evidenziato nel grafico), ma in modo consistente con valori bassi per vari giorni dopo la gara e il trasloco. La media settimanale si sposta al di sotto quelli che sono solitamente i miei valori normali, ad evidenziare come il corpo fosse sotto eccessivo stress per un periodo di tempo molto lungo. Questa visualizzazione dovrebbe rendere molto semplice identificare queste fasi in cui siamo al di fuori del range di valori ottimali che ci aspettiamo in base ai nostri dati storici.

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Un’altra analisi nella quale utilizziamo un principio simile, è l’analisi del carico di allenamento. In particolare, insieme alla classica analisi del carico di allenamento acuto e cronico, HRV4Training Pro analizza freschezza e rischio di infortunio come medie settimanali, e riporta anche il carico di allenamento acuto come percentuale di quello cronico, sempre riconducendoci al punto precedente sull’importanza di analizzare sempre i dati in modo relativo, rispetto ai nostri dati storici, in modo che il tutto sia contestualizzato nel modo migliore. In questo modo, possiamo vedere velocemente quanto stiamo caricando in una data settimana (carico acuto), in relazione a quello che siamo abituati a caricare nell’ultimo mese e mezzo (carico cronico):
 
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Analizzare più parametri contemporaneamente, e non affidarsi solo ad una variabile
Un ultimo aspetto che vorrei evidenziare è relativo all’importanza di analizzare più parametri alla volta, e non affidarsi ad una sola variabile. L’HRV è sicuramente un parametro fondamentale, in grado di dirci molto sul livello di stress e la risposta del nostro corpo a tale stress, ma dobbiamo sempre tenere presente che ci sono aspetti dell’allenamento che non possono venire monitorati in questo modo, ad esempio l’indolenzimento muscolare. Per questo motivo abbiamo lavorato su visualizzazioni come quella della Dashboard mostrata in precedenza, dove parametri aggiuntivi possono venire integrati nella nostra analisi.

Anche a livello fisiologico, analizzare più parametri ci può aiutare ad identificare meglio come stiamo rispondendo ad una data fase di allenamento, ad esempio HRV4Training Pro fornisce un’analisi dove battito a riposo, HRV, e coefficiente di variazione dell’HRV (un parametro indicativo del livello di adattamento ad uno stimolo), vengono analizzati per fornire una stima della condizione fisica dell’atleta, come riportato nel grafico sottostante:
 
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Questa analisi va chiaramente sempre considerata nel contesto del nostro programma di allenamento, e ci può aiutare a capire come stiamo rispondendo a livello individuale, cosi che possiamo eventualmente apportare modifiche.
Spero di essere riuscito a dare un po l’idea di quali sono gli aspetti che abbiamo cercato di evidenziare maggiormente in HRV4Training Pro, e che la piattaforma sia utile a chiunque fosse interessato qui a Destination Unknown. Potete trovare una guida più dettagliata a questo link, e contattarmi in caso di dubbi o domande sul nostro lavoro.

Lavaredo Ultra Trail – All you need, but nothing more.

Con la gara dietro l’angolo, il nostro Andrea Vagliengo ci dà qualche dritta su come fare lo zaino per la LUT. Vediamo cosa suggerisce.

La conosciamo tutti come LUT, ma basta scandirne per intero il nome per ricordarci di che bestia stiamo parlando: Lavaredo Ultra Trail, 120 km di pura passione dolomitica con 5800 metri di dislivello positivo. Ad affilare le vostre armi dovrebbe averci già pensato il Coach, ma non vorrete certo farvi trovare impreparati quando vi controlleranno il materiale obbligatorio, vero?
Facciamo un rapido ripasso, direttamente dal regolamento ufficiale:

– camelbag o portaborracce che contenga almeno un litro di liquidi
– telo di sopravvivenza
– fischietto
– telefono cellulare acceso ma con suoneria disattivata
– giacca impermeabile con cappuccio incorporato e realizzata con membrana tipo Goretex, minimo 10.000 Schmerber
– maglia a maniche lunghe
– pantaloni lunghi o che coprano almeno il ginocchio
– cappello o bandana
– guanti
– lampada frontale con pile di ricambio
– tazza, bicchiere o borraccia (nessun bicchiere ai ristori)

Sembra una lista bella corposa, ma se si sceglie con attenzione il materiale da utilizzare non è difficile far stare comodamente il tutto in uno zaino da cinque litri, tenendo anche un po’ di spazio per il cibo.

Come sempre, il trucco è portarci dietro tutto il necessario, ma nulla di più. La LUT è una gara veloce, estremamente corribile, sulla quale è più importante che mai partire leggeri, lasciando a casa tutto il superfluo. Il fatto che la gara si svolga a fine giugno e presenta un’altitudine media di 1800 metri di quota potrebbe indurci a pensare che maglia manica lunga e giacca in Gore-Tex siano superflue. Le Dolomiti però sono traditrici, i temporali estivi sono frequenti e molto intensi, inoltre dobbiamo contare di stare in giro almeno una notte, se non addirittura due.

Come ci vestiamo, quindi? Cominciamo a vedere come presentarci alla partenza:
DU Coaching T-shirt from the start, ovviamente: vestibilità ottimale, comoda e traspirante, vi assicurerà almeno un 5% di cattiveria in più rispetto alla concorrenza
Manicotti in tessuto sintetico: pratici per affrontare la notte e le prime ore del giorno
Shorts: fondamentale scegliere un modello con un buon set di tasche in vita, avere gel e sali sempre a portata di mano è il miglior sistema per assicurarsi di mangiare a sufficienza durante la gara

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Montane Fang Shorts

Zaino: c’è lo zampino di Scott Jurek, uno che di trail running qualcosa ne sa, dietro la mia best choice di quest’anno: Ultimate Direction Ultra Vest 4.0, sette litri di capienza, un sistema di regolazione del fit semplice ed efficace e il miglior sistema di trasporto dei bastoncini provato quest’anno


Lampada frontale direttamente in testa: ad oggi, la Petzl Nao rimane il mio modello di riferimento ma, se non andate d’accordo col reactive lighting di Petzl, vi consiglio la Myo, lampada con la quale Coach Grazielli ha portato a termine con successo la sua LUT nel 2015. Ottime alternative, la Storm e la Icon di Black Diamond.
Guanti leggeri a portata di mano, se patite il freddo alle mani: minimo ingombro, massimo risultato.

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Montane VIA Trail Gloves

Nello zaino, invece, mettiamo quello che speriamo di non dover utilizzare affatto ma che completa la dotazione.

Giacca impermeabile: uno dei modelli più interessanti visti quest’anno è la Montane Minimus Stretch Ultra, leggera e protettiva con una vestibilità particolarmente curata, in soli 192 grammi.
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Pantaloni impermeabili, ovvero come prendere due piccioni con una fava: ottimi in caso di pioggia forte, vento e freddo intenso, sono anche un ottimo sistema per avere un pantalone che rispetti i requisiti del regolamento con il minor peso e volume possibile. Montane Minimus Pants, 145 grammi, protezione efficace e gestione degli spazi ottimale
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Maglia manica lunga: Montane Primino, una combinazione ideale di fibre naturali e sintetiche, per avere il calore che vi serve senza rinunciare alla comodità di un capo sintetico: da 140 gr se il meteo promette bene, da 220 gr se le condizioni si fanno “toste”


Cellulare
Telo termico

Se poi vi piace viaggiare tranquilli:

Cosciali e calze compressivi: se siete amanti del genere potete abbinare ai Fang un cosciale e un gambaletto Compressport, su una gara così lunga e così corribile ogni supporto è utile, inoltre prevenire gli sfregamenti rimane in cima alla lista delle nostre priorità.


Bastoncini: Abbiamo da portare a casa 5 salite, la più lunga delle quali di 900 metri abbondanti di dislivello, con una serie di ulteriori saliscendi proprio nella parte finale tra il Col Gallina e il Rifugio Croda da Lago. Un buon paio di bastoncini pieghevoli a lunghezza fissa possono rivelarsi un aiuto prezioso: Masters Trecime Fix, un modello leggero e funzionale, col grande valore aggiunto di essere perfettamente compatibile con lo l’UD Ultra Vest 4.0 e il suo sistema di trasporto. Durante le salite, potranno darvi quella spinta in più di cui avrete bisogno.


Per concludere, la scelta più importante di tutte: le scarpe. Da un punto di vista tecnico, il tracciato della LUT non presenta particolari difficoltà, ma non va nemmeno sottovalutato: il terreno dolomitico non perdona, vi aspettano 120 km di pietre, senza soluzioni di continuità. Anche nei tratti più corribili, le piante dei vostri piedi verranno sollecitate in continuazione, per cui è quanto mai importante scegliere un modello protettivo, con un’ammortizzazione sufficiente e un buon rockplate.

Qualche proposta? Beh, se vi piace viaggiare veloci e mettete al primo posto l’agilità sui sentieri, Scarpa Spin RS è il modello che fa per voi. Veloce, profilo agile e contenuto, una bella ammortizzazione e una suola Vibram Litebase che è un piccolo capolavoro.
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Se volete qualcosa di più in fatto di protezione e ammortizzazione, la Scarpa Neutron 2 è uno dei modelli più riusciti di quest’anno, perfetta per correre in montagna anche nelle condizioni più difficili.
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Infine, un consiglio non strettamente tecnico: scegliete un oggetto che per voi ha un significato importante, che vi ricordi il lungo processo che vi ha portato sulla start line di Cortina, e portatelo con voi. Che si tratti di una maglietta finisher di cui siete particolarmente fieri o del trucker DU che fa tanto Western States, riservate qualche decina di grammi per un oggetto che vi ricordi perché siete lì e che vi aiuti a tirare fuori tutta la vostra cattiveria agonistica, alla LUT non si scherza e si viaggia forte.

Noi ci saremo: e voi?