UTMB: avvertenze per l’uso.

L’UTMB costa. Offre un servizio fantastico, ma va detto, influisce sul bilancio di qualsiasi runner. Un po’ l’iscrizione, un po’il viaggio, un po’(tanto) trovare da dormire e mangiare a Chamonix. Ma la voce che più causerà discussioni con mariti, mogli, compagni, genitori, figli e commercialista, è il MATERIALE.

Anche cercando di non farsi tentare dalle sirene dell’Expo, per partire ed essere in regola con quanto richiesto dall’organizzazione (non pensate neanche a bypassare, che oltre ad essere triste è illegale: sapevate a cosa andavate incontro quando vi siete iscritti), serve una dotazione corposa.

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Jim, hai dimenticato a casa qualcosa?

Con l’idea di ripassarla, e dare qualche esempio di come spendere bene il proprio budget, abbiamo chiesto a Maria Carla di darci qualche dritta su come districarci tra materiali e costruzioni. In fondo sarebbe anche il suo lavoro quando non è precettata dai camp.

Il materiale richiesto è il seguente:

Kit di base

  • Zaino di gara per trasportare il materiale obbligatorio
  • Telefono cellulare (uno smartphone è consigliato): il corridore deve essere raggiungibile in qualsiasi momento prima, durante e dopo la gara:
    – Opzione internazionale che ne consenta l’utilizzo nei tre paesi (inserire nella propria rubrica il numero di sicurezza dell’organizzazione, non nascondere il proprio numero e non dimenticarsi di partire con la batteria carica)
    – Tenere il telefono acceso, la modalità aereo è proibita e potrebbe provocare delle penalizzazioni.
    – Per smartphone: applicazione LiveRun installata e configurata.
    – -Si raccomanda vivamente una batteria esterna.
  • Bicchiere di 15 cl minimo (non sono autorizzati borracce o fiaschette con tappo)
  • Riserva d’acqua di almeno 1 litro
  • 2 lampade frontali funzionanti con pile di ricambio per ogni lampada
    Raccomandazione: 200 lumen o più per la frontale principale
  • Telo di sopravvivenza di minimo 1,40 m x 2 m
  • Fischietto
  • Benda elastica adesiva per fasciature (minimo 100 cm x 6 cm)
  • Riserva alimentare
    Raccomandazione: 800 kcal (2 gel + 2 barrette energetiche di 65 g ognuna)
  • Giacca a vento impermeabile* e traspirante** (tipo Outdry) con cappuccio, adatta al brutto tempo in montagna
    *minimo 10 000 Schmerber.
    **RET inferiore a 13.
    – la giacca deve avere obbligatoriamente un cappuccio integrato
    – le cuciture devono essere stagne.
    – la giacca non deve avere parti con tessuto permeabile; sono accettate le parti per fare entrare aria (sotto le ascelle, sulla schiena), solo se non impediscono in modo evidente l’impermeabilità.
    Il concorrente giudica, secondo i suoi criteri, se la sua giacca è conforme al regolamento e dunque adatta al brutto tempo in montagna; ad ogni modo, in caso di controlli, solo gli addetti ed i Commissari di gara decideranno.
  • Pantaloni lunghi o collant e calzettoni che coprano tutta la gamba
  • Cappellino, bandana o Buff®
  • Secondo strato caldo: maglia a maniche lunghe (no cotone) di minimo 180g (uomo, taglia M)
    O maglia calda a maniche lunghe (primo o secondo strato, cotone escluso) di minimo 110g (uomo, taglia M) e di una giacca windstopper* con protezione idrorepellente duratura (DWR protection)
    *la giacca windstopper non sostituisce la giacca a vento impermeabile con cappuccio e vice versa
  • Cappello
  • Guanti caldi ed impermeabili
  • Pantavento impermeabili
  • Documento d’identità

Negli ultimi anni sono stati aggiunti i leggendari kit canicola e invernale che l’organizzazione può rendere obbligatori anche all’ultimo minuto. Rispettivamente:

Kit canicola 

  • Occhiali da sole
  • Cappellino con paraorecchie che copra anche la nuca
  • Crema solare
    Raccomandazione: livello minimo di protezione 50 (SPF)
  • Riserva d’acqua di almeno 2 litri

Kit invernale 

  • Occhiali protettivi
  • 3° strato caldo (da indossare tra il 2° strato e la giacca impermeabile)
  • Raccomandazione: pile o piumino comprimibile
  • Scarpe da trail robuste e chiuse (NO scarpe minimaliste o super leggere)

Ma ora, parola all’esperta.

“La scelta di un equipaggiamento idoneo è uno dei fattori chiave del successo della gara. L’ultra-endurance necessita una preparazione minuziosa, attrezzatura da gara compresa”

Incipit della pagina dedicata al materiale obbligatorio sul sito ufficiale UTMB: come dargli torto? E allora ci siamo permessi di prendere in esame e consigliarvi alcuni capi d’abbigliamento.

Partiamo dallo zaino, visto che deve contenere tutto il resto. Le opzioni sono tante, ma in sostanza dipende da un fattore essenziale: avrete assistenza? Si può pensare ad uno zaino più snello. Ve la fate soli contando solo su sacca a metà strada? Allora serve un po’ più di spazio per essere sicuri. Per finiture e cura dei particolari, ci sono piaciute le nuove proposte Camelbak: l’ULTRA PRO VEST è la scelta per chi potrà contare sul supporto di amici e familiari, l’ULTRA 10 VEST è per tutti gli altri.

Entrambi sono stati progettati per soddisfare le esigenze di una gara come UTMB. Tessuto in 3D mesh per aumentare la traspirabilità e alleggerirne il peso. Il secondo può essere utilizzato sia con riserva idrica interna che con flask grazie alle apposite tasche frontali, l’ULTRA PRO fa affidamento solo sulle flask. Possibilità di riporre i bastoncini posteriormente e tasca anteriore per telefono, si differenziano nella distribuzione delle tasche laterali e posteriori e nella capacità. Se l’ULTRA PRO con i suoi 6 litri è al limite, l’ULTRA 10 offre decisamente più capacità di carico con i suoi 10 litri. Ampie possibilità di regolazione nell’ULTRA 10 e disponibilità in tre taglie per l’ULTRA PRO.

La giacca impermeabile è forse l’articolo chiave tra quelli in lista. Ci salverà in caso di pioggia, quindi waterproof  (minimo 10 000 colonne da regolamento, se sono di più tutto di guadagnato per voi), ma attenzione anche alla traspirabilità, e quindi al tipo di membrana utilizzata, visto che tendenzialmente vi state muovendo/correndo/strisciando. Tutte le cuciture dovranno essere nastrate e le zip sempre waterproof.  Non dovrà proteggerci solo dalla pioggia manche dal freddo e dal vento, quindi cappuccio ben avvolgente e regolabile e possibilmente alto sul davanti in modo da proteggere anche mento, bocca e naso. Dovrà avere un buon fitting asciutto, in modo che non ingombri, ma dovrà restare comoda nei movimenti, specie quelli delle braccia. Tirazip con cordino per facilitare l’apertura anche con guanti e mani gelate.

In DU usiamo la Montane Minimus Stretch Ultra Jacket, ci piace il design minimale, ma studiato nei particolari. Come il taglio della manica che facilita il movimento della corsa anche con i bastoni evitando che il fondo si alzi. Orlo sul fondo regolabile e cappuccio ergonomico con elastico posteriore e regolatori frontali. Tessuto 20 Denier PERTEX® SHIELD 2.5 layer waterproof . Leggero, morbido, elasticizzato e traspirante. Totalmente nastrata internamente e tutte le zip a prova d’acqua. E facilmente richiudibile in una tasca, così da non ingombrare troppo in uno zaino già strapieno. E ovviamente disponibile anche nella versione da donna.

Alla giacca va abbinato un pantalone impermeabile. Si spera sempre di non doverli utilizzare, quindi primo punto dovranno essere comprimibili al massimo, ma sempre waterproof, sempre con cuciture nastrate. Cercate una lavorazione del tessuto ripstop: eviterà lo strappo in caso di caduta o incontri ravvicinati con bastoncini, rami, rovi e varie. Zip laterali lunghe per poterseli infilare in modo rapido anche con le scarpe. Dovranno essere comodi ma non troppo larghi, in modo da non intralciare la corsa.

Montane  anche nella parte sotto usa il tessuto PERTEX® Shield ™, anche sui pantaloni Minimus Pants. Vita elasticata con regolatore. Zip sul fondo con doppio velcro di regolazione per poterli stringere su polpaccio e caviglia. Comodo sacchetto in rete per poterli comprimere e riporre nello zaino. Anche qui disponibile in versione femminile.

Montane Minimus Trousers

Altro capo chiave, il secondo strato. Il suo scopo principale è quello di scaldare e mantenere la temperatura corporea, deve però asciugarsi il più in fretta possibile se sudiamo. Non essere ingombrante indosso e ancora meno quando riposto nello zaino. Vi consigliamo uno stile “semplice” senza troppi fronzoli, inserti e cuciture e zip, visto che siamo quasi a contatto con la pelle. Rischiamo solo abrasioni inutili ed in più andrebbero ad interferire con quelle della giacca. E non dimentichiamo che abbiamo anche sempre lo zaino in spalla, carico e chiuso attorno al corpo.

Negli ultimi anni si è visto un grande ritorno alle fibre naturali, ma quello che a noi ha convinto maggiormente è la combinazione tra “sacro e profano” e cioè la speciale mescola tra lana Merino e PRIMALOFT® che Montane usa sui suoi capi della linea PRIMINO come il Montane Primino Long Sleeve 140 (qui nella versione da donna).

 

La lana ha da sempre la straordinaria proprietà di scaldare anche da bagnata (e non puzzare), il PRIMALOFT di espellere il sudore verso l’esterno ed asciugarsi in fretta. Particolarmente sottile e piacevole al tatto, può essere usata anche direttamente sulla pelle.

Così caldo e comodo che noi usiamo anche i guanti in PRIMINO: a nostro parere l’ideale è averne un paio snello, leggero e caldo, a cui abbinare un sovraguanto da infilare e togliere rapidamente in caso di pioggia o vento freddo, come il Montane Minimus Mitt leggerissimo (45 grammi!) e supercomprimibile.

 

 

Non è nel kit obbligatorio, ma spendiamo ancora due parole per l’insieme calza + scarpa. Perché su chilometraggi di un certo tipo, può fare la differenza tra finire o no. O anche solo tra finire, sorridere e godersi la cerimonia di premiazione in piedi o finire, essere incazzato e godersi la cerimonia sdraiato a letto con dolori lancinanti.

Passiamo la palla a Coach Davide che ci racconta il suo set-up preferito.

Per me, in una gara lunga, la primissima necessità è essere comodo. E potermi dimenticare di cosa succede lì sotto.
La prima cosa che guardo di una mia scarpa da ultra è quindi la calzata prima ancora dell’ammortizzazione: rarissimamente una scarpa mi ha fatto ricredere dopo un po’di uscite, il fatto che il piede stia bene, è spesso questione di amore a prima vista. Poi vengono tutti gli altri fattori, certo. In primis proprio l’ammortizzazione, perché diciamocelo, nessuno correrà come un ottocentista tra Trient e Vallorcine: serve una scarpa che perdoni e che non chieda troppo impegno muscolare. Poi la tenuta: sogniamo tutti di fare l’UTMB asciutto, ma capita raramente. E comunque anche in quegli anni, una scarpa che sulle lunghe discese verso Les Chapieux, La Fouly o Chamonix sta dove la metti è fondamentale. Avete mai fatto la discesa delle Pyramids verso il Lac Combal? Ecco, una suola decente lì ve la godete tutta. Però la scarpa da UTMB, per me deve anche essere leggera. Eh si, 20-30-40 ore con una scarpa ai piedi, non so quanti passi (ma sono tanti)… quei 200 grammi in meno diventano tonnellate. Se vale per lo zaino, vale ancora di più per le scarpe, no?

La scarpa che sto usando in tutte le mie gare risponde egregiamente a questi quattro dogmi, ed è la SPIN ULTRA di SCARPA. Calzata comoda, linguetta non troppo spessa per riuscire a sistemare bene l’allacciatura, ma neanche così scarna da non proteggere abbastanza. Soletta interna morbida, calzata con sistema Sock-Fit LW senza punti di frizione. E abbiamo sistemato la comodità. Ammortizzazione garantita dall’intersuola in EVA con doppio inserto su tallone ed avampiede e shank centrale antitorsione. 24/18 mm, suola importante senza diventare ingombrante. E abbiamo risolto la seconda. Suola Vibram dove al classico e comprovato Megarip e disegno con tasselli da 4mm, viene accoppiata la Litebase che permette di mantenere il peso totale a 270 gr. Sistemati anche i punti tre e quattro. Ci aggiungo come bonus il puntale stampato in 3D che protegge da pietre e radici quando non si è più proprio così sobri da gestire falcate kenyane.

SCARPA Spin Ultra

Come per tanti, nelle prime gare lunghe, lo stato in cui riducevo i miei piedi era qualcosa che affascinava, nella sua morbosità. Anche al mio primo UTMB, acqua e freddo mi avevano martoriato. Creme, fasciature, taping, camminate sui carboni ardenti nei mesi precedenti, non avevano cambiato nulla. Anzi. Poi sono stato negli States, e prima della Western ho visto che tanta gente usava queste calze buffe con le dita. Chiedo al mio pacer, compro ed uso in gara senza averle mai provate. Rivelazione. Da quel giorno, raramente ho corso gare lunghe senza Injinji.

 

Mi hanno liberato dal mio problema principale, che erano le vesciche tra le dita, e mi hanno sempre dato risultati ottimi anche in contesti terrificanti (WS 2017 neve, fango, detriti, poi 42°, polvere ed acqua addosso e guadi tutto il giorno).

A seconda del contesto uso le Original Weight o le Light Weight: le Mid Weight sono per me troppo spesse e mi piace un po’di “feeling” per non snaturare la scarpa. Io che sono vecchio uso ancora le No Show (perdono), ma ovviamente hanno l’altezza Crew che sembra essere diventata obbligatoria, pena la squalifica dal circolo di quelli che contano. Ok arrivare. Ma arrivare con un paio di calze a metà polpaccio è tutta un’altra cosa. Se vi sembrano un po’strane, ci vuole un attimo per abituarsi: mettetele dentro una scarpa e non le sentite più.

Ah: cambiare le calze è una botta di vita, fatelo anche tre/quattro volte in una gara lunga. Cambiare le scarpe, è sempre un pericolo: se non avete un motivo più che valido e lo fate tanto per avere una scarpa nuova e fresca, spesso bastano le calze.

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Ci vediamo a Chamonix, in fondo alla discesa, appena passato il ponte. Come dice il buon Fulvio, gli amici si va ad aspettarli lì.

UTMB madness

Difficile parlare di trail facendo finta che non esista l’UTMB.

E’come svegliarsi al mattino, scendere in cucina e trovare un elefante seduto al tavolo. Potete anche far finta di parlare della giornata lavorativa o della spesa da fare, ma l’elefante resta lì.

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Non esiste, non esiste, non esiste…

E allora nel mese dell’UTMB saliamo anche noi sul carrozzone. E sapete perché?

Perché a noi la settimana dell’UTMB piace. E le sue gare ancora di più.

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Perché girano intorno a quel benedetto massiccio che rappresenta il passato, presente (e speriamo anche futuro) dell’alpinismo, dello sci, della corsa in natura.

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Perché sa strappare un urlo al professionista sgamato, come a chi arriva dopo 46 ore.

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Perché è maledettamente bene organizzato.

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Perché abbiamo i nostri ricordi che tirano fuori ancora qualche sorriso.

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Perché un pensiero, volente o nolente, ce lo fanno tutti ad andare a Chamonix.

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E non ultimo, perché ci sono le nostre ragazze ed i nostri ragazzi che cercano di passare quello striscione.

Dovremmo restare a casa e far finta di niente? No, e allora nei prossimi giorni proviamo a portarvi in Savoia e spiegare cos’è per noi la “UTMB madness”.

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The DU crew

 

BUCKLED

* il primo podcast in Italia dedicato all’ultrarunning *

Era ora che qualcuno ci mettesse la voce. Siamo più che felici di poter annunciare la nascita del primo podcast italiano dedicato all’ultrarunning. Pensato, voluto e creato da Alessandro Locatelli

la voce del popolo dell’ultrarunning

Da cosa nasce Buckled?
Innanzitutto dal caso, come tutte le cose sensate al mondo.
Nasce dal voler trovare un espediente per poter raccontare a un’altra persona e un’altra ancora cosa è successo nella gara xyz.
Mia moglie sa di cosa parlo: passo talmente tanto tempo in gara a parlare con me stesso che mi ci vuole un giorno per tornare a parlare ad alta voce. C’è solo un problema: faccio poi fatica a smettere.

Buckled nasce anche dalla voglia di condivisione, dalla voglia di conoscere le storie di un’altra persona, dalla voglia di imparare dagli errori degli altri (senza trarne alcuna lezione), dalla voglia di puntare verso un obiettivo che a tutti in un primo momento sembra tanto impossibile quanto improbabile.

A pochi giorni da Destination Santa -il Trail Fest ideato da Eva Toschi ed Edoardo Lucà a Santa Caterina Valfurva- ho proposto al Coach di registrare qualcosa in tema 100 miglia: niente scaletta, niente preparazione, solo un tema generico e allo stesso tempo straordinariamente specifico, e ad aiutarci un paio di birre per sciogliere l’agitazione di due persone che decisamente non appartengono a nessuno dei due lati del microfono.

Foto di Sara Lando, la ragazza più invidiata al mondo dopo che Alessandro ha fatto sentire la sua voce al microfono. The new Barry White.


Ci rendiamo conto che stiamo parlando a una nicchia di una nicchia di una nicchia, ma è un posto caro a molte persone quindi eccoci qui con 30 minuti di chiaccherata sulla vita l’universo e tutto quanto, sulle nostre prime volte, sulle allucinazioni, sull’interpretazione di una distanza che sulla carta non ha alcun senso che venga fatta di corsa.

Vedete questo episodio zero (va di moda di questi tempi) come un piede nella porta: dobbiamo ancora decidere se aprirla completamente o se semplicemente lasciare ad altri lo spiraglio per entrare.

——

Un ringraziamento speciale a Carmo per la regia e l’aiuto tecnico, a Paco nelle sue vesti di disturbatore, spingitore, selezionatore di musica e futuro record holder a Wasatch100 e ovviamente a Davide per essersi prestato al gioco e aver condiviso l’imbarazzo della propria voce registrata.

il logo di Buckled, quanti vorrebbero già una maglietta?

Avremmo voluto rispondere a domande, ma ovviamente non eravamo preparati. Ci siamo attrezzati con una mail e con pagina facebook (mi dicono che questo facebook piace tanto ai giovani).


Forse vi risponderemo nel prossimo episodio.
Se ci sarà.

David Laney, il baffo che uccide.

Ho incontrato David a Barcellona: è sempre stato un atleta che mi ha incuriosito per l’approccio molto low-key e per l’aria tranquilla. Dai tempi in cui faceva il commesso per Hal Koerner all’anno in cui ha infilato M10 alla Western States e terzo posto all’UTMB (e dodicesimo ai Mondiali!), ha dimostrato di eccellere in tutte le situazioni. E’ un runner completo, e lo dimostra il fatto che si è anche preso la qualificazione ai Trials Olimpici in maratona, ed era un dirtbagger prima ancora che diventasse figo esserlo (guardate il suo account Instagram @davidlaney12 ). Ha poco dell’hipster e molto del ragazzo della porta accanto. Ed è dedicated, come si dice oltreoceano.

Assieme all’amico Ryan Ghelfi ha fondato Trails&Tarmac ed ha iniziato ad allenare atleti di tutti i livelli, riscuotendo subito un ottimo successo. Cosa che non mi meraviglia dopo averlo conosciuto: è una persona di un umiltà e simpatia uniche, ed è un vero amante del nostro sport in tutte le sfaccettature. Qui trovate qualche passaggio della chiaccherata che ci siamo fatti.

Penso che sia un momento fantastico per allenare nel mondo dell’ultrarunning, è tutto molto nuovo, c’è un bel mix di idee, teorie e situazioni diverse, e noto che c’è anche molta comunicazione tra coach. Qual’è il tuo background, da dove arrivi dal punto di vista del coaching?

Fondamentalmente sono stato un appassionato studente dello sport da quando ero un ragazzino, ho iniziato prestissimo. Quando ho letto Jack Daniels’Running Formula…

(Risate) E’ il libro con cui abbiamo tutti cominciato!

(Risate) E’ vero, ed è anche quello a cui tutti torniamo. Ci sono le fondamenta del running. Quello che è interessante è che abbiamo corso per anni trail per il piacere di stare fuori, senza fare troppo caso al lato scientifico della corsa. Jack Daniels’ Running Formula è come una bibbia della fisiologia umana applicata alla corsa, c’è una marea di roba lì, e adesso la gente sta capendo come trasferirla anche al trail running. Per questo è emozionante allenare ora: c’è un sacco di nozioni da trasformare ed applicare e vedi la gente che sperimenta, migliora e si guarda indietro e pensa “Ma come diavolo ho fatto in un anno a migliorare così?”

Sentivo un intervista con Mike Smith di NAU, ed anche lui diceva che quando ha un dubbio, la prima cosa che fa è aprire Jack Daniels’ Running Formula…

(Risate) Abbiamo appena svelato a tutti il nostro segreto! Sono le fondamenta, che tu sia un miler od un ultramaratoneta.

Il tuo background di runner collegiate di pista e cross-country ha una grossa influenza sul coach che sei ora?

Sicuramente, impossibile negarlo, un grande impatto.

Qual’è la cosa più importante che ti ha lasciato e che hai portato nel tuo modo di allenare?

La maggior parte degli atleti che alleniamo in Trails & Tarmac sono nei primi due o tre anni di corsa, e quindi applicando i fondamentali dell’allenamento di cui parlavamo qui sopra, mostrano subito risultati incredibili. La classica periodizzazione, la polarizzazione degli allenamenti, come sviluppare le differenti velocità… tutte cose che mi sono state inculcate al college.

E nel rapporto personale con gli atleti? Qual’è la caratteristica essenziale?

Beh, sicuramente la flessibilità. Il 95% dei miei atleti non sono professionisti. Sono principianti o competitivi a livello personale o amatoriale, hanno un lavoro ed una famiglia che hanno sempre la priorità. Essere flessibili significa adattare schemi e tabelle a seconda degli eventi, essere capaci di ottenere il meglio dalle risorse limitate che si hanno.

Fai strenght training? Lo inserisci per gli atleti che segui?

Dipende molto dagli atleti e dalle priorità che abbiamo: se il tempo a disposizione è limitato, tendo sempre a favorire il chilometraggio e la possibilità di fare base aerobica. Qualcosina per prevenire gli infortuni, ma la priorità è sempre la base aerobica, per me.

Parlando un po’ di te, cosa hai fatto quest’anno di diverso per la Western States che non avevi fatto prima?

Tutto (risate).

No, dai!

Onestamente si, tutto. Gli altri anni avevo fatto fondamentalmente sei mesi senza un giorno off prima di arrivare a Squaw Valley. Ora mi prendo almeno un giorno off ogni tre settimane, se capita che sono stanco, anche più spesso. Sto facendo molte più uscite lunghe: gli altri anni arrivavo con 6-8 lunghi, quest’anno conto di avere 10-12 uscite da 50 km con 2.000 metri di dislivello.

Le fai a ritmo gara?

Mmmmh si, direi ritmo gara o molto vicino, bassa intensità.

Farai heat training?

Si, sicuro.

Sauna o semplicemente adattamento a correre al caldo?

Sto provando a fare una o due volte la settimana delle uscite a bassissima intensità in una heat chamber, conto di aumentare progressivamente la durata e staccare durante il tapering

Beh, qui in Destination Unknown sappiamo per chi tifare l’ultima settimana di giugno…

(risate) Grazie mille, metterò la maglietta alla premiazione!

Deal! Grazie David.

Grazie a voi.

The Clean Outdoor Manifesto

Photo by Pietro Toffanelli

Cos’è THE CLEAN OUTDOOR MANIFESTO?

Beh, è quello che è scaturito dalla mente di Luca e Zeo per provare a smuovere un po’le acque stagnanti del mondo dell’outdoor. Un modo come un altro per superare la fase della presa di coscienza e iniziare a rimboccarsi le maniche per l’ambiente in cui viviamo, operiamo e ci divertiamo. Hanno provato a contattare un po’di persone provenienti da ambiti diversi, ma con il comune denominatore di vivere l’outdoor 365/12. Dal confronto è nato il Manifesto, e da questo la voglia di provare ad aggregare altre persone. Per una nuova visione dell’outdoor e delle discipline ad esso legate.

Abbiamo avuto il piacere ed il privilegio di essere tra i firmatari del Manifesto e questi sono i motivi per cui lo abbiamo fatto, e perché altri dovrebbero farlo.

Maria Carla Ferrero

Photo by Luca Albrisi

Perché ho firmato da subito il Manifesto? Perché sempre più mi rendo conto che azioni per me scontate, per altre persone non lo sono.

Forse perché ho avuto la fortuna di essere cresciuta con certi principi: La verdura era quella di stagione perché c’era l’orto, le uova erano quella della nonna, il latte andavi a prenderlo dalla vicina, il riscaldamento era con la stufa perché avevamo la legna e così via. Ma non per una questione etica, era normale così. Sia chiaro, non sono cresciuta con Heidi, come pensavano poi i compagni di classe quando ho iniziato a studiare a Torino. E sono cosciente che è sempre più difficile vivere in questo modo, però sono cose che ho radicate dentro e che mi fanno credere in certi ideali.

La stessa cosa per la montagna, con semplicità mi hanno insegnato ad amarla e conoscerla ma con il rispetto più assoluto. Quella frase anche un po’ scontata, che ci veniva ripetuta ogni volta: “alla montagna si dà del LEI!” era per veicolarci da subito l’idea, che le condizioni dovevano essere quelle giuste, sennò inutile accanirsi, non era da fare e basta. Ma soprattutto che in fondo siamo sempre noi gli ospiti. E sempre più mi rendo conto di quanto queste semplici parole siano attuali, e racchiudano così tante cose…

Perché dovrebbero firmarlo tanti altri? Perché voglio un confronto, voglio capire quale esperienza di vita li ha spinti a credere in certe cose. E per riuscire a costruire qualcosa di concreto. Qualcosa che superi un po’ l’auto compiacimento di credersi green solo perché facciamo azioni che dovrebbero essere la quotidianità, non lo straordinario.

“Ci si salva se si va avanti e si agisce insieme e non solo uno per uno” Enrico Berlinguer

Eva Toschi

Photo by Luca Albrisi

Ho firmato il Manifesto perché Luca mi aveva promesso una birra in cambio. Visto che ha funzionato adesso Luca ha cominciato a farsi sponsorizzare da un produttore di birre artigianali e sembra che stiamo ricevendo numerose sottoscrizioni non a caso.

A parte gli scherzi, mi sono fatta coinvolgere in quest’iniziativa perché penso sia un modo efficace per rendere le belle idee belle azioni. A volte delle belle idee non hanno modo di uscire allo scoperto perché da soli non si può far molto, ma con una comunità con cui si condividano gli scopi si può davvero iniziare a far qualcosa. Vivo l’outdoor in tutti i campi della mia vita, sia per professione che per passione, e grazie ad entrambi mi sono accorta che la Natura, per colpa di noi umani, sta rischiando tanto. Come professionista mi sono resa conto che all’aumentare del mio lavoro aumenta anche il rischio di mercificazione dell’outdoor. Come appassionata mi sono resa invece conto che le attività di “piacere” in natura hanno un forte impatto che bisogna cercare di minimizzare a tutti i costi. Non voglio pensare che l’unico modo che la Natura ha di rimanere tutelata sia che l’uomo non ci si rechi più o che solo alcuni possano recarvisi. Noi siamo natura ed abbiamo bisogno di viverla per vivere.  Dobbiamo solo trovare il modo di farlo in punta di piedi e a gran voce.

Ho firmato perché da qualche parte bisogna pure iniziare e credo che le persone debbano firmare il Manifesto perché è giusto metterci nome, faccia e speriamo mani, per qualcosa che si ritiene non solo giusto, ma necessario.

Francesco Paco Gentilucci

Photo by Luca Albrisi

La stima che provo nei confronti di Luca, anche se non è stata la ragione principale, ha agito come benzina su un fuoco acceso. La vera ragione è che ritengo che sfortunatamente i mass media e la mediocrità in generale hanno appiattito i messaggi ambientali e quindi sentire al tg che “i ghiacciai si sciolgono” nella nostra testa non sorbe alcun risultato. Nel posto dove lavoravo le colleghe tenevano il condizionatore a 26 gradi quando fuori era di molto sotto zero. Non serve un genio per capire che questa cosa non è sostenibile, oltre al fatto che regolarmente tornavo a casa con la maglietta sudata, nonostante lavorassi in tshirt. O il fatto che usiamo mezzi a motore anche quando non sarebbe assolutamente necessario, nelle piccole percorrenze, o per arrivare in cima alle montagne. 
Credo che l’unico modo per ribaltare i problemi culturali non risieda in nessuna politica, in nessun controllo dalle forze dell’ordine o dalle sanzioni amministrative, ma solo da un cambiamento culturale nel cervello delle persone. Per me The Clean Outdoor Manifesto significa prima di tutto avvicinare  delle persone per produrre un cambiamento tangibile nella realtà. Per creare un network di vero attivismo ambientale e per confrontarsi su temi importanti con la voglia di fare senza perdere tempo a chiedersi se l’effetto serra è veramente dannoso, tra quanti anni moriremo tutti per l’inquinamento e il surriscaldamento. 
Insomma, anche solo per ritrovarsi e pulire dei posti dalla spazzatura, a prescindere da chi l’abbia prodotta.

Davide Grazielli

Photo by Luca Albrisi

Ho firmato il Manifesto perché nella vita ho fatto tanti errori, ma ho sempre preso una posizione. Ed in questo momento la posizione da prendere, per me, è quella di ripensare il modo in cui interagiamo con l’ambiente in cui ci muoviamo. Il fatto che la proposta venisse da persone che stimo come esseri umani ancora prima che come professionisti del settore, ha reso tutto naturale. Come se fosse qualcosa che capitava nel momento giusto: chi dovrebbe avere a cuore la questione se non noi che viviamo l’outdoor come professionisti e come consumatori?

E’solo un passo, ma è un passo fermo.

Cosa serve per renderla una marcia inarrestabile? Che tanta gente lo legga, commenti, critichi, e se lo ritiene giusto, che lo sottoscriva. Perché si cresce, ci si confronta e si trasformano le parole in azioni solo insieme.

THE CLEAN OUTDOOR MANIFESTO è consultabile, scaricabile e pronto ad essere firmato qui:

https://www.theoutdoormanifesto.org/

Take a stand!

Nike Pegasus – the legend is back!

Siamo stati a Barcellona per la presentazione di Nike delle nuove Pegasus Trail, e così abbiamo colto l’occasione per mettere a confronto le due declinazioni, trail e strada. E per rendere la cosa più divertente, coach Grazielli ci ha abbinato due workout con cui farsi del male.

Iniziamo con la versione stradale, arrivata alla trentaseiesima versione. Già, correva l’anno 1983, e Nike cercava una scarpa versatile che fosse adatta a tutti i runners. Ne uscì qualcosa che nel tempo è stata calzata da tutti: se Joan Benoit Samuelson le portò a Los Angeles sul gradino più alto della prima maratona olimpica femminile, Eliud Kipchoge le usa regolarmente in allenamento, ed è tuttora la scarpa da corsa più venduta dal marchio di Portland. Il mio ricordo delle Pegasus risale a parecchi anni fa, e me la ricordavo come una scarpa buona per tutto si, ma un po’ingombrante e non propriamente veloce. Beh, avrei fatto meglio a riprovarla nel tempo, perché le ultime declinazioni della scarpa sono decisamente più filanti.

Arrivando alle nostre Air Zoom Pegasus 36, la calzata è comoda, ed anche grazie al mesh molto aperto, la scarpa dà subito una sensazione di leggerezza. Linguetta e collaretta sono state aggiustate e ridotte in volume, aumentando la precisione. La regolazione con il sistema Flywire è ottima e l’allacciatura corta favorisce una bella azione di corsa. E’una scarpa “bassa” nella parte del tallone come struttura, ma mantiene il drop 10 mm “storico”. Onestamente, una volta calzata, sembra molto meno alta che sulla carta, forse anche grazie al foam Cushlon della midsole. Sulla stregua di quanto fatto sui modelli di punta con l’inserimento del Pebax sulla suola intera, la Air Zoom Unit è su tutta la lunghezza della suola, e si sente la sua presenza in termini di ammortizzazione e rilancio, con il bonus di avere anche una discreta rigidità alla torsione.

The Temple of Tarmac

Su strada, si fa apprezzare a ritmi allegri dove la struttura affusolata permette appoggi rapidi e precisi, ma perdonando anche qualcosa alla forma grazie all’ottima ammortizzazione. E’ una scarpa che va bene su tutte le distanze classiche della strada, dai 10 km alla maratona ed oltre: fedele all’idea originaria, la sua qualità principale è proprio la versatilità. David Laney, presente al lancio come atleta, ha strappato a tutti una risata ricordando i tempi in cui con la Pegasus ci giocava anche a basket, per dire.

IL WORKOUT

Versatilità, fa venire in mente le basi. E allora alla Pegasus abbiniamo un workout classico del lavoro in soglia, ma con un twist creativo. Perfetto per le fasi finali di preparazione di una mezza, o come test per capire in che zona lavorare sulle gare lunghe, in DU coaching lo abbiamo ribattezzato Alberto’s In&Out, non tanto per l’Alberto Salazar di Oregon Project, ma per un altro Alberto che nelle fredde sere d’inverno di Schio martella ciclabili come se non esistesse un domani.

Il lavoro? Semplice, tre chilometri di riscaldamento tranquillo, qualche allungo e poi si attacca con un miglio attivo intorno o appena sopra alla soglia aerobica inframezzato da un miglio che non deve essere di vero recupero, ma va tenuto bello allegro. Ad esempio, se state a 3:40 nella parte attiva, il recupero dovrebbe essere sui 4:15/4:20, in float, come suol dire. Quante ripetute? Dalle tre alle sei è già una bella mole di lavoro, contando davvero che il recupero non è reale. Insegna a smaltire il lattato a ritmi alti e ci tiene sul pezzo per almeno mezz’ora: cosa volete di più? Chiudere con almeno 2km di defaticante molto tranquillo, mi raccomando.

Passiamo alla versione trail, e notiamo subito che è stato fatto uno sforzo per mantenere la stessa impostazione e linea. Anche per la Air Zoom Pegasus 36 Trail il drop è 10 mm, la forma affusolata, e resta la collaretta bassa nella parte posteriore per tenere libero il tallone d’Achille.


Dove la scarpa è stata modificata è nel mesh, che ovviamente è decisamente più resistente anche se è stata comunque esaltata la traspirabilità e la capacità di drenare, nella parte suola ed intersuola. Qui il cuscinetto Air Zoom è stato spezzato in due per favorire l’appoggio su terreni sconnessi, e la suola, pur mantenendo la stessa mescola, ha una struttura ovviamente diversa. I tasselli sono più bassi che nelle altre scarpe trail di Nike (Terra Kiger e Wildhorse, entrambe quest’anno alla quinta versione) ed offrono maggiore superficie di contatto per una corsa più confortevole.

Nei piedi resta comodissima come quella da strada, con anche qualche imbottitura aggiuntiva sul collo piede e degli overlap di protezione sul puntale ed altre parti più soggette ad abrasione. Provata in condizioni abbastanza toste, la suola tiene molto bene, una sorpresa vera rispetto al passato: sia in discesa, anche su pietre, che in salita su terra pesante e fango, il grip c’è, la precisione anche. Quando poi la mettete alla frusta su sentieri scorrevoli o stradoni sterrati, mette in luce le sue caratteristiche migliori. Si fa comunque apprezzare anche su strada, rendendola una bella scarpa da door-to-trail.

IL WORKOUT

Anche qui, ci piace combinare con un lavoretto dedicato alla soglia, ma la Pegasus richiama al Pacific North West e le sue foreste, sensazioni di libertà e ritmi alti. Così facciamo una cosa semplice e non troppo strutturata come un Fartlek 4-1 con quattro minuti a buon ritmo ed uno di recupero easy, da fare rigorosamente in progressione graduale ed arrivando all’80-85% della velocità max. Meglio su terreno mosso ma senza salite secche. Ottimo pre gara per testare le gambe se si resta sui 15/20 minuti, ma benissimo anche ad inizio stagione quando non c’è ancora molta base ma si vuole stare “in zona” se lo portiamo a 30/40 minuti! Ovviamente solito riscaldamento prima e defaticante dopo da 15/20 minuti.

Questione di flow, anche se siamo nel parco dietro casa e l’Oregon è a nove fusi orari di distanza: garantite sensazioni inebrianti.

CUFFIETTE E VIABENE – seconda puntata

Torniamo con le nostre playlist, e anche questa volta c’è del buon materiale per far passare quel 4 X 10 in cui solitamente si aprono delle porte spazio temporali.

A fare compagnia a Coach Grazielli, che squarcia un velo sul suo misterioso passato di punk, c’è Luca Mich: DJ, basket player sia nelle palestre che nei campi di cemento di mezza Italia e uno dei maggiori conoscitori della musica Rap, Black e Hip Hop che conosciamo, spesso penna per webzine e siti di settore. Chi meglio di lui poteva introdurci al mondo dell’Hip Hop? Buon ascolto.

E comunque, quei 10 minuti d’inferno, non diventeranno mai più brevi. 
#coachknows #coachwantsyoutosuffer

Luca Mich –  HIP HOP

Una volta si chiamavano mixtape e richiedevano ore di lavoro, ora bastano un paio di click su spotify e la compila è bella che fatta.
La differenza però la fanno ancora la successione dei pezzi, la qualità degli stessi e il criterio con cui vengono messi uno dopo l’altro. 
La pretesa di avere una compila ragionata sull’hiphop old school (diciamo più anni 90 – inizio 2000 che è poi il periodo più interessante per il movimento hiphop e con esso la sua musica) è sempre alta, tuttavia abbiamo cercato di ragionarla su ritmiche perfette per tenere il ritmo in corsa, il battito, il pace che è tanta caro al rap così come alla corsa chiaramente.

Si parte sulla costa ovest con i Pharcyde ed il loro classico Runnin’ appunto, prodotto dall’immortale producer di Detroit J Dilla che ricomparirà in altri brani. Via quindi con i Blackstreet ed il loro unico pezzo degno di nota (No Diggity ovvio), non a caso produce Dr. Dre, e sempre a Los Angeles siamo. Doon’it di Common e You can’t ride but you can run, esortano poi a correre senza pensarci troppo su, just do it dicono Common e i Dilated Peoples tra Chicago e Los Angeles ancora. Tocca quindi ai due parolieri per eccellenza della storia del rap, Busta Rhymes prima e Pharahoahe Monch dopo (fuori dal rap lui sarebbe pure balbuziente, prova che il ritmo può fare la differenza in più campi), alzare il ritmo e di conseguenza i BPM.


Pharahoahe Monch

E prima del rientro del rapper-attore Common con la sua The Light, pezzo tra i più significativi della storia dell’hiphop di matrice soul/jazz (produce sempre J Dilla) ci pensano gli Outkast, il duo di Atlanta, con la loro folle B.O.B. (che sta per Bombe su Bagdad) ad accellerare alla follia i battiti.
Still Dre, Da Joint e Rap Superstar sono dei grandi classici che non hanno grande bisogno di introduzione e comparirebbero nelle playlist rap all time di chiunque, mentre  He Got Game, pezzo che racconta la corsa al successo del protagonista dell’omonimo film di Spike Lee nel film di basket più significativo ogni epoca, e E=MC2, sono due classici alternativi, per cultori.

Outkast

Da Full Clip a California Love vanno poi in scena delle mine dell’hiphop old school che raccontano la storia di Tupac il maestro figlio delle black panther, la poetica newyorkese dei Gangstarr, la new york più stradaiola di Biggie Small e di Methodman & Redman: pezzi che usciti bene o male tutti tra il 94 ed il 98, hanno ridefinito suono ed estetica black per sempre.
Portano un po’ di funk quindi i Geto Boys, Lauryn Hill e soprattutto i Jurassic 5, gruppo della Bay Area degno erede del funkettonissimmo George Clinton e what if per eccellenza del mondo G-Funk alla Snoop Dogg.

WuTang Clan

Tra The Heist del duo Dilla + Madlib e Cream del WuTag Clan troviamo poi un excursus tra i beat più storti ed allo stesso tempo marci della sponda est, con un interludio di Eminem e Dr Dre con il loro Forgot About Dre, pezzo che nel ’98 fece conoscere al mondo main stream il talento del rapper bianco di Detroit prima del lancio del suo primo album ufficiale Shady LP. 
Nas con World is Yours e Biggie con Juicy ci ricordano poi tra chi fosse la vera battaglia per il miglior flow di new-york nei primi anni 90, prima della scomparsa di Notorious.

Rakim

Il pezzo di Rakim Guess who’s back è li però a testimoniare come anche l’autore del seminale The 18th letter, nonostante non abbia mai raggiunto la notorietà del grande pubblico, potesse dire la sua con i migliori in fatto di flow ed interpretazione. Da Bed Stuy Brooklyn arriva poi il più matto, talentuoso e sfortunato dei rapper della Mela, Ol’Dirty Bastard che con Shimmy Shimmy Ya (pezzo purtroppo alla mercé dei peggiori dj del pianeta che ne hanno fatto un pezzo pop dance) ha fatto ballare generazione di clubbers. CREAM e Wu Tang Clan ain’t nothing to fuck with portano poi il crack nelle strade e la dopamina alle stelle.

Mobb Dep

Mentre i Mobb Deep suonano uno dei pezzi classici delle jam hiphop di tutto il globo, Shook Ones, pezzo che ha avuto una seconda vita anche dopo il 2003 grazie alla comparsata come base portante delle battles di freestyles nel film 8Mile. E proprio Eminem, attore in quel film, è autore di uno dei pezzi da allenamento per eccellenza: ‘Till I Collapse, fino alla fine, fino a che tutto cade. Chiude il pezzo più underground di tutti, prodotto dal producer per eccellenza di Brooklyn, EL-P, A b-boy Alpha del duo Cannibal OX, tra le meteore più importanti della storia della musica black, tra i pezzi più seminali, sincopati e asincroni della storia del rap. Ce n’è per tutti i gusti, basta iniziare a correre. Keep running, keep it real.

Coach Grazielli – OLD SCHOOL HARDCORE

Con il ritorno degli anni ’80 imposto dal fashion biz, sembra che allora tutto fosse magnifico, scintillante e creativo. Beh, siccome io ci ho fatto l’adolescenza negli anni ’80, vi posso dire che non era assolutamente così: dopo la decade dei grandi sogni e ideali, e quella in cui gli ideali si erano scontrati con violenza contro un muro, gli anni ’80 hanno sdoganato tutto quanto di più becero, individualista, edonistico ci fosse.

La cultura mainstream faceva assolutamente schifo, e se anche solo avevi una linea di pensiero minimamente non conforme, eri un disadattato. Pur non avendo mai avuto un animo ribelle, non me n’è mai fregato niente della musica di plastica che proponeva Discoring o le orribili prime radio commerciali. Quando finalmente, tramite lo skate, ho scoperto che c’era gente più o meno come me che faceva musica veloce, aggressiva, con dei testi sensati, ci sono rimasto attaccato.

Sono stati anni fantastici, in Italia la scena hardcore era una comunità unita, ci si conosceva praticamente tutti: si girava per i pochi concerti, ci si scriveva via lettera, compravamo i dischi spedendo i soldi in busta e si viveva per la “scena”. Senza troppi problemi.

Un tipico fine settimana early nineties… GB a Bologna.

Prendevamo in giro i metallari e i fricchettoni, non sopportavamo i discotecari, la musica pop italiana era vista come uno dei grandi mali della nazione e tendenzialmente venivamo emarginati anche perché la gente non sapeva/capiva cosa volevamo, ma siccome in fondo eravamo tutti bravi ragazzi, non davamo neanche troppo fastidio.

Nell’arco di trent’anni, ho imparato ad apprezzare tanti altri generi musicali: il metal continua a farmi schifo e i metallari (sorry guys) continuano a vincere il premio delle persone peggio vestite al mondo, ma tutto quello che è ’60-’70 mi si è finalmente rivelato (continuo ad odiare i fricchettoni). La musica elettronica è diventata una costante della mia colonna musicale, ho solo imparato ad andare a “cercare” quella giusta. Ho smesso di combattere contro la musica jamaicana e a forza di ascoltarla continuamente alle feste (Genova è sempre stata un fulcro della scena ska/rocksteady/reggae) me la sono anche fatta piacere. Ho persino scovato delle cose geniali nel pop italiano. Il jazz, quello lo ascoltavo già di nascosto negli anni giovanili.

Ma alla fine, se salite sulla mia macchina (che non ho più) troverete sempre gli stessi CD di 30 anni fa: quella è stata la mia colonna sonora crescendo, e a grandi linee è la stessa di adesso. Qui trovate una breve selezione essenziale di cosa gira giorno dopo giorno nelle mie orecchie.

P.S. Quei maledetti pantaloni a vita alta che stavano male a tutti negli anni ’80… continuano a stare male a tutti nel 2018. Volete davvero tornare a vestirvi così?

Il viaggio inizia con i più grandi di sempre. Da Washington DC, sono i Bad Brains con l’inno Banned in DC: tutto quello che avete mai chiesto ad una canzone hardcore, e la playlist potrebbe fermarsi qui.
Altra band che ha influenzato generazioni di hardcorers, ancora Washington DC, sono i Minor Threat di Ian MacKaye. Controcorrente, sempre, come la pecora nera della copertina di Out of Step da cui viene Betray.
I Void avevano invece una visione già molto più oscura, intimista: li metto perché è un pezzo micidiale e anche perché piace pure a Paco.
Dei tanti gruppi di Washington, io ho sempre avuto un debole per i Dag Nasty, qui nella versione migliore con Dave Smalley (che ritroveremo anche più sotto) alla voce. Melodia senza togliere nulla alla potenza e immediatezza di un pezzo unico ed un album fantastico.

Bad Brains

Nel frattempo in California c’era la scena punk che sfoggiava gruppi storici: i Black Flag meriterebbero una playlist a parte, ma qui sono al meglio con Rollins alla voce e l’attacco di Rise Above che apre su due minuti di pura tortura. Più melodici ma graffianti gli Adolescents, altra band leggendaria.

Se ascoltavi HC nel periodo 88-92, sai che il fulcro della rinascita del movimento HC è stato uno solo: New York. CBGB’s, Ritz, Bowery… a noi dall’altra parte dell’oceano non restava che sognare le gesta dei vari John Joseph, Ray Cappo o Civ. Apro con l’inno assoluto alla malvagità, Malfunction dei Cro-Mags è una delle canzoni più cattive e disperate che abbia mai girato sul mio piatto.

Cro Mags

Ma è con gli Youth of Today che il malessere giovanile trova uno sbocco positivo e la volontà di costruire un nuovo mondo: Disengage è uno dei pezzi più tardi e mostra già la direzione che poi prenderanno alcuni membri che si avvicineranno al movimento Hare Krsna (no joke), ma musicalmente è favolosa. I Judge erano forse il contraltare di quello che erano gli Youth of Today: molta più pesantezza, molta più rabbia. Dal punto di vista prettamente musicale il loro 7″ ed il seguente LP restano, a mio parere personale, ineguagliati, un perfetto mix di hardcore classico e tempi più lenti con influenza (solo influenza) metal. Ma se dovessi dire un singolo disco che rappresenta al meglio cos’è l’HC per me, dovrei scegliere Start Today dei Gorilla Biscuits, e se dovessi limitarmi ad una singola canzone, beh, allora è Start Today. Penso di poter nominare qualche centinaio di persone a cui basta una nota accennata della intro di tromba per creare un pit infernale. Assoluta.

Gorilla Biscuits

Nella costa Ovest le cose si muovevano comunque. Gli Uniform Choice sfornavano un LP che era un concentrato perfetto di velocità, melodia e testi militanti, con i No For An Answer a raccogliere la loro eredità e mettendoci dentro la voce inconfondibile di Dan O’Mahoney. Ma per noi giovani straight edge, il vero culto erano i Chain of Strenght: quel tempo di batteria lo riconosceresti ovunque e comunque. Per non dire di quanto eri cool a sfoggiare la t-shirt con il logo e le due barre. Inimitabile. Ma il sottoscritto ha sempre avuto un debole assoluto per gli Insted ed il loro Bonds of Friendship, album fantastico, veloce, melodico, graffiante e con dei testi meravigliosi.

Insted

Non sarebbe una vera carrellata di hardcore vecchia scuola, senza qualche buon vecchio gruppo di Boston: io parto con i DYS solo perché gli SSD non sono su Spotify, ma entrambi meriterebbero una canzone. E poi i Jerry’s Kids perché I don’t belong è un inno generazionale.
Controversi ed ironici, gli Slapshot del buon Choke trovano assolutamente spazio, il loro primo LP sono sette canzoni una più bella dell’altra, ma se parliamo di vera ironia, concludo con Alcohol dei Gang Green, tanto per ricordare che l’HC, un po’come la corsa, non è una cosa così seria: “you’ve got the beer, we’ve got the time, you’ve got the coke, gimmie a line!”