First Timers: Camilla Bolzoli – Tuscany Crossing 103k

Una parte importante del nostro lavoro di Coach, è quello di aiutare i nostri atleti a raggiungere un obbiettivo. A volte è un tempo, un piazzamento, un risultato, e la soddisfazione di vederli raggiunti (quando succede) è enorme. Ma la cosa più bella è quando lavoriamo per le “prime volte”: la prima volta oltre la maratona, la prima volta oltre la tripla cifra, la prima volta su cento miglia. Perché si fa insieme un percorso verso l’ignoto, e poi si lascia andare l’atleta da solo a scoprire qualcosa. E così abbiamo deciso di inaugurare la rubrica dei First Timers, dove i nostri atleti raccontano la loro prima volta.

Il mio viaggio nel mondo di Destination Unknown è iniziato in Aprile 2021, senza una destinazione precisa se non quella di aumentare le distanze.

Fino a quel momento, infatti, corricchiavo per conto mio, senza aver mai fatto veri allenamenti e la gara più lunga ed impegnativa portata a termine era stata la Dolomiti Brenta Trail nel 2019 (45 km e 2.800+).

Dentro di me, già da tempo, sentivo forte il desiderio di percorrere una lunga distanza: volevo avventurarmi in una zona a me sconosciuta ma che mi affascinava tantissimo. Ero ben consapevole, però, che da sola non avrei saputo come cominciare.

Mi ricordo quando, dopo due mesi di allenamenti, scrissi a Paco che nel 2022 avrei voluto preparare una 100 km. La sua risposta mi ha spiazzata: “Il prossimo anno? Ma è troppo lontano. Troviamo una gara adatta a te in autunno”. Ho riletto quel messaggio per giorni e, non conoscendolo di persona, mi sono chiesta se volesse eliminarmi in qualche modo o se stesse pensando di rispondere ad un’altra persona…

Zitta zitta (anche perché, in quel periodo, non si vedevano ancora gare all’orizzonte) ho continuato i miei allenamenti. In sei mesi ho saltato solo un’uscita: un po’ perché quando decido di raggiungere un obiettivo faccio di tutto per ottenerlo ma, soprattutto, perché questi workout – giorno dopo giorno – sono diventati parte integrante della mia vita quotidiana.

Un caldo pomeriggio di fine Luglio, sui social mi compare “Tuscany Crossing”, 24/25 Settembre, 103 Km 3.400+.

Subito scrivo a Paco: “Dici che posso farla? Sincero eh”. Risposta: “Vai Cami!!”. Nel giro di dieci minuti mi ero già iscritta (da “brava” persona impulsiva che ha passato il giorno dopo a chiedersi che enorme cazzata avesse fatto!).

Da quella decisione iniziano 2 mesi di allenamenti quotidiani ed intesi: una mole di lavoro che pensavo fosse fuori dalla mia portata ma che, sorprendentemente, sono riuscita a reggere senza mai sentirmi stanca o affaticata (solo affamata, quello tanto!!).

Lì è iniziata la mia prima 100 Km.

Soffrendo molto il caldo (a Brescia è anche particolarmente umido), ogni mattina mi alzavo tra le 4.45 e le 5 e uscivo. I lunghi mi aspettavano nel weekend (o, forse, ero io che li aspettavo con grande entusiasmo). Mi sono sempre allenata da sola, anche se sola non mi sono mai sentita. Non ho mai cambiato zona, sia su strada sia su sentiero: non trovavo il senso di fare km in auto per una gara che non richiedeva una specifica preparazione tecnica. Mi sono detta: vuoi fare 100 km in Toscana? Ok, inizia con lasciare giù l’auto e raggiungi i posti a piedi. Così ho allenato anche la mente.

Su questi percorsi (sempre in salita, perlopiù corribile) ho imparato a conoscere il mio corpo e la mia testa.

Sulle strade deserte eravamo io, le solite 3 canzoni sparate a tutto volume senza auricolari, la luna e il canto dei grilli (sì, a quell’ora c’erano ancora i grilli e non le cicale! Il gallo stava ancora dormendo).

Sapevo esattamente a che tornante avrei sofferto di più, a quale curva avrei potuto godere di una meravigliosa alba e di quel magico momento che la precede. Ho riempito il mio cuore di emozioni intense che mi hanno dato la carica per vivere le giornate: arrivare al lavoro con questa energia è impagabile.

Durante i lunghi ho dovuto rivedere la mia alimentazione: fino a quel momento non avevo mai usato gel, barrette, sali minerali e maltodestrine. Alla prima crisi, con Paco abbiamo dovuto trovare un piano B. Anche queste “prove” sono state fondamentali per poi sapermi gestire in gara.

Due settimane prima del fatidico giorno, ogni paura è magicamente passata: avevo solo una gran voglia di partire, ero molto carica sia fisicamente sia psicologicamente. Ero consapevole che, da quel momento in poi, il buon andamento della gara dipendeva solo ed esclusivamente da me (oltre che, ovviamente, da una buona dose di fortuna – perché sapevo che le variabili potevano essere tante e non era possibile pianificarle tutte).

Ci tengo a dire che con Paco c’è stata intesa fin dall’inizio ma, in questi due mesi, ho capito che il bravo coach non è (solo) quello che ti fa arrivare al traguardo ma, soprattutto, quella persona che – nei giorni antecedenti alla gara – ti fa sentire motivato e soddisfatto di quello che hai vissuto fino a quel momento. Per me è stato una grande percorso di crescita personale. Paco c’è sempre stato, senza che glielo chiedessi. Sinceramente, non conoscendoci di persona, ancora mi chiedo come facesse a capire quando era il momento esatto in cui avevo bisogno di lui.

Del Tuscany, che dire?

Siamo partiti alle 5.30 (orario per me perfetto), in uno scenario che sembrava un dipinto. Un’alba indescrivibile. Molti si fermavano a fare le foto ma io ho preferito godermi quello spettacolo solo con gli occhi e con il cuore: non è possibile racchiudere tanta bellezza in uno scatto. Vale la pena viverlo, soprattutto dopo 1 anno e mezzo di Covid che ci ha privato di meraviglia e di speranza.

In gara non ho mai pensato di non potercela fare, nemmeno nei momenti di difficoltà: il caldo l’ha fatta da padrone per più di metà giornata ma, una costante idratazione e “docce” improvvisate mi hanno permesso di non sentirmi male. Purtroppo non mi sono goduta gli ultimi 25 km per un forte dolore al ginocchio ma ho riflettuto sul fatto che, in fondo, mancavano “solo” 25 km (a proposito, quanto è lungo anche un solo km quando non stai bene?!?!?!) e che ero fortunata ad essere stata in forma fino a quel momento.

Sinceramente non ho vissuto questa gara come un viaggio: in mezzo a tante persone non era possibile… Il vero viaggio, per me, è racchiuso nei mesi di preparazione.

Ah, dimenticavo un particolare: fino a qualche giorno prima del Tuscany Crossing, avevo detto di questa sfida a pochissime persone. Era un mio sogno e volevo viverlo nel profondo.

E così, quando ho oltrepassato il traguardo, ho trovato ad accogliermi la mia felicità, mista a soddisfazione e incredulità.

Le lacrime? Quelle sono arrivate qualche giorno dopo: lacrime di liberazione di emozioni forti.

La soddisfazione più grande? Aver ripreso gli allenamenti, era tutto ciò che desideravo.

Coach Gentilucci, Tuscany Crossing 50k, 2nd place.
Dovunque tu sia, “continua a correre, testa di c***o”. I tuoi atleti continuano a farlo.

Amore GR-anitico

Nel cuore aspro della Corsica, distante dalle più famose località balneari del Mediterraneo della vicina Sardegna, si nasconde uno dei percorsi trail-hiking più maestosi e impegnativi d’Europa (qualcuno non si è fatto problemi a definirlo il più difficile del continente, ma era un Francese e sappiamo che esagerano sempre, specie quando si parla di territorio nazionale); il GR 20 è un sentiero o meglio: una Gran Randonneè di circa 180 km e approssimativamente 13’000 metri di dislivello che collega Calenzana a Conca con una progressione dal Nord Ovest al Sud Est dell’isola. A dominare il percorso sono creste e graniti, un ‘seghetto’ di salita e discesa impegnativo con passaggi di media esposizione che lo rendono consigliabile a chi sa destreggiarsi in montagna con una buona esperienza. Neanche a dirlo, come tutti i percorsi duri anche solo in modalità Trekking di più giorni, ci deve essere chi decide di provare l’attraversata in un single-push e negli anni grandi nomi si sono accaparrati il record: nei tempi femminili l’unico ufficiale registrato è un 41 ore e 20 di Emilie Lecomte (nel 2012), mentre tra gli uomini dopo le 32 ore di Guillame Peretti e Kilian Jornet in 32 h e 54 min, il miglior tempo è rimasto per diverso tempo a François D’Haene con 31 ore spaccate (2016). Fortuna che l’attenzione per i FKT si è alzata nella Covid-era, e un nuovo nome si è preso il primato proprio quest’anno: Lambert Santelli con il tempo di 30 ore e 25 minuti.

Anche DU se ne è andata in avanscoperta, con l’inviato speciale nonchè new Coach, Andrea.

Scritto da Andrea Tarlao.

Era ancora presto per ricominciare con la fase di allenamento di ripetute solita della stagione invernale e l’energia e motivazione erano ancora sufficienti per potersi imbarcare in un ultimo progetto.

Era la prima settima di ottobre, quando per puro caso un amico mi ha proposto di passare qualche tempo in Corsica. Poco ci ha messo a farsi viva l’idea di provare a correre il GR20.

Una breve ricerca su internet, una chiamata con il mio coach ed ecco pronto un bel piano di attacco. I tempi si, erano stretti dopo l’ultima avventura in Svizzera ma a me piacciono queste sfide dove la linea tra successo ed insuccesso si assottiglia.

Partenza prevista per il tracciato prima settimana di Novembre, arrivo .. sperabilmente non più di 50 ore dopo.

Insomma mi aspettavano dure settimane di allenamento e programmazione. Gli allenamenti duri in genere non mi danno problemi, anzi, avere un progetto tiene alta la motivazione e costanza. E’ sulla programmazione che sono una frana. Solitamente quando faccio i miei lunghi non dedico tempo a studiare il percorso.

Ho ordinato una mappa ed una guida del trekking ( che per qualche motivo mi è arrivata in Francese), ma credo di aver speso più tempo a guardare le foto per capire realmente come potesse essere il tipo di terreno che a leggere la descrizione delle varie tappe, d’altronde anche nel mondo dell’ Ultrarunning la tecnicità è soggettiva e va in base all’esperienza.

Le cose che realmente mi interessava sapere prima di cominciare la corsa erano poche ed essenziali, per il resto mi piaceva la sensazione di avventura.

-Condizioni meteo

-Fonti d’acqua (se ne trovano lungo il percorso in questo periodo, sono ruscelli e fiumiciattoli di montagna più qualche fonte vicino ai rifugi)

-Possibili ristori (rifugi chiusi da ottobre)

Data la situazione rifugi ed il budget economico pressoché nullo per il mio obiettivo ho deciso di lasciare una drop-bag al km 100 circa, quando il sentiero incrocia la strada per la terza ed ultima volta lungo la parte nord del percorso, prima di cominciare la cosiddetta parte sud.

La mia drop-bag era minimal come tutta l’organizzazione e conteneva:

-40gel

-patate lesse ed un po’ di riso in bianco

-calzini di ricambio

-batterie per la mia frontale

Continuavo a guardare il meteo e pareva che un’ ondata molto fredda stesse arrivando, solita chiamata al coach per riferirgli che la mia partenza era stata anticipata causa meteo al 19 Ottobre, come sempre le parole di Paco sono state di grande aiuto: “Vai , goditela e prenditela con calma, sarà un esperienza unica.. le gambe non sono al 100% però di testa ne hai!” Finisco i preparativi usando la mia solita check list per verificare se ho dimenticato qualcosa:

  • 40 gel
  • frutta secca
  • tramezzino (1 con formaggio)
  • pillole di magnesio e potassio
  • giacca a vento
  • pantaloni lunghi
  • maglia termica
  • maglietta di ricambio
  • buff
  • guanti
  • bastoncini
  • pile per frontale ( questa volta opto per le duracell e non per le ricaricabili petzel, le prime durano una notte intera)
  • carta igienica
  • accendino
  • telefono cellulare ( anche se non si ha linea se non vicino ai punti dove si incrociano le strade)
  • mappa del percorso

Il giorno successivo mi faccio accompagnare a Calenzana da un amico.

Si parte….

Parto piano lascio che le gambe si riscaldino al meglio, i primi km sono in salita però il terreno è ottimo, una corsa su un tipico sentierino di montagna. Cerco di mantenere un passo costante raggiungo la mia prima vetta “Bocca U Saltu” (1250Mt).

Da qua comincia una lunga traversata con qualche sali e scendi prima di arrivare al primo rifugio dove si trova una fonte.

La seconda tappa è quella che mi ha rallentato: una magnifica rampa granitica ed una traversata su cresta a mio parere non molto corribile, dove forse considerata l’anzianità delle mie scarpe ho cominciato a sentire un leggero dolore al ginocchio destro. Mi siedo prendo una pausa, respiro a fondo e spero che il dolore rimanga stabile.. ovviamente si sa che quando comincia un dolore difficilmente rimane stabile, ma aumenta.

Così come aumenta il dolore aumenta la difficoltà del percorso, ed ora ho una lunga discesa sassosa per arrivare a Haut Asco , dove deciderò a malincuore di fermarmi prima di causare ulteriori danni al corpo forzando una postura non più naturale.

Che dire, la mia avventura e’durata davvero poco. Ma dopo tutta la pianificazione, e dopo aver visto in che ambiente magnifico si sviluppa il GR 20, non posso non ritornare: alla prossima cara Corsica.

Sembra che dovremo torkare, Aska!

Wannabe a Viandante

La corsa è una cosa incredibilmente semplice. Quello che però ci affascina, è il significato che ciascuno di noi sa trovargli all’interno della propria vita. Come runner e come allenatori, è sempre affascinante scavare più a fondo, cercare di capire dove un semplice gesto atletico è capace di trasportarci. Forse per questo, forse perché il Viandante è uno di quei sentieri che avrei sempre voluto fare ma che non ho ancora smarcato, forse per l’essenzialità con cui se l’è vissuta Alessio, ma il suo racconto del sentiero del Viandante ha toccato le corde giuste. Quindi godetevi anche voi le sue parole e continuate a scavare. Coach D

Scritto da Alessio Di Pierdomenico.

5:50 AM: vibra il cellulare e rotoli giù dal letto.

Via il sonno e su la divisa, ovatta sotto i piedi in stile ninja e andare: fuori di casa dove tutto è pronto.

Non stancano mai le albe, con qualsiasi meteo. In soli otto mesi hai compreso che tutti i giorni possono partire nel migliore dei modi… E ora è difficile farne a meno.
Non importa se ti serve la frontale per trovare la traccia perché sei sempre nel tuo elemento. E la temperatura non fa mai paura: se hai dimenticato qualche strato, ti basta spingere un po’di più.

Nonostante il momento storico in cui ti trovi, non ti sei tirato indietro dall’inseguire una cosa nuova a cui dedicarti con tenacia e, soprattutto, hai capito che son tutte magnifiche prime volte quando, zuppo di sudore, rincasi e riponi le scarpette.

I mesi di quella brutta roba che il Coach chiama ‘ciclo’ volano coi km, anche quando non sembra. Anche d’inverno. È già tempo di testare tempi più lunghi sulle gambe e inizi a domandarti “Come risponderà il tuo corpo?” o “Cosa passerà dietro i tuoi lobi frontali di fronte tutte quelle ore a zonzo?”.

Sono lecite preoccupazioni, se la tua storia sportiva è stata per vent’anni legata a un rettangolo di erba verde. Anni in cui l’attività in sé era l’occasione per condividere e crescere. Poi però la magia ha iniziato a sbiadire… L’agonismo ha preso spazio alla spensieratezza e ti sei sentito pronto ad appendere la divisa; quasi dieci anni passano senza che nessuno sport ti coinvolga veramente.. Senza qualcosa da guardare con lungimiranza.

Poi, il caso, fa sì che ti imbatta in un libro e inizi a divorarne altri… Leggi articoli, ti butti su video, documentari e film. Semplicemente rimani folgorato e senza spiegarti il motivo capisci che vuoi a tutti costi entrare a far parte di quello strambo mondo fatto di vesciche e unghie che cadono.

Correre può insegnare a essere umili e farti capire che il sostegno alla crescita deve arrivare da un qualcuno in grado di guidarti dopo l’imprinting… E se hai la fortuna di trovare qualcuno che ti fa contemporaneamente da coach e da mentore, allora hai imboccato la via giusta!

Il battesimo di fuoco lo fissi dopo che ti imbatti nella parola “Viandante”, nel vocabolario come “persona che passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani”… Praticamente descrive la tua idea di ultra e lo fa proiettando nella mente una visione poetica di Te stesso, in pellegrinaggio per il puro divertimento di farlo, esplorando senza assilli.

Così scopri che sulla strada per la casa in montagna esiste uno splendido cammino tracciato chiamato Sentiero del Viandante. I segnali vanno assecondati, sempre!

E allora ti godi tutto, a partire dalla preparazione dell’evento: studio della traccia, strategia di passo sul percorso, alimentazione e idratazione, gestione degli imprevisti. Impari ad apprezzare meglio anche gli sforzi amorevoli di chi ti sopporta con il sorriso tutti i giorni, tra macchinate di capi tecnici, capitali spesi in gel, podcast a tema e S&C casalingo… La stessa moglie che la mattina presto di un sabato di metà Aprile ti scorta all’inizio della via, in quel di Abbadia Lariana.

La mattinata è fresca, limpida e scorre veloce nell’ammirare tutte le sfumature dei belvedere affacciati sul lago. La traccia è scolpita nell’amato sottobosco che zigzaga alla base delle guglie calcaree delle Grigne. Il sole scalda anche più di quello che ci si aspettava, ma si beve e mangia regolarmente e questo sembra bastare per mantenere alta la motivazione.

È incredibile come una superstrada percorsa in auto decine di volte all’anno abbia sempre celato quei paesaggi laghee, fatti di paeselli di riviera arroccati, muri a secco e ville nobiliari. È una cerniera di mulattiere e sentieri che unisce i due estremi di questo mondo: acqua e montagna.

La percezione di quello che vedi e senti si perde nei meandri della mente quando trovi quel flow che aziona i piedi in maniera meccanica e automatica… Le immagini, i rumori e i profumi ti elevano a uno stato di pace mentale che sa di inconscio e profondamente intimo, quasi primordiale.

Dopo aver percorso i boschi sopra l’insenatura del laghetto di Piona, comprendi che il sentiero sta per virare deciso verso la bassa Valtellina quando il massiccio campanile della Chiesa della Madonna di Valpozzo inizia a svettare tra le fronde dei castagni.

E dopo tutte quelle ore non puoi che desiderare il dolce bentornato della tua famiglia: quando i tuoi due devoti whippet ti si scagliano addosso a tutta, anticipando con piacere la finish line sai di essere arrivato, ad attenderti tua moglie e un meritatissimo pacco di patatine!

____________________________________________________________________________

Nota a margine: dati tecnici del percorso.

Distanza: 45 km

Elevazione: 2500 d+ / 2500 d-

Località di partenza: Abbadia Lariana

Località di arrivo: Piantedo

Traccia GPX: https://connect.garmin.com/modern/course/51076546

Difficoltà: E (che vuol dire ‘esticazzi?’: per tutti)

Drop that bag

Sempre più spesso le gare danno la possibilità agli atleti di avere sul percorso delle drop bags (o per dirla all’italiana, la famosa “sacca”).

Che cos’è? Semplicissimo, una o più sacche dove mettere dentro materiale che potrà venirvi utile durante la gara , che va consegnata prima della partenza (informarsi bene sulle tempistiche, mi raccomando) e che troverete in una o più aid station (o per dirla anche qui all’italiana, ai “ristori”). In qualche gara lunghissima (vedi Tor), avrete la stessa consegnata in ogni base vita, ma nella maggior parte delle gare ne avrete una per ogni aid station dove è prevista. Al massimo, se il percorso prevede di ripassare in certi punti, avrete accesso alla stessa borsa due o più volte.

Le sacche spesso sono lasciate all’aperto, ma anche solo durante il trasporto sono talvolta esposte alle intemperie: regolatevi di conseguenza. E fate anche attenzione che le gare che non forniscono direttamente un sacco (come fa UTMB/TDS) talvolta prevedono delle misure massime per evitare che qualcuno esageri e metta dei veri e propri bauli (vi garantisco che in America abbiamo visto di tutto messo nelle Aid Stations, dal sacchetto dell’immondizia alla scatola di plastica con lucchetto.

Ricordatevi di mettere numero di gara, nome e cognome e per non sbagliare anche a quale Aid Station è destinata. Ma soprattutto, informatevi anche su quando andare a riprenderle: ad ogni gara c’è una pila di borse non reclamate che vengono giustamente cestinate, se tenete a quello che avete dentro, pensateci prima!

“No, la mia è quella a destra di quella rossa!” Montane Lakeland 100 – All photos by Mari

Vediamo cosa mettono nella sacca gli allenatori di Destination Unknown…

Tommaso Tommy Bassa

Da LUT alle 100 miglia, da Mozart alla TDS ho sempre impostato la drop bag in maniera che contenesse sì lo stretto indispensabile, ma che fosse pronta secondo diversi aspetti:

qualcosa di utile: vestiti di ricambio, soprattutto nell’eventualità di doversi cambiare più del previsto (e a tenerli nella drop bag si risparmia volume nello zainetto), magari una giacca extra ad esempio o quell’intimo tecnico che in mezza stagione ti permette di affrontare la seconda parte di gara asciutto e di buon umore, invece che lercio, specie se ci si attarda in tante ore di gara.
qualcosa di necessario: solitamente nutrizione. Voglio utilizzare in gara le cose che piacciono a me, avere una scorta in base vita dei miei gel preferiti o di quell’integratore che so potrà aiutarmi in caso di crisi farà sempre la differenza (o per lo meno so non mi darà fastidio). 
qualcosa di vitale: crema anti chafing per dare un ‘ritocco’ ai punti critici o magari ai piedi, con un bel cambio calzino annesso se voglio prendermela comoda e fare le cose fatte bene (specie in condizioni di bagnato questo passaggio può cambiare radicalmente l’esperienza). E poi ancora un bel kit di pronto soccorso che comprenda veramente cose utili come delle forbicine e un cerotto idrocolloide come il DuoDerm Extra Sottile (si trova in farmacia). Si tratta di un cerotto con principio attivo simile a quello dei più famosi Compeed, ma a differenza di questi non si gonfia a contatto con la cute lesa o con una vescica, e quindi non occupa spazio nella scarpa: spesso il Compeed quando entra in azione crea spessori e volumi indesiderati, aggiungendo fastidi e frizioni che alla testa proprio non piace sopportare durante un’ultra.
qualcosa di inutile: che so per certo non userò mai ma che deve stare lì ‘perchè sì, perchè alla testa serve avere quella sicurezza’. A volte è un paio di scarpe in più, altre è un bastoncino spaiato nel caso di rotture (memento di una sezione di TDS senza un bastoncino, ndr) molte volte è una lampada frontale o delle batterie di ricambio per fronteggiare ogni evenienza.
qualcosa di extra: tendenzialmente la carta resurrezione. Ognuno ne ha una, io faccio in modo di averla sempre in sacca, ad ogni gara.

Quale sarà la vostra?

Francesco Paco Gentilucci

Nella mia drop bag, tendenzialmente, cerco di mettere cibo che so che potrebbe andare giù anche se non sto bene di pancia e che non trovo ai ristori, oltre ad abbigliamento di riserva.

Essenziali:

– calzini di ricambio
– maglia di ricambio
– berretto invernale di ricambio (anche se corro sul deserto)
– almeno mezzo litro di te alla pesca (per qualche ragione alle aid stations non c’è mai)
– panini con avocado e hummus
– nastro americano (ripara ogni cosa, dai bastoncini ai piedi)
– almeno 3 snickers / un pacchetto di OREO
– spazzolino da denti e dentrificio, soprattutto se incontrerò la drop all’alba (mi piace correre con i denti puliti)
– liquirizia. Sia in caramelle gommose (liquirizie ripiene) che 100% pura

Non è sempre così facile gestire un migliaio di drop bags – UTMB TDS

Andrea Guglielmetti

La mia generalmente contiene molte cose che non mi serviranno, ma che so potrebbero aiutarmi a partire più tranquillo: perché non succede…ma se succede… sono pronto!

Non sempre possiamo fare affidamento sulla crew a cui affidiamo di tutto e di più, per cui capita di dover affrontare da soli tutta la gara: dal momento che le variabili da gestire in una ultra sono molte, una drop bag pensata bene potrebbe tornarci utile per risolvere in maniera semplice e veloce alcuni problemi e permetterci di spostare l’attenzione e la concentrazione sulla gara.

Essendo maniaco dell’ordine divido tutto in pacchettini con su scritto il contenuto così riesco a perdere meno tempo e a sprecare meno energie mentali in un momento magari di scarsa lucidità.

-un paio di scarpe con abbinati dei calzini asciutti: in situazioni di grande caldo o in una gara bagnata l’uno e/o l’altro potrebbero salvarti il piede.
-indumenti di ricambio: qualcosa di fresco, caldo, asciutto potrebbe migliorare la mia sensazione di comfort. Magari anche qualcosa di diverso per far fronte a mutate o non previste condizioni climatiche.
-riserva alimentare: per non appesantire lo zaino divido il mio fabbisogno di gel/barrette in funzione delle basi vita in cui troverò la drop bag (sempre con un piccolo extra).
-gear: un paio di bastoncini, una frontale, una flask, un bicchiere, lacci per scarpe.
-kit pronto soccorso: se ne trovano in commercio di molto compatti ed essenziali e a prezzi accessibili (cerotti, bende, forbici, …). Quello che non può mancarmi sono ago e filo per gestire le mie vesciche
-plus: preparo sempre un pacchetto “replica” del materiale obbligatorio che ho nello zaino. Dovesse capitare di usare qualcosa per non stare a ripiegarlo, per viaggiare più comodo, per averlo asciutto, ho pronto il sostituto completo.

E via che si riparte!

Andrea Tarlao

La mia esperienza su gare lunghe è ancora limitata, e così osservo spesso quello che hanno gli altri per rubare qualche idea.

Quello che però non deve mai mancare nella mia drop bag è questo:

– Quantità indefinita di gel (nella speranza di riuscire a mangiarne ancora ) 

– Vaselina 

– Calzini di ricambio (anche se la mia filosofia resta quella di non cambiarli anche se sento di avere delle vesciche, preferisco non intervenire sui piedi) 

– Cibo solido che possa ovviare alla nausea da gel 

– Scarpe di ricambio ( speciese so di dover attraversare nevai/guadi) 

– Spazzolino da denti 

– Mutande , maglietta e pantaloncini. 

– Pile di ricambio per frontale ( le mie previsioni raramente hanno un riscontro reale sulla durata della mia gara) 

Western States 100, la fila di drop bags più iconica al mondo.

Davide Grazielli

Drop bag, momento perfetto per sfogare tutta la mia maniacalità. Ma vedo sopra che sono in ottima compagnia.

Per me è sempre più una coperta di Linus che una reale necessità, perché nove volte su dieci prendo su il sacchetto con i gel e le pasticche di sali (che metto in una busta Ziploc già pronta) e non tocco altro. Ma quella singola volta su dieci in cui ho bisogno di altro, la drop bag mi salva la gara, o almeno mi evita qualche ora in completa sofferenza.

Siccome cerco di evitare il cambio scarpe in gara, non le ho mai messe nella drop bag. Però un paio di calze le infilo sempre: sembra sciocco, ma il piacere di un paio di calze pulite dopo 10 ore è impagabile. E lo so che non durerà tanto, ma è un boost al morale non da poco.

Altro punto essenziale per i piedi, ma non solo, è una buona crema: ultimamente ne ho usato una specifica per la corsa e mi sono trovato anche bene, ma sono andato avanti per anni con la crema allo zinco per il cambio pannolini ed è perfetta perché resiste all’acqua e non viene assorbita: negli hotel rubo i vasetti delle marmellate piccole e metto la crema lì dentro così ne ho uno per sacca.

Inserisco sempre delle pile di scorta per la frontale, e per evitare di perderle nella sacca le unisco con del nastro americano o del tensoplast (faccio lo stesso con quelle che metto nello zaino).

Solitamente non cambio t-shirt neanche nelle gare più lunghe, più facile che nelle drop metta un ricambio del secondo strato: se ho dovuto indossarlo vuole spesso dire che le condizioni climatiche non sono ottimali e che magari è bagnato fradicio. Di solito uso un capo di lana che anche bagnato tiene caldo, ma a livello di comfort mentale mettersi una maglia asciutta non ha prezzo.

Insomma, sto abbastanza sull’essenziale: cerco di evitare di perdere ore a pensare a cosa dovrei o non dovrei fare, ed è per questo che metto anche gel/sali già contati in un sacchetto, mi evita il fastidio di ragionare su quanti devo o non devo prenderne, specie in un momento dove la lucidità è quella che è. Però negli ultimi anni ho imparato a mettermi un piccolo “regalo” in ogni drop, che sia un micropanino o un pacchettino di patatine o degli anacardi, mi piace trovare qualcosa che spezzi la monotonia dei gel e delle bibite dolci.

Una certa “essenzialità” fa parte del mio modo di affrontare la gara: per questo anche a livello di drop bag, cerco di stare leggero. Meno con la borsa che lascio alla mia one-girl crew (e se chiedete a lei ricorderà sicuro qualche camminata con diversi chili a spalle sotto il sole cocente o il freddo pungente), ma questo è un altro discorso.

Un’idea banale ma che può salvare un po’di tempo? Mari mi dice sempre di usare borse dai colori vivaci e sgargianti, così le riconosco subito tra le altre: me ne ha cucito alcune con del tessuto Polartec arancio che sono impermeabili, comode da usare e che si notano immediatamente nel mucchio. Un buon consiglio per riutilizzare qualche vecchio guscio con le cuciture andate ma con il tessuto ancora buono.

Cosa c’è di più riconoscibile della borsa di Star Wars? Sci-Fi geek Luigi alla SDW 100.

Something I learned today: la settimana UTMB vista dal Coach.

Attesa da mesi di tabelle e grafici, preceduta da due settimane di sano panico, vissuta con l’intensità di un concerto hardcore: la settimana UTMB regala a noi allenatori ansie, gioie, dolori e stress. Tanto che il lunedì siamo sempre completamente svuotati di fronte allo schermo a chiederci se reggeremo un altro anno di Chamonix.

Eppure, ogni anno, ad un certo punto della stagione la questione si ripresenta: e allora bisogna ricominciare a mettere su il planning annuale a qualcuno, bisogna trovare una gara alternativa a qualcun’altro e la testa va già a prenotare dove stare l’ultima settimana di Agosto. Anno, dopo anno, dopo anno. Perché alla fine l’opportunità di vedere i propri atleti in gara, di condividere qualche momento sul percorso o all’arrivo, di stare un po’insieme, è troppo bella per essere lasciata: non capita spesso nel mondo ultra che l’allenatore possa vivere l’esperienza gara con il proprio atleta, e quindi quando si può, va colta al volo.

Cosa ci portiamo a casa da questo UTMB 2021? Lo abbiamo chiesto ai nostri allenatori: a ciascuno la sua visione, come al solito. Per proteggere gli innocenti sono stati evitati alcuni nomi… ma voi sapete chi siete, l’ira del Coach non vi risparmierà.

Chamonix non è solo stress e ansia eh…

Tommaso Tommy Bassa

Da ogni evento mi piace conservare qualcosa che arricchisca la cassetta degli attrezzi per le prossime occasioni e dopo una gara complessa e ricca di problematiche come una 100 Miglia, trarre degli insegnamenti viene sempre molto facile, figuriamoci quando il setting è quello di UTMB.
Un anno extra di attesa per la start line post pandemia, grandi aspettative e l’hype che questa grande kermesse promette alimentano tanti pensieri deleteri che anche negli atleti più tranquilli conducono a grandi agitazioni e aspettative: sarò all’altezza? mi comporterò bene? mi seguiranno? abbasserò il tempo del mio vicino di casa?

  • L’iper-preparazione che consegue a questo stato di agitazione è il primo pericolo che eventi popolari come UTMB si trascinano dietro, trasformando ogni partente in una potenziale bomba.  Presentarsi su quella start line con l’umiltà di conoscere i propri limiti e la convinzione di saper tirar fuori il meglio dalle proprie possibilità nel rispetto di un percorso difficile, rimane il miglior consiglio che continuerò a dare agli atleti che vogliono presentarsi a Chamonix l’ultimo weekend di Agosto. 

Quest’anno, sulla carta, poteva ospitare un’edizione più benevola di altre viste le condizioni meteo favorevoli: cielo terso, temperature diurne gradevoli al limite del vero caldo, terreno arso da settimane con scarse perturbazioni, e invece già alla base vita di Courmayeur i ritiri e gli atleti in estrema difficoltà erano più che abbondanti:

  • Non sempre avere con sè il semplice materiale obbligatorio è sufficiente: diventa importante continuare a raccomandare di affidarsi a prodotti caldi e adatti alla situazione (specie quando consigliano il Kit Freddo), avere con sè una giacca robusta extra e vestire un intimo più pesante che magari si può sostituire a Courmayeur con uno più leggero per la giornata davanti.
    Una prima nottata fredda, ventosa e inaspettatamente difficile ha tagliato il fiato a molti e costretto ai ripari i runners colti impreparati: ipotermia, difficoltà a mangiare e bere a causa di blocchi intestinali, difficoltà ad orientarsi nella nebbia: forse la fama di UTMB come gara dal percorso scorrevole e ‘facile’ ha spinto tanti a sottovalutare certe sezioni nella parte più delicata di ogni trail: la notte, specie in luoghi distanti dalle grandi basi vita come lo stretch in quota tra il Col de la Seigne e il Lac Combal, km 55-65.

Non voglio fermarmi solo a scelte di materiali, la strategie di gara chiaramente fa il suo sporco lavoro, perchè non conta solo come mi vesto nel momento del bisogno ma anche come mi comporto in certe situazioni:

  • Una condotta di gara al limite o un ritmo appena fuori dalle proprie possibilità non modulato sulla base dei fattori ambientali avversi (o favorevoli, in alcuni casi) può facilmente condurre fuori rotta e trasformare grandi sensazioni in miseri risultati nell’arco di qualche ora. Bisogna affrontare la prima metà di gara con calma e non lasciarsi andare: UTMB non è temuta per il suo gradiente tecnico, ma per la difficoltà di pacing e gestione che impone a tutti i partenti: sfinirsi di ritmi poco plausibili nei primi 50 km, inseguire i gruppetti sbagliati, fa sì che a metà gara avremo un serbatoio già drenato e dovremo fare affidamento alla riserva, rendendo il tutto fisicamente più difficoltoso. E quando il fisico va in crisi, c’è da avere una mente lucida per rimettersi in carreggiata e salvare la giornata, altrimenti si arriva al momento in cui ci si obbliga a prendere delle decisioni. E non sempre le cose vanno per il verso giusto arrivati a quel punto…

Il che mi conduce all’ultimo punto, il problem solving che ci viene richiesto quando tutto inizia a smontarsi e arriva il momento di fare i conti con le difficoltà o gli errori commessi.

  • Rimane fondamentale prendere decisioni senza fretta: talvolta sedersi, ragionare sulla situazione, considerare pros e cons può fare la differenza tra il gestire una crisi e rovinarsi un’esperienza. Nessuno vi corre dietro, rimanere fermi alla aid station per una decina, anche ventina di minuti e darsi il tempo di ricomporsi per proseguire non porta nessuna vergogna: dimostra solo di avere la freddezza di calcolare come muoversi di fronte al momento di crisi. Fare una telefonata, avere qualcuno che dia una raddrizzata all’umore, sono una estrema ratio che ogni tanto può salvarci da un ritiro motivato da questioni futili: mangiarsi le mani a posteriori per aver preso una decisione sbagliata è un ricordo che rimane indelebile, di quei 10 minuti passati seduti al ristoro per decidere il da farsi non si ricorda nessuno. 

Francesco Paco Gentilucci

Per quanto mi riguarda, avendo pochissimi atleti impegnati in gara, mi focalizzo su un aspetto dell’allenamento che ho avuto con Filippo, che secondo me ha ripagato molto.
La scelta del piano sul lungo periodo, che va poi nella direzione di scegliere gli appuntamenti che più ci faranno trovare pronti all’evento “A” è molto importante. Filippo preparava UTMB e abbiamo scelto di fare un Translagorai Classic (che è un fkt collettivo e non una vera gara) invece che appunto una gara “ufficiale”.
Dopo l’inverno passato a lavorare sui ritmi veloci, culminato con una gara breve ma veramente dura, abbiamo iniziato a lavorare sull’endurance. Come ultimo punto prima della gara abbiamo appunto inserito Translagorai Classic, ma con coscienza, e questo credo che abbia di molto ripagato. Oltre ad aver potuto sperimentare la notte, tutto il materiale per UTMB e i problemi che ne conseguono per chi è abituato a correre di solito leggero (dal mal di schiena/addominali da zainetto, ai ritocchi sul materiale) il fatto di essere su un percorso “vero di montagna” e non in una gara con dei ristori organizzati credo che abbia dato a Filippo la capacità di problem-solving di cui parla Tommaso.

Se è vero che a livello di allenamento i km e il dislivello di una gara sono equiparabili, trovarsi in un sentiero che ti obbliga a spendere energie mentali dove non puoi distrarti, invece che correre semplicemente “verso il prossimo ristoro” è un’esperienza molto diversa.

Credo che questo aspetto abbia dato da una parte la tranquillità a Filippo di non sprecare mai energie mentali durante UTMB, ma di essere sicuro del lavoro fatto e delle dinamiche di gare in montagna, della distanza e dei problemi che sorgono (notte fredda/ crisi mentali) e di averlo messo nella condizione di correre in modo rilassato nel pieno delle sue possibilità.



Per la cronaca: ha fatto un garone.

Andrea Guglielmetti

La mia prima volta, il mio primo UTMB, è stato quello del 2017: mai prima di allora ero stato a Cham a vedere la corsa dal vivo. 24h one shot che mi hanno contagiato, e da lì non ne ho potuto più fare a meno! Con buona probabilità aver assistito a quella che ritengo sia stata “la gara” di sempre ha condizionato il mio modo di vivere la Settimana Santa del Trail e la trepidante attesa di Vangelis e dello show degli elite attorno al Bianco.

Nonostante la presenza continua negli anni di amici che si sono cimentati sulle varie distanze, ho sempre badato di più a godermi la competizione della gara regina, ma il 2021 mi ha regalato qualcosa di diverso. È stato il primo anno in cui ho partecipato da coach: è vero non avevo nessun atleta con il pettorale, ma il mio modo di vivere il weekend è stato completamente diverso. In maniera involontaria la mia attenzione si è focalizzata su tutta una serie di aspetti e di dettagli che prima avevo sempre trascurato e che mi hanno subito colpito, ma più di tutto sono stato in grado di vedere da spettatore esterno il rapporto che si crea tra atleta e coach, qualcosa che avevo già vissuto e che vivo tutt’ora ma dalla parte opposta della barricata. Dopo mesi di tabelle, workout, ragionamenti, confessioni e benedizioni, un viaggio durato settimane o mesi, in cui la gara è il concretizzarsi di tutto questo impegno, si crea un certo tipo di empatia, vengono abbattute barriere e si raggiunge una intimità strana e un livello di fiducia raro. Pochi istanti, sguardi e qualche parola di conforto: il coach, attore non protagonista, nel suo ruolo di guida spirituale, accoglie l’atleta in quei pochi momenti in cui ritorna alla realtà prima di rituffarsi al proprio interno in un mood in cui è solo con se stesso. Il piano gara è già stato ampiamente snocciolato nei mesi precedenti, e chi corre è preparato, ma si sa che questo sport riserva imprevisti e difficoltà che invece non sono prevedibili. Lucidità, tempestività e preparazione sono i requisiti richiesti al coach che deve sapere ascoltare e consigliare il proprio adepto, per ricaricarlo di quelle energie mentali e di quelle certezze che la fatica e la stanchezza fanno venire meno, che sono la linfa e che lo fanno ripartire più carico di prima. Quasi come se fossero gli unici due a capirsi in quel momento, gli unici due a poter parlare una lingua incomprensibile a tutti gli altri.

E quanta soddisfazione quando si taglia il traguardo, quanta soddisfazione nel vedere qualcuno realizzare il proprio sogno, quanta soddisfazione nel sentirsi dire grazie. Perché questo vale più di ogni cosa. Anche se però non sempre le cose vanno bene e non sempre si raggiunge l’obiettivo: senza che per forza si consideri tutto un fallimento, analizzare capire e spiegare, confrontarsi, serve a dar valore a quello che si è fatto e perché no, a riportare l’umore ad un livello accettabile, anche sospinti da nuovi e ritrovati stimoli verso la prossima volta.

Questo mi sono portato a casa, questo ho visto fare ai miei “colleghi”: e mi sono immaginato nei loro panni e per qualche momento li ho anche invidiati. Non tutto si impara sui libri, molto si impara sul campo, tanto deve essere vissuto!

Il conto alla rovescia è già partito: ci vediamo il prossimo anno Cham!

Maria Carla Ferrero

ADATTARSI penso sia il concetto che ha guidato qualsiasi gara che ho corso, o a cui ho fatto assistenza. Ancor più a Chamonix, dove gli atleti sulla TDS hanno dovuto fare i conti con un dramma vero: la morte di un ragazzo sul loro stesso percorso. Tutti gli altri “problemi” dal mal di stomaco, le vesciche, i quadricipiti andati, ai crampi si risolvono e lo sappiamo bene tutti, anche se in certi momenti li vediamo come questioni insormontabili ed irrisolvibili.

Detto questo, vi do la mia visione, avendo avuto l’opportunità di osservarvi, e sedermi con voi dopo la finish line.

Parto dal fatto che per quanto se ne dica, trovarsi sulla linea di partenza di una delle gare del circuito UTMB è un privilegio, una cosa che si aspetta a volte per anni. Quindi bisogna farsi trovare preparati. Col cuore pieno di emozione la voglia di spaccare tutto ma la consapevolezza che in tutte quelle ore di gara, le variabili sono infinite e qualche problema da affrontare si presenterà sempre.

Penso che la gara perfetta non esista. Invece esiste essere in grado di gestire ed affrontare ciò che ci si presenta davanti. Non ci sono allo stesso modo soluzioni perfette, ci sono soluzioni che in quel momento sono ideali e che possono portarci alla gara migliore.

Il punto sta proprio nell’imparare ad affrontare i problemi e farlo subito, in modo che non si accumulino fino al punto da sovrastarci e levarci lucidità di pensiero.

E l’altro punto essenziale, è imparare a farlo da soli, perché in quel momento in gara ci siamo noi: nessun altro può sapere meglio di noi stessi cosa stiamo provando, nella gioia e nel dolore. Non riuscirai mai a spiegare quanto stai male o perché ti scendevano le lacrime dall’emozione un attimo dopo, neanche al Coach più empatico, al tuo migliore amico o a tuo marito/moglie.

Ultimamente è sempre più difficile stare da soli con se stessi, viviamo nell’era in cui bisogna sempre condividere tutto. Ma perché? Forse speriamo che il problema ce lo risolva un altro? Difficilmente è così: la persona dall’altra può darci un incitamento, un incoraggiamento, un consiglio prezioso o un aiuto pratico, certo. Ma in una gara di lunghissima durata, dobbiamo sempre fare affidamento su di noi. A mio parere il processo di un’ultra è proprio quello di metterci a contatto con le nostre debolezze e portarci a scoprire invece i nostri punti di forza.

Dobbiamo rimanere concentrati su noi stessi, tenere la mente impegnata e gestire i pensieri, ad esempio prima di entrare nei ristori iniziamo a ragionare su cosa dobbiamo fare, cambiare la maglia, se è sudata, piuttosto che mettersi in “assetto” strato pesante e frontale in testa se stiamo per affrontare la notte, caricare le borracce ecc. Non ci servirà solo a tenere la testa in movimento ma anche a perdere meno tempo alla aid station, specie se non abbiamo assistenza.

In gara credo sia utile restare concentrati su qualcosa di reale, pratico, immediato: guardiamoci da fuori e “sezioniamoci” partendo dalla testa ed arrivando ai piedi, controlliamo che tutto sia a posto, la nostra postura, il nostro passo, le necessità basiche del mangiare e bere. Creare quella continuità, quel flusso che ci porterà ad avanzare sempre inesorabilmente, macinando i chilometri che ci separano dall’arrivo. Tutti lo abbiamo provato in qualche momento correndo: il trucco è cercare di amplificare questi momenti, e spesso per farlo serve isolarsi.

Sono gare che vanno attese, costruite, pianificate, ma che vanno vissute realmente passo dopo passo, adattandosi alle condizioni ed accettando che possano mutare. Abbiamo così tante ore davanti che spesso la soluzione al problema è dietro l’angolo, ma raramente abbiamo la pazienza di aspettare e adattarci.

Detto questo, se poi decidi di partire con un paio di scarpe che hai messo solo in giro per Chamonix il giorno prima e alla prima discesa ti rendi conto che sono corte e ti tocca fare metà gara con le dita tirate indietro… un po’te lo meriti Enrico, però alla fine ti è uscita lo stesso una gran gara.

Davide Grazielli

Ci sono tante cose che mi riporto a casa da Chamonix dal punto di vista tecnico. Ma purtroppo ce n’è anche una che mi porto dietro dal punto di vista umano. Aver vissuto la notte di martedì sul campo alla TDS, in pensiero per chi si trovava in una situazione del tutto inattesa, ha lasciato il segno. In quelle ore spesso io e Mari abbiamo pensato “E se fosse stato uno dei nostri?”. E poi “Se fosse stato uno di noi due e l’altro avesse ricevuto la chiamata dall’Organizzazione?”. Domande inutili, chiaro. Ma a volte un po’di riflessione ci fa capire meglio che niente è scontato.

Passando a cose più futili.

A mio modo di vedere, la prima cosa che conta per fare una bella gara a Chamonix è una: la voglia. O meglio ancora la fame. Quel desiderio di mettersi sui sentieri e chiudere un processo iniziato 2/4/6/9 mesi prima senza farsi influenzare da aspettative, pressione, paure e imprevisti. Bisogna arrivare al giorno X sapendo che non vuoi altro che passare un tot di ore sui sentieri e che quel momento è tuo, che te lo meriti e che va vissuto a pieno. Poi, potrà capitare di tutto, e tanti di questi eventi saranno completamente fuori dal tuo controllo. Ma per fare bene, bisogna essere felici di essere lì. Rispettare la gara e la distanza, il percorso e la difficoltà. Ma essere entusiasti di esserci. Sembra scontato, ma tanti di noi non sono atleti professionisti o elite e spesso si trovano a tenere in equilibrio vita privata, professionale e sociale con la passionaccia per la corsa: le 24 ore che passerete in giro, sono un momento vostro, quindi levate il resto di torno e dedicatevi a voi stessi. Se non siete nella situazione per farlo, è meglio non partire: due dei mie hanno dovuto rinunciare alla loro gara a 24 ore dalla partenza. E sono stati bravi a farlo perché avrebbero corso senza quella tranquillità che serve a godersi una gara così importante.

La seconda, è uno dei miei pilastri: la continuità. Chi ha chiuso bene la gara, è chi è riuscito nei mesi a creare una routine, a far diventare la corsa parte integrante della giornata, quando si ha l’uscita. Chi è riuscito ad automatizzare il gesto di prendere ed uscire a correre come se fosse parte integrante della propria vita. A qualcuno sono bastati due mesi dopo sei di infortunio: ma in quei due mesi ogni pezzo del puzzle è andato a posto senza sforzo. Certo, all’inizio con più ragionamento, ma una volta che la figura prendeva forma, i pezzi “chiamavano” invece di dover stare a cercarli.

La terza, è che sul tipo di percorso delle tre gare più lunghe, allenare salite continue lunghe ed un ritmo efficace ma economico è spesso la chiave giusta. Coi miei abbiamo sacrificato nell’ultimo mese i lavori in ripetuta lunghi, ed inserito quando possibile dei Climb Block da 30/40/50 minuti cercando di non far salire troppo il cuore. E ha pagato. Allo stesso modo, nell’ultimo mese con qualcuno abbiamo sperimentato un lavoro di condizionamento eccentrico a secco leggero ma efficace: matrici di affondi e pliometria leggera. Fare bene le salite significa efficacia, riuscire a limitare i danni muscolari in discesa è l’altro lato della medaglia, e siccome il rapporto costo/beneficio si è dimostrato alto, è qualcosa che in futuro inserirò sempre coi miei atleti che vanno a Chamonix.

Hurry up and wait. E se ti va bene, c’è il sole.

La quarta è più generica e riguarda la distanza che c’è tra una CCC ed un UTMB (o anche una TDS). Non sono 60 km e 4.000 metri di dislivello, è molto di più. Se la CCC ha una magnitudine per cui può essere affrontata a quasi tutti i livelli ancora come gara, l’UTMB, richiede un impegno diverso, ed una preparazione che vada ad affrontare in maniera specifica una gara con spazi dilatati. L’ho visto chiaramente a livello elite, dove la CCC è stata scoppiettante ed anche molto tattica, mentre l’UTMB è stato anche davanti l’ennesima gara a chi mollava per ultimo (e comunque mettetevi il cuore in pace che quasi mai molla D’Haene): aka parto, ci provo, se va bene vinco o salgo sul podio, sennò pazienza e ci rivediamo prossimo anno. Gara di attrito più che di intelligenza. E la cosa si può trasportare comunque tra i midpacker e anche con i lottatori di cancelli, aggiustando i target: poco cambia. Questo per dire che è giusto sognare in grande, è giusto aspirare a chiudere il giro… ma gestite le aspettative e mettetevi nello stato mentale di “esplorazione”. UTMB svela raramente i suoi segreti alla prima uscita, come tutte le donne (e uomini) intriganti. Il corteggiamento dovuto è lungo, ma come spesso vi dico, amate il processo, e non sarà mai un semplice allenamento.

Vi chiedete da dove viene il titolo? Eccolo qui, in tutto il suo splendore

BOOKWORM aka le librerie dello Staff DU: LA SALUTE NELLA CORSA di Blaise Dubois e Frédéric Berg

Sono stato un runner molto fortunato: ho capito subito che se volevo correre in una certa maniera, dovevo gestire il mio corpo in un certo modo. Prese subito le dovute distanze, ho raramente avuto contrattempi fisici e meno che mai infortuni gravi. Predisposizione personale, fortuna ed anche un minimo di merito nell’aver saputo ascoltare il mio corpo, ma mi rendo conto che i primi due fattori sono stati decisivi.

Iniziando ad allenare, ho vissuto i primi infortuni dei miei atleti come vere sciagure: facevo fatica a capire, mi davo buona parte della colpa e andavo in ansia in un momento in cui il mio/la mia atleta aveva bisogno di tutt’altro. Fortunatamente ho trovato tra fisioterapisti, osteopati, chiropratici, fisiatri ed altri colleghi persone molto preparate che mi hanno aiutato a capire. Penso sempre che ciascuno dovrebbe fare il proprio lavoro, e quindi lascio agli specialisti il compito di affrontare infortuni, magagne e problemi, ma la ricerca e lo studio mi hanno aiutato a capire meglio come certe dinamiche legate alla corsa e all’allenamento possano portare a certi problemi.

La Salute nella Corsa è il libro che avrei voluto avere sette/otto anni fa quando incominciavo a scornarmi su libri di anatomia e biomeccanica: un insieme chiaro, ben fatto e facilmente consultabile di nozioni scientifiche applicate allo specifico della corsa. Il libro tratta sia la parte legata alla corsa vera e propria, affrontando tecnica, allenamento, prevenzione e performance, che gli altri aspetti legati ad alimentazione, idratazione o le specificità di alcune categorie. Ma la parte forse più interessante è quella centrale dedicata ad infortuni, prevenzione, conditioning e la salute in generale.

Ogni argomento è trattato con cura e con l’intervento di un esperto titolato. La base del libro è scientifica e vengono sempre riportati i riferimenti alle ricerche e pubblicazioni da cui sono tratte le informazioni: in un mondo dove vige l’autoproclamazione ad esperto del settore, è una boccata d’aria fresca.

Certo, in un volume di quasi 500 pagine, vi capiterà di trovare qualche punto che non condividerete, o qualche soluzione semplicistica o difficilmente applicabile, ma va dato atto agli autori di aver creato una raccolta omnicomprensiva facile da consultare e circostanziata.

Un ottimo libro da tenere in libreria e consultare all’occorrenza.

Coach D

Blaise Dubois e Frédéric Berg, La Salute nella Corsa, 2020, Mulatero Edizioni, € 35,00

Mulatero Editore

Boxing Day Workout: The King George VI Chase

Curiosi di sapere cosa c’entra una delle più prestigiose corse di cavalli al mondo con un workout di Santo Stefano? Scaricatevi la scheda e buon divertimento! #DUboxingday

Con l’occasione lo Staff DU vuole mandare un grosso GRAZIE a tutti i nostri atleti e non, alle loro famiglie e a chiunque in questi 12 mesi non facili ci ha supportato, aiutato, spronato e spinto a crescere ancora, come coach e come persone. Ci sono stati tanti momenti in cui ci sono tornate in mente le parole dette da Rick Tortini alla fine di dieci ore di pacing nel caldo californiano “this is why we do what we do“, ed il merito è vostro.

#likecrewlikeglue

Mari, Davide, Paco, Tommy

BOOKWORM aka le librerie dello Staff DU: L’ ASCESA DEGLI ULTRARUNNER di Adharanand Finn

Dopo aver divorato i suoi due libri precedenti frutto di due soggiorni prolungati in Kenya e Giappone, ero molto curioso di vedere come Finn se la sarebbe cavata con l’ultrarunning. Immaginavo avesse in mente qualcosa di simile dopo averlo riconosciuto (e molestato) a Col Gallina durante la LUT, e difatti ecco il libro.

Nel libro c’è il suo processo di avvicinamento e scoperta, come sempre condito da interventi di personalità del mondo ultra ed atleti di altissimo livello. Scorre veloce e nelle parole dell’autore è facile identificarsi: sono momenti e situazioni che tutti noi abbiamo vissuto o in cui ci siamo trovati. Le crisi, i momenti di esaltazione, l’attesa, la comunità.

Forse il limite del libro è proprio questo, il fatto che è scritto più per i non addetti ai lavori che per chi quel mondo lo mastica già. E contrariamente ai suoi due lavori precedenti viene a mancare tutto l’aspetto che secondo me Finn è bravissimo a documentare, quello dell’impatto con una cultura completamente diversa. E se posso fare un appunto, tutta questa enfasi per il dolore e la capacità di sopportazione sono una visione un po’restrittiva del mondo corsa/ultra, che rischia di catalogarci sempre e solo come “quelli a cui piace stare male”.

Detto questo, è scritto con il suo solito stile asciutto ma non impersonale e si fa leggere volentieri anche grazie ad una traduzione di qualità e attenta anche ai termini e modi specifici della nostra amata attività. Consigliato, se non altro per viaggiare un po’con la mente verso gare lontane.

Coach D

Finn Adharanand, L’Ascesa degli Ultrarunner, 2020, Piano B edizioni, € 18,00

The Way of The Runner Website
Piano B edizioni

Finn all’arrivo a Cortina

Via Alpina: 1st attempt

Credevamo non fosse facile gestire un’estate senza gare: invece è bastato pungolarli un po’ ed hanno trovato mille modi diversi per trovare lungo. E a proposito di lunghezza, pochi hanno mirato così lungo come Francesco. A chi affascina l’idea delle traversate, a chi esalta il multiday, a chi piace l’idea del viaggio o anche solo a chi è curioso di sapere cosa vuol dire mettersi in moto per quattro giorni di corsa, ecco il racconto di Francesco Piovesan.

Passare in casa più tempo del solito è stato per me sinonimo anche di guardare più Youtube del solito e cercare di prendere spunto su qualcosa da fare in sostituzione delle gare di quest’anno. Era da qualche tempo che stavo pensando ad un multi-day che, su consiglio del Coach, sarebbe stato interessante combinare ad un FKT.

Vivendo in Svizzera, è piuttosto semplice partire da un punto e fermarsi in qualsiasi piccolo paese per prendere un bus o un treno e tornare a casa. L’idea iniziale era di fare 200km, numero tondo, e vedere quanto ci mettevo. Avevo scelto per questo un tratto della Via Alpina, una serie di itinerari sulle Alpi, da Trieste a Montecarlo. Chiaramente non potevo registrare l’FKT di un tratto della Via Alpina, quindi ho preso l’itinerario Verde che attraversa la Svizzera (ok…e il Liechtenstein) e ho deciso di provare a farlo tutto. Partenza da Lenk im Simmental, nelle Alpi Bernesi, e arrivo a Sücka, nel Liechtenstein. Secondo il sito ufficiale, 280km e 17000m di dislivello. E qui c’è stata la prima lezione: i dati che si leggono online potrebbero non essere precisi.

Via Alpina Verde, una passeggiata di salute di 280 km (forse…)

Il sito però offre una guida molto dettagliata sul percorso e la quantità di informazioni presente mi spinge a preparare un Excel in cui prevedo orari di partenza e arrivo dei singoli giorni, nonché luoghi di sosta intermedi dove poter comprare del cibo reale. Ecco la seconda lezione, che deriva dalla prima: è probabile che se le distanze non sono quelle che pensi, una tabella con orari e soste programmate serve a poco. 

Programmo comunque il materiale per 4 giorni, cercando di minimizzare quanto possibile. D’altro canto devo correre, mangiare e dormire. Devo però tenere in considerazione che il percorso si snoda tra valli relativamente calde e passi vicini a ghiacciai. Arrivato il giorno della partenza, peso lo zaino che, considerando 1L d’acqua, sarebbe arrivato a 5,6 kg. Penso che tutto sommato non sia tanto, ma dopo i primi 80km inizierò a cambiare idea.

Il primo giorno é il più duro, con due passi a 2800m e la distanza maggiore da coprire. So che non devo forzare molto il ritmo perchè poi lo pagherei nei giorni successivi. E comunque voglio anche godermi un po’ il panorama, che monti come l’Eiger e lo Jungfrau possono assicurare. Così infatti arrivo a sera, entrando nell’hotel alle 23.00 sotto la pioggia. Unico problema incontrato un dolore alla caviglia, che però riesco a risolvere correndo con la scarpa allacciata solo sopra la pianta del piede. Un aspetto invece molto positivo è la segnalazione del sentiero, che coincide con il percorso svizzero numero 1, rendendo la traccia GPS praticamente inutile.

Il secondo giorno inizia da dove il primo aveva finito, ossia con la pioggia. E così continua fino a mezzogiorno. Il bello è che una coppia che avevo incontrato il giorno prima e faceva il percorso in senso opposto mi dice che il tratto che avrei fatto appena sveglio era il più bello. Mi accontenterò delle foto…degli altri. Mi fermo in un paese per mangiare qualcosa di caldo e, contando nel fatto di trovare cibo familiare, entro in un ristorante italiano. Prendo una zuppa di patate che altro non è che purè allungato con un po’ d’acqua, molto poca. Riparto ancora sotto la pioggia e dopo qualche minuto capisco che qualcosa nel mio stomaco non va…

Jungfrau

Nel pomeriggio il tempo migliora ma non riesco a godermi più di tanto la giornata e, anche se riesco a continuare a mangiare Snickers, la nausea mi obbliga a fermarmi prima di dove diceva il mio Excel. Saltano quindi tutte le prenotazioni degli hotel, ma dato che gli Svizzeri sono di media buoni e gentili, mi rimborsano tutte le notti anche se non era previsto da Booking.

Il giorno successivo si rivela il migliore, non sento particolare stanchezza e il tempo è clemente. A colazione cambio tattica e invece di svegliarmi presto e mangiare al sacco, svaligio il buffet.  Ripeto lo stesso il quarto giorno, ma il fatto di aver passato più di 72 ore da solo, incontrando principalmente mucche e pecore, inizia a farsi sentire sulla testa. Il classico grüezi (“ciao” in svizzero-tedesco) non mi esce più molto bene. C’è anche da dire che la distanza massima che avevo corso prima di quel momento erano 120km e inizio ad accusare qualche dolore.

Englestlensee

E’ comunque una bella giornata da passare sui monti quindi vado avanti, ad un ritmo più lento, ma comunque correndo. Decido di fermarmi nel tardo pomeriggio dopo 250km, sapendo che non me ne mancano altri 30, ma, secondo la mappa, più del doppio. Seduto al tavolino di un bar, con una meritata birra in mano, penso per un istante a ripartire il mattino successivo, ma decido di chiudere questo tentativo e far tesoro delle lezioni imparate per il prossimo anno. Non c’è fretta.

BOOKWORM aka le librerie dello Staff DU: FINDING ULTRA di Rich Roll

Personaggio ancora poco conosciuto in Europa, Rich Roll è negli States una vera e propria personalità. Il suo podcast è seguitissimo ed ha intervistato nel tempo ospiti diversissimi: atleti della corsa come Rickey Gates, Amelia Boone, Gwen Jorgensen o Kilian Jornet, atleti di sport vari come Lindsay Vonn, ma anche attori come Edward Norton o personalità varie (come John Joseph dei Cro-Mags, scusate la lacrimuccia).

Il libro FINDING ULTRA è un po’la narrazione del suo percorso e della sua trasformazione, da nuotatore ai tempi dell’università (in NCAA Division 1 e nientemeno che a Stanford) fino ad una discesa nel mondo dell’alcool da cui Rich riuscirà ad uscire grazie ad un processo di rinascita spirituale e fisica che lo porterà al termine di ULTRAMAN ed altre prove di Triathlon o corsa estreme come Badwater. Centrale nella narrazione, il cambiamento avvenuto grazie al passaggio ad una dieta plant based e come sia stato anche un viaggio introspettivo alla ricerca di un significato diverso nella quotidianità.

Ben scritto e tutto sommato scorrevole, specie nella parte iniziale, diventa forse un po’didascalico nella narrazione delle sue imprese, ma è sempre molto equilibrato. La parte sull’alimentazione è ben scritta senza diventare “pesante” o incline al proselitismo, così come quella più spirituale sulla purificazione: è una narrazione asciutta ed il libro è ben tradotto, cosa non facile quando si ha a che fare con ambienti così specifici. Molto interessante l’appendice piena di risorse e i dati scientifici sono contestualizzati e correttamente annotati.

Insomma, nonostante una mia certa reticenza verso i libri motivazionali di redenzione, l’ho letto volentieri e ho trovato spunti interessanti. Certo, un po’difficile da contestualizzare certe situazioni sociali nella nostra realtà, ma come detto, è piacevole e permette di capire meglio il personaggio.

Coach D

Roll Rich, Finding Ultra, 2020, Piano B edizioni, € 16,00

Rich Roll Website
Piano B edizioni

Non c’entra niente, ma il Coach ci teneva a farvi sapere che anche lui ha calcato il sacro suolo di Stanford. I feel you, Rich.