SDW 100 – cinque personaggi in cerca di autore

Quando King Luigi chiama, la DU Army risponde: non potevamo lasciarlo solo nella sua prima 100 miglia. Com’è andata? Abbiamo provato a raccontarvelo in cinque, vediamo cosa ne esce.

MARIA CARLA: Si, stavolta arriviamo a Londra in aereo (mai darlo per scontato, all’ultima SDW 100 ci arrivammo in auto, giudando da Genova, causa cancellazione del volo poco prima della partenza). Raggiungiamo Luigi nella sua tipica casa inglese con rampicante sul portoncino in legno.

Ci offre un tea in giardino ed inizia a tirare fuori cartine (del percorso nota del Coach), road book, gel, barrette, materiale obbligatorio e si inizia a pianificare per il giorno dopo. Che arriva in un attimo, vista la partenza da casa alle 3:00 am. Passiamo a prenderlo nel pieno della notte, ed è già sugli attenti davanti a casa. Raggiungiamo il campo di Winchester, salutiamo Claire e Drew, due parole con James, ed in un attimo sono tutti dietro alla riga di partenza con James che dà il via!

 

Faccio sempre assistenza a Davide quindi mi sembra strano che stavolta lui salga in auto con me. Ci dirigiamo al miglio 22, ed eccoci al Queen Elizabeth Country Park. L’organizzazione di Centurion è come sempre impeccabile! Volontari davvero super efficienti e ogni ben di dio ai ristori. Arrivano i primi, applausi per tutti, giusto il tempo di rilassarci un attimo sul prato ed eccolo! Arriva il nostro uomo, super rilassato prende due cose e riparte sorridente. Lo rivediamo poco dopo al miglio 27, poi miglio 35, ci dice che ha molto caldo ma lo vediamo bene: lui riparte per una bella salita e noi ci dirigiamo in stazione a prendere Ale che gli farà da pacer nelle prima parte. Raggiungiamo Amberley, io e Davide siamo svegli ormai da molte ore ed iniziamo a delirare: non riusciamo più a fare calcoli su orari passaggi di Luigi quindi non resta che aspettare, ci sediamo tutti e 3 sul ciglio della strada e iniziamo a dare soprannomi ai runners che abbiamo già visto passare più e più volte nelle aid station precedenti. Cerchiamo di ricordare quanto tempo prima di Luigi sono passati, e finalmente eccolo! In lontananza sbuca la t-shirt verde, è lui! Arriva da noi e si siede, è stanco e molto accaldato, e non riesce più a mangiare: Ale gli toglie lo zaino, Davide gli bagna la testa e gli porgo una mandorla salata. Riparte in salita camminando, ancora masticando la mandorla salata che credo finirà di deglutire al 50mo miglio, ma gli promettiamo che ci vedremo poco dopo e Ale potrà partire con lui. Ci dirigiamo rapidamente a Chantry Post, dove abbandoniamo letteralmente Ale al freddo e al vento in punta a una collina al miglio 51, ad attendere Luigi per proseguire con lui. Noi proseguiamo diretti verso Washington Village, miglio 54, qui potrà cambiarsi e riposarsi un po’. Chiedo la drop bag ai volontari, mi metto in un angolo e tiro fuori il necessario dalla borsa di Star Wars che ci ha meticolosamente preparato Luigi (dimenticavo: Darth Vader era il quarto della crew, ci ha fatto compagnia in ogni aid station).

Usciamo ed eccoli sbucare, Ale era preoccupato ma in poche miglia l’ha già tirato su alla grande: si siede, si cambia, mangia un po’ di pasta (gli avanzi li sbrana il coach, che si lamenta che un po’ di parmigiano ci sarebbe stato bene). Ripartono tutti e due super carichi.

Ho perso la cognizione del tempo, non so più da quante ora corra Luigi, ma ricordo che arriviamo al miglio 70, Clayton Windmills, al tramonto: cielo sui toni del rosso, colline, muretti in pietra e pecore, tante pecore! Cambio pacer per Luigi che riparte con Davide e compagno di viaggio nuovo per me che riparto con Ale. Cerchiamo un market aperto, ma inizia ad essere tardi e stanno tutti chiudendo, Ale guarda la mappa e vista la vicinanza dice “potremmo quasi cenare a Brighton”. Cambia subito idea dopo la mia partenza in contro mano… e si accontenta di un Tesco aperto fino a mezzanotte!

Miglio 84, inizia a fare freddo, speriamo di trovare un Pub aperto per un caffè ma niente, aspettiamo un po’ con Tim, che si sorseggia la sua lattina di birra, ed eccoli! Ci fiondiamo su Luigi per capire se ha bisogno di qualcosa ma lui vuole solo un WC. Domandiamo ai volontari ma è chiuso… Ci rimane così male che abbiamo appena il tempo di riempirgli le borracce e riparte. Dai, ci siamo quasi, miglio 89, li aspettiamo col nostro bicchierone di caffè che finalmente abbiamo trovato in un’area di servizio, sbucano dal sentiero e Luigi sta benissimo, è in up totale, corre come un pazzo.

Raggiungiamo Anna al campo di Eastbourne, e facciamo il tifo ai finisher, Ale si congratula con un runner, che invece di ringraziare lo guarda male: capiremo dopo che era appena sceso dal bus “del disonore”.

Le prime luci dell’alba illuminano la pista ed eccoli comparire, ultimo giro di campo ed è fatta! Abbraccia forte Anna, foto di famiglia sotto l’arco e via. Missione compiuta, sub 24.
Per l’organizzazione, che come ho detto sopra è davvero impeccabile: “il trail running è una cosa seria” (cit. Quello che dorme a fianco a me). Non voglio più vedere pirati ai ristori e Hawaaiani all’ arrivo: mi hanno rovinato tutto le foto!

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Pirates suck, senza offesa.

LUIGI: Per celebrare i miei dieci anni da runner avevo deciso di provare a fare un personal best su tutte le distanze classiche, da 5km a 50 miglia, ma per rendere l’anno ancora più interessante mi ero anche iscritto alla mia prima 100 miglia, la South Downs Way, organizzata dai mitici Centurion di cui ho corso tutte le 50 (svariate volte).

La 100 mi ha sempre affascinato e spaventato in egual misura. Ho fatto da pacer in tre occasioni ed ho visto con i miei occhi quale impegno mentale e fisico fosse necessario e non vedevo l’ora di cimentarmi sulla distanza anche io.

Il training serio è cominciato durante le vacanze di Natale 2017, dopo mesi a recuperare due ginocchia mal messe.

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Per sei mesi non ho pensato ad altro che al giorno della gara. Sono stato il più consistente possibile, ho quasi sempre corso 6 giorni alla settimana, ma al contrario degli anni passati, appena sentivo un qualsiasi problemino presentarsi ho sempre preferito saltare uno o due giorni.

Il lavoro e’ stato duro, dai primi blocchi incentrati sulla velocità agli ultimi con più lunghi. Coach Davide mi ha aiutato a dare più varietà alle mie uscite, normalmente tendevo a ripetere la stessa routine per 6 settimane. Invece questa volta avevo sempre un bel mix di cose da fare, alcuni allenamenti esotici che non avevo mai fatto e che a volte richiedevano parecchia concentrazione e uso della matematica, cosa difficile quando corri al mattino prestissimo ancora addormentato.

Avrei voluto fare piu’ lunghi, sopratutto back to back nei week end ma ho comunque fatto delle belle avventure sui sentieri con il mio training partner preferito Alessandro, inclusa un’uscita notturna proprio sulla South Downs Way, esperienza bellissima.

Sono quindi arrivato al giorno della gara mentalmente preparato ed avendo già fatto nel corso dei mesi gare più corte, che mi hanno dato sicurezza.

La cosa che poi mi dava più tranquillità era sapere che avevo una crew fenomenale: coach Davide, MC e il sopracitato Alessandro.

Il giorno prima della gara abbiamo pianificato bene dove incontrarci e cosa avrei messo nella drop bag e tutto il resto della logistica. La notte ho dormito due ore. Un po’ per la sveglia presto e un po’ perché addormentarsi era impossibile.

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Dawn on the Downs

Alla partenza cercavo di non far vedere quanto fossi teso. L’emozione era a mille, avevo pensato a questa giornata così tanto nei mesi precedenti. Mi sono fatto tanti di qui film mentali e immaginato infiniti scenari, da successi inaspettati a disastri epocali. Ma come siamo partiti ho dimenticato tutto: sono entrato in modalità gara, ovvero muoversi il più veloce possibile conservandomi al meglio. La mia strategia era correre con lo stesso effort della 100k fatta l’anno scorso e poi sperare che per gli ultimi 60k i miei pacers facessero il loro lavoro psicologico tirandomi.

Giornata bellissima, le South Downs spettacolari, viste mozzafiato, caldo terribile.

Avere la crew che ti incontra ogni due ore è uno stimolo che aiuta a tirare avanti e i primi 50km sono andati benissimo. Poi per il caldo, penso, il mio stomaco si è ribellato e non riuscivo più a mangiare nulla e sudavo, sudavo tanto.

Non ho mai pensato di rinunciare o ritirarmi ma in quel momento mi son detto che non ne avrei mai piu’ fatta un’altra di 100 miglia. Una volta basta, mi sono detto. Mi sento sempre cosi’ mal messo quando sono alla fine di una 50 miglia, ma quel giorno non ero neanche ad un terzo di gara!

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Non vedevo l’ora di raggiungere gli 80km e partire con il primo pacer, Alessandro.

A Washington, 54 miglia, mi sono fermato più a lungo, cambiato maglietta e calze e mangiato un piatto di pasta terribile, ma almeno qualcosa ho mandato giù. Di lì in poi solo liquidi e qualche biscotto.

Tim Washington
Washington pit-stop

Mi spiace per Alessandro ma i primi chilometri che abbiamo fatto insieme sono stati i più duri. Non riuscivo a mangiare e non avevo più forze, mi girava la testa o mi veniva da vomitare. Mi sono seduto un paio di volte per riprendermi.

Arrivati in cima a Devil’s Dyke con vista Brighton e il sole calante ho avuto un momento di euforia. Pensavo fossimo molto più lontani e ritrovarmi li mi ha dato la carica. In discesa siamo andati come missili fino alla aid station di Saddlescombe (66.6 miglia) dove Alessandro mi ha fatto mangiare di tutto, dal rice pudding dolcissimo a patate bollite immerse nel sale grosso (più sale che patate). Tutto sto cibo mi ha dato una botta allo stomaco che mi ha piegato in due, ma una volta assestato stavo davvero meglio ed abbiamo corso felici e contenti come fossimo appena partiti, più o meno.

Arrivati a 70 miglia Alessandro e Davide si sono dati il cambio e il coach da qui in poi mi ha trainato fino alla fine. Se rallentavo lui se ne andava per cui ero costretto a stargli dietro (o per lo meno quella era la mia impressione). E’ calata la sera e tra una chiacchierata e l’altra siamo arrivati a Housedean Farms (76.6 miglia) dove abbiamo acceso le headlamps e iniziato salite infinite.

Il resto della crew ci ha incontrato al miglio 84 dove speravo l’aid station avesse un bagno, ma siccome era chiuso ce ne siamo andati subito, un biscottino e via.

Ero intento almeno a stare sotto le 23 ore visto che il piano da 22 ore stava sfumando, ma quel tratto fino alla aid station successiva e’quello che odio di più, sia di giorno che di notte: non finisce mai e con 85 miglia nelle gambe e al buio, ti sembra davvero di non fare progressi.

Le gambe andavano bene, riuscivo a correre ancora lento ma andavo e questo mi ha reso felice. I mesi e mesi di allenamenti, le sveglie presto, i sacrifici, di colpo avevano un senso: riuscire a correre ancora dopo cosi’ tante ore e’ una sensazione bellissima. Peccato per lo stomaco ed un singhiozzo assassino che non se ne voleva andare.

Non era ancora ora di piangere di felicita’, mancavano poco meno di 10 miglia alla fine e quelle sono state eterne. Abbiamo anche saltato l’ultima aid station, ma il tempo sembrava infinito. Le salite le camminavo ma non mi sembrava di fare progressi, era come cercare di salire una scalinata rimettendo i piedi sempre sullo stesso scalino. La testa stava perdendo i colpi.

Arrivati in cima all’ultima collina da cui si vede sul fondo Eastbourne e l’arrivo sapevo che era fatta. Stava arrivando l’alba ed ho trovato energie non so dove: abbiamo corso giù per l’ultima discesa ad una velocità che mi sembrava assurda (ma non lo era). Ultimi km su strada ed ecco il campo sportivo, la crew ed Anna ad aspettarmi. Ho fatto il giro del track trattenendo le lacrime, mai stato cosi’ felice e stanco. Che emozioni, ci ho messo poi giorni a ri-catalogare tutte le sensazioni provate in quella giornata. Lunga, lunghissima, ma tutto mi e’ sembrato raggiungibile a quel punto, tagliando il traguardo.

22 ore e 25 minuti, l’obbiettivo principale di stare sotto le 24 ore ampiamente realizzato. Come sempre finita una gara ripenso a tutti gli errori e le piccole o grandi cose che potrei cambiare e finire piu’ in fretta, sono fatto cosi’.

Al di la’ dei tempi, del caldo, sudore, conati, storte, unghie nere e mucche sul sentiero, la cosa che ricorderò di più e che mi farà sempre commuovere, sara’ il supporto che ho avuto dagli amici, venuti dall’Italia apposta per stare svegli ore e ore e aspettarmi in posti insensati in mezzo alla campagna inglese. Con Davide, in quasi 30 anni che ci conosciamo, di cose ne abbiamo fatte parecchie insieme, ma questa giornata e’stata speciale, condividerla con lui le ha dato un significato in più.

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The motley crew

In macchina verso il ritorno, mentre Anna guidava, io e Alessandro in coma abbiamo iniziato e progettare quale 100 miglia fare il prossimo anno, perché ovviamente avevo già cambiato idea.

100 miglia sono una bella distanza, va provata almeno una volta. O due, o tre…

ALESSANDRO: Da quando ho iniziato a correre ho sempre avuto il desiderio di vivere l’esperienza della gara come pacer e fare assistenza, per provare dall’esterno come altri affrontano gli alti ed i bassi che si incontrano in gara, dove momenti di entusiasmo e carica si alternano a fasi di stanchezza e difficoltà nel continuare a muovere un piede dopo l’altro. Finalmente l’occasione è arrivata: non appena Luigi, un altro matto con cui ho passato ore e macinato km per mesi e mesi (e quanti ancora ne faremo) tutte le domeniche lungo la NDW e dintorni durante la sua prima 100miglia, mi ha accennato della possibilità di affiancare Davide e MC come assistenza durante la SDW100, ho colto subito la palla al balzo. Quale occasione migliore?

All’inizio mi sentivo un po’ spaesato, non sapevo bene cosa fare: yes ok correre, ma a che velocità? Cercare di spingerlo o solo stare al suo passo? Parlare per distrarlo dai dolori vari che stava provando o stare zitto per non fargli sprecare energie? Una volta partiti, con ancora 50 miglia da fare, tutti questi dubbi e domande sono evaporate in un secondo, tutto è andato come fosse un’altra normale domenica di allenamento passata in giro per Box Hill, abbiamo chiacchierato e intavolato le prossime gare a cui iscriverci (una su tutte la Western hahahahaha), abbiamo spinto quando possibile e rallentato quando ne aveva bisogno, mai camminato perché sapevamo che “il coach ci stava guardando”; taking our time ad ogni ristoro dove ho cercato di fargli mangiare kg di patate strasalate e rice pudding mentre gli riempivo le borracce.

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Camminare in salita? Ancora ok in determinate circostanze. Fermarsi per fare una foto? Hell, no!

È stato ancora più chiaro durante quelle 4/5 ore cosa si attraversa durante gare del genere, momenti in cui sei a pezzi e maledici il giorno in cui hai deciso di iniziare a correre o almeno provarci, a momenti in cui ti senti un dio e ti sembra di volare e già pensi a quando taglierai il traguardo, al prossimo challenge, o che appena torni a casa ti iscrivi subito alla prossima gara. E come dimenticare la vista del ristoro all’orizzonte? Che gioia!

Una volta mollato Luigi a Davide, con ancora circa 30 miglia da fare, ho continuato con MC come assistenza, ed anche questa è un’esperienza che consiglierei a tutti di provare. So quanto aiuta psicologicamente incontrare lungo il percorso facce conosciute che con una parola ed una pacca di incoraggiamento ti ricaricano le pile e ti fanno ripartire come nuovo. Consiglio solo di farlo con qualcuno che sappia guidare la macchina andando nel giusto senso di marcia (vero MC? Hahaha).

DAVIDE: Potrei chiuderla lì dicendo che è stata una delle giornate di corsa più belle della mia vita, ma non direbbe granché. Allora provo a spiegare.
In primis, c’è un amicizia che è passata attraverso anni, nazioni, continenti, vacanze, pomeriggi sprecati, mattinate peggio ancora (visto che saremmo dovuti essere a scuola), concerti, corse, mail, messaggi, telefonate e training plan mostruosi da nove mesi messi giù giorno per giorno (nessuno ha ancora scritto che Luigi è maniacale?).
Poi c’è il dove: la South Downs Way è il mio luogo del cuore, con i suoi paesaggi verdi e l’aria sorniona, i paesini con i pub che ti chiamano dentro come un novello Ulisse e le fattorie che sbucano nel mezzo della campagna, l’erba tagliata ed i sentieri di terra battuta morbida. Ricordi di una giornata fantastica nel 2013, condivisa magicamente con l’amico Massi e tutta la crew. Gli amici di Centurion.

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Sirene 1 – Ulisse 0

E poi la distanza: dite quello che volete, cento miglia restano una pietra miliare. E’una distanza arbitraria, dite voi? Si, vero, ma anche 42,195 è una distanza arbitraria. Idem 1,609 metri. Eppure si portano dietro la leggenda. E lo stesso le cento miglia: la gara dove vedi passare tutta una giornata come metafora della tua vita, come dice Ann Trason. Quella dove puoi (sportivamente) morire e risorgere. Svariate volte.

Con questi ingredienti, guardando indietro, sembra quasi obbligato che la giornata andasse come è andata. Ma per chi era lì (specie per Luigi, direi) non è stato così semplice.
Il merito va tutto a lui, che non ha sbagliato niente: è partito al ritmo giusto e lo ha semplicemente tenuto, rimanendo attento e reattivo a tutto quello che succedeva. Da manuale. E così invece di fare “good cop, bad cop” mi sono semplicemente goduto qualche ora sulla SDW come se andassimo a spasso: pure magic.
Il momento più bello? Quando abbiamo visto lo stadio di Eastbourne dal trigger point sopra la città: mi è venuto in mente lo stesso identico momento del 2013 ed Andrew al mio fianco nel mio ruolo. Ho capito cosa provava Luigi in quel momento ed il cinque che ci siamo scambiati lassù valeva più di diecimila parole, post, foto e tabelle.
E il fatto che avesse lo stesso maledetto singhiozzo di trent’anni fa, in qualche modo ha reso la cosa ancora più fantastica.

Come in uno degli LP che insieme abbiamo consumato: “We’ll go our way. We may have changed, but we’re still here and we came to play… It’s how we are”.

ANNA: Premessa: non corro e non sono un’appassionata di corsa. Pur essendo una persona sportiva – nuoto, ballo e vado in palestra almeno 4 volte alla settimana – non ho mai capito fino in fondo cosa spinga una persona a correre per ore e ore. Per di più su percorsi che prevedono salite e discese…

Quindi quando Luigi ha cominciato a correre in modo serio, fino ad annunciarmi che avrebbe fatto la 100m race, non ho dimostrato un grande entusiasmo. Mi preoccupava (e preoccupa tuttora) la possibilità di farsi male e di avere dei problemi post-gara.

Luigi si è allenato seriamente x questa gara (e tutte le precedenti), dimostrando una dedizione ammirevole.

La cosa più bella? Vederlo tagliare il traguardo alle 4 del mattino e ricevere il suo primo abbraccio.

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Speravo non mi dicesse “la prossima 100 mile race che farò sarà…”, ma quella è un’altra storia!

BEAR 100 e la Indian Summer: on the road con Francesco Paco Gentilucci

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Cento miglia. Cosa ti ha spinto a metterti alla prova? Quello che rappresenta come distanza iconica, il percorso di avvicinamento, l’ambiente in cui si svolgeva?
Volevo una fibbia perché ho sempre i pantaloni tenuti su da un laccio di scarpe. Inoltre mi affascinava la distanza, ne ero e ne sono attratto. Il processo è la cosa che di sicuro mi ispirava di più, sapendo che se avessi fatto le cose a mio modo forse sarei arrivato in formissima, ma molto più probabilmente mi sarei massacrato sia mentalmente che fisicamente.
La scelta di Bear 100 è stata dettata da un po’ di motivazioni: il video Outside Voices di Joel Wolpert (dove Jenn Shelton corre la gara), il periodo (ho lavorato un mucchio di giorni anche nei fine settimana nei mesi estivi e non potevo gareggiare in quel periodo) e il fatto che la gara era dura, con molta montagna e grandi incognite (poteva far caldissimo come freddissimo). Che non c’era nessuno che conoscevo a farla/ averla fatta. E infine il claim della gara “36 hours of indian summer”: gli Indian Summer sono uno dei miei gruppi emo preferiti.

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Qual era l’elemento che temevi di più, prima?
La cosa che temevo più in assoluto era il motivo stesso per cui mi trovavo in starting line, ovvero la distanza. Il dislivello tutto sommato non mi preoccupava tanto, ma la distanza si. Probabilmente nessuno è mai realmente pronto per una 100 miglia, ma io mi sentivo un po’ sperduto. Mi pareva di aver fatto troppi pochi chilometri, aver passato troppe poche ore sulle gambe. E in effetti dati alla mano non ne abbiamo fatti molti, col Coach abbiamo lavorato più sulla qualità che sulla quantità. Col fatto del lavoro spesso riuscivo a fare giusto un’ora alzandomi alle 5:30 del mattino. Questo ovviamente mi metteva molto sotto pressione.
Quindi direi soprattutto riuscire a sopportare i miei stessi pensieri per un sacco di tempo. Infine tutti i vari acciacchi che ho fisicamente (tendini/articolazioni) e che di solito saltano fuori come i foruncoli sul naso prima di un appuntamento con una ragazza.

E dopo, ora che hai chiuso la tua prima cento, quale pensi che sia la vera difficoltà di questa distanza?
Sai che in realtà non saprei cosa rispondere. Da una parte forse è semplicemente riuscire a gestire i momenti difficili in cui ti senti sperduto e un po’ di sofferenza fisica. Devo dire che a differenza di praticamente ogni gara che ho fatto in vita mia ho cercato di usare un po’ il cervello, non spremermi in modo insensato e fare le scelte giuste. Sono tutti aspetti che avevamo curato anche in allenamento del resto. A dire il vero credo che la sfida di Coach Grazielli sia stata lavorare più sulla mia testa che sul mio fisico.

Come hai gestito la tensione nell’avvicinamento alla gara e nei giorni precedenti al via?
Gareggiare in USA (e viaggiare per 30 ore in aereo perché ho sbagliato ad acquistare i biglietti) mi ha aiutato a lasciare un po’ di stress a casa e a pensare un po’ meno alle preoccupazioni non importanti che mi assalgono quando sono qui.
Quando atterri in una città in cui non sei mai stato e devi arrangiarti per trovare da dormire, spostarti e tutto il resto, non sei lì troppo a pensare alla gara. Nel tempo immediatamente prima della gara invece ho fatto ciò che ho fatto in tutti i mesi prima della gara: ho assillato il Coach. Facendogli mille domande, cercando di scaricare l’ansia su di lui e trovando quel punto di vista esperto, da Coach e amico che spesso mi tira fuori dal bicchiere d’acqua in cui annego.
“testa di cazzo hai il 100 per cento di probabilità di finire quella gara, ma che cazzo di domande fai?” cit.

In una ipotetica drop bag che ti deve accompagnare nella preparazione di una gara, cosa metti dentro? Fisicamente e dal punto di vista umano…
Un cervello funzionante. In grado di non lasciarsi assalire dall’ansia e che rimane focalizzato sul momento. Molto allenamento in cui pensi solo ad allenarti. Un po’ di dedizione nel fare gli allenamenti quando vorresti solo uscire a bere e invece vai a correre, e l’attenzione nel cercare di capire il tuo corpo. Le gambe corrono se il cervello funziona.

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Tre sapori/gusti/odori/sensazioni che ricordi della tua gara.
Il rumore delle foglie nel bosco di betulle dopo Tony Grove (miglio 51). Ero da solo in salita, iniziava a venir buio e mi trovavo su un sentiero fra questi tronchi bianchi altissimi.
Le gelatine gommose a Richards Hollow – miglio 22.50- uscito dal primo canyon. Avevo fatto la discesa a tutta e iniziava a far caldo. Ho trovato Clare Gallagher (faceva da crew a Timmy Olson) e mi ha portato delle gelatine di frutta da mangiare. Per un attimo ho pensato che il Coach non sarebbe stato contento che mangiavo caramelle, ma in realtà lo avrebbe fatto pure lui.
La pizza americana buonissima della sera post gara e annessa birra tenuta come una reliquia (a Logan in Utah sono quasi tutti mormoni quindi hanno un solo bar in tutta la città e vende solo birre analcoliche) in tavola con Dolores, la signora che mi ospitava, suo marito Shaun, Jim (anche lui ospite) e il mio pacer Kris. Appena svegliato – avendo dormito il pomeriggio – mi tiro fuori dal letto con le ginocchia un po’ gonfie, i piedi massacrati e un po’ confuso. In cima alle scale c’è Dolores che mi sorride e mi dice “giusto in tempo”, mentre gli altri alzano una birra alla mia salute. Mi sono sentito a casa.

 

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COACH SAYS:
Il grande viaggio. Non era facilissimo gestire il rapporto Coach/atleta vista la grande amicizia che ci lega, ma una frase che mi ha detto ad inizio preparazione mi ha convinto che ci saremmo divertiti: “Guarda che io ho sempre dato tutto per i miei Coach”. Potevo tirarmi indietro?
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Paco veniva da anni di infortuni continui, e aveva forse perso la speranza di riuscire a correre ed allenarsi con continuità. Il primo lavoro è stato quindi mentale, per metterlo in condizione di affrontare una preparazione lunga (quasi nove mesi) tranquillo e senza ansia. Gli ho lasciato la sua adorata bici per fare i primi lunghi e qualche lavoro di velocità pura, e poi piano piano abbiamo aumentato il chilometraggio stando attenti a ogni minimo feedback. A maggio primo vero test lungo, con un Quadrifoglio 100km portato a casa bene, che credo gli abbia dato la convinzione di essere sulla strada giusta e anche un po’di fiducia sulla tenuta della testa. Perché da quel punto ho visto una costanza ed una dedizione quasi maniacale. Più aumentavano i carichi, più rispondeva di testa ancora prima che fisicamente: da lì ho capito che sarebbe arrivato in fondo. E bene.

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C’é sempre un po’di emozione a seguire a distanza una persona con cui hai condiviso mesi di sogni, discorsi, incazzature e stati alterati da fatica, ma questa volta il race-day ero insolitamente tranquillo: sapevo che si sarebbe goduto una grande giornata. Me lo sentivo e non c’era motivo che non andasse così. E difatti, quando mi è arrivato il suo messaggio post gara, mi è sembrato di rivivere con lui tutte le ventisei ore di viaggio.

 

Non abbiamo ancora festeggiato a dovere, ma se non ricordo male c’era in ballo un “pellegrinaggio”…

#DUcoaching #destinationunknown #thetempleofmiles