AID STATION FOODIE: Cous cous

E’ sempre difficile gestire il pasto prima di una gara lunga. Non si sa mai bene cosa mangiare, specie se non si ha una cucina a disposizione. Spesso si finisce al ristorante a mangiare cose non proprio adatte ad un pre gara.

Io negli anni ho provato un po’ di soluzioni e questa a mio parere è una delle più riuscite.

Il cous cous sono semplici granelli di semola di grano duro, lavorati con acqua e poi cotti al vapore: piatto simbolo della cultura culinaria Magrebina, si è poi diffuso in tutto il Mediterraneo.

Ricco di carboidrati, sostanzialmente ha gli stessi valori nutritivi della pasta ma è più digeribile, perché assorbe molta acqua. Contiene inoltre calcio, potassio e una buona dose di ferro. E’ un piatto unico leggero e gusto perché possiamo abbinarci verdure, legumi e/o frutta secca, spezie ed erbe aromatiche a piacere.

E’ semplicissimo da preparare ovunque anche in camera d’albergo o campeggio. Io porto sempre con me in viaggio un piccolo bollitore elettrico, occupa poco spazio ed è facile da imbarcare.

Certo se mi vedesse una donna Berbera seduta nel bagno di un campeggio mentre faccio scaldare l’acqua nel bollitore elettrico per preparare un cous cous precotto, credo potrebbe avere un mancamento. Per loro è un piatto conviviale con una forte valenza sociale, si radunano tutte assieme per prepararlo e poi lo consumano con la famiglia o chi si considera parte della comunità. Ma noi dobbiamo fare di necessità virtù, e allora vediamo come preparare una versione fast.

Una delle mie tante versioni di cous cous:

Ingredienti a persona:

125 gr* di cous cous

125 gr* di acqua bollente

una manciata di pomodorini

noci, anacardi, mandole (a vostro piacere)

qualche cucchiaio di olio evo

qualche foglia di menta

sale

*si Paco lo so che non hai la bilancia… e chi ne ha una solitamente non la porta in viaggio. Quindi potete fare 1/2 tazza da tè (mug) di cous cous ed altrettanta di acqua.

Procedimento:

In un contenitore mettete il cous cous con un pizzico di sale ed un cucchiaio di olio, versateci sopra l’acqua bollente e lasciate riposare possibilmente coperto per 5/6 min. Nel frattempo in un secondo contenitore condite con olio e sale i pomodori tagliati a cubetti, la frutta secca e la menta tritata.

A questo punto con una forchetta potete “sgranare” il cous cous, in modo da renderlo soffice e senza grumi.

Unite il condimento al cous cous ed il piatto è pronto.

Potete anche sostituire i pomodorini con della verdura bollita come zucchine o carote, così come aggiungere dei ceci se volete anche una fonte proteica. O fare una versione ancora più semplice con solo olio evo, anacardi ed uva passa, fatta rinvenire in acqua calda. Per insaporire il vostro cous cous potete anche sciogliere nell’acqua bollente della curcuma o dello zafferano.

Ci sono davvero molteplici varianti per creare un piatto unico leggero e facile da realizzare quasi ovunque. Si può anche prepare in anticipo e trasportare facilmente in un contenitore ermetico.

Buona gara!

Mari – Aid Station Foodie

AID STATION FOODIE: Hummus di ceci

L’hummus è una crema di ceci e tahina (salsa di sesamo) aromatizzata con limone e spezie. E’ una delle ricette più antiche e diffuse del Medio Oriente grazie alla semplicità dei suoi ingredienti.

Chi è stato ai nostri Camp oramai lo sa, l’hummus in tutte le sue varianti è il mio cavallo di battaglia: non manca mai in tavola, anche perché si può preparare in anticipo ed eventualmente trasportare in un vaso di vetro.

E’ una salsa semplice e veloce da preparare ma un piatto perfettamente completo dal punto di vista nutrizionale, ricco di vitamine, proteine, minerali e fibre. Consumato con del buon pane o con verdure fresche, è un ottimo modo per assumere proteine vegetali di qualità: ideale per chi segue una dieta vegetariana/vegana, ma gustoso per chiunque.

La mia versione di hummus:

Ingredienti:

250 gr di ceci lessati (vanno bene anche quelli in barattolo)

1 cucchiaio di tahina

2 cucchiai di olio evo

3 o 4 cucchiai di succo di limone (a vostro gusto)

qualche cucchiaio di acqua

½ cucchiaino di cumino in polvere

½ cucchiaino di semi di cumino

un pizzico di paprika

sale

½ spicchio d’aglio (facoltativo)

Procedimento:

Mettere tutti gli ingredienti nel bicchiere del mixer e frullare, deve rimanere una crema densa e liscia, non grumosa: se necessario aggiungere mentre frullate qualche cucchiaio di acqua, o limone, in base ai gusti fino ad ottenere la giusta consistenza.

E’ una pietanza molto versatile, si può mangiare semplicemente spalmato sul pane tostato o tipo pita, intingervi verdure fresche di stagione tipo carote e finocchi, o per accompagnare un secondo come polpettine di verdure e falafel.

Con un po’ di fantasia si possono fare diverse varianti “stagionali” e colorate, unendo ai ceci delle verdure come zucca, broccolo, carote arrosto, barbabietola ecc.

Devo confessare che l’ho usato anche in gara, ovviamente in versione senza aglio. Ho fatto dei mini tramezzini, incartati uno ad uno, e si sono rivelati un modo ottimo per spezzare la monotonia del classico gusto dolce di barrette e gel. In questo caso è importante utilizzare pane bianco senza crosta, che sia facilmente masticabile ed assimilabile, evitando di far lavorare troppo lo stomaco.

Mari – Aid Station Foodie

Friends of DU: CASCADA – All Road Apparel

Abbiamo conosciuto i ragazzi di CASCADA in occasione di un progetto al POLITECNICO di Milano: ci piaceva il loro approccio e li abbiamo invitati a lezione per parlare ai giovani designer. Ci ha colpito subito come si avvicinavano da “utilizzatori” al prodotto, la ricerca di soluzioni nuove senza perdere d’occhio il design, l’attenzione per le tematiche ambientali, e non ultimo un certo entusiasmo che dovrebbe sempre animare chi intraprende una strada nuova. Insomma, ci sono piaciuti.

Da lì a provare i loro capi il passo è stato breve, e se noi due non siamo grandi ciclisti, una certa esperienza di materiali ce l’abbiamo, avendo lavorato nell’ambiente per anni: questo è quello che ne è venuto fuori.

Merino Base Layer Unisex:

Merino Base Layer è disponibile sia in versione manica corta che lunga, entrambe realizzate in lana merino e poliestere: questa combinazione di materiali crea un isolamento termico che aiuta a non disperdere calore grazie alle capacità termiche della lana, mentre la fibra di poliestere aiuta ad allontanare l’umidità mantenendo calda e asciutta la pelle.

Vestibilità “unisex”: sono sempre terrorizzata da questa parola perché sappiamo bene che la conformazione fisica maschile e femminile sono molto diverse tra loro! Invece qui, grazie alla costruzione seamless ben studiata, il capo veste molto bene anche da donna.

E’ un capo caldo e molto confortevole. Primo strato ma questo non ci deve far pensare ad un “intimo”, anzi è tutto da sfoggiare. Colori melange molto ricercati, con lettering del marchio in contrasto decisamente lineare. Quando si viaggia in bicicletta e gli spazi nelle sacche sono limitatissimi, avere un capo versatile, tecnico e caldo ma al tempo stesso sobrio che si possa utilizzare anche una volta smontati dalla sella è veramente un valore aggiunto.

Altro punto a favore, e non da poco, è un capo Made in Italy.

Merino Cross Socks / Cross Socks:

Sono una perfezionista della calza, sempre alla ricerca di quella giusta. Sto attenta al materiale, non le voglio troppo spesse, devono essere aderenti e protettive al punto giusto, e anche il colore non deve essere buttato lì a caso, ci tengo ai miei abbinamenti: una rompi coglioni insomma. E non sono l’unica: ho capito che nel mondo del ciclismo c’è gente che lavora sulla combinazione calza/telaio/tape. Mi sono sentita quasi una novellina.

La merino Cross è una calza invernale, realizzata in lana 100% naturale, rinnovabile e biodegradabile e poliammide con una percentuale di elastane per migliorarne la calzata.
Personalmente le ho utilizzate sia su trail che in bici e sono caldissime. Ben costruite, con la cucitura del puntale molto piatta ad evitare sfregamenti (è un punto a cui faccio sempre molta attenzione). Resistono molto bene all’usura ed ai molteplici lavaggi nonostante la lana sia solitamente delicata.

Il modello Cross, in Dryarn® e poliammide ed elastane è invece leggera e traspirante, tallone e puntale rinforzati con la stessa cucitura antisfregamento in punta.
Altezza al polpaccio perfetta, come ormai mettiamo tutti, tranne Coach Grazielli che a livello di moda è rimasto ai tempi di Geoff Roes nel duello di Unbreakable.

Inutile dire che i colori di entrambe i modelli si abbinano alla perfezione con tutti gli altri capi d’abbigliamento CASCADA.

Anche loro Made in Italy

Headband:

Accessorio molto utile, aderente ma leggera, perfetta anche sotto al casco, in materiale Dryarn® come la calza, costruzione seamless senza cuciture: arrotolata occupa pochissimo spazio, e si asciuga in un attimo. Anche qui il pattern è molto particolare ma sobrio ed elegante.

Land Wool Shirt:

La camicia: un capo ormai sdoganato nell’ambiente del ciclismo dai bikepackers americani, e dai gravel riders. In questo caso però oltre allo stile, abbiamo anche la tecnicità.


Il connubio tra lana e poliestere la rende calda ma leggera, con l’elasticità del poliestere a garantire il massimo del comfort nel movimento.

Lo shape del corpo più lungo ed arrotondato nella parte posteriore aiuta, specie quando siamo in sella, a tenere ben coperta la parte bassa della schiena.

Chiusura ed apertura facilitata dai bottoni frontali automatici.

CASCADA si è rivelata un’ azienda giovane, con la voglia di proporsi a tutte le discipline dell’outdoor: capi semplici e multifunzionali fatti per durare ed essere comodi. Insomma, ci hanno conquistato, e con la collezione nuova ci sono parecchie novità che non vediamo l’ora di usare nei nostri giri in bici.

Li trovate sul sito cascada.cc e tenete d’occhio il loro journal se siete in cerca di ispirazione per nuovi progetti.

AID STATION FOODIE: Cornbread

Il mio primo incontro con il Cornbread è stato in un buffet pieno di delizie southern in Arkansas.

Mi ha conquistato il suo gusto e la consistenza particolare che ben si adatta ad accompagnare sia il dolce che il salato.

Originario degli stati del Sud, quella del Cornbread pare essere una delle ricette più antiche al mondo. Le sue origini risalgono ai nativi americani, dove l’utilizzo del mais era molto diffuso. Venendo io da una zona dove la coltivazione del mais (o granoturco) è molto importante, mi ha incuriosito subito.

La ricetta base del cornbread prevedeva un semplice impasto di farina di mais con acqua, ma tra le mani dei coloni, l’impasto è stato arricchito con farina di grano, latte, uova, zucchero, lievito e si è diffuso in tutto il paese tanto da diventare uno dei piatti tipici del Thanksgiving.

Oggi si possono trovare centinaia di diverse declinazioni del Cornbread: quello Tex-Mex vede l’aggiunta di chicchi di mais fresco, formaggio cheddar e peperoni jalapeno, nel South è solitamente salato, viene servito con burro ed è l’accompagnamento più comune ai piatti principali, fino alla versione New England che tende invece ad essere più dolce soffice e leggero.

A volte più zuccherato a volte meno, questa è la mia versione di Cornbread che utilizzo spesso anche come recovery post gara o come alternativa solida durante i lunghi: basta tagliarlo a quadrotti mono dose ed imbustarli in un sacchettino con zip. E’ un cibo con pochi grassi e tanti carboidrati facilmente assimilabili anche grazie alla presenza della farina di mais che non contiene glutine.
Nella sua semplicità, resta uno dei cibi più apprezzati post corsa ai Camp di DU.

CORNBREAD

Ingredienti:

150 gr di farina 00
150 gr di farina di mais
50 gr di zucchero di canna
6 gr di lievito
una punta di cucchiaino di bicarbonato
½ cucchiaino di sale
250 ml di latticello*
50 ml di olio di semi
1 uovo intero

*Potete farlo in casa unendo 125 ml di yogurt naturale, 125 ml di latte e qualche goccia di limone

Procedimento:

In una terrina uniamo gli ingredienti secchi: farine, zucchero, sale, lievito e bicarbonato. In una seconda terrina quelli liquidi: l’uovo, l’olio ed il latticello. Uniamo i liquidi ai secchi amalgamiamo bene con una frusta a mano in modo da non formare grumi. Trasferiamo in una teglia imburrata, di 22 cm possibilmente in ceramica o ghisa.
Cuociamo in forno preriscaldato a 190° per 25 minuti circa.
Opzionale possiamo spennellare la torta ancora calda con una noce di burro.

CORNBREAD (VERSIONE VEGAN)

Ingredienti:

150 gr di farina 00
150 gr di farina di mais
50 gr di zucchero di canna
6 gr di lievito
una punta di cucchiaino di bicarbonato
½ cucchiaino di sale
275 ml di latticello*
50 ml di olio di semi

*Potete farlo in casa unendo 125 ml di yogurt di soia, 150 ml di latte di soia e qualche goccia di limone

Procedimento:

In una terrina uniamo gli ingredienti secchi: farine, zucchero, sale, lievito e bicarbonato. In una seconda terrina quelli liquidi: l’olio ed il latticello. Uniamo i liquidi ai secchi amalgamiamo bene con una frusta a mano in modo da non formare grumi. Trasferiamo in una teglia oliata di 22 cm possibilmente in ceramica o ghisa.
Cuociamo in forno preriscaldato 190° per 25 minuti circa.

Mari – Aid Station Foodie

The march of the damned

Proprio così: il primo tapis roulant fu ideato e realizzato in Inghilterra nel 1818 da Sir William Cubitt, ed immediatamente introdotto in più di 100 carceri inglesi e poi americane con lo scopo di punire i carcerati e nel contempo produrre energia a propulsione umana.

Non era altro che una grande ruota fatta a scalini che i detenuti erano obbligati a risalire come una scala infinita. Il loro passo faceva girare la ruota in modo da creare l’energia per pompare acqua o muovere una macina per schiacciare il grano. E’ per questo motivo che nel termine inglese treadmill troviamo infatti, la parola mill, mulino.

Chi lo avrebbe mai detto che due secoli più tardi uno strumento nato per punire i prigionieri sarebbe invece diventato per molti di noi la scorciatoia verso la libertà. Una valvola di sfogo, nella “prigionia domestica” di isolamento non volontario che stiamo vivendo.

Chi mi conosce sa bene, che non programmo delle uscite ne tanto meno degli allenamenti: i lunghi, le ripetute, la soglia, i progressivi… per me è un mondo estraneo. Esco quando mi va a fare qualche km vicino casa, soprattutto nei fine settimana, ma nella quotidianità sono più le volte che trovo una scusa per non uscire. Mi piace correre per vedere dei bei posti, anche gli stessi vicino casa, ma che mutano con le stagioni, o per poter esplorare e vivere luoghi nuovi quando sono in viaggio per lavoro o in vacanza. Non ho un piano di allenamento ne tanto meno di gare. Ogni tanto ne faccio qualcuna per il semplice motivo di poter vivere l’emozione di un posto a me caro o perché attratta dalla storicità di una competizione.

Quando a Marzo la situazione che tutti conosciamo è precipitata mi sono ritrovata a dover rivedere in un attimo la mia visione.

Lavoro come freelance quindi mi capita già spesso di lavorare da casa, su questo punto ero organizzata. Mi manca un po’ il confronto, personale con i clienti che semplifica a volte il lavoro, ma su quello ci viene in aiuto la tecnologia.

Della quotidianità, sarà una banalità, ma mi manca il caffè sulla piazza del paese la mattina, quel confronto umano che non si può sostituire. Entri nel bar e scivoli automaticamente nella discussione in corso. Ti confronti spesso con persone molto diverse da te, vuoi per l’età, gli interessi, lo stile di vita, ma proprio per questo motivo i loro discorsi ti fanno ragionare e vedere le cose da un altro punto di vista, in qualche modo ti fanno riflettere, ti arricchiscono.

A volte invece esci e sai anche solo quanto paga il frantoio le olive questa stagione. Che poi a dirla tutta, per me che ho solo sempre saputo quanto pagava l’uva la cantina sociale, è interessante anche quello.

Davo per scontato delle cose che scontate non lo sono affatto. La libertà in tutte le sue sfaccettature, ero così abituata ad averla che non la apprezzavo tanto quanto meritava.

Da noi un ordinanza del Sindaco ha proibito da subito l’accesso a strade pedonali e tutti sentieri se non per l’accesso alla propria abitazione.

Mentalmente devastante, rimani spiazzato. Poi ci ragioni, scavi dentro te stesso e cerchi di tirar fuori il meglio che si può. Ti crei una tua routine quotidiana con i mezzi che hai, ma alla fine è inutile, quel bisogno di fare, di sfogare quel qualcosa che non so nemmeno io cos’è ma che mi fa stare bene con me stessa, era proprio quel gesto della corsa, quel metter un piede davanti all’altro e staccare la testa.

Sapevo quale sarebbe stata la soluzione, avevo un solo dubbio che mi tormentava: ma dove lo metto? Il dubbio è stato subito risolto dal mio partner in crime, perché esistono i tapis roulant ultraslim.

Ordinato, arrivato, scartato. Emozionati come fosse la mattina di Natale.

Costare, costa. Non macina grano ma consuma energia elettrica. Il panorama è bello ma è sempre lo stesso.

Eppure io fisso il limone davanti a me, corro sudata in mezzo alla corrente per avere il vento tra i capelli, ma sorrido!

Treadmill (o ironicamente dreadmill, il mulino del terrore): raramente ci sono mezze misure, o lo si ama o lo si odia (anche se il COVID 19 ha decisamente rivisto la posizione di tanti.

Io sono sempre stato nella prima categoria: non mi ha mai dato fastidio usarlo quando disponibile, e nel tempo ho imparato ad apprezzare la possibilità di lavorare in maniera controllata e sperimentare con soluzioni differenti sia sul pacing che sulla pendenza. L’unica cosa che personalmente non riesco a digerire molto è la lunghezza: per me una session di treadmill ben fatta va dall’ora all’ora e mezza. Oltre perdo concentrazione, e credo di essere andato raramente oltre alle due ore.

Love at first sight

Il primo, evidente, benefit del treadmill è quello di essere completamente indipendente dalle condizioni esterne, che siano meteo, temporali o legislative. Sul treadmill mi è più facile ricreare sempre le stesse condizioni, cosa che per alcuni allenamenti (pensiamo ai test FTP o di VO2Max) è essenziale nel monitorare la condizione.

Il treadmill offre una superficie ammortizzata e reattiva, cosa che tendenzialmente ci aiuta ad affaticare meno i muscoli: in queste settimane, con i nostri atleti che stanno lavorando indoor, noto una capacità di recupero maggiore e la possibilità di inserire più intensità. Questo significa condizionamento maggiore a parità di volume, o stesso risultato con meno volume a seconda della fase che stiamo affrontando o come vogliamo pianificare il periodo. Il treadmill elimina molte di quelle che definiamo spesso junk miles, i chilometri spazzatura.

Altro grande vantaggio del treadmill, è poter modulare in maniera precisa la pendenza: ci apre la possibilità di lavori progressivi basati non sul ritmo ma sul gradiente, di forza muscolare sul lungo, o di capacità se ripetuta. Ma anche poter fare grossi blocchi a simulare salite continue come quelle delle ultra classiche di montagna, gestendo al meglio la continuità di sforzo ed i recuperi: dove si può ricreare una salita costante di 10/12 km al 10%? Magari con recuperi in piano ogni 3 km da 800 metri?

Se avete un treadmill che simula la discesa, o se siete abbastanza smaliziati da riuscire ad alzarlo con una traversina, potrete anche allenare le lunghe discese corribili, la classica situazione che demolisce le gambe in un’ultra con l’accentuarsi dell’impatto muscolare: una gara come Western States, o anche solo LUT, dove spesso dopo lunghe discese ci sono tratti molto corribili, la si gioca spesso più in discesa che in salita.

Qualcuno dice che il treadmill è anche divertente (cit. Roberto da Varese e/o Franz da Treviso). Non nelle loro dosi, forse. Però l’avvento di ZWIFT ha reso tutto un po’ più glamour, almeno. E con i running sensor non c’è bisogno di calibrare a mano il treadmill per avere dati precisi, e ce li ritroveremo immediatamente su Training Peaks, STRAVA o dove vogliamo caricarli: dietro consiglio di Marco ed Alessandra di HRV4Training ci siamo orientati verso RUNN perché misura perfettamente anche la pendenza ed ha un costo accettabile, ma il semplice pod di ZWIFT, quelli di STRYD o RUNSCRIBE, funzionano tutti più o meno bene. Anche le scarpe di UNDER ARMOUR con Bluetooth incorporato, sono una soluzione valida. Il vostro GPS invece no, perché l’accellerometro ha un miliardo di motivi per segnare dati fantasiosi, meglio tenerlo solo per la traccia HR.

Qualche consiglio pratico: come avrete sentito dire da tanti, tenere un 1-2% di inclinazione aiuta nel gesto, e ricrea anche la stessa resistenza che outdoor avremmo nel vento da noi generato, ad essere proprio precisi. Per lo stesso motivo, la mancanza di aria generata dal nostro spostamento, suderete copiosamente e creerete una sorta di bolla d’aria umida e calda intorno a voi: ottimo usare un ventilatore, ma anche bere spesso. Ancora più importante, i vostri battiti saranno sicuramente più alti ed il fenomeno del cardiac drift nettamente più accentuato: come sempre vi diciamo, attenzione ad usare il battito come marcatore di zone predeterminate di sforzo! In ultimo: tenete d’occhio la cadenza, il treadmill vi porta ad aumentarla, troncando spesso la fase di spinta che su un terreno in movimento è difficile da eseguire bene. Se da un lato non è male provare ad aumentare le cadenze, non lo è a discapito dell’economia di corsa: approfittiamo del treadmill per controllare sempre la nostra tecnica e trovare efficacia, non solo numerini su un display.

Have fun… e trattate bene il vostro compagno di allenamenti, ha anche lui dei sentimenti, fatelo girare spesso…

Not-that-fast packing: il Giro del Marguareis

Marguareis, un posto sconosciuto ai più, ma…
Al di fuori di un ristretto gruppo di malati di vie storiche ed adoratori di Gogna, e non contando gli scialpinisti liguri, per i quali è il salotto di casa, il Marguareis resta una montagna poco nota tra i camminatori e gli escursionisti.

Sulla linea di confine italofrancese, tra la provincia di Cuneo ed il dipartimento delle Alpi Marittime, presenta invece un territorio molto vario, caratterizzato da altopiani desolati, pareti strapiombanti, fenomeni carsici e dalla presenza di calcare bianco, che rende alcuni tratti quasi lunari.
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Per evitare code, ansia e nervosismo da Ferragosto, decidiamo quindi di andare “dietro casa” a farci il ben segnato Giro che lo circumnaviga: l’anello classico prevede la partenza da Pian Delle Gorre, ed una suddivisione del percorso in 5 tappe, ma i rifugi in cui si può pernottare sono addirittura 8. Si può quindi decidere di organizzare il proprio giro come meglio si crede, prendendosi ciascuno i propri tempi.
Le varianti sul percorso ed i punti di partenza sono diversi: noi ci incamminiamo verso l’anello da Upega, paesino Brigasco ricco di storia, con influenze liguri, nizzarde e occitane, ma pur sempre in Piemonte, caratterizzato dalle piccole case alte in pietra, una addossata all’altra ed immerse tra i pascoli.
Decidiamo di forzare un po’ il passo e chiudere l’anello in 2 giorni, quindi con una sola notte fuori. Partenza da Upega con cielo molto coperto, inizia anche a piovigginare, ma arriviamo al Don Barbera, ci concediamo un tazzone di the ed il cielo sembra aprirsi: finalmente il Marguareis si presenta ai nostri occhi. Da lì inizia la salita non troppo impegnativa alla Capanna Morgantini e poi via, lunga discesa verso Gias dell’Ortica, piccola risalita al Passo del Duca per poi lanciarsi nella discesa senza fine al Pian delle Gorre.

 

E’ Ferragosto, c’è gente dappertutto e vediamo bene di levarci di torno. Ovviamente dopo aver perso tutto quel dislivello bisogna mio malgrado riprenderlo ed iniziamo la lunga salita al Rifugio Garelli dove arriviamo nel pomeriggio e ci godiamo anche un po’ l’atmosfera del rifugio. Prima tappa andata!
Ripartiamo il mattino dopo col cielo terso, subito una salita a Porta Sestrera che nel sole del mattino si apre su un paesaggio magnifico, poi discesa al Rifugio Mondovì: da lì decidiamo di allungare il giro e circumnavigare anche il Mongioie, seguendo il sentiero V1. La salita verso il Bocchino della Brignola è lunga, le mosche ci perseguitano, ma appena scollinato ecco lago Raschera, in una magnifica conca verde.
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Iniziamo un po’ di sali scendi ed eccoci al Pian dell’Olio, una distesa di stelle alpine, uno spettacolo unico. Da qui iniziamo di nuovo a perdere quasi tutto il dislivello guadagnato, e con lui anche le ginocchia…
Tappa veloce al Rifugio Mongioie con coca e patatine e appena prima dell’abitato di Carnino attraversiamo addirittura un ponte tibetano. Da Carnino Superiore inizia una dura salita al Passo del Lagarè, in sottofondo la band che sta suonando a Carnino alla festa del paese e che sta massacrando alcuni classici della musica leggera italiana, ma almeno ci fa ridere, e dal Passo ormai è fatta, inizia la discesa ad Upega immersi in una valle viola di lavanda selvatica.

 

Alla fine due giornate da 30/35 chilometri e un duemila metri di dislivello al giorno. Non è la classica passeggiata domenicale, ma neanche un’impresa titanica: basta un po’di continuità in salita, un po’di corsetta nelle lunghe discese e buona compagnia per i momenti di down. In compenso si è ripagati da panorami splendidi, ambiente vario e su gran parte del percorso, la completa solitudine.
Fastpacking? Slowrunning? Escursionismo estremo? Rando-course? Chiamatela come volete… per me un ottimo modo per passare un week-end…
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COACH SAYS
“Ma non è una semplice passeggiata?”
“Ma io sono un runner…”
“Vai così piano che non è allenanante!”

“Oh, lo zaino pesa un quintale, come fai a correre?

No, non è la semplice passeggiata.
Lo sappiamo che siete runner, ma capiterà anche a voi prima o poi di dover camminare una salita.
Anche se non ci credete, può essere un ottimo allenamento.
E no, se sei smart lo zaino non pesa un quintale.
Ah, è anche divertente.

Direi che come in ogni attività, è l’attitudine con cui la si affronta, che la rende appetibile o meno. Quindi iniziamo a scavare e vedere di cosa parliamo.L’idea di compiere lunghe traversate di più giorni, è tutto meno che nuova: i grandi cammini, i sentieri alpini a tappe, i raid e le traversate, sono tutte cose che fanno parte del bagaglio storico dell’escursionismo. Quello che è cambiato nel tempo, è che con i materiali di oggi, diventa possibile per tanti coprire più km, e l’avvento della corsa in natura su lunghe distanze ha “sdoganato” il concetto di correre sui sentieri anche tra un pubblico che mai ci si sarebbe avvicinato prima.

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Ora è diventato lo snobistico fastpacking, ma anche quando le chiamavamo concatenazioni il concetto era lo stesso: percorrenze superiori alla classica gita, bivacco o pernottamento più o meno spartano, durata varia dai due giorni a più settimane.

Quindi la prima variabile da affrontare è quella della durata: si parte dal weekend, fino ai mesi che ci vogliono per i grandi sentieri americani come il Pacific Crest Trail.

La seconda variabile, è quella del tipo di supporto esterno che andremo ad avere: dal crewing maniacale dei tentativi in velocità stile Scott Jurek o Karl Meltzer sull’Appalachian Trail, alla completa indipendenza con tenda e viveri a spalle anche per più giorni.

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Il bello è che in mezzo c’è una miriade di opzioni che possono rendere la cosa divertente per il runner iperagonista, come per l’escursionista che vuole provare il brivido delle scarpe da trail e mettere testa bassa. Basta trovare il proprio spazio.

Si, ok, ma è allenante?Certo. Va magari vagliato ed orientato in funzione della stagione e degli obiettivi, ma i possibili punti a favore sono molti:
Innanzitutto, uno sforzo aerobico di lunga durata, è comunque allenante per creare una base. A chi dice che è troppo basso, ricordo che il muscolo cardiaco impara a pompare volumi maggiori di sangue proprio a ritmi bassi.
Poi da un condizionamento muscolare che in un ultra è sempre gradito ed auspicato: il classico “stare sulle gambe”.
Insegna a gestire lo sforzo su tempi e modi completamente differenti dalla classica gara o uscita lunga: è uno stimolo che ci obbliga a trovare nuove risorse fisiche e mentali, una diversificazione che, per esempio, insegna al nostro corpo a scovare energie in modi diversi dai soliti.
Ma anche nello specifico, in preparazione ad un ultra: siete sicuri che la salita alla Tete aux Vents al km 155 la farete molto più rapida in gara all’UTMB che dopo una giornata di cammino a ritmi più gestibili e “solo” 50 km nelle gambe?E soprattutto, come già evidenziato in apertura: è divertente.
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E lo è ancora di più se fatto in compagnia. Senza assillo di cronometro, senza sbuffare se bisogna aspettare, e senza sensi di colpa se al rifugio ci si ferma un ora invece che i soliti tre minuti a ristoro. Ci permette di “reinserire” in un contesto piacevole e positivo la corsa e tutto quello che la riguarda: ottimo a chiudere la stagione o per un bel break dopo un appuntamento importante. Ed è comunque emozionante l’idea di coprire lunghe distanze in breve tempo, veder cambiare il paesaggio e saper riconoscere ambienti diversi.
Per farlo serve un po’di fantasia, sapere un minimo pianificare (ma anche no, se si ha spirito di avventura), essere a proprio agio con una carta in mano, e avere l’attrezzatura giusta, perché fa davvero la differenza. Ma su questo punto andremo a vedere con Andrea qualche consiglio ed indicazione…
Fastpacking? Slowpacking? It’s all about having fun!

BEAR 100 e la Indian Summer: on the road con Francesco Paco Gentilucci

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Cento miglia. Cosa ti ha spinto a metterti alla prova? Quello che rappresenta come distanza iconica, il percorso di avvicinamento, l’ambiente in cui si svolgeva?
Volevo una fibbia perché ho sempre i pantaloni tenuti su da un laccio di scarpe. Inoltre mi affascinava la distanza, ne ero e ne sono attratto. Il processo è la cosa che di sicuro mi ispirava di più, sapendo che se avessi fatto le cose a mio modo forse sarei arrivato in formissima, ma molto più probabilmente mi sarei massacrato sia mentalmente che fisicamente.
La scelta di Bear 100 è stata dettata da un po’ di motivazioni: il video Outside Voices di Joel Wolpert (dove Jenn Shelton corre la gara), il periodo (ho lavorato un mucchio di giorni anche nei fine settimana nei mesi estivi e non potevo gareggiare in quel periodo) e il fatto che la gara era dura, con molta montagna e grandi incognite (poteva far caldissimo come freddissimo). Che non c’era nessuno che conoscevo a farla/ averla fatta. E infine il claim della gara “36 hours of indian summer”: gli Indian Summer sono uno dei miei gruppi emo preferiti.

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Qual era l’elemento che temevi di più, prima?
La cosa che temevo più in assoluto era il motivo stesso per cui mi trovavo in starting line, ovvero la distanza. Il dislivello tutto sommato non mi preoccupava tanto, ma la distanza si. Probabilmente nessuno è mai realmente pronto per una 100 miglia, ma io mi sentivo un po’ sperduto. Mi pareva di aver fatto troppi pochi chilometri, aver passato troppe poche ore sulle gambe. E in effetti dati alla mano non ne abbiamo fatti molti, col Coach abbiamo lavorato più sulla qualità che sulla quantità. Col fatto del lavoro spesso riuscivo a fare giusto un’ora alzandomi alle 5:30 del mattino. Questo ovviamente mi metteva molto sotto pressione.
Quindi direi soprattutto riuscire a sopportare i miei stessi pensieri per un sacco di tempo. Infine tutti i vari acciacchi che ho fisicamente (tendini/articolazioni) e che di solito saltano fuori come i foruncoli sul naso prima di un appuntamento con una ragazza.

E dopo, ora che hai chiuso la tua prima cento, quale pensi che sia la vera difficoltà di questa distanza?
Sai che in realtà non saprei cosa rispondere. Da una parte forse è semplicemente riuscire a gestire i momenti difficili in cui ti senti sperduto e un po’ di sofferenza fisica. Devo dire che a differenza di praticamente ogni gara che ho fatto in vita mia ho cercato di usare un po’ il cervello, non spremermi in modo insensato e fare le scelte giuste. Sono tutti aspetti che avevamo curato anche in allenamento del resto. A dire il vero credo che la sfida di Coach Grazielli sia stata lavorare più sulla mia testa che sul mio fisico.

Come hai gestito la tensione nell’avvicinamento alla gara e nei giorni precedenti al via?
Gareggiare in USA (e viaggiare per 30 ore in aereo perché ho sbagliato ad acquistare i biglietti) mi ha aiutato a lasciare un po’ di stress a casa e a pensare un po’ meno alle preoccupazioni non importanti che mi assalgono quando sono qui.
Quando atterri in una città in cui non sei mai stato e devi arrangiarti per trovare da dormire, spostarti e tutto il resto, non sei lì troppo a pensare alla gara. Nel tempo immediatamente prima della gara invece ho fatto ciò che ho fatto in tutti i mesi prima della gara: ho assillato il Coach. Facendogli mille domande, cercando di scaricare l’ansia su di lui e trovando quel punto di vista esperto, da Coach e amico che spesso mi tira fuori dal bicchiere d’acqua in cui annego.
“testa di cazzo hai il 100 per cento di probabilità di finire quella gara, ma che cazzo di domande fai?” cit.

In una ipotetica drop bag che ti deve accompagnare nella preparazione di una gara, cosa metti dentro? Fisicamente e dal punto di vista umano…
Un cervello funzionante. In grado di non lasciarsi assalire dall’ansia e che rimane focalizzato sul momento. Molto allenamento in cui pensi solo ad allenarti. Un po’ di dedizione nel fare gli allenamenti quando vorresti solo uscire a bere e invece vai a correre, e l’attenzione nel cercare di capire il tuo corpo. Le gambe corrono se il cervello funziona.

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Tre sapori/gusti/odori/sensazioni che ricordi della tua gara.
Il rumore delle foglie nel bosco di betulle dopo Tony Grove (miglio 51). Ero da solo in salita, iniziava a venir buio e mi trovavo su un sentiero fra questi tronchi bianchi altissimi.
Le gelatine gommose a Richards Hollow – miglio 22.50- uscito dal primo canyon. Avevo fatto la discesa a tutta e iniziava a far caldo. Ho trovato Clare Gallagher (faceva da crew a Timmy Olson) e mi ha portato delle gelatine di frutta da mangiare. Per un attimo ho pensato che il Coach non sarebbe stato contento che mangiavo caramelle, ma in realtà lo avrebbe fatto pure lui.
La pizza americana buonissima della sera post gara e annessa birra tenuta come una reliquia (a Logan in Utah sono quasi tutti mormoni quindi hanno un solo bar in tutta la città e vende solo birre analcoliche) in tavola con Dolores, la signora che mi ospitava, suo marito Shaun, Jim (anche lui ospite) e il mio pacer Kris. Appena svegliato – avendo dormito il pomeriggio – mi tiro fuori dal letto con le ginocchia un po’ gonfie, i piedi massacrati e un po’ confuso. In cima alle scale c’è Dolores che mi sorride e mi dice “giusto in tempo”, mentre gli altri alzano una birra alla mia salute. Mi sono sentito a casa.

 

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COACH SAYS:
Il grande viaggio. Non era facilissimo gestire il rapporto Coach/atleta vista la grande amicizia che ci lega, ma una frase che mi ha detto ad inizio preparazione mi ha convinto che ci saremmo divertiti: “Guarda che io ho sempre dato tutto per i miei Coach”. Potevo tirarmi indietro?
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Paco veniva da anni di infortuni continui, e aveva forse perso la speranza di riuscire a correre ed allenarsi con continuità. Il primo lavoro è stato quindi mentale, per metterlo in condizione di affrontare una preparazione lunga (quasi nove mesi) tranquillo e senza ansia. Gli ho lasciato la sua adorata bici per fare i primi lunghi e qualche lavoro di velocità pura, e poi piano piano abbiamo aumentato il chilometraggio stando attenti a ogni minimo feedback. A maggio primo vero test lungo, con un Quadrifoglio 100km portato a casa bene, che credo gli abbia dato la convinzione di essere sulla strada giusta e anche un po’di fiducia sulla tenuta della testa. Perché da quel punto ho visto una costanza ed una dedizione quasi maniacale. Più aumentavano i carichi, più rispondeva di testa ancora prima che fisicamente: da lì ho capito che sarebbe arrivato in fondo. E bene.

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C’é sempre un po’di emozione a seguire a distanza una persona con cui hai condiviso mesi di sogni, discorsi, incazzature e stati alterati da fatica, ma questa volta il race-day ero insolitamente tranquillo: sapevo che si sarebbe goduto una grande giornata. Me lo sentivo e non c’era motivo che non andasse così. E difatti, quando mi è arrivato il suo messaggio post gara, mi è sembrato di rivivere con lui tutte le ventisei ore di viaggio.

 

Non abbiamo ancora festeggiato a dovere, ma se non ricordo male c’era in ballo un “pellegrinaggio”…

#DUcoaching #destinationunknown #thetempleofmiles