Si fa presto a dire “bastoncini”!

Basta presentarsi sulla linea di partenza di una qualunque gara di trail su media o lunga distanza e fare un rapido conto: più o meno il 70% dei presenti utilizza dei bastoncini, e in alcune gare probabilmente ci avviciniamo al 90%. Ma cos’è questa sorta di mania da “trekking poles” che sembra aver contagiato l’intero mondo del trail? Proviamo a capirlo insieme.

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Le basi
Camminare in montagna è faticoso, lo sappiamo bene. Figuriamoci correrci. I bastoncini, quando usati correttamente, possono alleviare questa fatica in maniera sostanziale. Il succo del discorso è tutto qui. C’è anche chi si è azzardato a buttare giù dei numeri, asserendo che l’utilizzo dei bastoncini riesce ad alleviare l’affaticamento delle gambe fino al 20%, tuttavia non esistono studi conclusivi a riguardo. Al di là dei numeri, è fuori  discussione che camminare in salita con i bastoncini permetta di sfruttare in maniera proficua tutta quella muscolatura di braccia e spalle che, diversamente, sarebbe solo un peso che ci porteremmo inevitabilmente appresso: tanto vale provarle a dargli un senso e sfruttarlo a nostro vantaggio, no?

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Paco e Carmo si godono due appoggi extra dove l’aria è sottile

Bastoncini sì, ma quali?
Da un punto di vista storico, i bastoncini arrivano innanzitutto dal mondo dello sci nordico e del trekking. I primi bastoncini in alluminio, mutuati dagli specialisti delle nevi, erano leggeri e resistenti ma poco trasportabili e si sono poi evoluti nei modelli telescopici a due o tre sezioni. Un semplice meccanismo di chiusura ad avvitamento permetteva di allungare e accorciare rapidamente il bastoncino, rendendolo adatto alla salita, alla discesa e al trasporto sullo zaino da trekking (o al suo interno). Bingo.
E per il trail? Si poteva fare di meglio e rendere il processo rapido e a prova di bomba (cosa che con la chiusura tradizionale non è sempre scontata… freddo, polvere, acqua, sporco non aiutano certo e sono condizioni comuni in gara o nelle nostre uscite).
Per noi, la vera rivoluzione l’hanno fatta i modelli “a sonda” in carbonio. Con una struttura che ricorda le sonde da ricerca dispersi in valanga ed una serie di sezioni cave che in uso vengono messe in tensione da un cordino di dyneema interno, questi bastoncini hanno segnato il vero cambio di passo per gli appassionati di trail running di tutto il mondo.

Progetto senza titolo
Bastoncini a sonda a misura fissa: da sx Masters Tre Cime Fix, Black Diamond Distance Carbon Z, Leki Micro RCM

Perché? Sono leggerissimi, con un volume d’ingombro minimo una volta smontati, non richiedono manutenzione e non hanno i problemi d’inceppamento tipici dei modelli telescopici. Soprattutto, sono pratici da tenere in mano una volta ripiegati e sono facili da fissare esternamente allo zaino, come vedremo tra poco. Non a caso, praticamente tutti gli atleti elite che usano i bastoncini optano per questa tipologia.

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Bastoncini a sonda regolabili: da sx Masters Tre Cime Carbon, Black Diamond Distance Carbon FLZ, Leki Micro Vario Black

Ci sono poi i modelli a lunghezza fissa, molto diffusi in ambito Vertical K o Sky. Sono in assoluto i più leggeri e funzionali, salvo essere poi un po’ più scomodi da trasportare, non essendo pieghevoli.

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Masters Sassolungo, un capolavoro di leggerezza e robustezza.

Discorso a parte lo fanno le impugnature: in sughero o in tessuto sintetico, corpose o minimali, con lacciolo classico o guantino a sgancio rapido in stile “nordic walking”. Quasi sempre la scelta è dettata dai vostri gusti e dal tipo di utilizzo che fate dei bastoncini.

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I Leki Micro Trail Pro con la caratteristica impugnatura facilmente staccabile.

Chi scrive, per esempio, li usa esclusivamente in salita e predilige i modelli con impugnatura nordic perché sono particolarmente pratici da sganciare nei tratti pianeggianti e in discesa.

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L’autore dell’articolo “on the run”

L’enorme differenza nella scelta dei bastoncini la fa lo zaino che utilizzeremo, perché sarà quello a determinare se e come potremo riporli quando non ci serviranno. La condotta in questo caso è fondamentale: in gara diventiamo tutti pigri, lo siamo addirittura con l’alimentazione (quel gel che dovrei tanto prendere è laggiù, lontano, nella tasca… come farò mai a raggiungerlo?) figuriamoci con i bastoncini. C’è chi li trasporta tutto il tempo in mano, direttamente montati, senza accusare il colpo. Tuttavia, vi posso assicurare che non c’è niente di meglio di avere le mani libere durante la discesa che segue una lunga salita. Oggi, quasi tutti le aziende hanno adeguato l’offerta dei loro zaini ed è sempre più facile trovare soluzioni ingegnose per il trasporto dei bastoncini

Qualche esempio? Abbiamo Ultimate Direction, che nella sua quarta versione della sua Signature Series ha messo a segno un colpo eccellente con un sistema di trasporto semplice, pratico e intuitivo, che funziona bene soprattutto con i modelli a sonda compatti e leggeri.

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Salomon ha introdotto da poco una faretra modulare disegnata appositamente per la linea S/Lab Sense Ultra Set, molto pratica nell’utilizzo sul campo e intelligente perché rimuovibile all’occorrenza. C’è poi il sistema storico di trasporto bastoncini della casa di Annecy, presente sui modelli ADV Skin, estremamente versatile (è uno dei pochi che funziona bene anche con i modelli telescopici) ma un po’ più laborioso da utilizzare.

Infine, abbiamo lo Skin Pro 10 Set che combina addirittura tre modalità di trasporto: internamente allo zaino, esternamente in modo trasversale oppure sfruttando il cordino elastico incrociato presente sul fondo. Ingegnoso e molto efficace.

Per gli amanti degli zaini più strutturati, di concezione un po’ più classica, Raidlight propone dei modelli molto validi sui quali fissare i bastoncini è semplicissimo. Su tutta la linea Ultra Legend troviamo sia il fissaggio classico posteriore, sia un sistema frontale di nuova concezione ad aggancio rapido:

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Non solo zaini.
È passato un po’ di tempo da quando si vide Luis Alberto Hernando vincere gare in tutto il mondo con i suoi fedeli bastoncini fissati in vita tramite una cintura elastica. Da allora, l’offerta di fasce ventrali elasticizzate che permettono di trasportare i bastoncini (prevalentemente i modelli a sonda) è aumentata esponenzialmente. Si tratta di cinture realizzate in materiale elastico, che arrivano fino ai 5 litri di capienza, con cui sostituire lo zaino per trasportare il materiale indispensabile per le vostre uscite. I modelli presenti sul mercato sono parecchi e tutti molto interessanti. Si passa da Archmax a Compressport, da Salomon a Naked passando per Nathan e Ultimate Direction. Il trasporto dei bastoncini in vita offre notevoli vantaggi, lasciando libero il tronco e le spalle. Se vi piace la corsa shirtless e minimale, e non avete bisogno di trasportare troppo materiale, tenetele presente.

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A sx la fascia Compressport in versione UTMB, a dx l’originale Archmax

Sì, ma il gesto?
I puristi della corsa s’indignano, di fronte a D’Haene che stravince l’UTMB correndo con i bastoncini e mettendosi dietro persino Re Kilian. “Non si corre con i bastoncini!”, “Ma non è neanche capace ad usarli!”. Il puro gesto della corsa viene indubbiamente compromesso dall’utilizzo di quei due pali rigidi che non si sa mai bene come abbinare al passo spedito di un runner efficiente, tuttavia la prova sul campo non lascia adito a dubbi: i bastoncini aiutano tutti, persino i top! E se oltreoceano i detrattori della corsa con zainetto e bastoncini rimangono la maggioranza, in gare particolarmente “montagnard” e con molto dislivello come Hard Rock 100 si cominciano ad intravedere persino in mano ai nomi che contano. Insomma, tocca farsene una ragione: se persino il Coach ha fatto  l’UTMB con un paio di vetusti Camp Xenon 4 in mano, va davvero a finire che i bastoncini servono ad andare più veloce!

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COACH SAYS

Bastoncini? Discorso complicato.

Che possano rappresentare un aiuto valido nelle ultra “montane”, è fuori discussione, ma è davvero tutto così semplice? No, e andiamo a vedere perché.

Qual’è materialmente il vantaggio di utilizzare i bastoncini?

Innanzitutto, scarichiamo dalle articolazioni delle gambe un po’di peso, ma il discorso vale anche per i muscoli del CORE, in quanto la stabilità data dai quattro punti di appoggio ci permette di dover chiudere meno per restare bilanciati
Salviamo la schiena restando più dritti, e nel fare questo aiutiamo anche la respirazione aprendo bene la zona del diaframma e soprattutto ventrale.
E, cosa da non sottovalutare, ci aiutano spesso a trovare continuità e ritmo sulle salite più continue evitando continui fuori giri.

Vediamo invece i punti negativi.

Oltre ad un certo ingombro (anche se, come visto, al giorno d’oggi è un problema superato dalle nuove soluzioni di trasporto), c’è la tendenza ad “addormentare” un po’i runner, che spesso cedono alla camminata anche quando potrebbero comunque sfruttare una corsa poco dispendiosa. E qui arriviamo al nocciolo della questione.
Vero, i bastoncini aiutano, ma non dimentichiamo che l’utilizzo degli arti superiori alza anche i battiti e di conseguenza il dispendio energetico che potrebbe in certe situazioni portarci fuori soglia.

Quindi quando vale la pena usare i bastoncini e quando no?

Innanzitutto, bisogna avere un minimo di padronanza della tecnica, altrimenti davvero si “spende” molto per guadagnare poco e spesso intralciarsi da soli. Ergo, no “domani li prendo senza averli mai usati perché ce li hanno tutti”. Poi valutiamo il percorso: dislivello importante, salite lunghe e continue, chilometraggio pesante, via coi bastoncini. Gare corribili, salite nervose o tanti saliscendi, valutare bene, anche con chilometraggi ultra. A proposito: si usano in discesa? Io sostengo di no, perché ok che aiutano le articolazioni, ma si rischia spesso la caduta e le continue frenate significano per i nostri quadricipiti un aumento delle contrazioni eccentrico/concentriche ed un sacco di scorie. Quindi, a meno di non essere su terreno davvero tecnico e con le ginocchia scoppiate, io eviterei.

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Il Tenente Mirel si gode le Piccole Dolomiti

Ok, vi ho convinto che servono. Ma che altezza? Due scuole di pensiero, a seconda dell’utilizzo. Chi fa VK o Sky preferisce un bastone alto, in pieno stile sci nordico, perché spesso lo utilizza in progressione a due appoggi, tirandosi su con le braccia. Per chi fa ultra, non è consigliato sempre per il discorso del dispendio energetico: in uno sforzo intenso, si cerca la velocità dall’utilizzo del bastone, in una ultra si cerca di economizzare. Gli americani dicono il classico 90° al gomito con il bastone dritto, ma in fondo che ne sanno loro delle Alpi? Quindi io consiglio, nel dubbio, di aggiungere un cinque centimetri, si va meno a cercare l’appoggio e si usa un po’di più in spinta.

Ed ora finiamo con il come. Fondamentalmente ci sono tre tecniche di progressione coi bastoncini.

PASSO ALTERNATO

E’quello comunemente utilizzato, ottimo per la progressione su salite poco tecniche e non troppo ripide, in cui l’appoggio del bastoncino e della gamba sono alternati: gamba destra avanti, braccio sinistro avanti, gamba sinistra avanza, avanza il braccio destro. E’ un gesto abbastanza semplice una volta capito il meccanismo, efficace nel dare ritmo, poco dispendioso, e ci permette di guadagnare distanza con la falcata se siamo al passo.

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MC in progressione al Temple of Miles

PASSO SPINTA

E’ l’appoggio combinato e parallelo dei due bastoni in avanti (chi ha finezza di tecnica ne appoggia, come nello sci nordico, uno un pelo prima e più avanti dell’altro), che ci permette di fare forza e “tirarci” su. Si usa sulle salite molto ripide o a risalti, o dove comunque non si riesce a sviluppare un passo alternato efficace. Se in questo modo possiamo aiutarci di più con la parte alta del corpo, ricordiamoci che se usiamo troppo le braccia andiamo spesso a lavorare con la zona lombare in maniera innaturale, inficiando i possibili benefici.

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Il Coach si trascina verso il Buco del Viso

CORSA CON I BASTONCINI

Si vede talvolta correre con i bastoncini nei tratti di falsopiano. Qui serve un po’più di agilità e coordinazione per eseguire un passo che ricorda da vicino il vetusto passo svedese o finlandese. Scomparso dalle piste se non nei ricordi di qualche purista o negli incubi degli Aspiranti Maestri, ha trovato applicazione nella corsa. Si usa più che altro in brevi tratti di falsopiano o nei rilanci tra un tratto di salita e l’altro per alleggerire un po’i carichi e far lavorare i muscoli delle gambe diversamente. E’molto efficace, ma decisamente dispendioso.

Foto Sylvain passo svedese
Sylvain Court in perfetto stile di corsa

Facce da ISPO: paura e delirio alla München Messe.

ISPO: se non lo conosci, semplicemente spaventa.
Tre padiglioni giganteschi, tutto il mondo dell’outdoor che conta riunito in un posto solo e, quasi sempre, troppo poco tempo per vedere tutto e ficcare il naso in più stand possibili. Quest’anno, la delegazione Destination Unknown era presente al gran completo, elemento che ha reso la nostra partecipazione alla fiera ancora più memorabile.

ISPO 2018 ha rappresentato un cambio di direzione piuttosto netto rispetto al passato, complice anche l’assenza di alcuni dei marchi più importanti del settore outdoor (Salomon, Dynafit e Salewa solo per citarne alcuni). Una netta flessione sul fronte delle novità dedicate al trail running, che sono state decisamente inferiori rispetto agli anni scorsi, compensata però dalle grandi novità sul fronte dei materiali tecnici, come visto per esempio da Polartec e Primaloft nel campo dell’insulation o da altri nel settore delle wearable technologies.

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Polartec metteva in mostra Power Fill, un’imbottitura in poliestere con una innovativa struttura che crea delle tasche di aria che catturano e trattengono il calore corporeo. Il basso peso e l’ottima comprimibilità, associata alle capacità idrorepellenti della fibra, lo rendono ideale per l’uso outdoor. L’attenzione alle risorse dimostrata dall’azienda americana ha permesso di raggiungere l’80% di fibra provenienete da riciclo post-consumer: rivolto decisamente alle attività meno aerobiche, ha già diverse applicazioni su capi in uscita nel prossimo inverno.

La nuova alternativa sintetica alla piuma d’oca di Primaloft, il ThermoPlume della linea Black, si vedeva già declinata in parecchie collezioni di diversi brand: le fibre vengono inserite sfuse nel capo ricreando un effetto simile a quello della piuma anche come funzionamento. Contrariamente alla piuma, però, restano le proprietà idrorepellenti della fibra Primaloft, rendendo ThermoPlume molto più performante in situazioni di bagnato.

Fa piacere notare come la ricerca dell’ecosostenibilità per una produzione più attenta alle tematiche ambientali si sia radicata in maniera sempre più importante nel mondo dell’outdoor, lasciando sperare che ci sia qualcosa di più di una semplice ondata di “green marketing” dietro alla produzione dei materiali coi quali ci avventuriamo sui sentieri e l’impatto di alcune campagne di sensibilizzazione che hanno visto proprio i marchi stessi farsi promotori e non semplici spettatori di quanto sta accadendo specie negli US.

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L’ISPO è comunque vivo e vegeto, ma sta ritornando ad essere una fiera di settore e non più lo show in cui era stato trasformato negli ultimi anni. Le aziende hanno ripreso ad investire sulla ricerca e segni di ripresa ci sono. Che poi Monaco sia al top come struttura, è confermato dallo spostamento dell’Outdoor Show dal 2019. Proprio a Friedrichshafen troveremo sicuramente più novita riguardo al mondo trail, essendo la fiera molto più incentrata sull’estivo: come sempre, Destination Unknown cercherà di essere presente.

Andrea’s best pick:
Ho visitato ISPO in lungo e in largo alla ricerca delle novità più interessanti, e alla fine i prodotti più interessanti li ho trovati allo stand di SCARPA. Partendo dalla collezione SS18, oltre alla nostra adorata Spin (in casa DU è la scarpa che mette d’accordo tutti), si aggiunge la nuovissima Spin RS, con qualche millimetro di drop in più e la suola Vibram Litebase con mescola Megagrip, che riduce lo spessore della suola facendo risparmiare fino al 30% di peso mantenendone inalterate le caratteristiche di durata e performance. In pratica, una Spin più carrozzata, sui 300 grammi di peso nel mio 43, che potremo utilizzare sia in allenamento sia in gara se con la Spin originale ci troviamo po’ “corti”.
C’è poi la nuova Neutron 2, il modello che davvero mancava nella collezione trail di Scarpa: dedicata alle lunghe distanze, comodissima, ammortizzazione abbondante, una suola di una cattiveria inaudita, inserti protettivi nei punti giusti e un peso intorno ai 350 grammi: that’s the way you do it, così ci piace. Potrebbe essere la mia scarpa per l’Eiger 101, staremo a vedere.
Per chiudere in bellezza, non vediamo l’ora di provare la nuovissima Spin PRO OD, il nuovo modello invernale per la collezione FW18: stesso chassis e geometrie ispirate alla Spin (con un po’ di protezione in più), ghetta integrata ad altezza caviglia e membrana impermeabile Outdry per garantire piedi asciutti e traspirazione ottimale. La suola è l’ormai collaudata Vibram Megagrip Fixion, con lo stesso schema di tasselli del modello estivo e della Atom S EVO OD.

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Andrea’s best moment:
Stand Patagonia, ore 17:00. La giornata in fiera volge al termine, gli addetti ai lavori mollano un po’ il tiro dopo una giornata di appuntamenti. Tante persone, un sacco di birre, sorrisi che volano leggeri e che fanno scorrere il tempo ad una velocità che mi piace, che sento mia. Guardandomi attorno, vedo amici, colleghi giornalisti, gente che scia, arrampica, corre forte, abbiamo tutti una gran voglia di condividere quel qualcosa che ci accomuna al di là del mestiere che facciamo e che ci fa brillare gli occhi di fronte all’idea di salire su una montagna. È un momento bellissimo, fatto di cose semplici, durato il tempo di un paio di birre tra amici, ma è il ricordo più bello di ISPO insieme a quello della cena che gli è seguita: tutta la crew di Destination Unknown riunita insieme ad altri amici incontrati in fiera, tutti a cercare un modo di ordinare in tedesco ad un ristorante vietnamita. Momenti che ti fanno sentire una persona fortunata.

 

Davide’s best pick:

Molto colpito dal Lowdown Focus di Smith Optics. La semplice ed elegante montatura dell’occhiale nasconde una rete di sensori che misurano l’attività cerebrale e grazie all’app Smith Focus sviluppata con Muse si possono misurare e poi allenare attività cerebrali e di focus e migliorare le prestazioni cognitive. Per gli atleti di alto livello è sicuramente uno strumento importante pre gara o quotidianamente per gestire al meglio lo stress. Ed è semplice e gradevole da usare, come abbiamo potuto testare: un impiego continuo può aiutare nelle capacità decisionali, nella gestione della parte emozionale, nel controllo del respiro e nel bloccare le distrazioni aumentando l’attenzione senza impiegare energie aggiuntive, ma ottimizzando le risorse. Tutta roba che per un ultrarunner suona decisamente familiare. Sono curioso di vedere come si evolverà.

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Coach speaks. Aiuto.

Davide’s best moment:
What happens in Monaco, stays in Monaco. Ma non posso non citare un “Giulia… oh Giulia… ti chiami Giulia, no?” che ricorderà a qualcuno che è meglio non allontanarsi mai troppo dagli amici. Specie quelli che giocano bene “sotto rete”.

 

Maria Carla’s best pick:
Sono rimasta colpita da Masters una delle realtà più importanti nella produzione di bastoncini da sci, trekking, ed ora anche da trail. Un’azienda di fama internazionale, ma con i valori radicati di una famiglia italiana. Una delle più interessanti novità è il modello “tre cime fix”, 100% fibra di carbonio, richiudibile. Leggero, facile da usare, rapido da bloccare e sbloccare.

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MC e il sistema Lowdown Focus di Smith

Maria Carla best moment:
ISPO: percorri 700 km per arrivarci e poi ti senti come a casa. Anzi, per me che ormai sono un “battitore libero”, ritrovo tante persone con cui collaboro. Ma soprattutto quelle persone con cui ho lavorato e con le quali sono cresciuta ed ho imparato mio lavoro. Come vedere Rampaz: è sempre un piacere incontrarti, un sabato mattina giuro che passo a Piacenza a fregarti Sportweek per postare la foto prima di te! Oppure incontrare Arnaldo: ora lui ha il suo stand ed espone il suo marchio, “Holy Freedom”, ma è sempre lo stesso di vent’anni fa.
Il tempo passa… la stima resta massima

 

Paco’s best pick:
Essendo uno degli animali all’interno del grande circo che è la fiera, ed essendo quindi per me un momento di lavoro, tendenzialmente ti direi che la fiera fa schifo. Tuttavia, non posso non ammettere che nei momenti in cui riesco a fare un giro negli altri stand come appassionato mi diverto parecchio. Ad ISPO si vede sempre poco running visto che è tutto piuttosto orientato agli sport invernali, tuttavia la collezione di Altra per le scarpe su strada mi è sembrata vasta e migliorata nell’appeal (ho sempre trovato le loro scarpe molto funzionali ma bruttine). Da un punto di vista marketing mi ha stupito l’impatto dello stand Brooks con una unica parete gigante della stessa scarpa.

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Ho Chi Minh City, gennaio 2018

Paco’s best moment:
Per quanto concerne il momento rispondo quello prima che inizi la fiera aperta al pubblico. Quest’anno ero presente al montaggio (mi piace ancora di piu lo smontaggio). Immaginate che siete lì a fare aperitivo, tutti puliti e profumati in un qualsiasi stand a parlare di affari, disquisendo su qualche questione e lamentandovi della scarsa offerta di frutta fresca proposta. Poche ore dopo ci sono personaggi in felpa sporca, solitamente provenienti dall’Est Europa, gente in scarpe anti infortunistica che trapanano in giro, urlano cose, usano macchinari pericolosi, polvere, spazzatura ovunque, muletti lanciati a tutta sul parcheggio, gente che fuma tirando i mozziconi sul pavimento dello stand, musica a palla dalle autoradio dei camion. È il dark side del grande Circo, quello che gli spettatori non vedono, il volto non truccato ma reale delle fiere: quello forse è il momento che più mi piace. Vedere la ragazza che si mette in tiro per andare a festa o che si spoglia dopo averla fatta.

Zaino o borraccia a mano?

Il nostro gear geek Andrea Vagliengo analizza una delle questioni più calde per noi ultrarunner: meglio correre con un running vest o una hand bottle?
Comodità, tradizione, filosofia, attitudine personale… vediamo come scegliere la soluzione migliore in base a necessità e condizioni. 

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Per anni, la diatriba che ha acceso gli animi dei runner riguardo all’attrezzatura da utilizzare non tanto in allenamento, quanto soprattutto in gara si è concentrata sul trasporto dell’acqua: prima di ogni altra cosa, infatti, quando siamo in giro per sentieri dobbiamo pensare a rimanere idratati. Storicamente, i metodi più utilizzati per il trasporto dei liquidi sui sentieri sono stati principalmente due: il cosiddetto camelbag o le borracce.

Go far, go big: la Sacca idrica

Per noi europei la questione è storicamente abbastanza lineare: in montagna ci si va con lo zaino, punto. Se serve per correre lo zaino si rimpicciolisce e diventa leggero come una piuma, passando dai 30 litri di un day-backpack tradizionale ai 5, 10 o massimo 15 litri di quelli da trail, ma sempre di zaini stiamo parlando. Possiamo ringraziare il lavoro di ricerca e sviluppo portato avanti negli anni da molti brand internazionali, che ha fatto sì che oggi persino noi peones si possa correre con zaini “vest”, ovvero a forma di gilet, straordinariamente leggeri, funzionali e confortevoli.

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Da sx: Hydrapak Elite 1,5 L – Camelbak Crux 1,5 L

I vantaggi offerti da questa prima soluzione sono molteplici:

  • Grande capienza grazie alla possibilità di trasportare fino a due litri di liquidi
  • Facilità di accesso all’acqua: una volta posizionato, il tubo è sempre a portata di mano, il che aiuta ad assumere i liquidi con la giusta frequenza
  • Una buona autonomia quando non si è sicuri di trovare acqua lungo il percorso

Esistono però degli svantaggi:

  • Sono difficili da pulire e da far asciugare (anche se sono stati fatti notevoli passi avanti dalle aziende specializzate del settore per semplificare la vita ai runner, in questo senso)
  • Utilizzarli in gara è laborioso perché vanno tirati fuori dallo zaino, aperti, riempiti e reinfilati dentro, il tutto nella bolgia di un ristoro affollato e magari quando si ha anche una discreta fretta di ripartire
  • Rimanendo sempre a contatto con la schiena, è pressoché impossibile evitare che l’acqua si scaldi

 

Go fast, go hand held: le Hand Bottles

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Da sx: Camelbak Quick Grip Chill – Ultraspire Iso Versa – Nathan Speedmax Plus

Ora immaginate di correre sempre e solo su sentieri burrosi e filanti, in condizioni metereologiche miti, correndo alla peggio il rischio di prendersi un po’ di pioggia senza mai sentire la necessità di indossare un guscio impermeabile: ecco, magari in questo caso l’idea di portarvi uno zaino in spalla per tutto il tempo potrebbe non suonarvi entusiasmante. Negli States, paese con una tradizione di ultrarunning profonda e molto radicata, la semplicità ha sempre vinto sulla tecnologia: se mi devo portare da bere, allora tanto vale usare una semplice borraccia e portarla a mano. Semplice, no?

Vantaggi delle hand bottles:

  • Grande vantaggio di lasciare libera la schiena e i fianchi, zone del corpo fondamentali per la termoregolazione che, se coperti, possono rendere più difficoltosa la dissipazione del calore e quindi compromettere in un attimo tutto il nostro equilibrio termico, facendoci sudare più del necessario
  • Comodissime in gara, quando la necessità di monitorare facilmente la quantità di liquidi che stiamo consumando è particolarmente sentita
  • Riempire le borracce ad un’aid-station è semplice e veloce, le possiamo anche usare come bicchiere in caso di necessità

Svantaggi delle hand bottles:

  • Non avendo uno zaino con capacità di carico, trasportare del materiale (obbligatorio o meno) diventa più complicato. Affontare un UTMB così sarebbe quantomeno laborioso, seppure possibile: Kilian ottenne la sua prima vittoria all’UTMB trasportando tutto il materiale obbligatorio senza utilizzare alcuno zaino
  • Con le borracce a mano diventa pressoché impossibile utilizzare i bastoncini, così utili nelle nostre gare di montagna con tanto dislivello


The Soft Flask revolution

Negli ultimi anni, il mondo delle attrezzature da trail ha vissuto una vera e propria rivoluzione, che ha letteralmente stravolto il mondo delle borracce da running: l’introduzione sul mercato delle soft-flask, ovvero borracce morbide realizzate con un materiale analogo (nella maggior parte dei casi identico) a quello delle sacche idriche, che vanno a sostituire le classiche borracce rigide combinando comodità di utilizzo a pesi minimi e grande comfort durante la corsa.

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Da sx: Osprey Hydraulics – Salomon Soft Flask – Camelbak Quick Stow

I primi ad introdurle, manco a dirlo, furono i ragazzi di Salomon negli anni della grande innovazione guidata da Kilian e dal team S-Lab. Gli altri produttori seguirono a ruota, cavalcando l’onda e declinando l’idea in una quantità di maniere diverse, a tutto beneficio di noi appassionati. Invece di usare solo borracce in plastica rigida, che sovente diventano fastidiose a contatto con il costato e che tendono ad oscillare parecchio durante la corsa, l’idea di utilizzare delle flask morbide, strette e lunghe, posizionate direttamente sugli spallacci degli zaini vest si è immediatamente rivelata ingegnosa e molto remunerativa: nel giro di una sola stagione, il popolo del trail aveva eletto le soft-flask ad accessorio del momento, e a buon diritto.

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Da sx: Ultimate Direction Amp – Salomon SLab Soft Set – Osprey Duro Handheld

Per non farci mancare nulla, possiamo anche utilizzare le soft-flask in modalità hand held, tenendole in mano come faremmo con una qualunque borraccia rigida. I sistemi di questo tipo ormai abbondano sul mercato e sono tutti interessanti, sebbene la mancanza di struttura tipica della soft-flask ne renda più difficoltoso l’utilizzo quando la borraccia comincia a svuotarsi. Da provare, è il classico “do or don’t”: o le amerete alla follia, oppure non le sopportete.

Quindi? Cosa ci conviene usare e quando?

Zaino:

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Io lo uso molto spesso, praticamente ad ogni uscita più lunga di 20 km, perché mi piace avere le mani libere e, abitando in Piemonte, per otto mesi l’anno mi tocca portarmi dietro almeno una giacca impermeabile e qualche altro ammennicolo di abbigliamento (un buff in più, un paio di guanti, cose del genere). Non sono un grande amante del camelbag, l’ho usato durante i primi anni di corsa sui sentieri poi l’ho progressivamente abbandonato, preferendo quasi sempre le borracce soft.

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Da sx: Osprey Duro 1,5 – Ultimate Direction AK 3.0 – Salomon SLab Sense 8

Sempre più diffusi sono poi gli zaini da donna, strutturati appositamente per adeguarsi in maniera ottimale alle forme femminili. Più spazio e apertura sul petto, dunque, ma anche un giro spalla ben proporzionato e geometrie dedicate al fisico femmile, tendenzialmente più esile e meno corpulento di quello di uomo. Anche qui, grande varietà e massima possibilità di scelta: bellissimo il Vapor Howe, realizzato insieme alla vincitrice della Western States 100 Stephanie Howe (utilizzabile sia con camelbag sia con le soft-flask frontali); interessante e ricca di proposte interessanti anche la linea di Jenny Jurek, moglie di Scott, prodotta da Ultimate Direction, che offre un’ampia gamma di prodotti dedicati alle runners appassionate di sentieri.

Zaini Donna
Da sx: Nathan VaporHowe 12 – Ultimate Direction Vesta – Ultraspire Astral

Hand bottle:

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Le borracce a mano le adoro in bella stagione: le uso tantissimo quando esco in modalità “shirtless”, solo in pantaloncini corti e visiera, ricercando nella mia ombra qualche sembianza di Anton Krupicka, Geoff Roes o Hal Koerner.
Ci metto sempre un po’ad abituarmi al fatto di avere un peso in mano, soprattutto se uso una sola borraccia, ma l’adattamento è sempre più veloce, anno dopo anno. Per certi versi usare le borracce a mano mi aiuta addirittura a migliorare la postura di corsa, smanacciando di meno e tenendo le mani più vicine al corpo.

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Quando uno zaino ti salva la gara: Kilian Jornet verso la vittoria alla Hardrock 100 2017 con una spalla lussata infilata negli spallacci del suo Salomon Sense Ultra 8.

THE GEAR GEEK SAYS:

La mia configurazione preferita, rimane quella che combina zaino e soft-flask: molto semplicemente, combina il meglio dei due mondi. Ci si può portare dietro il materiale che ci serve senza lesinare, si hanno le mani libere e la possibilità di utilizzare i bastoncini in caso di necessità, e non si deve rinunciare alla comodità di avere le borracce (riempimento semplice e veloce, visione immediata di quanta acqua rimane al loro interno). Oltretutto, gli ultimi zaini vest permettono di bere dalla borraccia senza neanche estrarla dalla sede, piegando semplicemente la testa per avvicinarla al beccuccio. Priceless.