Sponsorizzazioni for dummies

Forte non sono mai andato. Tuttavia, per il mio lavoro precedente, per amicizie, perché sono un cinico bastardo, e perché mi piace leggere libri sulla psicologia sociale e dello sport, qualcosa di sponsorizzazioni e atleti provo a capirne.
Ovviamente questo pezzo non va preso come una dichiarazione di qualche tipo, ma semmai come uno spunto di riflessione e di dibattito costruttivo.
Credo sia necessario parlare in modo aperto e pacifico su ciò che è la situazione nel nostro sport preferito, andando a toccare molti argomenti che vengono a torto considerati un tabù, visto quanto la scena italiana dell’ultrarunning sta cambiando nel corso degli anni.
Lo sappiamo, ed è ora di prenderne atto, l’epoca in cui ci si trovava tra fricchettoni e punkabbestia a massacrarsi di chilometri il weekend vestiti a caso e con le scarpe da strada è passata. Ora si parla di sponsor, di èlite e di contratti.
Vediamo di analizzare il tutto con calma.

Sponsorizzazioni. Il punto di vista delle Aziende-
Partiamo da un assunto.
Ogni azienda ha come obbiettivo finale l’aumento del profitto, ovvero, guadagnare soldi.
Non c’è solitamente un limite ai soldi che un’azienda vuole guadagnare: più sono meglio è.
Sembra una cosa banale, ma spesso ce ne dimentichiamo. Vediamo di tenere a mente questo assunto e i prossimi durante la lettura di tutto l’articolo.
Un’azienda non è una ONG e non fa carità. Al di fuori forse di Patagonia, su cui spenderemo qualche riga dopo, ma che è un discorso a parte, tutte le aziende hanno come fine ultimo quello di ingrandirsi e guadagnare soldi. Punto.

Perché le aziende sponsorizzano gli atleti?
Perché è scientificamente dimostrato che siamo esseri condizionabili e in qualità di consumatori siamo ciò che tiene le aziende vive spendendo i nostri soldi per acquistare i loro prodotti. Siamo disposti a pagare più o meno beni necessari (cibo/abbigliamento) così come beni di lusso superflui alla sopravvivenza (orologi/gioielli) e anche prodotti che ci fanno deliberatamente male (alcool/sigarette) per il valore intrinseco che gli attribuiamo, non per la loro reale utilità.

Un’azienda ti sponsorizza come atleta non perché vuole farti carità, perché crede che correre fa bene alla tua salute, ma perché l’atleta è uno strumento di produzione di valore economico.
Le aziende non sono tendenzialmente interessate alla salute dell’individuo. Pensate solo che c’è una squadra sportiva di atleti sponsorizzati da McDonald’s. Come si diceva prima, il fine ultimo è la produzione di utile monetario, il mezzo con cui avviene è un dettaglio non importante.

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Evento sponorizzato da Mc Donald’s – foto tratta da internet

Come si produce valore economico?
Se rifletti sulla tua vita potrai pensare a milioni di esempi in cui hai acquistato cose che nella realtà non ti servivano, ma per il fatto che erano ben sponsorizzate da un’azienda.
Io personalmente ho acquistato delle scarpe di Altra solo perché le avevo viste in un video con Jenn Shelton. Non mi piacevano neppure troppo. Ho acquistato dei pantaloncini gialli perché all’epoca, ancora non ci conoscevamo bene, li metteva Davide Grazielli, e comprerò delle scarpe The North Face senza averle provate solo perché “sono quelle di Rob Krar”.

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credits haydenteachout.com

Acquistiamo per le pubblicità, per il packaging, per i valori che attribuiamo a qualcosa al di sopra della effettiva utilità dell’oggetto. Quando compriamo una felpa non la acquistiamo perché ci serve, ma perché ci fa pensare all’idea di fitness, di allenamenti e di benessere. La prima azienda nell’outdoor ad averlo capito è stata Nike, che, vendendo l’idea di fitness è riuscita a far pagare alle persone una t-shirt di valore qualitativo basso a un prezzo esorbitante per gli standard di mercato dell’epoca. Hanno capito per primi che un’idea può essere pagata più che un oggetto.
Diciamo pure che il valore reale di quello che acquistiamo è praticamente sempre molto più basso del valore effettivo dell’oggetto.  Esistono ovviamente milioni di motivazioni diverse, inconsce o meno, che portano un consumatore a volere e poi acquistare qualcosa. Il lavoro degli operatori negli uffici marketing è proprio far volere qualcosa a qualcuno. Creare bisogni e vendergli oggetti per soddisfarli.

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tratta da internet

Una sponsorizzazione è un contratto di lavoro. Significa che hai firmato un contratto e accettato delle condizioni.

Cosa è cambiato rispetto un po’ di anni fa?
La comunicazione, ovviamente. Prima gli atleti venivano sponsorizzati solo sulla base dei loro risultati oggettivamente dimostrabili. Ora invece il lavoro dell’atleta non è solo quello di costruire un palmares credibile, ma anche e soprattutto di creare e condividere contenuti, aumentando la fanbase di persone che lo seguono virtualmente.
Paradossalmente, i risultati di un atleta sono meno importanti del suo lavoro nella comunicazione virtuale: è preferibile per un’azienda sponsorizzare un atleta mediocre ma che “comunica” bene piuttosto che uno che fa dei grandi risultati ma non lo pubblicizza. Questo perché la comunicazione virtuale permette di raggiungere più persone e indirizzare più business che quella reale. Presentarsi nel 2018 a un’azienda affermando che “vado forte e faccio tanto passaparola” equivale a suicidarsi, se si sta cercando un contratto. Le “vecchie glorie” che vivevano sulle montagne e vincevano le gare e ritornavano nei loro luoghi in eremitaggio sono ora soppiantati da giovani che fanno selfie, post e sono credibili, sui social networks.
Pensate al mondo degli influencer, dei fashion blogger o di tutti quei personaggi che presumibilmente non faranno mai un risultato in vita loro, ma sono bravi nell’arte di mostrare (prodotti) e mostrarsi (se stessi).

Sponsorizzazioni. Il punto di vista degli atleti. Vantaggi di essere sponsorizzati
I vantaggi di una sponsorizzazione dipendono da caso a caso. Si va da una semplice fornitura materiale, al supporto economico cash o a favore di progetti. Può essere considerato un vantaggio anche una maggiore esposizione mediatica, frutto della comunicazione dell’azienda stessa e non solo dai canali comunicativi dell’atleta. La possibilità di testare prototipi e di essere ammessi alle gare (quantomeno quelle in cui l’azienda è sponsor) senza dover pagare l’iscrizione. Chi non vorrebbe essere “aiutato” mentre si dedica alla propria passione?
Tuttavia ogni c’è sempre il rovescio della medaglia.

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tratta da AdBusters

Svantaggi
Il contratto di sponsorizzazione prevede ovviamente degli obblighi da rispettare. Questi obblighi partonopart vestire i prodotti dello sponsor (anche se sul mercato c’è qualcosa che potrebbe andare meglio per te / più leggero o performante/ esteticamente più bello e via dicendo): per capirci, se l’azienda che ti sponsorizza decide di produrre dei sacchi neri della spazzatura come maglie, tu li metti, perché hai firmato un contratto. Ve lo ricordate com’era conciato Kilian alla Western States del 2010, no?

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Tratta da Internet

Un contratto odierno prevede inoltre quasi sicuramente un obbligo a “lavorare” nella comunicazione. Il che significa creare dei post, dei contenuti e quant’altro. Significa che anche se la gara va male e vorresti solo chiuderti nel silenzio e farti i cavoli tuoi, ne devi comunque parlare. Lo stesso se sei infortunato, ti ha scaricato la ragazza o ti sei svegliato in provincia di Terni, eri sbronzo e non ti ricordi niente.
Un altro obbligo non sempre piacevole è quella che io chiamo “la sindrome dei vocalist”. Significa in buona sostanza che devi tenerti buono su determinati temi e non puoi esporre la tua opinione sui mezzi di comunicazione. Devi sempre farti vedere felice, anche quando sei depresso. Inoltre, in Europa, ma in particolare in Italia, bisogna prestare ancora più attenzione ai “temi sensibili”.
A nessun cattolico piace sentirsi dire che dio non esiste. E nessuna azienda vuole perdere il potenziale denaro di un cattolico. Quindi, se anche tu pensi che dio non esiste o ne hai la certezza con tutte le ragioni plausibili del mondo, non lo scrivi sui social. Perché è un tema sensibile e all’azienda non interessa la tua opinione sui temi sensibili. Il tuo contratto di sponsorizzazione è da atleta, non da filosofo, politico o pensatore. L’esposizione mediatica in qualità di atleta anche nella vita privata data dai social networks significa che la tua vita è esposta a giudizio.
Questo giustifica in parte la piattezza delle dichiarazioni degli atleti nel giorno gara
“gli avversari erano forti, la gara bellissima, è stato bello arrivare primo anche se ho fatto fatica. Bravi tutti”.

Altro, ma non meno sottovalutabile svantaggio di una sponsorizzazione è l’inevitabile pressione che si viene a subire dopo aver firmato un contratto. Alcune aziende richiedono risultati o hanno una tabella premi in cui corrispondono un valore economico sulla base dei risultati in determinate situazioni. Altre non tengono conto di questo e adottano un sistema “fisso” di pagamento.
La cosa certa è che non avere vincoli né legami economici di nessun tipo ti lascia vivere meglio sia i ritiri che le gare in cui decidi di adottare strategie assurde scoppiando/andando a spasso per accompagnare qualcuno o per fare un giro: un privilegio non da poco nell’ultrarunning dove si sta in giro molte ore e l’impegno mentale e psicologico è enorme e protratto per tantissimo tempo. Per capirci, un conto è ritirarsi da un km verticale che dura al massimo mezz’ora, un conto da una 100 miglia dopo 20 ore che corri e stai male.

La mediocrità degli atleti. Il marketing push.
Senza entrare troppo in discorsi specifici diciamo che esistono due grossi metodi di fare marketing: il push, ovvero un martellamento continuo e costante di pubblicità e il pull, lasciando al centro l’individuo e spingendolo all’acquisto facendogli credere che sia stata sua volontà acquistare. L’esempio più lampante del marketing push sono le pubblicità in televisione. Dopo averti detto per 26 volte di fila di raderti la barba con il nuovo rasoio durante una partita alla TV di football, tu ti compri il rasoio e ti radi la barba.
è una strategia superata, non così efficace in quanto siamo oramai abituati a venir martellati da pubblicità costantemente e talvolta è anche piuttosto fastidiosa. Però è semplice da attuare e continua a funzionare. Non richiede cervello per essere creata ed è più semplice da essere monitorata da un’azienda. Si convince in buona sostanza per sfinimento una persona all’acquisto.

Nel caso di una sponsorizzazione significa che un’azienda ti impone di creare ad esempio dei post con determinati hashtag, e dal lato dell’atleta significa farlo passivamente. Questo dal mio personale punto di vista, è sinonimo di passività. Non è molto credibile e suona da “ho fatto i compiti”; non invoglia di sicuro molte persone all’acquisto, ma è quello che “basta per prendere la sufficienza”.

Sponsorizzazioni. Quale Limite. La corsa e gli altri sport
Nonostante le richieste delle aziende siano alte e gli atleti si atteggino da professionisti, un buon 99,9% degli atleti “èlite” italiani non è un corridore di professione. Significa che tutti hanno più o meno un lavoro “reale” e non vivono di corsa e sponsor. Il mondo dell’ultrarunning in Italia non è, per sfortuna o per fortuna, ancora professionalizzato al 100% come altri sport. Oltretutto, qualora anche l’ultrarunning diventasse disciplina olimpica, sarebbe cura dei gruppi sportivi delle forze dell’ordine fingere che l’atleta sia atleta per hobby e non di professione. Significa perdurare “il trucchetto” che un atleta sia un finanziere, un soldato o un poliziotto e per hobby faccia l’atleta.
Qualora l’ultrarunning non diventasse disciplina olimpica, seppure con molta difficoltà, si potrebbe pensare a un’atleta che lavora a tutti gli effetti come atleta senza far parte dei gruppi sportivi delle forze dell’ordine.
Al momento praticamente impossibile in Italia in quanto, come si diceva, al di fuori delle forze dell’ordine, sono praticamente tutti lavoratori a tempo pieno e comunque nessun atleta italiano è così rilevante da un punto di vista marketing per le aziende.

Sponsorizzazioni. Il confronto fra USA e Europa
Negli USA si può vivere facendo gli atleti di professione. Questo è riconosciuto nelle carte d’identità ed è permesso dai contratti emessi dalle aziende che sono molto più alti di quelli che vengono firmati in Italia/Europa. Sparando cifre a caso, diciamo che un pro runner americano guadagna tranquillamente fino a 100 volte più di un’atleta italiano.
Come è possibile?
Anzitutto perché il marketing negli USA è molto più importante che nel vecchio continente. Questo significa che alcuni atleti sono diventati veri e propri “personaggi”. Ci sono moltissimi casi di atleti che non sono affiliati a qualche società, e spesso neppure fanno gare così di frequente o le vincono, che riescono tranquillamente a sopravvivere con i contratti di sponsorizzazione.
Altra grande distinzione è la maggiore flessibilità e mobilità di sponsorizzazione delle aziende (esattamente come il lavoro è più facile venir scaricati da un’azienda, ma anche trovare un nuovo contratto) e la maggior libertà riguardo lo schierarsi sui temi sensibili di cui parlavamo sopra. Vi sarà infatti capitato di leggere post di atleti che si battono per temi sensibili (Public Lands, parità dei sessi) e così via, o che esprimono giudizi più o meno politici. Questo perché negli USA la libertà di parola è ancora un valore fondamentale per l’individuo e solitamente anche le aziende si espongono di più riguardo temi pubblici.
Pensate ad esempio a un’atleta come Alex Honnold nell’arrampicata, o Clare Gallagher nella corsa, che espongono senza troppi filtri (ma in modo intelligente e ragionato, e questa è un’altra differenza che si nota a confronto con gli atleti italiani) sui social networks.

Attenzione però, come si diceva sopra, è anche più semplice che i contratti saltino per una qualche ragione. Chi ha una buona memoria si ricorderà del caso di Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill scaricati senza troppe spiegazioni da Clif Bar

Quale limite? Esiste un’etica?
Se lo chiedete a me, vi rispondo che non esistono aziende “buone” o “cattive”, e che devi solo capire tu quanto in basso sei disposto a scendere.

I chose not to be, cheated on part of the thrill, bargain was not fulfilled. Lost in a crazy scheme that got strapped up in my dream.

Bad Brains

Altro spunto di riflessione. Cosa succederebbe se, invece che 1000 euro da uno sponsor, ricevessi una proposta di svariate centinaia di migliaia di euro da una grossa multinazionale? Una proposta per la quale potresti smettere di lavorare e dedicarti alla corsa, ai viaggi, e a quello che ti piace fare senza dover più pensare alle bollette?
Giusto per citare un caso, la climber sedicenne Ashima Shiraishi e la sua sponsorizzazione con Coca Cola che ha scatenato una piccola discussione sul tema.
Coca Cola non è sicuramente conosciuta per essere un’azienda con un forte impegno nel sociale, a favore dell’ambiente o contro lo sfruttamento delle persone, anzi.  Non starò qui a consigliarvi titoli di libri e ricerche che dimostrano la crudeltà di questa azienda (basta cercare un po’), ma diamo per assodato comune che non è l’esempio di azienda di cui andar fieri di essere sponsorizzati.
Cosa faresti?
Questa è una domanda che tocca il lato etico della persona. Difficile dire quale sia il limite, ognuno ha il suo. Per quanto mi riguarda, essere sponsorizzati da un’azienda come Coca Cola non ha grosse differenze da una sponsorizzazione con Red Bull o altri energy drink (molti atleti elite lo sono, Ryan Sandes, Fernanda Maciel e molti altri).

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Red Bull Content Pool

Per quelli che sono i miei valori, che un’azienda faccia del male all’uomo, o agli animali (tutte le aziende che utilizzano prodotti ricavati dalla schiavitù animale), produca armi, farmaci o manganelli, è una pregiudiziale dall’avere un rapporto lavorativo, in quanto impossibile da conciliare con la mia etica quotidiana. Ricollegandomi all’intro del pezzo, forte non sono mai andato, quindi non devo affrontare questi problemi per me stesso. Cavoli vostri.
Per quanto riguarda il resto, mi piace pensare che una sponsorizzazione, essendo un rapporto di lavoro, sia vantaggioso da ambo le parti e che, ricollegandomi al punto della pubblicità pull, gli atleti siano fieri di sponsorizzare a aiutare a guadagnare le aziende con cui hanno un contratto. Questo perché migliora e rende ottimale la collaborazione fra le due parti.

Il caso Patagonia
è ovviamente difficile stabilire con certezza fin che punto le strategie di marketing arrivino a incrociarsi con la RSI (responsabilità sociale d’impresa) di un’azienda. Per quanto concerne Patagonia dobbiamo sicuramente affermare che è l’azienda più all’avanguardia su quello che è l’impegno su determinati temi ambientali e sociali. Se da un lato le campagne pubblicitarie “non comprare un’altra giacca” potrebbero essere viste come una strategia pull di marketing che ripaga sul lungo periodo creando rumore su riviste e testate di vario titolo, va dato a Cesare quel che è di Cesare, ovvero che di sicuro Patagonia è l’unica azienda nel settore Outdoor che alza la testa e contribuisce sul serio a porre attenzione su determinate questioni ambientali.

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ADV di Patagonia in una rivista

Leggendo il libro Let my pople go surfing del fondatore dell’Azienda Yvonne Chouinard l’obbiettivo finale è quello di diventare un’Azienda “ad emissioni zero” e quindi più simile a una ONG che a un’Azienda. Per quanto ci riguarda possiamo dire che anche sul lato atleti le sponsorizzazioni sono visionarie. Sono già anni che gli atleti “scelti” dall’azienda non hanno alcun obbligo di performance, nella comunicazione o di altro tipo. Come mi diceva Jenn Shelton la loro unica richiesta è di “be a nice person” ovvero essere una persona in gamba. Per quanto riguarda il resto, certezze non se ne avranno mai.

Essere sponsorizzati, una conclusione
Premesso che non è una situazione comune potersi sedere a un tavolo e parlare con un’azienda per un’eventuale sponsorizzazione, che le dinamiche in questione sono tante, che soprattutto in Europa le aziende prendono spesso decisioni se non altro opinabili (tipo sponsorizzare atleti già radiati per doping nella corsa o in altri sport) e che nel vecchio continente siamo ancora lontani dalla professionalizzazione completa del nostro sport è utile riflettere sui punti di cui sopra. Essere sponsorizzati, così come un qualsiasi altro rapporto lavorativo, comporta vantaggi e svantaggi. È giocoforza sia dell’azienda che dell’atleta nutrire sana fiducia nel rapporto.
Il rapporto duraturo può portare vantaggi o svantaggi ed esattamente come nel mondo lavorativo, è bene saper cogliere le occasioni che si presentano sulla propria strada e cercare un rapporto quanto più sano.
Per quanto riguarda gli atleti di Destination Unknown che hanno ricevuto proposte, che collaborano già, o che hanno intenzione di entrare in questo mondo, sono sempre aperto per un consiglio e quattro chiacchiere informali dietro una birra: sempre pronto a supportarvi come posso, lo sapete.
Il mio consiglio principale rimane, per quanto banale possa sembrare, di divertirsi, sempre. Capire e valutare quale è il miglior compromesso per godersi la propria passione e saper valutare il miglior rapporto per essere sempre sui sentieri con l’attitudine giusta.

 

 

Il sorriso che uccide: Elisabetta Luchese

Una prima metà di stagione intensa, dove la nostra Betta si è fatta conoscere e sentire in tutto il nordest. Ma aldilà dei risultati, ci piaceva farvi conoscere la Betta che c’è dietro ad un podio o un pettorale, e allora Paco ha provato a scavare un po’dietro a quel sorriso: ecco a voi Elisabetta Luchese, da Volpago del Montello.

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The smile that kills

Allora, cosa ti è rimasto nelle gambe di questa prima 100 km (100 E LODE) e cosa nella testa?
Sono rimaste un sacco di cose e ti assicuro che sono anche difficili da descrivere. È stata un’esperienza totalmente diversa  rispetto a quanto avevo vissuto fino al giorno prima nelle gare precedenti.
Quando ti raccontano di una distanza lunga paragonandola a un viaggio, raccontano il vero e la cosa che più mi ha sorpreso è che i giorni successivi alla 100 e lode sono stati tanto intensi quanto il viaggio stesso: le gambe erano da una parte, il cuore era carico di tutte le emozioni vissute e la mente invece andava per conto suo, come se fossi stata ancora in gara.

La mattina successiva alla 100 e lode mi ricordo che mi sono alzata dal letto e le gambe stavano bene, perfette, la testa invece era ubriaca di emozioni! Rientrare alla normalità, al mio quotidiano, fatto di lavoro e di domande continue da parte degli amici, naturalmente curiosi di questa esperienza, un po’ – sono sincera – mi disturbava, era come se io volessi essere ancora li, a correre in mezzo ai boschi.

Com’è stato sdoganare questa distanza? Ha un senso per te?
Sai, sono partita senza farmi tante domande, ero li perché avevo solo bisogno di capire cosa voleva dire correre la notte e l’impatto che questa cosa poteva avere su di me. Tanti amici mi ripetevano che stavo facendo una pazzia, io in realtà ero anche tranquilla perché cercavo solo delle risposte per affrontare con maggiore sicurezza la LUT, un punto di arrivo per me. Ho capito che correre la notte mi piace tanto e che affrontarla da sola comunque non mi spaventa. Ho trovato soprattutto una risposta a una domanda che non mi ero fatta prima di partire e cioè che la LUT non sarà un punto di arrivo come immaginavo. Questa corsa mi ha fatto capire che può essere solo l’inizio di tante cose perché le emozioni che ho provato in quei 100 e passa km, emozioni anche contrastanti tra di loro, sono qualcosa che vorrei poter riprovare ancora.

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Somewhere between heaven and hell

La 100 e lode è al momento il podio che più ti gratifica? Ne hai collezionati praticamente a ogni gara a cui corso se non erro. Era il quinto di fila?
La cosa che mi sento ripetere ogni volta è che al mio arrivo manifesto un’espressione di incredulità totale. Come posso non arrivare sorpresa all’arrivo, considerando che quest’avventura per me è partita a dicembre con Coach Davide, arrivando da un passato da maratoneta?
Ogni podio per me è stato una conquista, ma ti parlo di una conquista personale che va oltre al fatto di arrivare a una premiazione, perché quando sono partita con la preparazione di Coach Davide non sapevo onestamente quanto sarei durata!

Sei passata dal correre 42 km su strada al correre due maratone di fila e una mezza di seguito. Credi che questa cosa ti abbia cambiato sotto qualche punto di vista (fisico/mentale)?
Ho deciso di buttarmi in questo capitolo trail perché a un certo punto sentivo la necessità di un cambiamento, era una cosa che desideravo ad ogni costo e volevo iniziare qualcosa di nuovo senza avere nessuna garanzia di successo…probabilmente proprio questo ha reso da subito la cosa interessante.

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La Betta maratoneta

Hai iniziato già l’anno alla grande, allenandoti un sacco in inverno da sola col cattivo tempo. Cosa ti ricordi di quella stagione?
Ho preso contatto con Davide perché mi ero posta come obiettivo la LUT senza sapere esattamente a cosa sarei andata incontro, sono partita con l’idea che per un obiettivo come quello fosse necessario allenare fisico e testa. Per la parte fisica ho pensato che Davide fosse la persona più indicata, per la parte mentale sentivo che era un lavoro che doveva essere solo mio. La mia idea era che dovevo essere pronta a tutte le possibilità del caso di fronte ad una distanza lunga e cosi mi sono fatta mesi di preparazione da sola con pioggia (sempre), neve e freddo…io che sono sempre stata quella che “in inverno non si corre!”…l’idea che da dicembre nessun allenamento in tabella è stato saltato mi sorprende e allo stesso tempo mi fa sorridere.

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Winter Betta

È vero che non avevi mai corso la notte?
Te lo confermo, però la scelta di allenarmi da sola in inverno nel bosco non è stata casuale, nella mia testa quella poteva essere una condizione utile per poter poi correre di notte una distanza lunga..uno cerca di arrangiarsi come meglio riesce.

Ti piace gareggiare? Raccontaci un aneddoto di questa 100 e lode
Si mi piace, ma riesco comunque a prendere queste situazioni come se fossero un gioco, devo prima di tutto divertirmi altrimenti non lo farei. Aneddoti su quella gara ne avrei tantissimi…però forse quello che ti sto per raccontare ti fa capire un po’ come sono: ero a metà gara, mi si affianca un tipo e mi fa i complimenti per il mio passo. Sorrido, ringrazio e gli dico che però mancano ancora un sacco di km. Mi chiede da che esperienze arrivassi e mi fa una previsione di tempo con cui avrei secondo lui chiuso quella gara, la mia risposta è stata “E’ impossibile!”. Alla fine mi sono persa tre volte riuscendo però sempre a tornare sul percorso e la sua previsione era corretta…io pensavo sul serio fosse impossibile!
Un’altra grande lezione.

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In gita con quelli di quinta

Coach Grazielli dice che dopo ogni allenamento scrivi dei commenti. Come ti trovi a lavorare con lui?
Bene, proprio bene! Questa cosa che mi chiedi mi fa intendere che forse sono la sola a commentare le uscite che faccio! Ahahah!
Mi piace avere un rapporto che va oltre al fatto di avere un preparatore, preferisco vederlo prima di tutto come un amico.
Io penso che una tabella di allenamento non si crei solo sulla base di un dato, trovo che le sensazioni che uno prova siano molto importanti e se ti sai ascoltare quelle non mentono mai. Magari i miei commenti, oltre al fatto di fargli fare due risate, gli sono d’aiuto per capire qual è il modo migliore per farmi penare di più  in allenamento!

Qual è la cosa che più ti affascina della corsa?
La corsa riesce a farmi sentire libera ed è una sensazione bellissima, mi da quel coraggio necessario per cambiare le cose e per essere me stessa.
Mi diverte un sacco, ti sembrerà strano ma io la vivo cosi. Ogni volta più che ricordare la sofferenza e la fatica che ogni corsa comporta, ricordo prima di tutto il lato più bello.

Questa intervista si intitolerà “il sorriso che uccide”. Cosa vuoi dire a proposito?
Eh niente, mi esce solo un sorriso.

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Il Coach riesce incredibilmente a rovinare anche questa foto

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COACH SAYS

Ah la Betta. Mi è piaciuta dal primo momento che io e MC l’abbiamo vista: certe persone hanno la dote di metterti subito a tuo agio, saranno i modi gentili, sarà la risata, sarà la simpatia.

Anche se sapevo che era una buona atleta, mi sentivo subito quasi in timore di “chiederle” troppo. Poi ho capito che dietro un fisico minuto c’è una bestiolina da fatica, e piano piano ho provato a vedere quanto e come poterla tartassare. E lei, senza mai lamentarsi, metteva un mattoncino sopra l’altro, fino a costruire un bel muro solido. In primavera ha iniziato a fare qualche gara: dalla Betta distrutta dal fango di Aim, siamo passati alla Betta sorridente sul podio della Due Rocche o appena dietro alle grandi (e davanti a qualcun’altra) anche in maratona senza averla preparata, o ancora quella che si mangia in un boccone 100 km all’esordio. E’cresciuta, e tanto, ma non ha mai perso il sorriso, la voglia di divertirsi, l’umiltà di mettersi sempre in secondo piano e quel suo modo unico di prendersi in giro. Un giorno pubblicherò un libro con i suoi commenti post allenamento su Training Peaks, e sarà un successo planetario, poi litigheremo per le royalties e non ci parleremo più. Ma fino a quel momento sono contento di dire che la Betta non è solo una mia atleta: prima di tutto è una mia amica.

Cosa mi aspetto dalla Betta alla LUT? Che sia se stessa. E quindi che si diverta per 120 km e che all’arrivo abbia sempre il suo solito sorriso. Il tempo, la posizione, le classifiche passano… certe emozioni restano.

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Mangi dei cereali stantii che hai ritrovato in un angolo della credenza con dell’acqua del rubinetto – il cellulare già acceso che scarica le milioni di mail a cui dovrai poi rispondere – ti fermi un attimo a pensare a dove ti saresti voluto svegliare oggi e di quali gare prima o poi vorresti avere un pettorale (o una fibbia) incorniciato sopra al frigorifero.
Questa è la Paco’s choice di stamattina

WASATCH FRONT 100 MILE ENDURANCE RUN
Cento miglia di paradiso e inferno. 38 edizioni di questa gara storica, tradizionale e affascinante.
Con ancora i vetri del camper appannati ti svegli e ti infili un paio di pantaloni. Hai un berretto di acrilico nero in testa e accendi il fornello da campo per farti un bel caffè lungo, di quelli che gli italiani spaccherebbero le palle mezz’ora che “non è vero caffè”, ma che in realtà è buono, scalda e l’espresso al bar in questo momento ti manca come sentire l’ultimo tormentone estivo pop che le radio italiane staranno mandando in onda sulla gente spiaggiata a Rimini o in coda in macchina.
Quasi 9000 metri di dislivello. Quasi nessuno corre coi i bastoncini.
il record è di quel vecchio lupo di Geoff Roes in 18:30:55 corso nel 2009 negli anni in cui era una bestia e non guardava in faccia nessuno – l’anno dopo corse Western con record bastonando gli amici Kilian e Krupicka. Ma ti svegli e sai che ti aspettano molte ore sulle gambe, i primi vincono in 20 ore, la gara parte alle 5 di mattino e dalla partenza puoi vedere gran parte delle montagne che dovrai correre.
Il Wasatch Range è fatto di montagne grosse, rocciose e sentieri tecnici.
Nel 1980 partirono 5 corridori del posto. L’anno dopo partirono in 7 e nessuno arrivò. Adesso devi fare la lotteria per poterci partecipare, ma lo spirito della corsa rimane sempre quello. Il Wasatch Range della tua sofferenza se ne sbatte in ogni caso.

 

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LEADVILLE TRAIL 100 RUN
apri la zip della tenda e il freddolino entra nel sacco a pelo. Fa caldo, ma l’aria è pungente. Leadville è la città più alta degli USA, a 3094 metri di quota. Il posto di per se non ha nulla di eccezionale, è un villaggio di ex minatori in mezzo ai collinoni di 4000 metri del Colorado. La gente gira in camicie di flanella sbiadite a scacchi neri e rossi e jeans slavati. Il centro è una strada con dei bar, un barbiere, un piccolo supermercato e un negozio di vestiti usati. Il commesso che ci lavora, da cui hai comprato un cappellino con visiera usato da qualche ultrarunner e ancora sporco di polvere ha partecipato anni fa alla cento miglia.
“Com’è stato?” Gli chiedi
“Orribile.” Ti risponde
La gara non ha niente di tecnico, strade polverose giganti dove passano due jeep per lato tendenzialmente dritte per 50 miglia. Poi ti giri e ritorni al punto di partenza.
Una out and back vecchio stampo, che si vince correndo sempre, in 16 ore circa. Il record maschile è detenuto da Matt Carpenter che ha stampato un 15:42:59 nel 2005; quello femminile invece della maestra di scuola che nessuno di noi avrebbe voluto come supplente: Ann Trason con 18:06:24 nel 1994. Qualcuno ha mai avvicinato questo record? Si, Clare Gallagher (e già…) con 19 ore e 27 minuti lo scorso anno.
Caldo, polvere, poco ossigeno e tanto fatica.
Leadville 100 è per gente dura.
Sognerai una doccia per le prossime 20 ore.

 

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Presumibilmente staresti mangiando un buger di quinoa e ceci, un bagel organico ai mirtilli con burro d’arachidi crispy e sorseggiando una limonata home made con una foglia di menta dentro; il tutto mentre una ragazza splendida con un fermaglio in testa a pois e gli occhiali da sole sta bevendo un caffè con la bici appoggiata al tavolo. Se non si è capito sei nel Pacific Northwest, più precisamente a Easton, nello stato di Washington.  La gara è un giro secco in senso orario che parte e termina in questo posto, dove la gente vive in vicinati ben curati e per abbracciare un albero servono 7 persone assieme. Easton è a 1 ora da Seattle e a meno di 4 ore da Portland. A meno di un’ora di distanza ci sono librerie intere di fanzine e ci sono piccole cittadine dove suonano più concerti punk in un mese che in un anno nella regione in cui vivi.
Gran parte della gara è su single track, il meteo è imprevedibile: puoi cuocerti al sole come essere sotto al diluvio universale. È il Pacific Northwest si diceva, e le montagne sono ancora dalla parte della ragione rispetto alle città. Colori vividi, boschi infiniti fitti di sempreverdi.
La zona di partenza è contrassegnata da un arco fatto in legno col simbolo della gara – i tre pini. La partenza è alle 5 di mattino e sono solo 164 i runner ammessi alla gara.
Il record? Seth Swanson nel 2004 con 17:56, mentre fra le donne Alissa St Laurent che nel 2015 dopo 19 ore e 25 minuti si presentò terza assoluta all’arrivo.
I boschi del Pacific Northwest, che sono cresciuti grazie alla pioggia e sono così alti e fitti da impedirti di vedere se c’è il sole, ridimensioneranno il tuo ego e la voce di Coach Grazielli sarà solo un’eco nel tuo cervello.
“Stai camminando, ti vedo”

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ANGELES CREST 100
La tua vita: 30 anni, tre lauree inutili, vivi in affitto da 12 anni, nessuna prospettiva di carriera e l’unica cosa che sai fare con un minimo di competenza e passione è mettere un piede di fronte all’altro.
Difficile dire cosa ti ha portato alla starting line di questa 100 miglia, ma mentre prepari le tue drop bag te ne sbatti il cazzo: vuoi correre.
La gara esiste da 31 anni, uno prima che tu venissi al mondo e alla prima edizione a partire furono già in 37.
Il race director e i suoi collaboratori hanno un anello inciso coi loro nomi, a dimostrazione della loro appartenenza a questa follia da 30 anni. In classifica viene separato chi corre da solo con chi ha un pacer. Come dicono sul loro sito, correre 100 miglia è dura, ma farlo senza crew né pacer è un altro livello.
Il record lo detiene un certo Jim O’Brien dal 1989, quando la gara era anche un miglio più lunga e si sparò il point to point di 161 km in 17 ore e 35 minuti. Dal 1989 nessuno è riuscito a strappargli il record di gara.  Fra le donne un’altra sconosciuta, Pam Smith, in 21 ore e 04 minuti.
Stai facendo colazione con un burrito ripieno di riso e fagioli e guardando il tuo pacer in faccia le parole ti escono sincere dal tuo cuore, senza alcun filtro.
“Qualsiasi cosa ti dirò, tu non ascoltarmi. Dimmi di correre. Non farmi smettere di correre.”

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Trangrancanaria, le due facce della medaglia.

Ultra Trail World Tour sbarcava in Europa con Transgrancanaria: dimenticatevi il solito stereotipo sole, mare, spiaggia e birre economiche, qui si parla di sentiero tecnico, distanze ultra e quest’anno pure freddo e maltempo. Avevamo due uomini al via, Luca Ambrosini e Michal Lazzaro Rafinski. Com’è andata? Chiediamolo a loro.

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LUCA AMBROSINI

Ancora una buona performance e gara filata liscia senza intoppi. Come stai?
Ciao! Post gara sto benissimo, ho avuto modo di riflettere, stato di forma presente, gli allenamenti filano lisci e la fiducia verso sua maestà il Coach – che possa il suo occhio vegliare sempre su di noi – è ai massimi livelli!
Volevo le 16 ore, obiettivo fattibile tranquillamente, ma ho avuto problemi spirituali dal km 32 al 85…haahahahah
#coachknows #VO2MAXebasta #gambeimballate

Momenti difficili?
Sono partito alla grande, i primi 32 KM un ritmo velocissimo senza faticare in 3hr:15min; poi al KM 35 qualcosa non funzionava più, non avevo voglia di correre: acido lattico ed è iniziata la fase “ultratrekking”.

Credevo di dover pazientare solo qualche km, ma la luce nel tunnel era lontanissima. Ho preso la situazione con filosofia: ho una seconda batteria per la frontale, cibo a sufficienza, voglio solo arrivare con le mie gambe a Maspalomas. Mi sono seduto ai lati del sentiero a fare il tifo agli altri sulla salita del Roque Nouble per 10 minuti e mi è veramente venuto il dubbio di finire nella seconda notte, poi, alla base vita (km 84), dopo una sosta di 15 minuti e qualche zuppa con patate ho avvertito qualcosa di strano…. era tornata la voglia di correre!
Da lì in poi la gara è cambiata: discese su tecnico, ottima compagnia e gli ultimi 38 KM alla grande, recuperando tante posizioni e fiducia in me stesso.

Come ci si trova a iniziare la stagione con una gara di 120 km? Vivendo in montagna come te immagino che non deve essere stato facile allenarsi. Come ci sei riuscito?
Come prima gara, è sicuramente impegnativa e lunga (128 KM e 6500 D+).
Trails abbastanza tecnici, ma quello a me piace tantissimo.

Vivo in ValVenosta, mi posso ritenere fortunato, la montagna è esposta a sud in e quindi sempre sgombra da neve. Posso tranquillamente fare 6 ore di allenamenti su sentieri facendo anche tanto D+. Il vero problema è che con il Coach abbiamo deciso di intraprendere una lunga strada e la Trans Gran Canaria era in mezzo al blocco VO2 MAX. Quindi con pochi/nessun lungo vero nelle gambe: secondo me alla fine è la testa che mi ha portato fino a Maspalomas.

È stato più emozionante il momento della partenza o l’arrivo?
Entrambi. La partenza come sempre bellissima, tantissima gente, tanti amici conosciuti qua e là e atmosfera incredibile. Arrivo bellissimo perché sono stato veramente in difficoltà per quasi 60 Km e alla fine la testardaggine ha avuto la meglio, me lo sono guadagnato.

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Cosa ti ha impressionato di questa gara?
Avevano previsto tempesta, bufere, venti a 100KM/H e tanta pioggia, ci hanno terrorizzato; a noi gente di montagna un po’ di brutto tempo ci avrebbe anche fatto comodo, ma invece cielo stellato, temperature sempre gradevoli e sole, non male lo stesso.

Impressionante il pensiero di attraversare l´isola da nord a sud, passando da vegetazione boschiva, verde, con laghi della prima parte a colori un po’ più marroni, ai secchi e cactus della seconda parte (sto ancora cercando di togliere le spine dal braccio sinistro, piccola distrazione nei 10 km finali).

Il tuo piano alimentare com’è stato? Hai portato cibo con te o hai usato molto i ristori? Cosa hai mangiato perlopiù nei ristori?
Io di solito porto sempre tanta roba nello zaino, ho un camel da 12 litri! Questa volta forse ho mangiato troppo all´inizio, GEL, powergums e qualche barretta, forse con troppa frequenza, mi sentivo quasi appesantito all’inizio.
Poi ho iniziato a mangiare solo ai ristori: zuppa ben salata e patate. Poi c’è stata la fase dal km 85 in poi in cui mi sono nutrito solo ed esclusivamente di caramelle gommose Haribo: la salvezza per me con lo stomaco sottosopra!

Meglio una cioccolata calda in rifugio in Alto Adige o un Gatorade freddo a Gran Canaria?
Bella domanda. Sono amante dei posti esotici, mi piacciono le gare sulle isole in generale! Comunque opterei forse per un bel birrone in rifugio e tequila nei peggiori bar di Maspalomas.
Non amo né cioccolata calda né Gatorade (per la cronaca faceva freddo anche a GranCanaria).

La gara è scorrevole o tecnica? Da casa non si è mai riuscito a capirlo…
La gara per capirla io e il mio socio Dani l´abbiamo suddivisa in tre parti:
40KM con 2000D+ (piu o meno)
40KM con 3500D+ (piu o meno)
40KM con 1000D+ (piu o meno)

I primi 40 belli scorrevoli, anche se le discese sui single track sono belle impegnative, viscide e spesso si correva in letti di fiumi secchi (sassoni molto instabili, caviglie sempre a rischio).

I secondi 40 tosti tosti, salite impegnative, discese tecniche. Si passava poi dal caldino delle valli a freddo e umidità della quota.

Gli ultimi 40 da correre a tutta, su terreno tecnico, gli ultimi 10 km un’agonia nel caldo letto del fiume fino a Maspalomas. A me il percorso è piaciuto molto.

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Sul tuo pettorale c’era una strana scritta #roadtoURMA? Cosa significa, ci avevi detto che il 2 giugno andavi al mare, no?
hahahahaha!!!
il 2 giugno?? boooh… so solo che è festa!

P.s, la Trans Gran canaria è solo una gara di avvicinamento ad un evento unico, la data dell´anno, la gara del secolo… si vocifera che solo chi viene rapito dagli alieni ottiene la capacità di decifrare lo strano codice morse che si sente all’imbrunire, quando il sole piano piano …. no mi spiace niente, non ricordo bene cosa ci sia il 2 giugno…. mi hanno solo detto di tenermi libero!

MICHAL LAZZARO RAFINSKI

Non è mai semplice parlare di ritiri. Per gran parte degli atleti si tratta di fallimenti veri e propri, per altri delle fasi di passaggio, per altri ancora degli stimoli per darci ancora più dentro. Tu come la vivi?
Come un cocktail, ci sono tutti e tre gli ingredienti, il fallimento, il passaggio e lo stimolo e credo che in una ultra li portiamo sempre con noi e in base a come si viene shakerati dalle diverse fasi della gara prevale uno o l’altro elemento; ad un certo punto ho sentito forte in bocca il sapore del fallimento e l’ho odiato!

Cosa è successo? Dove si è spenta la luce?
A volte la crisi si comporta come un’onda, va e viene e tu combatti per restare a galla, vinci con forza o ti fai stremare dal moto odioso ed ondoso dei demoni, altre volte è come una valanga che di colpo ti travolge senza possibilità di replica. Questa volta è stata una guerra tra le onde partita dal ristoro del 50esimo km. La luce si è poi spenta 30 km più avanti, quando avevo già fatto quasi tutto il dislivello positivo e mi mancavano solo delle lunghe discese tecniche

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Quale è la prima causa che hai riconosciuto per questo motivo? Più testa o gambe?
All’inizio è stato lo stomaco, lasciato il ristoro del 50esimo km, Presa Pérez, il freddo umido della notte mi ha dato un pugno inaspettato e li ho consumato più energie del dovuto per incassarlo, poi l’alba ha diradato sia la nebbia che i dolori, ma mi sentivo stanco. Il sole mi ha ricaricato e dal ristoro di Artenara, km 63, sono ripartito carico, complice un immaginifico piatto di paella e l’onda della gara Advanced di 60 km partita poco dopo il mio passaggio, mi sono fatto tirare dal loro entusiasmo e freschezza, una botta di vita! 12 km dopo la testa e le gambe hanno detto hasta luego e non sono più tornate.

Hai cambiato la visione della cosa ora, a freddo, dopo la doccia e qualche giornata a casa?
Ho “fatto pace” con la mia decisione mentre aspettavo il pullman del rientro dalla base vita, la cosa mi ha stupito, di solito ci metto di più a metabolizzare un ritiro.

Ti sentivi pronto per la gara? Quando hai capito che non “era aria”?
Si mi sentivo pronto, i 3 mesi di preparazione sono andati molto bene, l’unica differenza rispetto al solito è che non ho fatto una gara lunga in quel periodo e questo mentalmente mi ha penalizzato ed ha fatto vincere la stanchezza nella risalita da Tejeda al km 75, li ho deciso di godermi la parte più alta del percorso con calma e ritirarmi poco dopo.

 

Hai un bel ricordo dell’isola? Torneresti?
L’isola è stata una bella sorpresa sia per i paesaggi che per la vita che si respira, voglio tornare, godermela ancora e finire la gara per poi tuffarmi nell’oceano.

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Hai mangiato qualcosa di buono? Hai messo i piedi in mare? Era la prima volta che andavi a GC?
Ho mangiato dell’ottimo pesce sia in modalità paella che non, si trova di tutto sull’isola, vale la pena esplorare. L’oceano l’ho solo sfiorato, avrei voluto surfare ma c’era poco tempo, la prossima volta non me lo perdo!

Cosa porti a casa da questa esperienza?
Le bellezze di un’isola varia e selvaggia, la consapevolezza di come prepararmi meglio, un viaggio epico con gli amici della #disagiofamily e la voglia di tornare.

Tornato a casa sei andato a pregare al Tempio delle Miglia?
Ovviamente si, da giovane Skywalker pentito sono andato a confessarmi da padre Ipa One Grazielli che mi ha assolto dopo un pellegrinaggio alla chiesa di Santa Cruz in modalità recovery run. La stagione è appena iniziata…

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COACH SAYS

Iniziamo con il disgraziato.  Abbiamo preparato la gara a modo, Michal non è un novellino e sa bene cosa può fare e dove può arrivare: volevamo “costruire” sulla TDS dello scorso anno e migliorare lavorando su alcune specifiche, principalmente sul cardiovascolare, aumentando un po’la “cilindrata”.
E l’avvicinamento è andato bene, pochi intoppi, lavori eseguiti bene.
Dove siamo mancati? Forse qualche uscita lunga in più. Abbiamo sfruttato la stagione invernale ed infilato tanto skialp, ma non va a sostituire certi stimoli che hai solo nelle lunghe giornate passate sui sentieri. Se lo mettiamo insieme al fatto (molto sottovalutato) che Transgrancanaria è a marzo, e pochissimi sono mentalmente pronti a gestire bene uno sforzo così lungo, ecco dove forse siamo caduti. La nota positiva? Che Michal era tranquillo ed ha subito messo la testa su Sciacchetrail e tutti gli altri appuntamenti dell’anno, compresa un’altra corsetta interessante a settembre.

Per quanto riguarda Luca, sapevamo di partire senza aver fatto tutti i compiti, perché abbiamo impostato la stagione su tre macrocicli molto lunghi, ed avevamo completato solo il primo. Però lo stato di forma generale era molto buono, e lo si è visto dal fatto che nell’ultima discesa tecnica, con 90 km sulle gambe, si è messo a correre e recuperare posizioni. Il blackout centrale è sicuramente causa della mancanza di ritmo sui tempi lunghi e nelle salite continue, ma anche di qualche problema alimentare con le temperature basse e sotto sforzo. Comunque un’ottima prova, chiusa al meglio. Ora si guarda a Lavaredo con in saccoccia un bel risultato, un buon bagaglio di km e tre mesi per mettere a posto i pezzi mancanti: la gara non ha lasciato scorie e ci siamo già messi sotto con i nuovi workouts!

In the land of (Good) Hope, there is never any winter: Ultra Trail Cape Town con Luca Ambrosini

100 km e 4300 metri di dislivello. Sapendo che sei un animale di montagna, molto portato a gare dure tecniche e con molta salita e discesa mi sembrava una gara forse poco adatta alle tue caratteristiche. Invece hai chiuso con un ottimo 21 posto.
Come l’hai trovata?


Mai i numeri sono stati piu ingannevoli, credevo di dover fare una gara corribile, stile Vibram100 Hong Kong invece mi sono trovato di fronte un terreno supertecnico, con salite ripidissime e discese spacca gambe. Tratti corribili spezzati spesso da tecnico e costanti cambiamenti di ritmo; fondo molto secco, roccioso e sempre molto instabile. A un passaggio in parete con  catene mi è venuto da sorridere e pensare che gli organizzatori fossero fuori di testa!

I cancelli della gara erano molto stretti: partiti 1300 su tutte e tre le distanze e sulla lunga ne sono arrivati solo 119, il resto deviato sulla 65 o fermato.
Una gara per nulla scontata, tecnica, a tratti corribile con paesaggi mozzafiato.

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Eri mai stato in Sud Africa? Credo che gran parte delle persone la conosca solo per i mondiali di calcio di qualche anno fa, ma immagino sia un posto favoloso. Questa gara era UTWT, ce la consiglieresti? Torneresti a correre questa gara?


Per me è stata la prima volta in Sudafrica. Sono rimasto entusiasta dei posti. Quando io e il mio socio Dani ci muoviamo di solito associamo anche piccole vacanze alle gare che corriamo.  Abbiamo girato i giorni prima e dopo la gara visitando la costa, Capo della Buona Speranza e vari parchi: Wilderness Park, Camps Bay, Houte Bay e tanti altri posti pazzeschi.  I trails sono molto tecnici, le montagne non altissime (non aspettatevi 2000 metri di dislivello), ma selvagge, con passaggi da brivido…

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La gara la consiglierei, indipendentemente dal fatto che è una UTWT, perfetta per chiudere la stagione, spettacolare a livello paesaggistico e bellissima. Come dicevo prima mai scontata, veloce, ma tecnica e anche l’organizzazione impeccabile.
Inoltre anche la partecipazione delle persone del luogo, sempre gente sul percorso a regalarti qualche sorriso o un “well done”. Sicuramente una gara che segnerò anche per il futuro…

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Venendo dalle Dolomiti (Luca vive a Merano ndr.) come hai trovato le montagne sudafricane?
Le montagne sudafricane sono bellissime. Dislivelli massimi di 800/1000 metri ma praticamente fatti tutti di un fiato, fai conto in un paio di km. Ci si aiuta molto con le mani,  come nella salita da Capetown a Table Mountain) tutta con fondo molto secco, sdrucciolevole e sassoso.
Vedendo i video di Ryan Sandes ci si riesce a fare una idea!
Non è facile correre su questi trails se non si è abituati.

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Sei sempre in giro con il tuo socio Dani Jung. Lui ha chiuso sesto, il che fa pensare che il livello della gara fosse molto alto. Lui come ha trovato la gara?
Anche Dani ha trovato la gara bella e anche lui è stato stroncato dal percorso e nei tratti corribili noi faticavamo a tenere i 5.30’/km, mentre gli elite andavano via ai  4’/km. Però sul tecnico poi recuperavamo il gap. Dani tra l’altro il Sudafrica lo conosceva già, essendoci già stato in vacanza e in MTB.

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Il livello era altissimo. C’erano professionisti/elite del posto e top runner internazionali invitati.

Ultima gara dell’anno? Ti riposerai un po’ o il Coach ti ha già messo sotto?
Ora per 2 settimane riposo assoluto, qualche passeggiata con Ale in montagna, un po’ di piscina e sauna per rilassarmi. E birroni per recuperare meglio: il Coach è molto flessibile e capisce al volo le mie esigenze: fortunato eh… 😅
Poi avanti tutta in vista di un 2018 di fuoco!
Ho dei grandi obiettivi per la stagione che viene…

Ti sei già pentito di avere un Coach? Su quale aspetto avete/state lavorando di più?
Ovviamente si! Hahahha
Talmente pentito che gli ho affidato la programmazione per il 2018!
Con il coach mi sto trovando benissimo, finalmente l’allenamento è strutturato e programmato, prima correvo a caso senza sapere cosa stessi facendo di preciso.

Stiamo lavorando a lungo termine, ho tanta voglia di correre, e vorrei farlo piu a lungo possibile. Correndo da circa 3 anni posso solo consigliare di essere seguiti da un professionista: è un ottimo modo per prendere la strada giusta massimizzando gli allenamenti con il poco tempo a disposizione.

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COACH SAYS:

Con Luca si è creata subito una bella sintonia: dopo una buona annata, è arrivato da noi per ottimizzare il lavoro e cercare di alzare l’asticella. Sapevo di avere davanti un atleta evoluto, ma avevamo poco tempo per preparare gli ultimi due appuntamenti dell’anno. E così abbiamo giusto messo ordine e tirato fuori il meglio dalla base che già aveva.

Luca è entrato subito nel flow del tipo di lavoro che avevamo programmato ed è arrivato ad UTAT in Marocco in buona forma: quando si è dovuto fermare a una manciata di chilometri dall’arrivo, in ottima posizione, per… “problemi tipicamente marocchini”… mi sarei flagellato. Per fortuna lui è una persona molto positiva, e questa volta è stato lui a rincuorare il Coach. E poi avevamo subito l’occasione per rimetterci in gioco.

Abbiamo ripreso e rincarato la dose, con un miniciclo di lavoro intensissimo, dove abbiamo alzato notevolmente anche il chilometraggio. Alla fine abbiamo staccato presto ed il risultato è stato quello di avere Luca in SA bello pronto, rilassato e con la sicurezza di avere nelle gambe un buon lavoro: a volte bisogna sapere quando chiedere qualcosa di più, e quando macinare un atleta è solo controproducente.

La gara? Alla grande. Partito tranquillo, ha trovato subito un bel ritmo continuo ed è andato a piazzarsi tra le scatole a gente scafata e veloce: quello che volevamo. Non si è lasciato destabilizzare dal terreno (che non aspettavamo così tecnico) ed ha mantenuto una regolarità impressionante, sgomitando fino alla fine. Bella prova.

Ora sono curioso di vedere cosa riusciamo a tirare fuori da una programmazione completa e ben fatta: gli obbiettivi li abbiamo messi giù, come sempre aspettatevi da Luca panorami esotici…

#DUcoaching #destinationunknown #theonlycompetitionisyourself