UTMB 2022: uno sguardo ai materiali.

Ritorna a scrivere su queste pagine Andrea Vagliengo, il nostro “geek” dei materiali: una breve analisi di cosa si è visto di nuovo a Chamonix, e quali sono i trend generali, con uno sguardo anche a quello che vedremo il prossimo anno sul mercato.

La “Semana Grande” del trail running mondiale si è chiusa, eppure tutti quanti siamo già qui a pensare a come tornare a Chamonix l’anno prossimo. Con quale veste? Ci metteremo (finalmente) un pettorale, oppure saremo sui sentieri a dare manforte ad atleti e amici lungo il percorso? Comunque la si voglia mettere, una certezza si è radicata saldamente in tutti noi appassionati di corsa e di montagna: nell’ultima settimana di agosto, “Chamonix is the place to be!”, il luogo in cui tutto succede e in cui il tempo corre più veloce delle lancette dell’orologio. Basta leggere i resoconti dei nostri Coach o andare a guardarsi il debrief su YouTube per percepire il lavoro di un anno intero condensato in pochi giorni ad intensità fotonica.

La kermesse di Chamonix è una delle poche occasioni in cui si può vedere tutto il mondo del trail running che conta radunato contemporaneamente in un unico luogo: ci sono gli atleti più forti del mondo, le promesse, gli underdog che stupiranno tutti con una prestazione monstre tirata fuori dal cilindro. Ci sono le migliaia di atleti e appassionati che hanno combattuto per anni con punti e lotterie, e finalmente ce l’hanno fatta ad essere alla partenza. E poi ci sono i brand, le aziende, che approfittano a mani basse di questo palcoscenico internazionale per dare bella mostra di sé e far sentire la loro voce. Sono passate alcune ere geologiche da allora, ma UTMB è stato il trampolino di lancio di prodotti come i primi zaini “vest” o delle prime Sense di Salomon, entrambi comparsi addosso a Kilian sottoforma di prototipi e divenute, di lì a poco, l’oggetto del desiderio degli appassionati di tutto il mondo. Come si è evoluta, oggi, quella scena? Cosa resta di quell’immenso showcase a distanza di qualche settimana dai grandi festeggiamenti di Place de l’Amitié? Vediamolo insieme, provando a fare un’analisi dei materiali che hanno caratterizzato questa edizione dell’UTMB.

Andreas Reiterer in salita verso il Col Ferret

Non solo top di gamma
Partiamo facendo una premessa, che parte dal fronte delle scarpe ma si applica anche ad altri materiali: è una tendenza che ormai è in corso da diverso tempo, ma quest’anno più che mai è apparso evidente come persino nelle primissime posizioni e sui podi delle gare più prestigiose si trovino modelli che non hanno nulla a che vedere coi top di gamma di ispirazione puramente “race”. Troviamo daily trainers come le Trabuco o le Fuji Lite di Asics, modelli da allenamento come le Ultra Glide di Salomon o le Terrex Speed Flow di Adidas: calzature acquistabili facilmente anche negli store della grande distribuzione, scarpe che indossiamo tutti i giorni per allenarci e che tecnicamente magari non hanno nulla di eccezionale ma che funzionano bene e condividono un unico grande comun denominatore: il comfort. Sempre meno ossessione verso la leggerezza assoluta, verso il peso piuma, e più attenzione verso la comodità, vero ingrediente chiave nel campo delle ultradistanze. Questo elemento salta all’occhio, innanzitutto, dando uno sguardo in particolare alle zone alte delle classifiche. Tanta più varietà rispetto a qualche anno fa, più modelli e tutti di tipo molto diverso: c’è il prototipo evolutivo ultra-racing accanto a scarpe di fascia media, ed è una novità che ci piace e nella quale ci riconosciamo.

La grande novità
Quest’anno non si può parlare di UTMB senza citare l’ennesima impresa di Kilian Jornet. Gli anni passano, la vita cambia ma i risultati no, anzi migliorano addirittura: dopo la scoppola presa a Sierre Zinal, i maligni già vedevano il Re in declino nonostante una Hard Rock ai limiti del sublime. E invece Kiki ha pensato bene di gestire il suo UTMB come solo lui sa fare, rimanendo sempre nel gruppo di testa e piazzando la zampata finale appena uscito da Vallorcine. Non è bastato un enorme Blanchard, arrivato in pieno recupero a pochi minuti di distanza dal catalano, a sconfiggerlo: record del percorso e prima volta sotto le 20h, con buona pace di Pau Capell e del suo tentativo di sub-20h, purtroppo fallito.
Stavolta, però, Kilian non indossava abbigliamento Salomon: NNormal, il brand fondato quest’anno in collaborazione con Camper, saliva per la prima volta alla ribalta di Chamonix esibendo gli esemplari di materiale tecnico che verrà presentato a brevissimo al grande pubblico e che era già stato utilizzato da Kilian nelle precedenti gare di quest’anno. Tutta l’attenzione è stata, naturalmente, per la nuovissima scarpa Kjerag, presentata ufficialmente proprio alla kermesse francese: 200 grammi di peso con suola Vibram Litebase e un’intersuola con un’altezza massima di 18 mm e 6 mm di differenziale. Una scarpa ottenuta con un processo di produzione ecosostenibile con l’idea di durare più a lungo possibile (una caratteristica ben nota agli amanti di Camper, l’azienda spagnola scelta da Kilian come partner tecnico per la realizzazione della collezione di calzature NNormal). A giudicare dalle prime impressioni e dal look generale della scarpa, potremmo trovarci di fronte ad un modello di grande successo per il prossimo anno: staremo a vedere, inutile dire che siamo curiosissimi di metterci le mani sopra e provarla sui sentieri.

Marianne Hogan, una delle sorprese di quest’anno

Strapotere massimalista
Avete presente quando guardiamo il top field di una maratona di altissimo livello e gli atleti indossano più o meno tutti le stesse scarpe? Con tre, quattro modelli (e due brand!) copriamo la quasi totalità degli atleti. Se questo non sembra essere il caso per i top runners in partenza a Chamonix, basta dare un’occhiata ai piedi dei midpackers e della stragrande maggioranza degli atleti amatori per vedere come i modelli massimalisti siano diventati un riferimento assoluto nelle gare sulle lunghissime distanze. Parliamo ovviamente di Hoka, che negli ultimi anni ha saputo combinare con sapienza una promozione intelligente a livello di atleti e marketing con una serie di prodotti di qualità sempre crescente. Oggi immaginare una scarpa da trail running che sia al contempo iper-ammortizzata e anche leggera non solo è possibile, ma sembra essere addirittura essere diventata la normalità. E questo lo dobbiamo innanzitutto a Hoka, che con la filosofia del “cushioned and light” ha influenzato positivamente tutto il mercato. Tra tutti, notiamo in particolare come le Speedgoat e le Mafate Speed siano i modelli più utilizzati, e a buon diritto: tanta ammortizzazione, calzate precise e suole Vibram ultraperformanti. Chiedere a Ludo Pommeret per avere una conferma, che taglia il traguardo di Chamonix con ai piedi le sue Speedgoat 5, vincendo la TDS a 47 anni e arrivando ancora abbastanza fresco da festeggiare come un diciottenne. Idolo assoluto.

(Almost) Natural running
Sono passati gli anni d’oro della corrente minimalista, che voleva i top runner con ai piedi scarpette drop-zero e praticamente prive di ammortizzazione, ma per fortuna non tutto è andato perduto della corrente “natural running” che ha caratterizzato i primi 2010s. Drop limitati, se non addirittura nulli, abbinati a geometrie di calzata ampie che fanno lavorare bene il piede e le sue dita, il tutto combinato con intersuole generose e confortevoli: Altra e Topo oggi sono ben presenti sul mercato con una serie di modelli molto interessanti che abbiamo visto ai piedi di parecchi runner in partenza da Chamonix. La “corsa naturale” ha forse smarrito un po’ la sua anima più purista, ma in compenso sembra aver trovato una sua nicchia di mercato.

Merillas e Martinez Perez, doppietta SCARPA all’OCC

E gli altri?
The North Face e Adidas si portano a casa una vagonata di premi. Se guardiamo le scarpe indossate dagli atleti di punta nelle posizioni di classifica che contano, appare evidente come l’investimento di questi due brand sul fronte degli elite si sia rivelato ancora una volta vincente: tanti prototipi, dalle geometrie generose e che richiamano in qualche modo i modelli stradali più veloci, spesso con carbon plate associato. A livello di adozione da parte degli amatori, siamo ancora lontani dai grandi numeri di Hoka e Salomon, ma chissà che non si stiano ponendo i presupposti per l’inizio di una nuova tendenza anche sul fronte degli amatori.
E Salomon? Dopo anni di strapotere assoluto sul fronte delle classifiche, oggi il colosso francese deve condividere il podio con altri brand, ma è sempre lì nelle posizioni che contano. Se sul fronte delle scarpe c’è in effetti più varietà rispetto a qualche anno fa, quando andiamo a vedere gli zaini non ce n’è per nessuno: i modelli vest sono diventati lo standard de facto, al punto che il successo di questo tipo di zaini è stato tale da far sì che anche tutti gli altri marchi del settore si mettessero a produrli. Sul fronte delle calzature, abbiamo visto meno enfasi sui modelli super cool della linea S/Lab e abbiamo invece notato con piacere che modelli come le Ultra Glide (dichiaratamente prodotte pensando al grande pubblico) abbiano conquistato posizioni di prestigio sui podi di TDS (3° uomo) e UTMB (2° donna).
Infine, menzione speciale a SCARPA che si porta a casa, con la sua Ribelle Run, le prime due posizioni della OCC: niente male, per la casa di Asolo! Sarà perché abbiamo l’occhio sensibile per quell’azzurro inconfondibile, ma non abbiamo potuto fare a meno di notare sempre più Spin Infinity ai piedi degli atleti. Il modello da lunghissima distanza di SCARPA ha convinto da subito e si sta affermando come riferimento sui percorsi alpini più impegnativi.

E gli accessori?
Due note conclusive rispetto a due accessori che ci ha fatto piacere individuare in numero crescente sui sentieri dell’UTMB.Il primo sono i bastoncini, che almeno sulle distanze più lunghe, sono oramai utilizzati dal 99,9% degli atleti. Tra i marchi più visti Leki e Black Diamond: i primi li conosciamo e apprezziamo da anni, soprattutto per il sistema di impugnatura “nordic” con guantino integrato che è, a mani basse, il più comodo che ci sia sul mercato. Non stupisce vedere gli inconfondibili bastoncini a sonda della casa austriaca in mano e nelle faretre dei migliori runner del mondo: persino Jim si è messo ad usarli! I secondi sono sempre quelli che vedi più spesso in mano a giapponesi ed americani, e restano una garanzia assoluta di qualità e praticità.
Nel campo smartwatch, è invece impressionante la marcia di Coros che solo da qualche anno si è affacciata sul mondo del trail, prima con l’Apex e l’Apex Pro e poi con il Vertix 2: due sportwatch che hanno convinto da subito per la loro qualità costruttiva e per le funzionalità offerte in termini di software e di integrazione con piattaforme di allenamento come TrainingPeaks. Noi di Destination Unknown li conosciamo bene, usandoli da tempo, e ci ha fatto piacere constatare come si siano diffusi nel mondo degli amatori ma anche dei top runners: quando Kilian ha schiacciato il pulsante di stop e il suo Apex Pro segnava 19:49:30, per noi è l’esaltazione è stata doppia, e Coros era al polso anche del secondo classificato Mathieu Blanchard! In arrivo a fine anno dovrebbe esserci un modello nuovo ispirato proprio da Kilian, siamo curiosi di vedere quali funzionalità integrerà il nuovo modello.

Blanchard ed il suo Coros Apex Pro

Ultrabericus Trail

Anche quest’anno Ultrabericus si prepara a dare il via ad uno degli appuntamenti immancabili del nostro panorama gare. Dopo edizioni memorabili per il livello atletico importante culminate con il 2018, dove Vicenza ha ospitato una gara di osservazione e selezione per la squadra Azzurra di Trail Running in vista dei mondiali di Penyagolosa, e un 2019 con tempi da record, gli ultimi anni hanno confermato l’apprezzamento da parte del popolo ‘trailer’ dell’evento e l’organizzazione Ultraberica ha rilanciato sulla fiducia degli appassionati con un’inedita edizione del decennale arricchita con la nuova distanza dei 100km. Di fronte a questa novità, e con diversi dei nostri DU Believers in start line delle diverse distanze, era DOVEROSO parlare di un appuntamento come questo e offrire una comoda guida a Ultrabericus dal punto di vista di Coach Tommaso: fermo amante del percorso, local e partecipante in più edizioni. Enjoy!

Da sempre Araldo della Primavera, Ultrabericus Trail (abbreviatelo UBT e non UTB che noi local altrimenti ci arrabbiamo) spalanca le porte del cambio stagione e prova a ricordarci -timidamente- che è quasi ora di shorts e t-shirt tecniche un po’ più leggere. Giunto all’11esima edizione, UBT è un classico ‘di primavera’ che negli anni è arrivato a portare sui sentieri complessivamente anche più di 2000 persone con le varie distanze proposte dall’evento. Gli speed racers trovano pane per i loro denti sui 22 km dell’ Urban Trail, i curiosi della media distanza possono affrontare la staffetta Twin lui&lei da 30-35km con un cambio di testimone presso l’affascinante Eremo di San Donato, mentre gli atleti alla ricerca di qualche ora in più da passare sui Colli Berici possono scegliere se percorrere il classico Loop dei 65 km -quest’anno in senso orario- o lanciarsi nel giro grando dell’edizione speciale da 100km. Qualsiasi la distanza scelta, quest’anno arrivo e partenza tornano in Piazza dei Signori, nel cuore di Vicenza, rendendo entrambi i momenti davvero memorabili.

Due DU Believers dell’anno scorso, li riconoscete?

Tra i punti forti della gara segnaliamo:

– Una gara di corsa tra le old schoolers d’Italia, dove ti ‘basta correre’ su sentieri di difficoltà contenuta, portare con te quel poco che serve per goderti una bella giornata di corsa, e vivere con paradossale leggerezza un’esperienza *Ultra * definita dall’organizzazione Un passo fuori dall’asfalto, due passi oltre la Maratona.
Un’ottima occasione per lasciare a casa le macchinosità dell’ambiente Ultratrail e mantenersi a contatto con un evento semplice, curato, autentico

– un materiale obbligatorio ridotto all’osso che consente di godersi l’esperienza senza dover ricorrere a zaini enormi, sistemi di trasporto extra o crew con cambi multipli sul percorso (more on this later)

– un comparto organizzativo, di balisaggio e di volontari davvero eccezionale, che raramente ha deluso le aspettative (non ricordiamo veramente un momento in cui l’han fatto, a dirla tutta) rendendo UBT uno degli eventi di Trail meglio gestiti del Paese.

FAQ – Frequently Asked Questions

UBT è una gara difficile? UBT è una gara difficile per chi vuole rendersela tale: la difficoltà media dei sentieri è contenuta, a parte qualche passaggio in discesa ‘esposta’ tra Covoli e Falesie e un paio di salite ‘cancare’. Questa difficoltà medio bassa del playground è tuttavia anche la maggiore causa dei problemi che possono sorgere: un pacing errato è molto facile e ritrovarsi coi crampi al 35° km con un’altra metà di gara davanti è un incubo che può concretizzarsi per tanti. Una gestione conservativa nella prima metà di gara consente ampio margine di lavoro nella seconda: prendete il vostro ritmo, mangiate e bevete bene, correte rilassati senza fare la gara degli altri, e UBT non diventerà una gara difficile.

Il miglior consiglio per il pacing della gara lunga? Prendersi i primi 10-15 km per capire in che genere di giornata vi trovate, senza esagerare. per quanto vi siate preparati a puntino gli imprevisti potrebbero cominciare presto, tardi o non presentarsi mai ma rimangono un’eventualità. Starsene tranquilli fino a dopo Torri di Arcugnano e perchè no, fino a San Donato vi consente di rimanere sul pezzo, conservare energie e prendere le misure. Tutto il guadagnato lo potrete incanalare sulla seconda metà.

Scarpe da Trail o da Strada? Annosa questione: per anni la risposta è stata strada, ma con lo specializzarsi delle calzature pensate per i diversi ambiti del trail running (una volta si considerava una scarpa da Trail un prodotto da montagna poco affine alla corsa in collina) ora è facile trovare una scarpa che ricordi le caratteristiche di una stradale per fluidità e peso, ma che dia maggiore grip, protezione e sostegno per una corsa di molte ore. Questo è l’ago della bilancia della questione: se siete in grado di correre per 8-10 ore (e più per la 100km) in scarpe da strada sui sentieri: fatelo, se temete il cedimento di suole e supporti allora meglio una scarpe da Trail essenziale ma robusta. Diverso discorso per Urban e Twin: in condizioni secche una scarpa da strada vi può bastare. 

Anche in caso di fango? Questa è l’unica casistica in cui consigliamo a tutti una scarpa dotata di un battistrada da off-road. Il fango Berico non perdona.

Da temere di più le salite o le discese? Per la natura nervosa del percorso in diverse sezioni, probabilmente le discese. In salita, nel male potete camminare e portarle a casa dignitosamente anche a passo svelto, ma camminato. Se vi tassate i quadricipiti tirando troppo le discese, allora saranno dolori ad ogni dislivello a scendere. E ce ne sono davvero tanti.

Ma i bastoncini, li porto? Nonostante l’anno scorso un certo Francesco Rigodanza ci abbia dimostrato che sui Berici i bastoncini si possono portare eccome, (e ci si può anche vincere l’Integrale, ndr) il loro uso può essere un aiuto solo se avete l’ossessione di averli sempre appresso, o perchè temete di ‘piantarvi’ sugli ultimi dislivelli. Sulla carta, tolta qualche salita mediamente impegnativa per sviluppo rispetto al resto, i dislivelli di UBT non sono così ripidi e lunghi da giustificare / consigliare il loro utilizzo. Inoltre, anche se dovessimo aprire un’enorme parentesi sulle ricerche dedicate all’ambito, è dimostrato che su dislivelli di media pendenza l’utilizzo dei bastoncini non apporta un sostanziale aiuto in termine di economia di corsa/camminata. Morale: potete tranquillamente camminare tutti i dislivelli con le mani sulle ginocchia e otterrete un ottimo effetto in ogni caso.

Posso farmi seguire sul percorso da un assistente? Certo, l’assistenza personale è consentita in tutti i ristori, non fuori da essi. Se avete un’anima pia che vi segue il giorno della gara allora potete tranquillamente portarvi la nutrizione sufficiente tra un punto ristoro e l’altro senza pensare a dover partire con tutto il carico, ma occhio agli imprevisti!

La birra all’arrivo c’è? Nella più sana tradizione Ultraberica, la birra non manca mai. Menabrea torna sponsor della manifestazione e vi aspetta tutti all’arrivo (forse forse qualche Alpino o qualche volontario sul percorso ne avrà già pronta anche ai Ristori, ma non costringeteci a scrivere una FAQ sulla birra in gara: your pick!)

I Colli Berici tutti d’un fiato.

Percorsi

Integrale – Twin Lui&Lei / 65km 2500d+/-

La vera gara Classica si snoda quest’anno attraverso i Colli Berici in senso orario, da tradizionale anno pari. Da sempre ha avuto la nomea del giro più difficile, per via del Sole che segue lo stesso giro della gara offrendo poco riparo nei giorni caldi, e delle tre salite di maggiore sviluppo rispetto alla sorella del giro antiorario/dispari; non entriamo nel merito, ma possiamo già dirvi che una di queste tre salite (lo strappo maledetto che doveva condurre dall’abitato di Villaga all’Eremo di San Donato -km 33-34 -) è stata rivista e accorciata, dando sicuramente un po’ di respiro in più nella prima metà di percorso.

Il percorso nei primi 16km è una Fuga da Alcatraz col progressivo spostarsi verso il complesso collinare dei Berici. Se non vi farete distrarre dalla tonnara dei primi km dopo la salita iniziale a Monte Berico non vi perderete Ville palladiane, sentieri Urban e i primi strappetti che conducono al ristoro di Torri di Arcugnano e poi alla spina nel fianco della prima salita di giornata: La Forestale del Lago di Fimon.

Prendetela come vi riesce, ascoltatevi: è il vostro lasciapassare per spostarvi nella zona ‘alta’ dei Colli e per non dover pensare più (per 15 km almeno) a dislivelli impegnativi.

Lungo la Dorsale Berica passerete contrade, carrarecce , boschi in fiore, covoli e falesie baciate dal sole. C’è giusto un ristoro intermedio presso Torretta, al 22°. L’incanto viene momentaneamente spezzato dal seghetto di discesa verso Barbarano (km 32-33) e risalita a San Donato, luogo davvero suggestivo con le falesie d’arrampicata che abbracciano l’Eremo e gli staffettisti trepidanti che aspettano il loro compagno della prima metà. Questo passaggio segna generalmente la metà gara: km 35.

Se siete dell’integrale auguratevi di non sentire già i primi crampi arrivati qui, o sarà lunga tornare a Vicenza, se invece siete staffettisti godetevi il vostro lavoro ben fatto e passate il testimone a chi completerà il giro coi secondi 30km. La seconda metà è molto, molto, molto veloce. Dall’Eremo ci si avventura con fluide discese verso la Valle del Calto con i suoi mulini storici, e verso l’incrocio di Pederiva per affrontare l’unico grosso dislivello di questa frazione: Pederiva – San Gottardo, La Maledetta. Più o meno 4,5 km con quasi 400 di dislivello complessivo. Si sale costanti e pendenti all’inizio con un breve momento di rifiato a metà, per poi risalire ancora e ancora fino al ristoro del 45° a San Gottardo – Villa Bonin. Momento per ricomporsi, lasciare le madonne volare via e poi -come vedete dall’altimetria- godersi il lungo percorso a scendere che vi condurrà attraverso Perarolo, Arcugnano, le sabbie mobili del Canile di Vicenza e gli ultimi strappi per raggiungere il Centro città: Val dei Vicari (con annesso ristoro al 56°) e la graduale salita a Monte Berico, da cui si scende per le iconiche scalette per inoltrarsi in centro storico. Piazza dei Signori è lì, a un tiro di sasso, vi attende per accogliervi tra le Colonne di San Marco e del Redentore e a ripararvi a fianco della Basilica Palladiana: stampatevela bene in testa perchè è un arrivo di rara bellezza su TUTTO il panorama trail Italiano. Ultrabericus Trail è vostro.

Oooh, Aaah. That’s how it always starts, then later there’s just running and screaming. Jurassic Park
Iconico passaggio all’Eremo di San Donato.

Edizione Speciale 100km / 100 km 4400d+/-

Per commemorare i dieci anni di Ultrabericus, nel 2020 venne proposta quest’edizione speciale, che si terrà ufficialmente quest’anno. In generale, per cumulare 100km e 4000 metri di dislivello sui Berici, l’organizzazione è dovuta andare proprio a cercare angoli reconditi del comprensorio collinare, uscendo dal percorso dell’ Integrale con varie aggiunte in sezioni importanti della gara:

– km 13-25 / niente risalita della Forestale del Lago di Fimon (pheww!), dopo il ristoro di Torri di Arcugnano il percorso vira sulla dorsale Est dei colli, in direzione Costozza e Lumignano. Qui aspettatevi alcuni tra i sentieri più belli di tutti i Berici, con scorci sulle grotte del Brojon, sul sentiero Trioci fino alla risalita in Croce di Lumignano. Un’angolo dei Colli davvero immersivo, peccato sia molto breve: dopo la risalita dal ristoro di Lumignano verso Torretta il percorso rientra sull’Integrale.

– km 43-67 / dopo l’Eremo di San Donato inizia quello che è forse l’angolo più sperduto dei Berici: la Curva Sud che va ad abbracciare Toara, Villa del Ferro e Grancona. Tra vigne, campi, qualche argine e qualche muretto da risalire per tornare in dorsale, forse è dove la testa farà il suo maggior lavoro, specie dopo il giro di boa di Villa del Ferro (e la risalita bella tesa annessa). Calma e concentrazione, c’è da resistere fino al 67-68° per tornare sull’Integrale e, purtroppo, beccarsi la Maledetta risalita da Pederiva a San Gottardo.

– km 77-90 / Ultimo petalo distaccato dalla traccia Integrale, quella parte del percorso pensato per fare incazzare [Coach G. cit] qui ci si sposta sul percorso Circolare di Brendola-Altavilla. Bosco, bosco, ancora bosco ma ora per sentieri meno tecnici. Ha due risalite cattive prima e dopo il ristoro di Brendola, e uno snervante attraversamento di campi nella sezione di Valmarana (86-88°) quindi ricordatevi di tutte le ripetute in piano che avete fatto, quando ci arrivate. Verranno buone. Dal 90°, col passaggio ad Arcugnano, si può finalmente iniziare a respirare aria di Vicenza: gambe in spalla e pronti ad affrontare le ultime due rampe, poi il periplo dei Colli Berici -quello completo- sarà vostro.

Ndr: i km dei ristori qui segnalati sono ricavati dalla geo-localizzazione tra traccia e mappa. Potrebbero non coincidere alla perfezione con quelli segnalati dall’organizzazione (margine di errore di un km). Usateli come riferimento, ma non sbroccate se non sono precisi al 200% 😉

UBT Urban 22km

La gara veloce e cattiva di casa, ma anche ottima per offrire una prima esperienza di Trail ai neofiti. Ultrabericus Urban nasce dai primi e dagli ultimi km della classica Integrale, connettendo Vicenza ad Arcugnano tramite sentieri e strade ad Est della Dorsale Berica e riportando i concorrenti in Piazza dei Signori via i percorsi ad Ovest della Dorsale. Panorami forse meno ricercati, ma per chi sa guardarsi attorno c’è molto da vedere, specie per il patrimonio storico di Palladio e soci. Consigliata a tutti quelli che cercano una gara da batticuore, e per chi vuole guadagnarsi facilmente lo splendido arrivo nel centro storico di Vicenza.

Ultrabericus Urban fa rima con ‘pedal to the metal’.
Punto fermo di ogni edizione UBT: la prima salita di giornata scollinando i Portici di Monte Berico.

Materiale Obbligatorio

Ad accompagnare le gare Ultrabericus Team c’è sempre un leitmotiv attento dedicato al materiale obbligatorio, che nel caso di UBT è davvero essenziale: si tratta veramente di 6-7 cose così leggere da essere riposte in un marsupio: e nonostante questo tutti gli anni c’è chi riesce a ‘lasciare qualcosa a casa’. Non fatelo: portate tutto nel vostro zaino/marsupio e godetevi la giornata. L’unica difficoltà può esserci per chi correrà la 100km, per il trasporto della nutrizione, ma ricordiamo che l’assistenza personal è consentita in TUTTI i ristori.

Dal sito dell’organizzazione:

Materiale obbligatorio per CentoIntegrale e secondo staffettista Twin lui & lei:

1 – borraccia o altro contenitore con 0,5 litri d’acqua,

2 – telo termico di sopravvivenza,

3 – fischietto,

4 – giacca antivento,

5 – bicchiere personale (la borraccia se a tappo largo è valida come bicchiere),

6 – lampada frontale funzionante, con batterie cariche,

7 – mascherina protettiva bocca e naso.

Materiale obbligatorio per primo staffettista Twin lui & lei:

1 – borraccia o altro contenitore con 0,5 litri d’acqua,

2 – telo termico di sopravvivenza,

3 – fischietto,

4 – giacca antivento,

5 – bicchiere personale (la borraccia se a tappo largo è valida come bicchiere),

6 – mascherina protettiva bocca e naso,

per il primo staffettista Twin lui & lei NON è obbligatoria la lampada frontale.

Materiale obbligatorio per Urban:

1 – telo termico di sopravvivenza,

2 – fischietto,

3 – giacca antivento,

4 – bicchiere personale,

5 – mascherina protettiva bocca e naso,

per la prova Urban NON sono necessari la borraccia 0,5 l e la lampada frontale.

Orari di partenza:

  • UBT edizione 100km: start ore 5:00 AM
  • UBT integrale 65km: start ore 10:00 AM
  • UBT prima staffetta: start ore 10:00 AM
  • UBT Urban 22km: start ore 11:00 AM

Come da tradizione: orari dei cancelli e di cut-off non ve ne diamo, siamo CERTI che non ce ne sia bisogno.

Che il vostro viaggio su e giù per i Berici inizi e finisca col piede giusto.

Gradatim Ferociter

Coach T.

Drop that bag

Sempre più spesso le gare danno la possibilità agli atleti di avere sul percorso delle drop bags (o per dirla all’italiana, la famosa “sacca”).

Che cos’è? Semplicissimo, una o più sacche dove mettere dentro materiale che potrà venirvi utile durante la gara , che va consegnata prima della partenza (informarsi bene sulle tempistiche, mi raccomando) e che troverete in una o più aid station (o per dirla anche qui all’italiana, ai “ristori”). In qualche gara lunghissima (vedi Tor), avrete la stessa consegnata in ogni base vita, ma nella maggior parte delle gare ne avrete una per ogni aid station dove è prevista. Al massimo, se il percorso prevede di ripassare in certi punti, avrete accesso alla stessa borsa due o più volte.

Le sacche spesso sono lasciate all’aperto, ma anche solo durante il trasporto sono talvolta esposte alle intemperie: regolatevi di conseguenza. E fate anche attenzione che le gare che non forniscono direttamente un sacco (come fa UTMB/TDS) talvolta prevedono delle misure massime per evitare che qualcuno esageri e metta dei veri e propri bauli (vi garantisco che in America abbiamo visto di tutto messo nelle Aid Stations, dal sacchetto dell’immondizia alla scatola di plastica con lucchetto.

Ricordatevi di mettere numero di gara, nome e cognome e per non sbagliare anche a quale Aid Station è destinata. Ma soprattutto, informatevi anche su quando andare a riprenderle: ad ogni gara c’è una pila di borse non reclamate che vengono giustamente cestinate, se tenete a quello che avete dentro, pensateci prima!

“No, la mia è quella a destra di quella rossa!” Montane Lakeland 100 – All photos by Mari

Vediamo cosa mettono nella sacca gli allenatori di Destination Unknown…

Tommaso Tommy Bassa

Da LUT alle 100 miglia, da Mozart alla TDS ho sempre impostato la drop bag in maniera che contenesse sì lo stretto indispensabile, ma che fosse pronta secondo diversi aspetti:

qualcosa di utile: vestiti di ricambio, soprattutto nell’eventualità di doversi cambiare più del previsto (e a tenerli nella drop bag si risparmia volume nello zainetto), magari una giacca extra ad esempio o quell’intimo tecnico che in mezza stagione ti permette di affrontare la seconda parte di gara asciutto e di buon umore, invece che lercio, specie se ci si attarda in tante ore di gara.
qualcosa di necessario: solitamente nutrizione. Voglio utilizzare in gara le cose che piacciono a me, avere una scorta in base vita dei miei gel preferiti o di quell’integratore che so potrà aiutarmi in caso di crisi farà sempre la differenza (o per lo meno so non mi darà fastidio). 
qualcosa di vitale: crema anti chafing per dare un ‘ritocco’ ai punti critici o magari ai piedi, con un bel cambio calzino annesso se voglio prendermela comoda e fare le cose fatte bene (specie in condizioni di bagnato questo passaggio può cambiare radicalmente l’esperienza). E poi ancora un bel kit di pronto soccorso che comprenda veramente cose utili come delle forbicine e un cerotto idrocolloide come il DuoDerm Extra Sottile (si trova in farmacia). Si tratta di un cerotto con principio attivo simile a quello dei più famosi Compeed, ma a differenza di questi non si gonfia a contatto con la cute lesa o con una vescica, e quindi non occupa spazio nella scarpa: spesso il Compeed quando entra in azione crea spessori e volumi indesiderati, aggiungendo fastidi e frizioni che alla testa proprio non piace sopportare durante un’ultra.
qualcosa di inutile: che so per certo non userò mai ma che deve stare lì ‘perchè sì, perchè alla testa serve avere quella sicurezza’. A volte è un paio di scarpe in più, altre è un bastoncino spaiato nel caso di rotture (memento di una sezione di TDS senza un bastoncino, ndr) molte volte è una lampada frontale o delle batterie di ricambio per fronteggiare ogni evenienza.
qualcosa di extra: tendenzialmente la carta resurrezione. Ognuno ne ha una, io faccio in modo di averla sempre in sacca, ad ogni gara.

Quale sarà la vostra?

Francesco Paco Gentilucci

Nella mia drop bag, tendenzialmente, cerco di mettere cibo che so che potrebbe andare giù anche se non sto bene di pancia e che non trovo ai ristori, oltre ad abbigliamento di riserva.

Essenziali:

– calzini di ricambio
– maglia di ricambio
– berretto invernale di ricambio (anche se corro sul deserto)
– almeno mezzo litro di te alla pesca (per qualche ragione alle aid stations non c’è mai)
– panini con avocado e hummus
– nastro americano (ripara ogni cosa, dai bastoncini ai piedi)
– almeno 3 snickers / un pacchetto di OREO
– spazzolino da denti e dentrificio, soprattutto se incontrerò la drop all’alba (mi piace correre con i denti puliti)
– liquirizia. Sia in caramelle gommose (liquirizie ripiene) che 100% pura

Non è sempre così facile gestire un migliaio di drop bags – UTMB TDS

Andrea Guglielmetti

La mia generalmente contiene molte cose che non mi serviranno, ma che so potrebbero aiutarmi a partire più tranquillo: perché non succede…ma se succede… sono pronto!

Non sempre possiamo fare affidamento sulla crew a cui affidiamo di tutto e di più, per cui capita di dover affrontare da soli tutta la gara: dal momento che le variabili da gestire in una ultra sono molte, una drop bag pensata bene potrebbe tornarci utile per risolvere in maniera semplice e veloce alcuni problemi e permetterci di spostare l’attenzione e la concentrazione sulla gara.

Essendo maniaco dell’ordine divido tutto in pacchettini con su scritto il contenuto così riesco a perdere meno tempo e a sprecare meno energie mentali in un momento magari di scarsa lucidità.

-un paio di scarpe con abbinati dei calzini asciutti: in situazioni di grande caldo o in una gara bagnata l’uno e/o l’altro potrebbero salvarti il piede.
-indumenti di ricambio: qualcosa di fresco, caldo, asciutto potrebbe migliorare la mia sensazione di comfort. Magari anche qualcosa di diverso per far fronte a mutate o non previste condizioni climatiche.
-riserva alimentare: per non appesantire lo zaino divido il mio fabbisogno di gel/barrette in funzione delle basi vita in cui troverò la drop bag (sempre con un piccolo extra).
-gear: un paio di bastoncini, una frontale, una flask, un bicchiere, lacci per scarpe.
-kit pronto soccorso: se ne trovano in commercio di molto compatti ed essenziali e a prezzi accessibili (cerotti, bende, forbici, …). Quello che non può mancarmi sono ago e filo per gestire le mie vesciche
-plus: preparo sempre un pacchetto “replica” del materiale obbligatorio che ho nello zaino. Dovesse capitare di usare qualcosa per non stare a ripiegarlo, per viaggiare più comodo, per averlo asciutto, ho pronto il sostituto completo.

E via che si riparte!

Andrea Tarlao

La mia esperienza su gare lunghe è ancora limitata, e così osservo spesso quello che hanno gli altri per rubare qualche idea.

Quello che però non deve mai mancare nella mia drop bag è questo:

– Quantità indefinita di gel (nella speranza di riuscire a mangiarne ancora ) 

– Vaselina 

– Calzini di ricambio (anche se la mia filosofia resta quella di non cambiarli anche se sento di avere delle vesciche, preferisco non intervenire sui piedi) 

– Cibo solido che possa ovviare alla nausea da gel 

– Scarpe di ricambio ( speciese so di dover attraversare nevai/guadi) 

– Spazzolino da denti 

– Mutande , maglietta e pantaloncini. 

– Pile di ricambio per frontale ( le mie previsioni raramente hanno un riscontro reale sulla durata della mia gara) 

Western States 100, la fila di drop bags più iconica al mondo.

Davide Grazielli

Drop bag, momento perfetto per sfogare tutta la mia maniacalità. Ma vedo sopra che sono in ottima compagnia.

Per me è sempre più una coperta di Linus che una reale necessità, perché nove volte su dieci prendo su il sacchetto con i gel e le pasticche di sali (che metto in una busta Ziploc già pronta) e non tocco altro. Ma quella singola volta su dieci in cui ho bisogno di altro, la drop bag mi salva la gara, o almeno mi evita qualche ora in completa sofferenza.

Siccome cerco di evitare il cambio scarpe in gara, non le ho mai messe nella drop bag. Però un paio di calze le infilo sempre: sembra sciocco, ma il piacere di un paio di calze pulite dopo 10 ore è impagabile. E lo so che non durerà tanto, ma è un boost al morale non da poco.

Altro punto essenziale per i piedi, ma non solo, è una buona crema: ultimamente ne ho usato una specifica per la corsa e mi sono trovato anche bene, ma sono andato avanti per anni con la crema allo zinco per il cambio pannolini ed è perfetta perché resiste all’acqua e non viene assorbita: negli hotel rubo i vasetti delle marmellate piccole e metto la crema lì dentro così ne ho uno per sacca.

Inserisco sempre delle pile di scorta per la frontale, e per evitare di perderle nella sacca le unisco con del nastro americano o del tensoplast (faccio lo stesso con quelle che metto nello zaino).

Solitamente non cambio t-shirt neanche nelle gare più lunghe, più facile che nelle drop metta un ricambio del secondo strato: se ho dovuto indossarlo vuole spesso dire che le condizioni climatiche non sono ottimali e che magari è bagnato fradicio. Di solito uso un capo di lana che anche bagnato tiene caldo, ma a livello di comfort mentale mettersi una maglia asciutta non ha prezzo.

Insomma, sto abbastanza sull’essenziale: cerco di evitare di perdere ore a pensare a cosa dovrei o non dovrei fare, ed è per questo che metto anche gel/sali già contati in un sacchetto, mi evita il fastidio di ragionare su quanti devo o non devo prenderne, specie in un momento dove la lucidità è quella che è. Però negli ultimi anni ho imparato a mettermi un piccolo “regalo” in ogni drop, che sia un micropanino o un pacchettino di patatine o degli anacardi, mi piace trovare qualcosa che spezzi la monotonia dei gel e delle bibite dolci.

Una certa “essenzialità” fa parte del mio modo di affrontare la gara: per questo anche a livello di drop bag, cerco di stare leggero. Meno con la borsa che lascio alla mia one-girl crew (e se chiedete a lei ricorderà sicuro qualche camminata con diversi chili a spalle sotto il sole cocente o il freddo pungente), ma questo è un altro discorso.

Un’idea banale ma che può salvare un po’di tempo? Mari mi dice sempre di usare borse dai colori vivaci e sgargianti, così le riconosco subito tra le altre: me ne ha cucito alcune con del tessuto Polartec arancio che sono impermeabili, comode da usare e che si notano immediatamente nel mucchio. Un buon consiglio per riutilizzare qualche vecchio guscio con le cuciture andate ma con il tessuto ancora buono.

Cosa c’è di più riconoscibile della borsa di Star Wars? Sci-Fi geek Luigi alla SDW 100.

Mozart 100: una sinfonia per due

La Mozart 100 è un evento di Endurance che ogni anno raduna a Salisburgo oltre 1500 partecipanti con distanze che spaziano dal CityTrail di 20 km alla Marathon Trail fino all’Ultra di 50 miglia e la 108 km fa da evento madre del weekend. Tutti i percorsi si snodano attorno al capoluogo austriaco, tra i laghi Fuschl e Wolfgang, le montagne dello Zwölferhorn e di Schafberg e la rete di sentieri che domina pascoli e boschi al di fuori dalla zona urbana.

Normalmente l’evento si corre in Giugno, ma a causa del piano di contingenza Covid che conosciamo, è stata spostata quest’anno a Settembre senza sostanziali differenze nel percorso principale (e a cascata in tutti gli altri) che misura circa 108 km con poco meno di 5000 metri di dislivello positivo. Una buona prova di Ultra trail che mette nel mixer una bella varietà di percorsi e sezioni differenti: perfetto per chi è di ritorno alle competizioni dopo un prolungato stop.

Non chiamatela periferia.

Tommaso

Mai sentita l’espressione ‘Arrivare dopo la musica?’ Nell’ambiente altamente competitivo (qualcuno dirà tossico) da cui vengo, quell’espressione è usata di frequente per indicare un risultato sportivo scadente, dovuto ad impreparazione, errori di gestione o più semplicemente: essere scarsi di natura. Arrivare dopo la musica significa tagliare il traguardo quando ormai non c’è più nessuno ad accoglierti, magari nemmeno lo speaker: c’è giusto il gonfiabile che ti aiuta a capire di essere arrivato, e un volontario col ‘Bravo lo stesso dai’ già in canna.

Entrambi a digiuno da eventi fin dal pre-pandemia (no, le 4 ore autogestite con gli amici non contano -e non sono sane, ndGrazielli-) sia io che Francesca siamo arrivati a Mozart in cerca di qualcosa, chi un’occasione per misurarsi con sè stesso e ricordarsi come si fa, chi a caccia di un ticket per Western States, chi per entrambi.
Nel mio caso, dopo un 2021 passato a bassi chilometraggi, zero interessi e di conseguenza pochi stimoli ad allenamenti di fino, la sfida principale nella preparazione dipendeva dall’essere nuovamente consistente e stabile nella ripresa degli allenamenti: non aver più dosato volumi e intensità variabili nel corso dell’anno mi poneva in una posizione anomala per i miei standard di preparazione. Da un certo punto di vista ero fresco e pronto a riprendere i carichi, dall’altro non potevo permettermi di farmi prendere la mano e buttarmi subito nella mischia con l’ansia di dover recuperare i km non fatti nel corso dell’anno. Brutto da dire, ma molti risultati nelle gare di endurance dipendono prima di tutto dalla mole di volume di allenamento sostenuto nei mesi (per non dire nell’anno o due) precedenti all’evento: è un long shot, lo so, ma paradossalmente arrivare bene in un evento settembrino può dipendere molto più di quello che si pensa dall’essersi preparati almeno con costanza da inizio anno; gli ‘esami di recupero’ non esistono.

Passaggio sulla prima cima di giornata: Zwölferhorn

Così, l’idea di avere solo 9 settimane (da inizio Luglio) a disposizione per imbastire il tutto mi ha fatto pensare alle priorità che dovevo darmi per far quadrare il tutto: 

  • riprendere a polarizzare le uscite settimanali, o molto semplicemente variare giorni hard e giorni facili, in maniera da rimettere il fisico nuovamente nel loop di stress e riposo, e generare così fitness in maniera solida e regolare;
  • aumentare il volume settimanale in maniera graduale per evitare infortuni e stop sul più bello, dopo gli ultimi 3 mesi passati con una blanda media di 65 km settimanali non potevo rischiare di strafare imponendomi chilometraggi folli come se avessi avuto una base più solida lungo il corso dell’anno.
  • rilanciare l’intensità dalle basi: senza andare direttamente a lavorare sui ritmi utili a sviluppare il ritmo per una 100 km, ma partendo da lavori semplici, corti.
  • costruire long runs di spessore a ridosso delle gara (dopo non aver mai corso più di 50 km negli ultimi 12 mesi) senza togliere volume al resto della settimana e garantendo quindi dei blocchi di allenamento ben strutturati.

Programmare una preparazione che stimoli tutti gli adattamenti fisiologici in poco tempo è una bella sfida e fin dal principio sapevo che avrei dovuto mettere da parte la mia analità per le cose fatte bene e mettere il focus sulle cose importanti, dedicando tempo per potenziare le criticità distanti dalla gara e le cose in cui riesco meglio a ridosso dell’evento. Ho optato per un paio di settimane di ripresa con lavori corti e intensi, per stimolare il VO2max e avere un’idea di quanto potessi spingere, nonchè per ‘scrostare’ un po’ il sistema che stava vivacchiando di corse blande e aspecifiche. Il grosso dei blocchi centrali li ho poi dedicati invece a fare classici allenamenti in Treshold per creare resistenza al lattato, chiudendo il mesociclo di tre settimane con un bel back to back al Camp DU sul Marguareis. Quei due giorni da 6 ore l’uno sono stati la perfetta fine del blocco di lavoro di Treshold e l’inizio ideale di quello mirato a sviluppare gli adattamenti della soglia Aerobica, aprendo la porta all’ultimo mese verso Mozart: quello più divertente con alti volumi, uscite senza troppi fronzoli e gli immancabili lunghi del weekend che hanno portato spunti di problem solving e adattamenti necessari alla buona riuscita della gara. Riprendere anche solo a stare sulle gambe diverse ore è stata credo la soddisfazione più grande considerato il poco tempo concesso al fisico per svegliarsi dal torpore dell’anno sottotono.

Dimenticato qualcosa? certo, ai più attenti non sarà sfuggito l’assenza delle parole magiche: strenght & conditioning, ossia tutto l’allenamento funzionale alla corsa, da farsi con esercizi mirati a sviluppare forza, stabilità e mobilità. Fortunatamente questo aspetto l’avevo curato meglio nel corso dell’anno, mantenendo una certa regolarità, per cui dopo un consulto col fisioterapista di fiducia (Giacomo – The Well Run) nei due mesi precedenti alla gara ho optato per concentrarmi unicamente su quei lavori di rinforzo delle strutture più deboli (addutori e anche nel mio caso) e della sana vecchia mobilità annessa allo stretching dinamico.

Discorso a parte per Francesca invece: dopo un inverno di stop completo dalla corsa con flebili risultati di corri-e-cammina raccolti tra Marzo e Aprile, per lei emergevano i bisogni di

  • ripartire quasi da zero con un programma che le permettesse di riacquisire feeling con la fatica e di progredire a step con volumi gradualmente maggiori;
  • costruire nuovamente un livello di fitness adatto a permetterle di affrontare una lunga distanza in maniera sicura (nella sua testa la Mozart 75 era un obiettivo plausibile da preparare, dato il moderato gradiente tecnico e di distanza), nelle migliori condizioni possibili anche gareggiare per l’intera distanza;
  • integrare gli allenamenti di potenziamento per mantenere struttura ad una periodizzazione che tenesse maggiormente conto dei cicli di carico e scarico, nel suo caso estesi da Maggio a Settembre: un tempo utile a disposizione per rimettersi in carreggiata.

Apparentemente tutto facile no? eppure potreste scoprire che rimettersi in sesto dopo mesi di stop non è cosa sempre scontata: dopo tutto, come dice sempre lei ‘Ho 44 anni sai?!’

Francesca

44 anni e sentirli tutti!

Ride bene lui che di anni ne ha un bel po’ meno ma, alla mia età, è necessario rivedere il modo in cui ci si approccia a questo sport, se si intende raggiungere obiettivi ambiziosi. Mi sono già data il limite d’età in cui non pretenderò ancora da me stessa i risultati di un tempo, ma fino a che mi sentirò di provarci continuerò ad insistere. Se ho imparato una cosa però è che dovrò farlo con metodo, cioè come non avevo fatto finora: fino a questo 2021 non avevo mai seguito per più di un mese uno straccio di guida da chi ha competenze in merito.

Aldilà dell’infortunio, che comunque ha fatto il suo, quello che mi è mancato negli ultimi 2 anni è stato l’entusiasmo e la continuità inserite in una sorta di routine di allenamenti; chiamo “allenamenti” quelle che erano le mie corsette perlopiù su terreno collinare tipiche della mia quotidiana ora d’aria: la mia terapia del benessere. Il DNF alla TDS 2019, preparata a suon di ‘corsette’ e gare di avvicinamento (troppe,ndTommaso) è stato il punto più alto di sconforto e stanchezza a cui poi è seguito un periodo fatto di cambiamenti professionali non facili, situazioni conosciute di lockdown intermittenti, mancanza di obiettivi e, infine, l’infortunio. Rimettersi in ballo dopo tutto questo è stato uno sforzo ENORME. E sopra a tutto, il pesante quesito che, ancora incerta verso la ripresa, mi opprimeva: mi piace / piacerà ancora correre? Lo stop forzato mi ha sicuramente chiarito il dilemma, un intero inverno a digiuno dalla mia attività preferita mi ha fatto capire quanto mi mancasse.

Ho deciso di iscrivermi a Mozart quando ci è parso chiaro che la cosa fosse fattibile e congrua coi tempi di recupero. È stato un lavoro sinergico tra il mio fisioterapista Giacomo, il coach Tommaso ed io, che per la prima volta mi sono arresa a rispettare un programma, portando tanta e santa pazienza. Giacomo mi ha seguita nella riabilitazione al gesto: per prima cosa rimettendomi in bolla, poi lavorando sulla “struttura” per tenere insieme fisico e corsa con esercizi a secco di mobilità e di potenziamento muscolare, caricando gradualmente fino a quando siamo riusciti a rendere il sintomo pressoché’ impercettibile. A fine febbraio abbiamo introdotto le prime e timide sessioni di corri & cammina e a fine aprile riuscivo a correre 1 ora continuativa senza particolare dolore.

Il 4 settembre l’appuntamento evidenziato sul calendario: Mozart Ultra 75 km, perché i 105km della gara madre erano davvero una sfida che lasciava troppi dubbi nella gestione della condizione fisica. Così Tommaso ha preso il commando della situazione e mi ha iniziato nel favoloso mondo della periodizzazione, di caselle colorate su Training Peaks, degli allenamenti dai nomi più strambi! Anche io ho avuto il mio Jimbro, il mio Tom Low e il mio preferito: Il Guglie che io ho prontamente storpiato pensando alle due Piramidi che uscivano sul grafico di Strava. Ho trascorso l’estate a suon di alzatacce, corse mattutine con Garmin strimpellante ritmi improbabili per quell’ora e week end densi di appuntamenti su lunghi percorsi corribili, cercando di simulare quello che avremmo trovato in gara. Non sono mancati momenti di depressione e stanchezza e anche qualche scenata nevrotica in cui ho messo la pazienza del Coach a dura prova. E’ stata un’estate esageratamente calda e intensa e io l’ho vissuta mirando a quel circoletto sul calendario. Ad alta voce professavo il mio unico obiettivo di portare a termine la gara, ma la mia vocina interiore pretendeva tutt’altra prospettiva. Era comunque una grande scommessa tornare a gareggiare dopo 2 anni, in un certo senso come se fosse di nuovo la prima volta.

Il fatidico giorno è arrivato e io mi sono presentata in start line agitata, con l’intestino scombussolato e una note insonne ma con la certezza di aver fatto bene tutti i compiti e di sentirmi fisicamente pronta a partire – o almeno a presentarmi in partenza. Fortunatamente l’istinto mi ha aiutata richiamando schemi e gestione: ho affrontato la gara ripassando a mente quello che non si poteva sbagliare: mangiare ogni 50’ alternando gel e fruttini, bere a sorsi continuamente, correre sempre tutto quello che si può correre, sbacchettare vigorosamente quello che non si può, attivare il cruise control in discesa, rifornirsi di acqua a tutti i ristori (Non tutti, ammetto di aver saltato il primo secondo gli insegnamenti del Profeta di Buckled). Poco poetico ma facile! Per fortuna, questo piano rigoroso non mi ha impegnata completamente e ho potuto godere di alcune viste suggestive sullo Zwölferhorn, dove il sole alto splendeva sopra un lago Wolfgang coperto dalla foschia lucente, ho invidiato i bagnanti sul lungo lago di Fuschl quando, dopo il secondo passaggio per la base vita a quasi 50 km, il caldo si faceva sentire e le gambe cominciavano a indurirsi. E quando è arrivata la fatica vera ho semplicemente calato la marcia e attivato la modalità crociera: in fin dei conti, da lì in poi dovevo solo rispettare i patti e arrivare sorridente in Kapitel Plaza giusta per il gelato del pomeriggio.

E dunque come è andata?

Tommaso: Sarebbe troppo facile descrivere una 100 km (o una almost 50miglia nel caso di Francesca) come un’esperienza smooth e secondo i piani. I piani non esistono, e se esistono durano fino ad un certo punto. Probabilmente, però, l’avere aspettative contenute verso questa gara mi ha permesso di godermi l’avvicinamento, lo svolgimento e pure il risultato; nel mezzo c’è stato qualche sofferenza a livello muscolare: la preparazione cardio e l’adattamento alla distanza son riusciti alla perfezione (specie con quel numero di settimane a disposizione) ma il gradiente tecnico di numerose sezioni della gara ha evidenziato diverse carenze nel potenziamento di certi gruppi muscolari coinvolti soprattutto nelle discese. Quelle sensazioni di farsi massacrare in continuazione dal terreno ha sicuramente tolto un po’ di magia, ma la tenuta del fisico e della testa mi han permesso di gestire bene 10 e più ore, saltando giusto nell’ultima sui dislivelli finali. Sul corribile sono stato contento di ritrovare vecchie sensazioni e buone vibes lungo tutto il percorso: se non fosse stato per questo il bel traguardo delle 13 ore spaccate sarebbe stato impossibile.

Francesca: La sensazione che mantengo di questa Mozart è che sia durata 4 mesi, cioè tutto il tempo investito per portarmi in finish line. Ogni singolo workout e ogni singola easy run sono stati pezzi di questo puzzle impegnativo, incorniciato alle 16.22 di quel Sabato di fine estate, con una me sorridente con le gambe stanche sì, ma ancora buone. Una me nuova per certi versi, perché per la prima volta portarsi a casa IL risultato è stato frutto di costanza e di attenzione, poco o nulla lasciato al caso. Il percorso fatto mi ha insegnato che una buona preparazione ti garantisce la capacità di gestire bene una gara. Di viverla con consapevolezza e di poterla rivivere nella memoria. Di portarla nelle gambe, ma senza strascichi.

Nel day after dei due quello più storto era il Giovane, incapace di camminare dritto: Che ridere! Siamo tornati sul percorso dove Tommaso aveva visto una percorso Kneipp a cielo aperto che sapeva avrebbe fatto al caso nostro e ci siamo regalati una crioterapia rigenerante. Acciaccati, ma felici.

Mozart è una gara da non sottovalutare, a prima vista sembra una classica ultramaratona a bassa quota priva di difficoltà, ma il terreno dal 40° in avanti riserva molte sorprese fin proprio alle porte di Salisburgo, ai -3 km dalla fine. Divertente, challenging, varia: i paesaggi ripagano fatica e l’organizzazione offre un evento ben preparato, senza fronzoli rispetto a tante altre gare Ultra Trail World Tour, ma piacevole e con una sua personalità.

Tommaso e Francesca

Per gli amanti delle Playlist, sotto quella assemblata per Mozart 100: enjoy!

Before the music stops.

Mozart 100 is a gorgeous running event taking place in Salzburg and its surrounding area: a route crossing rolling hills full of pastures, lakeside trails along the Fuschl and Wolfgang lakes and the beautiful ascents to Zwölferhorn and Schafberg peaks. Usually being held in middle June, this year Covid contingency forced the Race Direction to organize the Mozart 100 in early September, with no substantial differences in the course progress: 108 km with nearly 5000m of elevation gain make it a good ultra-endurance event with its own personality, beautiful landscapes and a big variety of different terrains along the trails, from easy fire roads to hard technical downhills to exposed mellow trails.

This year was my first in Salzburg: I ventured to the Mozart 100  hunting a qualification ticket for the Western States lottery, and the thrill of finally pinging a bib number after the last race I ran :2019 Rio del Lago 100 miles. I came home with much more than a race under the belt: Mozart 100 is really a bucket race for 100k lovers or beginners! I enriched the narration with some music I listened to while running the race. Enjoy!

5 AM starts with the bad boys lining up ahead:
from the left Julian Beuchert (bib 5), Sam Mccutcheon (bib 1) and Philipp Ausserhofer (bib 2).
They will complete the podium by the end of the day as 3rd-2nd-1st.

In the very competitive endurance running community where i come from, the expression ‘Arrivare dopo la musica – Getting to the finish line after the music’ is a pretty common idiom to indicate a way of racing with lots of struggle, or sometimes with so much issues slowing the runner that in the end he crosses the finish line way back in the ranking and far from the top positions. While in every running race there is always a lot of music that awaits for the competitors at the finish line, sometimes it stops before the last of them comes by. So, simple as that: finish after the music is a funny way to mock a friend coming to the end of his racing in a lot of time. This thought had its own space in my head approaching Mozart 100: after a two-years hiatus without putting on a bib number nor even trying to race minor events, I approached the race with respect and fear, but willing to cross that finish line ‘Before the end of the music’. On the other side, there was another thought cheering me up: in the City of Wolfgang Amadeus Mozart, there could not be any silence, nor could the music ever be stopped. So I chose wisely my playlists (you should do too), and I ventured to the 5.00 am start line.

Early morning Salzburg was a surreal place: empty squares and high white buildings looked at the runners, meanwhile they slipped through the alleys under the towering watchful Castle, headlamps showing the way outside the city across the mist, leading them out to the nearby hills. It was a quiet running, small packs quickly formed and everyone started to battle with the will to run his best race and the need to keep things calm for some more hours before going all in. Chilly valleys and riversides were welcomed with the first pale light while we passed by the first refreshment points, and as the Sun started to shine the mists became sparking clouds over the plain leading to the lake of Fuschl. It was a gorgeous day, and the Salzburg outskirts were reflecting beautiful lights over their green hills and grassy fields.
I approached 1st female Meg Lane, probably the only runner I could recognize after the élite presentation of the day before, on the way to descend to the Lakeside trails. We chatted a bit under the lens of the cameraman filming her, and it was probably the first time since the start that I chose to focus not on my running form but on keeping my mood relaxed and empty-headed. The easy kilometers flowed under our legs, leading us to the next aid station nearly without breaking a sweat, only to deliver us the first real pain in the ass at 34th km: the long climb to Zwölferhorn . The higher we climbed, the wider we saw around the mountain: and once we passed upon the peak cross, a great panorama opened up: the Wolfgang lake still half covered by the clouds, showing here and there good spots of its turquoise waters, pastures all over the nearby hills and topping the picture frame a deep blue sky: a pity that the 4 km downhill full with roots and rocks was so technical that i could not dig the view.

Zwölferhorn peak and the beginning of the day’s first long descend.

Crossing by St. Gilden 1 I got the idea of the perfect organization put on during the race day: a lakeside aid station where runners were supposed to come across twice during their day is no joke, and things were kept cool and calm all the time. Volunteers and runners have their place and everybody’s task was well executed: I left the aid station both times with the running belt full of orange slices and lots of people cheering, heading to the next climbs. At this time i was alone again, i lost Meg down the Zwölferhorn and she looked the only one i could speak fluently my not-so-fluent english, so when i departed from St. Gilden i know that i’d need my best music to keep me company on the rough ascend to Schafberg peak.

Heads will roll started pounding in my ears as I climb up, and I played it in loop some more times to keep the rhythm. Going slow but steady, I didn’t imagine that uphill and downhills of the Mozart 100 would have been so technical and gnarly, I really hoped for a more forgiving runnable course (imaging some steeper sections now and then). What I got was just a lot of running poles use. Schafberg Alp delivered a wide-open view of both the Fuschl and Wolfgang Lakes and Salzburg, it was the furthest point from the start apparently, from this climb down to Gilden 2 there were just more rocks and roots, and a beautiful second round on the lakeside path on Wolfgang lake: i had so much fun running along this trail and come across the runners coming the other way from St. Gilden 1, cheering each other on this out and back section.

The way to get back to Salzburg now started from getting to Fuschl lake first, and then backwards to the City. I paired up with an Austrian guy, Thomas, and as we hitted a low spot climbing up from St. Gilden across the aerial trails to Weisswand Hutte we then started to work nicely on the smooth paths heading out of the forest. Catching and losing each other, we reached Fuschl passing up some more tired guys, and the lakeside just after the aid station was even better than the one we ran in the early morning with Meg. Luxuriant mellow trails climbed & descended gently until we started climbing again to Hoff and Koppl, at this point the Sun was up and grinding. Luckily a lot of landowners put out on the trails some fresh water cans and spouts, offering more refreshment points away from the main Aid Stations.

Grouping up with some guys from the Ultra race, i enjoyed some more of this return to Salzburg, otherwise it would probably be pretty wild to do alone: multiple forest sections at this point were gnarly and difficult due to the 10+ hours you already heavy on the legs: and roots at this point seems to have hands to bring your ankles down at every step.

Nockstein climb is a final blast, but don’t let them fool you, is not over until you climb also Kapuzinemberg.

Coming into the Aid Station Koppl, at 10 km from the finish line, things looked stable and calm in the afternoon heat.

A Volunteer gave me some info ‘The hard part is now on the next climb to Nockstein, then to Kapuzinemberg but other than that it’s all downhill’.

He probably missed that bit of information regarding the steps; multiple steps, hundreds of steps going up both the last two uphills sections. Doing the first one, I started to lose my head. Every uphill step was a monument to all my sins, or I should say a monumento to all the uphill training i didn’t do properly. The downhills, if possible, were even worse: brutal.

On Kapuzinemberg my phone was exhausted, the playlist stopped in my ears and for the first time i really felt alone. I recomposed myself hearing the speaker’s voice and the music coming from the City: it looked so far in that moment. I bombed down the last kilometers ‘cross the bridge, coming through early aperitifs and joyful crowds, rushing into Kapitelplatz. On a sunny warm evening, on a beautiful finish line in the heart of the city, I put an end to the journey clocking 13 hour straight. The first race completed in two years. With an overwhelming welcome by the speaker as I stepped the finish line and hugged Francesca with a relieved smile on my face, I knew that I didn’t come by after the music. 

Thank you Salzburg, thank you Mozart 100, for keeping the music up for me again.

Mission accomplished.

Tommaso Bassa x Mozart 100 – Complete Playlist

Something I learned today: la settimana UTMB vista dal Coach.

Attesa da mesi di tabelle e grafici, preceduta da due settimane di sano panico, vissuta con l’intensità di un concerto hardcore: la settimana UTMB regala a noi allenatori ansie, gioie, dolori e stress. Tanto che il lunedì siamo sempre completamente svuotati di fronte allo schermo a chiederci se reggeremo un altro anno di Chamonix.

Eppure, ogni anno, ad un certo punto della stagione la questione si ripresenta: e allora bisogna ricominciare a mettere su il planning annuale a qualcuno, bisogna trovare una gara alternativa a qualcun’altro e la testa va già a prenotare dove stare l’ultima settimana di Agosto. Anno, dopo anno, dopo anno. Perché alla fine l’opportunità di vedere i propri atleti in gara, di condividere qualche momento sul percorso o all’arrivo, di stare un po’insieme, è troppo bella per essere lasciata: non capita spesso nel mondo ultra che l’allenatore possa vivere l’esperienza gara con il proprio atleta, e quindi quando si può, va colta al volo.

Cosa ci portiamo a casa da questo UTMB 2021? Lo abbiamo chiesto ai nostri allenatori: a ciascuno la sua visione, come al solito. Per proteggere gli innocenti sono stati evitati alcuni nomi… ma voi sapete chi siete, l’ira del Coach non vi risparmierà.

Chamonix non è solo stress e ansia eh…

Tommaso Tommy Bassa

Da ogni evento mi piace conservare qualcosa che arricchisca la cassetta degli attrezzi per le prossime occasioni e dopo una gara complessa e ricca di problematiche come una 100 Miglia, trarre degli insegnamenti viene sempre molto facile, figuriamoci quando il setting è quello di UTMB.
Un anno extra di attesa per la start line post pandemia, grandi aspettative e l’hype che questa grande kermesse promette alimentano tanti pensieri deleteri che anche negli atleti più tranquilli conducono a grandi agitazioni e aspettative: sarò all’altezza? mi comporterò bene? mi seguiranno? abbasserò il tempo del mio vicino di casa?

  • L’iper-preparazione che consegue a questo stato di agitazione è il primo pericolo che eventi popolari come UTMB si trascinano dietro, trasformando ogni partente in una potenziale bomba.  Presentarsi su quella start line con l’umiltà di conoscere i propri limiti e la convinzione di saper tirar fuori il meglio dalle proprie possibilità nel rispetto di un percorso difficile, rimane il miglior consiglio che continuerò a dare agli atleti che vogliono presentarsi a Chamonix l’ultimo weekend di Agosto. 

Quest’anno, sulla carta, poteva ospitare un’edizione più benevola di altre viste le condizioni meteo favorevoli: cielo terso, temperature diurne gradevoli al limite del vero caldo, terreno arso da settimane con scarse perturbazioni, e invece già alla base vita di Courmayeur i ritiri e gli atleti in estrema difficoltà erano più che abbondanti:

  • Non sempre avere con sè il semplice materiale obbligatorio è sufficiente: diventa importante continuare a raccomandare di affidarsi a prodotti caldi e adatti alla situazione (specie quando consigliano il Kit Freddo), avere con sè una giacca robusta extra e vestire un intimo più pesante che magari si può sostituire a Courmayeur con uno più leggero per la giornata davanti.
    Una prima nottata fredda, ventosa e inaspettatamente difficile ha tagliato il fiato a molti e costretto ai ripari i runners colti impreparati: ipotermia, difficoltà a mangiare e bere a causa di blocchi intestinali, difficoltà ad orientarsi nella nebbia: forse la fama di UTMB come gara dal percorso scorrevole e ‘facile’ ha spinto tanti a sottovalutare certe sezioni nella parte più delicata di ogni trail: la notte, specie in luoghi distanti dalle grandi basi vita come lo stretch in quota tra il Col de la Seigne e il Lac Combal, km 55-65.

Non voglio fermarmi solo a scelte di materiali, la strategie di gara chiaramente fa il suo sporco lavoro, perchè non conta solo come mi vesto nel momento del bisogno ma anche come mi comporto in certe situazioni:

  • Una condotta di gara al limite o un ritmo appena fuori dalle proprie possibilità non modulato sulla base dei fattori ambientali avversi (o favorevoli, in alcuni casi) può facilmente condurre fuori rotta e trasformare grandi sensazioni in miseri risultati nell’arco di qualche ora. Bisogna affrontare la prima metà di gara con calma e non lasciarsi andare: UTMB non è temuta per il suo gradiente tecnico, ma per la difficoltà di pacing e gestione che impone a tutti i partenti: sfinirsi di ritmi poco plausibili nei primi 50 km, inseguire i gruppetti sbagliati, fa sì che a metà gara avremo un serbatoio già drenato e dovremo fare affidamento alla riserva, rendendo il tutto fisicamente più difficoltoso. E quando il fisico va in crisi, c’è da avere una mente lucida per rimettersi in carreggiata e salvare la giornata, altrimenti si arriva al momento in cui ci si obbliga a prendere delle decisioni. E non sempre le cose vanno per il verso giusto arrivati a quel punto…

Il che mi conduce all’ultimo punto, il problem solving che ci viene richiesto quando tutto inizia a smontarsi e arriva il momento di fare i conti con le difficoltà o gli errori commessi.

  • Rimane fondamentale prendere decisioni senza fretta: talvolta sedersi, ragionare sulla situazione, considerare pros e cons può fare la differenza tra il gestire una crisi e rovinarsi un’esperienza. Nessuno vi corre dietro, rimanere fermi alla aid station per una decina, anche ventina di minuti e darsi il tempo di ricomporsi per proseguire non porta nessuna vergogna: dimostra solo di avere la freddezza di calcolare come muoversi di fronte al momento di crisi. Fare una telefonata, avere qualcuno che dia una raddrizzata all’umore, sono una estrema ratio che ogni tanto può salvarci da un ritiro motivato da questioni futili: mangiarsi le mani a posteriori per aver preso una decisione sbagliata è un ricordo che rimane indelebile, di quei 10 minuti passati seduti al ristoro per decidere il da farsi non si ricorda nessuno. 

Francesco Paco Gentilucci

Per quanto mi riguarda, avendo pochissimi atleti impegnati in gara, mi focalizzo su un aspetto dell’allenamento che ho avuto con Filippo, che secondo me ha ripagato molto.
La scelta del piano sul lungo periodo, che va poi nella direzione di scegliere gli appuntamenti che più ci faranno trovare pronti all’evento “A” è molto importante. Filippo preparava UTMB e abbiamo scelto di fare un Translagorai Classic (che è un fkt collettivo e non una vera gara) invece che appunto una gara “ufficiale”.
Dopo l’inverno passato a lavorare sui ritmi veloci, culminato con una gara breve ma veramente dura, abbiamo iniziato a lavorare sull’endurance. Come ultimo punto prima della gara abbiamo appunto inserito Translagorai Classic, ma con coscienza, e questo credo che abbia di molto ripagato. Oltre ad aver potuto sperimentare la notte, tutto il materiale per UTMB e i problemi che ne conseguono per chi è abituato a correre di solito leggero (dal mal di schiena/addominali da zainetto, ai ritocchi sul materiale) il fatto di essere su un percorso “vero di montagna” e non in una gara con dei ristori organizzati credo che abbia dato a Filippo la capacità di problem-solving di cui parla Tommaso.

Se è vero che a livello di allenamento i km e il dislivello di una gara sono equiparabili, trovarsi in un sentiero che ti obbliga a spendere energie mentali dove non puoi distrarti, invece che correre semplicemente “verso il prossimo ristoro” è un’esperienza molto diversa.

Credo che questo aspetto abbia dato da una parte la tranquillità a Filippo di non sprecare mai energie mentali durante UTMB, ma di essere sicuro del lavoro fatto e delle dinamiche di gare in montagna, della distanza e dei problemi che sorgono (notte fredda/ crisi mentali) e di averlo messo nella condizione di correre in modo rilassato nel pieno delle sue possibilità.



Per la cronaca: ha fatto un garone.

Andrea Guglielmetti

La mia prima volta, il mio primo UTMB, è stato quello del 2017: mai prima di allora ero stato a Cham a vedere la corsa dal vivo. 24h one shot che mi hanno contagiato, e da lì non ne ho potuto più fare a meno! Con buona probabilità aver assistito a quella che ritengo sia stata “la gara” di sempre ha condizionato il mio modo di vivere la Settimana Santa del Trail e la trepidante attesa di Vangelis e dello show degli elite attorno al Bianco.

Nonostante la presenza continua negli anni di amici che si sono cimentati sulle varie distanze, ho sempre badato di più a godermi la competizione della gara regina, ma il 2021 mi ha regalato qualcosa di diverso. È stato il primo anno in cui ho partecipato da coach: è vero non avevo nessun atleta con il pettorale, ma il mio modo di vivere il weekend è stato completamente diverso. In maniera involontaria la mia attenzione si è focalizzata su tutta una serie di aspetti e di dettagli che prima avevo sempre trascurato e che mi hanno subito colpito, ma più di tutto sono stato in grado di vedere da spettatore esterno il rapporto che si crea tra atleta e coach, qualcosa che avevo già vissuto e che vivo tutt’ora ma dalla parte opposta della barricata. Dopo mesi di tabelle, workout, ragionamenti, confessioni e benedizioni, un viaggio durato settimane o mesi, in cui la gara è il concretizzarsi di tutto questo impegno, si crea un certo tipo di empatia, vengono abbattute barriere e si raggiunge una intimità strana e un livello di fiducia raro. Pochi istanti, sguardi e qualche parola di conforto: il coach, attore non protagonista, nel suo ruolo di guida spirituale, accoglie l’atleta in quei pochi momenti in cui ritorna alla realtà prima di rituffarsi al proprio interno in un mood in cui è solo con se stesso. Il piano gara è già stato ampiamente snocciolato nei mesi precedenti, e chi corre è preparato, ma si sa che questo sport riserva imprevisti e difficoltà che invece non sono prevedibili. Lucidità, tempestività e preparazione sono i requisiti richiesti al coach che deve sapere ascoltare e consigliare il proprio adepto, per ricaricarlo di quelle energie mentali e di quelle certezze che la fatica e la stanchezza fanno venire meno, che sono la linfa e che lo fanno ripartire più carico di prima. Quasi come se fossero gli unici due a capirsi in quel momento, gli unici due a poter parlare una lingua incomprensibile a tutti gli altri.

E quanta soddisfazione quando si taglia il traguardo, quanta soddisfazione nel vedere qualcuno realizzare il proprio sogno, quanta soddisfazione nel sentirsi dire grazie. Perché questo vale più di ogni cosa. Anche se però non sempre le cose vanno bene e non sempre si raggiunge l’obiettivo: senza che per forza si consideri tutto un fallimento, analizzare capire e spiegare, confrontarsi, serve a dar valore a quello che si è fatto e perché no, a riportare l’umore ad un livello accettabile, anche sospinti da nuovi e ritrovati stimoli verso la prossima volta.

Questo mi sono portato a casa, questo ho visto fare ai miei “colleghi”: e mi sono immaginato nei loro panni e per qualche momento li ho anche invidiati. Non tutto si impara sui libri, molto si impara sul campo, tanto deve essere vissuto!

Il conto alla rovescia è già partito: ci vediamo il prossimo anno Cham!

Maria Carla Ferrero

ADATTARSI penso sia il concetto che ha guidato qualsiasi gara che ho corso, o a cui ho fatto assistenza. Ancor più a Chamonix, dove gli atleti sulla TDS hanno dovuto fare i conti con un dramma vero: la morte di un ragazzo sul loro stesso percorso. Tutti gli altri “problemi” dal mal di stomaco, le vesciche, i quadricipiti andati, ai crampi si risolvono e lo sappiamo bene tutti, anche se in certi momenti li vediamo come questioni insormontabili ed irrisolvibili.

Detto questo, vi do la mia visione, avendo avuto l’opportunità di osservarvi, e sedermi con voi dopo la finish line.

Parto dal fatto che per quanto se ne dica, trovarsi sulla linea di partenza di una delle gare del circuito UTMB è un privilegio, una cosa che si aspetta a volte per anni. Quindi bisogna farsi trovare preparati. Col cuore pieno di emozione la voglia di spaccare tutto ma la consapevolezza che in tutte quelle ore di gara, le variabili sono infinite e qualche problema da affrontare si presenterà sempre.

Penso che la gara perfetta non esista. Invece esiste essere in grado di gestire ed affrontare ciò che ci si presenta davanti. Non ci sono allo stesso modo soluzioni perfette, ci sono soluzioni che in quel momento sono ideali e che possono portarci alla gara migliore.

Il punto sta proprio nell’imparare ad affrontare i problemi e farlo subito, in modo che non si accumulino fino al punto da sovrastarci e levarci lucidità di pensiero.

E l’altro punto essenziale, è imparare a farlo da soli, perché in quel momento in gara ci siamo noi: nessun altro può sapere meglio di noi stessi cosa stiamo provando, nella gioia e nel dolore. Non riuscirai mai a spiegare quanto stai male o perché ti scendevano le lacrime dall’emozione un attimo dopo, neanche al Coach più empatico, al tuo migliore amico o a tuo marito/moglie.

Ultimamente è sempre più difficile stare da soli con se stessi, viviamo nell’era in cui bisogna sempre condividere tutto. Ma perché? Forse speriamo che il problema ce lo risolva un altro? Difficilmente è così: la persona dall’altra può darci un incitamento, un incoraggiamento, un consiglio prezioso o un aiuto pratico, certo. Ma in una gara di lunghissima durata, dobbiamo sempre fare affidamento su di noi. A mio parere il processo di un’ultra è proprio quello di metterci a contatto con le nostre debolezze e portarci a scoprire invece i nostri punti di forza.

Dobbiamo rimanere concentrati su noi stessi, tenere la mente impegnata e gestire i pensieri, ad esempio prima di entrare nei ristori iniziamo a ragionare su cosa dobbiamo fare, cambiare la maglia, se è sudata, piuttosto che mettersi in “assetto” strato pesante e frontale in testa se stiamo per affrontare la notte, caricare le borracce ecc. Non ci servirà solo a tenere la testa in movimento ma anche a perdere meno tempo alla aid station, specie se non abbiamo assistenza.

In gara credo sia utile restare concentrati su qualcosa di reale, pratico, immediato: guardiamoci da fuori e “sezioniamoci” partendo dalla testa ed arrivando ai piedi, controlliamo che tutto sia a posto, la nostra postura, il nostro passo, le necessità basiche del mangiare e bere. Creare quella continuità, quel flusso che ci porterà ad avanzare sempre inesorabilmente, macinando i chilometri che ci separano dall’arrivo. Tutti lo abbiamo provato in qualche momento correndo: il trucco è cercare di amplificare questi momenti, e spesso per farlo serve isolarsi.

Sono gare che vanno attese, costruite, pianificate, ma che vanno vissute realmente passo dopo passo, adattandosi alle condizioni ed accettando che possano mutare. Abbiamo così tante ore davanti che spesso la soluzione al problema è dietro l’angolo, ma raramente abbiamo la pazienza di aspettare e adattarci.

Detto questo, se poi decidi di partire con un paio di scarpe che hai messo solo in giro per Chamonix il giorno prima e alla prima discesa ti rendi conto che sono corte e ti tocca fare metà gara con le dita tirate indietro… un po’te lo meriti Enrico, però alla fine ti è uscita lo stesso una gran gara.

Davide Grazielli

Ci sono tante cose che mi riporto a casa da Chamonix dal punto di vista tecnico. Ma purtroppo ce n’è anche una che mi porto dietro dal punto di vista umano. Aver vissuto la notte di martedì sul campo alla TDS, in pensiero per chi si trovava in una situazione del tutto inattesa, ha lasciato il segno. In quelle ore spesso io e Mari abbiamo pensato “E se fosse stato uno dei nostri?”. E poi “Se fosse stato uno di noi due e l’altro avesse ricevuto la chiamata dall’Organizzazione?”. Domande inutili, chiaro. Ma a volte un po’di riflessione ci fa capire meglio che niente è scontato.

Passando a cose più futili.

A mio modo di vedere, la prima cosa che conta per fare una bella gara a Chamonix è una: la voglia. O meglio ancora la fame. Quel desiderio di mettersi sui sentieri e chiudere un processo iniziato 2/4/6/9 mesi prima senza farsi influenzare da aspettative, pressione, paure e imprevisti. Bisogna arrivare al giorno X sapendo che non vuoi altro che passare un tot di ore sui sentieri e che quel momento è tuo, che te lo meriti e che va vissuto a pieno. Poi, potrà capitare di tutto, e tanti di questi eventi saranno completamente fuori dal tuo controllo. Ma per fare bene, bisogna essere felici di essere lì. Rispettare la gara e la distanza, il percorso e la difficoltà. Ma essere entusiasti di esserci. Sembra scontato, ma tanti di noi non sono atleti professionisti o elite e spesso si trovano a tenere in equilibrio vita privata, professionale e sociale con la passionaccia per la corsa: le 24 ore che passerete in giro, sono un momento vostro, quindi levate il resto di torno e dedicatevi a voi stessi. Se non siete nella situazione per farlo, è meglio non partire: due dei mie hanno dovuto rinunciare alla loro gara a 24 ore dalla partenza. E sono stati bravi a farlo perché avrebbero corso senza quella tranquillità che serve a godersi una gara così importante.

La seconda, è uno dei miei pilastri: la continuità. Chi ha chiuso bene la gara, è chi è riuscito nei mesi a creare una routine, a far diventare la corsa parte integrante della giornata, quando si ha l’uscita. Chi è riuscito ad automatizzare il gesto di prendere ed uscire a correre come se fosse parte integrante della propria vita. A qualcuno sono bastati due mesi dopo sei di infortunio: ma in quei due mesi ogni pezzo del puzzle è andato a posto senza sforzo. Certo, all’inizio con più ragionamento, ma una volta che la figura prendeva forma, i pezzi “chiamavano” invece di dover stare a cercarli.

La terza, è che sul tipo di percorso delle tre gare più lunghe, allenare salite continue lunghe ed un ritmo efficace ma economico è spesso la chiave giusta. Coi miei abbiamo sacrificato nell’ultimo mese i lavori in ripetuta lunghi, ed inserito quando possibile dei Climb Block da 30/40/50 minuti cercando di non far salire troppo il cuore. E ha pagato. Allo stesso modo, nell’ultimo mese con qualcuno abbiamo sperimentato un lavoro di condizionamento eccentrico a secco leggero ma efficace: matrici di affondi e pliometria leggera. Fare bene le salite significa efficacia, riuscire a limitare i danni muscolari in discesa è l’altro lato della medaglia, e siccome il rapporto costo/beneficio si è dimostrato alto, è qualcosa che in futuro inserirò sempre coi miei atleti che vanno a Chamonix.

Hurry up and wait. E se ti va bene, c’è il sole.

La quarta è più generica e riguarda la distanza che c’è tra una CCC ed un UTMB (o anche una TDS). Non sono 60 km e 4.000 metri di dislivello, è molto di più. Se la CCC ha una magnitudine per cui può essere affrontata a quasi tutti i livelli ancora come gara, l’UTMB, richiede un impegno diverso, ed una preparazione che vada ad affrontare in maniera specifica una gara con spazi dilatati. L’ho visto chiaramente a livello elite, dove la CCC è stata scoppiettante ed anche molto tattica, mentre l’UTMB è stato anche davanti l’ennesima gara a chi mollava per ultimo (e comunque mettetevi il cuore in pace che quasi mai molla D’Haene): aka parto, ci provo, se va bene vinco o salgo sul podio, sennò pazienza e ci rivediamo prossimo anno. Gara di attrito più che di intelligenza. E la cosa si può trasportare comunque tra i midpacker e anche con i lottatori di cancelli, aggiustando i target: poco cambia. Questo per dire che è giusto sognare in grande, è giusto aspirare a chiudere il giro… ma gestite le aspettative e mettetevi nello stato mentale di “esplorazione”. UTMB svela raramente i suoi segreti alla prima uscita, come tutte le donne (e uomini) intriganti. Il corteggiamento dovuto è lungo, ma come spesso vi dico, amate il processo, e non sarà mai un semplice allenamento.

Vi chiedete da dove viene il titolo? Eccolo qui, in tutto il suo splendore

Nike Pegasus – the legend is back!

Siamo stati a Barcellona per la presentazione di Nike delle nuove Pegasus Trail, e così abbiamo colto l’occasione per mettere a confronto le due declinazioni, trail e strada. E per rendere la cosa più divertente, coach Grazielli ci ha abbinato due workout con cui farsi del male.

Iniziamo con la versione stradale, arrivata alla trentaseiesima versione. Già, correva l’anno 1983, e Nike cercava una scarpa versatile che fosse adatta a tutti i runners. Ne uscì qualcosa che nel tempo è stata calzata da tutti: se Joan Benoit Samuelson le portò a Los Angeles sul gradino più alto della prima maratona olimpica femminile, Eliud Kipchoge le usa regolarmente in allenamento, ed è tuttora la scarpa da corsa più venduta dal marchio di Portland. Il mio ricordo delle Pegasus risale a parecchi anni fa, e me la ricordavo come una scarpa buona per tutto si, ma un po’ingombrante e non propriamente veloce. Beh, avrei fatto meglio a riprovarla nel tempo, perché le ultime declinazioni della scarpa sono decisamente più filanti.

Arrivando alle nostre Air Zoom Pegasus 36, la calzata è comoda, ed anche grazie al mesh molto aperto, la scarpa dà subito una sensazione di leggerezza. Linguetta e collaretta sono state aggiustate e ridotte in volume, aumentando la precisione. La regolazione con il sistema Flywire è ottima e l’allacciatura corta favorisce una bella azione di corsa. E’una scarpa “bassa” nella parte del tallone come struttura, ma mantiene il drop 10 mm “storico”. Onestamente, una volta calzata, sembra molto meno alta che sulla carta, forse anche grazie al foam Cushlon della midsole. Sulla stregua di quanto fatto sui modelli di punta con l’inserimento del Pebax sulla suola intera, la Air Zoom Unit è su tutta la lunghezza della suola, e si sente la sua presenza in termini di ammortizzazione e rilancio, con il bonus di avere anche una discreta rigidità alla torsione.

The Temple of Tarmac

Su strada, si fa apprezzare a ritmi allegri dove la struttura affusolata permette appoggi rapidi e precisi, ma perdonando anche qualcosa alla forma grazie all’ottima ammortizzazione. E’ una scarpa che va bene su tutte le distanze classiche della strada, dai 10 km alla maratona ed oltre: fedele all’idea originaria, la sua qualità principale è proprio la versatilità. David Laney, presente al lancio come atleta, ha strappato a tutti una risata ricordando i tempi in cui con la Pegasus ci giocava anche a basket, per dire.

IL WORKOUT

Versatilità, fa venire in mente le basi. E allora alla Pegasus abbiniamo un workout classico del lavoro in soglia, ma con un twist creativo. Perfetto per le fasi finali di preparazione di una mezza, o come test per capire in che zona lavorare sulle gare lunghe, in DU coaching lo abbiamo ribattezzato Alberto’s In&Out, non tanto per l’Alberto Salazar di Oregon Project, ma per un altro Alberto che nelle fredde sere d’inverno di Schio martella ciclabili come se non esistesse un domani.

Il lavoro? Semplice, tre chilometri di riscaldamento tranquillo, qualche allungo e poi si attacca con un miglio attivo intorno o appena sopra alla soglia aerobica inframezzato da un miglio che non deve essere di vero recupero, ma va tenuto bello allegro. Ad esempio, se state a 3:40 nella parte attiva, il recupero dovrebbe essere sui 4:15/4:20, in float, come suol dire. Quante ripetute? Dalle tre alle sei è già una bella mole di lavoro, contando davvero che il recupero non è reale. Insegna a smaltire il lattato a ritmi alti e ci tiene sul pezzo per almeno mezz’ora: cosa volete di più? Chiudere con almeno 2km di defaticante molto tranquillo, mi raccomando.

Passiamo alla versione trail, e notiamo subito che è stato fatto uno sforzo per mantenere la stessa impostazione e linea. Anche per la Air Zoom Pegasus 36 Trail il drop è 10 mm, la forma affusolata, e resta la collaretta bassa nella parte posteriore per tenere libero il tallone d’Achille.


Dove la scarpa è stata modificata è nel mesh, che ovviamente è decisamente più resistente anche se è stata comunque esaltata la traspirabilità e la capacità di drenare, nella parte suola ed intersuola. Qui il cuscinetto Air Zoom è stato spezzato in due per favorire l’appoggio su terreni sconnessi, e la suola, pur mantenendo la stessa mescola, ha una struttura ovviamente diversa. I tasselli sono più bassi che nelle altre scarpe trail di Nike (Terra Kiger e Wildhorse, entrambe quest’anno alla quinta versione) ed offrono maggiore superficie di contatto per una corsa più confortevole.

Nei piedi resta comodissima come quella da strada, con anche qualche imbottitura aggiuntiva sul collo piede e degli overlap di protezione sul puntale ed altre parti più soggette ad abrasione. Provata in condizioni abbastanza toste, la suola tiene molto bene, una sorpresa vera rispetto al passato: sia in discesa, anche su pietre, che in salita su terra pesante e fango, il grip c’è, la precisione anche. Quando poi la mettete alla frusta su sentieri scorrevoli o stradoni sterrati, mette in luce le sue caratteristiche migliori. Si fa comunque apprezzare anche su strada, rendendola una bella scarpa da door-to-trail.

IL WORKOUT

Anche qui, ci piace combinare con un lavoretto dedicato alla soglia, ma la Pegasus richiama al Pacific North West e le sue foreste, sensazioni di libertà e ritmi alti. Così facciamo una cosa semplice e non troppo strutturata come un Fartlek 4-1 con quattro minuti a buon ritmo ed uno di recupero easy, da fare rigorosamente in progressione graduale ed arrivando all’80-85% della velocità max. Meglio su terreno mosso ma senza salite secche. Ottimo pre gara per testare le gambe se si resta sui 15/20 minuti, ma benissimo anche ad inizio stagione quando non c’è ancora molta base ma si vuole stare “in zona” se lo portiamo a 30/40 minuti! Ovviamente solito riscaldamento prima e defaticante dopo da 15/20 minuti.

Questione di flow, anche se siamo nel parco dietro casa e l’Oregon è a nove fusi orari di distanza: garantite sensazioni inebrianti.

Fabio De Boni e l’Everesting del Summano

L’idea è semplice e sognare una cosa del genere è facile da comprendere; realizzarla un altro paio di maniche. Le regole sono semplici: coprire il dislivello positivo dell’Everest (8848 metri) correndo sullo stesso sentiero durante un lasso di tempo continuo (illimitato), ma senza quindi fermarsi mai a dormire.

Ora, quale può essere il più bel modo di fare questa cosa se non correndo sulla “montagna di casa”, quella in cui ti sei allenato mille volte?
Il che per Fabio è il Monte Summano, la montagna di 1296 metri che si erge dalla pianura vicentina e che domina la Valdastico e il gruppo montuoso del Pasubio.

Il sentiero che porta alla cima accumula quasi mille metri di dislivello, quindi Fabio lo ha salito. Nove volte di fila. Un totale di 114 km di sviluppo, 24 ore e 42 minuti di corsa e la bellezza di 9456 metri di dislivello complessivo.

Ok ammettiamolo è una cosa da fuori di testa. Ma Destination Unknown non solo accetta queste cose, le supporta.


Diciamo che fare questi chilometri e dislivello in una gara è fattibile e tutto sommato “normale”, ma trovare le motivazioni per farli da solo è parecchio differente.
Quindi abbiamo pensato di fargli qualche domanda.

Complimenti Fabio, icona di Destination Unknown Coaching, il primo a fare un Everesting di corsa in Italia!

Se qualcuno dieci anni fa ti avesse detto che avresti corso per 9 volte di fila il Monte Summano, andando a coprire un dislivello positivo superiore a quello dell’Everest ci avresti creduto?
Certo che no! Nel 2009 erano già 3 anni che avevo smesso di fare sport (giocavo a calcio) e avrei dovuto aspettarne altri 6 per ritornare a correre! Avevo problemi di varici a entrambe le gambe. Mi sottoposi a 2 interventi chirurgici per risolvere il problema. 10 anni fa ero in formissima a fare feste esagerate!

Che sensazioni ed emozioni hai provato al mattino prima di partire per la prima salita? Avevi paura di fallire? Eri calmo? Eri emozionato?
Quando mi accingo ad una prova di endurance ho sempre molti dubbi. Ho il timore che qualcosa possa andar storto, di non essere all’altezza, di non farcela, per cui ero un po’ teso. Poi però, con la prima salita, ho sentito che le sensazioni fisiche e mentali erano molto positive e che la sfida si poteva vincere.

Spiega a una persona come si può trovare lo stimolo per un’impresa solitaria e senza pubblico come questa e spremersi fino in fondo in qualcosa che non è una gara come l’UTMB o un’altra corsa blasonata e famosa.
Lo stimolo principale è la sfida con se stessi! Non volevo dimostrare niente a nessuno. Sono già stato finisher all’UTMB nel 2017 e ho corso qualche altra ultra sopra i 100 km. Ma in questo caso il dislivello era racchiuso in poco più di 114 km e quindi più intenso di qualsiasi altra prova fisica a cui mi ero sottoposto. Non c’erano limiti di tempo, ma volevo farlo al meglio delle mie capacità. Volevo sfidarmi, tutto qua! Non c’era pubblico, ma c’erano diversi compagni di squadra ed altri amici che mi hanno  accompagnato e supportato per tutto il giorno (una ventina in tutto). Grazie anche a loro il tempo è volato e la stanchezza offuscata.

Come ti sei regolato con l’alimentazione?
Ho ingurgitato 8 panini con bresaola/fesa/prosciutto, 1 pizza, 9 gel e un po’ di cioccolato fondente, molta acqua, coca, caffè e qualche birretta…analcolica!

Quanto tempo ci è voluto per recuperare da questo sforzo?

Stranamente nei giorni successivi stavo benone, solo i quadricipiti erano un po’ doloranti. Passati però 7/8 giorni il mio corpo ha accusato il colpo, con le gambe molto pesanti e svariati dolorini muscolari. Nel giro di 3 giorni però era tutto passato.

L’aspetto più duro sono stati i km o il dislivello?

Ho accusato di più il dislivello a livello di quadricipiti, non tanto per salire, ma bensì per scendere. All’ultima discesa devo dire che il dolore era “interessante”.

Come ti è venuta l’idea per questa sfida?
Sono venuto a conoscenza dell’everesting navigando nel web, seguendo le imprese di Omar Di Felice, un ultraciclista, il quale annunciava il suo tentativo, poi riuscito. Da lì ho appreso che c’era anche chi nel mondo lo faceva di corsa e un tarlo si è insinuato…e siccome volevo fare un bel “lungo” ho coniugato le due cose.

C’è qualcuno in particolare che ti ha ispirato nel realizzare quest’idea?
Nessuno in particolare mi ha ispirato, solo la voglia di mettermi alla prova e uno spirito di ricerca (su me stesso) e di avventura. Però se devo fare un nome dico Toni, un bel giovanotto di 71 anni che nel 2014 mi ha iniziato al trail running e che fra pochi giorni correrà Il Passatore per la terza volta!

Quale pensi che sia la cosa più affascinante e inspiegabile che porterai con te dopo questa esperienza? Credi che ricorderai questa giornata per molto?
Credo proprio che non scorderò il giorno del mio Everesting. Non lo scorderò perché è stata per me una bellissima giornata non solo di sport, ma soprattutto di amicizia! I miei compagni SKYRUNNERS LE VIGNE VICENZA e altri amici mi hanno fatto una bellissima compagnia per tutto il giorno, dalla prima all’ultima salita, sostenendomi e coccolandomi affinché vincessi la sfida. Per questo li ringrazio di cuore! La fatica se condivisa diventa più leggera, i chilometri sembrano più corti, le ore passano in fretta.

Coach says

Fabio è una di quelle persone che fanno sembrare normale e gestibile qualsiasi cosa.

Quando ha lasciato cadere lì l’idea dell’Everesting, lo ha fatto come ogni tanto inseriamo una gara nel planning, o cambiamo i giorni di un workout. Poi con calma ci ho ragionato e nell’arco di due ore sono passato da considerarla una follia, a volerla fare anche io in contemporanea, a rendermi conto che io non ce l’avrei fatta. Ma ero molto molto curioso di vedere come avrebbe risposto fisicamente e mentalmente ad una prova così particolare.

Venivamo da un anno in cui avevamo privilegiato tanto la ricerca della velocità, ma per tanti motivi sapevo che su quel tipo di salita, Fabio non ha nessun problema anche senza allenamento specifico. Specie sul Summano, che per i locali è montagna sacra. Ed ero sicuro che avrebbe avuto un sacco di gente a fargli compagnia. Ma restava un tipo di prova molto particolare.

E’andata a finire che si è fatto i primi sette giri praticamente con lo stesso ritmo senza cali vistosi tipici delle lunghe distanze, è calato un pochino col buio (fisiologico) e con qualche problemino di stomaco che ha reso l’ultimo giro un po’più “lungo”. Piuttosto è stato stupefacente vedere la risposta nel dopo: nessun problema articolare, affaticamento muscolare limitato, dal punto di vista energetico non era neanche in riserva (non ha neanche usato i bastoncini!). Ed il lavoro svolto è stato subito assimilato fisiologicamente come un un carico a cui è stata data una risposta positiva, di compensazione.

Qualcosa mi dice che Fabio non rimarrà solo a lungo nella lista degli Everesting italiani…

SDW 100 – cinque personaggi in cerca di autore

Quando King Luigi chiama, la DU Army risponde: non potevamo lasciarlo solo nella sua prima 100 miglia. Com’è andata? Abbiamo provato a raccontarvelo in cinque, vediamo cosa ne esce.

MARIA CARLA: Si, stavolta arriviamo a Londra in aereo (mai darlo per scontato, all’ultima SDW 100 ci arrivammo in auto, giudando da Genova, causa cancellazione del volo poco prima della partenza). Raggiungiamo Luigi nella sua tipica casa inglese con rampicante sul portoncino in legno.

Ci offre un tea in giardino ed inizia a tirare fuori cartine (del percorso nota del Coach), road book, gel, barrette, materiale obbligatorio e si inizia a pianificare per il giorno dopo. Che arriva in un attimo, vista la partenza da casa alle 3:00 am. Passiamo a prenderlo nel pieno della notte, ed è già sugli attenti davanti a casa. Raggiungiamo il campo di Winchester, salutiamo Claire e Drew, due parole con James, ed in un attimo sono tutti dietro alla riga di partenza con James che dà il via!

 

Faccio sempre assistenza a Davide quindi mi sembra strano che stavolta lui salga in auto con me. Ci dirigiamo al miglio 22, ed eccoci al Queen Elizabeth Country Park. L’organizzazione di Centurion è come sempre impeccabile! Volontari davvero super efficienti e ogni ben di dio ai ristori. Arrivano i primi, applausi per tutti, giusto il tempo di rilassarci un attimo sul prato ed eccolo! Arriva il nostro uomo, super rilassato prende due cose e riparte sorridente. Lo rivediamo poco dopo al miglio 27, poi miglio 35, ci dice che ha molto caldo ma lo vediamo bene: lui riparte per una bella salita e noi ci dirigiamo in stazione a prendere Ale che gli farà da pacer nelle prima parte. Raggiungiamo Amberley, io e Davide siamo svegli ormai da molte ore ed iniziamo a delirare: non riusciamo più a fare calcoli su orari passaggi di Luigi quindi non resta che aspettare, ci sediamo tutti e 3 sul ciglio della strada e iniziamo a dare soprannomi ai runners che abbiamo già visto passare più e più volte nelle aid station precedenti. Cerchiamo di ricordare quanto tempo prima di Luigi sono passati, e finalmente eccolo! In lontananza sbuca la t-shirt verde, è lui! Arriva da noi e si siede, è stanco e molto accaldato, e non riesce più a mangiare: Ale gli toglie lo zaino, Davide gli bagna la testa e gli porgo una mandorla salata. Riparte in salita camminando, ancora masticando la mandorla salata che credo finirà di deglutire al 50mo miglio, ma gli promettiamo che ci vedremo poco dopo e Ale potrà partire con lui. Ci dirigiamo rapidamente a Chantry Post, dove abbandoniamo letteralmente Ale al freddo e al vento in punta a una collina al miglio 51, ad attendere Luigi per proseguire con lui. Noi proseguiamo diretti verso Washington Village, miglio 54, qui potrà cambiarsi e riposarsi un po’. Chiedo la drop bag ai volontari, mi metto in un angolo e tiro fuori il necessario dalla borsa di Star Wars che ci ha meticolosamente preparato Luigi (dimenticavo: Darth Vader era il quarto della crew, ci ha fatto compagnia in ogni aid station).

Usciamo ed eccoli sbucare, Ale era preoccupato ma in poche miglia l’ha già tirato su alla grande: si siede, si cambia, mangia un po’ di pasta (gli avanzi li sbrana il coach, che si lamenta che un po’ di parmigiano ci sarebbe stato bene). Ripartono tutti e due super carichi.

Ho perso la cognizione del tempo, non so più da quante ora corra Luigi, ma ricordo che arriviamo al miglio 70, Clayton Windmills, al tramonto: cielo sui toni del rosso, colline, muretti in pietra e pecore, tante pecore! Cambio pacer per Luigi che riparte con Davide e compagno di viaggio nuovo per me che riparto con Ale. Cerchiamo un market aperto, ma inizia ad essere tardi e stanno tutti chiudendo, Ale guarda la mappa e vista la vicinanza dice “potremmo quasi cenare a Brighton”. Cambia subito idea dopo la mia partenza in contro mano… e si accontenta di un Tesco aperto fino a mezzanotte!

Miglio 84, inizia a fare freddo, speriamo di trovare un Pub aperto per un caffè ma niente, aspettiamo un po’ con Tim, che si sorseggia la sua lattina di birra, ed eccoli! Ci fiondiamo su Luigi per capire se ha bisogno di qualcosa ma lui vuole solo un WC. Domandiamo ai volontari ma è chiuso… Ci rimane così male che abbiamo appena il tempo di riempirgli le borracce e riparte. Dai, ci siamo quasi, miglio 89, li aspettiamo col nostro bicchierone di caffè che finalmente abbiamo trovato in un’area di servizio, sbucano dal sentiero e Luigi sta benissimo, è in up totale, corre come un pazzo.

Raggiungiamo Anna al campo di Eastbourne, e facciamo il tifo ai finisher, Ale si congratula con un runner, che invece di ringraziare lo guarda male: capiremo dopo che era appena sceso dal bus “del disonore”.

Le prime luci dell’alba illuminano la pista ed eccoli comparire, ultimo giro di campo ed è fatta! Abbraccia forte Anna, foto di famiglia sotto l’arco e via. Missione compiuta, sub 24.
Per l’organizzazione, che come ho detto sopra è davvero impeccabile: “il trail running è una cosa seria” (cit. Quello che dorme a fianco a me). Non voglio più vedere pirati ai ristori e Hawaaiani all’ arrivo: mi hanno rovinato tutte le foto!

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Pirates suck, senza offesa.

LUIGI: Per celebrare i miei dieci anni da runner avevo deciso di provare a fare un personal best su tutte le distanze classiche, da 5km a 50 miglia, ma per rendere l’anno ancora più interessante mi ero anche iscritto alla mia prima 100 miglia, la South Downs Way, organizzata dai mitici Centurion di cui ho corso tutte le 50 (svariate volte).

La 100 mi ha sempre affascinato e spaventato in egual misura. Ho fatto da pacer in tre occasioni ed ho visto con i miei occhi quale impegno mentale e fisico fosse necessario e non vedevo l’ora di cimentarmi sulla distanza anche io.

Il training serio è cominciato durante le vacanze di Natale 2017, dopo mesi a recuperare due ginocchia mal messe.

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Per sei mesi non ho pensato ad altro che al giorno della gara. Sono stato il più consistente possibile, ho quasi sempre corso 6 giorni alla settimana, ma al contrario degli anni passati, appena sentivo un qualsiasi problemino presentarsi ho sempre preferito saltare uno o due giorni.

Il lavoro e’ stato duro, dai primi blocchi incentrati sulla velocità agli ultimi con più lunghi. Coach Davide mi ha aiutato a dare più varietà alle mie uscite, normalmente tendevo a ripetere la stessa routine per 6 settimane. Invece questa volta avevo sempre un bel mix di cose da fare, alcuni allenamenti esotici che non avevo mai fatto e che a volte richiedevano parecchia concentrazione e uso della matematica, cosa difficile quando corri al mattino prestissimo ancora addormentato.

Avrei voluto fare piu’ lunghi, sopratutto back to back nei week end ma ho comunque fatto delle belle avventure sui sentieri con il mio training partner preferito Alessandro, inclusa un’uscita notturna proprio sulla South Downs Way, esperienza bellissima.

Sono quindi arrivato al giorno della gara mentalmente preparato ed avendo già fatto nel corso dei mesi gare più corte, che mi hanno dato sicurezza.

La cosa che poi mi dava più tranquillità era sapere che avevo una crew fenomenale: coach Davide, MC e il sopracitato Alessandro.

Il giorno prima della gara abbiamo pianificato bene dove incontrarci e cosa avrei messo nella drop bag e tutto il resto della logistica. La notte ho dormito due ore. Un po’ per la sveglia presto e un po’ perché addormentarsi era impossibile.

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Dawn on the Downs

Alla partenza cercavo di non far vedere quanto fossi teso. L’emozione era a mille, avevo pensato a questa giornata così tanto nei mesi precedenti. Mi sono fatto tanti di qui film mentali e immaginato infiniti scenari, da successi inaspettati a disastri epocali. Ma come siamo partiti ho dimenticato tutto: sono entrato in modalità gara, ovvero muoversi il più veloce possibile conservandomi al meglio. La mia strategia era correre con lo stesso effort della 100k fatta l’anno scorso e poi sperare che per gli ultimi 60k i miei pacers facessero il loro lavoro psicologico tirandomi.

Giornata bellissima, le South Downs spettacolari, viste mozzafiato, caldo terribile.

Avere la crew che ti incontra ogni due ore è uno stimolo che aiuta a tirare avanti e i primi 50km sono andati benissimo. Poi per il caldo, penso, il mio stomaco si è ribellato e non riuscivo più a mangiare nulla e sudavo, sudavo tanto.

Non ho mai pensato di rinunciare o ritirarmi ma in quel momento mi son detto che non ne avrei mai piu’ fatta un’altra di 100 miglia. Una volta basta, mi sono detto. Mi sento sempre cosi’ mal messo quando sono alla fine di una 50 miglia, ma quel giorno non ero neanche ad un terzo di gara!

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Non vedevo l’ora di raggiungere gli 80km e partire con il primo pacer, Alessandro.

A Washington, 54 miglia, mi sono fermato più a lungo, cambiato maglietta e calze e mangiato un piatto di pasta terribile, ma almeno qualcosa ho mandato giù. Di lì in poi solo liquidi e qualche biscotto.

Tim Washington
Washington pit-stop

Mi spiace per Alessandro ma i primi chilometri che abbiamo fatto insieme sono stati i più duri. Non riuscivo a mangiare e non avevo più forze, mi girava la testa o mi veniva da vomitare. Mi sono seduto un paio di volte per riprendermi.

Arrivati in cima a Devil’s Dyke con vista Brighton e il sole calante ho avuto un momento di euforia. Pensavo fossimo molto più lontani e ritrovarmi li mi ha dato la carica. In discesa siamo andati come missili fino alla aid station di Saddlescombe (66.6 miglia) dove Alessandro mi ha fatto mangiare di tutto, dal rice pudding dolcissimo a patate bollite immerse nel sale grosso (più sale che patate). Tutto sto cibo mi ha dato una botta allo stomaco che mi ha piegato in due, ma una volta assestato stavo davvero meglio ed abbiamo corso felici e contenti come fossimo appena partiti, più o meno.

Arrivati a 70 miglia Alessandro e Davide si sono dati il cambio e il coach da qui in poi mi ha trainato fino alla fine. Se rallentavo lui se ne andava per cui ero costretto a stargli dietro (o per lo meno quella era la mia impressione). E’ calata la sera e tra una chiacchierata e l’altra siamo arrivati a Housedean Farms (76.6 miglia) dove abbiamo acceso le headlamps e iniziato salite infinite.

Il resto della crew ci ha incontrato al miglio 84 dove speravo l’aid station avesse un bagno, ma siccome era chiuso ce ne siamo andati subito, un biscottino e via.

Ero intento almeno a stare sotto le 23 ore visto che il piano da 22 ore stava sfumando, ma quel tratto fino alla aid station successiva e’quello che odio di più, sia di giorno che di notte: non finisce mai e con 85 miglia nelle gambe e al buio, ti sembra davvero di non fare progressi.

Le gambe andavano bene, riuscivo a correre ancora lento ma andavo e questo mi ha reso felice. I mesi e mesi di allenamenti, le sveglie presto, i sacrifici, di colpo avevano un senso: riuscire a correre ancora dopo cosi’ tante ore e’ una sensazione bellissima. Peccato per lo stomaco ed un singhiozzo assassino che non se ne voleva andare.

Non era ancora ora di piangere di felicita’, mancavano poco meno di 10 miglia alla fine e quelle sono state eterne. Abbiamo anche saltato l’ultima aid station, ma il tempo sembrava infinito. Le salite le camminavo ma non mi sembrava di fare progressi, era come cercare di salire una scalinata rimettendo i piedi sempre sullo stesso scalino. La testa stava perdendo i colpi.

Arrivati in cima all’ultima collina da cui si vede sul fondo Eastbourne e l’arrivo sapevo che era fatta. Stava arrivando l’alba ed ho trovato energie non so dove: abbiamo corso giù per l’ultima discesa ad una velocità che mi sembrava assurda (ma non lo era). Ultimi km su strada ed ecco il campo sportivo, la crew ed Anna ad aspettarmi. Ho fatto il giro del track trattenendo le lacrime, mai stato cosi’ felice e stanco. Che emozioni, ci ho messo poi giorni a ri-catalogare tutte le sensazioni provate in quella giornata. Lunga, lunghissima, ma tutto mi e’ sembrato raggiungibile a quel punto, tagliando il traguardo.

22 ore e 25 minuti, l’obbiettivo principale di stare sotto le 24 ore ampiamente realizzato. Come sempre finita una gara ripenso a tutti gli errori e le piccole o grandi cose che potrei cambiare e finire piu’ in fretta, sono fatto cosi’.

Al di la’ dei tempi, del caldo, sudore, conati, storte, unghie nere e mucche sul sentiero, la cosa che ricorderò di più e che mi farà sempre commuovere, sara’ il supporto che ho avuto dagli amici, venuti dall’Italia apposta per stare svegli ore e ore e aspettarmi in posti insensati in mezzo alla campagna inglese. Con Davide, in quasi 30 anni che ci conosciamo, di cose ne abbiamo fatte parecchie insieme, ma questa giornata e’stata speciale, condividerla con lui le ha dato un significato in più.

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The motley crew

In macchina verso il ritorno, mentre Anna guidava, io e Alessandro in coma abbiamo iniziato e progettare quale 100 miglia fare il prossimo anno, perché ovviamente avevo già cambiato idea.

100 miglia sono una bella distanza, va provata almeno una volta. O due, o tre…

ALESSANDRO: Da quando ho iniziato a correre ho sempre avuto il desiderio di vivere l’esperienza della gara come pacer e fare assistenza, per provare dall’esterno come altri affrontano gli alti ed i bassi che si incontrano in gara, dove momenti di entusiasmo e carica si alternano a fasi di stanchezza e difficoltà nel continuare a muovere un piede dopo l’altro. Finalmente l’occasione è arrivata: non appena Luigi, un altro matto con cui ho passato ore e macinato km per mesi e mesi (e quanti ancora ne faremo) tutte le domeniche lungo la NDW e dintorni durante la sua prima 100miglia, mi ha accennato della possibilità di affiancare Davide e MC come assistenza durante la SDW100, ho colto subito la palla al balzo. Quale occasione migliore?

All’inizio mi sentivo un po’ spaesato, non sapevo bene cosa fare: yes ok correre, ma a che velocità? Cercare di spingerlo o solo stare al suo passo? Parlare per distrarlo dai dolori vari che stava provando o stare zitto per non fargli sprecare energie? Una volta partiti, con ancora 50 miglia da fare, tutti questi dubbi e domande sono evaporate in un secondo, tutto è andato come fosse un’altra normale domenica di allenamento passata in giro per Box Hill, abbiamo chiacchierato e intavolato le prossime gare a cui iscriverci (una su tutte la Western hahahahaha), abbiamo spinto quando possibile e rallentato quando ne aveva bisogno, mai camminato perché sapevamo che “il coach ci stava guardando”; taking our time ad ogni ristoro dove ho cercato di fargli mangiare kg di patate strasalate e rice pudding mentre gli riempivo le borracce.

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Camminare in salita? Ancora ok in determinate circostanze. Fermarsi per fare una foto? Hell, no!

È stato ancora più chiaro durante quelle 4/5 ore cosa si attraversa durante gare del genere, momenti in cui sei a pezzi e maledici il giorno in cui hai deciso di iniziare a correre o almeno provarci, a momenti in cui ti senti un dio e ti sembra di volare e già pensi a quando taglierai il traguardo, al prossimo challenge, o che appena torni a casa ti iscrivi subito alla prossima gara. E come dimenticare la vista del ristoro all’orizzonte? Che gioia!

Una volta mollato Luigi a Davide, con ancora circa 30 miglia da fare, ho continuato con MC come assistenza, ed anche questa è un’esperienza che consiglierei a tutti di provare. So quanto aiuta psicologicamente incontrare lungo il percorso facce conosciute che con una parola ed una pacca di incoraggiamento ti ricaricano le pile e ti fanno ripartire come nuovo. Consiglio solo di farlo con qualcuno che sappia guidare la macchina andando nel giusto senso di marcia (vero MC? Hahaha).

DAVIDE: Potrei chiuderla lì dicendo che è stata una delle giornate di corsa più belle della mia vita, ma non direbbe granché. Allora provo a spiegare.
In primis, c’è un amicizia che è passata attraverso anni, nazioni, continenti, vacanze, pomeriggi sprecati, mattinate peggio ancora (visto che saremmo dovuti essere a scuola), concerti, corse, mail, messaggi, telefonate e training plan mostruosi da nove mesi messi giù giorno per giorno (nessuno ha ancora scritto che Luigi è maniacale?).
Poi c’è il dove: la South Downs Way è il mio luogo del cuore, con i suoi paesaggi verdi e l’aria sorniona, i paesini con i pub che ti chiamano dentro come un novello Ulisse e le fattorie che sbucano nel mezzo della campagna, l’erba tagliata ed i sentieri di terra battuta morbida. Ricordi di una giornata fantastica nel 2013, condivisa magicamente con l’amico Massi e tutta la crew. Gli amici di Centurion.

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Sirene 1 – Ulisse 0

E poi la distanza: dite quello che volete, cento miglia restano una pietra miliare. E’una distanza arbitraria, dite voi? Si, vero, ma anche 42,195 è una distanza arbitraria. Idem 1,609 metri. Eppure si portano dietro la leggenda. E lo stesso le cento miglia: la gara dove vedi passare tutta una giornata come metafora della tua vita, come dice Ann Trason. Quella dove puoi (sportivamente) morire e risorgere. Svariate volte.

Con questi ingredienti, guardando indietro, sembra quasi obbligato che la giornata andasse come è andata. Ma per chi era lì (specie per Luigi, direi) non è stato così semplice.
Il merito va tutto a lui, che non ha sbagliato niente: è partito al ritmo giusto e lo ha semplicemente tenuto, rimanendo attento e reattivo a tutto quello che succedeva. Da manuale. E così invece di fare “good cop, bad cop” mi sono semplicemente goduto qualche ora sulla SDW come se andassimo a spasso: pure magic.
Il momento più bello? Quando abbiamo visto lo stadio di Eastbourne dal trigger point sopra la città: mi è venuto in mente lo stesso identico momento del 2013 ed Andrew al mio fianco nel mio ruolo. Ho capito cosa provava Luigi in quel momento ed il cinque che ci siamo scambiati lassù valeva più di diecimila parole, post, foto e tabelle.
E il fatto che avesse lo stesso maledetto singhiozzo di trent’anni fa, in qualche modo ha reso la cosa ancora più fantastica.

Come in uno degli LP che insieme abbiamo consumato: “We’ll go our way. We may have changed, but we’re still here and we came to play… It’s how we are”.

ANNA: Premessa: non corro e non sono un’appassionata di corsa. Pur essendo una persona sportiva – nuoto, ballo e vado in palestra almeno 4 volte alla settimana – non ho mai capito fino in fondo cosa spinga una persona a correre per ore e ore. Per di più su percorsi che prevedono salite e discese…

Quindi quando Luigi ha cominciato a correre in modo serio, fino ad annunciarmi che avrebbe fatto la 100m race, non ho dimostrato un grande entusiasmo. Mi preoccupava (e preoccupa tuttora) la possibilità di farsi male e di avere dei problemi post-gara.

Luigi si è allenato seriamente x questa gara (e tutte le precedenti), dimostrando una dedizione ammirevole.

La cosa più bella? Vederlo tagliare il traguardo alle 4 del mattino e ricevere il suo primo abbraccio.

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Speravo non mi dicesse “la prossima 100 mile race che farò sarà…”, ma quella è un’altra storia!

Sulle orme del brigante Passatore. Storia di due corridori, tante facce amiche ed un ciclista impedito: la perfetta famiglia disfunzionale.

Il Passatore è ingombrante.

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Fisicamente, perché per muovere la sua statua ci vuole un pick-up. E poi, con 3000 partenti, occupa il centro di Firenze e poi le strade fino a Faenza per venti ore e passa. Ma ancora di più, forse, dal punto di vista metaforico.

Perché è comunque un mito con cui prima o poi vieni a contatto, se mastichi qualcosa di corsa e distanze. Una 100 km strana, ma forse più un viaggio affascinante che si insinua nella mente di tanti. Ed è anche il motivo per cui intriga il maratoneta affermato come l’ultratrailer incallito: ha dalla sua la storia, l’atmosfera e un organizzazione esemplare.

Non immune a questo fascino, ero curioso di capire qualcosa di più di questa gara, e l’opportunità di seguire fisicamente Rob e vedere Sara affrontare i 100 km tra Firenze e Faenza, mi hanno dato l’occasione di farlo nel modo forse migliore per vedere da vicino cosa significa Passatore senza appuntarsi un pettorale.

Passatore Darta
Con un curioso signore che millantava di essere stato un atleta, tanti anni fa… Maestro Darta.

E me ne torno a casa con un’esperienza unica, di cui ho in testa 100 immagini (virtuali, perché fisicamente ero troppo impegnato a cercare di stare dietro a Rob con le mie limitate capacità ciclistiche…) che racchiudono un po’di quella magia che strega i 3.000 di Piazza del Duomo. Nel mio album virtuale, ci sarebbero da taggare tante persone, forse troppe per elencarle tutte, anche perché i nomi di quelli che alle 10 di sera erano seduti a tavola in giardino per incitare i corridori del Passatore non li so. Ma sappiate che avete reso la mia giornata unica: ancora una volta, più dei km, più dei tempi, più delle classifiche, torno a casa da una gara con volti e persone in mente.

Passatore
C’era un brianzolo di corsa, un fiorentino in bici ed un genovese che mangiava…

 

Anche perché la fatica vera l’hanno fatta i runners, e quindi è meglio che del Passatore parlino loro.

Rob Isolda

Rob
Nonfacaldononfacaldononfacaldononfacaldononfacaldo…

La prima gara non mia.

Questa cavalcata on the road è un gesto atletico condiviso fatto di grandi risate, lunghi silenzi e zampettii regolari lungo le dolci colline tosco-emiliane.

Non c’è da sputar sangue come i sentieri che piacciono a noi, anzi, l’approccio easy finto scanzonato è la risultante di mesi di floating e interval training che il coach mi ha diluito in maniera sapiente.

E tutto scorre con naturalezza.

Le crisi ci sono, chiaro, le si affronta con un ghigno quasi sadico, niente ci può fermare perché siamo una famiglia e tutti i sogni e le aspirazioni sono un passo dopo la linea d’arrivo.

Ho dato tutto, le ultime forze le uso per stringere il coach nell’abbraccio che riassume la gratitudine di avermi accompagnato in questa gara popolar populista dal fascino antico.

L’asfalto scotta ma la DU family brucia di più.

Have Fun
Ultrarunning is about having fun. Specie quando corrono gli altri.

Sara Anselmo

Dal “mio” Passatore 2018 non sapevo proprio cosa aspettarmi. Un cambio di lavoro improvviso, un pendolarismo quotidiano, una stanchezza infinita mi avevano fatto vacillare: non pensavo neanche di presentarmi. Poi complice la mia testa dura, il sostegno degli amici, la serenità del coach a Faenza sono arrivata con stupore e una grande soddisfazione. E me lo sono goduto tutto questo viaggio, come un regalo prezioso e inaspettato! Non pensavo sarei arrivata alla fine!

Sara
Prima…

Il fatto di essere una lumachina mi dà la possibilità in gara di concentrarmi anche su aspetti diversi dal cronometro e dalla prestazione. Se penso ai 100 km conclusi ho ricordi sicuramente di fatica e soprattutto di un caldo allucinante, ma anche di sorrisi, di chiacchiere, di vecchiette sulle sedie a fare il tifo, di bambini che spuntano in ogni paese come folletti, di lucciole, di rane.

 

Ho affrontato da sola i primi 30 km fino a Borgo San Lorenzo, forse la parte che mi è piaciuta di più del percorso paesaggisticamente parlando, ho condiviso circa 50 km, su e giù  dalla Colla, con una amica Enrica con cui avevo fatto tutti i lunghi torinesi, ho voluto concludere l’ultimo pezzo da sola per prendermi la rivincita sull’edizione precedente in cui per colpa dello stomaco dolorante avevo camminato. Gli ultimi 3 km li ho fatti in mistica concentrazione e in accelerazione con l’idea fissa della famiglia all’arrivo e di una birra ghiacciata (che poi mi ha tradita ma questa è un’altra storia).

Arrivo
… dopo!

L’abbraccio meraviglioso con Enrica arrivata poco dopo di me è stato il coronamento di questo bellissimo viaggio. Ora sono su una nuvoletta di endorfina ma pronta a scendere per la prossima corsa …

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COACH SAYS

Non è facile preparare una 100 km. E lo è ancora meno preparare il Passatore, che per altimetria e terreno è molto atipica. Forse è il punto d’incontro perfetto tra l’approccio scientifico della maratona e quello più multilaterale degli ultratrail, ed è stato emozionante mettersi alla prova con Rob e Sara per arrivarci pronti.

Rob ha deciso di fare il Passatore dopo l’ottimo quarto posto di Seregno un mese prima. A Seregno eravamo arrivati lavorando su un target ben delineato, quindi cercando di rendere un’andatura ben precisa sostenibile con allenamenti mirati a riuscire a smaltire lattato in una soglia abbastanza alta. Non avevamo rinunciato a lavori in soglia anche in prossimità della gara, convinti che avrebbe pagato un po’di brio in una gara così serrata. E così è stato, 7:15:02.

Per il Passatore invece abbiamo provato a cercare di condizionare il pacing con lavori di taglio più grande, alzando il chilometraggio ed abbassando un po’l’intensità, anche perché non è facile riassorbire una cento chilometri fatta ai suoi ritmi. Motivo per cui abbiamo fatto un tapering netto e abbastanza lungo.

E’andata bene perché Rob ha dimostrato una saggezza non comune nella gestione della gara. Ha stretto i denti nel caldo atroce iniziale, restando appena dietro al gruppo di testa, e poi dalla salita della Colla ha tenuto il ritmo trovando il suo flow, specie nelle lunghe discese. E’riuscito bene o male a mangiare con continuità, si è tenuto fresco e bagnato nel limite del possibile e non ha mai mollato con la testa, neanche quando dopo il 65mo chilometro abbiamo viaggiato sempre da soli. Non era facile tenere alta l’attenzione, ma lo ha fatto con una naturalezza incredibile. Al 95mo ci ha raggiunto il bravo Marco Lombardi con un passo feroce: io ho temuto, ma Rob si è attaccato dietro senza dire niente, e una volta alla periferia di Faenza ha messo giù quello che manco io credevo avesse più, staccandolo. Un bel segnale alla fine di una gara così. Habemus centista. Ottavo in 7:58:43. Se ci fossimo attaccati al treno Ferrari-Gurioli-Sustic… chissà, forse avremmo tirato fuori ancora qualcosa. Ma sono solo supposizioni del post, perché ha fatto una gran gara e basta.

Per Sara, l’essenziale era ridarle la voglia di correre col sorriso. Perché per motivi lavorativi, sapeva che non avrebbe avuto molto tempo da dedicare alla corsa, ma voleva essere di nuovo al via del Passatore. Non ci è voluto molto, onestamente. Perché messa “alle corde” con un programma sprint per ritrovare motivazione e passo, si è subito calata nella parte, e con l’aiuto della famiglia, ha trovato spazi e tempo per infilare anche cinque o sei lunghi, che assieme ad una session settimanale di speedwork, ed una bella uscita di recupero, l’hanno portata al via felice, contenta ed in forma (anche se un po’preoccupata per un ginocchio dolorante). E’andata che ha gestito benissimo caldo, ritmo, emozioni ed ha fatto la gara perfetta, con l’aiuto dell’amica Enrica per un bel tratto e chiudendo alla grande da sola, 12:39:52 e venti minuti limati allo scorso anno con condizioni davvero dure. Una bella pietra sul credo che per fare bene un’ultra serve solo macinare dei gran chilometri. Vederla sorridente e felice all’arrivo, con marito, figli e cane venuti a supportarla, è stato bello. Ma dentro di me sapevo che avrebbe tagliato quel traguardo, e bene. Ora deve solo imparare che prima di bere una birra dopo 13 ore di corsa bisogna prima mandare giù qualcosa…

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Una parola anche sulla mia prestazione: al debutto oltre i 20 km in bici, posso dire di essermi mosso bene, peccato che la mia fuga sulla Colla sia stata neutralizzata da Stefano e Fede. Essenziale è stato il supporto ed il crewing di Rob, sempre presente quando iniziavo a dare i primi segni di follia da sellino. Godetevi le foto che non mi rivedrete mai più in bici.

The couple