Si fa presto a dire “bastoncini”!

Basta presentarsi sulla linea di partenza di una qualunque gara di trail su media o lunga distanza e fare un rapido conto: più o meno il 70% dei presenti utilizza dei bastoncini, e in alcune gare probabilmente ci avviciniamo al 90%. Ma cos’è questa sorta di mania da “trekking poles” che sembra aver contagiato l’intero mondo del trail? Proviamo a capirlo insieme.

WhatsApp Image 2018-08-02 at 11.34.27

Le basi
Camminare in montagna è faticoso, lo sappiamo bene. Figuriamoci correrci. I bastoncini, quando usati correttamente, possono alleviare questa fatica in maniera sostanziale. Il succo del discorso è tutto qui. C’è anche chi si è azzardato a buttare giù dei numeri, asserendo che l’utilizzo dei bastoncini riesce ad alleviare l’affaticamento delle gambe fino al 20%, tuttavia non esistono studi conclusivi a riguardo. Al di là dei numeri, è fuori  discussione che camminare in salita con i bastoncini permetta di sfruttare in maniera proficua tutta quella muscolatura di braccia e spalle che, diversamente, sarebbe solo un peso che ci porteremmo inevitabilmente appresso: tanto vale provarle a dargli un senso e sfruttarlo a nostro vantaggio, no?

WhatsApp Image 2018-08-08 at 10.17.01
Paco e Carmo si godono due appoggi extra dove l’aria è sottile

Bastoncini sì, ma quali?
Da un punto di vista storico, i bastoncini arrivano innanzitutto dal mondo dello sci nordico e del trekking. I primi bastoncini in alluminio, mutuati dagli specialisti delle nevi, erano leggeri e resistenti ma poco trasportabili e si sono poi evoluti nei modelli telescopici a due o tre sezioni. Un semplice meccanismo di chiusura ad avvitamento permetteva di allungare e accorciare rapidamente il bastoncino, rendendolo adatto alla salita, alla discesa e al trasporto sullo zaino da trekking (o al suo interno). Bingo.
E per il trail? Si poteva fare di meglio e rendere il processo rapido e a prova di bomba (cosa che con la chiusura tradizionale non è sempre scontata… freddo, polvere, acqua, sporco non aiutano certo e sono condizioni comuni in gara o nelle nostre uscite).
Per noi, la vera rivoluzione l’hanno fatta i modelli “a sonda” in carbonio. Con una struttura che ricorda le sonde da ricerca dispersi in valanga ed una serie di sezioni cave che in uso vengono messe in tensione da un cordino di dyneema interno, questi bastoncini hanno segnato il vero cambio di passo per gli appassionati di trail running di tutto il mondo.

Progetto senza titolo
Bastoncini a sonda a misura fissa: da sx Masters Tre Cime Fix, Black Diamond Distance Carbon Z, Leki Micro RCM

Perché? Sono leggerissimi, con un volume d’ingombro minimo una volta smontati, non richiedono manutenzione e non hanno i problemi d’inceppamento tipici dei modelli telescopici. Soprattutto, sono pratici da tenere in mano una volta ripiegati e sono facili da fissare esternamente allo zaino, come vedremo tra poco. Non a caso, praticamente tutti gli atleti elite che usano i bastoncini optano per questa tipologia.

Bastoncini Sonda Regolabili
Bastoncini a sonda regolabili: da sx Masters Tre Cime Carbon, Black Diamond Distance Carbon FLZ, Leki Micro Vario Black

Ci sono poi i modelli a lunghezza fissa, molto diffusi in ambito Vertical K o Sky. Sono in assoluto i più leggeri e funzionali, salvo essere poi un po’ più scomodi da trasportare, non essendo pieghevoli.

Master
Masters Sassolungo, un capolavoro di leggerezza e robustezza.

Discorso a parte lo fanno le impugnature: in sughero o in tessuto sintetico, corpose o minimali, con lacciolo classico o guantino a sgancio rapido in stile “nordic walking”. Quasi sempre la scelta è dettata dai vostri gusti e dal tipo di utilizzo che fate dei bastoncini.

micro-trail-pro-trail-running-poles-p4634-29121_image
I Leki Micro Trail Pro con la caratteristica impugnatura facilmente staccabile.

Chi scrive, per esempio, li usa esclusivamente in salita e predilige i modelli con impugnatura nordic perché sono particolarmente pratici da sganciare nei tratti pianeggianti e in discesa.

WhatsApp Image 2018-08-08 at 10.17.49
L’autore dell’articolo “on the run”

L’enorme differenza nella scelta dei bastoncini la fa lo zaino che utilizzeremo, perché sarà quello a determinare se e come potremo riporli quando non ci serviranno. La condotta in questo caso è fondamentale: in gara diventiamo tutti pigri, lo siamo addirittura con l’alimentazione (quel gel che dovrei tanto prendere è laggiù, lontano, nella tasca… come farò mai a raggiungerlo?) figuriamoci con i bastoncini. C’è chi li trasporta tutto il tempo in mano, direttamente montati, senza accusare il colpo. Tuttavia, vi posso assicurare che non c’è niente di meglio di avere le mani libere durante la discesa che segue una lunga salita. Oggi, quasi tutti le aziende hanno adeguato l’offerta dei loro zaini ed è sempre più facile trovare soluzioni ingegnose per il trasporto dei bastoncini

Qualche esempio? Abbiamo Ultimate Direction, che nella sua quarta versione della sua Signature Series ha messo a segno un colpo eccellente con un sistema di trasporto semplice, pratico e intuitivo, che funziona bene soprattutto con i modelli a sonda compatti e leggeri.

images

Salomon ha introdotto da poco una faretra modulare disegnata appositamente per la linea S/Lab Sense Ultra Set, molto pratica nell’utilizzo sul campo e intelligente perché rimuovibile all’occorrenza. C’è poi il sistema storico di trasporto bastoncini della casa di Annecy, presente sui modelli ADV Skin, estremamente versatile (è uno dei pochi che funziona bene anche con i modelli telescopici) ma un po’ più laborioso da utilizzare.

Infine, abbiamo lo Skin Pro 10 Set che combina addirittura tre modalità di trasporto: internamente allo zaino, esternamente in modo trasversale oppure sfruttando il cordino elastico incrociato presente sul fondo. Ingegnoso e molto efficace.

Per gli amanti degli zaini più strutturati, di concezione un po’ più classica, Raidlight propone dei modelli molto validi sui quali fissare i bastoncini è semplicissimo. Su tutta la linea Ultra Legend troviamo sia il fissaggio classico posteriore, sia un sistema frontale di nuova concezione ad aggancio rapido:

zaino-ultra-legend-20l
Non solo zaini.
È passato un po’ di tempo da quando si vide Luis Alberto Hernando vincere gare in tutto il mondo con i suoi fedeli bastoncini fissati in vita tramite una cintura elastica. Da allora, l’offerta di fasce ventrali elasticizzate che permettono di trasportare i bastoncini (prevalentemente i modelli a sonda) è aumentata esponenzialmente. Si tratta di cinture realizzate in materiale elastico, che arrivano fino ai 5 litri di capienza, con cui sostituire lo zaino per trasportare il materiale indispensabile per le vostre uscite. I modelli presenti sul mercato sono parecchi e tutti molto interessanti. Si passa da Archmax a Compressport, da Salomon a Naked passando per Nathan e Ultimate Direction. Il trasporto dei bastoncini in vita offre notevoli vantaggi, lasciando libero il tronco e le spalle. Se vi piace la corsa shirtless e minimale, e non avete bisogno di trasportare troppo materiale, tenetele presente.

Fasce
A sx la fascia Compressport in versione UTMB, a dx l’originale Archmax

Sì, ma il gesto?
I puristi della corsa s’indignano, di fronte a D’Haene che stravince l’UTMB correndo con i bastoncini e mettendosi dietro persino Re Kilian. “Non si corre con i bastoncini!”, “Ma non è neanche capace ad usarli!”. Il puro gesto della corsa viene indubbiamente compromesso dall’utilizzo di quei due pali rigidi che non si sa mai bene come abbinare al passo spedito di un runner efficiente, tuttavia la prova sul campo non lascia adito a dubbi: i bastoncini aiutano tutti, persino i top! E se oltreoceano i detrattori della corsa con zainetto e bastoncini rimangono la maggioranza, in gare particolarmente “montagnard” e con molto dislivello come Hard Rock 100 si cominciano ad intravedere persino in mano ai nomi che contano. Insomma, tocca farsene una ragione: se persino il Coach ha fatto  l’UTMB con un paio di vetusti Camp Xenon 4 in mano, va davvero a finire che i bastoncini servono ad andare più veloce!

IMG_6035

COACH SAYS

Bastoncini? Discorso complicato.

Che possano rappresentare un aiuto valido nelle ultra “montane”, è fuori discussione, ma è davvero tutto così semplice? No, e andiamo a vedere perché.

Qual’è materialmente il vantaggio di utilizzare i bastoncini?

Innanzitutto, scarichiamo dalle articolazioni delle gambe un po’di peso, ma il discorso vale anche per i muscoli del CORE, in quanto la stabilità data dai quattro punti di appoggio ci permette di dover chiudere meno per restare bilanciati
Salviamo la schiena restando più dritti, e nel fare questo aiutiamo anche la respirazione aprendo bene la zona del diaframma e soprattutto ventrale.
E, cosa da non sottovalutare, ci aiutano spesso a trovare continuità e ritmo sulle salite più continue evitando continui fuori giri.

Vediamo invece i punti negativi.

Oltre ad un certo ingombro (anche se, come visto, al giorno d’oggi è un problema superato dalle nuove soluzioni di trasporto), c’è la tendenza ad “addormentare” un po’i runner, che spesso cedono alla camminata anche quando potrebbero comunque sfruttare una corsa poco dispendiosa. E qui arriviamo al nocciolo della questione.
Vero, i bastoncini aiutano, ma non dimentichiamo che l’utilizzo degli arti superiori alza anche i battiti e di conseguenza il dispendio energetico che potrebbe in situazioni portarci fuori soglia.

Quindi quando vale la pena usare i bastoncini e quando no?

Innanzitutto, bisogna avere un minimo di padronanza della tecnica, altrimenti davvero si “spende” molto per guadagnare poco e spesso intralciarsi da soli. Ergo, no “domani li prendo senza averli mai usati perché ce l’hanno tutti”. Poi valutiamo il percorso: dislivello importante, salite lunghe e continue, chilometraggio pesante, via coi bastoncini. Gare corribili, salite nervose o tanti saliscendi, valutare bene, anche con chilometraggi ultra. A proposito: si usano in discesa? Io sostengo di no, perché ok che aiutano le articolazioni, ma si rischia spesso la caduta e le continue frenate significano per i nostri quadricipiti un aumento delle contrazioni eccentrico/concentriche ed un sacco di scorie. Quindi, a meno di non essere su terreno davvero tecnico e con le ginocchia scoppiate, io eviterei.

43697640341_eb5106b0d6_o
Il Tenente Mirel si gode le Piccole Dolomiti

Ok, vi ho convinto che servono. Ma che altezza? Due scuole di pensiero, a seconda dell’utilizzo. Chi fa VK o Sky preferisce un bastone alto, in pieno stile sci nordico, perché spesso lo utilizza in progressione a due appoggi, tirandosi su con le braccia. Per chi fa ultra, non è consigliato sempre per il discorso del dispendio energetico: in uno sforzo intenso, si cerca la velocità dall’utilizzo del bastone, in una ultra si cerca di economizzare. Gli americani dicono il classico 90° al gomito con il bastone dritto, ma in fondo che ne sanno loro delle Alpi? Quindi io consiglio, nel dubbio, di aggiungere un cinque centimetri, si va meno a cercare l’appoggio e si usa un po’di più in spinta.

Ed ora finiamo con il come. Fondamentalmente ci sono tre tecniche di progressione coi bastoncini.

PASSO ALTERNATO

E’quello comunemente utilizzato, ottimo per la progressione su salite poco tecniche e non troppo ripide, in cui l’appoggio del bastoncino e della gamba sono alternati: gamba destra avanti, braccio sinistro avanti, gamba sinistra avanza, avanza il braccio destro. E’ un gesto abbastanza semplice una volta capito il meccanismo, efficace nel dare ritmo, poco dispendioso, e ci permette di guadagnare distanza con la falcata se siamo al passo.

WhatsApp Image 2018-08-02 at 11.30.01
MC in progressione al Temple of Miles

PASSO SPINTA

E’ l’appoggio combinato e parallelo dei due bastoni in avanti (chi ha finezza di tecnica ne appoggia, come nello sci nordico, uno un pelo prima e più avanti dell’altro), che ci permette di fare forza e “tirarci” su. Si usa sulle salite molto ripide o a risalti, o dove comunque non si riesce a sviluppare un passo alternato efficace. Se in questo modo possiamo aiutarci di più con la parte alta del corpo, ricordiamoci che se usiamo troppo le braccia andiamo spesso a lavorare con la zona lombare in maniera innaturale, inficiando i possibili benefici.

.facebook_1533199135859
Il Coach si trascina verso il Buco del Viso

CORSA CON I BASTONCINI

Si vede talvolta correre con i bastoncini nei tratti di falsopiano. Qui serve un po’più di agilità e coordinazione per eseguire un passo che ricorda da vicino il vetusto passo svedese o finlandese. Scomparso dalle piste se non nei ricordi di qualche purista o negli incubi degli Aspiranti Maestri, ha trovato applicazione nella corsa. Si usa più che altro in brevi tratti di falsopiano o nei rilanci tra un tratto di salita e l’altro per alleggerire un po’i carichi e far lavorare i muscoli delle gambe diversamente. E’molto efficace, ma decisamente dispendioso.

Foto Sylvain passo svedese
Sylvain Court in perfetto stile di corsa

SDW 100 – cinque personaggi in cerca di autore

Quando King Luigi chiama, la DU Army risponde: non potevamo lasciarlo solo nella sua prima 100 miglia. Com’è andata? Abbiamo provato a raccontarvelo in cinque, vediamo cosa ne esce.

MARIA CARLA: Si, stavolta arriviamo a Londra in aereo (mai darlo per scontato, all’ultima SDW 100 ci arrivammo in auto, giudando da Genova, causa cancellazione del volo poco prima della partenza). Raggiungiamo Luigi nella sua tipica casa inglese con rampicante sul portoncino in legno.

Ci offre un tea in giardino ed inizia a tirare fuori cartine (del percorso nota del Coach), road book, gel, barrette, materiale obbligatorio e si inizia a pianificare per il giorno dopo. Che arriva in un attimo, vista la partenza da casa alle 3:00 am. Passiamo a prenderlo nel pieno della notte, ed è già sugli attenti davanti a casa. Raggiungiamo il campo di Winchester, salutiamo Claire e Drew, due parole con James, ed in un attimo sono tutti dietro alla riga di partenza con James che dà il via!

 

Faccio sempre assistenza a Davide quindi mi sembra strano che stavolta lui salga in auto con me. Ci dirigiamo al miglio 22, ed eccoci al Queen Elizabeth Country Park. L’organizzazione di Centurion è come sempre impeccabile! Volontari davvero super efficienti e ogni ben di dio ai ristori. Arrivano i primi, applausi per tutti, giusto il tempo di rilassarci un attimo sul prato ed eccolo! Arriva il nostro uomo, super rilassato prende due cose e riparte sorridente. Lo rivediamo poco dopo al miglio 27, poi miglio 35, ci dice che ha molto caldo ma lo vediamo bene: lui riparte per una bella salita e noi ci dirigiamo in stazione a prendere Ale che gli farà da pacer nelle prima parte. Raggiungiamo Amberley, io e Davide siamo svegli ormai da molte ore ed iniziamo a delirare: non riusciamo più a fare calcoli su orari passaggi di Luigi quindi non resta che aspettare, ci sediamo tutti e 3 sul ciglio della strada e iniziamo a dare soprannomi ai runners che abbiamo già visto passare più e più volte nelle aid station precedenti. Cerchiamo di ricordare quanto tempo prima di Luigi sono passati, e finalmente eccolo! In lontananza sbuca la t-shirt verde, è lui! Arriva da noi e si siede, è stanco e molto accaldato, e non riesce più a mangiare: Ale gli toglie lo zaino, Davide gli bagna la testa e gli porgo una mandorla salata. Riparte in salita camminando, ancora masticando la mandorla salata che credo finirà di deglutire al 50mo miglio, ma gli promettiamo che ci vedremo poco dopo e Ale potrà partire con lui. Ci dirigiamo rapidamente a Chantry Post, dove abbandoniamo letteralmente Ale al freddo e al vento in punta a una collina al miglio 51, ad attendere Luigi per proseguire con lui. Noi proseguiamo diretti verso Washington Village, miglio 54, qui potrà cambiarsi e riposarsi un po’. Chiedo la drop bag ai volontari, mi metto in un angolo e tiro fuori il necessario dalla borsa di Star Wars che ci ha meticolosamente preparato Luigi (dimenticavo: Darth Vader era il quarto della crew, ci ha fatto compagnia in ogni aid station).

Usciamo ed eccoli sbucare, Ale era preoccupato ma in poche miglia l’ha già tirato su alla grande: si siede, si cambia, mangia un po’ di pasta (gli avanzi li sbrana il coach, che si lamenta che un po’ di parmigiano ci sarebbe stato bene). Ripartono tutti e due super carichi.

Ho perso la cognizione del tempo, non so più da quante ora corra Luigi, ma ricordo che arriviamo al miglio 70, Clayton Windmills, al tramonto: cielo sui toni del rosso, colline, muretti in pietra e pecore, tante pecore! Cambio pacer per Luigi che riparte con Davide e compagno di viaggio nuovo per me che riparto con Ale. Cerchiamo un market aperto, ma inizia ad essere tardi e stanno tutti chiudendo, Ale guarda la mappa e vista la vicinanza dice “potremmo quasi cenare a Brighton”. Cambia subito idea dopo la mia partenza in contro mano… e si accontenta di un Tesco aperto fino a mezzanotte!

Miglio 84, inizia a fare freddo, speriamo di trovare un Pub aperto per un caffè ma niente, aspettiamo un po’ con Tim, che si sorseggia la sua lattina di birra, ed eccoli! Ci fiondiamo su Luigi per capire se ha bisogno di qualcosa ma lui vuole solo un WC. Domandiamo ai volontari ma è chiuso… Ci rimane così male che abbiamo appena il tempo di riempirgli le borracce e riparte. Dai, ci siamo quasi, miglio 89, li aspettiamo col nostro bicchierone di caffè che finalmente abbiamo trovato in un’area di servizio, sbucano dal sentiero e Luigi sta benissimo, è in up totale, corre come un pazzo.

Raggiungiamo Anna al campo di Eastbourne, e facciamo il tifo ai finisher, Ale si congratula con un runner, che invece di ringraziare lo guarda male: capiremo dopo che era appena sceso dal bus “del disonore”.

Le prime luci dell’alba illuminano la pista ed eccoli comparire, ultimo giro di campo ed è fatta! Abbraccia forte Anna, foto di famiglia sotto l’arco e via. Missione compiuta, sub 24.
Per l’organizzazione, che come ho detto sopra è davvero impeccabile: “il trail running è una cosa seria” (cit. Quello che dorme a fianco a me). Non voglio più vedere pirati ai ristori e Hawaaiani all’ arrivo: mi hanno rovinato tutte le foto!

Blogspot 3
Pirates suck, senza offesa.

LUIGI: Per celebrare i miei dieci anni da runner avevo deciso di provare a fare un personal best su tutte le distanze classiche, da 5km a 50 miglia, ma per rendere l’anno ancora più interessante mi ero anche iscritto alla mia prima 100 miglia, la South Downs Way, organizzata dai mitici Centurion di cui ho corso tutte le 50 (svariate volte).

La 100 mi ha sempre affascinato e spaventato in egual misura. Ho fatto da pacer in tre occasioni ed ho visto con i miei occhi quale impegno mentale e fisico fosse necessario e non vedevo l’ora di cimentarmi sulla distanza anche io.

Il training serio è cominciato durante le vacanze di Natale 2017, dopo mesi a recuperare due ginocchia mal messe.

35628957_10157570866648761_6445480261743280128_n

Per sei mesi non ho pensato ad altro che al giorno della gara. Sono stato il più consistente possibile, ho quasi sempre corso 6 giorni alla settimana, ma al contrario degli anni passati, appena sentivo un qualsiasi problemino presentarsi ho sempre preferito saltare uno o due giorni.

Il lavoro e’ stato duro, dai primi blocchi incentrati sulla velocità agli ultimi con più lunghi. Coach Davide mi ha aiutato a dare più varietà alle mie uscite, normalmente tendevo a ripetere la stessa routine per 6 settimane. Invece questa volta avevo sempre un bel mix di cose da fare, alcuni allenamenti esotici che non avevo mai fatto e che a volte richiedevano parecchia concentrazione e uso della matematica, cosa difficile quando corri al mattino prestissimo ancora addormentato.

Avrei voluto fare piu’ lunghi, sopratutto back to back nei week end ma ho comunque fatto delle belle avventure sui sentieri con il mio training partner preferito Alessandro, inclusa un’uscita notturna proprio sulla South Downs Way, esperienza bellissima.

Sono quindi arrivato al giorno della gara mentalmente preparato ed avendo già fatto nel corso dei mesi gare più corte, che mi hanno dato sicurezza.

La cosa che poi mi dava più tranquillità era sapere che avevo una crew fenomenale: coach Davide, MC e il sopracitato Alessandro.

Il giorno prima della gara abbiamo pianificato bene dove incontrarci e cosa avrei messo nella drop bag e tutto il resto della logistica. La notte ho dormito due ore. Un po’ per la sveglia presto e un po’ perché addormentarsi era impossibile.

35541268_10157570866433761_8042149309107404800_n
Dawn on the Downs

Alla partenza cercavo di non far vedere quanto fossi teso. L’emozione era a mille, avevo pensato a questa giornata così tanto nei mesi precedenti. Mi sono fatto tanti di qui film mentali e immaginato infiniti scenari, da successi inaspettati a disastri epocali. Ma come siamo partiti ho dimenticato tutto: sono entrato in modalità gara, ovvero muoversi il più veloce possibile conservandomi al meglio. La mia strategia era correre con lo stesso effort della 100k fatta l’anno scorso e poi sperare che per gli ultimi 60k i miei pacers facessero il loro lavoro psicologico tirandomi.

Giornata bellissima, le South Downs spettacolari, viste mozzafiato, caldo terribile.

Avere la crew che ti incontra ogni due ore è uno stimolo che aiuta a tirare avanti e i primi 50km sono andati benissimo. Poi per il caldo, penso, il mio stomaco si è ribellato e non riuscivo più a mangiare nulla e sudavo, sudavo tanto.

Non ho mai pensato di rinunciare o ritirarmi ma in quel momento mi son detto che non ne avrei mai piu’ fatta un’altra di 100 miglia. Una volta basta, mi sono detto. Mi sento sempre cosi’ mal messo quando sono alla fine di una 50 miglia, ma quel giorno non ero neanche ad un terzo di gara!

35522468_10157570866088761_2920653541682970624_n

Non vedevo l’ora di raggiungere gli 80km e partire con il primo pacer, Alessandro.

A Washington, 54 miglia, mi sono fermato più a lungo, cambiato maglietta e calze e mangiato un piatto di pasta terribile, ma almeno qualcosa ho mandato giù. Di lì in poi solo liquidi e qualche biscotto.

Tim Washington
Washington pit-stop

Mi spiace per Alessandro ma i primi chilometri che abbiamo fatto insieme sono stati i più duri. Non riuscivo a mangiare e non avevo più forze, mi girava la testa o mi veniva da vomitare. Mi sono seduto un paio di volte per riprendermi.

Arrivati in cima a Devil’s Dyke con vista Brighton e il sole calante ho avuto un momento di euforia. Pensavo fossimo molto più lontani e ritrovarmi li mi ha dato la carica. In discesa siamo andati come missili fino alla aid station di Saddlescombe (66.6 miglia) dove Alessandro mi ha fatto mangiare di tutto, dal rice pudding dolcissimo a patate bollite immerse nel sale grosso (più sale che patate). Tutto sto cibo mi ha dato una botta allo stomaco che mi ha piegato in due, ma una volta assestato stavo davvero meglio ed abbiamo corso felici e contenti come fossimo appena partiti, più o meno.

Arrivati a 70 miglia Alessandro e Davide si sono dati il cambio e il coach da qui in poi mi ha trainato fino alla fine. Se rallentavo lui se ne andava per cui ero costretto a stargli dietro (o per lo meno quella era la mia impressione). E’ calata la sera e tra una chiacchierata e l’altra siamo arrivati a Housedean Farms (76.6 miglia) dove abbiamo acceso le headlamps e iniziato salite infinite.

Il resto della crew ci ha incontrato al miglio 84 dove speravo l’aid station avesse un bagno, ma siccome era chiuso ce ne siamo andati subito, un biscottino e via.

Ero intento almeno a stare sotto le 23 ore visto che il piano da 22 ore stava sfumando, ma quel tratto fino alla aid station successiva e’quello che odio di più, sia di giorno che di notte: non finisce mai e con 85 miglia nelle gambe e al buio, ti sembra davvero di non fare progressi.

Le gambe andavano bene, riuscivo a correre ancora lento ma andavo e questo mi ha reso felice. I mesi e mesi di allenamenti, le sveglie presto, i sacrifici, di colpo avevano un senso: riuscire a correre ancora dopo cosi’ tante ore e’ una sensazione bellissima. Peccato per lo stomaco ed un singhiozzo assassino che non se ne voleva andare.

Non era ancora ora di piangere di felicita’, mancavano poco meno di 10 miglia alla fine e quelle sono state eterne. Abbiamo anche saltato l’ultima aid station, ma il tempo sembrava infinito. Le salite le camminavo ma non mi sembrava di fare progressi, era come cercare di salire una scalinata rimettendo i piedi sempre sullo stesso scalino. La testa stava perdendo i colpi.

Arrivati in cima all’ultima collina da cui si vede sul fondo Eastbourne e l’arrivo sapevo che era fatta. Stava arrivando l’alba ed ho trovato energie non so dove: abbiamo corso giù per l’ultima discesa ad una velocità che mi sembrava assurda (ma non lo era). Ultimi km su strada ed ecco il campo sportivo, la crew ed Anna ad aspettarmi. Ho fatto il giro del track trattenendo le lacrime, mai stato cosi’ felice e stanco. Che emozioni, ci ho messo poi giorni a ri-catalogare tutte le sensazioni provate in quella giornata. Lunga, lunghissima, ma tutto mi e’ sembrato raggiungibile a quel punto, tagliando il traguardo.

22 ore e 25 minuti, l’obbiettivo principale di stare sotto le 24 ore ampiamente realizzato. Come sempre finita una gara ripenso a tutti gli errori e le piccole o grandi cose che potrei cambiare e finire piu’ in fretta, sono fatto cosi’.

Al di la’ dei tempi, del caldo, sudore, conati, storte, unghie nere e mucche sul sentiero, la cosa che ricorderò di più e che mi farà sempre commuovere, sara’ il supporto che ho avuto dagli amici, venuti dall’Italia apposta per stare svegli ore e ore e aspettarmi in posti insensati in mezzo alla campagna inglese. Con Davide, in quasi 30 anni che ci conosciamo, di cose ne abbiamo fatte parecchie insieme, ma questa giornata e’stata speciale, condividerla con lui le ha dato un significato in più.

35701602_10157570866393761_7435103222810804224_n
The motley crew

In macchina verso il ritorno, mentre Anna guidava, io e Alessandro in coma abbiamo iniziato e progettare quale 100 miglia fare il prossimo anno, perché ovviamente avevo già cambiato idea.

100 miglia sono una bella distanza, va provata almeno una volta. O due, o tre…

ALESSANDRO: Da quando ho iniziato a correre ho sempre avuto il desiderio di vivere l’esperienza della gara come pacer e fare assistenza, per provare dall’esterno come altri affrontano gli alti ed i bassi che si incontrano in gara, dove momenti di entusiasmo e carica si alternano a fasi di stanchezza e difficoltà nel continuare a muovere un piede dopo l’altro. Finalmente l’occasione è arrivata: non appena Luigi, un altro matto con cui ho passato ore e macinato km per mesi e mesi (e quanti ancora ne faremo) tutte le domeniche lungo la NDW e dintorni durante la sua prima 100miglia, mi ha accennato della possibilità di affiancare Davide e MC come assistenza durante la SDW100, ho colto subito la palla al balzo. Quale occasione migliore?

All’inizio mi sentivo un po’ spaesato, non sapevo bene cosa fare: yes ok correre, ma a che velocità? Cercare di spingerlo o solo stare al suo passo? Parlare per distrarlo dai dolori vari che stava provando o stare zitto per non fargli sprecare energie? Una volta partiti, con ancora 50 miglia da fare, tutti questi dubbi e domande sono evaporate in un secondo, tutto è andato come fosse un’altra normale domenica di allenamento passata in giro per Box Hill, abbiamo chiacchierato e intavolato le prossime gare a cui iscriverci (una su tutte la Western hahahahaha), abbiamo spinto quando possibile e rallentato quando ne aveva bisogno, mai camminato perché sapevamo che “il coach ci stava guardando”; taking our time ad ogni ristoro dove ho cercato di fargli mangiare kg di patate strasalate e rice pudding mentre gli riempivo le borracce.

35742255_10157571000478761_8003776323233251328_o
Camminare in salita? Ancora ok in determinate circostanze. Fermarsi per fare una foto? Hell, no!

È stato ancora più chiaro durante quelle 4/5 ore cosa si attraversa durante gare del genere, momenti in cui sei a pezzi e maledici il giorno in cui hai deciso di iniziare a correre o almeno provarci, a momenti in cui ti senti un dio e ti sembra di volare e già pensi a quando taglierai il traguardo, al prossimo challenge, o che appena torni a casa ti iscrivi subito alla prossima gara. E come dimenticare la vista del ristoro all’orizzonte? Che gioia!

Una volta mollato Luigi a Davide, con ancora circa 30 miglia da fare, ho continuato con MC come assistenza, ed anche questa è un’esperienza che consiglierei a tutti di provare. So quanto aiuta psicologicamente incontrare lungo il percorso facce conosciute che con una parola ed una pacca di incoraggiamento ti ricaricano le pile e ti fanno ripartire come nuovo. Consiglio solo di farlo con qualcuno che sappia guidare la macchina andando nel giusto senso di marcia (vero MC? Hahaha).

DAVIDE: Potrei chiuderla lì dicendo che è stata una delle giornate di corsa più belle della mia vita, ma non direbbe granché. Allora provo a spiegare.
In primis, c’è un amicizia che è passata attraverso anni, nazioni, continenti, vacanze, pomeriggi sprecati, mattinate peggio ancora (visto che saremmo dovuti essere a scuola), concerti, corse, mail, messaggi, telefonate e training plan mostruosi da nove mesi messi giù giorno per giorno (nessuno ha ancora scritto che Luigi è maniacale?).
Poi c’è il dove: la South Downs Way è il mio luogo del cuore, con i suoi paesaggi verdi e l’aria sorniona, i paesini con i pub che ti chiamano dentro come un novello Ulisse e le fattorie che sbucano nel mezzo della campagna, l’erba tagliata ed i sentieri di terra battuta morbida. Ricordi di una giornata fantastica nel 2013, condivisa magicamente con l’amico Massi e tutta la crew. Gli amici di Centurion.

IMG_20180611_194815
Sirene 1 – Ulisse 0

E poi la distanza: dite quello che volete, cento miglia restano una pietra miliare. E’una distanza arbitraria, dite voi? Si, vero, ma anche 42,195 è una distanza arbitraria. Idem 1,609 metri. Eppure si portano dietro la leggenda. E lo stesso le cento miglia: la gara dove vedi passare tutta una giornata come metafora della tua vita, come dice Ann Trason. Quella dove puoi (sportivamente) morire e risorgere. Svariate volte.

Con questi ingredienti, guardando indietro, sembra quasi obbligato che la giornata andasse come è andata. Ma per chi era lì (specie per Luigi, direi) non è stato così semplice.
Il merito va tutto a lui, che non ha sbagliato niente: è partito al ritmo giusto e lo ha semplicemente tenuto, rimanendo attento e reattivo a tutto quello che succedeva. Da manuale. E così invece di fare “good cop, bad cop” mi sono semplicemente goduto qualche ora sulla SDW come se andassimo a spasso: pure magic.
Il momento più bello? Quando abbiamo visto lo stadio di Eastbourne dal trigger point sopra la città: mi è venuto in mente lo stesso identico momento del 2013 ed Andrew al mio fianco nel mio ruolo. Ho capito cosa provava Luigi in quel momento ed il cinque che ci siamo scambiati lassù valeva più di diecimila parole, post, foto e tabelle.
E il fatto che avesse lo stesso maledetto singhiozzo di trent’anni fa, in qualche modo ha reso la cosa ancora più fantastica.

Come in uno degli LP che insieme abbiamo consumato: “We’ll go our way. We may have changed, but we’re still here and we came to play… It’s how we are”.

ANNA: Premessa: non corro e non sono un’appassionata di corsa. Pur essendo una persona sportiva – nuoto, ballo e vado in palestra almeno 4 volte alla settimana – non ho mai capito fino in fondo cosa spinga una persona a correre per ore e ore. Per di più su percorsi che prevedono salite e discese…

Quindi quando Luigi ha cominciato a correre in modo serio, fino ad annunciarmi che avrebbe fatto la 100m race, non ho dimostrato un grande entusiasmo. Mi preoccupava (e preoccupa tuttora) la possibilità di farsi male e di avere dei problemi post-gara.

Luigi si è allenato seriamente x questa gara (e tutte le precedenti), dimostrando una dedizione ammirevole.

La cosa più bella? Vederlo tagliare il traguardo alle 4 del mattino e ricevere il suo primo abbraccio.

AnnaFinish

Speravo non mi dicesse “la prossima 100 mile race che farò sarà…”, ma quella è un’altra storia!

Sulle orme del brigante Passatore. Storia di due corridori, tante facce amiche ed un ciclista impedito: la perfetta famiglia disfunzionale.

Il Passatore è ingombrante.

100km-del-Passatore-6649

Fisicamente, perché per muovere la sua statua ci vuole un pick-up. E poi, con 3000 partenti, occupa il centro di Firenze e poi le strade fino a Faenza per venti ore e passa. Ma ancora di più, forse, dal punto di vista metaforico.

Perché è comunque un mito con cui prima o poi vieni a contatto, se mastichi qualcosa di corsa e distanze. Una 100 km strana, ma forse più un viaggio affascinante che si insinua nella mente di tanti. Ed è anche il motivo per cui intriga il maratoneta affermato come l’ultratrailer incallito: ha dalla sua la storia, l’atmosfera e un organizzazione esemplare.

Non immune a questo fascino, ero curioso di capire qualcosa di più di questa gara, e l’opportunità di seguire fisicamente Rob e vedere Sara affrontare i 100 km tra Firenze e Faenza, mi hanno dato l’occasione di farlo nel modo forse migliore per vedere da vicino cosa significa Passatore senza appuntarsi un pettorale.

Passatore Darta
Con un curioso signore che millantava di essere stato un atleta, tanti anni fa… Maestro Darta.

E me ne torno a casa con un’esperienza unica, di cui ho in testa 100 immagini (virtuali, perché fisicamente ero troppo impegnato a cercare di stare dietro a Rob con le mie limitate capacità ciclistiche…) che racchiudono un po’di quella magia che strega i 3.000 di Piazza del Duomo. Nel mio album virtuale, ci sarebbero da taggare tante persone, forse troppe per elencarle tutte, anche perché i nomi di quelli che alle 10 di sera erano seduti a tavola in giardino per incitare i corridori del Passatore non li so. Ma sappiate che avete reso la mia giornata unica: ancora una volta, più dei km, più dei tempi, più delle classifiche, torno a casa da una gara con volti e persone in mente.

Passatore
C’era un brianzolo di corsa, un fiorentino in bici ed un genovese che mangiava…

 

Anche perché la fatica vera l’hanno fatta i runners, e quindi è meglio che del Passatore parlino loro.

Rob Isolda

Rob
Nonfacaldononfacaldononfacaldononfacaldononfacaldo…

La prima gara non mia.

Questa cavalcata on the road è un gesto atletico condiviso fatto di grandi risate, lunghi silenzi e zampettii regolari lungo le dolci colline tosco-emiliane.

Non c’è da sputar sangue come i sentieri che piacciono a noi, anzi, l’approccio easy finto scanzonato è la risultante di mesi di floating e interval training che il coach mi ha diluito in maniera sapiente.

E tutto scorre con naturalezza.

Le crisi ci sono, chiaro, le si affronta con un ghigno quasi sadico, niente ci può fermare perché siamo una famiglia e tutti i sogni e le aspirazioni sono un passo dopo la linea d’arrivo.

Ho dato tutto, le ultime forze le uso per stringere il coach nell’abbraccio che riassume la gratitudine di avermi accompagnato in questa gara popolar populista dal fascino antico.

L’asfalto scotta ma la DU family brucia di più.

Have Fun
Ultrarunning is about having fun. Specie quando corrono gli altri.

Sara Anselmo

Dal “mio” Passatore 2018 non sapevo proprio cosa aspettarmi. Un cambio di lavoro improvviso, un pendolarismo quotidiano, una stanchezza infinita mi avevano fatto vacillare: non pensavo neanche di presentarmi. Poi complice la mia testa dura, il sostegno degli amici, la serenità del coach a Faenza sono arrivata con stupore e una grande soddisfazione. E me lo sono goduto tutto questo viaggio, come un regalo prezioso e inaspettato! Non pensavo sarei arrivata alla fine!

Sara
Prima…

Il fatto di essere una lumachina mi dà la possibilità in gara di concentrarmi anche su aspetti diversi dal cronometro e dalla prestazione. Se penso ai 100 km conclusi ho ricordi sicuramente di fatica e soprattutto di un caldo allucinante, ma anche di sorrisi, di chiacchiere, di vecchiette sulle sedie a fare il tifo, di bambini che spuntano in ogni paese come folletti, di lucciole, di rane.

 

Ho affrontato da sola i primi 30 km fino a Borgo San Lorenzo, forse la parte che mi è piaciuta di più del percorso paesaggisticamente parlando, ho condiviso circa 50 km, su e giù  dalla Colla, con una amica Enrica con cui avevo fatto tutti i lunghi torinesi, ho voluto concludere l’ultimo pezzo da sola per prendermi la rivincita sull’edizione precedente in cui per colpa dello stomaco dolorante avevo camminato. Gli ultimi 3 km li ho fatti in mistica concentrazione e in accelerazione con l’idea fissa della famiglia all’arrivo e di una birra ghiacciata (che poi mi ha tradita ma questa è un’altra storia).

Arrivo
… dopo!

L’abbraccio meraviglioso con Enrica arrivata poco dopo di me è stato il coronamento di questo bellissimo viaggio. Ora sono su una nuvoletta di endorfina ma pronta a scendere per la prossima corsa …

IMG_6035

 

COACH SAYS

Non è facile preparare una 100 km. E lo è ancora meno preparare il Passatore, che per altimetria e terreno è molto atipica. Forse è il punto d’incontro perfetto tra l’approccio scientifico della maratona e quello più multilaterale degli ultratrail, ed è stato emozionante mettersi alla prova con Rob e Sara per arrivarci pronti.

Rob ha deciso di fare il Passatore dopo l’ottimo quarto posto di Seregno un mese prima. A Seregno eravamo arrivati lavorando su un target ben delineato, quindi cercando di rendere un’andatura ben precisa sostenibile con allenamenti mirati a riuscire a smaltire lattato in una soglia abbastanza alta. Non avevamo rinunciato a lavori in soglia anche in prossimità della gara, convinti che avrebbe pagato un po’di brio in una gara così serrata. E così è stato, 7:15:02.

Per il Passatore invece abbiamo provato a cercare di condizionare il pacing con lavori di taglio più grande, alzando il chilometraggio ed abbassando un po’l’intensità, anche perché non è facile riassorbire una cento chilometri fatta ai suoi ritmi. Motivo per cui abbiamo fatto un tapering netto e abbastanza lungo.

E’andata bene perché Rob ha dimostrato una saggezza non comune nella gestione della gara. Ha stretto i denti nel caldo atroce iniziale, restando appena dietro al gruppo di testa, e poi dalla salita della Colla ha tenuto il ritmo trovando il suo flow, specie nelle lunghe discese. E’riuscito bene o male a mangiare con continuità, si è tenuto fresco e bagnato nel limite del possibile e non ha mai mollato con la testa, neanche quando dopo il 65mo chilometro abbiamo viaggiato sempre da soli. Non era facile tenere alta l’attenzione, ma lo ha fatto con una naturalezza incredibile. Al 95mo ci ha raggiunto il bravo Marco Lombardi con un passo feroce: io ho temuto, ma Rob si è attaccato dietro senza dire niente, e una volta alla periferia di Faenza ha messo giù quello che manco io credevo avesse più, staccandolo. Un bel segnale alla fine di una gara così. Habemus centista. Ottavo in 7:58:43. Se ci fossimo attaccati al treno Ferrari-Gurioli-Sustic… chissà, forse avremmo tirato fuori ancora qualcosa. Ma sono solo supposizioni del post, perché ha fatto una gran gara e basta.

Per Sara, l’essenziale era ridarle la voglia di correre col sorriso. Perché per motivi lavorativi, sapeva che non avrebbe avuto molto tempo da dedicare alla corsa, ma voleva essere di nuovo al via del Passatore. Non ci è voluto molto, onestamente. Perché messa “alle corde” con un programma sprint per ritrovare motivazione e passo, si è subito calata nella parte, e con l’aiuto della famiglia, ha trovato spazi e tempo per infilare anche cinque o sei lunghi, che assieme ad una session settimanale di speedwork, ed una bella uscita di recupero, l’hanno portata al via felice, contenta ed in forma (anche se un po’preoccupata per un ginocchio dolorante). E’andata che ha gestito benissimo caldo, ritmo, emozioni ed ha fatto la gara perfetta, con l’aiuto dell’amica Enrica per un bel tratto e chiudendo alla grande da sola, 12:39:52 e venti minuti limati allo scorso anno con condizioni davvero dure. Una bella pietra sul credo che per fare bene un’ultra serve solo macinare dei gran chilometri. Vederla sorridente e felice all’arrivo, con marito, figli e cane venuti a supportarla, è stato bello. Ma dentro di me sapevo che avrebbe tagliato quel traguardo, e bene. Ora deve solo imparare che prima di bere una birra dopo 13 ore di corsa bisogna prima mandare giù qualcosa…

Sara_arrivo

Una parola anche sulla mia prestazione: al debutto oltre i 20 km in bici, posso dire di essermi mosso bene, peccato che la mia fuga sulla Colla sia stata neutralizzata da Stefano e Fede. Essenziale è stato il supporto ed il crewing di Rob, sempre presente quando iniziavo a dare i primi segni di follia da sellino. Godetevi le foto che non mi rivedrete mai più in bici.

The couple

Zaino o borraccia a mano?

Il nostro gear geek Andrea Vagliengo analizza una delle questioni più calde per noi ultrarunner: meglio correre con un running vest o una hand bottle?
Comodità, tradizione, filosofia, attitudine personale… vediamo come scegliere la soluzione migliore in base a necessità e condizioni. 

tumblr_ncu9thF25B1r42zl9o1_1280

Per anni, la diatriba che ha acceso gli animi dei runner riguardo all’attrezzatura da utilizzare non tanto in allenamento, quanto soprattutto in gara si è concentrata sul trasporto dell’acqua: prima di ogni altra cosa, infatti, quando siamo in giro per sentieri dobbiamo pensare a rimanere idratati. Storicamente, i metodi più utilizzati per il trasporto dei liquidi sui sentieri sono stati principalmente due: il cosiddetto camelbag o le borracce.

Go far, go big: la Sacca idrica

Per noi europei la questione è storicamente abbastanza lineare: in montagna ci si va con lo zaino, punto. Se serve per correre lo zaino si rimpicciolisce e diventa leggero come una piuma, passando dai 30 litri di un day-backpack tradizionale ai 5, 10 o massimo 15 litri di quelli da trail, ma sempre di zaini stiamo parlando. Possiamo ringraziare il lavoro di ricerca e sviluppo portato avanti negli anni da molti brand internazionali, che ha fatto sì che oggi persino noi peones si possa correre con zaini “vest”, ovvero a forma di gilet, straordinariamente leggeri, funzionali e confortevoli.

Riserve Acqua.png
Da sx: Hydrapak Elite 1,5 L – Camelbak Crux 1,5 L

I vantaggi offerti da questa prima soluzione sono molteplici:

  • Grande capienza grazie alla possibilità di trasportare fino a due litri di liquidi
  • Facilità di accesso all’acqua: una volta posizionato, il tubo è sempre a portata di mano, il che aiuta ad assumere i liquidi con la giusta frequenza
  • Una buona autonomia quando non si è sicuri di trovare acqua lungo il percorso

Esistono però degli svantaggi:

  • Sono difficili da pulire e da far asciugare (anche se sono stati fatti notevoli passi avanti dalle aziende specializzate del settore per semplificare la vita ai runner, in questo senso)
  • Utilizzarli in gara è laborioso perché vanno tirati fuori dallo zaino, aperti, riempiti e reinfilati dentro, il tutto nella bolgia di un ristoro affollato e magari quando si ha anche una discreta fretta di ripartire
  • Rimanendo sempre a contatto con la schiena, è pressoché impossibile evitare che l’acqua si scaldi

 

Go fast, go hand held: le Hand Bottles

Handottles
Da sx: Camelbak Quick Grip Chill – Ultraspire Iso Versa – Nathan Speedmax Plus

Ora immaginate di correre sempre e solo su sentieri burrosi e filanti, in condizioni metereologiche miti, correndo alla peggio il rischio di prendersi un po’ di pioggia senza mai sentire la necessità di indossare un guscio impermeabile: ecco, magari in questo caso l’idea di portarvi uno zaino in spalla per tutto il tempo potrebbe non suonarvi entusiasmante. Negli States, paese con una tradizione di ultrarunning profonda e molto radicata, la semplicità ha sempre vinto sulla tecnologia: se mi devo portare da bere, allora tanto vale usare una semplice borraccia e portarla a mano. Semplice, no?

Vantaggi delle hand bottles:

  • Grande vantaggio di lasciare libera la schiena e i fianchi, zone del corpo fondamentali per la termoregolazione che, se coperti, possono rendere più difficoltosa la dissipazione del calore e quindi compromettere in un attimo tutto il nostro equilibrio termico, facendoci sudare più del necessario
  • Comodissime in gara, quando la necessità di monitorare facilmente la quantità di liquidi che stiamo consumando è particolarmente sentita
  • Riempire le borracce ad un’aid-station è semplice e veloce, le possiamo anche usare come bicchiere in caso di necessità

Svantaggi delle hand bottles:

  • Non avendo uno zaino con capacità di carico, trasportare del materiale (obbligatorio o meno) diventa più complicato. Affontare un UTMB così sarebbe quantomeno laborioso, seppure possibile: Kilian ottenne la sua prima vittoria all’UTMB trasportando tutto il materiale obbligatorio senza utilizzare alcuno zaino
  • Con le borracce a mano diventa pressoché impossibile utilizzare i bastoncini, così utili nelle nostre gare di montagna con tanto dislivello


The Soft Flask revolution

Negli ultimi anni, il mondo delle attrezzature da trail ha vissuto una vera e propria rivoluzione, che ha letteralmente stravolto il mondo delle borracce da running: l’introduzione sul mercato delle soft-flask, ovvero borracce morbide realizzate con un materiale analogo (nella maggior parte dei casi identico) a quello delle sacche idriche, che vanno a sostituire le classiche borracce rigide combinando comodità di utilizzo a pesi minimi e grande comfort durante la corsa.

Soft Flask
Da sx: Osprey Hydraulics – Salomon Soft Flask – Camelbak Quick Stow

I primi ad introdurle, manco a dirlo, furono i ragazzi di Salomon negli anni della grande innovazione guidata da Kilian e dal team S-Lab. Gli altri produttori seguirono a ruota, cavalcando l’onda e declinando l’idea in una quantità di maniere diverse, a tutto beneficio di noi appassionati. Invece di usare solo borracce in plastica rigida, che sovente diventano fastidiose a contatto con il costato e che tendono ad oscillare parecchio durante la corsa, l’idea di utilizzare delle flask morbide, strette e lunghe, posizionate direttamente sugli spallacci degli zaini vest si è immediatamente rivelata ingegnosa e molto remunerativa: nel giro di una sola stagione, il popolo del trail aveva eletto le soft-flask ad accessorio del momento, e a buon diritto.

Softflask Handbottle
Da sx: Ultimate Direction Amp – Salomon SLab Soft Set – Osprey Duro Handheld

Per non farci mancare nulla, possiamo anche utilizzare le soft-flask in modalità hand held, tenendole in mano come faremmo con una qualunque borraccia rigida. I sistemi di questo tipo ormai abbondano sul mercato e sono tutti interessanti, sebbene la mancanza di struttura tipica della soft-flask ne renda più difficoltoso l’utilizzo quando la borraccia comincia a svuotarsi. Da provare, è il classico “do or don’t”: o le amerete alla follia, oppure non le sopportete.

Quindi? Cosa ci conviene usare e quando?

Zaino:

Krar

Io lo uso molto spesso, praticamente ad ogni uscita più lunga di 20 km, perché mi piace avere le mani libere e, abitando in Piemonte, per otto mesi l’anno mi tocca portarmi dietro almeno una giacca impermeabile e qualche altro ammennicolo di abbigliamento (un buff in più, un paio di guanti, cose del genere). Non sono un grande amante del camelbag, l’ho usato durante i primi anni di corsa sui sentieri poi l’ho progressivamente abbandonato, preferendo quasi sempre le borracce soft.

Zaini Uomo.png
Da sx: Osprey Duro 1,5 – Ultimate Direction AK 3.0 – Salomon SLab Sense 8

Sempre più diffusi sono poi gli zaini da donna, strutturati appositamente per adeguarsi in maniera ottimale alle forme femminili. Più spazio e apertura sul petto, dunque, ma anche un giro spalla ben proporzionato e geometrie dedicate al fisico femmile, tendenzialmente più esile e meno corpulento di quello di uomo. Anche qui, grande varietà e massima possibilità di scelta: bellissimo il Vapor Howe, realizzato insieme alla vincitrice della Western States 100 Stephanie Howe (utilizzabile sia con camelbag sia con le soft-flask frontali); interessante e ricca di proposte interessanti anche la linea di Jenny Jurek, moglie di Scott, prodotta da Ultimate Direction, che offre un’ampia gamma di prodotti dedicati alle runners appassionate di sentieri.

Zaini Donna
Da sx: Nathan VaporHowe 12 – Ultimate Direction Vesta – Ultraspire Astral

Hand bottle:

Jim Handheld

Le borracce a mano le adoro in bella stagione: le uso tantissimo quando esco in modalità “shirtless”, solo in pantaloncini corti e visiera, ricercando nella mia ombra qualche sembianza di Anton Krupicka, Geoff Roes o Hal Koerner.
Ci metto sempre un po’ad abituarmi al fatto di avere un peso in mano, soprattutto se uso una sola borraccia, ma l’adattamento è sempre più veloce, anno dopo anno. Per certi versi usare le borracce a mano mi aiuta addirittura a migliorare la postura di corsa, smanacciando di meno e tenendo le mani più vicine al corpo.

jornet
Quando uno zaino ti salva la gara: Kilian Jornet verso la vittoria alla Hardrock 100 2017 con una spalla lussata infilata negli spallacci del suo Salomon Sense Ultra 8.

THE GEAR GEEK SAYS:

La mia configurazione preferita, rimane quella che combina zaino e soft-flask: molto semplicemente, combina il meglio dei due mondi. Ci si può portare dietro il materiale che ci serve senza lesinare, si hanno le mani libere e la possibilità di utilizzare i bastoncini in caso di necessità, e non si deve rinunciare alla comodità di avere le borracce (riempimento semplice e veloce, visione immediata di quanta acqua rimane al loro interno). Oltretutto, gli ultimi zaini vest permettono di bere dalla borraccia senza neanche estrarla dalla sede, piegando semplicemente la testa per avvicinarla al beccuccio. Priceless.