Something I learned today: la settimana UTMB vista dal Coach.

Attesa da mesi di tabelle e grafici, preceduta da due settimane di sano panico, vissuta con l’intensità di un concerto hardcore: la settimana UTMB regala a noi allenatori ansie, gioie, dolori e stress. Tanto che il lunedì siamo sempre completamente svuotati di fronte allo schermo a chiederci se reggeremo un altro anno di Chamonix.

Eppure, ogni anno, ad un certo punto della stagione la questione si ripresenta: e allora bisogna ricominciare a mettere su il planning annuale a qualcuno, bisogna trovare una gara alternativa a qualcun’altro e la testa va già a prenotare dove stare l’ultima settimana di Agosto. Anno, dopo anno, dopo anno. Perché alla fine l’opportunità di vedere i propri atleti in gara, di condividere qualche momento sul percorso o all’arrivo, di stare un po’insieme, è troppo bella per essere lasciata: non capita spesso nel mondo ultra che l’allenatore possa vivere l’esperienza gara con il proprio atleta, e quindi quando si può, va colta al volo.

Cosa ci portiamo a casa da questo UTMB 2021? Lo abbiamo chiesto ai nostri allenatori: a ciascuno la sua visione, come al solito. Per proteggere gli innocenti sono stati evitati alcuni nomi… ma voi sapete chi siete, l’ira del Coach non vi risparmierà.

Chamonix non è solo stress e ansia eh…

Tommaso Tommy Bassa

Da ogni evento mi piace conservare qualcosa che arricchisca la cassetta degli attrezzi per le prossime occasioni e dopo una gara complessa e ricca di problematiche come una 100 Miglia, trarre degli insegnamenti viene sempre molto facile, figuriamoci quando il setting è quello di UTMB.
Un anno extra di attesa per la start line post pandemia, grandi aspettative e l’hype che questa grande kermesse promette alimentano tanti pensieri deleteri che anche negli atleti più tranquilli conducono a grandi agitazioni e aspettative: sarò all’altezza? mi comporterò bene? mi seguiranno? abbasserò il tempo del mio vicino di casa?

  • L’iper-preparazione che consegue a questo stato di agitazione è il primo pericolo che eventi popolari come UTMB si trascinano dietro, trasformando ogni partente in una potenziale bomba.  Presentarsi su quella start line con l’umiltà di conoscere i propri limiti e la convinzione di saper tirar fuori il meglio dalle proprie possibilità nel rispetto di un percorso difficile, rimane il miglior consiglio che continuerò a dare agli atleti che vogliono presentarsi a Chamonix l’ultimo weekend di Agosto. 

Quest’anno, sulla carta, poteva ospitare un’edizione più benevola di altre viste le condizioni meteo favorevoli: cielo terso, temperature diurne gradevoli al limite del vero caldo, terreno arso da settimane con scarse perturbazioni, e invece già alla base vita di Courmayeur i ritiri e gli atleti in estrema difficoltà erano più che abbondanti:

  • Non sempre avere con sè il semplice materiale obbligatorio è sufficiente: diventa importante continuare a raccomandare di affidarsi a prodotti caldi e adatti alla situazione (specie quando consigliano il Kit Freddo), avere con sè una giacca robusta extra e vestire un intimo più pesante che magari si può sostituire a Courmayeur con uno più leggero per la giornata davanti.
    Una prima nottata fredda, ventosa e inaspettatamente difficile ha tagliato il fiato a molti e costretto ai ripari i runners colti impreparati: ipotermia, difficoltà a mangiare e bere a causa di blocchi intestinali, difficoltà ad orientarsi nella nebbia: forse la fama di UTMB come gara dal percorso scorrevole e ‘facile’ ha spinto tanti a sottovalutare certe sezioni nella parte più delicata di ogni trail: la notte, specie in luoghi distanti dalle grandi basi vita come lo stretch in quota tra il Col de la Seigne e il Lac Combal, km 55-65.

Non voglio fermarmi solo a scelte di materiali, la strategie di gara chiaramente fa il suo sporco lavoro, perchè non conta solo come mi vesto nel momento del bisogno ma anche come mi comporto in certe situazioni:

  • Una condotta di gara al limite o un ritmo appena fuori dalle proprie possibilità non modulato sulla base dei fattori ambientali avversi (o favorevoli, in alcuni casi) può facilmente condurre fuori rotta e trasformare grandi sensazioni in miseri risultati nell’arco di qualche ora. Bisogna affrontare la prima metà di gara con calma e non lasciarsi andare: UTMB non è temuta per il suo gradiente tecnico, ma per la difficoltà di pacing e gestione che impone a tutti i partenti: sfinirsi di ritmi poco plausibili nei primi 50 km, inseguire i gruppetti sbagliati, fa sì che a metà gara avremo un serbatoio già drenato e dovremo fare affidamento alla riserva, rendendo il tutto fisicamente più difficoltoso. E quando il fisico va in crisi, c’è da avere una mente lucida per rimettersi in carreggiata e salvare la giornata, altrimenti si arriva al momento in cui ci si obbliga a prendere delle decisioni. E non sempre le cose vanno per il verso giusto arrivati a quel punto…

Il che mi conduce all’ultimo punto, il problem solving che ci viene richiesto quando tutto inizia a smontarsi e arriva il momento di fare i conti con le difficoltà o gli errori commessi.

  • Rimane fondamentale prendere decisioni senza fretta: talvolta sedersi, ragionare sulla situazione, considerare pros e cons può fare la differenza tra il gestire una crisi e rovinarsi un’esperienza. Nessuno vi corre dietro, rimanere fermi alla aid station per una decina, anche ventina di minuti e darsi il tempo di ricomporsi per proseguire non porta nessuna vergogna: dimostra solo di avere la freddezza di calcolare come muoversi di fronte al momento di crisi. Fare una telefonata, avere qualcuno che dia una raddrizzata all’umore, sono una estrema ratio che ogni tanto può salvarci da un ritiro motivato da questioni futili: mangiarsi le mani a posteriori per aver preso una decisione sbagliata è un ricordo che rimane indelebile, di quei 10 minuti passati seduti al ristoro per decidere il da farsi non si ricorda nessuno. 

Francesco Paco Gentilucci

Per quanto mi riguarda, avendo pochissimi atleti impegnati in gara, mi focalizzo su un aspetto dell’allenamento che ho avuto con Filippo, che secondo me ha ripagato molto.
La scelta del piano sul lungo periodo, che va poi nella direzione di scegliere gli appuntamenti che più ci faranno trovare pronti all’evento “A” è molto importante. Filippo preparava UTMB e abbiamo scelto di fare un Translagorai Classic (che è un fkt collettivo e non una vera gara) invece che appunto una gara “ufficiale”.
Dopo l’inverno passato a lavorare sui ritmi veloci, culminato con una gara breve ma veramente dura, abbiamo iniziato a lavorare sull’endurance. Come ultimo punto prima della gara abbiamo appunto inserito Translagorai Classic, ma con coscienza, e questo credo che abbia di molto ripagato. Oltre ad aver potuto sperimentare la notte, tutto il materiale per UTMB e i problemi che ne conseguono per chi è abituato a correre di solito leggero (dal mal di schiena/addominali da zainetto, ai ritocchi sul materiale) il fatto di essere su un percorso “vero di montagna” e non in una gara con dei ristori organizzati credo che abbia dato a Filippo la capacità di problem-solving di cui parla Tommaso.

Se è vero che a livello di allenamento i km e il dislivello di una gara sono equiparabili, trovarsi in un sentiero che ti obbliga a spendere energie mentali dove non puoi distrarti, invece che correre semplicemente “verso il prossimo ristoro” è un’esperienza molto diversa.

Credo che questo aspetto abbia dato da una parte la tranquillità a Filippo di non sprecare mai energie mentali durante UTMB, ma di essere sicuro del lavoro fatto e delle dinamiche di gare in montagna, della distanza e dei problemi che sorgono (notte fredda/ crisi mentali) e di averlo messo nella condizione di correre in modo rilassato nel pieno delle sue possibilità.



Per la cronaca: ha fatto un garone.

Andrea Guglielmetti

La mia prima volta, il mio primo UTMB, è stato quello del 2017: mai prima di allora ero stato a Cham a vedere la corsa dal vivo. 24h one shot che mi hanno contagiato, e da lì non ne ho potuto più fare a meno! Con buona probabilità aver assistito a quella che ritengo sia stata “la gara” di sempre ha condizionato il mio modo di vivere la Settimana Santa del Trail e la trepidante attesa di Vangelis e dello show degli elite attorno al Bianco.

Nonostante la presenza continua negli anni di amici che si sono cimentati sulle varie distanze, ho sempre badato di più a godermi la competizione della gara regina, ma il 2021 mi ha regalato qualcosa di diverso. È stato il primo anno in cui ho partecipato da coach: è vero non avevo nessun atleta con il pettorale, ma il mio modo di vivere il weekend è stato completamente diverso. In maniera involontaria la mia attenzione si è focalizzata su tutta una serie di aspetti e di dettagli che prima avevo sempre trascurato e che mi hanno subito colpito, ma più di tutto sono stato in grado di vedere da spettatore esterno il rapporto che si crea tra atleta e coach, qualcosa che avevo già vissuto e che vivo tutt’ora ma dalla parte opposta della barricata. Dopo mesi di tabelle, workout, ragionamenti, confessioni e benedizioni, un viaggio durato settimane o mesi, in cui la gara è il concretizzarsi di tutto questo impegno, si crea un certo tipo di empatia, vengono abbattute barriere e si raggiunge una intimità strana e un livello di fiducia raro. Pochi istanti, sguardi e qualche parola di conforto: il coach, attore non protagonista, nel suo ruolo di guida spirituale, accoglie l’atleta in quei pochi momenti in cui ritorna alla realtà prima di rituffarsi al proprio interno in un mood in cui è solo con se stesso. Il piano gara è già stato ampiamente snocciolato nei mesi precedenti, e chi corre è preparato, ma si sa che questo sport riserva imprevisti e difficoltà che invece non sono prevedibili. Lucidità, tempestività e preparazione sono i requisiti richiesti al coach che deve sapere ascoltare e consigliare il proprio adepto, per ricaricarlo di quelle energie mentali e di quelle certezze che la fatica e la stanchezza fanno venire meno, che sono la linfa e che lo fanno ripartire più carico di prima. Quasi come se fossero gli unici due a capirsi in quel momento, gli unici due a poter parlare una lingua incomprensibile a tutti gli altri.

E quanta soddisfazione quando si taglia il traguardo, quanta soddisfazione nel vedere qualcuno realizzare il proprio sogno, quanta soddisfazione nel sentirsi dire grazie. Perché questo vale più di ogni cosa. Anche se però non sempre le cose vanno bene e non sempre si raggiunge l’obiettivo: senza che per forza si consideri tutto un fallimento, analizzare capire e spiegare, confrontarsi, serve a dar valore a quello che si è fatto e perché no, a riportare l’umore ad un livello accettabile, anche sospinti da nuovi e ritrovati stimoli verso la prossima volta.

Questo mi sono portato a casa, questo ho visto fare ai miei “colleghi”: e mi sono immaginato nei loro panni e per qualche momento li ho anche invidiati. Non tutto si impara sui libri, molto si impara sul campo, tanto deve essere vissuto!

Il conto alla rovescia è già partito: ci vediamo il prossimo anno Cham!

Maria Carla Ferrero

ADATTARSI penso sia il concetto che ha guidato qualsiasi gara che ho corso, o a cui ho fatto assistenza. Ancor più a Chamonix, dove gli atleti sulla TDS hanno dovuto fare i conti con un dramma vero: la morte di un ragazzo sul loro stesso percorso. Tutti gli altri “problemi” dal mal di stomaco, le vesciche, i quadricipiti andati, ai crampi si risolvono e lo sappiamo bene tutti, anche se in certi momenti li vediamo come questioni insormontabili ed irrisolvibili.

Detto questo, vi do la mia visione, avendo avuto l’opportunità di osservarvi, e sedermi con voi dopo la finish line.

Parto dal fatto che per quanto se ne dica, trovarsi sulla linea di partenza di una delle gare del circuito UTMB è un privilegio, una cosa che si aspetta a volte per anni. Quindi bisogna farsi trovare preparati. Col cuore pieno di emozione la voglia di spaccare tutto ma la consapevolezza che in tutte quelle ore di gara, le variabili sono infinite e qualche problema da affrontare si presenterà sempre.

Penso che la gara perfetta non esista. Invece esiste essere in grado di gestire ed affrontare ciò che ci si presenta davanti. Non ci sono allo stesso modo soluzioni perfette, ci sono soluzioni che in quel momento sono ideali e che possono portarci alla gara migliore.

Il punto sta proprio nell’imparare ad affrontare i problemi e farlo subito, in modo che non si accumulino fino al punto da sovrastarci e levarci lucidità di pensiero.

E l’altro punto essenziale, è imparare a farlo da soli, perché in quel momento in gara ci siamo noi: nessun altro può sapere meglio di noi stessi cosa stiamo provando, nella gioia e nel dolore. Non riuscirai mai a spiegare quanto stai male o perché ti scendevano le lacrime dall’emozione un attimo dopo, neanche al Coach più empatico, al tuo migliore amico o a tuo marito/moglie.

Ultimamente è sempre più difficile stare da soli con se stessi, viviamo nell’era in cui bisogna sempre condividere tutto. Ma perché? Forse speriamo che il problema ce lo risolva un altro? Difficilmente è così: la persona dall’altra può darci un incitamento, un incoraggiamento, un consiglio prezioso o un aiuto pratico, certo. Ma in una gara di lunghissima durata, dobbiamo sempre fare affidamento su di noi. A mio parere il processo di un’ultra è proprio quello di metterci a contatto con le nostre debolezze e portarci a scoprire invece i nostri punti di forza.

Dobbiamo rimanere concentrati su noi stessi, tenere la mente impegnata e gestire i pensieri, ad esempio prima di entrare nei ristori iniziamo a ragionare su cosa dobbiamo fare, cambiare la maglia, se è sudata, piuttosto che mettersi in “assetto” strato pesante e frontale in testa se stiamo per affrontare la notte, caricare le borracce ecc. Non ci servirà solo a tenere la testa in movimento ma anche a perdere meno tempo alla aid station, specie se non abbiamo assistenza.

In gara credo sia utile restare concentrati su qualcosa di reale, pratico, immediato: guardiamoci da fuori e “sezioniamoci” partendo dalla testa ed arrivando ai piedi, controlliamo che tutto sia a posto, la nostra postura, il nostro passo, le necessità basiche del mangiare e bere. Creare quella continuità, quel flusso che ci porterà ad avanzare sempre inesorabilmente, macinando i chilometri che ci separano dall’arrivo. Tutti lo abbiamo provato in qualche momento correndo: il trucco è cercare di amplificare questi momenti, e spesso per farlo serve isolarsi.

Sono gare che vanno attese, costruite, pianificate, ma che vanno vissute realmente passo dopo passo, adattandosi alle condizioni ed accettando che possano mutare. Abbiamo così tante ore davanti che spesso la soluzione al problema è dietro l’angolo, ma raramente abbiamo la pazienza di aspettare e adattarci.

Detto questo, se poi decidi di partire con un paio di scarpe che hai messo solo in giro per Chamonix il giorno prima e alla prima discesa ti rendi conto che sono corte e ti tocca fare metà gara con le dita tirate indietro… un po’te lo meriti Enrico, però alla fine ti è uscita lo stesso una gran gara.

Davide Grazielli

Ci sono tante cose che mi riporto a casa da Chamonix dal punto di vista tecnico. Ma purtroppo ce n’è anche una che mi porto dietro dal punto di vista umano. Aver vissuto la notte di martedì sul campo alla TDS, in pensiero per chi si trovava in una situazione del tutto inattesa, ha lasciato il segno. In quelle ore spesso io e Mari abbiamo pensato “E se fosse stato uno dei nostri?”. E poi “Se fosse stato uno di noi due e l’altro avesse ricevuto la chiamata dall’Organizzazione?”. Domande inutili, chiaro. Ma a volte un po’di riflessione ci fa capire meglio che niente è scontato.

Passando a cose più futili.

A mio modo di vedere, la prima cosa che conta per fare una bella gara a Chamonix è una: la voglia. O meglio ancora la fame. Quel desiderio di mettersi sui sentieri e chiudere un processo iniziato 2/4/6/9 mesi prima senza farsi influenzare da aspettative, pressione, paure e imprevisti. Bisogna arrivare al giorno X sapendo che non vuoi altro che passare un tot di ore sui sentieri e che quel momento è tuo, che te lo meriti e che va vissuto a pieno. Poi, potrà capitare di tutto, e tanti di questi eventi saranno completamente fuori dal tuo controllo. Ma per fare bene, bisogna essere felici di essere lì. Rispettare la gara e la distanza, il percorso e la difficoltà. Ma essere entusiasti di esserci. Sembra scontato, ma tanti di noi non sono atleti professionisti o elite e spesso si trovano a tenere in equilibrio vita privata, professionale e sociale con la passionaccia per la corsa: le 24 ore che passerete in giro, sono un momento vostro, quindi levate il resto di torno e dedicatevi a voi stessi. Se non siete nella situazione per farlo, è meglio non partire: due dei mie hanno dovuto rinunciare alla loro gara a 24 ore dalla partenza. E sono stati bravi a farlo perché avrebbero corso senza quella tranquillità che serve a godersi una gara così importante.

La seconda, è uno dei miei pilastri: la continuità. Chi ha chiuso bene la gara, è chi è riuscito nei mesi a creare una routine, a far diventare la corsa parte integrante della giornata, quando si ha l’uscita. Chi è riuscito ad automatizzare il gesto di prendere ed uscire a correre come se fosse parte integrante della propria vita. A qualcuno sono bastati due mesi dopo sei di infortunio: ma in quei due mesi ogni pezzo del puzzle è andato a posto senza sforzo. Certo, all’inizio con più ragionamento, ma una volta che la figura prendeva forma, i pezzi “chiamavano” invece di dover stare a cercarli.

La terza, è che sul tipo di percorso delle tre gare più lunghe, allenare salite continue lunghe ed un ritmo efficace ma economico è spesso la chiave giusta. Coi miei abbiamo sacrificato nell’ultimo mese i lavori in ripetuta lunghi, ed inserito quando possibile dei Climb Block da 30/40/50 minuti cercando di non far salire troppo il cuore. E ha pagato. Allo stesso modo, nell’ultimo mese con qualcuno abbiamo sperimentato un lavoro di condizionamento eccentrico a secco leggero ma efficace: matrici di affondi e pliometria leggera. Fare bene le salite significa efficacia, riuscire a limitare i danni muscolari in discesa è l’altro lato della medaglia, e siccome il rapporto costo/beneficio si è dimostrato alto, è qualcosa che in futuro inserirò sempre coi miei atleti che vanno a Chamonix.

Hurry up and wait. E se ti va bene, c’è il sole.

La quarta è più generica e riguarda la distanza che c’è tra una CCC ed un UTMB (o anche una TDS). Non sono 60 km e 4.000 metri di dislivello, è molto di più. Se la CCC ha una magnitudine per cui può essere affrontata a quasi tutti i livelli ancora come gara, l’UTMB, richiede un impegno diverso, ed una preparazione che vada ad affrontare in maniera specifica una gara con spazi dilatati. L’ho visto chiaramente a livello elite, dove la CCC è stata scoppiettante ed anche molto tattica, mentre l’UTMB è stato anche davanti l’ennesima gara a chi mollava per ultimo (e comunque mettetevi il cuore in pace che quasi mai molla D’Haene): aka parto, ci provo, se va bene vinco o salgo sul podio, sennò pazienza e ci rivediamo prossimo anno. Gara di attrito più che di intelligenza. E la cosa si può trasportare comunque tra i midpacker e anche con i lottatori di cancelli, aggiustando i target: poco cambia. Questo per dire che è giusto sognare in grande, è giusto aspirare a chiudere il giro… ma gestite le aspettative e mettetevi nello stato mentale di “esplorazione”. UTMB svela raramente i suoi segreti alla prima uscita, come tutte le donne (e uomini) intriganti. Il corteggiamento dovuto è lungo, ma come spesso vi dico, amate il processo, e non sarà mai un semplice allenamento.

Vi chiedete da dove viene il titolo? Eccolo qui, in tutto il suo splendore

R2R2R – Il sogno degli FKT

Se l’ultrarunning fosse solo il tran tran di allenamenti gare allenamenti gare off season allenamenti gare, sarebbe una noia mortale.

Per fortuna esistono molte altre realtà nella comunità dei corridori che non hanno a che vedere strettamente con le gare organizzate. Un giorno una persona mi ha detto che tutto l’anno si prepara solo per correre (sopravvivere) a URMA 50k Invitational perché alla fine c’entra poco con le gare, pur essendo una gara.

Un altro aspetto meraviglioso del nostro mondo sono i FKT, ovvero i record su un determinato percorso che chiunque può andare a ripetere (Fastest Known Time). Per certi versi sono una forma ancora più pura di competizione, perché non sono legati a un singolo evento, e bisogna trovare la motivazione dentro se stessi per tirarsi il collo anche se alla fine non c’è una medaglietta da finisher, le persone che ti applaudono e tutto il resto.

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Da noi in Italia il movimento degli FKT non è ancora così grande, ma negli States è veramente una parte importante della corsa. Basti pensare che quasi tutti gli atleti élite, una volta finita la stagione delle gare ufficiali a cui spesso “devono” partecipare per motivi di sponsorship, si concentrano su di essi.

Ora, andando a stringere tantissimo, diciamo che i due FKT più famosi si trovano attorno al lago Tahoe (il Tahoe Rim Trail) e ovviamente il famigerato RimToRimToRim nel Grand Canyon, in Arizona, di cui andrò a parlare.

Ma cosa ha di speciale questo sentiero?

Forse il fatto che il Grand Canyon è uno dei luoghi più belli del mondo e
l’atmosfera che questo luogo emana, soprattutto se si decide di immergercisi dentro, di respirarlo e di viverlo. Per tanti versi, non esistono altri luoghi come il Gran Canyon al mondo.

Come prima cosa devi scendere nell’inferno, abbassarti per 1500 metri di dislivello.

“Where else in the world do you start a run where you drop 5,000 feet in elevation? Mentally and physically, it is incredibly demanding.”

Rob Krar

E la discesa e risalita di Rob nel Canyon la trovate in uno dei video più belli di sempre (probabilmente il mio video preferito) sulla corsa, Depressions di Joel Wolpert.

Dicevamo, Grand Canyon. Si, la famosa gola in cui tutti i turisti medi vanno a fare una foto affacciati dal balconcino dove il Colorado River (il fiume che ha scavato la gola) compie un percorso con una curva perfetta. Ecco, 8 persone su 10 si fermano, fanno la foto e se ne vanno, in classico stile consumistico usa e getta. Qualcuno si avventura all’inizio del sentiero, scende le scale di pietra e torna indietro. Qualcuno, e praticamente tutti gli ultrarunner, invece, corrono le 21 miglia dell’intero sentiero, partendo dal South Rim e scendendo tramite i sentieri South Kaibab o Bright Angel Trail e su per il North Kaibab Trail, per un totale di circa 34 km con 1700 metri di dislivello.

Il RimToRimToRim è ovviamente il doppio perché arrivati al North Rim ci si gira e si torna indietro.

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Il Bright Angel Trail si chiamava in realtà Cameron Trail (da un ex senatore dell’Arizona) e per realizzarlo si spesero $100,000, 12 anni e il lavoro costante di un centinaio di operai. Il nome originale rimase appunto solo fino al 1982 poi si adottò quello che da sempre era in uso comune, Bright Angel. Una leggenda narra di una bellissima ragazza scesa nel canyon e che non fece più ritorno; anche se un altro aneddoto parla di un prete salvato alla morte per disidratazione da una ragazza indigena che gli porse dell’acqua a cui venne intitolato il sentiero; un’altra storia ancora dice che il nome serve a bilanciare un altro sentiero, chiamato Dirty Devil.

L’uomo bianco arrivò nei canyon per il lavoro di estrazione mineraria; passarono tantissimi anni prima che venisse ipotizzato un “uso turistico” e che il collegamento tra le due sponde fosse utilizzabile. In fondo al Canyon, vicino al fiume, fu costruito un rifugio, il Rust Camp, poi divenuto Roosvelt Camp nel 1908 dal presidente che fece visita al luogo per andare a cacciare dei leoni di montagna (con una pretestuosa licenza di “caccia per fini di ricerca” affinché potesse divertirsi e uccidere tutti gli animali che volesse nonostante il Grand Canyon fosse già un parco nazionale). Il primo vero ponte (e non solo dei cavi) creati per attraversare le sponde arrivò nel 1921. A seguito di ulteriori e ingenti spese il luogo si affermò come meta turistica, prima a livello locale e via via sempre più fino a diventare globale.

Il Grand Canyon ha un’atmosfera a tratti cupa, severa, fatta di deserto, temperature schizofreniche e aneddoti tetri. Dal 1870 circa 600 persone hanno perso la vita nel Grand Canyon. Cadute, ipotermia, disidratazione, annegamenti, cadute di massi, suicidi, tantissimi, e altre sparizioni varie. Nel 1956 due aerei di linea si schiantarono provocando la morte di 128 passeggeri.

Il Grand Canyon è un luogo austero e, seppure i turisti da tutto il mondo si accalchino sul parapetti di inizio sentiero, l’uomo non è ancora riuscito a snaturarne l’atmosfera selvaggia.

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Il primo a siglare un record “ufficiale” è stato il corridore dell’Arizona, Allyn Cureton, con 7 ore e 51 secondi, nel 1981. Poi, per 25 anni, nessuno gli ha strappato il record, e questo, ovviamente, non ha fatto altro che accrescerne il potere magico.

Negli ultimi anni il record del R2R2R è passato tra le mani della nobiltà trail a stelle e strisce. Rob Krar, stampando 6 ore 21 minuti e 47 secondi a novembre del 2013, lo aveva preso ad un certo Dakota Jones che lo aveva corso nel maggio del 2011 in 6 ore e 53 minuti. Poi però è arrivato tale Jim Walmsley nel 2016 e ha azzittito tutti con 5 ore e 55 minuti.

Donne? Cat Bradley, che tra le altre cose si era già vinta la WS ha dichiarato che il suo record su questo FKT (7ore e 52 minuti) è stato per lei il risultato più importante della sua carriera.
Il suo record venne poi abbassato l’anno seguente da Ida Nilsson (7 ore e 29 minuti) e dopo 5 giorni da Taylor Nowlin: 7 ore e 25 minuti.

Dite quello che volete, ma tra la tecnica di Jim e il luogo, c’è solo da godersi un minuto di spettacolo.

Il nostro Lapo Mori, atleta DU ci ha fatto un giro, ad agosto. Lasciamo spazio al suo racconto favoloso, che ci fa sognare di essere li oggi.

Decido di farlo in agosto quando come sappiamo è un FKT che di solito si corre tra ottobre e novembre: le temperature sono oltre i 40 gradi di giorno e sui 25 la notte.

Parto alle 11 di sera dal South Rim e inizio a scendere, sono solo, non c’è nemmeno un rumore e il cielo è stellato. Gli unici esseri viventi che vedo sono cerbiatti e qualche coniglio. Scendo fino ad arrivare al campeggio dove si può riprendere un po’ di acqua; mezzo campeggio si sveglia perché appunto, quasi nessuno fa la traversata in quel periodo.

Verso le 2 del mattino smetto di combattere contro il sonno allucinante che mi è preso e mi fermo a dormire su una pietra a bordo sentiero per una mezz’ora. Mi accorgerò al ritorno di aver dormire in un sasso a strapiombo nel vuoto del canyon; se mi fossi mosso dormendo non sarei qui a raccontarvi il tutto.

Nella parte centrale che è pianeggiante riprendo a correre a buon ritmo fino ad arrivare sotto la salita del North Rim. Essendo periodo di incendi non sono neppure sicuro di poter salire, ma vedo degli incendi lontani dal sentiero, quindi vado. La cima del North Rim è stata uno dei momenti più belli perché ho potuto bere dell’acqua fresca.
Nei 2/3 punti in cui puoi ricaricarti un po’ di acqua di solito è calda e il sapore non è dei migliori; bevi per non morire disidratato, per questo poter bere dell’acqua buona e fresca in cima al sentiero ti fa salire il morale al massimo.

Mi giro e riparto nella discesa bellissima col sole che inizia ad albeggiare.

Nel canyon sono iniziati i problemi, temperature alte, mal di stomaco e rinunciando a ogni ambizione di tempo inizio a buttarmi nel fiume (un affluente del Colorado river pulitissimo e limpido) per abbassare la temperatura. Riprendo un passo accettabile dopo molti bagni e quello che mi tira avanti è l’idea di una coca cola che avrei bevuto al campeggio.
Che non c’è. Entro nel Camping e hanno solo una specie di limonata, che non mi piace, ma ne bevo comunque un paio di litri. Le uniche due persone incontrate fin lì sono stati un bambino e suo padre che avevano finito l’acqua ed erano in pessime condizioni. Gli ho lasciato un po’ della mia e sono ripartito, anche io ero abbastanza al limite.

Arrivato al fiume, 60 km sulle spalle, esausto, vedi il muro verticale dell’ultima salita, da cui sei sceso molte ore prima. La salita è durissima, eppure non sei lontano dalla cima, solo qualche miglio, quindi ci dai dentro.

Negli ultimi metri vedi una marea di persone, orde di turisti, gente che arriva in autobus e nessuno di loro pensa che sia concepibile correre con quelle temperature. Dopo 10 ore nel canyon senza praticamente vedere nessuno, sporco, sudato di acqua, fango e disidratato ritorno al punto di partenza e faccio un urlo. La persone pensano che sono un coglione fuori di testa, io ho pensato lo stesso di loro che guardano il canyon da una panchina senza averlo vissuto.

Scendi nel cuore della terra. Scendi per poi risalire. Il viaggio allo stato puro.

Marco Vendramel

Credo che basterebbero queste parole per farmi già sognare a occhi aperti di percorrere questo trail. Ma Marco, uno dei corridori più influenti della scena e che ha ispirato tantissimi altri corridori lo ha percorso, da solo, in Agosto.

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Tra i percorsi che ho scelto, questo è quello che temevo di più. Gli altri, non mi avevano dato nessuna ansia nel percorrerli. Ma qua ho avvertito più che mai la mia inadeguatezza per queste corse in solitaria e per la corsa in genere.

Nessun sopralluogo, se non per vedere l’inizio del sentiero e il mattino seguente alla luce della frontale, parto. I primi passi in piano mi faccio largo tra i cervi che sono venuti a pascolare indisturbati nel prato del motel, poi inizia la discesa. Secondo me nessuna parola esprime al meglio questo “viaggio”. Discesa. Scendi. Vai giù.
Vai a prendere quel sentiero che dall’alto vedevi in fondo in fondo, per correrlo fino ad incontrare il fiume Colorado, che dall’alto però non vedi.

Il caldo atroce (vedrò poi un 48° sul termometro) e la salita gioca il suo carico.
Guardo in alto, sembra lontanissima la balconata finale, l’arrivo…Ho impresso nella mente il filmato di Rob Krar durante il suo rim to rim (to rim per lui). Arrivò stremato e in salita sembrava volesse fermarsi.
“E la tua di giornata come è andata? E’ stata bella?
“E’ stata incredibile…”

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Il Bianco – punto

Finalmente, eccoci arrivati alla gara madre che non per niente da il nome al circuito, l’UTMB (Ultra Trail du Mont Blanc), nome che viene nientepopodimeno che dalla montagna regina delle Alpi, italiane e non.

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L’UTMB è la 100 miglia più iconica d’Europa, sia perché corre intorno al Bianco, sia per tutto il clamore che le si è creato intorno, con migliaia di partecipanti provenienti da tutto il mondo. Chi finisce il Bianco non si porta a casa una fibbia (non avete ancora ascoltato lo speciale UTMB pubblicato da Buckled? male – QUI il link alla puntata) ma una cento (e più) miglia dura, in puro stile alpino.

Il Bianco è l’unica gara che parte da Chamonix alle 18.00 di venerdì, così che i runner dovranno presto sfoderare le frontali per poter ammirare l’Aiguille de Bionnassay. All’alba molti corridori passano il col de la Seigne per entrare in Italia nella Val Veny, nella quale dominano i ghiacciai del Monte Bianco. Si prosegue poi verso Val Ferret, sovrastata dal Dente del Gigante e dalle Grandes Jorasses, prima di scollinare in Svizzera dove si affrontano le infime salite di Bovine e Les Tseppes. Si passa poi sotto l’Aiguille Verte e i Drus per poi tornare al centro di Chamonix. Sembra facile a metterla così eh? Ma parliamo di 170 chilometri con 10.000 metri di dislivello, da correre in massimo 46 ore e 30.  Il cutoff fa capire quanto la gara sia dura.

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Runner europei, abituati a correre su questo genere di terreno, da anni la fanno franca e vincono questa gara, non lasciando spazio agli atleti d’oltreoceano. Vediamo se quest’anno si spezza la magia.

UTMB – dettagli tecnici

Distanza 170 km

Dislivello 10.000 mt +

Cutoff 46 h 30

Partenza Chamonix 30/08/2019 18:00

Punti ITRA 6

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La parola agli atleti DU

Fabio De Boni

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Torno a correre UTMB dopo l’esperienza del 2017, pieno di entusiasmo e con un po’ di esperienza in più! Due anni c’era fa l’incoscienza del principiante e un allenamento “fai da te”. Quest’anno conosco già il percorso e vengo da un lavoro mirato. L’obiettivo è divertirsi innanzitutto e godermi i paesaggi che percorreremo. Due anni fa fu un’edizione segnata dal maltempo e non ho gioito dei panorami come speravo, son tornato a Cham soprattutto per questo motivo. Poi c’è anche l’aspetto agonistico, che per me vuol dire migliorare il mio crono del 2017, ma so che non sarà facile perché le variabili in gioco sono tante. La gestione delle forze, della alimentazione e delle energie mentali sarà fondamentale per centrare l’obiettivo! A differenza di due anni fa, quest’anno avrò una crew al seguito, che mi assisterà lungo tutto il percorso e che non voglio deludere!

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

I punti secondo me cruciali saranno Courma, dove si deve arrivare sereni e senza forzare, e poi Champex- Lac, alla fine della lunga discesa dal Col Ferret. Lì bisogna arrivare bene sia di fisico che di testa. Presa coscienza che il più e fatto gli ultimi 40 km , con due assistenze consentite, non saranno facili ma nemmeno proibitivi.

Copia di THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Stavolta ci siamo divisi i compiti e saranno le DU ladies a prendersi cura delle preview maschili…

Eva:

Chiedermi chi secondo me vincerà l’UTMB è come chiedere a un bambino su quale puntare: “su quello lì perché è più bello”. Ma se mi impegno a fare i compiti forse qualche nome sensato riesco a cavarlo fuori. Vediamo. Quanto sarebbe fico che vincesse un americano? L’anno scorso Zach era partito bene ma nel suo stile o la va o la spacca, ha spaccato. Mi piacerebbe che si rompesse quest’incantesimo e che Zach o Tollefson vincessero. Se dovessi puntare in maniera più oculata direi quest’ultimo, ma se dovessi usare la pancia punterei sul cavallo pazzo. Chi potrebbe impedire l’avverarsi del mio sogno? Senza dubbio Pau Capell, il collezionatore Xavier Thévenard e gli inglesi Tom Owens e Andrew Symonds.

Mari:

Che responsabilità questa… mettere giù i pronostici per per la regina delle gare che partirà da Chamonix: l’ Ultra Trail del Monte Bianco, scritto per intero fa ancora più paura. I coaches se ne lavano le mani e lasciano a noi l’ingrato compito. Alla fine la domanda è sempre quella: quando un uomo americano tirerà su quel nastro? Se un americano deve essere a mio parere il più papabile è Tollefson, alla fine tutte le volte che si è presentato a Chamonix è salito sul podio. Anche se penso che il plurivincitore Thevenard non molli l’osso facilmente! Capell ha già terminato bene tutte le gare del circuito UTMB, e quest’anno pare essere in gran forma, podio a Mozart 100 km e primo posto anche su Patagonia Run 100 Mile, quindi potrebbe fare bene. Ci metterei anche Zach Miller ma finora quest’anno non ci ha dato grandi soddisfazioni. Mi piacerebbe vedere battagliare lì davanti anche un italiano e spererei fosse Macchi, torna dopo 4 anni in cui è cresciuto molto. Comunque vada, mi risulta che uno solo dei partenti abbia fatto l’Everesting. Di corsa. Noi tifiamo per lui…

THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Lasciamo ai due coach il compito di delucidarci sul gentil sesso. Resta valida l’opzione di poterli deridere a giochi fatti, eh.

Coach Paco:

Mi gioco un’outsider, o comunque un volto nuovo: Katie Schide, perché mi piacerebbe proprio succedesse qualcosa di completamente inaspettato. Una ragazza del 1992 che vince e sbaraglia la concorrenza, sembrerebbe impossibile in una gara europea e dove le donne sono solitamente runner di esperienza. Eppure il motore Katie lo ha, secondo lo scorso anno a CCC, nonché fresca vincitrice della Marathon Du Mont Blanc. Certo, qui i km sono molti di più, ma se invece di una gara timida la Schide giocasse il jolly e facesse una gara alla Zach Miller, sempre in testa? Sarebbe di sicuro molto divertente. Poi Courtney Dauwalter, che anche se sulla carta è la più forte, non me la sento di metterla al primo posto. Se la gara fosse composta da due loop del percorso non avrei avuto dubbi. Per quanto per gli americani questa gara è tecnica, rimane comunque corribile, e seppure Courtney sia forte sul corribile, vedi a Western States, non ha così tanta velocità di fondo come altre concorrenti. Chiudo con Luzia Buhler. Ok questo è un voto di simpatia, lo ammetto. Luzia è una delle ragazze più simpatiche e con l’attitudine più bella in circolazione e mi piacerebbe molto vederla avanti. Credo che sia poco probabile perché ha iniziato a gareggiare presto, ha già corso Western e non avrà tantissima lucidità nella gambe. Ma ricordiamolo, ha vinto Wasatch 100, che è una gara molto tosta, e quest’anno ha strappato un biglietto per WS. Inoltre in Italia piacerebbe a tutti vederla sul podio e UTMB rimane una gara imprevedibile, specie se invece che il caldo arriva il tempaccio e le condizioni alpine…forza Luzia!

Coach Davide

Sapete cosa vi dico? Che la rivince Rory Bosio, e sarebbero tre. Non so perché, ma su questa distanza, su questi sentieri, io ci credo. Passerà a Champex  Miao Yao che però resisterà in seconda posizione nonostante una rimonta terrificante di Luzia Buhler. Si era capito che a noi sta simpatica Luzia?

BUCKLED – UTMB madness e (dis)equilibri di coppia.

In occasione dell’UTMB, Alessandro Locatelli di BUCKLED ci regala episodio dedicato, e questa volta in studio ha nientemeno che Sara Lando.

Ora, se dicessi che è una fotografa sensazionale la chiuderei in fretta, ma non è in questa veste che la troviamo dietro al microfono. Questa volta mette a servizio il suo occhio sensibile, la sua sagacia, e la sua notevole capacità narrativa, per cercare di spiegare cosa significa vivere un UTMB da fuori.

Ne esce un oretta che fila via liscia: sono sicuro che strapperà qualche risata, e anche che tanti di noi trailer si sentiranno scavati nell’intimo. Proprio come nelle sue foto.

Ah, ho forse dimenticato di dire che Sara è la moglie di Alessandro, e che ovviamente parla della sua esperienza al seguito dello stesso? Beh, ora lo sapete e non potete far altro che rilassarvi e schiacciare play.

Enjoy.

TDS – Technique, Difficile, Superbe

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Se negli anni passati la TDS era considerata una gara super-tecnica, bella e dura adesso che al percorso sono stati aggiunti 23 chilometri e 1800 m di dislivello che dire? Beh a questo punto la potevate far diventare una 100 miglia!

Scherzi a parte, la TDS (sur les Traces des Ducs de Savoie) è senza dubbio la gara più tecnica del circuito e adesso dalla categoria dura passa a durissima con un terreno tutto da scoprire nella regione del Beaufortain. Con partenza sempre da Courmayeur (quest’anno alle 4) e arrivo a Chamonix il percorso dell’undicesima edizione sarà più lungo ma più adattabile in caso di condizioni climatiche difficli. Per quanto riguarda i “paesaggi”, chi corre la TDS si becca il Pas d’Outray con tanto di vista sulle iconiche Pierra Menta e Grand Mont, ed ovviamente il Bianco.

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La TDS sarà una gara veramente da seguire visti i cambiamenti e i tempi tutti da ristabilire. Ma su quest’argomento lasciamo la parola all’esperto.

TDS – dettagli tecnici

Distanza 145 km

Dislivello 9100 mt +

Cutoff 42 h

Partenza Courmayeur 28/08/2019 04:00

Punti ITRA 6

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La parola agli atleti DU

Luca Ambrosini

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Mi aspetto panorami assurdi, già avendo fatto la CCC so cosa mi aspetta da quel punto di vista. Delle gare del circuito UTMB sarà sicuramente la più tosta, cruda, tecnica: già quando era 120 km dicevano che era la sorellina cattiva, ora chissà di quanto l’hanno incattivita. Se hanno previsto che il vincitore ci impiegherà 19 ore, io mi sono messo l’anima in pace e non guardo a tempo, ritmo: cerco di godermi il viaggio. Sarà la sfida più grossa che abbia mai affrontato, ero arrivato ai 120 km e 22 ore della SUSR del 2016, che nel 2017 ho replicato e le ore erano scese a 20:06.

Posso solo dire che a me queste “cancarate” lunghe mi ispirano tanto, ritmi non esagerati ma su terreno supertecnico, fisicamente forse nessuno è pronto per affrontare questo tipo di gare, secondo me è la testa che ti manda avanti: quando vedi che per 10 km impieghi 3 ore, allora viene fuori chi ha testa. Sarà anche la prima gara dove avrò un assistenza speciale, la mia dolce metà mi seguirà per tutto il viaggio, sono molto felice per questo, poi so già che ci sarà anche tutta la DU family, non vedo l’ora di prendermi parole dal coach quando vede che in salita cammino…

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

I punti cruciali della gara daranno sicuramente Bourg Saint-Maurice -km 51- e Beaufort –km 91-: si scende in valle e poi bisogna “svalicare” praticamente 2 montagne, con un D+ filato mostruoso. Qualche difficoltà si incontrerà anche a Les Contamines, la stanchezza sarà tanta, e ci aspetta ancora una bella salita.

Da non sottovalutare le parti tecniche della gara, la concentrazione deve essere sempre massima. Poi diciamocelo chiaro, un viaggio cosi lungo ha talmente tante variabili che a noi non resta che prendere tutto così come viene.

Per me sarà un test nel cercare di allungare un pelino le mie solite distanze, sognando qualche 100 miglia isolana o americana su terreno non amichevole.

Alessio Albanese

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Cosa ti aspetti dalla gara? 

Settimana UTMB? Per me tutto è nato con questa “manifestazione”: mi sono avvicinato a passi di bimbo, per approdarci l’anno scorso, 2018, come responsabile UGLOW ITALIA e vivere i più bei giorni dal punto di vista sportivo grazie alla vittoria della nostra atleta Francesca Canepa.

Quest’anno, problemini permettendo, parteciperò alla TDS … 145km x 9100 …
Penso e ripenso molto a chi te lo fa fare? Te l’ha consigliato il medico? Nessuno ti paga, anzi…

Il mio Coach, pazzo a decidere di seguirmi, dice che la posso portare a casa tranquillamente. In effetti mi ha portato lui a questo livello personale, quindi ascoltiamolo. Pensiamo e soprattutto godiamoci ogni singolo centimetro, panorama, sensazione nelle nostre gare perché in quei momenti siamo soli con noi stessi con i nostri pensieri. Ma ci sono persone che ci amano, che ci vogliono bene, che ci seguono, che aspettano al traguardo o sono a casa a seguire con il LIVE.

GODETEVI IL MOMENTO: io personalmente affronterò il mio mostro. E lo voglio battere lo stronzo sta volta.

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

Sono veramente tanti 145km. Ne ho già corsi 120 nel 2018 ma sono i 9100 metri che mi mettono paura: è una gara nervosa, non molla mai, su su su e giù giù giù. Non c’è un pezzo in particolare che mi preoccupa: sono tutti i 145 km, ogni singolo km…

 

THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Abbiamo chiesto ai nostri valorosi allenatori di tirare fuori i nomi giusti di chi starà davanti. Post UTMB, sarete liberi di deriderli.

Coach Paco:

Ma quanto forte va la Pretto? Tanto. E non è fantascienza vederla sul podio, anche sul gradino più alto. Quindi voto Francesca Pretto. La gara è molto dura e adatta alle sue caratteristiche. Inoltre, val la pena ricordarlo, ha vinto per due volte di fila URMA 50k Invitational. Poi Audrey Tanguy, campionessa in carica, fortissima. La ragazza del Team Hoka è una che sbaglia poche gare, e parte da favorita. E terza metto Meredith Edwards anche se sembra che dopo essersi messa con Jason Schlarb si sia un po’ rammollita. E’ comunque un cavallo di razza. Patisce il freddo e se qualcosa va un po’ fuori dalle sue previsioni fa fatica a tenere assieme i pezzi, ma è comunque una che può fare bene.

Uomini: Ludo Pommeret. Ha una biomeccanica di corsa da dimenticare, soprattutto quando lo vedi correre dal vivo, eppure è il più forte in griglia partenti. Vincerà? Probabile. Un’altra vecchia conoscenza del giro di gare dell’UTMB, Tofol Castanyer, è uno veloce, ma anche bravo sul tecnico e con condizioni difficili. Può stare sul podio comodamente. Chiudo con Ryan Sandes, che ogni volta che ho pronosticato che sarebbe andato male ha fatto bene, una volta ha pure vinto Western States. Quindi a sto giro lo metto sul podio e vediamo che succede.

Coach Davide:

Kathrin Gotz sembra il nome da giocarsi, anche più della Tanguy in virtù della stagione allucinante che sta avendo. Ho solo paura che abbia caricato un po’troppo in questi mesi, non è sempre facile ed immediato smaltire certi carichi, specialmente in gara. E sono curioso di vedere come Hillary Allen se la caverà con la distanza. Perché per il resto ha tutto per fare davvero gara: velocità di base, brava in salita come in discesa, amante del terreno tecnico. Si è ripresa alla grande dalla terrificante caduta di Tromso e secondo me vuole lasciare la zampata, anche se dopo Cortina non ha brillato. Mi odieranno entrambe, ma sul podio io ci vedo bene due ragazze italiane: Francesca Pretto è in forma strepitosa, non ha paura di niente e ha Tommaso Bassa a farle assistenza (se Riccardo Tortini è il pacer che tutti vorremmo, Tommaso Bassa è la crew che tutti vorremmo… specie con gli occhiali di Robocop) e Sonia Glarey, che qui a Chamonix il podio l’ha già conosciuto. Ed era il gradino più alto. Il mio cuore batte per loro, inutile nasconderlo.

Vuoi vedere che vince davvero Pommeret? Secondo me si, sarebbe un segnale di speranza per tutti noi ultraquarantenni. Quindi si tifa Ludo. Poi vado esotico con Yanqiao Yun e completo con Aurelien Dunand-Pallaz, che si meriterebbe una gara strepitosa in patria. Ma c’è una cricca di spagnoli assatanati (ed esperti) che non starà a vedere.

 

OCC – in (trail) medio stat virtus

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L’avevamo promesso (o minacciato) ed eccoci qui, pronti ad entrare gradualmente nella UTMB madness. Ma alle 100 miglia – soprattutto quella del Bianco – non ci si arriva partendo da zero ma godendosi tutto il sapore che hanno i chilometraggi che vengono prima.

Per questo, non ci resta che partire dalla OCC (Orsières – Champex – Chamonix), la gara di media distanza (sono considerate Trail Ultra Medium le gare tra i 42 e i 69 km) che quest’anno vede la sua quinta edizione.

La gara, che esplora il Vallese, parte da Orsières, (sud-ovest del Canton Vallese, nella valle Val d’Entremont) passa sotto il versante orientale del Monte Bianco per arrivare prima a Champex-Lac e poi proseguire sul percorso di UTMB e CCC fino al centro di Chamonix.

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Passiamo ai numeri che, per quanto sarebbe bello pensare al trail solo come uno splendido viaggio sui sentieri, vanno tenuti da conto.

OCC – dettagli tecnici

Distanza 55 km

Dislivello 3500 mt +

Cutoff 14 h 30

Partenza Orsières centro 29/08/2019 08:15

Punti ITRA 3

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La parola agli atleti DU

Matilde Giovannoni

3c84cab3-ba5c-49fd-9da2-f642eb13fe22Cosa ti aspetti dalla gara? 

Spero e sono sicura di trovare paesaggi super, di guardarmi intorno tanto e conoscere nuove persone. Spero di non trovarmi in una gara di invasati-imbruttiti stile milanese
Punto a godermela e a finire in un tempo decente…. che non so quale sia….

Quale sarà secondo te il punto cruciale del percorso?

Punto cruciale critico credo arrivare a Trient e La Flegere. Anche se personalmente mi spaventano quasi più le fasi di corsa in piano che la salita (so che me ne pentirò quel giorno). Quindi forse cruciale il primo pezzo per non rimanere troppo indietro…

THE COACHES WILL HAVE THEIR SAY

Abbiamo chiesto ai nostri valorosi allenatori di tirare fuori i nomi giusti di chi starà davanti. Post UTMB, sarete liberi di deriderli.

Coach Paco:

Tra le donne, al primo posto ci piazzo la vincitrice di Speedgoat 50k in carica, Anna Mae Flynn. Seconda metto Ruth Croft che è una che va forte e ha scelto di stabilizzarsi su distanze più corte e gare tirate, parte da favorita, e a buona ragione. Terza metto Dominika Stelmach, una polacca che parte di sicuro da outsider. Si è vista poco e tutto il resto, ma vedrete che potrebbe fare bene. Podio azzardato, ma vediamo come va.

Tra gli uomini invece spazio a Pat Reagan, uno che sa correre, forte, più forte di tutti forse. Il suo problema è la salita, ma OCC non è tutto sommato una gara incorribile. Col caldo e con qualche errore davanti, potrebbe saltare fuori in discesa correndo comodamente sotto ai 4 al km. Poi Chris Mocko se non salta per aria provando a seguire qualcuno che ha più gambe di lui. Voglio proprio vedere cosa combina. E poi Francesco Trenti: occhi puntati sul trentino, che è uno che si allena tanto. Fermato a Cortina da una slogatura, ma l’ho visto coi miei occhi più tirato che mai. Forza Franz!

Coach Davide:

Ruth Croft parte con tutti i favori, e a ragione. A Chamonix non ha mai sgarrato, qualsiasi distanza abbia fatto. L’unica che quest’anno potrebbe impensierirla, secondo me, è Sheila Aviles, nel circuito sky sta mettendo in riga tutti e non è cosa da poco contando il livello. Mi piace l’idea che Anna Mae Flynn porti un po’ di stelle e strisce sul podio…

Uomini: difficile su una distanza così. Dico Nico Martin perché mi piace l’idea di un francese sul podio. Ma Ruy Ueda è nella stessa identica posizione della Aviles: grandissima annata nel circuito sky, e a Chamonix lui ha già fatto gran bene. Sarà entusiasmante. E terzo mettiamo Thibo Baronian, andiamo sul local: se lo meriterebbe.

UTMB: avvertenze per l’uso.

L’UTMB costa. Offre un servizio fantastico, ma va detto, influisce sul bilancio di qualsiasi runner. Un po’ l’iscrizione, un po’il viaggio, un po’(tanto) trovare da dormire e mangiare a Chamonix. Ma la voce che più causerà discussioni con mariti, mogli, compagni, genitori, figli e commercialista, è il MATERIALE.

Anche cercando di non farsi tentare dalle sirene dell’Expo, per partire ed essere in regola con quanto richiesto dall’organizzazione (non pensate neanche a bypassare, che oltre ad essere triste è illegale: sapevate a cosa andavate incontro quando vi siete iscritti), serve una dotazione corposa.

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Jim, hai dimenticato a casa qualcosa?

Con l’idea di ripassarla, e dare qualche esempio di come spendere bene il proprio budget, abbiamo chiesto a Maria Carla di darci qualche dritta su come districarci tra materiali e costruzioni. In fondo sarebbe anche il suo lavoro quando non è precettata dai camp.

Il materiale richiesto è il seguente:

Kit di base

  • Zaino di gara per trasportare il materiale obbligatorio
  • Telefono cellulare (uno smartphone è consigliato): il corridore deve essere raggiungibile in qualsiasi momento prima, durante e dopo la gara:
    – Opzione internazionale che ne consenta l’utilizzo nei tre paesi (inserire nella propria rubrica il numero di sicurezza dell’organizzazione, non nascondere il proprio numero e non dimenticarsi di partire con la batteria carica)
    – Tenere il telefono acceso, la modalità aereo è proibita e potrebbe provocare delle penalizzazioni.
    – Per smartphone: applicazione LiveRun installata e configurata.
    – -Si raccomanda vivamente una batteria esterna.
  • Bicchiere di 15 cl minimo (non sono autorizzati borracce o fiaschette con tappo)
  • Riserva d’acqua di almeno 1 litro
  • 2 lampade frontali funzionanti con pile di ricambio per ogni lampada
    Raccomandazione: 200 lumen o più per la frontale principale
  • Telo di sopravvivenza di minimo 1,40 m x 2 m
  • Fischietto
  • Benda elastica adesiva per fasciature (minimo 100 cm x 6 cm)
  • Riserva alimentare
    Raccomandazione: 800 kcal (2 gel + 2 barrette energetiche di 65 g ognuna)
  • Giacca a vento impermeabile* e traspirante** (tipo Outdry) con cappuccio, adatta al brutto tempo in montagna
    *minimo 10 000 Schmerber.
    **RET inferiore a 13.
    – la giacca deve avere obbligatoriamente un cappuccio integrato
    – le cuciture devono essere stagne.
    – la giacca non deve avere parti con tessuto permeabile; sono accettate le parti per fare entrare aria (sotto le ascelle, sulla schiena), solo se non impediscono in modo evidente l’impermeabilità.
    Il concorrente giudica, secondo i suoi criteri, se la sua giacca è conforme al regolamento e dunque adatta al brutto tempo in montagna; ad ogni modo, in caso di controlli, solo gli addetti ed i Commissari di gara decideranno.
  • Pantaloni lunghi o collant e calzettoni che coprano tutta la gamba
  • Cappellino, bandana o Buff®
  • Secondo strato caldo: maglia a maniche lunghe (no cotone) di minimo 180g (uomo, taglia M)
    O maglia calda a maniche lunghe (primo o secondo strato, cotone escluso) di minimo 110g (uomo, taglia M) e di una giacca windstopper* con protezione idrorepellente duratura (DWR protection)
    *la giacca windstopper non sostituisce la giacca a vento impermeabile con cappuccio e vice versa
  • Cappello
  • Guanti caldi ed impermeabili
  • Pantavento impermeabili
  • Documento d’identità

Negli ultimi anni sono stati aggiunti i leggendari kit canicola e invernale che l’organizzazione può rendere obbligatori anche all’ultimo minuto. Rispettivamente:

Kit canicola 

  • Occhiali da sole
  • Cappellino con paraorecchie che copra anche la nuca
  • Crema solare
    Raccomandazione: livello minimo di protezione 50 (SPF)
  • Riserva d’acqua di almeno 2 litri

Kit invernale 

  • Occhiali protettivi
  • 3° strato caldo (da indossare tra il 2° strato e la giacca impermeabile)
  • Raccomandazione: pile o piumino comprimibile
  • Scarpe da trail robuste e chiuse (NO scarpe minimaliste o super leggere)

Ma ora, parola all’esperta.

“La scelta di un equipaggiamento idoneo è uno dei fattori chiave del successo della gara. L’ultra-endurance necessita una preparazione minuziosa, attrezzatura da gara compresa”

Incipit della pagina dedicata al materiale obbligatorio sul sito ufficiale UTMB: come dargli torto? E allora ci siamo permessi di prendere in esame e consigliarvi alcuni capi d’abbigliamento.

Partiamo dallo zaino, visto che deve contenere tutto il resto. Le opzioni sono tante, ma in sostanza dipende da un fattore essenziale: avrete assistenza? Si può pensare ad uno zaino più snello. Ve la fate soli contando solo su sacca a metà strada? Allora serve un po’ più di spazio per essere sicuri. Per finiture e cura dei particolari, ci sono piaciute le nuove proposte Camelbak: l’ULTRA PRO VEST è la scelta per chi potrà contare sul supporto di amici e familiari, l’ULTRA 10 VEST è per tutti gli altri.

Entrambi sono stati progettati per soddisfare le esigenze di una gara come UTMB. Tessuto in 3D mesh per aumentare la traspirabilità e alleggerirne il peso. Il secondo può essere utilizzato sia con riserva idrica interna che con flask grazie alle apposite tasche frontali, l’ULTRA PRO fa affidamento solo sulle flask. Possibilità di riporre i bastoncini posteriormente e tasca anteriore per telefono, si differenziano nella distribuzione delle tasche laterali e posteriori e nella capacità. Se l’ULTRA PRO con i suoi 6 litri è al limite, l’ULTRA 10 offre decisamente più capacità di carico con i suoi 10 litri. Ampie possibilità di regolazione nell’ULTRA 10 e disponibilità in tre taglie per l’ULTRA PRO.

La giacca impermeabile è forse l’articolo chiave tra quelli in lista. Ci salverà in caso di pioggia, quindi waterproof  (minimo 10 000 colonne da regolamento, se sono di più tutto di guadagnato per voi), ma attenzione anche alla traspirabilità, e quindi al tipo di membrana utilizzata, visto che tendenzialmente vi state muovendo/correndo/strisciando. Tutte le cuciture dovranno essere nastrate e le zip sempre waterproof.  Non dovrà proteggerci solo dalla pioggia manche dal freddo e dal vento, quindi cappuccio ben avvolgente e regolabile e possibilmente alto sul davanti in modo da proteggere anche mento, bocca e naso. Dovrà avere un buon fitting asciutto, in modo che non ingombri, ma dovrà restare comoda nei movimenti, specie quelli delle braccia. Tirazip con cordino per facilitare l’apertura anche con guanti e mani gelate.

In DU usiamo la Montane Minimus Stretch Ultra Jacket, ci piace il design minimale, ma studiato nei particolari. Come il taglio della manica che facilita il movimento della corsa anche con i bastoni evitando che il fondo si alzi. Orlo sul fondo regolabile e cappuccio ergonomico con elastico posteriore e regolatori frontali. Tessuto 20 Denier PERTEX® SHIELD 2.5 layer waterproof . Leggero, morbido, elasticizzato e traspirante. Totalmente nastrata internamente e tutte le zip a prova d’acqua. E facilmente richiudibile in una tasca, così da non ingombrare troppo in uno zaino già strapieno. E ovviamente disponibile anche nella versione da donna.

Alla giacca va abbinato un pantalone impermeabile. Si spera sempre di non doverli utilizzare, quindi primo punto dovranno essere comprimibili al massimo, ma sempre waterproof, sempre con cuciture nastrate. Cercate una lavorazione del tessuto ripstop: eviterà lo strappo in caso di caduta o incontri ravvicinati con bastoncini, rami, rovi e varie. Zip laterali lunghe per poterseli infilare in modo rapido anche con le scarpe. Dovranno essere comodi ma non troppo larghi, in modo da non intralciare la corsa.

Montane  anche nella parte sotto usa il tessuto PERTEX® Shield ™, anche sui pantaloni Minimus Pants. Vita elasticata con regolatore. Zip sul fondo con doppio velcro di regolazione per poterli stringere su polpaccio e caviglia. Comodo sacchetto in rete per poterli comprimere e riporre nello zaino. Anche qui disponibile in versione femminile.

Montane Minimus Trousers

Altro capo chiave, il secondo strato. Il suo scopo principale è quello di scaldare e mantenere la temperatura corporea, deve però asciugarsi il più in fretta possibile se sudiamo. Non essere ingombrante indosso e ancora meno quando riposto nello zaino. Vi consigliamo uno stile “semplice” senza troppi fronzoli, inserti e cuciture e zip, visto che siamo quasi a contatto con la pelle. Rischiamo solo abrasioni inutili ed in più andrebbero ad interferire con quelle della giacca. E non dimentichiamo che abbiamo anche sempre lo zaino in spalla, carico e chiuso attorno al corpo.

Negli ultimi anni si è visto un grande ritorno alle fibre naturali, ma quello che a noi ha convinto maggiormente è la combinazione tra “sacro e profano” e cioè la speciale mescola tra lana Merino e PRIMALOFT® che Montane usa sui suoi capi della linea PRIMINO come il Montane Primino Long Sleeve 140 (qui nella versione da donna).

 

La lana ha da sempre la straordinaria proprietà di scaldare anche da bagnata (e non puzzare), il PRIMALOFT di espellere il sudore verso l’esterno ed asciugarsi in fretta. Particolarmente sottile e piacevole al tatto, può essere usata anche direttamente sulla pelle.

Così caldo e comodo che noi usiamo anche i guanti in PRIMINO: a nostro parere l’ideale è averne un paio snello, leggero e caldo, a cui abbinare un sovraguanto da infilare e togliere rapidamente in caso di pioggia o vento freddo, come il Montane Minimus Mitt leggerissimo (45 grammi!) e supercomprimibile.

 

 

Non è nel kit obbligatorio, ma spendiamo ancora due parole per l’insieme calza + scarpa. Perché su chilometraggi di un certo tipo, può fare la differenza tra finire o no. O anche solo tra finire, sorridere e godersi la cerimonia di premiazione in piedi o finire, essere incazzato e godersi la cerimonia sdraiato a letto con dolori lancinanti.

Passiamo la palla a Coach Davide che ci racconta il suo set-up preferito.

Per me, in una gara lunga, la primissima necessità è essere comodo. E potermi dimenticare di cosa succede lì sotto.
La prima cosa che guardo di una mia scarpa da ultra è quindi la calzata prima ancora dell’ammortizzazione: rarissimamente una scarpa mi ha fatto ricredere dopo un po’di uscite, il fatto che il piede stia bene, è spesso questione di amore a prima vista. Poi vengono tutti gli altri fattori, certo. In primis proprio l’ammortizzazione, perché diciamocelo, nessuno correrà come un ottocentista tra Trient e Vallorcine: serve una scarpa che perdoni e che non chieda troppo impegno muscolare. Poi la tenuta: sogniamo tutti di fare l’UTMB asciutto, ma capita raramente. E comunque anche in quegli anni, una scarpa che sulle lunghe discese verso Les Chapieux, La Fouly o Chamonix sta dove la metti è fondamentale. Avete mai fatto la discesa delle Pyramids verso il Lac Combal? Ecco, una suola decente lì ve la godete tutta. Però la scarpa da UTMB, per me deve anche essere leggera. Eh si, 20-30-40 ore con una scarpa ai piedi, non so quanti passi (ma sono tanti)… quei 200 grammi in meno diventano tonnellate. Se vale per lo zaino, vale ancora di più per le scarpe, no?

La scarpa che sto usando in tutte le mie gare risponde egregiamente a questi quattro dogmi, ed è la SPIN ULTRA di SCARPA. Calzata comoda, linguetta non troppo spessa per riuscire a sistemare bene l’allacciatura, ma neanche così scarna da non proteggere abbastanza. Soletta interna morbida, calzata con sistema Sock-Fit LW senza punti di frizione. E abbiamo sistemato la comodità. Ammortizzazione garantita dall’intersuola in EVA con doppio inserto su tallone ed avampiede e shank centrale antitorsione. 24/18 mm, suola importante senza diventare ingombrante. E abbiamo risolto la seconda. Suola Vibram dove al classico e comprovato Megarip e disegno con tasselli da 4mm, viene accoppiata la Litebase che permette di mantenere il peso totale a 270 gr. Sistemati anche i punti tre e quattro. Ci aggiungo come bonus il puntale stampato in 3D che protegge da pietre e radici quando non si è più proprio così sobri da gestire falcate kenyane.

SCARPA Spin Ultra

Come per tanti, nelle prime gare lunghe, lo stato in cui riducevo i miei piedi era qualcosa che affascinava, nella sua morbosità. Anche al mio primo UTMB, acqua e freddo mi avevano martoriato. Creme, fasciature, taping, camminate sui carboni ardenti nei mesi precedenti, non avevano cambiato nulla. Anzi. Poi sono stato negli States, e prima della Western ho visto che tanta gente usava queste calze buffe con le dita. Chiedo al mio pacer, compro ed uso in gara senza averle mai provate. Rivelazione. Da quel giorno, raramente ho corso gare lunghe senza Injinji.

 

Mi hanno liberato dal mio problema principale, che erano le vesciche tra le dita, e mi hanno sempre dato risultati ottimi anche in contesti terrificanti (WS 2017 neve, fango, detriti, poi 42°, polvere ed acqua addosso e guadi tutto il giorno).

A seconda del contesto uso le Original Weight o le Light Weight: le Mid Weight sono per me troppo spesse e mi piace un po’di “feeling” per non snaturare la scarpa. Io che sono vecchio uso ancora le No Show (perdono), ma ovviamente hanno l’altezza Crew che sembra essere diventata obbligatoria, pena la squalifica dal circolo di quelli che contano. Ok arrivare. Ma arrivare con un paio di calze a metà polpaccio è tutta un’altra cosa. Se vi sembrano un po’strane, ci vuole un attimo per abituarsi: mettetele dentro una scarpa e non le sentite più.

Ah: cambiare le calze è una botta di vita, fatelo anche tre/quattro volte in una gara lunga. Cambiare le scarpe, è sempre un pericolo: se non avete un motivo più che valido e lo fate tanto per avere una scarpa nuova e fresca, spesso bastano le calze.

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Ci vediamo a Chamonix, in fondo alla discesa, appena passato il ponte. Come dice il buon Fulvio, gli amici si va ad aspettarli lì.

UTMB madness

Difficile parlare di trail facendo finta che non esista l’UTMB.

E’come svegliarsi al mattino, scendere in cucina e trovare un elefante seduto al tavolo. Potete anche far finta di parlare della giornata lavorativa o della spesa da fare, ma l’elefante resta lì.

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Non esiste, non esiste, non esiste…

E allora nel mese dell’UTMB saliamo anche noi sul carrozzone. E sapete perché?

Perché a noi la settimana dell’UTMB piace. E le sue gare ancora di più.

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Perché girano intorno a quel benedetto massiccio che rappresenta il passato, presente (e speriamo anche futuro) dell’alpinismo, dello sci, della corsa in natura.

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Perché sa strappare un urlo al professionista sgamato, come a chi arriva dopo 46 ore.

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Perché è maledettamente bene organizzato.

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Perché abbiamo i nostri ricordi che tirano fuori ancora qualche sorriso.

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Perché un pensiero, volente o nolente, ce lo fanno tutti ad andare a Chamonix.

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E non ultimo, perché ci sono le nostre ragazze ed i nostri ragazzi che cercano di passare quello striscione.

Dovremmo restare a casa e far finta di niente? No, e allora nei prossimi giorni proviamo a portarvi in Savoia e spiegare cos’è per noi la “UTMB madness”.

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The DU crew

 

BUCKLED

* il primo podcast in Italia dedicato all’ultrarunning *

Era ora che qualcuno ci mettesse la voce. Siamo più che felici di poter annunciare la nascita del primo podcast italiano dedicato all’ultrarunning. Pensato, voluto e creato da Alessandro Locatelli

la voce del popolo dell’ultrarunning

Da cosa nasce Buckled?
Innanzitutto dal caso, come tutte le cose sensate al mondo.
Nasce dal voler trovare un espediente per poter raccontare a un’altra persona e un’altra ancora cosa è successo nella gara xyz.
Mia moglie sa di cosa parlo: passo talmente tanto tempo in gara a parlare con me stesso che mi ci vuole un giorno per tornare a parlare ad alta voce. C’è solo un problema: faccio poi fatica a smettere.

Buckled nasce anche dalla voglia di condivisione, dalla voglia di conoscere le storie di un’altra persona, dalla voglia di imparare dagli errori degli altri (senza trarne alcuna lezione), dalla voglia di puntare verso un obiettivo che a tutti in un primo momento sembra tanto impossibile quanto improbabile.

A pochi giorni da Destination Santa -il Trail Fest ideato da Eva Toschi ed Edoardo Lucà a Santa Caterina Valfurva- ho proposto al Coach di registrare qualcosa in tema 100 miglia: niente scaletta, niente preparazione, solo un tema generico e allo stesso tempo straordinariamente specifico, e ad aiutarci un paio di birre per sciogliere l’agitazione di due persone che decisamente non appartengono a nessuno dei due lati del microfono.

Foto di Sara Lando, la ragazza più invidiata al mondo dopo che Alessandro ha fatto sentire la sua voce al microfono. The new Barry White.


Ci rendiamo conto che stiamo parlando a una nicchia di una nicchia di una nicchia, ma è un posto caro a molte persone quindi eccoci qui con 30 minuti di chiaccherata sulla vita l’universo e tutto quanto, sulle nostre prime volte, sulle allucinazioni, sull’interpretazione di una distanza che sulla carta non ha alcun senso che venga fatta di corsa.

Vedete questo episodio zero (va di moda di questi tempi) come un piede nella porta: dobbiamo ancora decidere se aprirla completamente o se semplicemente lasciare ad altri lo spiraglio per entrare.

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Un ringraziamento speciale a Carmo per la regia e l’aiuto tecnico, a Paco nelle sue vesti di disturbatore, spingitore, selezionatore di musica e futuro record holder a Wasatch100 e ovviamente a Davide per essersi prestato al gioco e aver condiviso l’imbarazzo della propria voce registrata.

il logo di Buckled, quanti vorrebbero già una maglietta?

Avremmo voluto rispondere a domande, ma ovviamente non eravamo preparati. Ci siamo attrezzati con una mail e con pagina facebook (mi dicono che questo facebook piace tanto ai giovani).


Forse vi risponderemo nel prossimo episodio.
Se ci sarà.

Ultra-che?

Banana non è un ultrarunner. Non è un ultrarunner e non è tantissime altre cose, ma piuttosto di parlare di chi è vorrei dirvi cosa fa.
Banana è uno che si spara ore di treno per una promessa fatta mesi prima e restata nell’etere. È quel genere (anche se poche persone non credo arrivino a fare un genere) di persone che non ha mai corso una gara di trail o su strada e quando gli chiedi di farti da pacer alla tua prima ultra dice subito di si. Che poi non lo sai nemmeno te che cosa deve fare un pacer ma ti sembra una cosa fica condividere questa esperienza con qualcuno.
Ti aspetta e si spara la pain cave con te, out & back. Non è umano, va avanti a sorrisi e birrette. Corre in silenzio, ma quando inizi a vedere annebbiato lui canta.
Arrivati all’ultimo ristoro dove dovrebbe lasciarti per il loop lui non ha bisogno che tu gli chieda di seguirti per l’ultimo girone dell’inferno, si è già tolto la maglietta ed è avanti a tirarti.
Ti tira tutti i chilometri e prima dell’arrivo rallenta e resta nell’ombra.
E poi beve, salta e balla per tutta la notte.
Questo è Banana. Questo è quello che fa, e questo è quello che ha fatto per arrivare qui.

La prima volta che mio padre mi ha messo gli sci ai piedi avevo circa 4 anni. Non ricordo molto di quei tempi. Mi dicono che non volevo essere lasciato al nido (credo più per paura di morire di fame), e che mi buttavo giù a cannone su qualsiasi tipo di pista. Sono passati trentaquattro anni, e non è cambiato nulla.

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Nel tempo intercorso tra tutti questi anni ho sempre fatto sport, anche di tipo diverso. Così, perchè fare sport è una cosa buona per un bambino in fase di crescita. Ma allo stesso tempo il tarlo di fumetti, giochi di ruolo, e videogiochi, si insinuava e si faceva strada lento ed inesorabile. Poi un giorno ha vinto lui su Frank, il mio amico immaginario con cui costruivo/distruggevo/ricostruivo cose con i mattoncini Lego, da solo nella mia piccola camera che dava su una chiostrina dove raramente (per non dire mai) arrivava la luce diretta del sole.

Quel tarlo però mi permetteva di continuare a viaggiare con il pensiero, di immaginare, di sognare. Fino al punto in cui preferivo più immaginare che fare. Ma cominciare a fare il mio (ancora attuale) lavoro, che ti impone di stare seduto davanti allo schermo di un computer per 8+ ore, non mi aiutò.

Un giorno, non ricordo bene come, mi resi conto che quel tipo di vita/non-vita mi aveva reso sedentario. E pesante. Molto pesante. Il giorno successivo andai a comprare un paio di scarpe da corsa al primo negozio di articoli sportivi che trovai vicino casa. Quel giorno corsi cinque minuti. Fu traumatico. Il giorno dopo corsi un paio di minuti in più.

Qualche settimana dopo correvo una media di dodici km per cinque volte a settimana. Quel primo paio di scarpe mi ha sorretto per più di mille km.

Non sapevo nulla di corsa. Di gare. Di quanto dovresti correre con un paio di scarpe prima che ti facciano più male che bene. E non mi interessava. Era una cosa mia, che facevo solo ed esclusivamente per me. Senza un fine. Senza un perchè.

Più tardi scoprii che, anzichè fare il criceto nel parchetto vicino casa, potevo correre per boschi, in montagna, in tanti altri posti. Per me la montagna era andare con mio padre in settimana bianca, e gettarmi su qualsiasi tipo di pista. Poi ho capito che in montagna si potevano fare tante altre cose. Cominciai ad arrampicare, ed il primo corso che seguii fu quello di alpinismo su roccia.

Come per tutte le cose, per poter ampliare il range di possibilità mi resi conto che dovevo allenarmi. E allora vai in palestra, tira tacche, mettiti sugli strapiombi. Ma la corsa era sempre lì. Non riuscivo più a vedere me stesso senza quel paio di scarpe che mi facevano macinare kilometri, senza un fine. Senza un perchè.

Quel gesto, mettere un piede davanti all’altro, mi ha supportato sempre. Mi ha fatto vedere posti stupendi. Mi ha fatto provare tante emozioni diverse. Mi ha fatto esorcizzare tanti mostri. Mi ha tenuto la mano mentre passavo i periodi più brutti della mia vita. Quelle scarpe erano sempre lì. Non volevano nulla da me. Non dovevo avere un motivo per indossarle.

Qualche anno dopo Eva mi chiede se voglio supportarla in questa sua sfida con se stessa: correre cinquanta km. Cinquanta? Effettivamente tanto tempo prima avevo pensato di provare a correre una maratona per rendermi conto di cosa si trattasse. E non lo avevo fatto. Ma cinquanta km? Come si fa? Cosa ci vuole per riuscire a farlo?

Lusingato, accettai la proposta più che volentieri. Ci accordammo sul fatto che avrei corso una ventina di km nel mezzo di questa fantomatica “gara”, se me la fossi sentita. Credo di poterlo fare, o almeno ci provo. A malapena ho corso 15 km di seguito negli anni precedenti, magari a 20 riesco ad arrivarci.

Prendo un paio di treni che mi portano, dopo un adeguato ritardo, in una città a me estranea. Eva e Simone mi prendono alla stazione e mi portano in mezzo al nulla, dopo una serie non ben definita di curve. C’è un ragazzo che mi viene incontro, mi abbraccia, come se ci conoscessimo da una vita, e mi dice che è super contento che io sia lì. Ci mettiamo davanti a un fuoco con qualche birra in mano ed ho la sensazione di ritrovarmi in mezzo ad un gruppo di amici di vecchia data. Domani tutte queste persone, che vivono parecchio lontano tra di loro, correranno insieme cinquanta km, là in mezzo al nulla. Senza un perchè.

Mi unisco ad Eva dopo che lei ha già corso 10 km. Inizio a correre accanto a lei. Le ore passano. I km passano. Ogni tot ci sono delle specie di ristori autogestiti. In ognuno di questi, persone a me sconosciute mi trattano come se fossi uno di loro. Le ore passano. I km passano. Eva riesce nel suo intento. Corre cinquanta km. Io ne corro quaranta. Quaranta km sono meno di una maratona. Una maratona non è un’ultra.

Se mai qualcuno mi chiederà se corro le ultra* dirò di no. Non è ciò che faccio. Non mi faccio definire da nulla. Nè certamente dal numero di km che riesco a fare mettendo un piede davanti all’altro. Ma da quel giorno mi sono sentito parte di un gruppo trasversale di persone che mi hanno preso per mano e mi hanno fatto sentire parte di qualcosa. Sono stati loro a farmi sentire parte di qualcosa. Senza un perchè. Forse sono loro la definizione di ultrarunning. Forse ciò che rende l’ultrarunning quello che è sono le persone.

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